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giovedì 8 dicembre 2016

Heidegger lettore di Kant. Alla ricerca del concetto di temporalità.

FILOSOFIA E NUOVI SENTIERI

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» 
Denis Diderot


Alla ricerca del concetto di temporalità. 
Heidegger lettore di Kant


1. Introduzione.
Disquisire della temporalità e del suo lessico sembra, di primo acchito, implicare per il lettore d’oggi una più radicale immersione nella humus filosofica e metafisica; ciò che non ci si aspetterebbe, forse, è che l’esigenza che porta a riscoprire un simile concetto per inquadrarlo in termini più chiari può venire da campi differenti, aventi obiettivi diversi ed apparentemente più ‘pratici’ rispetto a quelli delle scienze filosofiche. 

Un esempio che può essere fatto è quello della sociologia del tempo: 
la Social Acceleration Theory, che vede fra i suoi principali teorici Hartmut Rosa, nel porre al centro della sua diagnosi nuove forme di alienazione temporale che caratterizzerebbero le società contemporanee, si riferisce alla temporalità’ come a quella dimensione fenomenologica ed esperienziale del soggetto che si ritrova impossibilitato al cambiamento reale (a causa di una molteplicità di cambiamenti apparenti ed eterodiretti).

Nelle pagine di autori come Virilio (non annoverabile stricto sensu in tale paradigma, ma certamente considerabile come uno dei principali punti di partenza per la stessa teoria), Rosa, William E. Scheuerman, Robert Hassan e molti altri, ciò che viene contratto, compresso ed alterato non è propriamente un arco di tempo e/o degli intervalli composti da tanti istanti tecnicamente misurabili, bensì il modo prettamente umano di percepire il tempo come una propria dimensione

Tale tempo ‘appropriato’ dell’uomo non seguirebbe leggi e criteri che, in ultima analisi, potrebbero essere commisurati a qualche forma di calcolabilità preventiva rispetto a degli scopi pratici da raggiungere: i modi per descrivere le alterazioni di una simile temporalità utilizzati dai sociologi della Social Acceleration Theory s’incardinano attorno a metafore come quelle della contrazione e della dilatazione, della pressurizzazione e della depressurizzazione, instaurando legami con altre temporalità (o con il Tempo sociale dominante) basati sulla sincronizzazione o sul suo contrario, la desincronizzazione.

È lecito chiedersi, dunque, proprio a seguito di un tale libero brulicare di nuovi termini che cercano di carpire la temporalità umana e definirla in quanto tale, che tipo di eredità la filosofia occidentale lascia a disposizione per approfondire i retroscena di queste indagini sociologiche. Tracciare un percorso che possa illuminare riguardo alla natura del tempo e alla sua declinazione precipuamente umana sembra costituire un’impresa titanica, che potrebbe rigettarci ai prodromi del pensiero classico ed alla distensio animi agostiniana; di portata minore, seppur di natura non necessariamente più facile, può essere l’analisi di un unico volume dove la tematica della temporalità sembra essere centrale e viene analizzata in maniera perspicua ed elaborata, ossia Kant und das Problem der Metaphysik di Martin Heidegger.

2. Dalla Kritik der reinen Vernunft al concetto di pre-comprensione ontologica.
Viviamo in tempi heideggeriani? 
Un quesito del genere, per la sua vaghezza, potrebbe apparire privo di significato se non fosse per l’improvvisa risonanza causata, fra il 2015 e il 2016, dalla pubblicazione degli Schwarze Hefte; è in ogni caso evidente come le opere di Heidegger maggiormente discusse e commentate siano spesso state quelle che il suo autore non riteneva più complete o precise nel rappresentare il proprio pensiero filosofico. Il profilo di opera ‘secondaria’ che Kant und das Problem der Metaphysik ha assunto, in termini di popolarità, rispetto a Sein und Zeit ed altri testi non corrisponde, però, all’importanza che il filosofo tedesco avrebbe voluto conferirgli nell’insieme della sua produzione. Due anni dopo la pubblicazione di Sein und Zeit, il testo che ci accingiamo a commentare ed analizzare doveva costituire la prima sezione del secondo volume della stessa opera; Heidegger decise però, nel 1929, di pubblicare Kant und das Problem der Metaphysik come opera a se stante. Il legame di continuità e la stretta relazione con Sein und Zeit è esplicitamente chiarito da Heidegger stesso nella quarta ed ultima prefazione al suo lavoro, datata 1973 (si tratta, perciò, di un lavoro che Heidegger torna a leggere e commentare dopo più di 40 anni e per il quale, ad ogni edizione, si sente in dovere di aggiungere una nuova prefazione).

