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lunedì 25 agosto 2014

Gisele Freund. Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda


"Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda".
Gisele Freund 
Foto: Carl Mydans - Senza titolo, senza data.


Nel post precedente ho percepito che l'immaginazione e lo sguardo personale, permette di evocare altre immagini compatibili con il soggetto fotografico esaminato, per esempio: i lettori comodamente seduti vengono immaginati affollati in edicola prima di salire sul treno. Voglio sostenere: sia l'autore dello scatto sia il fruitore possono aggiungere o sottrarre dall'immagine reale. Questo processo invece è noto agli scrittori che auspicano che i loro lettori riscrivano il loro romanzo....senza pubblicarlo, però! 


I punti di vista sono sempre soggettivi! 
È la nostra posizione che li cambia in oggettivi!


è come la descrizione di un luogo o di un fatto accaduto,,,pur fedeli alla realtà si danno descrizioni diverse a seconda del nostro modo di osservazione e di vissuto..

una metafotografia, gradevole e ben calibrata, un lampo di realtà nelle realtà degli occhi di chi scattava, non priva di di un interessante risvolto enigmatico: e se non ci fosse stato alcun soggetto da riprendere? Se i fotografi avessero avuto davanti un nulla esteriore, l'assenza di un piano euclideo di riferimento?........


mercoledì 9 gennaio 2013

Alessandro D’Avenia. L’uso che facciamo degli occhi dipende dallo stato cardiaco. Un cuore vuoto usa gli occhi per controllare, usare, dominare. Un cuore pieno per stupirsi, conoscere, amare. Per questo usiamo espressioni come “vedere di buon occhio” o “lanciare il malocchio”. Noi siamo come guardiamo




L’uso che facciamo degli occhi dipende dallo stato cardiaco. 
Un cuore vuoto usa gli occhi per controllare, usare, dominare. 
Un cuore pieno per stupirsi, conoscere, amare. 
Per questo usiamo espressioni come “vedere di buon occhio” o “lanciare il malocchio”.
Noi siamo come guardiamo. 
Alessandro D’Avenia




domenica 25 novembre 2012

Non vi accorgete più delle bellezze che avete intorno perché i vostri occhi non riescono più a vederle.Solo chi viene da lontano può ammirare l'incanto di questi luoghi che nulla hanno da invidiare ai posti da sogno sparsi per il mondo




E una giovane donna forestiera mi disse un giorno
<<Non vi accorgete più delle bellezze che avete intorno perché i vostri occhi non riescono più a vederle.Solo chi viene da lontano può ammirare l'incanto di questi luoghi che nulla hanno da invidiare ai posti da sogno sparsi per il mondo.>>

sabato 1 settembre 2012

Ognuno vede nelle cose, solo quello che vuole vedervi




Ognuno vede nelle cose, solo quello che vuole vedervi.
Marco Ciro Bargerri - Cyrano


Agota Szucs:
quello che vuole.. quello che riesce...
"Due terzi di quello che vediamo, è dietro i nostri occhi



domenica 8 aprile 2012

Marcel Proust. Il solo vero viaggio, l'unico bagno di giovinezza, non consiste nell'andare verso paesaggi sempre nuovi, ma nell'avere cento occhi

La grande opera di Proust (...) è una caccia al tesoro dove il tesoro è il tempo e il nascondiglio è il passato: questo è il significato intrinseco del titolo Alla ricerca del tempo perduto.
(...) C'è una cosa che dovete imprimervi bene in mente:
l'opera non è un'autobiografia, il narratore non è Proust in persona ed i personaggi non sono mai esistiti se non nella mente dell'autore...
(...) Proust è un prisma, il cui unico obiettivo è di rifrangere, e rifrangendo di ricreare retrospettivamente un mondo (...) Alla ricerca del tempo perduto
(...) è un'evocazione, non una descrizione del passato...
Un lettore superficiale dell'opera di Proust -- ma è una contraddizione in termini, perchè un lettore superficiale si annoierà a tal punto, sprofonderà talmente nei propri sbadigli, che non arriverà mai alla fine del libro -- un lettore inesperto, diciamo, può avere l'impressione che una delle preoccupazioni principali del narratore sia quella di esplorare le ramificazioni e le parentele che collegano tra loro diverse famiglie della nobiltà, e che egli provi una strana gioia nello scoprire che una persona da lui considerata un modesto uomo d'affari in realtà gravita intorno al grand monde o che un importante matrimonio, da lui ritenuto impossibile, ha unito due famiglie.
Il lettore prosaico concluderà, probabilmente, che l'azione del libro consiste soprattutto in una serie di feste: una cena, ad esempio, occupa centocinquanta pagine, una serata mezzo volume
Vladimir Nabokov - Marcel Proust
in: LEZIONI DI LETTERATURA, Garzanti, Gli Elefanti Saggi, 1982,1992




