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sabato 6 luglio 2019

La "Critica della Facoltà di giudizio" di Kant e "La Gaia scienza" di Nietzsche. "La teleologia da Kant in poi". Abbandonò l'idea (probabilmente dati i problemi burocratici che comportava fare un passaggio di corso, si scherza, ma ne so qualcosa ed é brigoso), ma riprenderà in quest'opera le riflessioni su Kant e la teleologia. Già dal primo aforisma l'interlocutore privilegiato risulta essere Kant, definito "maestro dello scopo dell'esistenza" e criticato per questo da Nietzsche come colui che pone scopi illusori anche quando non vi sono. Kant riconosceva la teleologia come un'esigenza morale e conoscitiva dell'uomo, che ha bisogno di pensare e agire nel mondo "come se" questo fosse dotato di scopo. Nietzsche critica questa eccessiva antropomorfizzazione del mondo e mostra come questo vada inteso come spezzato nelle infinite prospettive possibili. La teleologia regolativa di Kant e il prospettivismo di Nietzsche li ho usati nella mia tesi sull'evoluzionismo. Diverse ricerche di psicologia cognitiva hanno dimostrato che gli esseri umani hanno una predisposizione naturale a giudicare i fenomeni in termini di scopi e intenzioni, e questo, come mostra Nietzsche in quest'opera, é probabilmente frutto del nostro retaggio evoluzionistico.

Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 335


Viva la fisica!

Quanti sono gli uomini che sanno osservare? E tra quei pochi che lo sanno fare, - quanti osservano se stessi? «Ciascuno è lontanissimo da se stesso» - lo sanno, con loro grande disagio, tutti coloro che scrutano le viscere; e la massima «Conosci te stesso!» è quasi, rivolta all'uomo da un dio, una malvagità.

Che l'introspezione sia una faccenda disperata, tuttavia, è testimoniato soltanto dal modo in cui quasi tutti parlano dell'essenza di un'azione morale; questo modo affrettato, volenteroso, convinto, verboso, col suo sguardo, il suo sorriso, il suo zelo servizievole! Sembra che ti si voglia dire: «Caro mio, questo riguarda me! Stai rivolgendo la tua domanda proprio a colui che può risponderti: si dà il caso che non ci sia campo in cui io sia più saggio. Allora: quando l'uomo giudica "questo è giusto" e ne conclude "perciò deve accadere", facendo quindi quanto ha riconosciuto giusto e definito necessario, - l'essenza della sua azione è morale!». Però, amico mio, tu mi vai parlando di tre azioni invece che di una: anche il tuo giudicare «questo è giusto», tanto per fare un esempio, è un'azione; non potrebbe anche il giudicare, a sua volta, essere morale o immorale? Perché ritieni che questo sia giusto o questo no? «Perché me lo dice la mia coscienza: la coscienza non parla mai in modo immorale, ed è la prima a determinare che cosa debba essere morale!» Ma perché ascolti la voce della tua coscienza? E in che misura hai diritto di considerare vero e infallibile un tale giudizio? Di questa fede - non c'è più coscienza? Non sai niente di una coscienza intellettuale? Una coscienza dietro la tua «coscienza»? Il tuo giudizio «così è giusto» ha una preistoria nei tuoi istinti, nelle tue inclinazioni, avversioni, esperienze e non-esperienze; ti devi domandare «come è nato?», e poi ancora «che cos'è che mi spinge a dargli ascolto?». Tu puoi dare ascolto ai suoi ordini come un bravo soldato che esegue gli ordini del suo ufficiale. O come una donna che ama colui che le impartisce gli ordini. O come un adulatore vigliacco che teme colui che impartisce gli ordini. O come uno stupido che esegue perché non ha niente in contrario. In breve, tu puoi dare ascolto alla tua coscienza in centinaia di modi.

Che tu percepisca questo o quel giudizio come lingua della coscienza, che tu senta qualcosa come giusto, può tuttavia dipendere dal fatto che non hai mai riflettuto su te stesso e hai sempre accettato ciecamente quanto ti è stato indicato sin dall'infanzia come giusto; oppure dal fatto che sinora insieme a quelli che chiami i tuoi doveri - ti sono sempre pervenuti pane e onori: ti sembra cioè «giusto» perché ti pare la tua «condizione esistenziale» (il tuo diritto all'esistenza ti risulta assolutamente inconfutabile!) La solidità del tuo giudizio morale potrebbe pur sempre essere una prova della tua miserabile situazione personale, della tua mancanza di personalità; la tua «forza morale» potrebbe essere originata dalla tua caparbietà - o dalla tua incapacità di guardare a nuovi ideali! E, per farla breve: se tu avessi pensato con maggiore finezza, osservato meglio e imparato di più, non chiameresti in nessun caso «dovere» e «coscienza», questo tuo «dovere» e questa tua «coscienza», perché la consapevolezza del modo in cui sono nati i giudizi morali ti farebbe passare la voglia di usare queste parole patetiche, come già non usi più altre parole patetiche, ad esempio «peccato», «salvezza dell'anima», «redenzione».

E adesso non venirmi a parlare dell'imperativo categorico, amico mio!... Questa parola mi fa il solletico all'orecchio, e io debbo ridere, nonostante la serietà delle circostanze: il pensiero corre al vecchio Kant, il quale, a titolo di punizione per essersi carpito «la cosa in sé» - (anche questa espressione assai ridicola), - fu a sua volta carpito dall'«imperativo categorico» col quale, nel suo cuore, si smarrì nuovamente fino a giungere a «Dio», «anima», «libertà» e «immortalità», come una volpe che, smarrendosi, ritorna nella gabbia -ed erano state proprio la sua forza e la sua astuzia a permettergli di infrangere quella gabbia!

- Come? Tu ammiri l'imperativo categorico in te? Questa «solidità» del cosiddetto giudizio morale? Questo sentire «incondizionatamente» che «tutti debbono giudicare come giudico io?». In questo puoi semmai ammirare il tuo egoismo! E la cecità, la piccineria e la mancanza di pretese del tuo egoismo! E’ infatti egoismo percepire il proprio giudizio come legge universale; a maggior ragione un egoismo cieco, piccino e senza pretese perché tradisce il fatto che tu non hai ancora scoperto te stesso né ti sei ancora creato un ideale tuo proprio: questo infatti non potrebbe mai essere quello di un altro, figuriamoci poi di tutti, tutti!

Chi giudica ancora che «in questo caso tutti dovrebbero agire così» non ha compiuto neppure cinque passi sulla via della conoscenza di sé: altrimenti saprebbe che non ci sono né possono esserci azioni uguali; che ogni azione compiuta è stata compiuta in modo unico e irripetibile, e lo stesso dicasi di ogni azione ventura; che le norme dell'agire si riferiscono soltanto al volgare aspetto esteriore dell'agire stesso (e lo stesso vale per i precetti più intimi e raffinati di tutte le morali che si sono succedute sinora); che le azioni possono sì mostrare una parvenza di uguaglianza, ma niente di più che una parvenza; che ogni azione, che la si consideri in anticipo o retrospettivamente, è e rimane una cosa impenetrabile; che la nostra opinione di «buono», «nobile», «grande» non può mai essere dimostrata dalle nostre azioni, perché ogni azione è inconoscibile; che sicuramente le nostri opinioni, i nostri giudizi di valore e le nostre tavole di valori sono tra le leve più potenti nell'ingranaggio delle nostre azioni e purtuttavia la legge della loro meccanica è, nel singolo caso, indimostrabile.

Limitiamoci allora alla pulizia delle nostre opinioni e dei nostri giudizi di valore e alla creazione di tavole di valori che siano nuove e propriamente nostre, senza stare più a rimuginare sul «valore morale delle nostre azioni»! Sì, amici miei! giunta l'ora di provare nausea per tutte le chiacchiere morali degli uni sugli altri! Istituire tribunali morali ci deve sembrare contrario a ogni gusto!

Lasciamo stare queste chiacchiere e questo cattivo gusto a coloro che non hanno nient'altro da fare se non trascinare il passato per un altro po' e che non sono mai presente - cioè ai molti, ai più! Noi però vogliamo divenire coloro che siamo; - nuovi, unici, incomparabili, legislatori di noi stessi, creatori di noi stessi! E allora dobbiamo divenire i migliori nello scoprire quello che in questo mondo è regolato da leggi e necessario: dobbiamo essere fisici per poter essere, in quel senso, creatori; mentre sinora tutte le valutazioni e gli ideali erano costruiti sulla non conoscenza della fisica o in contraddizione con essa. E quindi: viva la fisica! E ancora di più quello che ci spinge verso di lei, - la nostra rettitudine!
Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 335

http://www.nilalienum.it/Sezioni/Nietzsche/Opere/GS.html





La "Critica della Facoltà di giudizio" di Kant e "La Gaia scienza" di Nietzsche. 
Due classici del pensiero moderno e contemporaneo apparentemente così lontani in realtà così legati. Nietzsche infatti, quando si stava per laureare in filologia gli venne invece in mente di laurearsi in filosofia con una tesi chiamata "La teleologia da Kant in poi". Abbandonò l'idea (probabilmente dati i problemi burocratici che comportava fare un passaggio di corso, si scherza, ma ne so qualcosa ed é brigoso), ma riprenderà in quest'opera le riflessioni su Kant e la teleologia. Già dal primo aforisma l'interlocutore privilegiato risulta essere Kant, definito "maestro dello scopo dell'esistenza" e criticato per questo da Nietzsche come colui che pone scopi illusori anche quando non vi sono. Kant riconosceva la teleologia come un'esigenza morale e conoscitiva dell'uomo, che ha bisogno di pensare e agire nel mondo "come se" questo fosse dotato di scopo. Nietzsche critica questa eccessiva antropomorfizzazione del mondo e mostra come questo vada inteso come spezzato nelle infinite prospettive possibili. La teleologia regolativa di Kant e il prospettivismo di Nietzsche li ho usati nella mia tesi sull'evoluzionismo. Diverse ricerche di psicologia cognitiva hanno dimostrato che gli esseri umani hanno una predisposizione naturale a giudicare i fenomeni in termini di scopi e intenzioni, e questo, come mostra Nietzsche in quest'opera, é probabilmente frutto del nostro retaggio evoluzionistico.

Cristian La Cascia
Kant è come una volpe che una volta distrutta la sua gabbia cerca di entrarci di nuovo...
Suonava più o meno così un'aforisma de "La gaia scienza"...o mi sbaglio?


Guido Cassinadri
Cristian La Cascia
esatto, distrutta la gabbia metafisica in ambito conoscitivo ci rientra dentro in ambito morale


Cristian La Cascia
Guido Cassinadri
quando lessi l'aforisma di Nietzsche che smontava la filosofia di Kant in 20 righe risi di gusto...

giovedì 8 dicembre 2016

Heidegger lettore di Kant. Alla ricerca del concetto di temporalità.

FILOSOFIA E NUOVI SENTIERI

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» 
Denis Diderot


Alla ricerca del concetto di temporalità. 
Heidegger lettore di Kant


1. Introduzione.
Disquisire della temporalità e del suo lessico sembra, di primo acchito, implicare per il lettore d’oggi una più radicale immersione nella humus filosofica e metafisica; ciò che non ci si aspetterebbe, forse, è che l’esigenza che porta a riscoprire un simile concetto per inquadrarlo in termini più chiari può venire da campi differenti, aventi obiettivi diversi ed apparentemente più ‘pratici’ rispetto a quelli delle scienze filosofiche. 

Un esempio che può essere fatto è quello della sociologia del tempo: 
la Social Acceleration Theory, che vede fra i suoi principali teorici Hartmut Rosa, nel porre al centro della sua diagnosi nuove forme di alienazione temporale che caratterizzerebbero le società contemporanee, si riferisce alla temporalità’ come a quella dimensione fenomenologica ed esperienziale del soggetto che si ritrova impossibilitato al cambiamento reale (a causa di una molteplicità di cambiamenti apparenti ed eterodiretti).

Nelle pagine di autori come Virilio (non annoverabile stricto sensu in tale paradigma, ma certamente considerabile come uno dei principali punti di partenza per la stessa teoria), Rosa, William E. Scheuerman, Robert Hassan e molti altri, ciò che viene contratto, compresso ed alterato non è propriamente un arco di tempo e/o degli intervalli composti da tanti istanti tecnicamente misurabili, bensì il modo prettamente umano di percepire il tempo come una propria dimensione

Tale tempo ‘appropriato’ dell’uomo non seguirebbe leggi e criteri che, in ultima analisi, potrebbero essere commisurati a qualche forma di calcolabilità preventiva rispetto a degli scopi pratici da raggiungere: i modi per descrivere le alterazioni di una simile temporalità utilizzati dai sociologi della Social Acceleration Theory s’incardinano attorno a metafore come quelle della contrazione e della dilatazione, della pressurizzazione e della depressurizzazione, instaurando legami con altre temporalità (o con il Tempo sociale dominante) basati sulla sincronizzazione o sul suo contrario, la desincronizzazione.

