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martedì 1 novembre 2016

David Foster Wallace, Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado. do ragione a Hyde quando afferma che l’ironia prolungata diventa stucchevole. Perché è poco sostanziosa. Anche gli umoristi più brillanti danno il loro meglio in piccole dosi. Trovo che chiacchierare alle feste con gente con un tale dono dell’ironia sia tremendamente divertente, ma me ne torno sempre a casa con la sensazione di aver subito una serie di interventi chirurgici radicali. E quanto a farsi cinquemila chilometri in macchina con un fine umorista, o leggersi 300 pagine di romanzo piene solo di annoiato sarcasmo alla moda, uno finisce per sentirsi non soltanto svuotato, ma, come dire… oppresso.

David Foster Wallace,  Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado.
Quando lasciai il mio distretto squadrato ili mezzo alla campagna delTlllinois per andare a frequentare l'università dove si era laureato mio padre fra i vivaci rilievi delle Berksliires nel Massachusetts occidentale, sviluppai un'improvvisa fissazione perla matematica. Comincio adesso a capirne il motivo. Per uno del Midwest, la matematica del college produce un'evocazione catartica della nostalgia di casa. Io ero cresciuto in mezzo a vettori, rette, rette che intersecano rette, griglie - e, all'altezza dell'orizzonte, le ampie linee curve delle forze della natura, il bizzarro assetto topografico a spirale di un immenso lotto di terra stirata dalle glaciazioni. che si poggia e ruota su p.accae geologiche. L'area dietro e sotto queste grandi curve alla giunzione di terra e cielo ero in grado di disegnarla a occhio molto prima di sapermi servire degli infinitesimali come aiuto e degli integrali come schema. La matematica in una scuola dell'Est collinoso era facile come svegliarsi la mattina: scomponeva i ricordi e li riportava alla luce. L'analisi matematica era, abbastanza alla lettera, un gioco da ragazzi.

Verso la fine della mia infanzia imparai a giocare a tennis sui campi di cemento di un piccolo parco pubblico ricavato da un pezzo di campagna che era stato azotato troppe volte per poter essere ancora coltivato. Si trovava nel mio paese, a Philo, nell'Illinois, una minuscola collezione di silos di granturco e case stile Levittown dell'epoca della guerra, in cui la gente del posto aveva poco altro da fare a parte vendere assicurazioni sul raccolto, fertilizzanti azotati ed erbicidi, e riscuotere le imposte di soggiorno dai giovani professori della vicina università di Champaign-Urbana, le cui schiere nel boom degli anni Sessanta si gonfiarono abbastanza da rendere ben chiaro il senso di non sequitur tipo «città dormitorio di campagna».
Fra i dodici e i quindici anni, io ero un quasi-campione di tennis nella categoria juniores. 
Mi feci le ossa sul campo lavorandomi i figli di avvocati e di dentisti ai piccoli tornei del Country Club di Champaign e Urbana e di lì a poco ammazzavo intere estati scarrozzato in macchina all'alba alla volta di vari tornei per tutto l'Illinois, l'Indiana, e l'Iowa. A quattordici anni arrivai al diciassettesimo posto nella classifica della Sezione Occidentale della United States Tennis Association (dove «occidentale» è l'antico e decrepito termine con cui Ì'Usta indica il Midwest; ancora più a ovest c'erano la Sezione del Sudovest, del Nordovest e del Nordovest Pacifico). Il mio flirt con l'eccellenza tennistica ebbe molto più a che fare con la zona dove prendevo lezioni e mi allenavo e con una strana propensione per la matematica intuitiva che con il talento atletico. Ero, anche per gli standard dell'agonismo juniores, quando ognuno non è che un bocciolo di potenziale puro, un giocatore di tennis piuttosto privo di talento. La mia visione di gioco andava bene, ma non ero né robusto né veloce, avevo un torace quasi concavo e dei polsi così sottili che li potevo stringere tra pollice e mignolo, e riuscivo a colpire una palla da tennis con una potenza o precisione non maggiore di quella di quasi tutte le ragazze della mia fascia d'età. Quello che sapevo fare, però, era «Giocare a Tutto Campo». Questo era un tipico truismo tennistico che poteva voler dire ogni genere di cose. Nel mio caso, significava che conoscevo i miei limiti e i limiti del posto in cui mi trovavo, e mi adattavo di conseguenza. 
Nelle condizioni esteme peggiori, io esprimevo il mio meglio.
Ora, le condizioni esteme nell'Illinois centrale sono da un punto di vista matematico interessanti, e da un punto di vista tennistico terribili. La calura estiva e l'umidità da far sudare le pareti, la grottesca fertilità del suolo che fa crescere a viva forza erbe varie ed erbacce a foglia larga attraverso la superficie del campo da tennis, i moscerini che si nutrono di sudore e le zanzare che proliferano tra le zolle o nei canali ostruiti dalle alghe che in genere delimitano i campi, le paitite notturne quasi impossibili perché falene e moscerini del letame attirati dalle luci al sodio formano una piccola galassia intomo a ogni fanale e tutta la superficie del campo illuminata è una vibrazione di piccole ombre spastiche.
Ma più di tutto il vento. La variabile che più influisce sulle caratteristiche della vita all'aperto nell'Illinois centrale è il vento. Ci sono molte più barzellette locali di quante potrei mai ricordarmi sulle banderuole per il vento ammosciate e sui silos inclinati, più soprannomi locali per i vari tipi di vento di quanti ce ne siano in Lapponia per la neve. Il vento possiede una personalità, un (brutto) carattere e, indiscutìbilmente, programmi ben precisi. Il vento soffia le foglie d'autunno in linee sinusoidali e archi di forza così regolari che potresti fotografarli per un libro di testo sulla regola di Cramer e i prodotti vettoriali delle curve tridimensionali. D'inverno modellava la neve in listelle abbaglianti che seppellivano le macchine bloccate e costringevano gli abitanti a spalare non solo i vialetti d'accesso, ma anche i lati delle case; la «tormenta» dell'Illinois centrale comincia soltando quando la neve smette di cadere e inizia a soffiare il vento. La maggior patte della gente a Pliilo non si pettinava i capelli perché era fatica sprecata. Sopra le loro acconciature fresche di parrucchiere le signore portavano certi fazzolettoni di plastica legati sotto il mento ed era una cosa così usuale che io pensavo fossero indispensabili per una coiffure veramente di classe; sull'East Coast le ragazze che uscivano coi capelli sciolti e fluenti sulle spalle mi sembravano nude e indecenti. Vento, vento e poi ancora vento...
La gente che conosco che viene da fuori sintetizza l'essenza del Midwest in vuota piattezza, landa sterile, campi di felci verdi o di stoppie coite e dure come la barba del pomeriggio, lievi gibbosità e declivi che rendono la topologia del posto un esercizio sadico di rilevamento di quadriche, un panorama dall'autostrada talmente monotono e arido da far uscire pazzi gli automobilisti. 
Quelli che vengono dall'Indiana / Wisconsin / Nord Illinois hanno un'idea del loro Midwest come agronomia, futures delle derrate agricole, spannocchiatura del granturco, ragazzini che strappano le erbacce dai campi di soia, berretti delle ditte di sementi, tipologie nordiche con i pomi sulle guance, sidro e macellazione e tornei di football con banchi di foschia formati dal fiato che esce dai caschi. 
Ma nella strana sacca centrale composta da Champaign-Urbana, Rantoul, Philo, Mahomet-Seymour, Mahomet-Seymour, Mattoon, Farmer City e Tolono, il vento forma e deforma la vita del Midwest. Climaticamente, il nostro distretto si trova sulla parte orientale di una corrente ascendente di quella che una volta ho sentito chiamare da un meteorologo in tweed marrone una «anomalia termica». Qualcosa che aveva a che fare con le rotazioni verso sud di una sorta di matrimonio misto tra l'aria frizzante proveniente dai Grandi Laghi e l'umida robaccia del sud che viene dal Kentucky e dall'Arkansas, più una strana dose di assurdi zefiri dalla valle del Mississippi situata tre ore a ovest. Chicago chiama se stessa la Città del vento, ma Chicago, un unico grande frangivento, non è assolutamente a conoscenza di un autentico vento di tipo religioso. E i meteorologi non avevano niente da dire alle persone di Philo, che sapevano perfettamente che la cruda verità è che verso ovest, fra noi e le Montagne Rocciose, fondamentalmente non c'è altro che pianura, e che strani zefiri e aliti di vento si mescolano a brezze, raffiche, correnti d'aria calda e fredda, e qualunque altra cosa ci sia sopra il Nebraska e il Kansas, e si spostano verso est come torrenti che finiscono in un fiume, o come jet e schiere militari che si ammassano come valanghe e rombano in retromarcia sui tratturi dei pionieri, diretti verso i nostri personalissimi culi indifesi. Il peggio era in primavera, la stagione del tennis per i ragazzi delle superiori, quando le reti restavano tese come bandiere orgogliose e una palla vagante poteva volare direttamente fino alla recinzione più a est e interrompere il gioco su molti campi vicini Durante una brutta raffica capitava che alcuni di noi tirassero fuori della corda e dicessero a Rob Lord, il nostro quinto uomo nei singolari, che era di una magrezza spettrale, che avremmo dovuto legarlo da qualche patte per evitare che diventasse un proiettile. L'autunno, che in genere era di gran lunga migliore della primavera, era un cupo muggito perenne e un pesante sbattere di continenti di foglie secche che venivano disposte lungo linee di forza - non avevo mai sentito un suono che somigliasse anche lontanamente a questo megaschiocco finché a diciannove anni, alla baia di Fundy nel New Brunswick, sentii per la prima volta un'onda di alta marea infrangersi e poi venne risucchiata su una spiaggia di ciottoli levigati. Le estati erano folli e piene di raffiche, ma poi, spesso verso agosto, di una calma mortale. Certi giorni d'agosto il vento semplicemente moriva, ma non era per niente un sollievo: il fatto che smettesse ci faceva impazzire. Ogni anno, ad agosto, ci accorgevamo di nuovo di quanto il rumore del vento fosse diventato parte integrante della colonna sonora della vita di Pliilo. Il rumore del vento era diventato, per me, silenzio. Quando smetteva, rimanevo con il ronzio del sangue nella testa, e nelle orecchie la vibrazione di tutti quei peluzzi del timpano che tremavano come un ubriaco in astinenza. Ci vollero dei mesi, quando mi trasferii nel Massachusetts occidentale, prima che riuscissi a farmi una vera dormita nel sussurro del vento effeminato del New England. [...]