10 luglio 1871 nasce a Parigi Marcel Proust, scrittore, saggista e critico letterario.
Marcel Proust esordì come scrittore nel 1896, pubblicando "I piaceri e i giorni".
Nel 1905 perse la madre che adorava e da quel momento iniziò a isolarsi progressivamente dal mondo. L'asma che lo affliggeva fin da bambino divenne cronica e gli procurò crisi sempre più gravi e, da ultimo, si chiuse in una stanza che aveva fatto foderare di sughero per proteggersi da ogni rumore. Là, assistito da una fedele governante, cominciò a comporre l'opera della sua vita, il ciclo "Alla ricerca del tempo perduto", che sarebbe stato costituito da sette romanzi a cui lavorò fino agli ultimi giorni di vita.
Il primo libro uscì nel 1913: era "La strada di Swann", che l'editore Gallimard aveva rifiutato. Gallimard ritornò poi sulla sua decisione e dopo la guerra divenne l'editore di Proust: uscirono così "All'ombra delle fanciulle in fiore" (1919), "I Guermantes" (1921), "Sodoma e Gomorra" (1922). Nel 1922 Proust morì, aveva 51 anni, ma la pubblicazione de "Alla ricerca del tempo perduto" continuò con "La prigioniera" (1923), "La fuggitiva" (1925) e il "Tempo ritrovato" (1927).




Il 10 luglio 1871 nasce a Parigi Marcel Proust, sommo scrittore, tra i più grandi del Novecento, celebre per il suo romanzo "Alla ricerca del tempo perduto" scritto tra il 1908 e il 1922 (anno della sua morte), uno dei pilastri della contemporaneità.
Durante 14 anni di volontaria reclusione all'interno di una stanza foderata di sughero per isolamento acustico, dedicò instancabilmente la sua vita alla scrittura di quest'opera titanica, un poderoso e ammaliante viaggio nel tempo e nella memoria costellato da sottili e folgoranti descrizioni dei processi interiori legati al ricordo e ai sentimenti umani.

« ...Si sentiva che Madame Swann non si vestiva soltanto per sentirsi a proprio agio o per ornare il suo corpo, ma che era circondata dal suo vestito  come dall'apparato squisito e spiritualizzato di una civiltà... »
Marcel Proust, Odette - nella Ricerca del tempo Perduto


L'abitudine! ordinatrice abile ma terribilmente lenta, che comincia con il lasciar soffrire il nostro spirito, per settimane, in una sistemazione provisoria; ma che, nonostante tutto, esso è ben contento d'incontrare, giacché senza l'abitudine, e ridotto ai suoi soli mezzi, sarebbe impotente a renderci abitabile una casa."
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, 1° Volume


«I legami fra una persona e noi esistono solamente nel pensiero. La memoria, nell’affievolirsi, li allenta; e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere vittime, e, con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri, noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente».
Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”.



"È il terribile inganno dell'amore, che esso cominci col farci giocare con una donna non del mondo esterno, ma con una bambola che vive nel nostro cervello, la sola d'altronde che abbiamo sempre a nostra disposizione, la sola che possederemo, che l'arbitrio del ricordo, assoluto quasi quanto quello dell'immaginazione, può aver fatto tanto diversa dalla donna reale come dalla Balbec reale era stata per me la Balbec sognata; creazione fittizia cui a poco a poco, per la nostra sofferenza, costringeremo la donna reale ad assomigliare".
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, I Guermantes



"A la recherche du temps perdu non è soltanto il più grande trattato sulle passioni umane offerto dal XX secolo, ma è anche il romanzo che si è più genialmente servito della quarta dimensione, il tempo, per delineare i personaggi.
Questo tempo bergsoniano è quello della durata e del ricordo, nel cui edificio mirabile si ricrea la vita perduta e se ne estrae il senso essenziale, ed è il tempo dello scrivere che ripercorre l'esperienza e lo stesso ricordare.
Nella sua stanza e a letto, dopo aver vissuto, Proust vive veramente, ossia ritrova il cuore della vita; l'attimo - la reminiscenza che affiora istantanea grazie al profumo della madeleine o al tintinnio di un cucchiaio - è il perno intorno al quale si dipana il filo del tempo ritrovato, di "tutto" il tempo ritrovato. I nomi e la loro eco riportano e ricreano non solo una figura, ma la realtà intera del mondo che non sarebbe tale senza quella eco e quell'ombra, così come sono l'apparire della signora Swann e
il ricordo del suo apparire che danno senso e totalità al Bois de Boulogne.
La Recherche è lo struggente e sterminato catalogo che porta alla luce l'impalpabile vita del cuore umano, che l'esistenza rimuove come marginale e anarchica e che invece contiene l'essenza della vita vera, esiliata e impossibile nell'ambito della vita falsa e imperante: l'amore, la gelosia, il rimpianto, l'oblio, il desiderio e la sua estinzione, le struggenti e impercettibili intermittenze del cuore sono i luminosi frammenti di una biografia che non può costruirsi saldamente come nel romanzo classico, ma può vivere solo nella dispersione o nella sublimazione, e può essere costruita solo dal ricordo, dalla parola, dalla poesia".
Claudio Magris, Enciclopedia del cuore e del linguaggio, Una totalizzante Epopea


«Ogni volta che riprendo in mano Proust, dapprima mi sento irritato, trovo che sia datato e non ho che un solo desiderio: gettar via il libro. Ma dopo un certo numero di pagine (saltando alcune scene), entra di nuovo in gioco il fascino, anche se solo a causa di questa o di quella trovata verbale, o di questa o di quella annotazione psicologica. Proust è assolutamente sulla linea dei moralisti francesi. Brulica di aforismi: se ne trovano ad ogni pagina, persino ad ogni frase; ma non sono altro che massime importate dentro un vortice. Perché il lettore lo possa scoprire, bisogna che si fermi e che non si lasci travolgere dalla frase». 
E. M. Cioran - Cahiers 1957-1972