È lecito chiedersi, dunque, proprio a seguito di un tale libero brulicare di nuovi termini che cercano di carpire la temporalità umana e definirla in quanto tale, che tipo di eredità la filosofia occidentale lascia a disposizione per approfondire i retroscena di queste indagini sociologiche. Tracciare un percorso che possa illuminare riguardo alla natura del tempo e alla sua declinazione precipuamente umana sembra costituire un’impresa titanica, che potrebbe rigettarci ai prodromi del pensiero classico ed alla distensio animi agostiniana; di portata minore, seppur di natura non necessariamente più facile, può essere l’analisi di un unico volume dove la tematica della temporalità sembra essere centrale e viene analizzata in maniera perspicua ed elaborata, ossia Kant und das Problem der Metaphysik di Martin Heidegger.

2. Dalla Kritik der reinen Vernunft al concetto di pre-comprensione ontologica.
Viviamo in tempi heideggeriani? 
Un quesito del genere, per la sua vaghezza, potrebbe apparire privo di significato se non fosse per l’improvvisa risonanza causata, fra il 2015 e il 2016, dalla pubblicazione degli Schwarze Hefte; è in ogni caso evidente come le opere di Heidegger maggiormente discusse e commentate siano spesso state quelle che il suo autore non riteneva più complete o precise nel rappresentare il proprio pensiero filosofico. Il profilo di opera ‘secondaria’ che Kant und das Problem der Metaphysik ha assunto, in termini di popolarità, rispetto a Sein und Zeit ed altri testi non corrisponde, però, all’importanza che il filosofo tedesco avrebbe voluto conferirgli nell’insieme della sua produzione. Due anni dopo la pubblicazione di Sein und Zeit, il testo che ci accingiamo a commentare ed analizzare doveva costituire la prima sezione del secondo volume della stessa opera; Heidegger decise però, nel 1929, di pubblicare Kant und das Problem der Metaphysik come opera a se stante. Il legame di continuità e la stretta relazione con Sein und Zeit è esplicitamente chiarito da Heidegger stesso nella quarta ed ultima prefazione al suo lavoro, datata 1973 (si tratta, perciò, di un lavoro che Heidegger torna a leggere e commentare dopo più di 40 anni e per il quale, ad ogni edizione, si sente in dovere di aggiungere una nuova prefazione).

Per quanto concerne, inoltre, il legame fra Heidegger e Kant, sarà d’obbligo premettere che la frequentazione dei testi kantiani non rimase un episodio isolato negli studi e nella carriera accademica di Heidegger: è possibile ricostruire, tramite la Gesamtausgabe, come molte delle lezioni universitarie di Heidegger avessero come punto di partenza proprio la filosofia kantiana
A questo riguardo basterà citare, solo per dimostrare la costanza della medesima attenzione per il pensatore di Königsberg, le lezioni tenute dal primo Heidegger nel semestre invernale del 1927-28 sotto il titolo di Interpretazione fenomenologica della critica della ragion pura di Kant (quelle probabilmente più vicine alla rilettura di Kant und das Problem der Metaphysik e che già tramite il titolo ci forniscono un’importante direzione da dare all’esegesi della prima Kritik, dichiaratamente fenomenologica), e due scritti dell’ultimo Heidegger, che si riallacciano esplicitamente, a guisa di completamento ed integrazione, a Kant und das Problem der Metaphysik: nel 1962 Il problema della cosa. A proposito della dottrina kantiana dei principi trascendentali, e l’anno dopo, nel 1963, la Tesi di Kant sull’essere.

Molto più importante della determinazioni delle varie influenze che modificano la ricezione dell’opera kantiana del primo e dell’ultimo Heidegger è il senso che egli vuole dare alla prima Kritik tramite la sua rilettura: la libertà che il professore di Friburgo utilizza nel leggere a suo modo i passi kantiani non era passata inosservata, tanto da stimolarlo a dedicare una delle sue prefazioni (la seconda, datata 1950) a rispondere alle stesse critiche. 

Con un misto di arroganza intellettuale ed ironia, Heidegger rigetta immediatamente il desiderio di essere in qualche modo filologicamente fedele al testo preso in esame ed al suo contesto storico, delineando una distinzione critica fra un certo tipo di commentatori e coloro che sono capaci di dialogare col pensiero di Kant: «A differenza dei metodi della filologia storica, che ha il suo proprio compito, un dialogo di pensiero è soggetto ad altre leggi che sono più vulnerabili. Nel dialogo è più alto il rischio dell’errore, e sono più frequenti le mancanze. […] Quelli che pensano, imparano più durevolmente dalle mancanze1».

Addentrandoci più nei contenuti dell’esegesi heideggeriana, l’intento di Kant und das Problem der Metaphysik è quello di stravolgere e combattere una visione della prima Kritik focalizzata sulla sua natura di «teoria della conoscenza»; la visione dell’opera kantiana come quella di uno sforzo volto a delimitare le facoltà conoscitive umane entro certi limiti è quella che possiedono coloro che ne vogliono fare, per certi versi, una (nuova) fondazione del sapere valida per le scienze positive. 

Questo impedirebbe, a parere di Heidegger, di cogliere non solo le novità terminologiche e teoretico-ontologiche a cui Kant approda e che egli stesso non è in grado di ammettere ed esplicitare fino in fondo; l’obiettivo che il filosofo di Sein und Zeit qui si propone è quello di centrare il focus metafisico che, pur delineandosi a partire dai problemi della conoscenza finita, punta all’Essere, all’ontologia e alle modalità della rivelazione (mai totale) che tramite essa avviene2.

Semplificando il più possibile, la Critica della ragion pura è un lavoro che apre il campo a- e complica l’orizzonte dell’ontologia; nella prima Kritik è possibile rintracciare le questioni ontologiche fondamentali e combattere una sua limitazione a teoria gnoseo-antropologica è uno degli obiettivi del testo heideggeriano. La natura ontologica della più celebre opera kantiana e l’ostilità che Heidegger sente nel definirla una propedeutica teoria della conoscenza utile per le scienze positive si rende chiara a termine dell’Introduzione, intitolata per l’appunto Tema della ricerca e sua articolazione. In questa sede Heidegger si esprime in maniera abbastanza netta: 
«L’intento della Critica della ragion pura resta quindi fondamentalmente misconosciuto, qualora si interpreti quest’opera come teoria dell’esperienza o addirittura come teoria delle scienze positive. La critica della ragion pura non ha nulla a che fare con una teoria della conoscenza. Se mai si potesse tenere per valida un’interpretazione in questo senso, allora si dovrebbe dire che la critica della ragion pura non è una teoria della conoscenza ontica (esperienza), bensì una teoria della conoscenza ontologica3». È, tuttavia, già presente nella Sezione prima che l’autore scrive qualcosa che va ben oltre la libertà di una neutrale lettura e che sarebbe lecito considerare più come un taglio ermeneutico, una reinterpretazione a cui Heidegger approda analizzando prima di ogni altro aspetto quello ontologico-metafisico nel lavoro kantiano: egli vede in Kant lo scopritore di una dicotomia che diverrà assolutamente centrale per l’impostazione della sua filosofia, al punto da ritenere la vera e propria rivoluzione copernicana di Kant la prima distinzione, nella filosofia occidentale, fra ontico ed ontologico; più precisamente, la partecipazione della trascendenza nel processo conoscitivo umano porta ad una fondamentale conseguenza: «la verità ontica si regola necessariamente su quella ontologica4».

La nota polarità heideggeriana viene curiosamente innestata a posteriori nelle riflessioni kantiane.

Kant, a differenza degli empiristi da un lato e degli idealisti di ogni specie dall’altro, avrebbe attaccato le teorie della conoscenza che riuscivano a fondarsi da sé. Una fondazione della conoscenza tramite l’utilizzo di principi primi o dati empirici si rivela impossibile, è il piano trascendentale kantiano (rispetto al quale si assottiglia sempre più, nelle pagine heideggeriane, la distinzione con quello ontologico) che s-fonda una qualsiasi teoria della conoscenza data una volta per tutte e lascia venire per la prima volta alla luce una nuova conoscenza ontologica

Nelle parole di Heidegger la questione è posta nel seguente modo:
Kant vuol dire […] che non ogni conoscenza è ontica, e che dove c’è conoscenza ontica, questa si rende possibile solo mediante una conoscenza ontologica. La rivoluzione copernicana scuote così poco il vecchio concetto della verità come adeguazione (adaequatio) della conoscenza all’ente, che anzi lo presuppone e, addirittura, lo fonda per la prima volta. La conoscenza ontica può adeguarsi all’ente («oggetti»), solo se tale ente è già manifesto in precedenza come ente, ossia è già conosciuto nella costituzione del suo essere. […] La costituzione ontica non può invece mai regolarsi per sé secondo gli oggetti, perché, senza la conoscenza ontologica, non ha nulla secondo cui potersi regolare5.

Ma come si rende possibile il passaggio dall’impossibilità positiva di fondazione gnoseologica all’accesso ad una conoscenza ontologica che, in ogni caso, la ‘guida’? E se ciò avviene, qual è il modo di procedere di una conoscenza che non ha la sua fondazione in nient’altro e contemporaneamente, tramite la sua dinamica, rende sostenibile il compito di ordinare le esperienze e rendercele comprensibili?

Per rispondere a simili interrogativi sulla natura della trascendentalità e chiarire meglio l’impostazione ontologica della stessa che fornisce Heidegger sarà utile seguire alcuni snodi fondamentali che illustrano la sua esposizione dei principali strumenti teoretici utilizzati da Kant nella prima Kritik

Uno dei primi passi che l’autore compie in questo senso è una valorizzazione piena e decisa del primato dell’intuizione rispetto al pensiero: il lato intuitivo è, a parere di Heidegger, così tanto posto in risalto dal filosofo di Königsberg che la funzione teoretica umana risulterà sempre ancillare rispetto all’intuizione stessa. Il ruolo suppletivo ed aggiuntivo del pensiero ci dice allo stesso tempo qualcosa riguardo alla ricerca della conoscenza finita: si tratta in qualche modo di un processo ed uno svolgimento atto a portare ‘fuori’ e rendere esplicito e comprensibile qualcosa che l’intuizione ha già colto
«Il pensiero, infatti, in ogni sua forma, sta unicamente al servizio dell’intuizione. Il pensiero non si trova semplicemente accanto all’intuizione, aggiunto ad essa, ma, per la sua stessa struttura interna, serve al raggiungimento dello scopo che l’intuizione persegue in via primaria e costante6». 

Rendere totalmente chiaro cosa sia l’Intuizione e cosa il Pensiero non è un’impresa facile se ci si attiene solamente al saggio heideggeriano: l’obiettivo primario sembra qui essere, più che definire le tendenze e gli scopi dell’una e dell’altro, mettere a confronto le loro differenze formali ed il loro modo di procedere rispetto al loro ‘ricevere’ l’ente e l’essere dell’ente

Commentando i passi di Kant che mettono a confronto il conoscere divino e quello umano, nel primo caso s’intenderà una forma di intuizione che è simultaneamente creatrice dell’ente e che non ha nemmeno bisogno dell’aggiunta del pensiero. Prima di tornare sull’intuizione umana, e sul nostro tentativo di ‘intuirla’ a nostra volta, Heidegger insiste sul fatto che bisognerà concepire il pensiero all’interno della prima Kritik come il «sigillo della finitezza7» tout court.

Che tipo di intuizione sarà quella umana, o, per meglio dire, quella che connota la conoscenza finita? Al di là delle difficoltà intrinseche nell’elaborare una simile risposta, essendo per definizione in questa polarità l’intuizione qualcosa di altro proprio rispetto al pensiero, ciò che si può sotto certi rispetti ammettere per negazione è che, tramite la giustapposizione alla conoscenza divina, l’impronta dell’intuizione umana dev’essere opposta a quella creativa divina. L’intuire umano è ‘fatto’ di passività, nonostante tale passività non equivalga ad una qualche forma d’immobilità priva d’azione: la caratteristica fondamentale dell’intuizione finita è quella che, in termini kantiani, è definita Rezeptivität; a questo riguardo scrive Heidegger, commentando Kant, che «il carattere della finitezza dell’intuizione risiede appunto nella ricettività [Rezeptivität]. Ma l’intuizione finita non può ricevere, se quello che deve ricevere non si annuncia. L’intuizione finita ha bisogno, per essenza, che l’intuibile la riguardi, ha bisogno d’esserne “affetta” [affiziert]8».

Prima di procedere oltre, per quanto lo stesso Heidegger ponga l’accento soprattutto sui termini legati all’affezione e alla ricettività, occorrerà non trascurare un determinato campo semantico e relazionale che viene attivato in passi del genere, utile forse più per capire la filosofia heideggeriana che quella kantiana: la dialettica che intercorre fra l’abilità ricettiva dell’essere finito che conosce e quello che si dona (che si apre a–, potremmo anche dire) comporta da un lato la possibilità della riuscita di un simile ‘incontro’ solo dopo un annuncio del secondo nei riguardi del primo (potremmo facilitarci la difficoltà teoretica di questi passi immaginando un ospite che deve preavvisare in qualche modo la sua venuta o ad un regalo che, per essere consegnato, deve necessariamente presupporre l’incontrarsi del donante e del donatore), dall’altro un’attività del ricevere. Il fatto che il ricevere sia comunque un agire, comportante delle modificazioni (le affezioni), non lo rende un produrre un qualcosa: l’aspetto passivo è in ogni caso dominante e comprendere un simile difficile binomio (l’azione di un’intuitività quasi esclusivamente ricettiva), quasi ossimorico a tratti, rende la complessità dell’impresa di volgere il pensiero verso l’intuitività. 