Un paio di cose della tv americana potenzialmente magnifiche per gli scrittori americani si intuiscono subito. Primo, la televisione fa al posto nostro un sacco della nostra ricerca predatoria sugli umani. Gli essere umani americani sono mucchi di creature viscide e proteiformi nella vita reale, terribilmente difficili da trattare secondo un modello universale. Ma la televisione è già equipaggiata con gli strumenti necessari. E un incredibile sistema di misurazione del generico. Se voghamo sapere qual è la normalità americana - cioè cosa gli americani considerino <<normale>>- possiamo contare sulla televisione. Perché l'assoluta raison d'ètre della televisione è riflettere ciò che la gente desidera vedere. E' uno specchio. Non lo specchio stendhaliano che riflette il cielo blu e le pozzanghere fangose. Ma più qualcosa di simile allo specchio del bagno con la luce sopra, davanti al quale i quindicenni si ispezionano i bicipiti e decidono qual è il loro profilo migliore. Questa specie di finestra sulla nevrotica percezione di sé degli americani ha un valore semplicemente inestimabile per gli scrittori. E gli scrittori possono confidare nella televisione. Ci sono un mucchio di soldi in ballo, dopo tutto: e la televisione ha a disposizione i migliori esperti di demografia che la sociologia applicata possa offrire, e questi ricercatori sono in grado di determinare esattamente che cosa sono, vogliono, vedono gli americani degli anni Novanta - quale immagine noi, in quanto Pubblico, vogliamo avere di noi stessi. La televisione ha a che fare in tutto e per tutto con il desiderio. E, letterariamente parlando, se gli scrittori si nutrono delle vicende umane, il desiderio non è altro che lo zucchero.
La seconda cosa che sembra magnifica è che la televisione è proprio una manna dal cielo per quella sottospecie di umani che ama guardare la gente ma odia essere guardata. Perché lo schermo televisivo permette un accesso a senso unico. Una valvola a sfera applicata alla psiche. Noi possiamo vedere Loro; Loro non possono vedere Noi. E noi possiamo rilassarci, mentre bramosamente guardiamo, senza essere visti. Credo che sia questa la ragione per cui la televisione attrae così tanto le persone sole. I confinati volontari. Ogni essere umano solo che conosco guarda la tv molto di più delle sei ore al giorno dell'americano medio. Chi è solo, come chi fa lo scrittore, ama guardare a senso unico. Perché le persone sole in genere non sono sole per ripugnanti deformità o perché puzzano o perché sono sgradevoli - del resto oggi esistono gruppi di assistenza e di reinserimento per le persone con queste precise caratteristiche. Le persone sole tendono invece a restare sole perché rifiutano di sostenere i costi psicologici richiesti dal vivere in mezzo agli altri esseri umani. Sono allergici alle persone. Le persone hanno su di loro effetti troppo profondi. Chiamiamo per esempio la persona sola media americana Joe Valigetta. Joe Valigetta prova paura e disgusto per lo stress dovuto alla particolare forma di paranoia che sembra coglierlo ogni volta che altri esseri umani reali stanno nei paraggi, a fissarlo, con le loro antennine sensibili tutte ritte. Joe V. ha paura dell'impressione che può fare a chi lo guarda. Sceglie di chiamarsi fuori dallo stressantissimo gioco delle apparenze in cui gli americani si accaniscono come in una partita a poker.
Ma le persone sole, a casa, senza nessuno, desiderano comunque visioni e scene a cui assistere, desiderano compagnia. E dunque la televisione. Joe può stare a fissare Loro sullo schermo, ma Loro non possono vedere Joe. E qualcosa di simile al voyeurismo. Conosco persone sole che considerano la televisione come un vero e proprio deus ex machina per voyeur. E buona parte della critica, quella critica davvero idrofoba, che, più che diligersi, si spruzza contro network, pubblicità e pubblico allo stesso tempo, ha a che fare con l'accusa che la televisione ci abbia trasformati in una nazione di guardoni sudati e sbavanti. Quest'accusa si rivela falsa, ma è falsa per ragioni interessanti; L'essenza del voyeurismo classico è spiare, cioè guardare chi non sa che siete lì, mentre è impegnato nelle piccole faccende banali ma cariche di erotismo della vita privata. E interessante che il voyeurismo classico implichi così tanto la mediazione di una lastra di vetro - la finestra, il telescopio, ecc. Forse la lastra di vetro è la ragione per cui si è così tentati di fare un'analogia con la televisione. Ma guardare la televisione è effettivamente diverso dall'autentico voyeurismo. Perché le persone che noi ci mettiamo a guardare attraverso lo schermo di vetro della tv non sono davvero inconsapevoli del fatto che qualcuno li stia guardando; e in verità si tratta di un'intera folla di guardoni. In realtà la gente che sta in televisione sa che è in virtù di questa folla davvero enorme di anonimi guardoni che loro stanno sullo schermo impegnati in insolite performance di pessimo gusto. La televisione non permette di spiare veramente perché la televisione è esibizione, spettacolo, il che per definizione richiede un pubblico. In questo caso non siamo affatto dei guardoni. Siamo semplici spettatori. Noi siamo l'Audience, siamo sproporzionatamente tanti, anche se la maggior patte delle volte stiamo da soli a guardare: 
E Unibus Pluram.1
Una delle ragioni per cui gli scrittori di persona hanno un'aria inquietante, è che loro per vocazione sono davvero dei guardoni. Hanno bisogno di auel semolice furto visuale



non c’è da stupirsi se trovo il film di Lynch «malato» 
– niente mi fa sentire male quanto vedere sullo schermo 
alcune delle parti di me che sono andato al cinema 
proprio per cercare di dimenticare.
David Foster Wallace,  Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado


Per citare Hyde (che, come avrete capito, io apprezzo molto), 
«la vera ironia si usa solo in casi di emergenza
L’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre»
Ciò è dovuto al fatto che l’ironia, per quanto divertente, svolge una funzione quasi esclusivamente negativa. È critica e distruttiva, fa tabula rasa. Questo di sicuro è il modo in cui la vedevano i nostri padri postmoderni. Ma l’ironia è particolarmente inefficace, quando si tratta di costruire qualcosa che prenda il posto delle ipocrisie che ha demolito. Questo è il motivo per cui do ragione a Hyde quando afferma che l’ironia prolungata diventa stucchevole. Perché è poco sostanziosa. Anche gli umoristi più brillanti danno il loro meglio in piccole dosiTrovo che chiacchierare alle feste con gente con un tale dono dell’ironia sia tremendamente divertente, ma me ne torno sempre a casa con la sensazione di aver subito una serie di interventi chirurgici radicali. E quanto a farsi cinquemila chilometri in macchina con un fine umorista, o leggersi 300 pagine di romanzo piene solo di annoiato sarcasmo alla moda, uno finisce per sentirsi non soltanto svuotato, ma, come dire… oppresso.
David Foster Wallace,  Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado



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David Foster Wallace. Brevi interviste con uomini schifosi.


Come ha giustamente scritto Zadie Smith nell’introduzione al libro,
“Brevi interviste con uomini schifosi”
non è tanto, o almeno non è solo, un libro sarcastico sulla misoginia, ma è anche una riflessione sulla “nostra incapacità di dare gratuitamente, o di accettare quello che ci viene dato gratis”.
I personaggi descritti da Wallace nei racconti che compongono l’opera, sono accomunati, appunto, dall’incapacità di ‘sentire’ l’altro, dall’impossibilità di agire senza un tornaconto egoistico, o per essere più precisi senza non riuscire a non sentire come anche il loro atto più generoso in realtà non sia tale.
Le “brevi interviste” del titolo sono immaginarie conversazioni tra un intervistatore, di cui non sono mai riportate le domande, e lo “schifoso” di turno, che racconta in prima persona le proprie nefandezze emotive.

Ad esempio,

c’è l’uomo che finge compassione per una donna piangente, ma il cui unico scopo è quello di portarsela a letto,

c’è il mutilato che con subdole strategie riesce a far innamorare le donne di lui,

c’è quello che di punto in bianco, nel bel mezzo di una tranquilla conversazione, chiede alla donna cosa penserebbe se lui le proponesse di legarla al letto, per godersi quel momento di esitazione sul volto di lei,

c’è il malato terminale che rievoca i momenti successivi alla nascita del figlio e le conseguenze che quell’atto ha portato nei rapporti tra lui e sua moglie e così via,

fino alla perversa mente di uno psicopatico alla prese con la sua vittima.

Un libro certamente “difficile”, inquietante sotto vari aspetti e con minori momenti di evasione rispetto alle altre opere di Wallace.

Del resto, considerati i temi trattati, c’era ben poco da evadere.
Ammetto anche di avere avuto la tentazione, circa a metà del libro, di saltare alcune pagine, non tanto per il contenuto, quanto perché un racconto era diventato un esercizio di stile, a mio modesto avviso esagerato. Per il resto, però, ancora una volta ho avuto la conferma di trovarmi di fronte a un cervello che vale la pena “frequentare”.
Chiudo segnalando il racconto sulla Persona Depressa.
Rileggerlo oggi, sapendo la fine che ha fatto Wallace, è stato molto toccante.
Antonio Di Leta ha scritto il  17 nov 2012 17:09

Prefazione: 'Il dono', pp.V-VIII, di Zadie Smith, Introduzione, pp.IX-XIII, di Fernanda Pivano.


p.i  Una storia ridotta all'osso della vita postindustriale
p.4  La morte non è la fine
p.8  Per sempre lassù
p.21 Brevi interviste con uomini schifosi 1
p.38  Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)
p.41  La persona depressa
p.73  Il diavolo è un tipo impegnato
p.75  Pensa
p.78  Non significa niente
p.86  Brevi interviste con uomini schifosi 2
p.132  Ottetto
p.162  Mondo adulto (I)
p.185  Mondo adulto (II)
p.192  Il diavolo è un tipo impegnato
p.198  Chiesa fatta con le mani
p.214  Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (VI)
p.216  Sul letto di morte, stringendoti la mano, il padre del nuovo giovane commediografo Off-Broadway di successo, implora una cortesia
p.248  Il suicidio come una specie di presente
p.253  Brevi interviste con uomini schifosi 3
p.288  Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XXIV)


"..- A essere onesto, certe volte ho paura d'essere uno di quelli che usano le donne..
La partenza così sparata, quasi al massimo dei giri, e sentire come se tutto dipendesse dal fargli abbattere le difese e buttarsi a capofitto e amarmi in modo totale come io amo loro, poi arriva questo fatto che dà i numeri e inverte la spinta e all'improvviso mi tiro completamente fuori, loro credono quasi sempre che gli ho mentito, che se pensavo davvero quello che ho detto non avrei mai fatto marcia indietro a quel modo.."
[Brevi interviste 2, pp. 96 - 105]



Trasposizione del racconto d'uno stupro fatto dalla vittima.
"..- Così, in macchina, non dimentichiamoci sotto quale coercizione e pressione, lei mette in riga la sua concentrazione. Fissa lo sguardo dritto nell'occhio destro dello psicotico sessuale - quello che le è accessibile nel suo profilo aquilino mentre guida la Cutlass - e s'impone di mantenerlo fisso su di lui per tutto il tempo. S'impone di non frignare o implorare bensì di limitarsi a usare la sua focalizzazione penetrante per cercare di sentire e immedesimarsi nella psicosi e nella rabbia, nel terrore e nel tormento psichico dello psicotico sessuale, e, dice, visualizza quella focalizzazione che trafigge il velo della psicosi del mulatto e penetra vari strati di rabbia e terrore e delusione fino a toccare la bellezza e la nobiltà dell'anima umana generica che sta sotto ogni psicosi, imponendo un contatto nascente basato sulla compassione, fra le loro anime, e si focalizza molto intensamente sul profilo del mulatto e gli racconta senza scomporsi cosa vede nella sua anima che poi, ribadiva, corrispondeva alla verità. Era la battaglia campale della sua vita spirituale, disse, e questo malgrado le circostanze il terrore e l'odio perfettamente comprensibili verso il criminale sessuale  che minacciavano continuamente di affievolire la focalizzazione e di spezzare il contatto.. E come tutti sanno un motivo primario che spinge l'omicida sessuale prototipico a stuprare e uccidere è che considera lo stupro e l'uccisione come l'unico mezzo possibile per stabilire un qualche contatto significativo con la vittima. Che è un bisogno umano basilare. E' il suo modo contorto d'avere un, tra virgolette, rapporto. I rapporti convenzionali lo terrorizzano.."
L'uomo la stupra ma la lascia in vita.
"..- Lei disse  che piangeva perché aveva capito che mentre stava lì a fare autostop le forze spirituali della sua religione avevano guidato fino a lei lo psicotico, che era servito da strumento di crescita nella sua fede e capacità di focalizzare e alterare i campi energetici mettendo in atto la compassione.. Che anche se tutta la teologia focalizzata sul contatto animico, che anche se era solo tutta una melassa catacretica New Age, il fatto che lei ci credesse le aveva salvato la vita, e dunque che sia o meno una melassa cosa importa, no?..Che si rendeva conto che un angelo l'avesse visitata sotto forma di psicotico mostrandole quello che per tutta la vita aveva pregato che fosse vero.."
[Brevi interviste 3, pp. 253 - 287].

http://www.ventrotto.it/index.php?option=com_content&view=article&catid=3:letteratura&id=740:david-foster-wallace-brevi-interviste-con-uomini-schifosi





Quando vennero presentati, lui fece una battuta, sperando di piacere.
Lei rise a crepapelle, sperando di piacere.
Poi se ne tornarono a casa in macchina,
ognuno per conto suo, lo sguardo fisso davanti a sé,
la stessa identica smorfia sul viso.
A quello che li aveva presentati nessuno dei due piaceva troppo,
anche se faceva finta di sì, visto che ci teneva tanto a mantenere sempre buoni rapporti con tutti.
Sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì.
Succedono cose davvero terribili.
L'esistenza e la vita spezzano continuamente le persone
in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili.
Una storia ridotta all'osso della vita postindustriale
David Foster Wallace. Brevi interviste con uomini schifosi.

[“A Radically Condensed History of Postindustrial Life”
When they were introduced, he made a witticism, hoping to be liked. She laughed extremely hard, hoping to be lliked. Then each drove home alone, staring straight ahead, with the very same twist to their faces.
The man who’d introduced them didn’t much like either of them, though he acted as if he did, anxious as he was to preserve good relations at all times. One never knew, after all, now did one now did one now did one.]
(Einaudi, traduzione Ottavio Fatica e Giovanna Granato).