Per quanto concerne, inoltre, il legame fra Heidegger e Kant, sarà d’obbligo premettere che la frequentazione dei testi kantiani non rimase un episodio isolato negli studi e nella carriera accademica di Heidegger: è possibile ricostruire, tramite la Gesamtausgabe, come molte delle lezioni universitarie di Heidegger avessero come punto di partenza proprio la filosofia kantiana
A questo riguardo basterà citare, solo per dimostrare la costanza della medesima attenzione per il pensatore di Königsberg, le lezioni tenute dal primo Heidegger nel semestre invernale del 1927-28 sotto il titolo di Interpretazione fenomenologica della critica della ragion pura di Kant (quelle probabilmente più vicine alla rilettura di Kant und das Problem der Metaphysik e che già tramite il titolo ci forniscono un’importante direzione da dare all’esegesi della prima Kritik, dichiaratamente fenomenologica), e due scritti dell’ultimo Heidegger, che si riallacciano esplicitamente, a guisa di completamento ed integrazione, a Kant und das Problem der Metaphysik: nel 1962 Il problema della cosa. A proposito della dottrina kantiana dei principi trascendentali, e l’anno dopo, nel 1963, la Tesi di Kant sull’essere.

Molto più importante della determinazioni delle varie influenze che modificano la ricezione dell’opera kantiana del primo e dell’ultimo Heidegger è il senso che egli vuole dare alla prima Kritik tramite la sua rilettura: la libertà che il professore di Friburgo utilizza nel leggere a suo modo i passi kantiani non era passata inosservata, tanto da stimolarlo a dedicare una delle sue prefazioni (la seconda, datata 1950) a rispondere alle stesse critiche. 

Con un misto di arroganza intellettuale ed ironia, Heidegger rigetta immediatamente il desiderio di essere in qualche modo filologicamente fedele al testo preso in esame ed al suo contesto storico, delineando una distinzione critica fra un certo tipo di commentatori e coloro che sono capaci di dialogare col pensiero di Kant: «A differenza dei metodi della filologia storica, che ha il suo proprio compito, un dialogo di pensiero è soggetto ad altre leggi che sono più vulnerabili. Nel dialogo è più alto il rischio dell’errore, e sono più frequenti le mancanze. […] Quelli che pensano, imparano più durevolmente dalle mancanze1».

Addentrandoci più nei contenuti dell’esegesi heideggeriana, l’intento di Kant und das Problem der Metaphysik è quello di stravolgere e combattere una visione della prima Kritik focalizzata sulla sua natura di «teoria della conoscenza»; la visione dell’opera kantiana come quella di uno sforzo volto a delimitare le facoltà conoscitive umane entro certi limiti è quella che possiedono coloro che ne vogliono fare, per certi versi, una (nuova) fondazione del sapere valida per le scienze positive. 

Questo impedirebbe, a parere di Heidegger, di cogliere non solo le novità terminologiche e teoretico-ontologiche a cui Kant approda e che egli stesso non è in grado di ammettere ed esplicitare fino in fondo; l’obiettivo che il filosofo di Sein und Zeit qui si propone è quello di centrare il focus metafisico che, pur delineandosi a partire dai problemi della conoscenza finita, punta all’Essere, all’ontologia e alle modalità della rivelazione (mai totale) che tramite essa avviene2.