Innamorarsi vuol dire individualizzare qualcuno attraverso i segni che porta o che emette. Vuol dire diventare sensibile a questi segni, iniziarsi ad essi (come nella lenta individualizzazione di Albertine, entro il gruppo delle fanciulle). L’amicizia può forse nutrirsi di osservazione e conversazione, ma l’amore nasce e si nutre d’interpretazione silenziosa. L’essere amato appare come un segno, un’ “anima”: esprime un mondo possibile a noi sconosciuto. L’amato implica, include, imprigiona un mondo che occorre decifrare, e cioè interpretare. Si tratta anzi di una pluralità di mondi; il pluralismo dell’amore non riguarda soltanto la molteplicità degli esseri amati, ma la molteplicità delle anime o dei mondi racchiusi entro ognuno di essi. Amare è cercare di spiegare, di sviluppare questi mondi sconosciuti che restano avviluppati nell’amato…
C’è dunque una contraddizione dell’amore. Non possiamo interpretare i segni di un essere amato senza sboccare in mondi che non hanno aspettato noi per formarsi, che si formarono con altre persone, e nei quali siamo dapprima solo un oggetto tra gli altri. L’amante desidera che l’amato gli dedichi le sue preferenze, i suoi gesti, le sue carezze. Ma i gesti dell’amato, nel momento stesso che sono rivolti e dedicati a noi, esprimono ancora quel mondo ignoto che ci esclude. L’amato ci dà segni di preferenza; ma poiché quei segni sono i medesimi che esprimono mondi di cui non facciamo parte, ogni preferenza di cui profittiamo traccia l’immagine del mondo possibile dove altri sarebbero o sono preferiti. La contraddizione dell’amore consiste in questo: i mezzi su cui contiamo per preservarci dalla gelosia sono gli stessi mezzi che alimentano questa gelosia, conferendole una specie di autonomia, d’indipendenza rispetto al nostro amore.
Gilles Deleuze, “Marcel Proust e i segni”



La malattia è il dottore a cui si dà più ascolto. Alla gentilezza ed alla saggezza noi facciamo soltanto delle promesse; al dolore, noi obbediamo.
Marcel Proust


Noi non siamo simili a costruzioni cui si possano aggiungere pietre dall’esterno, ma a piante che traggono dalla loro propria linfa il nodo successivo del loro fusto, il piano superiore del loro fogliame.
Marcel Proust




"I luoghi sono persone, ma persone immutabili che noi ritroviamo dopo molto tempo, stupiti di ritrovarle uguali... Perchè i luoghi mutano meno rapidamente degli uomini, per i quali la cortina di salici, il sentiero che sale o il mulinello d'acqua sotto il ponte son come le fotografie che rimangono in una casa,irriconoscibili per chi non ha conosciuto le persone che vi sono ritratte....E' un tesoro che può conservarsi in un solo scrigno: la memoria, e che può essere donato agli altri solo da qualcosa di prossimo alla illusione : la poesia."
Marcel Proust dal Jean Santeuil




Il solo vero viaggio,
l'unico bagno di giovinezza,
non consiste nell'andare
verso paesaggi sempre nuovi,
ma nell'avere cento occhi,
nel vedere l'universo con gli occhi di un altro,
anzi di cento altri:
e nel vedere così
i cento universi che ciascuno vede,
e che ciascuno è
Marcel Proust. “La prigioniera”

«Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l'universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è ».
Marcel Proust. “La prigioniera”

L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi
Marcel Proust

I nostri pensieri non sempre s'accordano con le nostre parole.
Marcel Proust

È il nostro notarli che mette degli oggetti in una stanza, la nostra abitudine che li toglie di nuovo e libera spazio per noi.
Marcel Proust

I legami fra una persona e noi esistono solamente nel pensiero.
La memoria, nell’affievolirsi, li allenta; e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri, noi viviamo soli.
Marcel Proust


Sono essi i nevrotici e non altri, che hanno fondato le religioni e composto i capolavori. Mai il mondo saprà quello che deve loro, e soprattutto ciò che essi hanno sofferto per darglielo. Noi gustiamo le incantevoli musiche, i bei quadri, mille cose raffinate, ma non sappiamo ciò che esse sono costate a coloro che le inventarono, in insonnie, pianti, risa spasmodiche, orticarie, asme, epilessie, e in un'angoscia di morire, che è peggio di tutto quanto.
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, I Guermantes


Tutte le cose della vita che sono esistite un tempo tendono a ricrearsi.
Marcel Proust


Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente.
Marcel Proust


“Troviamo di tutto nella nostra memoria: è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso.” 
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto


Qualsiasi essere amato – anzi, in una certa misura qualsiasi essere – è per noi simile a Giano: 
se ci abbandona, ci presenta la faccia che ci attira; se lo sappiamo a nostra perpetua disposizione, la faccia che ci annoia
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, 1913/27


Calma non può esserci nell'amore, perché quel che si è ottenuto è sempre solo un punto nuovo di partenza per desiderare di più
Marcel Proust


"Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto uno strumento ottico da offrire al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso ."
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto - Il tempo ritrovato


Non si riceve la saggezza, bisogna scoprirla da sé, dopo un tragitto che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché essa è una visuale sulle cose.
Marcel Proust, dal libro “Alla ricerca del tempo perduto“


Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico: le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispirano lo restringono, e l'abitudine lo riempie.
Marcel Proust


Un'ora, non è solo un'ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto


Tutte le decisioni definitive sono prese in uno stato d'animo che non è destinato a durare.
 Marcel Proust


Se ora le dicevo ‘addio per sempre’ era perché volevo assolutamente che tornasse entro una settimana; se le dicevo ‘sarebbe pericoloso vederti’, era perché volevo rivederla; se le scrivevo: ‘hai avuto ragione, saremmo infelici insieme’, era perché vivere separato da lei mi pareva peggiore della morte.
 Marcel Proust

Lavoriamo continuamente per dare forma alla nostra vita, ma copiando nostro malgrado, come un disegno, i lineamenti della persona che siamo e non di quella che ci piacerebbe essere. 
Marcel Proust


E’ più facile rinunciare ad un sentimento che perdere un abitudine
Marcel Proust


Viviamo, di solito, con il nostro essere ridotto al minimo; la maggior parte delle nostre facoltà resta addormentata, riposando sull'abitudine, che sa quello che c'è da fare e non ha bisogno di loro [...] Noi non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia
Marcel Proust


Noi non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Marcel Proust


credo che sia una forma di autodifesa...


E' la regola del gioco. A volte questo porta a nuovi sogni da realizzare, a volte solo al crollo di progetti e al ridimensionamento dei nostri desideri. L'importante è non guardare a ciò che si lascia ma a ciò che ci si presenta da affrontare e viverlo come se fosse proprio ciò che stavamo aspettando.



Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore e' soltanto una specie di strumento ottico che e' offerto al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.
Marcel Proust da "Il tempo ritrovato"

Il desiderio, muovendo sempre verso ciò che ci è più contrario, ci costringe ad amare quel che ci farà soffrire.
Marcel Proust


Si guarisce da una sofferenza solo a condizione di sperimentarla pienamente.
Marcel Proust


La sofferenza è una specie di bisogno dell’organismo di prendere coscienza di uno stato nuovo
Marcel Proust


La felicità è benefica per il corpo, ma è il dolore che sviluppa i poteri della mente
Marcel Proust


Sono pienamente convinta di questo!!!!!
Il dolore è il motore che ci spinge a diventare nuovi....quando tocchi il fondo...è lì che avviene la trasformazione!!!


[...] Abbiamo bisogno anche della sofferenza, attraverso essa, accettandola, prendendo coscienza, solo cosi' potremo trasformarci e rinascere..!



...A volte, proprio nel momento in cui tutto ci sembra perduto, giunge il messaggio che ci può salvare: abbiamo bussato a porte che davano sul nulla, e nella sola per cui può entrare e che avremmo cercato invano cent’anni, urtiamo inavvertitamente. Ed essa, s’apre.
Marcel Proust


La realtà è il più abile dei nemici. Lancia i suoi attacchi contro quel punto del nostro cuore dove non ce li aspettavamo e dove non avevamo preparato difese. 
Marcel Proust


Ciascuno chiama idee chiare quelle che hanno lo stesso grado di confusione delle sue.
Marcel Proust. All'ombra delle fanciulle in fiore


Siccome le combinazioni diverse che ci uniscono a determinate persone non coincidono col periodo in cui le amiamo, ma sorpassandolo, possono prodursi prima che esso incominci e ripetersi dopo che è finito, così le prime apparizioni che fa nella nostra vita un essere destinato a piacerci più avanti, acquistano retrospettivamente ai nostri occhi il valore di un avvertimento, di un presagio. [...] Gl'interessi della nostra vita sono così molteplici, che non di rado, in una stessa circostanza, le basi di una felicità che ancora non esiste sono piantati accanto all'aggravarsi di un dispiacere di cui stiamo soffrendo.
Marcel Proust


L’amore è lo spazio e il tempo resi sensibili al cuore
Marcel Proust. La prigioniera


In amore non può esserci tranquillità, perché il vantaggio conquistato non è che un nuovo punto di partenza per nuovi desideri
Marcel Proust


E comprendo l'impossibilità contro cui urta l'amore. Noi ci figuriamo che esso abbia come oggetto un essere che può stare coricato davanti a noi, chiuso in un corpo. Ahimè!
L'amore è l'estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupato e che occuperà. Se non possediamo il suo contatto con il tale luogo, con la tale ora, noi non lo possediamo.
Ma tutti quei punti non possiamo toccarli. Forse se ci venissero indicati, potremmo arrivare sino a essi; ma noi procediamo a tentoni senza trovarli. Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni. Perdiamo un tempo prezioso su di una pista assurda, e passiamo senza accorgercene accanto alla verità.
Marcel Proust, La Prigioniera





"Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate «maddalenine», che paiono aver avuto per stampo la valva scanalata d'una conchiglia di San Giacomo. [...] Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. [...] Donde m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. [...] E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di maddalena che la domenica mattina a Combray [...] la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio."
Marcel Proust ,1871-1922, Alla ricerca del tempo perduto – La strada di Swann: Parte prima, Combray