“Devo ammettere che era un ottimo motivo per sposarla, pensando che meglio di così non mi poteva andare, visto che aveva un bel corpo anche dopo aver sfornato un figlio. Bellissime stupende gambe, aveva sfornato un figlio ma non era tutta sformata e venosa e floscia. Farà l’effetto di essere superficiale, ma è la verità. Avevo sempre avuto questo terrore incredibile di sposare una bella donna che poi ti sforna un figlio e si ritrova col corpo sformato ma tu devi continuare a farci sesso perché hai firmato di continuare a fare sesso con lei per tutta la vita. Farà un effetto orribile, ma nel suo caso lei era come garantita, il figlio non le aveva sformato il corpo, perciò sapevo che con lei potevo firmare a occhi chiusi e farci figli e cercare di comunque di continuare a fare sesso. Fa un effetto superficiale? Dimmi che ne pensi. O la pura verità su questo genere di cose fa sempre un effetto superficiale, sai com’è, le vere ragioni di ognuno, che ne pensi?”
David Foster Wallace. Brevi interviste con uomini schifosi.


"No ma il sintomo classico per capire se è uno di quei Grandi Amatori è se a letto passa un sacco di tempo a esplorare e riesplorare lo yingyang della donna e a farla venire diciassette volte di seguito e roba del genere, ma vedi dopo un po' se sulla faccia di questa verde terra del Signore c'è verso di lasciare che lei esplori quel suo piccolo cazzetto taurino. Sarà tutto un Oh no piccola oh piccola rimani lì e lasciami usare la mia magia d'amore e chiacchiere varie. Oppure conosce quella stronzata di massaggio coreano tutto speciale e attacca a scorticarle la schiena o tira fuori lo speciale olio di ciliegio dolce e le massaggia piedi e mani - e devo ammettere cocca che se non ti hanno mai fatto un messaggio manuale come si deve tu la vita non sai manco dove sta di casa, fidati - ma ti pare che permetterà alla signora di reciplacare e dargli una sfregatina alla schiena? Nossignore manco per idea, perchè la fissazione di questo esemplare è che deve essere lui a dare piacere e tante grazie signora. [...] E' questo che mi fa disprezzare certi tipi che si credono di essere un dono personale del Signore alla specie femminile. Perchè almeno lo zoticone ci mette un po' di onestà, la vuole trapanare e poi smontare e per lei basta e avanza. Mentre il cascamorto si crede di essere tanto sensibile e di sapere come accontentare una signora solo perchè conosce la suzione clitoridea e lo shi-atsu, e guardarli a letto e come guardare uno di quei meccanici minchioni in camice bianco lavorare a una Porsche tutto tronfio per la sua perizia eccetera. Si credono Grandi Amatori. Si credono generosi a letto. No, la fregatura è che hanno l'egoismo di essere generosi. Non sono meglio del porco, sono solo più subdoli."
David Foster Wallace. Brevi interviste con uomini schifosi.



"E come tutti sanno un motivo primario che spinge l'omicida sessuale prototipico a stuprare e uccidere è che considera lo stupro e l' uccisione come l' unico mezzo possibile per stabilire un qualche contatto significativo con la vittima. Che è un bisogno umano basilare.
Voglio dire un contatto di qualche tipo naturalmente.
Ma anche terrorizzante e soggetto a manie e psicosi.
E' il suo modo contorto di avere un, tra virgolette, rapporto.
I rapporti convenzionali lo terrorizzano. Ma con una vittima, stuprando e torturando e uccidendo, lo psicotico sessuale riesce a creare una sorta di aperte e chiuse virgolette contatto grazie alla facoltà di farle sentire una paura e un dolore intensi, mentre l'esaltante sensazione di totale controllo divino su di lei - su quello che prova, se lo prova, se respira, se vive - questo gli consente un certo margine di sicurezza nel rapporto."
David Foster Wallace. Brevi interviste con uomini schifosi.


Brevi interviste con uomini schifosi, uscito la prima volta negli Stati Uniti nel 1999, rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso letterario di David Foster Wallace dopo i già memorabili La scopa del sistema, La ragazza con i capelli strani e Infinite Jest, estremizzando ulteriormente la sua cifra stilistica. 
Qui le tecniche d'avanguardia sono messe al servizio di una visione crudele almeno quanto assurda è la realtà che mostrano. La scelta della formula «intervista» non potrebbe essere piú irriverente.

Da questo libro, il film omonimo di John Krasinski, presentato al Sundance Film Festival.



Un quiz per il nuovo millennio

Quiz a sorpresa 4

Due drogati terminali all’ultimo stadio erano seduti contro il muro di un vicolo senza niente da iniettarsi, niente di niente, nessun posto dove andare o stare. Uno soltanto aveva un cappotto. 
Faceva freddo, ed uno dei drogati terminali batteva i denti e sudava e tremava per la febbre. 
Sembrava gravemente malato. Puzzava da fare schifo. Stava seduto contro il muro con la testa sulle ginocchia… Il drogato terminale col cappotto si tolse il cappotto e corse a ranicchiarsi vicino al drogato terminale gravemente malato e prese e stese il cappotto in modo che li coprisse tutti e due e poi si ranicchiò un altro poco tanto da ritrovarsi schiacciato contro l’altro e lo circondò con un braccio e lasciò che si sentisse male sul suo braccio, e rimasero così insieme contro il muro per tutta la notte.

Domanda: Quale dei due è sopravvissuto

Come è facile per Wallace, e mi chiedo per quanti scrittori lo sia, annichilirci con una domanda. 
Quale dei due drogati sopravvive? 
E la vera domanda è: si può sopravvivere al dolore dei nostri simili?
No. Non si può.
E Adorno si chiedeva: 
E’ ancora possibile la poesia dopo Auschwitz? 
Sarebbe possibile, risponde Wallace, se fossimo sopravvissuti al loro dolore, alla loro morte infame. 
Ma noi siamo morti insieme a loro e non c’è poeta più sulla terra che possa cantare queste sciagure. Cosa fare allora? 
Aiutarci, perché sì c’è forse un mondo di referenti lì fuori che aspettano di essere codificati, ma noi siamo intrappolati in un mondo-gabbia con i nostri simili. O ci mettiamo a comunicare con loro e guardarli dalla nostra misera prospettiva umana o espandiamo ciò che siamo, il nostro universo interiore. Smettere di fare la dieta e raggiungere una taglia infinita, risolverebbe il problema del solipsismo a monte. Ma questa taglia infinita passa attraverso step che possono includere il collasso, la morte.

  sigurd ha scritto il  15 dic 2015 01:25 26 17




Un pugno allo stomaco
Mi consigliarono Wallace più volte, tempo fa. 
Lo avevo messo in cantiere ma, tra letture arretrate, impegni, ed un piccolo blocco del lettore, avevo sempre rimandato. Poi, un giorno, ho trovato questo libro a casa del mio compagno, e mi son decisa a provare.
Il risultato è stato terrificante.
Era dai tempi di "Cavie" che non mi capitava di chiudere un libro all'improvviso, per frenare i conati, tanto più in questa occasione, visto che è stato consumato in tram e bus per andare a lavoro. Forse perché quando leggo mi immedesimo troppo nei personaggi, e si, me lo hanno detto troppe volte, questo non si fa, ma ognuno vive i libri a modo proprio.
Parte come un fiume in piena, per poi spaccare letteralmente una diga dentro, alcune pagine esplodono in una violenza che turba al ricordo. Quando l'ho terminato, l'ho posato lì dove era, evitandone lo sguardo.
Devocka ha scritto il  11 giu 2015 16:12



 Incipit de La persona depressa, eccezionale affondo nei meccanismi maniacali del depresso.
<La persona depressa viveva un terribile e incessante dolore emotivo, e l’impossibilità di esternare o tradurre in parole quel dolore era già una componente del dolore e un fattore che contribuiva al suo orrore di fondo. >  (pag. 40).
David Foster Wallace. Brevi interviste con uomini schifosi.



Die Zeit: [...] nella tua raccolta Brevi interviste con uomini schifosi,
c'è un racconto che parla di come funziona la mente di una persona depressa. 
Fa pensare al suicidio.

DFW: E' la storia più dolorosa che abbia mai scritto.
Parla di narcisismo, che è una parte della depressione.
Il personaggio ha tratti che mi appartengono.
Persi veramente degli amici mentre scrivevo quella storia,
diventai triste e infelice, urlavo con le persone.
La cosa crudele della depressione è che è una malattia centrata su di sé
- Dostoevskij lo mostra molto bene nei suoi Racconti dal sottosuolo.
La depressione è dolorosa, sei fiaccato/consumato da te stesso;
quanto peggiore è la depressione, tanto più ti concentri solo su te stesso
e appari strano e repellente agli altri. [...]
Viviamo nell'epoca della terapia. Il racconto al quale ti riferisci vuole mostrare quanto sia repellente questa persona e quanto repellente una specifica forma di dolore spirituale, molto moderna, con tutte le conoscenze psicologiche che se ne hanno e che fanno una persona ancora più repellente.

Die Zeit: Non credi alla terapia?

DFW: Fammela mettere così: non puoi vivere in questo mondo senza provare dolore, dolore fisico e spirituale. Abbiamo sviluppato meccanismi per affrontare questi dolori, per vincerli in qualche modo. Terapia, religione e spiritualità, relazioni umane, successo materiale.
Tutto ciò può funzionare, ma può diventare esso stesso un problema.

Die Zeit: La ricerca della felicità è una causa della infelicità del mondo?

DFW: La ricerca della felicità è stata inserita nella costituzione americana un paio di secoli fa.
Oggi siamo tanto ricchi, abbiamo molto più di quanto avremmo bisogno, abbiamo libertà mai conosciute prima d'ora, benché siano messe in pericolo dall'attuale clima politico negli Stati Uniti - e dimentichiamo quanto tutto ciò sia meraviglioso, messo in relazione con la maggior parte dei sistemi economici e politici.
Abbiamo un proverbio che fa:
dai a un uomo abbastanza corda e ci si impiccherà.
pietralcollo ha scritto il  20 mar 2010 00:09


https://youtu.be/k8ku5-XbsZE



<C’è stato tempo in tutto questo tempo. Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili.
Ehi ragazzino fa lui, Ehi ragazzino tutto bene.
Sulla lingua ti sbocciano fiori di metallo.
Non c’è più tempo per pensare.
Ora che c’è tempo non hai tempo.>

< ed era disperata – come di solito soltanto seri problemi economici fanno apparire le persone così disperate e intrappolate – con negli occhi quello sguardo di chi affoga e lo stava implorando di non approfittarsi assolutamente della sua posizione disperata anche solo per giudicarla e metterla in ridicolo. > Mondo adulto 1

I miei preferiti : Per sempre lassù - Il padre – New Haven, Connetticut – Nutley, New Jersey - considerazioni su i benefici del male estremo, ovvero i vantaggi psicologici di avere vissuto in un lager, spogliato d’ identità e dignità e ridotto a puro corpo.
Bellissima la mini Storia ridotta all’osso della vita postindustriale.
Prosciugamento emotivo.
Leggere DFW è sempre un dono, dice bene Zadie Smith nel breve saggio introduttivo.
Incomparabile, dico io.
  GloriaA ha scritto il  15 mar 2013 12:58

http://www.anobii.com/books/Brevi_interviste_con_uomini_schifosi/9788806185374/01ed8b062e8dd06195

sabato 29 ottobre 2016

David Foster Wallace. La scopa del sistema.