Un’intuizione creatrice in tutti i sensi è solo quella divina e, paradossalmente, una simile versione originaria della stessa ci viene più semplice accostarla al lavoro dell’intelletto che a quello della nostra ricettività intuitiva, visto e considerato che la nostra intuitività non si sforza in senso stretto, volontariamente, mentre la dinamica intellettuale è comunque da considerarsi come una «sorta di produzione9».

Per quanto sia profonda in Kant e in Heidegger l’interrelazione fra l’intuire ed il pensare, il discorrere di tale dicotomia nelle prime mosse di Kant und das Problem der Metaphysik risulta solo preliminare per chi cerca di cogliere quella trasformazione interpretativa che avverrebbe in questa speciale rilettura della prima Kritik. 

Solo procedendo dal processo della ricettività intuitiva, spiegato proprio nei termini di un qualcosa che si annuncia e che si riceve, è possibile proseguire oltre e comprendere a pieno in che modo la trascendentalità assuma la parte fondamentale nell’interrelazione fra enti finiti

Come era precedentemente stato suggerito, l’ente, per essere ‘ricevuto’, dev’essere in qualche modo già stato ‘annunciato’: poco distante da questa traccia sibillina troviamo un piccolo paragrafo che completa ulteriormente le conseguenze di una simile impostazione, definendo la «fondazione dell’ontologia» persino come uno dei cardini attorno al quale tutta la prima Critica kantiana ruoterebbe:
La conoscenza dell’ente è possibile soltanto sulla base di una conoscenza preliminare, indipendente dall’esperienza, della costituzione dell’essere dell’ente. Ora, la conoscenza finita, sulla finitezza della quale verte la ricerca, è per essenza intuizione ricettiva e determinante dell’ente. Perché la conoscenza finita dell’ente sia possibile, occorre che essa si fondi su una cognizione dell’essere dell’ente, anteriore a ogni ricezione10.
Il passo appena citato è probabilmente uno dei più fecondi per estrapolare quanto di più ‘heideggeriano’ vi può essere nello sforzo ermeneutico che l’autore applica verso l’opera di Kant: in questo caso è ben evidente come quel ‘qualcosa’ che rende possibile la ricezione dell’ente che si vuole conoscere a favore dell’ente conoscente non è nemmeno, precisamente, una ‘piccola parte’ dell’ente stesso (sebbene, come vedremo, non verrà rigettata la metafora dell’anticipazione quando s’inserirà in un tale rapportarsi la temporalità), ma qualcosa che lo eccede sempre. L’«essere dell’ente» (formula che significativamente Heidegger non riprenderà quasi più nel corso della sua trattazione) è ciò che rende possibile la ‘comunicazione’ fra i diversi enti ed il loro rapportarsi; in termini più strettamente gnoseologico-teoretici, è la trascendentalità che rende possibile la conoscenza finita.
Non è possibile avere una cognizione precisa e ‘scientifica’ (lato sensu) dell’essere dell’ente, nonostante sia solamente questo elemento che renda possibile l’incontro: è la stessa impossibilità, passando dal piano dell’ontologia relazionale a quello della relazionalità teoretica (che per Heidegger spesso equivalgono), quella che Kant mette in luce per la prima volta nella storia del pensiero occidentale inserendo la trascendentalità come conditio sine qua non della conoscenza in sé. Per tornare a questo tipo di rivalorizzazione ontologica che il professore di Friburgo compie liberamente sull’opera kantiana, un consiglio che egli stesso dona riguardo al giusto approcciarsi all’Analitica trascendentale kantiana è quella di vederla più come uno «scioglimento» delle categorie della metafisica tradizionale che come un loro riassemblaggio; il pensiero kantiano, come un vento impetuoso, solleverebbe tramite la messa in discussione delle precedenti categorie ontologico-teoretiche nuovi e fecondi «germi dell’ontologia»: «L’analitica non consiste però nel dissolvere la ragion pura finita, scomponendola nei suoi elementi; essa è, bensì, uno scioglimento, ma nel senso opposto, in quanto mette in libertà, smuovendoli, i germi dell’ontologia. Essa svela quelle condizioni, che fanno germogliare un’ontologia come un tutto, secondo la sua intrinseca possibilità11».
Eppure è immediatamente evidente la difficoltà di proseguire in maniera certa su un simile sentiero: non si tratta più, solamente, di utilizzare il pensiero per definire ciò che propriamente non è ‘pensiero’, ma d’intravedere l’essere dell’ente dietro le lenti della finitezza ontica. Heidegger non ignora la puntualizzazione kantiana dell’esclusività dell’accesso della conoscenza umana al lato meramente fenomenico della realtà: il suo questionare, auscultando i passi kantiani, rimarrà perciò quello che egli stesso definisce come «la possibilità essenziale della sintesi ontologica12». È su quel già dell’anticipazione, su questo pre– (elencheremo in questa sede almeno due formulazioni centrali di Heidegger, «pre-ontologia» e «pre-comprensione», che usufruiscono del medesimo prefisso), su di una presenza che pre-cede ed oltre-passa il presente, che si gioca la partita filosofica della possibilità di una sintesi ontologica così come quella di una teoria della conoscenza che non parta da semplici dati finiti: «messo per esteso, tale interrogativo suona così: come può l’esserci finito dell’uomo andar oltre (trascendere) l’ente in via affatto preliminare, dal momento che non solo non ha creato tale ente, ma è anzi, proprio per poter esistere come esserci, assegnato all’ente?13».
A questo punto non è possibile fermarsi, ammettendo l’indicibilità: una costante della filosofia heideggeriana è certamente l’esplorazione linguistica che non arretra di fronte a difficoltà di tal fatta. Di conseguenza, per enucleare un apparato terminologico sufficiente ad esprimere il funzionamento della ricettività intuitiva, Heidegger ricorre ad almeno quattro lemmi fondamentali che non sono presenti nel testo kantiano ma che, a suo modo di vedere, potrebbero incarnare perfettamente l’assetto ontologico strutturale che la visione delle conoscenza kantiana presuppone. Essi sono pre-ontologia, corrispondenza, volgersi a– e obiettazione:
D’altra parte, affinché un ente possa essere incontrato per quello che è, occorre che esso sia già stato, fin da principio, conosciuto come ente, ossia relativamente alla costituzione del suo essere. Ne consegue, implicitamente, che la conoscenza ontologica, o meglio, in questo caso, sempre preontologica, è la condizione della possibilità che, in generale, qualche cosa come un ente giunga ad obiettarsi [entgegenstehen] a un essere finito. All’essere finito è necessaria questa facoltà fondamentale di volgersi a…, consentendo l’obiettarsi di…. Solo in questo volgersi originario, l’essere finito tiene davanti a sé un campo d’azione, all’interno del quale qualcosa può corrispondergli14.
Si può parlare di un pre– anche per l’ontologia stessa, quando si cerca di definire questo ‘arrivo generalizzato’ che caratterizza la possibilità di conoscenza e d’incontro fra e degli enti, considerando la latenza che è sempre presupposta dietro al processo. La parte paradossalmente ‘attiva’ della ricezione è spiegata da Heidegger, da un lato, con l’assunzione di una ‘posizione’ che rappresenti l’apertura a tutto ciò che si presta ad essere ricevuto: il volgersi a– (simile al volgersi verso–, ma privato di direzione risulta ancora più ‘aperto’ all’arrivo dell’intuibile) è per l’appunto una manifestazione di un simile approcciarsi. Affinché, però, non si concepisca tale scambio come quello che potrebbe intercorrere fra un soggetto ed un oggetto (o fra soggetti ed oggetti) ove solo uno degli elementi della diade è responsabile dell’incontro o meno, il filosofo aggiunge il verbo co(r)-rispondere proprio con l’intenzione di significare un rimando dell’uno all’altro, un risuonare reciproco che si autoalimenta e non prevede in sé momenti di input ed output nettamente scanditi (queste cesure sono, per l’appunto, limiti che s’incontrano nella resa intellettuale e logico-linguistica del processo intuitivo).
Tutto l’insieme degli atti che costituiscono la conoscenza finita formano il rapporto di obiettazione dell’ente. In esso qualcosa si approssima a noi, che siamo pre-disposti a riceverlo: da qui il significato proprio di obiectum, che Heidegger decide in questo caso di accostare, più che al suo abituale gegestand, al «ciò che è di contro [dawider]15». Quello che ormai dovrebbe essere chiaro, e che risulta da una profonda analisi del rapporto di obiettazione, è che qualcosa lo presuppone, lo trascende e gli fa da sfondo: né per Kant né per Heidegger un simile incontro può avvenire come uno ‘scontro’ fra due elementi discreti senza comprendere un retroscena che permetta anche solo di concepire una dimensione comune ad entrambi. Cercando di definire questo piano (in linea di principio non definibile), il commentatore di Kant toccherà en passant la strada eckhartiana del nulla, indicando un ni-ente che renderebbe possibile la concezione dell’ente: «Dar adito all’obiettarsi di… deve equivalere a portarsi e tenersi dentro il nulla; solo in tal caso, l’atto di rappresentazione può far incontrare, invece del nulla, e nell’ambito stesso del nulla, qualcosa che non è il nulla, vale a dire un ente, qualora questo si mostri sul piano empirico16».
Il ricorrere alla negazione ontologia è, però, abbandonato in men che non si dica da Heidegger, che passerà a spiegare l’essere dawider dell’obiectum all’interno dello schema dialettico fra enti ed essere degli enti: il ‘contro’, che comporta in ogni caso una forma di resistenza e di ostilità connaturata a questo tipo di avanzare (un avanzare che difficilmente non si accompagna ad un retrocedere, potremmo aggiungere), non è dato tanto dall’opposizione fra enti, quanto dallo stato di diuturna incommensurabilità dovuto alla ricerca dell’Essere che si deve forzatamente adeguare alle sue manifestazioni ontiche in quel tentativo di cattura che è la conoscenza finita. Seguendo direttamente le righe di Heidegger, si leggerà a riguardo: «Non si tratta qui di un carattere di resistenza all’interno dell’ente, né tanto meno di una pressione esercitata dalle sensazione, bensì del preliminare stato di opposizione dell’essere. Il momento ob-iettivo degli oggetti porta con sé una costrizione (necessità) per la quale tutto ciò che si incontra viene fin da principio forzato ad una concordanza, e soltanto rispetto a tale concordanza può risultare anche non concordante17».
Provare a rendere conto, nell’intuizione che rende possibile la ricezione dell’ente, anche dell’essere dell’ente che sembra sempre celarsi dietro l’angolo non è certamente facile: solo due anni prima le risposte di Heidegger in merito a tale trasposizione erano state più nette ed avevano avuto a che fare con il tempo e la temporalità. In Kant und das Problem der Metaphysik il placcaggio dell’Essere in presa diretta è quasi del tutto assente, nonostante vi siano ampie sezioni dedicate sia alla dimensione preontologica (l’angolo del muro, per usare la nostra metafora) sia all’intuizione di una temporalità originaria come intuizione ‘fondamentale’ a livello ontologico. Per concludere sul primo di questi due aspetti (cercando di creare in ogni caso una transizione verso il secondo), sarà proficuo dare la giusta attenzione ad una riformulazione che Heidegger stesso dà della conoscenza pre–ontologica in pre–comprensione:
Per un essere finito, l’ente diviene accessibile solo sul fondamento di un rapporto di obiettazione, consistente in un volgersi preliminare. Questo rapporto include fin da principio l’ente che offre una possibilità di incontro nell’orizzonte d’unità di una possibile appartenenza reciproca. Tale unità unificante a propri deve fronteggiare ciò che si offre all’incontro, realizzando una pre-comprensione. Ma ciò che si offre all’incontro è già, a sua volta, inglobato fin da principio nell’orizzonte del tempo, il quale viene tenuto dinanzi nell’intuizione pura18.
Pur avendo giù alluso all’elemento processuale e dinamico dell’incontro fra gli enti nella relazionalità della conoscenza finita, tale movimento non era stato ancora allacciato direttamente al tempo. Quello che avviene ora, a questo riguardo, è che tramite la metafora dell’orizzonte (dell’Essere, nel quale ancora non si riesce a delineare con precisione niente ma dal quale possono sopravanzare i singoli enti) come orizzonte temporale si evidenzia come una siffatta dimensione preontologica e precognitiva – in questa seconda accezione non può non sentirsi un richiamo al Vorurteil gadameriano – debba inglobare in sé il passato (la possibilità dell’Ereignis prima dell’incontro, in nuce nell’essere dell’ente dei differenti enti coinvolti) e il futuro (la possibilità ch’essa possa avvenire, raffigurabile anche in un’attesa indeterminata priva di limiti), oltre che l’hic et nunc presente.
L’incontro della conoscenza finita fra enti solleva, quindi, almeno due questioni: una è quella della temporalità originaria, da intendersi come orizzonte temporale del possibile ove passato presente e futuro risultano ancora indistinguibili e che trascende la dimensione ontica; come vedremo meglio nel capitolo seguente, tale concetto di temporalità originaria ha a che a fare al contempo con una totalità ed una unitarietà originarie e comporta anche un certo modo d’intendere la spazialità. Per ora sarà sufficiente dire che la pre–comprensione caratterizzata temporalmente è in grado di dare delle forme più precise a quel volgersi a– che prima si menzionava, ad esempio quella dell’«attesa» per quanto concerne la prospettiva del ‘soggetto’ conoscente («L’unità rappresentata si limita ad attendere l’ente che può essere incontrato; grazie a tale attesa, essa rende possibile l’incontro di oggetti che si mostrano insieme. Quest’unità, in quanto non-ontica, comporta la tendenza essenziale all’unificazione di ciò che non è ancora unificato19») e dell’«anticipazione» per quanto riguarda, invece, l”oggetto’ conosciuto o ciò che vi sta dietro («L’unità è per natura unificante. Il che implica quanto segue: il rappresentare l’unità si compie come un atto di unificazione, che esige, per la sua completezza strutturale, un’anticipazione di unità20»).
La seconda questione, che ben si sposa con le metafore adoperate fin qui d’incontro ed annuncio, è quella del dono (e ci porta molto vicino a letture heideggeriane che hanno avuto forte eco negli ultimi decenni, mediate dal pensiero di Derrida): il volgersi a– può essere visto continuamente come un che di ambivalente, un qualcosa che pur essendo stato scoperto nel campo della ricettività intuitiva dell’essere umano richiederà con sé sempre e comunque un offrir-si e lo stato fenomenologico del sentirsi pronti a ricevere un’offerta. Nelle parole di Heidegger:
Un essere finito deve poter essere ricettivo nei confronti dell’ente, tanto più se quest’ultimo gli dev’essere manifesto come un ente già allo stato di semplice-presenza. Ma la possibilità di ricezione dipende da un volgersi preliminare, non certo arbitrario, bensì tale da render possibile in anticipo l’incontro dell’ente stesso. D’altra parte, perché l’ente possa offrirsi come tale, bisogna che l’orizzonte del possibile incontro abbia a sua volta carattere di offerta. Volgersi deve equivalere essenzialmente a tenersi dinanzi, preformando, ciò che ha carattere di offerta in generale21.