Semplificando il più possibile, la Critica della ragion pura è un lavoro che apre il campo a- e complica l’orizzonte dell’ontologia; nella prima Kritik è possibile rintracciare le questioni ontologiche fondamentali e combattere una sua limitazione a teoria gnoseo-antropologica è uno degli obiettivi del testo heideggeriano. La natura ontologica della più celebre opera kantiana e l’ostilità che Heidegger sente nel definirla una propedeutica teoria della conoscenza utile per le scienze positive si rende chiara a termine dell’Introduzione, intitolata per l’appunto Tema della ricerca e sua articolazione. In questa sede Heidegger si esprime in maniera abbastanza netta: 
«L’intento della Critica della ragion pura resta quindi fondamentalmente misconosciuto, qualora si interpreti quest’opera come teoria dell’esperienza o addirittura come teoria delle scienze positive. La critica della ragion pura non ha nulla a che fare con una teoria della conoscenza. Se mai si potesse tenere per valida un’interpretazione in questo senso, allora si dovrebbe dire che la critica della ragion pura non è una teoria della conoscenza ontica (esperienza), bensì una teoria della conoscenza ontologica3». È, tuttavia, già presente nella Sezione prima che l’autore scrive qualcosa che va ben oltre la libertà di una neutrale lettura e che sarebbe lecito considerare più come un taglio ermeneutico, una reinterpretazione a cui Heidegger approda analizzando prima di ogni altro aspetto quello ontologico-metafisico nel lavoro kantiano: egli vede in Kant lo scopritore di una dicotomia che diverrà assolutamente centrale per l’impostazione della sua filosofia, al punto da ritenere la vera e propria rivoluzione copernicana di Kant la prima distinzione, nella filosofia occidentale, fra ontico ed ontologico; più precisamente, la partecipazione della trascendenza nel processo conoscitivo umano porta ad una fondamentale conseguenza: «la verità ontica si regola necessariamente su quella ontologica4».

La nota polarità heideggeriana viene curiosamente innestata a posteriori nelle riflessioni kantiane.

Kant, a differenza degli empiristi da un lato e degli idealisti di ogni specie dall’altro, avrebbe attaccato le teorie della conoscenza che riuscivano a fondarsi da sé. Una fondazione della conoscenza tramite l’utilizzo di principi primi o dati empirici si rivela impossibile, è il piano trascendentale kantiano (rispetto al quale si assottiglia sempre più, nelle pagine heideggeriane, la distinzione con quello ontologico) che s-fonda una qualsiasi teoria della conoscenza data una volta per tutte e lascia venire per la prima volta alla luce una nuova conoscenza ontologica

Nelle parole di Heidegger la questione è posta nel seguente modo:
Kant vuol dire […] che non ogni conoscenza è ontica, e che dove c’è conoscenza ontica, questa si rende possibile solo mediante una conoscenza ontologica. La rivoluzione copernicana scuote così poco il vecchio concetto della verità come adeguazione (adaequatio) della conoscenza all’ente, che anzi lo presuppone e, addirittura, lo fonda per la prima volta. La conoscenza ontica può adeguarsi all’ente («oggetti»), solo se tale ente è già manifesto in precedenza come ente, ossia è già conosciuto nella costituzione del suo essere. […] La costituzione ontica non può invece mai regolarsi per sé secondo gli oggetti, perché, senza la conoscenza ontologica, non ha nulla secondo cui potersi regolare5.

Ma come si rende possibile il passaggio dall’impossibilità positiva di fondazione gnoseologica all’accesso ad una conoscenza ontologica che, in ogni caso, la ‘guida’? E se ciò avviene, qual è il modo di procedere di una conoscenza che non ha la sua fondazione in nient’altro e contemporaneamente, tramite la sua dinamica, rende sostenibile il compito di ordinare le esperienze e rendercele comprensibili?