La filosofia della parola.
La filosofia di Wallace è volta a presentare i personaggi attraverso numerosi racconti.
Sono le short stories e gli excursus che aiutano a definire la psicologia e il passato dei protagonisti, attraverso bizzarri paradossi e situazioni comiche (l'intera vicenda della scomparsa della nonna che non può sopravvivere a una temperatura più bassa dei 36.9°, le linee telefoniche impazzite, il fratello drogato e geniale senza gamba, il viaggio di Lenore nel deserto e ovviamente il personaggio più particolare: Vlad l'Impalatore, il mitico pappagallo "rapito" e strumentalizzato in una trasmissione religiosa).
Lenore si sente inadeguata, fuori dal mondo, come se la storia della sua vita fosse stata raccontata da un altro, un cantastorie ridicolo e inutile come Rick Vigorous, e analizzata da quel caso umano che è lo psichiatra pazzo dr Jay.
Wallace propone un enorme paradosso costruito intorno a un indovinello che fa riflettere sul significato della parola e dei racconti, incitandoci a definire noi stessi da soli, a raccontare in prima persona le nostre avventure (o sventure) senza lasciare agli altri carta bianca riguardo la nostra vita.
  Sara ha scritto il  1 ago 2013



La scopa del sistema, Einaudi Stile libero
In una scena del film vediamo lo scrittore impegnato nell’ultima presentazione di Infinite Jest, alla fine c’è il momento del ‘firmacopie’. Un fan gli porge una copia di un suo vecchio libro. Wallace lo guarda e lo mette subito da parte, dice al lettore: «C’è quello nuovo», e gli fa la dedica su quello. Il volume che Wallace mette da parte quasi schifato è La scopa del sistema. È il primo libro che ha pubblicato. È un romanzo. Un romanzo filosofico, per la precisione. Wallace aveva studiato filosofia e scrittura creativa e scrive La scopa del sistema appena finiti gli studi. In seguito ha sempre manifestato una pessima opinione di quel libro, lo ha praticamente rinnegato. Proprio per questo è utile per capire chi era DFW: qui vediamo lo scrittore da giovane ancora acerbo, magari velleitario, ma troviamo già tutti gli elementi che ne faranno un grande scrittore. Spoiler: non ha un finale. Meglio saperlo prima, così evitate di aspettarvelo e di deludervi, e vi concentrate su altro. Su Wittgenstein, per esempio. Praticamente uno dei protagonisti del libro.
http://www.gqitalia.it/show/2016/02/15/the-end-of-the-tour-invita-a-riscoprire-david-foster-wallace-i-5-libri-indispensabili/



La scopa del sistema.
Le avventure di Lenore, che si mette alla ricerca della bisnonna, antica studiosa di Wittgenstein, fuggita dalla sua casa di riposo insieme a venticinque tra coetanei e infermieri; del fratello LaVache, piccolo genio con una passione smodata per la marijuana; del pappagallo di famiglia, Vlad l'Impalatore, che recita sermoni cristiani su una Tv via cavo; di Norman Bombardini, re dell'ingegneria genetica, che si ingozza di cibo e sogna di ingurgitare il mondo intero; di Rick Vigorous, il capo e l'amante di Lenore, negazione vivente del suo stesso cognome. Una galleria di personaggi uno più esilarante e paradossale dell'altro, sullo sfondo di un'America impazzita, grottesca, più vera del vero.


Scritto a ventiquattro anni nel 1987, questo è il romanzo che ha rivelato al mondo la nascita di un talento e di una figura di culto e - come sottolinea Stefano Bartezzaghi nell'introduzione - "è probabilmente per questo che la notizia del suo suicidio ha percosso i suoi lettori con la forza di uno staffilante dolore personale, diretto: cosa avesse in testa quell'uomo non era più una questione letteraria, era diventata una questione esistenziale senza vie di scampo. E in tanti ci si è chiesti quando sarà possibile tornare a leggere le sue opere senza pensarci, senza dare troppo peso ai presagi di cui ora sembrano pullulare".
https://www.amazon.it/scopa-del-sistema-David-Wallace/dp/8806220942



Primo romanzo dell'87, in cui da una scomparsa della bisnonna della protagonista Lenore, si parla di qualunque cosa con personaggi assurdamente americani: pappagalli che diventano telepredicatori, uomini d'affari che fagocitano cibo a ripetizione, linee telefoniche impazzite, psicologi che sentono gli odori, manipolazioni genetiche e ormoni della crescita. E si parla anche di adolescenza, come sopravvivere al diventare adulti e di parole, con una vera ossessione per tutto ciò che è linguaggio e racconto.
  Pirex ha scritto il  4 lug 2



Le avventure di Lenore, che si mette alla ricerca della bisnonna, antica studiosa di Wittgenstein, fuggita dalla sua casa di riposo insieme a venticinque tra coetanei e infermieri; del fratello LaVache, piccolo genio con una passione smodata per la marijuana; del pappagallo di famiglia, Vlad l'Impalatore, che recita sermoni cristiani su una Tv via cavo; di Norman Bombardini, re dell'ingegneria genetica, che si ingozza di cibo e sogna di ingurgitare il mondo intero; di Rick Vigorous, il capo e l'amante di Lenore, negazione vivente del suo stesso cognome. Una galleria di personaggi uno piú esilarante e paradossale dell'altro, sullo sfondo di un'America impazzita, grottesca, piú vera del vero.



I personaggi sono descritti magistralmente. 
Per magistralmente intendo perfettamente, nei minimi dettagli e con dettagli che mai avrei pensato di trovare così calzanti nella descrizione di un personaggio. Descrivere qualcuno tramite ciò che possiede, tramite gli oggetti che popolano la sua stanza, non è una idea geniale? Descrivere una persona piena di sè e avida tramite un intenso monologo che nulla lascia al dialogo non è geniale più di mille descrizioni sull'avidità del suddetto uomo? Ecco, questo è Wallace quando descrive un personaggio. Non lo veste soltanto, lo rende credibile, lo rende reale. Raccontato-quindi-esiste (e si torna al nucleo centrale del romanzo). Ho imparato che la realtà è permeata e penetrata dal grottesco o forse il grottesco è la realtà. Ho imparato a vedere due lati, forse tre, nelle cose. Ho riso fino alle lacrime di fronte all'assurdità di certe situazioni (vi assicuro che intorno a pagina 200 ho riso di gusto in un momento in realtà tragicissimo, se vi addentrerete nel romanzo vi dico che mi riferisco al monologo/racconto di mr. Vigorous a Lang nell'aereo di ritorno) che diventano nondimeno parodia e addirittura allegoria del mondo pop-ottanta-novanta in cui è ambientata la vicenda e anche del mondo odierno (visto che certe cose forse sono andate peggiorando). Mi sono commossa nell'implorante bisogno d'amore che percepivo e respiravo in alcuni personaggi. E ho fatto lavorare il cervello per seguire i dialoghi filosofici, talmente intensi che spesso mi facevano arrancare e chiedere una boccata d'aria.

A un livello più profondo se mi chiedessero di riassumere in un motto il senso del romanzo io affermerei che in questo libro l'autore ha voluto dimostrare come le nostre vite, le nostre esistenze siano un grande racconto. Partendo  quindi dall'assunto che tutto esiste se è raccontabile e ammettendo che la parola sia il mezzo attraverso il quale diamo esistenza alle cose ecco che in quanto racconto la nostra vita stessa è malleabile, capovolgibile, "surrealizzabile", in una parola sola "giocabile"! La vita è un grande racconto e con le parole possiamo giocare, possiamo rendere il racconto a nostra somiglianza, prenderlo in mano e gestirlo come meglio vogliamo: un romanzo che ci mostra come possano all'interno della stessa storia coesistere narrazioni/stili/registri/giochi linguistici diversi diventa quindi -sulla base di un mio personalissimo punto di vista- un microcontesto per dimostrarci che se QUELLE vite sono raccontabili e giocabili all'estremo, anche la nostra vita è raccontabile e giocabile. C'è chi lo chiama esercizio di stile. Io ci vedo tanta filosofia. E a tratti anche tanta lungimiranza: perchè se assumiamo per vero il wittgesteiniano concetto della raccontabilità delle cose come requisiti essenziali per la loro esistenza ecco che percepiamo il nostro essere nel mondo anche come un essere nel palco, come un recitare. E non è forse, la società in cui viviamo, un grande palcoscenico? Non è forse la tv dei reality show, ove la realtà viene stravolta e ri-raccontata, un grottesco dipinto di questo assunto? O pensiamo ai telegiornali, alle notizie di cronaca, a ogni cosa che ci circonda che sia diversa da noi stessi: ogni cosa la conosciamo perchè ci viene raccontata. Addirittura noi stessi siamo raccontati da noi stessi a noi stessi poichè è impossibile pensare a niente e il solo pensare è un raccontare. Tutto questo sciabordare di pensieri, questa fitta rete di considerazioni sono la naturale risultanza degli ingredienti che Wallace mette sul piatto, dei racconti e delle vicende che narra nel romanzo: i linguaggi gli stili e i registri, i simboli del romanzo ci dimostrano quanto nella vita ci barcameniamo tra questi linguaggi stili e registri, alla ricerca di un attaccamento a ciò che presumiamo essere qualcosa chiamato "realtà".
http://www.youbookers.it/articolo/2013-03-27/la-scopa-del-sistema-di-david-foster-wallace





«Poi Lang disse:
– Tu vai pazza per le parole, vero? – Guardò Lenore. – Vero che vai pazza per le parole?
– Cioè? Che significa?
– Significa che mi dai l’idea di una che va pazza per le parole.
O forse pensi che siano loro a essere pazze.
– In che senso?
Lang guardò nel tavolino di vetro, poi si toccò distrattamente il labbro superiore, con un dito.
– Nel senso che le prendi terribilmente sul serio, – disse. – Tipo come se fossero un bisturi, o una motosega che rischia di tagliarti con la stessa facilità con cui taglia gli alberi».
David Foster Wallace, La scopa del sistema




Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone.
Italo Calvino, Le città invisibili 

« Signori, ci serve un deserto. [...] Sissignori, un deserto.
Un punto di riferimento primordiale per le buone genti dell'Ohio.
Un luogo da temere e amare. Un luogo selvaggio.
Qualcosa che ci rammenti contro cosa abbiamo lottato e vinto.
Un luogo senza centri commerciali. Un Altro per stimolare l'Io dell'Ohio. »
David Foster Wallace, La scopa del sistema


Sobborgo di East Corinth, 1990, in una Cleveland affogata nel sole e nelle sue nevrosi:
la brillante Lenore Beadsman, terza di quattro figli in una (disfunzionalissima) famiglia di magnati nel ramo della chimica-farmaceutica, cerca di fare un po’ di ordine nella sua vita e di capire una volta per tutte, all’indomani dell’ennesimo traguardo accademico, cosa intende davvero fare da grande.
Aver rifiutato l’implicito cordone ombelicale paterno le è valso una certa illusione di indipendenza anche se, professionalmente, il suo presente di centralinista senza scopo presso una fittizia casa editrice di proprietà, ironia della sorte, proprio del genitore, non le garantisce lo sfogo intellettuale di cui avverte il bisogno. Il suo capo e fidanzato, che per uno strano tiro del destino si chiama Rick Vigorous ma appare come la negazione stessa del proprio nome (secondo un gusto beffardo nelle attribuzioni onomastiche che richiama la galleria farsesca del Kubrick de “Il Dottor Stranamore”), la vincola e la soffoca, con le sue manie compulsive e l’ideale di un’esclusività sentimentale che non può che implicare il possesso e l’annullamento. Con la sua ninfomania non diagnosticata, l’amica e collega Candy Mandible pare sintonizzata su ben altre frequenze, mentre con il fratello “genio e sregolatezza” LaVache non è più praticabile alcun approccio dialogico e la sorella Clarice pare ormai irrecuperabile nel suo orticello di grottesca follia coniugale e genitoriale. Persino il pappagallo Vlad L’Impalatore sembra aver voltato le spalle a ogni traccia di buon senso animale e, di punto in bianco, prende a sproloquiare di fede e oscenità, in egual misura, con una parlantina che non può che esaltare il luccicante fanatismo del mondo televisivoLo psicanalista che la segue, il Dr. Jay, è matto come un cavallo e, come se non bastasse, se ne frega dell’etica professionale, spiffera il privato dei suoi pazienti ai loro congiunti ed è l’ennesima pedina al soldo di papà Stonecipher. L’unico vero stimolo di Lenore, l’amata bisnonna col pallino di Wittgenstein e un nome all’anagrafe che è tale e quale il suo, è scomparsa nel nulla assieme a una ventina di altri pazienti della casa di riposo in cui era stata relegata: colpa di quanto può aver scoperto su alcune ricerche e un nuovo rivoluzionario prodotto ancora in fase di sperimentazione che potrebbe permettere ai lattanti (e agli animali, perché no) di parlare, garantendo all’impresa di famiglia, la Stonecipheco, di primeggiare finalmente nella guerra all’ultimo sangue con le concorrenti di mercato? E centrerà qualcosa il D.I.O. – deserto incommensurabile dell’Ohio, attrazione turistica artificiale che si trova proprio a ridosso della metropoli – cui alcuni indizi lasciati dall’anziana parrebbero rimandare? La ricerca della ragazza sul conto della parente finirà per coincidere con l’indagine introspettiva e non potrà che spingerla a liberarsi dei tanti legacci che le tarpano le ali, quando l’aitante figura di Andy “Wang-Dang” Lang riemergerà dal suo passato di adolescente per stregarla.