3. Le definizione heideggeriane del tempo
La trattazione fatta fin qui ha avuto lo scopo di presentare il modus operandi heideggeriano nell’approcciarsi all’opera kantiana. Per quanto molti aspetti siano stati trascurati, entrare nel vivo della descrizione della temporalità come affrontata in Kant und das Problem der Metaphysik ci costringerà ad essere ancora più schematici: dopo aver cesellato il concetto di temporalità originaria fra quello di spazialità originaria e di unitarietà che soggiace ad entrambi, si passerà ad affrontare brevemente la questione del tempo come autoaffezione che Heidegger permuta da Kant e si concluderà con il rivolgere lo stesso argomento, da parte dell’autore, con fare critico nei confronti del filosofo della Kritik.

Com’è noto, lo spazio ed il tempo sono per Kant forme a priori della sensibilità; l’aspetto che, però, interessa più Heidegger (conseguenzialmente a quanto detto nel capitolo precedente), è sicuramente quello che riguarda la definizione di ‘intuizioni pure’. Riallacciandoci a quanto detto finora riguardo l’intuizione, nelle forme a priori della sensibilità è inscritto un superamento della percezione presente e della dimensione ontica e tale superamento può essere seguito se si considera – più della funzione ordinatrice dello schematismo, che Heidegger analizzerà comunque insieme a quella unificante dei concetti nel corso dell’opera – l’Abgrund che le due intuizioni pure spalancano.
Che cosa s’intuisce dell’essere dell’ente se si prescinde dalle regole che veicolano la nostra comprensione della spazialità e della temporalità e si cerca di considerarle come forme a priori nella loro purezza? Declinando la domanda in maniera più specifica, a cominciare dallo spazio, la stessa suonerebbe all’incirca così: se è possibile una rappresentazione di determinati luoghi o forme nello spazio, in che modo ciò è possibile? Cosa si può dire di tale articolazioni e relazioni determinate se non si presuppone quantomeno una ‘intuizione’ di uno spazio che le precede nelle loro singolarità? La risposta di Heidegger suona approssimativamente come segue:
I rapporti rispettivi – accanto, sopra, dietro –, che costituiscono lo spazio, non si trovano in qualche luogo, qui o là. Lo spazio non è una cosa semplicemente-presente [vorhanden] fra le altre, non è una rappresentazione empirica, o meglio, non è il contenuto d’una rappresentazione siffatta. Perché l’ente, nella sua semplice-presenza, possa mostrarsi come esteso, secondo determinate relazioni spaziali, occorre che, prima di ogni apprensione ricettiva dell’ente stesso, lo spazio sia già manifesto. Lo spazio dev’essere rappresentato come la sfera entro la quale, senza eccezione, è possibile incontrare ciò che è presente: nel conoscere umano finito, lo spazio è un rappresentato necessario e a priori, cioè puro22.

Dobbiamo ‘possedere’ in qualche modo la capacità d’intuire una spazialità che trascenda dalle interrelazioni pratiche degli spazi contingenti e fattuali, simile ad una sfera «entro la quale» tutto questo può realizzarsi ed avvenire. Fare degli esempi che permettano di accedere a livello immaginativo a questo spazio originario non è un’impresa da poco: l’idea che più immediatamente ci verrebbe in soccorso sarebbe quella del ‘tutto’ e della sua intelligibilità o meno, ma una siffatta totalità originaria dovrebbe in ogni caso essere espunta da tutte le connotazioni empiriche.

La difficoltà dalla quale Heidegger mette in guardia è quella di compiere una forma di astrazione che ricordi quella dei concetti, da un lato, per cui lo spazio verrebbe a definirsi tramite un processo discorsivo dove si lascia presente solo qualcosa di comune a tutte le concrezioni reali dello stesso e si tralascia ciò che non vale in tutti gli altri casi23, e dall’altra di sforzarsi di concepire qualcosa che ecceda una determinazione tramite una sorta di complicazione e di arricchimento graduale (può aiutare, in questo caso, l’esempio cartesiano del chiliagono): realizzare la spazialità in quanto intuizione pura deve, invece, portarci a concepire la stessa come un «rappresentare originario24». Si tratta, quindi, sì di una totalità, ma non pensabile come traducibile nel contenuto di un ‘tutto’ che possa effettivamente pensarsi (semmai intuirsi); è questo il senso dell’originarietà di una possibile spazialità/totalità originaria che Heidegger indica. V’è un unico esempio che il pensatore ci offre per aiutarci in questo difficile compito immaginativo riguardo la modalità attraverso la quale lo sforzo di concepire la spazialità originaria dovrebbe operare: pensando all’uso della vista, non si tratterebbe né di un guardare né di un vedere focalizzato su qualcosa, bensì di un ‘intuitivo’ «colpo d’occhio preliminare […] rivolto al tutto unitario, che rende possibile la coordinazione reciproca nei diversi rapporti spaziali25».

Per quanto simili tentativi di ontologizzazione del testo kantiano e ‘s-fondamento’ delle forme a priori spazio-temporali rispetto alla loro formulazione originaria possano sembrarci sempre più complessi ed avvolti da una intrinseca e tenebrosa fuzziness, il concetto di ‘totalità-che-precede’, intuita e non percepita, sembra essere l’anello di congiunzione che mette in comune spazialità e temporalità originarie, soggiacenti la conoscenza finita. Non è possibile trovare rinforzi dal punto di vista testuale se si ricerca qualcosa che supporti la terminologia della ‘totalità’: viceversa, nell’avvicinarsi al circoscrivere cosa dovrebbe essere il tempo in quanto forma a priori a partire da un distinguo rispetto allo spazio è evidente come anche in questo caso l’intuizione di un ‘tutto’ compia una parte assolutamente rilevante:

Lo spazio, in quanto intuizione pura, fornisce in precedenza soltanto la totalità delle relazioni, in cui vengono ordinate le modificazioni del senso esterno. Ma ci sono anche i dati del senso interno, che non presentano una figura spaziale né riferimenti spaziali, e si rivelano invece come successione di stati del nostro animo (rappresentazioni, tendenze, sentimenti). Nell’esperienza di questi fenomeni, ciò che abbiamo sott’occhio fin da principio, benché in modo non oggettivo e non tematico, è la successione pura. Il tempo è dunque la forma del senso interno, cioè dell’intuizione di noi stessi e del nostro stato interno26.

Approdiamo al concetto di spazio quando decidiamo di prescindere dalle forme spaziali concrete che si palesano dinnanzi ai nostri sensi; parimenti, vi sono degli ‘elementi’ del nostro sentire che non hanno propriamente delle forme: «rappresentazioni, tendenze, sentimenti». Quando si passa da una rappresentazione ad un’altra? In che modo un sentimento ‘finisce’ e lascia posto a quello che lo segue? Anche l’universo amorfo della nostra sensibilità interna è dotato di processualità e dinamismo: la temporalità che scandisce i vari passaggi di questa realtà non avrà niente a che fare, di conseguenza, con un tempo computazionale e di cui si può rendere conto tramite i sensi stricto sensu. La temporalità originaria avrà a che fare con l’appercezione della successione temporale in quanto tale e con la possibilità della stessa, alla stregua di quella compresenza di passato, presente e futuro che doveva essere tenuta insieme nell’orizzonte temporale della pre–comprensione.

Se è vero che una prima definizione della temporalità prende le mosse, in Heidegger, tramite la considerazione di ciò che non può essere ascritto alla spazialità in ogni caso (il senso interno), è anche vero che non esiste un rapporto di reciproca esclusione se si prende la strada opposta rispetto a questo procedere: il tempo e lo spazio non sono equipollenti ed al primo viene riconosciuto un vero e proprio primato sul secondo27. Il titolo che, utilizzando con estrema libertà Kant, il pensatore tedesco attribuisce alla temporalità è quello di «funzione ontologica universale28»; il motivo riguarda quella che Heidegger definisce come l’intratemporalità di ogni atto teoretico e di ogni rappresentazione, ragione per la quale, se non tutto dev’essere per forza ‘spaziale’, qualsiasi pensare che sta alla base di ogni sintesi ontologica è una forma di successione: «siccome tutte le rappresentazioni, in quanto stati della sfera rappresentativa, cadono immediatamente nel tempo, anche ciò che è rappresentato in questa sfera appartiene, come tale, al tempo. Per via indiretta, attraverso l’intratemporalità immediata del rappresentare, si produce un’intratemporalità mediata del rappresentato, ossia delle rappresentazioni determinate dal senso esterno29».

La temporalità originaria heideggeriana è connotata negativamente tramite il campo di afferenza interiore di ciò che non ha forma spaziale e positivamente come intuizione di una pura ‘successività’ possibile, che rispetto ad un dato presente apra le porte alla sua alterità; ma, infine, è di notevole importanza aggiungere che se dalla temporalità si passa a considerare un’intratemporalità originaria costitutiva di ogni rappresentazione teoretica, questa porta ad un’intuizione altrettanto originaria della totalità che ricorda l’esempio del «colpo d’occhio preliminare» valido per la spazialità. Ciò che fa da contrappunto alla metafora prima utilizzata per lo spazio è sempre un modo d’esprimersi che ha a che fare con la vista: il modo d’intuire la temporalità originaria è simile a quella di una «veduta pura» del tutto ed il tempo nella sua astrazione più profonda nient’altro è – citando testualmente Kant – che «l’immagine pura di tutti gli oggetti del senso30».

Le implicazioni di questo primato del temporale sullo spaziale e la visione di ogni atto teoretico come connaturato da una pura ‘successività’ potrebbe portarci molto lontano ove volessimo trarne tutte le conseguenze necessarie; in via desultoria, si ha l’impressione che la dimensione ontologica che qui si cerca di tracciare rimanendo nella prospettiva d’accesso dell’ente conoscente finito sia diventata improvvisamente liquida e fluida, priva di elementi primi solidi su cui potersi poggiare. Questo dinamismo temporale che, per la prima volta, diventa sostanziale ad ogni configurazione teoretica a causa della trascendentalità strutturale della conoscenza è, però, descritto da Heidegger in più punti in maniera profondamente diversa da Kant: per quanto egli non ponga tali differenze in primo piano (rendendosi critico di Kant sugli esiti di una tale impostazione ma senza ravvisare che vi sono due basi teoretiche strutturalmente diverse che vengono erroneamente equiparate), è chiaro quantomeno dallo spazio dedicato da Heidegger a sottolineare la questione come nel suo filosofare la tematica dell’infondabilità della metafisica e la distruzione/decostruzione dell’ontologia tradizionale porti ad esiti ben più radicali di quella abbozzata (a suo modo di vedere) nella prima Kritik kantiana.