Per rispondere a simili interrogativi sulla natura della trascendentalità e chiarire meglio l’impostazione ontologica della stessa che fornisce Heidegger sarà utile seguire alcuni snodi fondamentali che illustrano la sua esposizione dei principali strumenti teoretici utilizzati da Kant nella prima Kritik

Uno dei primi passi che l’autore compie in questo senso è una valorizzazione piena e decisa del primato dell’intuizione rispetto al pensiero: il lato intuitivo è, a parere di Heidegger, così tanto posto in risalto dal filosofo di Königsberg che la funzione teoretica umana risulterà sempre ancillare rispetto all’intuizione stessa. Il ruolo suppletivo ed aggiuntivo del pensiero ci dice allo stesso tempo qualcosa riguardo alla ricerca della conoscenza finita: si tratta in qualche modo di un processo ed uno svolgimento atto a portare ‘fuori’ e rendere esplicito e comprensibile qualcosa che l’intuizione ha già colto
«Il pensiero, infatti, in ogni sua forma, sta unicamente al servizio dell’intuizione. Il pensiero non si trova semplicemente accanto all’intuizione, aggiunto ad essa, ma, per la sua stessa struttura interna, serve al raggiungimento dello scopo che l’intuizione persegue in via primaria e costante6». 

Rendere totalmente chiaro cosa sia l’Intuizione e cosa il Pensiero non è un’impresa facile se ci si attiene solamente al saggio heideggeriano: l’obiettivo primario sembra qui essere, più che definire le tendenze e gli scopi dell’una e dell’altro, mettere a confronto le loro differenze formali ed il loro modo di procedere rispetto al loro ‘ricevere’ l’ente e l’essere dell’ente

Commentando i passi di Kant che mettono a confronto il conoscere divino e quello umano, nel primo caso s’intenderà una forma di intuizione che è simultaneamente creatrice dell’ente e che non ha nemmeno bisogno dell’aggiunta del pensiero. Prima di tornare sull’intuizione umana, e sul nostro tentativo di ‘intuirla’ a nostra volta, Heidegger insiste sul fatto che bisognerà concepire il pensiero all’interno della prima Kritik come il «sigillo della finitezza7» tout court.

Che tipo di intuizione sarà quella umana, o, per meglio dire, quella che connota la conoscenza finita? Al di là delle difficoltà intrinseche nell’elaborare una simile risposta, essendo per definizione in questa polarità l’intuizione qualcosa di altro proprio rispetto al pensiero, ciò che si può sotto certi rispetti ammettere per negazione è che, tramite la giustapposizione alla conoscenza divina, l’impronta dell’intuizione umana dev’essere opposta a quella creativa divina. L’intuire umano è ‘fatto’ di passività, nonostante tale passività non equivalga ad una qualche forma d’immobilità priva d’azione: la caratteristica fondamentale dell’intuizione finita è quella che, in termini kantiani, è definita Rezeptivität; a questo riguardo scrive Heidegger, commentando Kant, che «il carattere della finitezza dell’intuizione risiede appunto nella ricettività [Rezeptivität]. Ma l’intuizione finita non può ricevere, se quello che deve ricevere non si annuncia. L’intuizione finita ha bisogno, per essenza, che l’intuibile la riguardi, ha bisogno d’esserne “affetta” [affiziert]8».

Prima di procedere oltre, per quanto lo stesso Heidegger ponga l’accento soprattutto sui termini legati all’affezione e alla ricettività, occorrerà non trascurare un determinato campo semantico e relazionale che viene attivato in passi del genere, utile forse più per capire la filosofia heideggeriana che quella kantiana: la dialettica che intercorre fra l’abilità ricettiva dell’essere finito che conosce e quello che si dona (che si apre a–, potremmo anche dire) comporta da un lato la possibilità della riuscita di un simile ‘incontro’ solo dopo un annuncio del secondo nei riguardi del primo (potremmo facilitarci la difficoltà teoretica di questi passi immaginando un ospite che deve preavvisare in qualche modo la sua venuta o ad un regalo che, per essere consegnato, deve necessariamente presupporre l’incontrarsi del donante e del donatore), dall’altro un’attività del ricevere. Il fatto che il ricevere sia comunque un agire, comportante delle modificazioni (le affezioni), non lo rende un produrre un qualcosa: l’aspetto passivo è in ogni caso dominante e comprendere un simile difficile binomio (l’azione di un’intuitività quasi esclusivamente ricettiva), quasi ossimorico a tratti, rende la complessità dell’impresa di volgere il pensiero verso l’intuitività. 