Romanzo d’esordio programmatico e vertiginoso di David Foster Wallace, sorta di prova generale del successivo capolavoro “Infinite Jest” di cui presenta in germe la medesima babele stilistica, il culto per la parola, le affabulazioni torrenziali e i dialoghi affilatissimi, “La Scopa del Sistema” è un’opera prima ambiziosa e non certo agevole che ha il suo limite più evidente (evidentemente ricercato dall’autore) in una certa sfibrante prolissità e nella pesante dipendenza dai modelli della narrativa postmoderna e della meta-fiction – Pyncion in testa – più in voga alla fine degli anni ottanta. Gli spunti sono innumerevoli, così come le ossessioni sviscerate con gelida lucidità (e un’accuratezza nel dettaglio che rasenta il maniacale) e i tanti eccentrici personaggi che popolano le sue pagine come specchi deformanti del reale (memorabile la bulimia esistenzialista dell’industriale pazzo Norman Bombardini).
La stessa Cleveland, in fondo, con i suoi grovigli (telefonici e non) a la “Brazil”, la sua periferia progettata per omaggiare, a uno sguardo aereo, il profilo della vecchia diva Jayne Mansfield, e quel D.I.O. che è metafora sin troppo facile del vuoto relazionale che toglie umanità ai suoi abitanti, è un teatro distopico angosciante e implacabile.
Se la precisione sinestetica e luministica delle descrizioni già si rivela una eccellente prerogativa dello scrittore di Ithaca, l’impressione generale in merito a un testo così ricco e audace esce forse indebolita dall’insistenza con cui il giovane DFW promuove la propria inquietante visione della contemporaneità. Troppa filosofia del linguaggio, troppe circonvoluzioni concettuali a fronte di una materia sì stimolante ma anche capricciosamente irrisolta, priva di comodi approdi per il lettore che non voglia limitare la propria esperienza a un puro piacere discorsivo. Bene invece, decisamente, quando nella trama si fanno spazio le sottotrame rappresentate dagli elaborati che Rick racconta a Lenore a più riprese, testi scritti da studenti depressi in cerca di pubblicazione sull’inesistente rivista della Frequent & Vigorous o abbozzi di storie vergati di proprio pugno (ma non dichiarati), dedicati a una sorta di alter ego senza macchia, Monroe Fieldbinder, e di fatto ancor più deprimenti dei primi.
In questi avvincenti slanci metanarrativi – su tutti la vicenda della “donna con il termos che teneva una raganella in un’ansa del collo”, o quella della coppia triste truffata dallo psicanalista, o anche la favoletta di “Billy Visone resta senza cena”, letta da Lenore alla nonna Concardine, risiedono forse i passaggi più interessanti del libro, il suo virtuosismo affabulatorio che, evidentemente, non lasciò indifferente il Douglas Coupland di “Generazione X” e che per l’autore canadese sarebbe diventata un’autentica ossessione stilistica, spesso e volentieri senza sbocchi davvero convincenti.
Seashanty ha scritto il  23 set 2015 22:29







Lenore ha sempre i capelli bagnati.

Risolve la maggior parte dei suoi turbamenti con una doccia.
" E il mio presente scrosciò e schiumò nel mio passato, e gorgogliò via."
Rick ama Lenore gelosamente, tanto da vivere della sua vita dimenticandosi della propria. 
La sua esistenza è parte di quei racconti assurdi e depressi, che destina alla sua amata.
Attorno, un mondo apparentemente normale che scivola lentamente ed inesorabilmente nel non-sense. Un caos irreversibile come i cavi intrecciati della rete telefonica di Cleveland.
Sono tanti e tutti speciali.
Il pappagallino Vlad l'Impalatore che improvvisamente e suo malgrado (o forse no?) diventa una star della TV; il magnate: immenso fagocitatore di materia oltre che di denaro e proprietà;
Mr Beadsman, leader indiscusso e senza umani scrupoli di una quantomai terrificante azienda di omogeneizzati per bambini e le irresistibili Candy Mandible e Mindy Metalman, per finire poi con la nonna di Lenore ineffabile presenza-assenza.
Che dire?
  Cameraconvista ha scritto il  14 dic 2012 21:17



" – Lenore, il fatto è che io ti amo. Lo sai. Ogni fibra del mio essere ama ogni fibra del tuo essere. Il pensiero di ignorare cose che ti riguardano e che ti angustiano mi fa lacrimar sangue col dorso degli occhi.
– Gran bella immagine. Ecco, bravo, assaggia la tua bistecca.
Dicevi di avere una fame che ti saresti mangiato un cavallo. – ...
– Colpisce nel segno?
– Il mio segno vacilla sotto l’impeto del colpo.
E adesso consentimi di insistere affinché tu me lo dica." [...]

"Un bacio con Lenore è una sequenza in cui io pattino con scarpe imburrate sull'umida pista del suo labbro inferiore, protetto dalle interprerie grazie all'aggetto madido e tiepido di quello superiore, per infine riparare tra labbro e gengiva e rimboccarmi il labbro inferiore sin sul naso come un bimbo la coperta e da lì scrutare con occhi lustri e ostili il mondo esterno a Lenore, del quale non voglio più fare parte". [...]


<< Mi manca Lenore, qualche volta. Mi manca chiunque. Ricordo quando ero giovane e avvertivo una sensazione e la identificavo come nostalgia di casa, e poi pensavo che era proprio strano, visto che a casa ci vivevo. Che diavolo di conclusione trarre da tutto questo? >>


"che io debba invece continuare a far parte del mondo estraneo a lenore ed esterno a lenore è per me fonte di pena smisurata. che altri possano indugiare liberamente nel profondo dei loro cari e attingere con dolci sorsate al lago cremoso ubicato al centro dell'oggetto della passione, quando invece io sono per sempre destinato al mero intuire la presenza di profondi recessi mentre tutt'al più riesco a infilare il naso, anche letteralmente, nell'atrio dela grande casa dell'amore e ivi a dimenarmni per pochi istanti e poi lasciare un mio patetico souvenir sullo zerbino, mi fa incazzare alquanto".

« saremo uniti nella luce del cielo, Lenore. vedi la luce del cielo? l'alba e il tramonto si abbeverano alle nostre vene. ci spargeranno ovunque. saremo ogni cosa. saremo giganteschi. più grandi della vita stessa. [...] saremo così miracolosi da nutrire il cielo intero. »



"La sorella di Lenore è strepitosamente bella, per chi ami il tipo strepitosamente bella, piena com’è di morbidi capelli color miele e di occhi blu e di poppe da arrembaggio; solo che è presuntuosa e seriosa e noiosa, e il suo equilibrio e il suo senso dei valori dipendono terribilmente (e sono sgradevolmente ignari di dipendere terribilmente) dall’Ultima Moda Sociale."
David Foster Wallace, La scopa del sistema




"Lenore ti invita tacitamente a giocare un gioco che consiste di oscuri tentativi di scoprire le regole del gioco stesso."
DFW, La scopa del sistema


"Non ti affligge l’idea che il tuo non dirmi mai che mi ami possa affliggermi?"
"Allora, chi è questa ragazza che mi possiede, che tanto amo?
Rifiuto sia di pormi domande sia di dare risposte riguardo al chi è. Cosa è?
È una ragazza dalle spalle esili, dalle braccia esili, dal seno gagliardo, una ragazza dalle lunghe gambe e dai piedi piú lunghi della media, piedi che quando cammina puntano un po’ all’infuori... cinti dalle immancabili e immancabilmente nere Converse modello alto. Ho parlato di tenuta conturbante?
Macché: quelle sono scarpe che amo. Vi confesso che una volta, in un momento di indubbiamente irresponsabile degenerazione e mentre Lenore era in bagno a farsi la doccia, io tentai di fare l’amore con una delle suddette scarpe, una All-Star 1989 modello alto, ma, per ragioni private, non riuscii a portare a termine l’operazione.
Che dire, dunque, di Lenore, dei capelli di Lenore?
Sono capelli che in sé e di per sé sono di tutti i colori – biondi e rossi e corvini e ramati – ma che determinano un compromesso ottico esteriore tale da farli risultare complessivamente, e tranne per fulminei bagliori registrabili solo mediante coda dell’occhio, banalmente castani. Capelli che vengono giú lisci seguendo la dolce curva delle guance di Lenore fin sotto il mento, dove quasi si ricongiungono, come fragili mandibole di insetto rapace. Oh, se quei capelli sanno mordere. Di quei capelli io conosco il morso. E gli occhi. Io non so dire il colore degli occhi di Lenore Beadsman; non posso guardarli; per me quegli occhi sono il sole. Sono blu. Le sue labbra sono carnose e rosse e tendono al rorido e piú che chiedere pare pretendano, in quel loro broncio di seta liquida, d’esser baciate. Io le bacio spesso, lo ammetto, inutile negarlo, ne sono un baciatore, e un bacio con Lenore è, se mi è concesso indugiare un po’ su questo tema, non tanto un bacio quanto una dislocazione, è rimozione e poi brusca assunzione di essenza dall’io alle labbra, sicché è non tanto il contatto di due corpi umani per fare le solite cose a colpi di labbra quanto due insiemi di labbra in reciproca cova e in comunione di specie sin dagli albori dell’era post-Scarsdale, forti di condizione ontologica autonoma sancita dalla suddetta comunione, che trascinano dietro e sotto di sé, mentre si uniscono e diventano una cosa sola, due ormai completamente superflui corpi terreni appesi al bacio come spossati gambi di fiori sursbocciati ovvero come mute ormai inservibili. Un bacio con Lenore è una sequenza in cui io pattino con scarpe imburrate sull’umida pista del suo labbro inferiore, protetto dalle intemperie grazie all’aggetto madido e tiepido di quello superiore, per infine riparare tra labbro e gengiva e rimboccarmi il labbro sin sul naso come un bimbo la coperta e da lí scrutare con occhi lustri e ostili il mondo esterno a Lenore, del quale non voglio piú far parte."

"Lenore ha una caratteristica che attira gli uomini.Non è una caratteristica normale, o una caratteristica che possa essere spiegata. «...» disse, sperando cosí di spiegarla. «Vulnerabilità» è ovviamente una parola sbagliata. «Esuberanza» non basta. Entrambe le suddette parole significano, e perciò falliscono. Lenore ha la caratteristica di una specie di gioco. Ecco. Il che, significando quasi niente, potrebbe funzionare. Lenore ti invita tacitamente a giocare un gioco che consiste di oscuri tentativi di scoprire le regole del gioco stesso. Che ve ne pare? Le regole del gioco sono Lenore, e giocare significa essere giocati. Scopri le regole del mio gioco, ride lei, ridendo con o di te."

"Tra Veronica e tutti gli altri si apriva la voragine ruggente dell’Interesse, una voragine impossibile da superare perché costituita da una sola sponda. La sponda di Veronica. Il che equivale, da come sono arrivato a vederlo io, semplicemente a un altro modo per dire che Veronica era incapace di amare. Quantomeno di amare me."


***************


– Devo fare quello che è giusto per me come persona, – disse Vlad l’Impalatore, rimettendosi dritto e guardando Lenore.
– Porca vacca.
– Anche le donne hanno bisogno del loro spazio.[..]– Sei proprio un tesoro, ma questo è il tipo di discussione che non ci porterà da nessuna parte,– disse Vlad l’Impalatore, scrutando stolidamente quello che avrebbe potuto essere il suo riflesso.– I miei sentimenti nei tuoi confronti sono profondi. Non ho mai detto il contrario.[..]
– La rabbia è una cosa naturale, – disse Vlad l’Impalatore.
 – La rabbia è una cosa naturale, non devi trattenerla.[..]
– Io non capisco cosa vuoi dire quando parli di amore.
Dimmi cosa significa per te questa parola,[..]
– Non puoi costringermi a mantenere promesse che non ho mai fatto! [..]
il sesso va alla grande, lo sai che va alla grande, te l’ho detto un sacco di volte che in questo senso mi riempi in tutti i sensi, ma il sesso è solo una questione di un paio d’ore al giorno, non puoi lasciargli le redini della tua vita..





http://www.anobii.com/books/La_scopa_del_sistema/9788806181048/010f985844e2b1351a



Impossibile non innamorarsi della bisnonna, ex amante di Wittgenstein, fuggita dall'ospizio!
Graziagasparre ha scritto il  27 feb 2012 15:31
David Foster Wallace, La scopa del sistema.