La spazialità e la temporalità originarie sono intese da Heidegger come principi attivi di s-fondamento dei parametri della presenza ontica; per l’ente finito che vuole conoscere realmente ciò che gli altri enti hanno da offrirgli è necessario un uscire verso–, e se vogliamo cercare un tratto comune fondamentale a tutta l’impostazione heideggeriana tracciata sin qui è possibile dire che se la necessità della trascendentalità nella conoscenza finita è quella che egli definisce la «cognizione fenomenologica fondamentale31», allora la fenomenologia che ne deriva per il soggetto conoscente è essenzialmente estatica, in quanto il presente e l’ontico sembrano suggerire a chi sa corrispondergli solo tracce per trascenderli in ogni modo: «Per conseguenza, l’uscire verso…, preliminare e sempre necessario nella conoscenza finita, è un costante star esposto a… (ekstasis). Ma questo essenziale stato di esposizione a…, proprio in quanto è uno stare, forma e si tiene dinanzi un orizzonte. La trascendenza è in se stessa estatica e formatrice di orizzonte. […] La trascendenza rende accessibile a un essere finito l’ente in se medesimo32».

4. Conclusione: il retrocedere di Kant e la difesa dell’io penso
Senza ombra di dubbio molte e rilevanti differenze si possono mettere sulla bilancia se si confronta il modo di affrontare la spazialità e la temporalità in Kant e in Heidegger; non può non essere menzionata, però, quell’unica ed esplicita divergenza che è proprio il commentatore di Kant a voler mettere in evidenza ed attraverso la quale emerge una considerazione critica dell’impresa filosofica del maestro prussiano. Heidegger accusa Kant di non aver tratto da sé le conseguenze necessarie rispetto ai presupposti di partenza della sua impostazione teorica, di aver arretrato davanti a qualcosa che poteva aver intravisto; il momento in cui traspare in maniera esplicita questo giudizio heideggeriano è il capitolo 34 di Kant und das Problem der Metaphysik, intitolato Il tempo come autoaffezione pura e il carattere temporale del se stesso.

L’incrinatura rispetto ad un sistema che, altrimenti, funzionerebbe nella sua interezza, si può rintracciare per Heidegger nel punto in cui Kant si avvia a considerare la capacità auto-affettiva del tempo. È già di per sé un coup de théâtre non indifferente quello che vede il pensatore della Critica, dove aver definito spazio e tempo come forme a priori della sensibilità ed intuizione pure, ritornare su di esse per ammettere che le stesse devono necessariamente comportare una sorta di modificazione dei contenuti stessi del pensiero33. In che modo avviene una tale modificazione? Quali sono gli effetti dell’agire delle forme a priori sui contenuti che esse veicolano?

Per quanto riguarda il tempo, non è possibile limitarsi a dire che quella che sopra abbiamo definitivo la ‘successività’ pura abbia unicamente il valore di s-fondamento del presente e l’apertura all’intuizione pura di un tutto originario: è anche vero che la successione temporale porta con sé la possibilità di un sentimento della successione stessa. La temporalità applicata al senso interno dev’essere reinterpretata considerando anche il rivolgersi-a-se-stessa in quanto successione (auto-affezione della successione su di sé): possiamo pensare un atto complesso di tal fatta tramite l’immagine di un qualcosa che si flette su se stessa, ove è possibile un rivolgersi dell’avanti rispetto a un prima (il girare la testa indietro, il post– che torna sull’ante–, ecc.) solo grazie ad una successione. Un altro modo per rendere molto più familiare ed antropocentrico tale meccanismo interno del tempo potrebbe essere il pensiero del trascorrere dello stesso o il riflettere su tale scorrimento come evoluzione o regressione che incide profondamente sul nostro modo di rivolgerci all’esistenza, con conseguenze diametralmente opposte dal punto di vista morale o soggettivo. Tornando ad una prospettiva interamente ontologica, occorrerà ammettere che il succedere comporti sempre un necessario succeder-si e che tale succeder-si che si viene ad aprire come nuovo potenziale teoretico non può rimanere indifferente nella somma finale della conoscenza finita:

Il tempo è intuizione pura solo nel senso che preforma, da sé, la veduta della successione e la tiene, come tale, diretta su di sé, in quanto ricezione formatrice. Quest’intuizione pura, con l’intuito in essa formato, riguarda se medesima, e prescinde veramente dall’ausilio dell’esperienza. Il tempo è, per essenza, affezione pura di sé. Di più: esso forma precisamente, in generale, quel muovere da sé, dirigendosi su… [Von-sich-aus-hinzu-auf], per il quale ciò su cui ci si dirige, e che si forma in tal modo, guarda indietro, entro il suddetto dirigersi a…. Il tempo non è un’affezione attiva, che colpisca un se-stesso semplicemente-presente; come autoaffezione pura, esso forma invece l’essenza medesima di ciò che può definirsi il riguardar-se-stesso in generale. Ma il se-stesso, che qualcosa può riguardare come tale, è, per essenza, il soggetto finito. Il tempo, perciò, nella sua qualità di autoaffezione pura, forma la struttura essenziale della soggettività34.

Avviene, negli ultimi passaggi di questo frammento e nel prosieguo del capitolo che lo racchiude, un indirizzare l’attenzione sulla soggettività e sulla sua natura da parte di Heidegger. È nell’essenza della temporalità/successività originaria e nel suo Von-sich-aus-hinzu-auf quella possibilità di ciò che non può non chiamarsi la riflessività: solo in una successione temporale è possibile il rivolgersi-a-se-medesimo, il se-stesso. L’Io non è perciò qualcosa che rende possibile la temporalità o la spazialità: la chiara impostazione anti-psicologista che Kant ed Heidegger congiuntamente condividevano aveva permesso di escludere una simile prospettiva sin da subito. Tuttavia, è lecito affermare il contrario? La possibilità di una qualsiasi forma di ‘Io’ o di ‘Soggettività’ è, in realtà, garantita dalla natura ontologica della temporalità in quanto intuizione pura: la riflessività è inscritta nel tempo ben prima che nella ψυχή e, «in quanto auto-affezione pura, il tempo forma originariamente l’ipseità finita, facendo sì che il se-stesso possa essere autocoscienza35».

Con questa fluidificazione temporale che rende possibile qualsiasi soggettività, sia nella sua forma identitaria che non-identitaria, si arriva alla vera nota critica che Heidegger vorrebbe aggiungere alla prima Critica: il tempo e l’io penso sono in realtà ‘la stessa cosa’ e Kant lo riconosce implicitamente parlando della riflessività e della temporalità in quanto successione negli stessi termini. Ciò nonostante, egli non avanza oltre, compiendo quel passo in più che sarebbe consistito nel riconoscere quel sostrato comune fra l’ipseità alla base della soggettività e quella formatasi a seguito del tornare-su-di-sé dell’auto-affezione temporale. Per citare solo uno dei luoghi ove Heidegger tenta di questionare il testo kantiano della sua ‘insufficienza’, è possibile leggere il passo seguente:

Il tempo e l’io penso non stanno più l’uno di fronte all’altro come elementi eterogenei e inconciliabili, ma sono la stessa cosa. Kant, proprio per la radicalità con la quale, nella sua fondazione della metafisica, ha per la prima volta interpretato trascendentalmente sia il tempo per sé, sia l’io penso per sé, li ha ricondotti entrambi alla loro identità originaria, senza tuttavia riconoscere quest’identità come tale. Si potrà, dunque, sorvolare con noncuranza, com’è accaduto finora, sul fatto che Kant applica al tempo e all’io penso gli stessi predicati essenziali?36

La soggettività (e non solo questa) deve rimanere, per pensatori che recano con sé un’idea della ragione come un qualcosa esente da qualsivoglia affezione, una roccaforte in grado di resistere. Nel momento in cui si decide di accettare, però, il filtro della successione temporale come base di ogni rappresentazione teoretica prima e la capacità di auto-affezione del tempo come influenzante la somma della conoscenza finita dopo, è impossibile non proseguire fino al ripensamento di quella ‘sostanzialità’ dell’io penso; la permanenza dell’ipseità e la sua apparente a-temporalità non è altro che un prodotto ricavato dallo stesso lavoro della temporalità, visto e considerato che solo il tempo può creare la riflessività in quanto tale: «non solo la questione dell’atemporalità ed eternità dell’Io resta insoluta, ma, nell’ambito della problematica trascendentale non si pone nemmeno. In senso trascendentale, l’Io è stabile e permanente solo nella misura in cui è temporale, ossia in quanto se-stesso finito37».


5. Bibliografia
Heidegger, Martin (2015), Kant e il problema della metafisica, Laterza, Roma-Bari (orig. Kant und das Problem der Metaphysik, 1973);
(2014), Essere e Tempo, Mondadori, Milano (orig. Sein und Zeit, 1927).
Kant, Immanuel (2005), Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari (orig. Kritik der reinen Vernunft, 1781).
6. Note

1Martin Heidegger, Kant e il problema della metafisica, Laterza, Roma-Bari, 2015, p. 7.
2Rispetto alla distanza dall’utilizzo di fondazione per le scienze positive, Heidegger scrive: «Si rende evidente che l’ontologia non è affatto indirizzata in via primaria alla fondazione delle scienze positive. La sua necessità e la sua funzione trovano fondamento in un interesse superiore, che la ragione umana rinviene in se stessa»; Ivi, p. 20.
3Ivi, p. 24.
4Ivi, pp. 24-25.
5Ivi, p. 21.
6Ivi, p. 31.

7«Il conoscere divino è quel modo di rappresentazione che crea, intuendolo, l’ente intuibile come tale. E poiché lo intuisce in modo immediato e totale, con subitanea e assoluta trasparenza, non ha bisogno del pensiero. Il pensiero come tale è quindi già il sigillo della finitezza. Il conoscere divino è intuizione, giacché tale deve essere tutta la sua conoscenza, e non pensiero, che dimostra sempre dei limiti. […] La finitezza della conoscenza umana si deve quindi cercare in primo luogo nella finitezza del modo d’intuizione che le è proprio. Il fatto che un essere finito conoscente debba anche pensare, è solo una conseguenza essenziale della finitezza del suo intuire. Solo così viene in giusta luce la posizione essenzialmente ancillare di ogni forma di pensiero»; Ivi, pp. 32-33.

8Ivi, p. 33.
9Ivi, p. 36.
10Ivi, p. 42.
11Ivi, pp. 44-45.
12Ivi, p. 46. Corsivo mio.
13Ibid.
14Ivi, pp. 67-68
15Ivi, p. 69.
16Ivi, p. 69.
17Ivi, p. 70.
18Ivi, p. 72.
19Ivi, p. 74. Corsivi miei.
20Ivi, p. 75. Corsivo mio.
21Ivi, p. 83.
22Ivi, p. 48.

23«Lo spazio, dice Kant, ricorrendo di nuovo a una determinazione negativa, non è una rappresentazione discorsiva. L’unità che rende uno lo spazio non è messa insieme con riferimento a molteplici relazioni spaziali particolari, non è costruita in base a una considerazione comparativa di queste relazioni. L’unità dello spazio non è l’unità di un concetto, bensì l’unità di un tutto in sé uno ed unico. […] Lo spazio unitario ed unico è sempre, in ogni sua parte, interamente se stesso»; Ibid.
24«Lo spazio, rispetto alle singole parti determinate, non è diverso per grado e per ricchezza di composizione, ma è diverso infinitamente, cioè per essenza. […] Può dirsi, in questo senso, un rappresentare originario»; Ivi, p. 49.

25Ibid.
26Ivi, p. 50.

27«Ma ecco che Kant, subito dopo aver annesso le due intuizioni pure alle due sfere di fenomeni, enuncia questa tesi: il tempo è la condizione formale a priori di tutti i fenomeni in generale. Per conseguenza, il tempo ha un primato sullo spazio. In quanto intuizione pura universale, esso deve quindi diventare l’elemento essenziale che guida e sorregge la conoscenza pura formatrice di trascendenza»; Ibid.

28Ivi, p. 52.
29Ivi, p. 51.
30Ivi, p. 93.
31Ivi, p. 106.
32Ivi, p. 105.

33«Quando, per la prima volta, Kant circoscrive l’unità essenziale della conoscenza pura […] egli nota che spazio e tempo debbono modificare [affizieren] sempre il concetto delle rappresentazioni di oggetti. […] Si tratta in primo luogo di ciò che caratterizza universalmente ogni rappresentazione di oggetti come tale: il rapporto per il quale vien dato adito all’obiettarsi di… Questo rapporto, secondo la tesi enunciata sopra, è necessariamente affetto dal tempo. Fin qui era stato detto soltanto che il tempo, con lo spazio, forma l’orizzonte in cui giungono a coglierci e a riguardarci le varie affezioni dei sensi, Ora abbiamo, invece, un’affezione prodotta dal tempo come tale»; Ivi, pp. 162-163.