Un’intuizione creatrice in tutti i sensi è solo quella divina e, paradossalmente, una simile versione originaria della stessa ci viene più semplice accostarla al lavoro dell’intelletto che a quello della nostra ricettività intuitiva, visto e considerato che la nostra intuitività non si sforza in senso stretto, volontariamente, mentre la dinamica intellettuale è comunque da considerarsi come una «sorta di produzione9».

Per quanto sia profonda in Kant e in Heidegger l’interrelazione fra l’intuire ed il pensare, il discorrere di tale dicotomia nelle prime mosse di Kant und das Problem der Metaphysik risulta solo preliminare per chi cerca di cogliere quella trasformazione interpretativa che avverrebbe in questa speciale rilettura della prima Kritik. 

Solo procedendo dal processo della ricettività intuitiva, spiegato proprio nei termini di un qualcosa che si annuncia e che si riceve, è possibile proseguire oltre e comprendere a pieno in che modo la trascendentalità assuma la parte fondamentale nell’interrelazione fra enti finiti

Come era precedentemente stato suggerito, l’ente, per essere ‘ricevuto’, dev’essere in qualche modo già stato ‘annunciato’: poco distante da questa traccia sibillina troviamo un piccolo paragrafo che completa ulteriormente le conseguenze di una simile impostazione, definendo la «fondazione dell’ontologia» persino come uno dei cardini attorno al quale tutta la prima Critica kantiana ruoterebbe:
La conoscenza dell’ente è possibile soltanto sulla base di una conoscenza preliminare, indipendente dall’esperienza, della costituzione dell’essere dell’ente. Ora, la conoscenza finita, sulla finitezza della quale verte la ricerca, è per essenza intuizione ricettiva e determinante dell’ente. Perché la conoscenza finita dell’ente sia possibile, occorre che essa si fondi su una cognizione dell’essere dell’ente, anteriore a ogni ricezione10.
Il passo appena citato è probabilmente uno dei più fecondi per estrapolare quanto di più ‘heideggeriano’ vi può essere nello sforzo ermeneutico che l’autore applica verso l’opera di Kant: in questo caso è ben evidente come quel ‘qualcosa’ che rende possibile la ricezione dell’ente che si vuole conoscere a favore dell’ente conoscente non è nemmeno, precisamente, una ‘piccola parte’ dell’ente stesso (sebbene, come vedremo, non verrà rigettata la metafora dell’anticipazione quando s’inserirà in un tale rapportarsi la temporalità), ma qualcosa che lo eccede sempre. L’«essere dell’ente» (formula che significativamente Heidegger non riprenderà quasi più nel corso della sua trattazione) è ciò che rende possibile la ‘comunicazione’ fra i diversi enti ed il loro rapportarsi; in termini più strettamente gnoseologico-teoretici, è la trascendentalità che rende possibile la conoscenza finita.
Non è possibile avere una cognizione precisa e ‘scientifica’ (lato sensu) dell’essere dell’ente, nonostante sia solamente questo elemento che renda possibile l’incontro: è la stessa impossibilità, passando dal piano dell’ontologia relazionale a quello della relazionalità teoretica (che per Heidegger spesso equivalgono), quella che Kant mette in luce per la prima volta nella storia del pensiero occidentale inserendo la trascendentalità come conditio sine qua non della conoscenza in sé. Per tornare a questo tipo di rivalorizzazione ontologica che il professore di Friburgo compie liberamente sull’opera kantiana, un consiglio che egli stesso dona riguardo al giusto approcciarsi all’Analitica trascendentale kantiana è quella di vederla più come uno «scioglimento» delle categorie della metafisica tradizionale che come un loro riassemblaggio; il pensiero kantiano, come un vento impetuoso, solleverebbe tramite la messa in discussione delle precedenti categorie ontologico-teoretiche nuovi e fecondi «germi dell’ontologia»: «L’analitica non consiste però nel dissolvere la ragion pura finita, scomponendola nei suoi elementi; essa è, bensì, uno scioglimento, ma nel senso opposto, in quanto mette in libertà, smuovendoli, i germi dell’ontologia. Essa svela quelle condizioni, che fanno germogliare un’ontologia come un tutto, secondo la sua intrinseca possibilità11».