PAURA DELL'ABBANDONO, DELLA SEPARAZIONE.
"La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio non appena fossi stato a letto. Ma quella buona notte era così di breve durata, ella ridiscendeva così presto, che il momento in cui la sentivo salire… era un momento per me doloroso… Qualche volta, quando dopo avermi baciato, ella apriva la porta per andarsene, volevo chiamarla indietro, dirle “dammi ancora un bacio”, ma sapevo che subito ella avrebbe fatto il viso scuro, giacché la concessione che faceva alla mia tristezza e alla mia agitazione, salendo ad abbracciarmi, portando quel bacio di pace, irritava mio padre (…)
Abbandonai ogni fierezza verso Albertine, le spedii un telegramma disperato che le chiedeva di tornare a qualsiasi condizione, che essa avrebbe potuto fare tutto quello che avesse voluto, che io chiedevo soltanto di poterla baciare per un minuto tre volte la settimana prima che prendesse sonno. E se lei avesse posto come condizione una volta sola, avrei accettato anche una volta".
Marcel Proust, Recherche


Uno degli episodi più famosi e significativi del libro, in cui il protagonista, dopo aver imbevuto nel tè una madeleine, ricorda come egli era solito mangiarne da piccolo la domenica mattina prima della messa.

"Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. "
Dalla parte di Swann - Marcel Proust (10 luglio 1871 – 18 novembre 1922)


“Le stazioni sono quei luoghi speciali che, sebbene in pratica non facciano corpo con la città, contengono l’essenza della sua personalità così come ne portano il nome su un cartello segnaletico”.
Proust, Dalla parte di Swann


L'amavo, e rimpiangevo di non aver avuto il tempo e l'ispirazione di offenderla, di farle del male
e costringerla a ricordarmi.
Marcel Proust, La strada di Swann


THEODOR ADORNO. La Recherche "romanzo della disillusione".
Il sociologo e musicologo tedesco Theodor Adorno (1903-1969), uno dei membri della celebre Scuola di Francoforte, vedeva in Proust e Joyce i capostipiti narrativi della "dissoluzione della coscienza in elementi disparati" e gli antesignani della "non-identità" intesa quale "dissoluzione storica dell'unità del soggetto".

Per Adorno, la Recherche è "il romanzo della disillusione".
Nel "Profilo di Walter Benjamin" egli scrive infatti:
"in Proust l'istanza della felicità tocca tutta la sua profondità
sotto il il greve peso del romanzo della disillusione"
Theodor Adorno


A Marcel Proust Adorno dedica il primo aforisma di Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, opera che da molti viene ritenuta il suo capolavoro.

In essa, lo studioso si schiera contro il tentativo totalitario della liquidazione della singolarità dell'individuo.


Per Marcel Proust.
Il figlio di genitori benestanti che, non conta se per talento o per debolezza, prende una professione, come si dice, intellettuale, quella dell’artista o dello studioso, si trova particolarmente a disagio tra coloro che portano il nome stomachevole di colleghi. Non solo gli si invidia la sua indipendenza, si diffida della serietà delle sue intenzioni, e si sospetta in lui un inviato segreto dei poteri costituiti. Questa diffidenza è bensì prova di risentimento, ma sarebbe, per lo più, giustificata. Ma le resistenze vere e proprie sono altrove. Anche l' attività spirituale è diventata, nel frattempo, “pratica”, un’azienda con rigida divisione del lavoro, branche e numerus clausus.

Chi è materialmente indipendente e la sceglie perché rifugge dall’ onta del guadagno, non sarà incline a riconoscere questo fatto. E per ciò sarà punito. Non è un professional: è considerato, nella gerarchia dei concorrenti, come un dilettante, indipendentemente dalla quantità delle sue conoscenze, e, se vuol fare carriera, deve battere, in ostinazione e chiusura mentale, anche lo specialista più bornè.

La sospensione della divisione del lavoro, a cui egli tende, e che la sua situazione economica gli consente, entro certi limiti, di realizzare, è particolarmente sospetta, in quanto tradisce la ripugnanza a sanzionare il tipo di lavoro imposto dalla società; e la competenza trionfante non tollera queste idiosincrasie.

La scompartimentazione dello spirito è un mezzo per liquidarlo dove non è esercitato ex officio, e un mezzo che funziona tanto più egregiamente in quanto colui che denuncia la divisione del lavoro (anche solo in quanto il suo lavoro gli procura piacere) scopre –dal punto di vista di quella – punti deboli che sono inseparabili dai momenti della sua superiorità. Così si provvede alla conservazione dell’ ordine: gli uni debbono collaborare perché altrimenti non potrebbero vivere, e quelli che potrebbero vivere altrimenti, vengono tenuti al bando perché non vogliono collaborare. E’ la vendetta della classe disertata dagli intellettuali indipendenti: le sue esigenze si impongono fatalmente proprio là dove il disertore cerca rifugio .

Theodor W. Adorno “Minima Moralia – Meditazioni sulla vita offesa “ . Primo aforisma.
http://www.marcelproust.it/proust/autori/adorno.htm





sabato 10 marzo 2012

Johann Wolfgang Goethe. Le affinità elettive. Non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono.