34Ivi, p. 163.
35Ibid.
36Ivi, p. 165.
37Ivi, p. 166.

 di Giorgio Astone, 4 dicembre 2016

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https://filosofiaenuovisentieri.it/2016/12/04/alla-ricerca-del-concetto-di-temporalita-heidegger-lettore-di-kant/

sabato 28 marzo 2015

Kant. L’Io dipende dall’oggetto più di quanto l’oggetto dipenda dall’io. «Sepolti in casa». Se le vittime da accumulo sono sempre più numerose, con varie gradazioni di intensità, dalle forme lievi a quelle non più gestibili, non mancano i «padri» illustri. Per esempio i fratelli Collyer, la cui storia risale al 1947 e che è rimasta celebre: quando la polizia di Harlem entrò nel loro appartamento, scoprì che il primo era morto schiacciato dal crollo dei troppi oggetti ammucchiati alla rinfusa e l’altro per inedia, incastrato nel disordine. Ci vollero mesi per svuotare la casa che conteneva di tutto, da scatole di gioielli a mucchi di spazzatura, oltre a 14 pianoforti. Dal giorno della macabra scoperta iniziò un vero e proprio pellegrinaggio in quel luogo-icona: tantissimi furono attratti dall’idea che si potesse morire «di troppe cose». Un destino che ha segnato anche un signore canadese di 65 anni: costretto a dormire in auto dopo avere riempito fino all’orlo la propria abitazione di ogni genere di oggetti, alla sua morte, nel 2013, è stato rinvenuto di tutto, compresi 250 mila dischi in vinile. È la più grande collezione mai messa insieme.

Io non butto nulla: così gli oggetti diventano un’ossessione

Disordine: Quello fisico spesso tradisce una forma di confusione mentale



Gli oggetti da cui ci lasciamo circondare sono molto più che semplici oggetti: parlano di noi e noi parliamo con loro. Già Immanuel Kant scriveva che «l’Io dipende dall’oggetto più di quanto l’oggetto dipenda dall’io»: teoria profetica per un’epoca - la nostra - dove il possesso genera lo status symbol e dunque la nostra carta d’identità sociale. Un possesso sempre più fuori controllo. 

Smartphone, tablet e laptop e poi, oltre l’high tech, tantissime «cose» di tutti i tipi, fino all’onnipresente carta, in ogni forma possibile. Una massa - sia fisica sia virtuale - che non smette più di crescere e che ora, per le sue conseguenze, è finita sotto i riflettori anche della psicologia. L’ultima edizione del «Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali» distingue, per la prima volta, l’accumulo patologico di oggetti dagli altri disturbi ossessivo-compulsivi. E adesso gli dà pure un nome: «Disturbo da accumulo» o più semplicemente «DA». 
Fatti di cronaca 

A raccontare il fenomeno - mettendo nero su bianco cause, caratteristiche e rimedi - è il saggio (edito da Raffaello Cortina) «Il disturbo da accumulo»: l’hanno scritto Claudia Perdighe e Francesco Mancini, rispettivamente psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e neuropsichiatra infantile, oltre che docente all’Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma. Spiegano gli autori che, ormai, l’«ossessione da oggetti» è un’esperienza comune. Quotidiana. Prima della medicina è infatti la cronaca a svelare l’estensione (e la gravità) della sindrome. Tanto che negli Usa è stato realizzato per la tv un «docu-reality» di successo: è «Hoarding: Buried Alive», in Italia mandato in onda da Real Time con il significativo titolo «Sepolti in casa». 

Se le vittime da accumulo sono sempre più numerose, con varie gradazioni di intensità, dalle forme lievi a quelle non più gestibili, non mancano i «padri» illustri. Per esempio i fratelli Collyer, la cui storia risale al 1947 e che è rimasta celebre: quando la polizia di Harlem entrò nel loro appartamento, scoprì che il primo era morto schiacciato dal crollo dei troppi oggetti ammucchiati alla rinfusa e l’altro per inedia, incastrato nel disordine. Ci vollero mesi per svuotare la casa che conteneva di tutto, da scatole di gioielli a mucchi di spazzatura, oltre a 14 pianoforti. Dal giorno della macabra scoperta iniziò un vero e proprio pellegrinaggio in quel luogo-icona: tantissimi furono attratti dall’idea che si potesse morire «di troppe cose». Un destino che ha segnato anche un signore canadese di 65 anni: costretto a dormire in auto dopo avere riempito fino all’orlo la propria abitazione di ogni genere di oggetti, alla sua morte, nel 2013, è stato rinvenuto di tutto, compresi 250 mila dischi in vinile. È la più grande collezione mai messa insieme

Per gli esperti al centro della disfunzione c’è un rapporto alterato tra Io e mondo esterno
Un rapporto che si modella già nell’infanzia. I bambini, secondo gli psicologi dello sviluppo, si percepiscono come un prolungamento della madre. E questo prolungamento, a volte, sopravvive: in un diario di scuola, nella t-shirt con l’autografo del cantante preferito, nella prima edizione di un libro che si ama. Nulla di strano, finché i legami si moltiplicano all’eccesso e diventano manie. Favorito dall’eccesso di oggetti e informazioni che ci assediano, oggi il «DA» è un disturbo in crescita: ne soffre tra il 2 e il 5% degli italiani. Persone in cui scattano meccanismi mentali da cui è difficile liberarsi: secondo lo psicologo Randy Frost, questi individui vedono nelle cose «impossibili-da-buttare» altrettante «opportunità future». Così passato, presente e futuro si confondono. E il disordine in casa tradisce il disordine della mente

23/03/2015
MARCO PIVATO

http://www.lastampa.it/2015/03/23/societa/e-io-non-butto-nulla-cos-gli-oggetti-diventano-ossessioni-wcgHeLSZuCWi9UwxWnecnN/pagina.html

lunedì 16 aprile 2012

Pavel Florenskij. Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, ... quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete.

«La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l'istante della sua pienezza. Per questo è fondamentale apprendere l'arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di un contenuto sostanziale, nella consapevolezza che esso non si ripeterà mai più come tale».
Pavel Florenskij, 20 aprile 1937


La verità è un'antinomia.
Pavel Aleksandrovič Florenskij


E’ da tanto che voglio scrivere: osservate più spesso le stelle.
Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo.
Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo.
Allora la vostra anima troverà la quiete.
Pavel Florenskij




Tutto rimane
« Tutto passa, ma tutto rimane.
Questa è la mia sensazione più profonda:
che niente si perde completamente, niente svanisce,
ma si conserva in qualche modo e da qualche parte.
Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo. »
Pavel Aleksandrovič Florenskij, Non dimenticatemi, 1933-1937, Mondadori 2000, p.156


Il lavoro più importante è quello di conoscere e governare noi stessi.
“Non per gli altri ma per se stessi … e non importa ciò che gli altri penseranno di voi. Essere e non apparire, avere una disposizione d’animo chiara e trasparente, una percezione integrale del mondo e portare avanti un’idea disinteressata. Vivere così da poter dire nella vecchiaia di aver preso il meglio dalla vita, di aver fatto proprie le cose più nobili e più belle del mondo e di non aver macchiato la coscienza con le sozzure di cui si sporca la gente e, che una volta esaurita la passione, lasciano un profondo disprezzo”.
Pavel Florenskij


«Ahimè, in questo tempo tremendo di fame,
Chi potrebbe procurarsi un regalo?
Ho cercato intorno qualcosa da donare a Mik,
E ho trovato un dono: la grazia.
Vorrei che la quiete di Dio
Ti avvolgesse, bimbo mio»
Pavel Florenskij,
poema Oro per il figlio Mik
(8-9 aprile 1936).



"Colgo l'occasione per dire a te e ai bambini che tutte le idee scientìfiche che mi stanno a cuore scaturiscono dal mio sentimento per il mistero. Tutto ciò che esula da tale sentimento non trova dimora nel mio pensiero, al contrario tutto ciò che da esso scaturisce resta vivo in me e prima o poi diventa oggetto di uno sforzo scientifico»
(24 marzo 1937, alla moglie).


"Vivo di ricordi - confessa spesso Florenskij ai suoi cari - mi rammento dei più piccoli dettagli su ciascuno di voi» e sebbene essi riaffiorino "come ferite che straziano la mia anima», appartengono comunque a quel tempo della memoria come salvezza. Per questo si fa in lui sempre più matura la convinzione che: "...Il passato non è passato, ma è custodito e rimane per sempre, ma noi lo dimentichiamo e ci allontaniamo da esso. Tuttavia in seguito, lungo il susseguirsi imprevedibile delle circostanze, esso riappare di nuovo come un eterno presente» e citando i versi del mistico Silesio conclude: "La rosa che il tuo occhio esteriore vede, è fiorita in Dio dall'Eternità" (alla moglie, 27 maggio 1935).

E in un altro passo dell'epistolario:
"Il passato non è passato, esso si conserva eternamente da qualche parte, in qualche modo e continua a essere reale e ad agire» (22 novembre 1936).
Pavel A. Florenskij (1882-1937)



P. S. Florenskij l' 8 Dicembre 1937 fu fucilato come " nemico del popolo ".
Una domanda alla Chiesa russa ortodossa che ancora traccheggia sulla canonizzazione:
Pavel era dalla parte giusta o sbagliata ?



Un'opera unica nel suo genere
"LA COLONNA E IL FONDAMENTO DELLA VERITÀ" di Pavel Florenskij.
Pubblicata a Mosca nel 1914, l'opera suscitò immediatamente ammirazione, stupore e sconcerto, ma già all'inizio degli anni Venti e per tutto il periodo sovietico, essa scomparve da qualsiasi circuito editoriale. Nonostante la sua assoluta rilevanza nella storia della cultura europea, tanto da essere considerata una «Summa del pensiero ortodosso», «una delle opere fondamentali del pensiero cristiano del secolo XX», per una sorta di drammatica ironia della storia l'opera resta ancora in gran parte un capolavoro sconosciuto della filosofia russa al culmine della sua fioritura. Oggi, come allora, risuonano emblematiche le parole pronunciate dal filosofo Evgenij Trubeckoj a seguito della prima lettura di quest'opera: «Forse, in tutta la letteratura mondiale, se si fa eccezione per Le Confessioni di sant'Agostino, non c'è analisi più illuminante e tormentata dell'animo umano, lacerato dal peccato e dal dubbio, e nessun'opera ha saputo manifestare con tanta chiarezza la necessità di un aiuto dall'alto per soccorrere il dubbio, come quella di Pavel Florenskij». A quasi un secolo dalla prima comparsa, l'opera custodisce ancora intatta tutta la sua inviolabile radicalità e la sua potenza di pensiero, la disarmante trasparenza e semplicità della confessione interiore unitamente all'ardita e rigorosa trattazione filosofica e teologica delle questioni cruciali dell'esistenza umana. I dodici capitoli dei quali si compone, concepiti come Lettere ad un amico, ancora oggi stupiscono non solo per vastità e complessità di conoscenza, per il coraggioso tentativo di far interagire tra loro i diversi saperi e le molteplici forme e possibilità della ragione, ma soprattutto per la profondità dello sguardo rivolto verso gli abissi dell'umano nell'agonica ricerca di una luce di salvezza, di un'autentica sapienza d'amore. Ad oltre 35 anni dalla sua prima comparsa in lingua italiana, da diversi anni ricercata e attesa, viene qui proposta una nuova edizione riveduta e integrata dell'opera considerata il capolavoro del grande pensatore russo.
(da Natalino Valentini).



Questa opera è una sfida ed una provocazione per il pensiero, filosofico, teologico e scientifico
"come inedito confronto culturale e spirituale tra fede e ragione, tra filosofia e ricerca di Dio, tra l'avventura della conoscenza e l'esperienza dell'amore". Dice Valentini, è "un invito a pensare più radicalmente il senso dell'essere in rapporto alla ricerca e alla conoscenza di quella Verità che rende la 'ragione ragionevole' oltrepassando i confini tra i diversi saperi e le diverse culture". "È uno dei primi tentativi di pensiero del secolo scorso che, per richiamare la celebre metafora di V.V. Ivanov, prova davvero a 'respirare con i due polmoni' della cristianità, quello orientale e quello occidentale, portando alla luce i tesori nascosti di una sapienza indivisa e complementare". Di questa sapienza oggi il mondo ha grande bisogno.




"Abituatevi, educate voi stessi a fare tutto ciò che fate perfettamente, con cura e precisione; che il vostro agire non abbia niente di impreciso, non fate niente senza provarvi gusto, in modo grossolano. Ricordatevi che nell'approssimazione si può perdere tutta la vita, mentre al contrario, nel compiere con precisione e al ritmo giusto anche le cose e le questioni di secondaria importanza, si possono scoprire molti aspetti che in seguito potranno essere per voi fonte profondissima di un nuovo atto creativo".
Pavel Florenskij ai figli.