"il raccontare crea le proprie ragioni. nonna dice che ogni racconto si trasforma automaticamente in una specie di sistema, un sistema che controla tutte i personaggi coinvolti".



Mettiamo che Nonna mi abbia detto in maniera parecchio convincente che tutto ciò che davvero esiste della mia vita è limitato a quello che se ne può raccontare [..]Be’, credo che non sia esattamente che la vita va raccontata anziché vissuta; è piuttosto che la vita è il suo racconto, e che in me non c’è niente che non sia o raccontato o raccontabile. Ma se è davvero cosí, allora che differenza c’è, perché vivere? [..] Forse non ha senso. Forse è completamente irrazionale e cretino. [..] Se di me c’è unicamente ciò che di me si può raccontare, in cosa sarei diversa dalla donna nella storia di Rick, quella che si ingozza e che ingrassa e che alla fine spiaccica la figlia addormentata?Quella donna consiste esattamente di ciò che ne viene raccontato, no? Nient’altro da ciò che ne viene raccontato. Idem per me, a quanto pare. Nonna dice che mi dimostrerà che la vita è parole e nient’altro. Nonna dice che le parole possono creare e distruggere. Possono tutto.                                                                                       David Foster Wallace, La scopa del sistema.



"Lenore stava osservando il disegno sul verso dell’etichetta Stonecipheco posata sulla pila di quaderni nel cassetto della scrivania. Raffigurava una persona, infilata in quello che si sarebbe detto un camice. In una mano impugnava un rasoio, nell’altra una bomboletta di schiuma da barba. Lenore riusciva a distinguere la scritta “Noxzema” sulla bomboletta. La testa della persona era un’esplosione di schizzi d’inchiostro.
- Stavo guardando questo, – rispose.
Mr. Bloemker si avvicinò. Puzzava come un pannolino da cambiare. – E sarebbe? – chiese, sbirciando da sopra la spalla di Lenore.
- Se è quello che io credo che sia, – disse Lenore, – è una specie di indovinello. Un come si chiama. Una antinomia.
- Una antinomia?
Lenore annuì. – Nonna adora le antinomie. Credo che questo tizio qui.. – abbassando lo sguardo sul disegno sul verso dell’etichetta – … sia il barbiere che rade solo e tutti quelli che non si radono da sé.
Mr. Bloemker la guardò. – Un barbiere?
L’atroce dilemma, – disse Lenore, rivolta al pezzo di carta, – è se il barbiere si rada da sé o meno. Credo che sia questo il motivo per cui la testa gli è esplosa.
- Cioè a dire?
- Se lo fa non lo fa, se non lo fa lo fa.
Mr. Bloemker contemplò il disegno. Si accarezzò la barba."
David Foster Wallace, La scopa del sistema


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" - Il racconto riguarda un tale che ci viene presentato come il piú straordinario e rinomato dentista teorico del ventesimo secolo.
– Dentista teorico?
– Uno studioso specializzato in odontoiatria teorica e in ricerche teoriche di altissimo livello basate su casi empirici attinenti tutto ciò che abbia a che fare coi denti.
– Meraviglioso.
– Ti ricordi di quel dolcificante che tempo fa era praticamente onnipresente? Il SupraSweet?
Quello che sparì di colpo dagli scaffali dei supermercati quando scoprirono che faceva nascere bambini con le antenne e i denti da vampiro?
– Tu che dici, me lo ricordo?
– Ecco, il dentista teorico in questione ci viene presentato come colui che avrebbe risolto il problema antenne/denti-da vampiro, partendo appunto dall’aspetto denti e risalendo sino alla responsabilità dell’ubiquo e micidiale dolcificante."
David Foster Wallace, La scopa del sistema


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La Cristianità è l’offerta di un premio irresistibile in cambio di una prestazione inadempibile
[...]
Seguiamo questo incredibile dialogo basato su un famoso cartone della Warner.
“Le è mai capitato di guardare Bi-Bip?-
-Lo guardo tutte le settimane, è uno dei miei preferiti-. 
Bava colò sul mento del Dr J....al suo dimenarsi nella poltrona coi piedi ciondolanti a grande distanza dalla moquette giallo-scura dell’ufficio.
-Non so perché ma ci avrei scommesso, - sorrise Fieldbinder....-le è mai capitato di notare come Bi-bip sia quello che potremmo adeguatamente definire un programma esistenziale? E come insista proprio sugli atteggiamenti impliciti nel sentirsi sconvolto di una persona di fronte al catastrofico incendio della propria casa? 
La vedo perplesso,-disse Fieldbinder notanto che il Dr J si grattava furiosamente la testa, così suscitando un vortice di forfora che si levava nell’aria dell’ufficio per poi ricadere a pioggia sull’oscena chiazza glabra al centro della testa teschioide del dottore. Fieldbinder sorrise e proseguì: 
-La invito a riflettere su come tale programma non faccia altro che proporci le gesta di un personaggio, il coyote, funzionante all’interno di un sistema che ha l’interessante ruolo di Natura matrigna, un personaggio che incessantemente, instancabilmente, disastrosamente persegue un oggetto/scopo-ossia l’uccello eponimo del programma - oggetto e scopo il cui valore è assai inferiore rispetto a quello dello sforzo e delle risorse che il protagonista investe nella sua ricerca. - Fieldbinder sorrise beffardamente. - L’oggetto perseguito - un uccello rachitico e ossuto - è assai meno prezioso dell’energia e dell’attenzione e delle risorse economiche consumate dal coyote nel corso della ricerca, esattamente come qualsiasi nesso irradiato dall’Io verso l’esterno avrebbe assai meno valore del prezzo che l’impianto di tale nesso inevitabilmente pretenderebbe.
 Panormino ha scritto il  15 gen 2012 15:17

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Mettiamo che qualcuno mi avesse detto, dieci anni fa, a Scarsdale, o magari in treno mentre andavo al lavoro, mettiamo che questo qualcuno fosse il mio vicino di casa, Rex Metalman, il consulente societario dotato di figlia incredibilmente ancheggiante, mettiamo che ciò avvenisse prima dell'aggravarsi della sua ossessione per il prato e dei conseguenti pattugliamenti notturni di tipo paramilitare a bordo di falciaerba dotato di fari, e dei settimanali bombardamenti aerei di DDT per radere al suolo tutt'al più una misera tana di lombrichi, e della sua assoluta intransigenza di fronte alle ragionevoli e inizialmente garbate insistenze da parte prima di uno e poi di tutti i vicini tese a fargli mitigare magari anche gradualmente le ostilità contro i potenziali nemici del suo prato da cui si sentiva braccato, e altresì prima che tutto ciò scavasse nella nostra amicizia a base tennistica un solco largo quanto un sacco di fertilizzante Scott's, mettiamo dunque che Rex Metalman avesse ipotizzato, allora, che dieci anni più tardi, cioè a dire adesso, io, Rick Vigorous, mi sarei ritrovato ad abitare a Cleveland, tra un lago biologicamente defunto nonché oltraggiosamente fetido e un deserto artificiale da un miliardo di dollari, che mi sarei ritrovato divorziato da mia moglie e fisicamente esiliato dallo sviluppo di mio figlio, che mi sarei ritrovato a condurre un'azienda in società con una persona invisibile ovvero, come risulta ormai evidente, con poco più che un'entità societaria interessata a perdite finanziarie a scopo fiscale, azienda dedita a pubblicare cose forse addirittura più risibili del non pubblicare un accidenti di niente, e che appollaiato in cima a questa montagna di cose incredibili ci sarebbe stato il mio ritrovarmi innamorato, banalmente e pateticamente e furiosamente innamorato di una donna più giovane di me di ben diciotto, diconsi diciotto, anni, una donna che appartenesse a una delle famiglie più in vista di Cleveland, che abitasse in una città di proprietà del padre e che tuttavia sgobbasse come centralinista per uno stipendio di qualcosa come quattro dollari l'ora, una donna la cui tenuta consistente di vestito in cotone bianco e Converse nere modello alto fosse una costante conturbante e refrattaria a ogni analisi, una donna che si sottoponesse a un totale di docce giornaliere che sospetterei oscillare tra le cinque e le otto, che lavorasse nevroticamente come quei balenieri che in penuria di balene passano il tempo a incollar conchiglie per farne souvenir, che coabitasse con un uccellino schizofrenicamente narcisista e con un'amica stronza e quasi sicuramente ninfomane, e che in me trovasse, nascosto chissà dove, l'amante ideale... mettiamo che tutto ciò me l'avesse pronosticato un Rex Metalman in vena di chiacchiere, appoggiato alla staccionata che separava la sua proprietà dalla mia, lui con in mano il suo lanciafiamme e io col mio rastrello, mettiamo dunque che Rex mi avesse pronosticato tutto ciò: io quasi sicuramente gli avrei detto che le probabilità che queste sue profezie si avverassero equivalevano all'incirca a quelle che il giovane Vance Vigorous, all'epoca bimbo di otto anni eppure per certi aspetti più uomo di me, che il giovane Vance, quel giovane Vance probabilmente lì accanto a noi in quel momento e intento a calciare su nel freddo cielo autunnale un pallone destinato poi a tornar giù e spaccare una finestra mentre la sua risata echeggiava all'infinito tra i gracili fusti degli alberi suburbani, che il ben piantato Vance diventasse un... un omosessuale, o qualcosa di altrettanto improbabile o assurdo o totalmente fuori discussione. 
Adesso i cieli risuonano di sogghigni meschini. Adesso che persino a me è diventato innegabilmente chiaro che ho un figlio che fornisce all'espressione "frutto dei miei lombi" prospettive di senso assolutamente inedite, che mi trovo qui a fare ciò che faccio quando non ho niente da fare, che sento uno spiffero vacuo e abbasso gli occhi e mi scopro un buco nel petto e allora spio nella borsa in poliuretano di Lenore Beadsman cercando, tra aspirine e saponette d'albergo e biglietti della lotteria e assurdi libri che non significano niente, il bolo palpitante del mio proprio cuore, cosa dovrei dire a Rex Metalman e a Scarsdale e alla tana di lombrichi e al passato se non che esso non esiste, che è stato obliterato, che mai nessun pallone volò nel cielo freddo, che i miei assegni per l'educazione di mio figlio finiscono in una voragine nera, che a un certo punto, forse anche punti, un uomo può e deve rinascere e rinasce? Rex rimarrebbe perplesso e, come sempre in caso di perplessità, dissimulerebbe il proprio disagio cannoneggiando una porzione di prato. Io, ormai consapevole, rimarrei, rastrello gelido in mano pallida, immobile sotto una pioggia di terriccio ed erba e lombrichi, e scuoterei il capo di fronte all'assurdità di ciò che mi circonda.
Allora, chi è questa ragazza che mi possiede, che tanto amo? 
Rifiuto sia di pormi domande sia di dare risposte riguardo al chi è. Cosa è? 
È una ragazza dalle spalle esili, dalle braccia esili, dal seno gagliardo, una ragazza dalle lunghe gambe e dai piedi più lunghi della media, piedi che quando cammina puntano un po' all'infuori... cinti dalle immancabili e immancabilmente nere Converse modello alto. Ho parlato di tenuta conturbante? 
Macché: quelle sono scarpe che amo. Vi confesso che una volta, in un momento di indubbiamente irresponsabile degenerazione e mentre Lenore era in bagno a farsi la doccia, io tentai di fare l'amore con una delle suddette scarpe, una All-Star 1989 modello alto, ma, per ragioni private, non riuscii a portare a termine l'operazione.
Che dire, dunque, di Lenore, dei capelli di Lenore? 
Sono capelli che in sé e di per sé sono di tutti i colori - biondi e rossi e corvini e raMati - ma che determinano un compromesso ottico esteriore tale da farli risultare complessivamente, e tranne per fulminei bagliori registrabili solo mediante coda dell'occhio, banalmente castani. Capelli che vengono giù lisci seguendo la dolce curva delle guance di Lenore fin sotto il mento, dove quasi si ricongiungono, come fragili mandibole di insetto rapace. Oh, se quei capelli sanno mordere. Di quei capelli io conosco il morso.
David Foster Wallace, La scopa del sistema


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-Lo vedo che non ti piace...-
-Che cosa?-
-Il libro...-
-mmm...-
-Sono settimane che balla da un tavolo all'altro!-
-mmm...-
-Se non ti piace mollalo!-
-E' Wallace! E poi lo sai che non lascio i libri a metà ! -
-Sí ma non ti piace e poi ci sarebbe da carteggiare e ridipingere la ringhiera davanti...-
-Davvero?-
-Sí !-
-Va bene...-
David Foster Wallace, La scopa del sistema


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- sì il messaggio l’ho ricevuto, ma perchè non hai chiamato direttamente me?
- Papà mi ha detto che tu gli hai detto che non hai il telefono.
- Infatti io non ho un telefono. Questo non è un telefono, questo è un linfonodo – disse La Vache indicando un telefono accanto al televisore- lo chiamo linfonodo non telefono, così quando papà mi chiede se ho un telefono, posso rispondergli in perfetta buona fede che non ce l’ho. Tuttavia ho un linfonodo.
- sei pazzo – disse Lenore-
Squillò il telefono
- Beather, ti dispiace rispondere al linfonodo ? disse La Vache.