Eppure è immediatamente evidente la difficoltà di proseguire in maniera certa su un simile sentiero: non si tratta più, solamente, di utilizzare il pensiero per definire ciò che propriamente non è ‘pensiero’, ma d’intravedere l’essere dell’ente dietro le lenti della finitezza ontica. Heidegger non ignora la puntualizzazione kantiana dell’esclusività dell’accesso della conoscenza umana al lato meramente fenomenico della realtà: il suo questionare, auscultando i passi kantiani, rimarrà perciò quello che egli stesso definisce come «la possibilità essenziale della sintesi ontologica12». È su quel già dell’anticipazione, su questo pre– (elencheremo in questa sede almeno due formulazioni centrali di Heidegger, «pre-ontologia» e «pre-comprensione», che usufruiscono del medesimo prefisso), su di una presenza che pre-cede ed oltre-passa il presente, che si gioca la partita filosofica della possibilità di una sintesi ontologica così come quella di una teoria della conoscenza che non parta da semplici dati finiti: «messo per esteso, tale interrogativo suona così: come può l’esserci finito dell’uomo andar oltre (trascendere) l’ente in via affatto preliminare, dal momento che non solo non ha creato tale ente, ma è anzi, proprio per poter esistere come esserci, assegnato all’ente?13».
A questo punto non è possibile fermarsi, ammettendo l’indicibilità: una costante della filosofia heideggeriana è certamente l’esplorazione linguistica che non arretra di fronte a difficoltà di tal fatta. Di conseguenza, per enucleare un apparato terminologico sufficiente ad esprimere il funzionamento della ricettività intuitiva, Heidegger ricorre ad almeno quattro lemmi fondamentali che non sono presenti nel testo kantiano ma che, a suo modo di vedere, potrebbero incarnare perfettamente l’assetto ontologico strutturale che la visione delle conoscenza kantiana presuppone. Essi sono pre-ontologia, corrispondenza, volgersi a– e obiettazione:
D’altra parte, affinché un ente possa essere incontrato per quello che è, occorre che esso sia già stato, fin da principio, conosciuto come ente, ossia relativamente alla costituzione del suo essere. Ne consegue, implicitamente, che la conoscenza ontologica, o meglio, in questo caso, sempre preontologica, è la condizione della possibilità che, in generale, qualche cosa come un ente giunga ad obiettarsi [entgegenstehen] a un essere finito. All’essere finito è necessaria questa facoltà fondamentale di volgersi a…, consentendo l’obiettarsi di…. Solo in questo volgersi originario, l’essere finito tiene davanti a sé un campo d’azione, all’interno del quale qualcosa può corrispondergli14.
Si può parlare di un pre– anche per l’ontologia stessa, quando si cerca di definire questo ‘arrivo generalizzato’ che caratterizza la possibilità di conoscenza e d’incontro fra e degli enti, considerando la latenza che è sempre presupposta dietro al processo. La parte paradossalmente ‘attiva’ della ricezione è spiegata da Heidegger, da un lato, con l’assunzione di una ‘posizione’ che rappresenti l’apertura a tutto ciò che si presta ad essere ricevuto: il volgersi a– (simile al volgersi verso–, ma privato di direzione risulta ancora più ‘aperto’ all’arrivo dell’intuibile) è per l’appunto una manifestazione di un simile approcciarsi. Affinché, però, non si concepisca tale scambio come quello che potrebbe intercorrere fra un soggetto ed un oggetto (o fra soggetti ed oggetti) ove solo uno degli elementi della diade è responsabile dell’incontro o meno, il filosofo aggiunge il verbo co(r)-rispondere proprio con l’intenzione di significare un rimando dell’uno all’altro, un risuonare reciproco che si autoalimenta e non prevede in sé momenti di input ed output nettamente scanditi (queste cesure sono, per l’appunto, limiti che s’incontrano nella resa intellettuale e logico-linguistica del processo intuitivo).