Chiamiamo affini quelle nature che incontrandosi subito si compenetrano e si determinano reciprocamente si cerchino l'un l'altra, si attraggano, si compenetrino, si distruggano, si divorino, si consumino per poi uscire dal più intimo legame e riapparire in forma rinnovata, nuova, inattesa; allora soltanto si attribuiscono loro vita eterna e addirittura spirito e intelletto, perchè sentiamo che i nostri sensi bastino appena a osservarle esattamente e la nostra ragione giunge appena a comprenderle.
Johann Wolfgang von Goethe. Le Affinità Elettive




"Pensavo ” interruppe Edoardo “ che alcuni esempi potrebbero chiarire comodamente la cosa a lei e a noi. Pensa all'acqua, all'olio, al mercurio, e tu troverai fra le singole parti di essi un rapporto, una unità. Queste non perdono questa unità se non per violenza esterna, o per altro motivo. Appena l'impedimento viene allontanato, l'unità si ristabilisce immediatamente”.
Goethe,  Le affinità elettive


Non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi;
dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono.
Johann Wolfgang Von Goethe, Le affinità elettive


Solo la vicinanza più stretta riusciva a recar loro pace; era una pace assolutamente completa, bastava. Non c’era bisogno di occhiate, di parole o gesti, neppure d’un contatto: era sufficiente il puro stare assieme. In quel momento, non erano più due persone distinte, bensì una sola in uno stato di beatitudine perfetta, priva di coscienza, in armonia con se stessa, con il mondo. […] Per loro, la vita diventava un enigma, la cui soluzione era concesso di trovare solo rimanendo uniti.
Goethe,  Le affinità elettive


Certo, noi tutti facciamo uno spreco di preparativi per la vita. Invece di cominciare subito ad accontentarci d’uno stato di serena mediocrità, miriamo a espanderci, allargarci e ci infliggiamo disagi crescenti.”
Johann Wolfgang Goethe. Le affinità elettive

Abbiamo commesso una pazzia: ora lo vedo fin troppo bene. Chi, giunto ad una certa età, vuole realizzare sogni e speranze di gioventù, si inganna sempre, giacché nell'uomo ogni dieci anni cambia il concetto delle felicità, cambiano le speranze e le prospettive. Guai a colui che, dalle circostanze o dall'illusione, viene indotto ad aggrapparsi al futuro o al passato! Abbiamo commesso una pazzia. Dovremmo, per una sorta di scrupolo, rinunciare a ciò che i costumi del nostro tempo non ci vietano? In quante cose l'uomo ritorna sui suoi propositi, sulle sue azioni, e non dovrebbe farlo qui, dov'è in gioco tutto e non un dettaglio, dove si tratta non di questa o di quella condizione di vita, bensì della vita in tutto il suo complesso?
Johann Wolfgang Goethe. Le affinità elettive

Per natura, ogni donna esclude la donna: perchè da ognuna si richiede tutto ciò che spetta al suo sesso. Non così accade per gli uomini. Uomo cerca uomo; se non ci fosse un secondo uomo, se lo inventerebbe: una donna potrebbe vivere un’eternità, senza manco pensare a procurarsi una sua simile”
Johann Wolfgang Goethe. Le affinità elettive

«Sotto quel cielo terso, con quel bel sole, le apparve a un tratto evidente che il suo amore, per realizzarsi sino in fondo, doveva perdere ogni traccia d'egoismo; e in certi momenti, le sembrava d'essere già a quel vertice: desiderava soltanto la felicità dell'amico, si credeva capace di rinunciare a lui, di non vederlo addirittura più, pur di saperlo contento. Ma per sé, era ben sicura di non volere appartenere a nessun altro».
Johann Wolfgang Goethe, “Le affinità elettive”


W.Goethe ne “Le affinità elettive”fa dire ad Ottilia “Le grandi passioni sono malattie senza speranza. Ciò che potrebbe guarirle, è proprio ciò che le rende pericolose”.
La simbiosi come proiezione narcistica di sé nell'altro é distruttiva, anzi letale ,perché priva di quel processo di individuazione che salva da proiezioni mortifere.Significativamente Pietro Citati, uno dei letterati italiani più brillanti e più acuti, riferendosi al romanzo di Goethe “Le affinità elettive” osserva
“Per Ottilie […] come per tutti i mistici, l’amore è la totale cancellazione, l’assoluto annullamento dell’io nella figura dell’amato. Lentamente Ottilie si uccide non per l’amato, ma nell’amato; e il suo destino rivela quale tremendo istinto di morte vi sia nell’amore, se è guidato dalle “affinità elettive”. Quando scorge la calligrafia di Ottilie trasformarsi nella sua, Eduard esclama “Tu mi ami!” e l’abbraccia. È un grido rivelatore. Eduard ama Ottilie perché, guardando in lei, vede se stesso. Il suo è l’amore di Narciso verso il proprio specchio: il più mortale degli amori, perché in esso l’altro è soltanto un’eco e un riflesso del nostro io.
Pietro Citati, Il male assoluto



Le affinità elettive: Sotto il segno del Fato
Nulla è più importante, in qualsiasi circostanza, del sopraggiungere di una terza persona. Ho visto amici, fratelli, amanti, sposi, i cui rapporti furono radicalmente mutati, la cui situazione fu interamente capovolta dall’arrivo casuale o voluto di una terza persona.
(GoetheLe affinità elettive)
È il tre il numero perfetto? Di sicuro non nelle relazioni interpersonali. La teoria del terzo incomodo la conosciamo tutti, ma qui lo specchio d’acqua si estende, le carte si mescolano e viene fuori qualcosa di nuovo e inaspettato, grazie all’aggiunta di un ulteriore elemento. Laddove il terzo incomodo inquina e corrompe il quarto crea e dà vita a trasformazioni inimmaginabili.