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"i sicuri di sè hanno membrane come cellule - uovo. cioè membrane che resistono all'assalto degli innumerevoli sistemi - Altro, al loro incessante martellare, al caparbio bussare egli Altri dalla chioma sudicia e dalle ascelle grondanti putredine. Loro bussano e la membrana/uovo sicura di sè attende pazientemente, forte, sulle sue, sicura di sè, e sì, di tanto in tanto lascerà entrare un Altro, lo risucchierà, ma alle proprie condizioni, lo risucchierà come uno spermatozoo, lo prenderà in sé per rinnovarsi, per ri-creare se stessa. solo una membrana robusta è in grado di risucchiare uno spermatozoo".

[...] dice piano Rick Vigorous, guardando in alto e distante. Ha della luce che gli cola sul volto.
Il fatto è che stasera piove, tra la luna e la finestra. Piove maledettamente tanto. Scie di pioggia colano sul vetro della finestra, e la luna brilla attraverso pioggia e vetro, e fa colare riflessi di sé sulla parete della stanza da letto semibuia. Seduto, con la schiena appoggiata alla parete, in mutande, c’è Rick Vigorous. È come se sul suo corpo colasse pioggia illuminata di luna. Idem per il letto. E in effetti idem pure per l’intera stanza, che cola bianco chiaro. Il disegno a gessetti colorati, con Rick e Veronica Vigorous nel loro giardino a Scarsdale, quello nella cornice di legno scuro e appeso sopra la testata del letto, sembra fluorescente. Il televisore è acceso, accanto alla finestra, ma le sue fredde faville si perdono nel milione di bianchi rivoli di luna.
[...]
– Dio santo, la finestra sta sbavando, – dice Rick. Indica. Dal suo polso ciondola luce. – Non ti sembra che la finestra stia sbavando, davanti alla prospettiva di tutto ciò che ancora c’è da rivelare?
David Foster Wallace, La scopa del sistema



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-Mmmm.
-…
-Vorrei un racconto, per favore.
-Vorresti un racconto.
-Per favore.
-Oggi me n’è capitato uno molto interessante.
-Spara
-Guarda che è un po’ angosciante.
-Fa lo stesso.
-Riguarda un tizio affetto da vanità di secondo grado.
-Vanità di secondo grado?
-Già.
-E cosa sarebbe?
-Non sai cos’è la vanità di secondo grado?
-No
-Ma pensa.
-Allora, cos’è?
-Dunque, una persona affetta da vanità di secondo grado è innanzitutto una persona vanitosa.
Magari vanitosa per la sua intelligenza, e in tal caso pretende che la gente si accorga di quant’è intelligenteO per il suo aspetto, e allora pretende che la gente si accorga di quant’è attraenteOppure, sempre per esempio, è vanitosa per il suo senso dell’umorismo, e allora pretende che la gente si accorga di quant’è divertente e argutaO per il suo talento, e pretende che la gente si accorga di quant’è brava. E via di seguito. Lo sai, no, com’è una persona vanitosa.
-Certo.
-Una persona vanitosa si preoccupa che la gente non la percepisca come stupida, o ottusa, o brutta, eccetera eccetera.
-D’accordo.
-Bene, una persona affetta da vanità di secondo grado è una persona vanitosa che si preoccupa altresì di sembrare totalmente priva di vanità. Che ha il terrore che gli altri scoprano che è vanitosa. Una persona vanitosa di secondo grado è una persona che pur di risultare divertente e di buona compagnia è capace di star sveglia tutta la notte a imparare barzellette, ma che tuttavia non ammetterà mai di star sveglia tutta la notte a imparare barzellette. O che magari si sforzerà addirittura di dare l’impressione di non considerarsi affatto una persona divertente.
-…
-Lavandosi le mani in un bagno pubblico, una persona vanitosa di secondo grado non potrà resistere alla tentazione di guardarsi allo specchio e controllarsi da capo a piedi, ma lo farà fingendo di aggiustarsi una lente a contatto o di togliersi un peluzzo dall’occhio, in maniera che la gente la percepisca come il tipo di persona che usa lo specchio non per rimirarsi bensì e soltanto per faccende che nulla hanno a che fare con la vanità.
-Ah.
-Il racconto che ti dicevo si riferisce a una persona affetta da vanità di secondo grado riguardo al proprio aspetto esterioreVanitosa da morire riguardo al proprio aspetto esteriore., ma altresì ossessionata dal desiderio che nessuno venga a scoprire la sua ossessione. Per esempio si sottopone a sforzi inenarrabili al semplice scopo di nascondere alla fidanzata la propria vanità.
Te l’ho detto che questo tizio vive con una ragazza strepitosamente bella nonché di ottimo carattere?
-No.
-Ok, e lei è innamorata pazza, e anche lui è innamorato.
E la loro vita in comune procede a gonfie vele, anche se ovviamente per lui non è affatto semplice convivere sia con l’ossessione sia con l’ossessione di nascondere l’ossessione.
-Cristo.
-Esatto. E un giorno, mentre si fa il bagno nella vasca, questo tizio nota qualcosa di strano sulla gamba, una specie di foruncolo grigiastro, e allora va a farsi visitare dal medico, e il medico gli diagnostica il primo stadio di una malattia non letale ma che potrebbe sfigurarlo, cioè in breve tempo potrebbe compromettere in maniera irreversibile l’aspetto fisico di quest’uomo che, tra parentesi, è un gran bell’uomo.
-…
-A meno che, gli dice il medico, non si sottoponga a una terapia complicatissima e costosissima, per affrontare la quale dovrebbe andare fino in Svizzera e spendere tutti i suoi risparmi, risparmi che sono conservati in un conto corrente per attingere al quale occorre la firma congiunta della sua bella fidanzata.
-Ahi
-…
-In fondo, se è così vanitoso e preoccupato per il proprio aspetto fisico…
-Già, ma non dimenticare che quest’uomo è anche estremamente preoccupato di non risultare il tipo di persona che si preoccupa del proprio aspetto fisico. Il pensiero che la fidanzata scopra che lui è il tipo di persona capace di spendere tutti i propri risparmi e andare a sbattere fino in Svizzera pur di salvare il proprio aspetto fisico lo atterrisce.
-Che malattia sarebbe? Lebbra?
-Una specie di lebbra, se ho capito bene. Forse non così terribile.
Nel senso che la lebbra è letale, mentre questa malattia non è letale.
Comunque il punto è un altro. Il punto è che l’idea che la sua fidanzata possa scoprire che è vanitoso lo atterrisce talmente tanto da indurlo a rimandare continuamente la decisione di andare in Svizzera per sottoporsi alla terapia, e nel frattempo il foruncolo continua a svilupparsi e la pelle della gamba si fa sempre più grigia e comincia a sfaldarsi tra le lenzuola e le ossa si gonfiano e cominciano a deformarsi, situazione che l’uomo cerca di mascherare comprando un gesso ortopedico e applicandolo alla gamba e dicendo alla ragazza di essersela rotta chissà come, solo che nel frattempo il morbo ha raggiunto anche l’altra gamba, e pure lo stomaco e la schiena, e, stando alla logica, suppongo anche i genitali; sicché il tizio non si alza più dal letto se ne sta sempre nascosto sotto le lenzuola e dice alla ragazza di non sentirsi bene, e per farla completa si sforza anche di mostrarsi piuttosto freddo e distante, nonostante le voglia un bene dell’anima. E si alza dal letto solo quando lei è al lavoro- la ragazza commessa in un negozio di abbigliamento femminile- e dunque l’uomo si alza dal letto solo quando lei è in negozio, e va a piazzarsi davanti allo specchio a figura intera che c’è nel bagno del loro appartamento, e resta lì per ore e ore, impietrito dall’orrore, a guardarsi allo specchio, e di tanto in tanto raschia via con grande delicatezza i fiocchi di pelle che si sfaldano dal suo corpo sempre più scempiato.
-Dio santo.
-Già.. e con il passare dei giorni il morbo si aggrava sempre più, si estende al torso, e alle braccia, e alle mani, cosa che l’uomo cerca di dissimulare indossando maglioni e guanti di lana e dicendo di avere chissà perché un gran freddo, e diventa sempre più brusco e sgarbato e acido con la sua deliziosa fidanzata, e non le permette di avvicinarsi, e la induce a credere di avergli fatto chissà quale torto e di essersi comportata male, ma senza mai dire nulla di preciso, e la fidanzata comincia a soffrire d’insonnia e a passare le notti in bagno a piangere, e l’uomo la sente di là che piange, e sente anche il proprio cuore spezzarsi, perché la ama da morire, ma non può farci niente se ha quest’ossessione di non voler diventare brutto , e ovviamente se adesso le dicesse la verità e le rivelasse ogni cosa finirebbe che lei non soltanto se lo troverebbe davanti improvvisamente brutto ma altresì risalirebbe alla sua ossessione primaria riguardo l’aspetto fisico, vedi per esempio il gesso e i maglioni e i guanti di lana, e ovviamente scoprirebbe anche l’ossessione di non rivelare l’ossessione primaria. E insomma lui si fa sempre più scostante, finché lei, ragazza straordinaria e profondamente innamorata di lui ma pur sempre essere umano, finisce per stufarsi e pian piano reagisce diventando a propria volta scostante, per autodifesa, e i rapporti tra i due si incrinano, e in fondo l’uomo ne risente, perché è veramente innamorato. Nel frattempo l’avanzare del morbo ovviamente non si arresta, il marciume gli è arrivato al collo, ormai rasenta il bordo dei suoi maglioni a collo alto, e per giunta cominciano ad affiorargli sul naso un paio di quei noduli grigiastri, messaggeri di nuovi orrori. Sicché un giorno, in quello che l’uomo giudica l’ultimo giorno possibile per mantenere nascosta alla fidanzata la propria situazione, e che è anche il giorno successivo a un loro tremendo e disastroso litigio che ha quasi spezzato il cuore della ragazza, ecco che, mentre la ragazza è come al solito rinchiusa in bagno a piangere, l’uomo scivola silenziosamente giù dal letto, si imbacucca fin sul naso, esce di casa e monta su un taxi per andare dal medico.
-….
-E il medico è comprensibilmente furibondo perché l’uomo non s’era più fatto vivo e lui non sapeva che fine avesse fatto. E ovviamente il medico è molto preoccupato per il dilagare del morbo, e esamina il corpo dell’uomo e fa una smorfia e dice che lo stadio raggiunto è l’ultimo in cui si possa ancora iniziare la costosa terapia svizzera aspettandosene una qualche efficacia, e aggiunge che se rimanderanno ancora la decisione il morbo finirà per fagocitare completamente e irreversibilmente l’uomo, che rimarrà in vita ma resterà sfigurato per sempre. Il medico guarda l’uomo e gli dice che adesso uscirà dallo studio e lo lascerà da solo a riflettere sul da farsi. Chiaramente il medico pensa che l’uomo sia pazzo a non essere già in Svizzera a curarsi. Sicché l’uomo resta lì nello studio, da solo, tutto imbacuccato, anche coi guanti, e gli viene una crisi tremenda, e sente il cuore che gli si spezza, ed è incredibilmente sconvolto per via dell’ossessione dell’ossessione, e tuttavia alla fine ha un’illuminazione, che viene non troppo sottilmente simboleggiata da un raggio di sole che fende le nubi gravide di pioggia che quel giorno gremiscono il cielo e penetra nello studio del medico e va a illuminare l’uomo, e comunque quest’illuminazione mostra all’uomo come l’unica cosa veramente importante sia la sua meravigliosa e dolce fidanzata, unitamente al loro reciproco e intenso amore, e come tutto il resto non conti, sicché l’uomo decide di telefonarle e di raccontarle tutto e di farsi raggiungere in banca per firmare insieme il modulo e ritirare tutti i suoi risparmi e così aver modo di volare in Svizzera quel giorno stesso, e al diavolo il terrore di raccontarle tutto, anche se sarà incredibilmente terribile.
-Uau
-E la storia finisce con l’uomo seduto alla scrivania del medico, con la cornetta del telefono stretta nella mano guantata, che ascolta il telefono squillare nel loro appartamento, e il telefono squilla un bel po’ di volte, cioè non un numero di volte esagerato bensì il numero giusto perché uno cominci a chiedersi se la ragazza sia ancora lì , o se invece sia andata via, magari per sempre. E la storia finisce così, con l’uomo seduto e il telefono che squilla e il raggio di sole che illumina l’uomo seduto nello studio del medico.
-Dio santo. Pensi di usarla?
-No. Troppo lunga. Quaranta e passa pagine. E per giunta battute male.
-…
-Smettila.
-…
-Ti ho detto di smetterla, Lenore. Non è affatto divertente.
-…
-…
-Un momento, come mai sei così informato?
-Informato su cosa?
-Sulla vanità di secondo grado. Ti sei persino stupito che io non ne sapessi niente.
-Che vuoi che ti dica? Ti accontenti se ti dico che è perché sono un uomo di mondo?
-…
-…
-Ginger ale?
-No, non adesso, grazie lo stesso.
David Foster Wallace, La scopa del sistema