Il grande filosofo, matematico e teologo russo, una delle più grandi menti del Novecento, dal gulag delle isole Solovki, dove fu rinchiuso e dove morì, scrive ai figli lettere ricche di intensa partecipazione, da cui traspira una calma serena, espressione di una vita vissuta in funzione del bene, di ciò che è giusto, scelta per la quale non ebbe paura di subire le conseguenze che furono la prigionia e la morte. Le lettere sono la testimonianza della tragica esperienza dei Gulag, attraverso esse l’Autore ci invita a ricercare un profilo di sensatezza globale degli eventi oltre l’immediatezza contingente. "La sua corrispondenza non è soltanto la trascrizione della fervida e concreta esperienza affettiva di padre lontano, esiliato e incarcerato, vissuta peraltro con rara creatività e intelligenza d’amore, ma in primo luogo la viva testimonianza, profondamente cosciente, del valore della memoria per il futuro e del suo ruolo decisivo nella comprensione del presente"
(N. Valentini).



FLORENSKIJ, IL LEONARDO RUSSO
Nel 1914 fu pubblicato "La colonna e il fondamento della verità". 
Saggio di teodicea ortodossa in dodici lettere" di Pavel Florenskij.
L'entusiasmo pubblico arrise all'evento.
Pare che i bolscevichi abbiano dapprima deportato Florenskij nel Turgmenistan, ma ben presto preferirono mettere a frutto la sua capacità di tecnico, arruolandolo nella commissione per l'elettrificazione.
Dopo il 1932 cosa avvenne di lui?
Oramai se ne parlava soltanto sottovoce come del "Leonardo da Vinci russo"
scomparso nell'orrore innominabile.
Fu deportato, pare, nell'estremo nord.
Gli elargirono il martirio, si dice, il 15 dicembre 1943.
Elémire Zolla, "Uscite dal mondo"




Siamo legati gli uni agli altri
DALL’UNO, UNA RETE INVISIBILE DI COLLEGAMENTI AL TUTTO. (Pavel Florenskij)
"Dall’ èn (uno) che noi vediamo qui ed ora si tendono innumerevoli fili verso l’ altro, verso il pan (tutto), verso l’esistenza universale, verso la pienezza dell’essere. Queste vie sono le vie della vita stessa: sono nervi, arterie che si dipartono dal fenomeno isolato e solitario dell’ èn (uno), fino a farne un organismo vivo, una creatura viva. Sembra che l’ èn (uno) sia qualcosa di chiuso in se stesso, di piatto. Ma questa è solo apparenza. Esaminatelo attentamente, vedrete che non è affatto chiuso in se stesso e non è nemmeno piatto. Anzi, esso è circondato da una ghirlanda i cui rami si intrecciano con i rami di altre esistenze e spande intorno a sé un fragrante profumo. Ha una profondità che si estende con lunghe radici fino a penetrare negli altri mondi, e dai quali riceve la vita. La sua tonalità sonora non è quella del secco ed isolato diapason, ma è una viva armonia che si incarna in un insieme di toni melodici, alti, svariati... L' èn (uno) è infinitamente più grande e più ricco di contenuto di quanto non sia razionale”.
Pavel Florenskij




Florenskij dice che la realtà non è costituita solo da ciò che appare, la realtà visibile, e che c'è una gran parte del reale costituito da ciò che non vediamo, la realtà invisibile. Tutto il reale è unito da una rete invisibile, che porta al Tutto. Fin da fanciullo egli ebbe forte il senso di questa presenza nascosta nelle cose che chiamava "mistero" e che può diventare visibile e conosciuta. Gli fa eco la straordinaria teoria di David Bohm. Nel suo "Il Tao della fisica" Fritjof Capra parla della straordinaria unità di tutte le cose. I fenomeni del mondo, egli afferma, sono manifestazioni di un’unica fondamentale unicità che noi non avvertiamo nella vita di tutti i giorni dove le cose appaiono divise e separate e ciò avviene perché essa è necessaria ed utile, architettata dal nostro intelletto per esplicare le sue attività razionali ma non è vera, è un’illusione. Capra spiega come nasce nella meccanica quantistica l'idea della fondamentale interconnessione della natura, parla della probabilità che è un aspetto della realtà atomica, che governa tutti i processi e persino permette l'esistenza della materia. Sottolinea che la materia in profondità è composta da particelle, che si possono definire solo mediante le interazioni con altri. Questa nuova fisica capovolge il modo di intendere il mondo: mentre prima si pensava che la realtà era formata da parti separate e indipendenti, oggetti materiali solidi, ora la realtà appare come una probabilità di interconnessioni come una complicata rete di relazioni tra le varie parti di un tutto unificato. Inoltre questo intreccio comprende sempre l'osservatore umano e la sua coscienza tanto che questo viene chiamato «partecipatore».




Ho trovato anche questo leggendo un po' la sua storia:
"Il cristianesimo non vive di concetti fissi e intangibili, ma si manifesta in un processo evolutivo che non è riducibile ad alcuna delle formule (riti sacramentali, formulazioni dogmatiche, regole canoniche, conformazione temporale dell'ordinamento ecclesiastico) che l'ecclesialità assume nel corso della storia"



Governare se stessi
DA PAVEL FLORENSKIJ: CREARE LA "COLONNA"
Il lavoro più importante è quello di conoscere e governare noi stessi.
Non per gli altri ma per se stessi … e non importa ciò che gli altri penseranno di voi.
Essere e non apparire, avere una disposizione d’animo chiara e trasparente, una percezione integrale del mondo e portare avanti un’idea disinteressata. Vivere così da poter dire nella vecchiaia di aver preso il meglio dalla vita, di aver fatto proprie le cose più nobili e più belle del mondo e di non aver macchiato la coscienza con le sozzure di cui si sporca la gente e, che una volta esaurita la passione, lasciano un profondo disprezzo”.



Florenskij sta sottolineando quello che noi diciamo quando parliamo di “avere la coscienza a posto”, di non sentire alcun morso all’interno che ci rode per un comportamento non consono a ciò che sentiamo che sia giusto che sia. E questo adeguarsi crea il sostegno interiore (la colonna, dice Florenskij) che diventa di volta in volta sempre più forte e ci fa avanzare nelle difficoltà della vita senza paura, perché c’è l’appoggio. Bisogna raggiungere questo stadio della maturazione. Esso è il dono della nostra dignità.


"Osservate più spesso le stelle"
Quando avrete un peso nell’animo,
guardate le stelle o l’azzurro del cielo.
Quando vi sentirete tristi,
quando vi offenderanno,
... quando qualcosa non vi riuscirà,
quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo,
uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo.
Allora la vostra anima troverà la quiete.
Pavel Florenskij



Il sogno é il limite comune che separa condizioni terrene ed esperienze celesti, il confine cui questo mondo si assottiglia e l'altro comincia a prendere corpo. Quando ci si sprofonda nel sonno, nel sogno e col sogno si simbolizzano le più basse esperienze del mondo celeste e quelle più alte del mondo terreno.
Pavel A. Florenskij, "Saggio sull'icona"


E' significativo che la parola "larva" avesse, già presso i romani, il significato di "cadavere astrale", di cliché insostanziale sopravvissuto del morto, cioè di oscura forza vampiresca che cerca, per sostenersi ed animarsi, sangue fresco e un volto vivo a cui questa "maschera astrale" possa aderire risucchiandolo e spacciandolo per la propria essenza....la pseudo-realtà di queste "spoglie astrali" si esprime nella terminologia delle dottrine più disparate, nella cabala si chiamano "klipot" e "skorlupy" in teosofia col significato di "gusci".
Florenskij, "Iconostasi - Saggio sull'icona"


"Il sogno: ecco il primo e più semplice livello, semplice perché ci siamo abituati, della vita nel mondo invisibile. Benché sia il livello più basso anche il sogno innalza l'anima al mondo invisibile e fa avere perfino al più insensibile di noi il presentimento che c'é dell'altro oltre quello che siamo soliti considerare come l'unica vita."
Pavel A. Florenskij, "Saggio sull'icona"




Pavel A. Florenskij (1882-1937).
«Tutto passa, ma tutto rimane. 
Questa è la mia sensazione più profonda:
che niente si perde completamente, niente svanisce,
ma si conserva in qualche modo e da qualche parte.
Ciò che ha valore rimane,
anche se noi cessiamo di percepirlo.
Così pure le grandi imprese.
Anche se tutti le avessero dimenticate,
in qualche maniera rimangono e danno i loro frutti.
Perciò, se anche ci dispiace per il passato,
abbiamo però la viva sensazione della sua eternità.
Al passato non abbiamo detto addio per sempre,
ma solo per un breve tempo.
Mi sembra che tutti gli uomini,
di qualunque convinzione siano,
nel profondo dell’anima
abbiano in realtà questa stessa impressione.
Senza questo,
la vita diventerebbe insensata e vuota»
Da Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi
Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo.



[…] tutto ciò che succede ha un suo significato e si combina in modo tale che, in ultima analisi, la vita si dirige verso il meglio. I dispiaceri, nella vita, non si possono evitare; ma i dispiaceri sopportati consapevolmente e alla luce degli avvenimenti generali ci educano e arricchiscono e, in seguito, portano i loro frutti positivi. […]. Lavora su te stesso …
Pavel Florenskij, da "Non dimenticatemi. Lettere dal Gulag"


«La mia più intima persuasione è questa:
nulla si perde completamente, nulla svanisce, ma si custodisce in qualche tempo e in qualche luogo. Ciò che è immagine del bene e ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo.»
Pavel Aleksandrovič Florenskij, Non dimenticatemi. Dal gulag staliniano le lettere alla moglie e ai figli del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, 1933-1937.



Ma non c' è niente da fare: non apprezzo un'idea per il mero fatto che sia un'idea e che sia nuova; deve essere vera, e la verità non si ottiene con speculazioni schematiche, per quanto convincenti possano sembrare a chi ci circonda, e nemmeno col seguire la moda e col far chiasso, ma con l'immedesimazione profonda con il mondo, con la verifica tenace e la crescita organica. Ogni idea ha il suo tempo di sviluppo di maturazione, e non si può accelerare questo processo artificialmente, sulla base di motivi esterni; cioè "non si può" nel senso che non si dovrebbe, e non che non sia possibile....
Pavel Florenskij, Non dimenticatemi


Cara Olen, non per gli altri ma per se stessi bisogna essere così, e non importa cosa gli altri penseranno di voi: essere e non apparire. Avere una disposizione d'animo chiara e trasparente, una percezione del mondo integrale e portare avanti un'idea disinteressata. vivere così da poter dire nella vecchiaia di aver fatto proprie le cose più nobili e più belle del mondo e di non aver macchiato la coscienza con le sozzure di cui si sporca la gente che, una volta esaurita la passione, lasciano un profondo disprezzo."
Pavel Florenskij, Non dimenticatemi



"Non fate le cose in maniera confusa, non fate nulla in modo approssimativo, senza persuasione, senza provare gusto per quello che state facendo… Ricordate che nell'approssimazione si può perdere la vita"… "Cari figli miei, guardatevi dal pensare in maniera disattenta. Il pensiero è un dono di Dio ed esige che ci si prenda cura con tutte le forze del suo oggetto".
Pavel Florenskij, "Non dimenticatemi. Lettere dal Gulag"