Goethe vuole adattare le leggi che controllano la Natura, alla società. Alla base di tutto pone la chimica e sfruttando la teoria delle affinità, che spinge alcuni elementi a unirsi tra loro, nel racconto mostra l’evoluzione delle relazioni amorose dei vari personaggi, in base alle regole di un determinismo psicologico che rende vane le promesse matrimoniali e che trova posto all’interno di un quadro generale, dove attrazione e separazione sono dettate unicamente dall’incontro di determinati componenti chimici.

Ma è possibile adattare un qualsiasi modello a chi non può concludersi mai in una forma fissa? Forse si può leggere nel testo anche una critica nei confronti dell’istituzione matrimoniale, che segue le leggi culturali e non le inclinazioni naturali, ma neanche l’adulterio esce vincitore dalla battaglia e allora, per rendere tutto più evidente, Goethe mantiene costante la presenza del Fato ineluttabile, come un’ombra che copre tutto il romanzo e che si esprime nella sua veste migliore quando porta, di gran fretta, nella direzione opposta a quella che ci si era augurata e ancor più rapidamente verso una morte predestinata.

Edoardo e Carlotta si amano fin dalla gioventù, ma i genitori ne hanno impedito le nozze ed hanno imposto loro un matrimonio combinato. Adesso, rimasti vedovi e ancora abbastanza giovani, finalmente possono coronare il vecchio sogno d’amore e decidono di trasferirsi in un castello di campagna dove vivere serenamente, a contatto con la natura.
Ma non siamo forse esseri in continuo fluire? Ed è poi possibile ritrovare ciò che eravamo un tempo? Se l’indole che ci caratterizza raramente muta, le aspirazioni, i desideri, i sentimenti sono invece in incessante trasformazione.


«A dire il vero, mia cara» rispose il conte «la colpa è solo nostra, se ci meravigliamo tanto. Ci piace ritenere assolutamente durature le cose di questo mondo, compresi anche e soprattutto i legami coniugali; per quanto riguarda quest’ultimo punto poi, le commedie, che continuiamo a vedere, ci inducono a fantasie che non hanno nulla a che fare con la realtà. Nella commedia il matrimonio viene visto come la realizzazione, procrastinata di atto in atto per una serie di ostacoli, di un desiderio, e nell’istante in cui questo desiderio si realizza, cala il sipario, mentre in noi trova eco quella soddisfazione momentanea. Nella realtà le cose vanno diversamente: dietro il sipario si continua a recitare, e quando lo si alza di nuovo, si vorrebbe che non ci fosse più nulla da vedere o da sentire.»
(GoetheLe affinità elettive)


Edoardo, che rappresenta l’istinto e l’impeto della fanciullezza, rispetto a Carlotta che invece mette sempre in moto la ragione, dà l’avvio alla connessione degli eventi che permetterà il dipanarsi della trama, proponendo di invitare a vivere insieme a loro, il Capitano, suo amico di gioventù.
Carlotta sa quanto sia fragile l’equilibrio all’interno di una coppia e cerca di opporsi, ma alla fine cede e il Capitano arriva prontamente al castello. La teoria di Carlotta si trasforma in realtà e il terzo incomodo fa mutare l’armonia della coppia e tutte le sue rassicuranti abitudini. Ma affinché tutto proceda secondo gli intenti di Goethe, bisogna aggiungere ancora un altro componente, a tal scopo sopraggiungerà dunque Ottilia, nipote di Carlotta e strumento indispensabile nelle mani del Fato.


[…] quattro sostanze, finora unite a due a due, appena messe a contatto, sciolgono il precedente legame per instaurarne uno nuovo. In questo lasciare e prendere, in questo fuggire e cercare, sembra potersi scorgere davvero una determinazione superiore: attribuiamo a tali esseri una sorta di volontà e di capacità di scelta e riteniamo pienamente legittimo il termine tecnico «affinità elettive». […]Pensate a un A e a un B così intimamente legati che anche impiegando i mezzi più disparati, compresa la forza, non ci sia verso di separarli; pensate quindi a un C, che abbia con un D il medesimo rapporto; e ora mettete in contatto le due coppie: A si getterà su D, C su B, senza che si possa dire chi per primo ha lasciato l’altro, chi per primo si è di nuovo unito all’altro.
(GoetheLe affinità elettive)


Ovviamente, quando si mescolano natura e società, non tutto può essere riportato alle combinazioni degli elementi, altrimenti si potrebbe, con grande precisione, prevedere il futuro e invece, c’è sempre la famosa variabile, che immancabilmente interviene, il Fato appunto, alla cui presa nessuno può sfuggire. La sensazione del presagio che incombe sulla vita di tutti noi, confluisce in una forza superiore che ci soggioga e che nessuna legge può mai fermare. E ciò perché le unioni che nascono solo da un’attrazione momentanea, si trasformano in una sorta di necessità, che però non può essere supportata dalla durata, con un destino sempre pronto a precipitarli al punto d’origine, ovvero alla mera casualità. Pertanto, comunque vadano le cose, si viene travolti da un gioco che non è possibile gestire.