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le fantastiche sedute tra il dottor Jay e Rick Vigorous! :D
JAY (voce soffocata): Che compito straordinario abbiamo davanti a noi, mio caro amico!
Quale atroce e insieme splendida opportunità per esercitare la nostra forza di volontà!
La domanda cruciale: siamo maturi? amiamo sinceramente?
Questa attualmente bidimensionale membrana la amiamo abbastanza da consentirle di fuggire da quel contesto opprimente esclusivamente all'interno del quale l'amore originario può venire esercitato e pseudo reciprocato? Riconoscendo la nostra incapacità di penetrare e fertilizzare e permeare e idoneizzare una membrana, un Altro, siamo noi disposti a lasciare che tale Altro esca, torni fuori, in un luogo pulito e privo di odori dove esso Altro possa trovare appagamento, pienezza inveramento di sè?

RICK: Mi rimangio quello che ho detto prima. Lei sta dicendo un cumulo di stronzate. E io le rifiuto. Lei dovrebbe aiutarmi, testa di cazzo. La sua funzione è quella di aiutarmi. Tutto questo suo ciarpame blentneriano si riduce al fatto che secondo lei io dovrei starmene fermo immobile a guardare l'oggetto della mia adorazione e l'assoluto e unico riferimento e scopo di ogni azione della mia vita prender su e farsi trombare a sangue da un lascivo e untuoso yuppie per il solo fato che il suddetto è dotato di un membro più grosso del mio!!?



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Attraverso personaggi eccessivi, còlti nella loro caratteristica più tipica, gonfiata fino a farne un'ossessione grottesca, ci racconta l'America odierna con i suoi College e confraternite, i suoi ciccioni irredimibili (Il ciccione qui presente, Bombardini, è tale per dispetto coniugale), i numerosissimi canali televisivi che spesso creano dipendenza, il trip della Fede sbandierata via cavo a fare proseliti, e temi più intimi, universali, come la ricerca di una propria identità, che si sperimenta all'uscita dal College - un passo prima di entrare, a insicure falcate nel mondo adulto - la ricerca di una stabilità affettiva e l'esperienza di un amore non corrisposto, la psicanalisi, il linguaggio.

Infatti, attraverso molteplici quadretti e personaggi esilaranti e indimenticabili, parla anche del wittengsteinianissimo tema della vita come narrazione, dell'importanza del linguaggio nel definire e circoscrivere la realtà e la persona stessa che lo usa: siamo ciò che diciamo e il mondo è solo quello che possiamo raccontare, Wallace cerca di raccontarlo davvero tutto, il mondo che ruota intorno a Lenore all'uscita dal college, e alla scomparsa della sua nonna omonima da un ospizio.
  ♘ΑνναΦ... ha scritto il  21 giu 2015

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La storia ha una premessa, un fatto che occupa poche pagine, avvenuto nel 1981 in un college femminile.
L’incipit è davvero fulminante.
Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all'improvviso. Sono piatti e lunghi, con le dita strombate e i mignoli afflitti da bottoni di una callosità giallognola che riappare a mo' di battiscopa lungo i calcagni, e sul dosso dei piedi sbucano peluzzi neri arricciati, e lo smalto rosso è screpolato e si scrosta a boccoli per quant'è vecchio, mostrando qua e là striature bianchicce. Lenore se ne accorge solo perché Mindy si è chinata in avanti sulla sedia accanto al minifrigo per staccare dalle unghie dei piedi appunto un paio di fiocchi di smalto; i lembi dell'accappatoio si dischiudono su un generoso scorcio di scollatura, decisamente più sostanziosa di quella di Lenore, e lo spesso asciugamano bianco che cinge la chioma zuppa e shampizzata di Mindy si è afientato e una ciocca di capelli scuri è sgusciata tra le pieghe e scende leggiadra incorniciandole la guancia fin sul mento. Nella stanza c'è odore di shampoo Flex, ma anche di canne, poiché Clarice e Sue Shaw si stanno facendo uno spino bello grosso che Lenore ha ricevuto in dono da Ed Creamer alla Shaker School e ha portato qui al college insieme ad altra roba per Clarice.
II fatto è che Lenore Beadsman, che ha quindici anni, è appena arrivata da casa dei suoi a Shaker Heights, Ohio, a due passi da Cleveland, per far visita alla sorella maggiore, Clarice Beadsman, che è matricola qui al college femminile Mount Holyoke; Lenore, dunque, con annesso sacco a pelo, si trova in una stanza al secondo piano del dormitorio della Rumpus Hall, cioè dove Clarice alloggia con le compagne di corso Mindy [...]
A questo punto l'accappatoio di Mindy è quasi completamente aperto e rivela uno scenario che Lenore giudica decisamente impressionarne, anche se poi Mindy si muove come se non fosse roba sua. Questo non fa che confermare in Lenore l'idea che le ragazze che conosce si possono nettamente dividere in ragazze che dentro di sé si credono carine e ragazze che dentro di sé non si credono carine. Le ragazze che si credono carine non fanno caso se gli si apre l'accappatoio, e sanno truccarsi, e amano sentirsi guardate quando camminano, e se in giro ci sono dei maschi adottano un atteggiamento tutto particolare; invece le ragazze come Lenore, che non si sentono particolarmente carine, tendono a non truccarsi, e fanno atletica, e calzano Converse nere, e l'accappatoio se lo tengono sempre bello annodato. Comunque Mindy è proprio carina, a parte i piedi. [...]



"Fuori' nel croccante prato marzolino, alonata dai fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l'alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi".

E la frase che chiude il primo capitolo (dei ventuno) della Scopa del sistema, a sua volta il primo romanzo (dei soli due, ahinoi) di David Poster Wallace. A rileggerla oggi non si fatica a immedesimarsi nel lettore che — all'epoca dell uscita del romanzo (1987) e appena prima che l'allora giovanissimo autore fosse celebrato come il maggior talento letterario americano — abbia indugiato prima di attaccare il secondo capitolo, che si annuncia con un balzo in avanti di nove anni. Come si può assaporare un'epistassi? Come si fa a mettere in fondo a un capitolo rocambolesco, erotico, comico e violento (e rocambolesco, erotico, comico e violento in un modo assai peculiare) un notturno tanto atonale, il pubblico appartarsi di una quindicenne a cui cola sangue dal naso?
Risalire a quel primo e teorico momento di perplessa ammirazione oggi significa scendere alla radice dei sentimenti che in molti, moltissimi hanno provato e provano per la scrittura di David Foster Wallace. Sentimenti, già.
Era una scrittura che sfidava il precetto del Marcel Proust di Centre Sainte-Beuve - ripreso poi dalle teorie letterarie formaliste e implicitamente ribadito anche dallo stesso Foster Wallace in alcune dichiarazioni: la biografia dell'autore non entra nella sua opera, non la spiega e non ne è spiegata; il soggetto è fuori dalla soglia superiore della semiotica, non se ne può dire nulla. Attenersi a questo precetto rimane saggio, anche al di là dell'autorevolezza dei molti che lo hanno formulato e riformulato. Eppure leggendo Foster Wallace è sempre stato ineffabile pensare a quale testa dovesse avere l'autore di quelle pagine, divertenti nei loro rovelli, opache nel loro tentativo di saturare il dicibile. E probabilmente per questo che la notizia del suo suicidio ha percosso i suoi lettori con la forza di uno staffilante dolore personale, diretto: cosa avesse in testa quell'uomo non era più una questione letteraria, era diventata una questione esistenziale senza vie di scampo, del genere tertìum non datur. E in tanti ci si è chiesti quando sarà possibile tornare a leggere le sue opere senza pensarci, senza dare troppo peso ai presagi di cui ora sembrano pullulare, senza cioè proiettare all'esterno della scrittura quella raccolta di indizi che la sua scrittura stessa ci sollecita.

La scopa del sistema è stato l'esordio letterario officiale di Foster Wallace - avvenuto dopo una pausa dagli studi postuniversitari. Già dal primo capitolo mette in scena temi che si ritroveranno, voltati al maschile, anche nel secondo e maggiore romanzo, Infinite Jest. l'adolescenza e la genialità precoce, innanzitutto; ma anche somministrazioni socializzanti di droga e alcool, esibizionismi sessuali con ambiguità fra l'ingenuo e lo smargiasso, la vita del college. Non manca neppure un'allusione allo sport che, come poi in Infinite Jest, è in contrasto all'uso di sostanze psicotrope. I personaggi si caratterizzano per il corpo che hanno e per quello che ne fanno: vestirsi, vomitare, svestirsi toccarsi, fumare, mangiare, bere, vivere in una camera iperriscaldata a causa di uno squilibrio termico del corpo, assaporare una breve epistassi..., attraverso una gamma molto ampia di tatti i possibili gesti, posture, apparenze, deiezioni e assunzioni.
Personaggi, prodotti luoghi e istituzioni come scuole e posti di lavoro hanno di frequente miti peculiari (Stonecipher, Metalman, Rumpus, Splittstoesser, Shaker Heights, Frequent & Vigorous, lnc, Bombardini Building, Neil Obstat); gli alberi genealogici sono capziosamente intricati. L'ambientazione in un futuro prossimo (meno di un decennio avanti il momento storico della stesura: succederà lo stesso anche con Infinite Jest) consente all'autore invenzioni tecnologiche e sociali qui culminanti in due trovate paesaggistiche: la forma della citta di East Corinth (progettata in modo che i suoi confini sagomino a beneficio di chi sorvoli la città la conturbante silhouette dell'attrice Jayne Mansfield) e la creazione di un deserto artificiale ai margini della città di Cleveland, voluto dal governatore dello Stato per fornire "un punto di riferimento primordiale perle buone genti dell'Ohio. Un luogo da temere e amare. Un luogo selvaggio. Qualcosa che ci rammenti contro cosa abbiamo lottato e vinto. Un luogo senza centri commerciali. Un Altro per stimolare l'Io dell'Ohio>>.
Scrivendo La scopa del sistema- Foster Wallace non aveva ancora individuato nel meccanismo della nota al testo la forma simbolica che, anche sul piano della disposizione grafica, impone al lettore di inseguire incessantemente la dispersione del testo. Le note caratterizzeranno Infinite Jest (sono 388 solo quelle diciamo primarie — a coi vanno aggiunte le note alle note — e occupano quasi duecento delle oltre mille pagine del romanzo) ma anche i saggi, dalla dissertazione matematica sull'infinito di Tutto e di più ai capitoli di Considera l'Aragosta. nell'ultimo dei quali le chiose vengono impaginate come box racchiusi nel flusso del testo primario, a cui sono collegate mediante frecce. Già prima dell'adozione di queste diramazioni spaziali del testo, e già nel romanzo d'esordio, la linearità del racconto non compariva fra gli obiettivi dell autore.


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