Lettera di Pavel Florenskij, 12 novembre 1933
Cara Olečka, ho ricevuto la tua lettera e ora mi metto a risponderti.
 Innanzitutto, non preoccuparti per i tuoi insuccessi a scuola: tutto andrà bene e si aggiusterà nel modo migliore. Studia con tranquillità, momento per momento, ciò che ti è accessibile; cresci, completa il tuo sviluppo e sii sicura che tutto quello che accumulerai con il tuo lavoro oggi, che sei giovane, un giorno ti servirà, anzi, succederà che ti occorrerà proprio questo sapere che ora sembra casuale. Te lo dico sulla base di una lunga esperienza di vita. Cosa devi fare allora? Per prima cosa bisogna acquisire certe nozioni che sono necessarie indipendentemente dal mestiere che farai in seguito: lingue, letteratura, matematica, fisica e scienze naturali, disegno (almeno un po'), anche pittura e musica. Queste cose sono indispensabili in qualunque situazione di vita e qualsiasi attività si svolga. Impara ad esporre i pensieri, i tuoi e quelli degli altri, impara a descrivere; acquista l'abitudine a un atteggiamento attento verso la parola, lo stile, la costruzione. È bene che tu abbia cominciato a studiare il tedesco in modo serio; non dimenticare però di studiare anche il francese: per questo leggi ogni giorno almeno una pagina, ma assolutamente a voce alta, e cerca le parole sconosciute nel vocabolario. Non è male anche leggere in francese avendo la traduzione russa del testo e confrontando cosa e come è tradotto, cogliendo i difetti della traduzione. In generale cerca di far sì che le lingue, quella russa come quelle straniere, siano per te un suono vivo e non solo segni sulla carta. Ricorda pertanto di leggere ad alta voce anche gli scritti russi, se non interi, almeno in parte, cogliendo la perfezione del suono e il ritmo della costruzione, sia dal punto di vista sonoro, sia da quello contenutistico ed espressivo. Leggi immancabilmente a voce alta belle poesie, soprattutto quelle di Puškin e di Tjutčev; anche gli altri ascoltino, per imparare e riposarsi. Mi sono imbattuto qui in un volume di Puškin, dell'edizione del Polivanov. Quanto è stato bello, dopo il pranzo, in riva al fiume Urjum, leggere le poesie di Puškin a voce alta e meditare sulla somma perfezione di ogni parola, di ogni modo di dire, senza parlare della costruzione del tutto! Per la matematica, cerca non solo di ricordare semplicemente cosa e come fare, ma anche di capirlo e di apprenderlo come si apprende un pezzo musicale. La matematica non deve essere nella mente come un peso portato dall'esterno, ma come un'abitudine del pensiero: bisogna imparare a vedere i rapporti geometrici in tutta la realtà e a individuare le formule in tutti i fenomeni. Chi è capace di rispondere all'esame e di risolvere i compiti, ma dimentica il pensiero matematico quando non si parla direttamente di matematica, non ha appreso la matematica. Mi chiedi se devi studiare la botanica. Certamente, nei limiti del tempo e delle possibilità, sforzati se non di studiare, almeno di prepararti a tali studi: guarda più spesso le illustrazioni nei testi di botanica, confrontando le piante disegnate con quelle vere, cerca di comprendere lo stile delle specie, quell'unità artistica e biologica che sta alla loro base. Devi infine a poco a poco accumulare quanti più nomi di piante, ma in modo che non siano nomi vuoti, ma salvadanai in cui si raccoglieranno le informazioni sulla vita, sulle proprietà e sull'utilità delle piante contraddistinte da questi nomi. Quanto più ricche saranno le tue nozioni, anche disordinate, sulle singole piante, tanto più facili e interessanti saranno in futuro i tuoi studi di botanica. Tieni conto che non è bene accedere ad alcuna scienza senza un bagaglio acquisito precedentemente: ciò costringe a trascinare una zavorra morta e nociva e gli studenti, non potendola digerire subito, rimangono per sempre con le teste ingombre. Quando passeggiavamo insieme, cercavo di rivolgere la vostra attenzione sulla somiglianza di singole piante, di dirvi i nomi di alcune di esse. Ora a queste informazioni bisogna aggiungere le caratteristiche tecniche delle piante. In particolare, leggi ogni tanto la Vita delle piante di Kerner von Marilaun: lì troverai molte cose utili; non aver fretta, è meglio che tu legga a porzioni, tranquillamente, assimilando e riflettendo. È molto importante guardare le raffigurazioni della stessa pianta in diversi libri, e in genere tornare più volte alla stessa pianta per saperla riconoscere.
Un bacio forte a te, cara Olečka, bacia la mammina.
Vivi con forza e allegria, lavora e sii sana. Tuo papà.
Di' alla mamma di non preoccuparsi per me, perché trovo sempre qualcuno che ha cura di me e mi aiuta a organizzarmi col cibo e le altre cose quotidiane.
Pavel A. Florenskij, Non dimenticatemi. Dal gulag staliniano le lettere alla moglie e ai figli del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Mondadori, Milano 2000, pp. 67 ss.




"Sarebbe ora che tu capissi (scrive al figlio) che tutto ciò che succede ha un suo significato e si combina in modo tale che, in ultima analisi, la vita si dirige verso il meglio. I dispiaceri nella vita non si possono evitare; ma i dispiaceri sopportati consapevolmente e alla luce degli avvenimenti generali ci educano e ci arricchiscono e, in seguito, portano i loro frutti."


"La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l'istante della sua pienezza. Per questo è fondamentale apprendere l'arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di un contenuto essenziale".
Pavel Florenskij, "Non dimenticatemi. Lettere dal Gulag"


"È chiaro che il mondo è fatto in modo tale che non gli si possa donare nulla se non pagando con la sofferenza e la persecuzione. E tanto più disinteressato è il dono, tanto più crudeli saranno le persecuzioni e atroci le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma fondamentale".
Pavel Florenskij, "Non dimenticatemi. Lettere dal Gulag"


"Non tradire mai le tue più profonde convinzioni interiori per nessuna ragione al mondo.
Ricorda che ogni compromesso porta ad un nuovo compromesso, e così all'infinito".

"Il passato non è passato, ma è custodito e rimane per sempre, ma noi ci dimentichiamo e ci allontaniamo da esso: Tuttavia in seguito, lungo il susseguirsi imprevedibile delle circostanze esso riappare di nuovo come un eterno presente".



"Ho cercato attorno qualcosa da donare a Mik,
e ho trovato un dono: la grazia. Vorrei che la quiete di Dio
ti avvolgesse, o bimbo mio".
Pavel Florenskij, "Non dimenticatemi. Lettere dal Gulag"


"Colgo l'occasione per dire a te e ai bambini che tutte le idee scientifiche che mi stanno a cuore scaturiscono dal mio sentimento per il mistero. Tutto ciò che esula da tale sentimento non trova dimora nel mio pensiero, al contrario tutto ciò che da esso scaturisce resta vivo in me e prima o poi diventa oggetto di uno sforzo scientifico".


"La matematica non deve essere nella mente come un peso portato dall'esterno, ma come un'abitudine del pensiero: bisogna imparare vedere i rapporti geometrici in tutta la realtà e a individuare le formule in tutti i fenomeni. Chi è capace di rispondere all'esame e di risolvere i compiti, ma dimentica il pensiero matematico quando non si parla direttamente di matematica, non ha appreso la matematica".


"Studiando la natura, la cosa più importante è avere impressioni immediate, le quali, se vengono esaminate, per quanto è possibile in modo imparziale e privo di preconcetti, piano piano si compongono da sole in un quadro complessivo, dal quadro complessivo nasce l'intuizione dei tipi di struttura della natura, ed è proprio questa intuizione che fornisce motivi per conclusioni approfondite. Senza questa intuizione, le conclusioni rimangono sempre soltanto schemi convenzionali e perfino dannosi in quanto impediscono di osservare e notare cose veramente importanti".


"Il mio desiderio è sempre stato di conoscere il mondo proprio come qualche cosa di ignoto, senza cercare di forzare e violare il suo segreto, ma limitandomi a cercare di spiare nelle sue pieghe e di sbirciare dietro di esso. Il simbolo è appunto l'espressione ed il risultato di questo sforzo, in quanto attraverso i simboli il segreto del mondo non viene affossato e tolto di mezzo, bensì si palesa nella sua più autentica essenza, cioè, appunto, come arcana e enigma."


"Di me stesso ti posso dire che tutte le cognizioni che ho acquisito e che veramente in seguito sono diventate veramente solide e utili, le avevo accumulate grazie agli sforzi personali e non a scuola. È vero che questi sforzi richiedono molta fatica, ma in compenso danno maggior soddisfazione che migliori risultati. In questo caso non esistono cognizioni parziali: ciò che hai imparato l'hai imparato per sempre".


"La natura è la migliore purificatrice. Si può stare in camera molti giorni inutilmente, mentre un'ora sola passata in mezzo alla natura ti farà comprendere ciò che non comprendevi primaLe idee e le comprensioni crescono e maturano come le piante; non serve trafficare troppo attorno ad esse: Aspettando pazientemente fin quando un'idea diventi matura, otterrai un valore vero, ma producendo un'idea astrattamente, rischi di cadere in un valore apparente, che non farà che appesantire l'intelletto, ed essendo esso stesso inutile, impedirà la crescita anche di ciò che è utile. L'importante è che tu non abbia fretta e badi con tranquillità alla tua crescita: non perdere tempo a vuoto, ma non cercare neanche di affrettare la crescita, tutto verrà a suo tempo".


"Di ogni manifestazione della vita si può dire che la vita le sia superiore, ma se si strapperanno tutte le foglie e tutti i fiori della vita, della vita non rimarrà niente".



"Bisogna saper prendere dalle persone ciò che hanno e ciò che possono dare, ed essere capaci di non pretendere da loro ciò che non hanno e ciò che non possono dare. Temo che i ragazzi accostino le persone nel modo esattamente opposto".


"Lavora con misura e lascia energie e tempo per l'assimilazione: infatti inzeppare la testa senza assimilare è una cosa non soltanto poco utile, ma addirittura dannosa. E l'assimilazione si effettua durante il riposo, nel silenzio dei sentimenti, anche in una certa noia: fastidium est quies, la noia è il riposo dell'anima".


"Non esiste uomo talmente brutto che non ci si possa ricavare niente di buono".


"Che cosa distingue ciò che è organico - vivo - creativo da ciò che è meccanico, materiale, privo di vita? Ovvero che cosa distingue ciò che è generato, da ciò che è costruito? Il fatto è che ciò che è costruito è privo di una vera unità, mentre ciò che è generato lo è. 'Il tutto è prima delle sue parti' (Aristotele), cioè: il tutto produce, deduce, pone le parti da se stesso, mentre ciò che è costruito è composto dalle sue parti ed è posto da esse; ciò che è costruito non è che un'idea astratta, relativa alla interazione fra queste parti. Il tutto qui non c'è. Invece, laddove c'è il tutto, le parti da esso generate sono organi. L'obiettivo dello studio della poesia, della musica, della pittura, del pensiero scientifico, ecc. è quello di comprendere ciò che si studia come un tutto, cioè di vedere come questo tutto pone, produce le sue parti, gli organi."


"Conosco abbastanza bene la storia e lo sviluppo storico del pensiero per poter prevedere che un giorno si metteranno a raccogliere i cocci di ciò che hanno distrutto. Tuttavia questo non mi rallegra affatto, anzi mi infastidisce questa odiosa stupidità umana che perdura fin dagli inizi della storia e sembra intenzionata a durare fino alla fine".


Le mie convinzioni filosofico-religiose adulte non provengono dai libri di filosofia (che, salvo poche eccezioni, leggevo sempre poco, e per di più malvolentieri), ma dalle osservazioni dell'infanzia…Già in tenera età si erano formati nella mia mente le categorie del conoscere e i concetti fondamentali della filosofia. Successivamente, riflettendo sui concetti di base della visione del mondo e studiandoli dal punto di vista logico, mi sono rimesso su un terreno solido, e quando mi sono guardato intorno, è risultato che quel terreno solido era lo stesso su cui stavo nella prima infanzia: dopo un vagabondaggio mentale, alla fine, mi sono trovato al punto di partenza. In effetti non avevo conosciuto nulla di nuovo, ma mi ero solamente "ricordato" - sì, ricordato - di quei fondamenti della mia persona che si erano formati durante l'infanzia stessa ossia, che erano il germe iniziale d tutte le crescite spirituali, cominciando dai primi barlumi della conoscenza… Se gli allievi capissero a che cosa, in fin dei conti, sono ancorate le teorie dei maestri, a quali infantili intuizioni irrazionali, essi smetterebbero di iurare in verba magistri e invece cercherebbero di cogliere più profondamente il bambino geniale nascosto nella personalità di questi maestri.



Sembra volermi chiedere come mai ritorno sempre alle impressioni dell'infanzia.
Prima di tutto perché il mondo interiore si cristallizza attorno ad esse e da esse viene sostanzialmente determinato. Se la vita in genere ha senso e valore, dimenticare il passato è ingratitudine e insensatezza, poiché tutto diventa passato, e allora tutta la vita, tirate le somme, deve rivelarsi uno zero.


Ciò che ti dà la famiglia è in ogni caso il meglio di ciò che riceverai dalla vita: le impressioni dell'infanzia e della giovinezza costituiscono l'embrione forte e consistente di tutto ciò che verrà in seguito e bisogna averne una cura del tutto particolare.


Se l'impeto non incontra nessuna resistenza, esso non crea niente, e al posto del Niagara vien fuori una pozzanghera stagnante. Ciò non si riferisce soltanto alla creazione poetica, ma a tutta la cultura, poiché in tutti i suoi campi essa crea delle barriere, che isolano una certa manifestazione e non le consentano di estendersi e fondersi in una unità senza differenze e senza volto con altre manifestazioni.


Ciò che ti può dare la casa paterna non te lo potrà mai dare niente e nessuno, ma bisogna guadagnarselo, bisogna essere attenti a ciò che accade in casa e non viverci come fosse un albergo.


"Normalmente si pensa che l'umanità morirà per mancanza di qualche cosa. 
Per me invece è chiaro che morirà per l'abbondanza"
padre di Pavel Florenskij


I morti io li sento più vivi dei conoscenti dai quali sono stato separato, a parte voi familiari. 
I conoscenti vengono a galla come delle ombre pallide, mentre i morti li sento dentro di me.



Chi agisce con approssimazione si abitua anche a parlare con approssimazione, e il parlare grossolano, impreciso e sciatto coinvolge in questa indeterminatezza anche il pensiero [... ]
Pavel Florenskij



 “Nella creazione artistica l’anima è sollevata dal mondo terreno ed entra nel mondo celeste.
Lì senza immagini si nutre della contemplazione dell’esistenza del mondo celeste, tocca gli eterni movimenti delle cose e, impregnata e carica di conoscenza ritorna al mondo terreno. E tornando giù per la stessa strada arriva alla frontiera della terrestrità, dove il suo acquisto spirituale è investito in immagini simboliche – le stesse che, fissandosi, formano l’opera d’arte.”
Pavel Florenskij







Musica per il mio essere. Un maestro di vita, adoro questo libro di lettere, ognuna diversa per il destinatario, tutte ricche d'amore e di una morale e pedagogia integerrime.


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