Edoardo, che ha sempre creduto di potere condurre gli incastri, abituato com’è ad essere egoista e viziato e ad ottenere sempre ciò che vuole, si dimentica però che i suoi sono solo degli assunti teorici. Di conseguenza, proprio grazie al sistema di Edoardo, il Fato metterà in moto le sue trame e anziché realizzare le innocenti previsioni dell’uomo, scatenerà le forze oscure degli elementi che si uniscono contro ogni pronostico, portando il consueto vortice di dolore e morte, che caratterizza le passioni.
Non saranno infatti B e C a congiungersi, ma A e C e anziché A e D ci sarà B con D, ovvero Carlotta e il CapitanoEdoardo e Ottilia. La potenza delle affinità elettive non conosce i limiti della ragione, né della materia e riesce addirittura a produrre l’impossibile. Una sera Edoardo si reca nella camera della moglie e insieme a lei concepisce un figlio, che però avrà i tratti di Ottilia e del Capitano, ovvero di coloro ai quali pensavano di congiungersi i coniugi nel momento dell’unione carnale. Come suggerisce Citatila materia si è lasciata influenzare e plasmare dai rapporti sentimentali. E non è l’unico caso, sebbene sia il più eclatante.


Per Ottilie […] come per tutti i mistici, l’amore è la totale cancellazione, l’assoluto annullamento dell’io nella figura dell’amato. Lentamente Ottilie si uccide non per l’amato, ma nell’amato; e il suo destino rivela quale tremendo istinto di morte vi sia nell’amore, se è guidato dalle “affinità elettive”. Quando scorge la calligrafia di Ottilie trasformarsi nella sua, Eduard esclama “Tu mi ami!” e l’abbraccia. È un grido rivelatore. Eduard ama Ottilie perché, guardando in lei, vede se stesso. Il suo è l’amore di Narciso verso il proprio specchio: il più mortale degli amori, perché in esso l’altro è soltanto un’eco e un riflesso del nostro io.
(Pietro CitatiIl male assoluto)


In questo gioco crudele, tutto è dunque segnato, la passione senza futuro è incarnata da Edoardo, ottuso nel suo caparbio inseguimento della soddisfazione personale e da Ottilia, che diventa martire dell’amore che fa annullare se stessi per esaltare l’altro. Quasi senza rendersene conto, entrambi, piuttosto che seguire la traccia dei propri sentimenti, si lanciano nell’esito infausto che il destino ha in serbo per loro, seguendo perfettamente un copione già scritto, ma a loro insaputa.
Ottilia è il personaggio predestinato alla fatalità e alla morte, infatti viene subito posta su un piano quasi soprannaturale, come se nel mondo terreno si aggirasse da estranea, come se nulla le appartenesse e pertanto come se potesse e dovesse per questo motivo distruggere tutto ciò che la circonda. E come avviene in ogni tragedia degna di tal nome, ciò che conta non è la colpa e nemmeno un conseguente castigo, bensì l’espiazione. Da qui il completo trionfo della morte.


Ci sono certe cose che il destino persegue con ostinazione. È inutile che la ragione e la virtù, che il dovere e ogni sacro intento cerchino di sbarrargli il cammino: bisogna che accada quel che per lui è giusto e che a noi non sembra tale; comunque ci comportiamo, alla fine è sempre lui ad avere la meglio.
(GoetheLe affinità elettive)


A ben guardare la chimica vince sì sulla ragione, ma poi perde contro il tormento del peccato e la volontà della penitenza, mentre sembra che una forza estranea costringa tutto e tutti sotto la sua guida incontrastata, rendendo ogni azione autonoma, che si svolge al di fuori dello schema, come sbagliata o comunque vana. Chissà perché abbiamo questa mania di voler dare sempre un senso e una direzione ad ogni cosa, anziché provare a sentirla. Con tutto il rumore che produciamo, probabilmente non siamo più in grado di ascoltarci, rimanendo in balia del tempo, degli inganni, del dolore, spesso soltanto per inseguire una squallida imitazione d’amore, che neanche ci serve.

È un compito terribile quello di imitare l’inimitabile. Lo sento bene, mio caro, ci vuole del genio per tutto, anche per il martirio.
(GoetheLe affinità elettive) 





È un libro bellissimo, all'inizio definito "immorale" per ché esortava all'adulterio.. Macchè, è scritto con tanta delicatezza di sentimenti,per cui questo fatidico adulterio fa solo da sfondo, con uno stile ancora "romantico", ai sentimenti, al conversare immersi nella natura, all'affinità elettiva che si crea tra persone che condividono insieme l'anima, più che il corpo.. E la fine tragica degli amanti li riscatta dagli "errori" che molti benpensanti ci vedono (e quanti ce ne sono ancora oggi..).

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