Tutto l’insieme degli atti che costituiscono la conoscenza finita formano il rapporto di obiettazione dell’ente. In esso qualcosa si approssima a noi, che siamo pre-disposti a riceverlo: da qui il significato proprio di obiectum, che Heidegger decide in questo caso di accostare, più che al suo abituale gegestand, al «ciò che è di contro [dawider]15». Quello che ormai dovrebbe essere chiaro, e che risulta da una profonda analisi del rapporto di obiettazione, è che qualcosa lo presuppone, lo trascende e gli fa da sfondo: né per Kant né per Heidegger un simile incontro può avvenire come uno ‘scontro’ fra due elementi discreti senza comprendere un retroscena che permetta anche solo di concepire una dimensione comune ad entrambi. Cercando di definire questo piano (in linea di principio non definibile), il commentatore di Kant toccherà en passant la strada eckhartiana del nulla, indicando un ni-ente che renderebbe possibile la concezione dell’ente: «Dar adito all’obiettarsi di… deve equivalere a portarsi e tenersi dentro il nulla; solo in tal caso, l’atto di rappresentazione può far incontrare, invece del nulla, e nell’ambito stesso del nulla, qualcosa che non è il nulla, vale a dire un ente, qualora questo si mostri sul piano empirico16».
Il ricorrere alla negazione ontologia è, però, abbandonato in men che non si dica da Heidegger, che passerà a spiegare l’essere dawider dell’obiectum all’interno dello schema dialettico fra enti ed essere degli enti: il ‘contro’, che comporta in ogni caso una forma di resistenza e di ostilità connaturata a questo tipo di avanzare (un avanzare che difficilmente non si accompagna ad un retrocedere, potremmo aggiungere), non è dato tanto dall’opposizione fra enti, quanto dallo stato di diuturna incommensurabilità dovuto alla ricerca dell’Essere che si deve forzatamente adeguare alle sue manifestazioni ontiche in quel tentativo di cattura che è la conoscenza finita. Seguendo direttamente le righe di Heidegger, si leggerà a riguardo: «Non si tratta qui di un carattere di resistenza all’interno dell’ente, né tanto meno di una pressione esercitata dalle sensazione, bensì del preliminare stato di opposizione dell’essere. Il momento ob-iettivo degli oggetti porta con sé una costrizione (necessità) per la quale tutto ciò che si incontra viene fin da principio forzato ad una concordanza, e soltanto rispetto a tale concordanza può risultare anche non concordante17».
Provare a rendere conto, nell’intuizione che rende possibile la ricezione dell’ente, anche dell’essere dell’ente che sembra sempre celarsi dietro l’angolo non è certamente facile: solo due anni prima le risposte di Heidegger in merito a tale trasposizione erano state più nette ed avevano avuto a che fare con il tempo e la temporalità. In Kant und das Problem der Metaphysik il placcaggio dell’Essere in presa diretta è quasi del tutto assente, nonostante vi siano ampie sezioni dedicate sia alla dimensione preontologica (l’angolo del muro, per usare la nostra metafora) sia all’intuizione di una temporalità originaria come intuizione ‘fondamentale’ a livello ontologico. Per concludere sul primo di questi due aspetti (cercando di creare in ogni caso una transizione verso il secondo), sarà proficuo dare la giusta attenzione ad una riformulazione che Heidegger stesso dà della conoscenza pre–ontologica in pre–comprensione:
Per un essere finito, l’ente diviene accessibile solo sul fondamento di un rapporto di obiettazione, consistente in un volgersi preliminare. Questo rapporto include fin da principio l’ente che offre una possibilità di incontro nell’orizzonte d’unità di una possibile appartenenza reciproca. Tale unità unificante a propri deve fronteggiare ciò che si offre all’incontro, realizzando una pre-comprensione. Ma ciò che si offre all’incontro è già, a sua volta, inglobato fin da principio nell’orizzonte del tempo, il quale viene tenuto dinanzi nell’intuizione pura18.
Pur avendo giù alluso all’elemento processuale e dinamico dell’incontro fra gli enti nella relazionalità della conoscenza finita, tale movimento non era stato ancora allacciato direttamente al tempo. Quello che avviene ora, a questo riguardo, è che tramite la metafora dell’orizzonte (dell’Essere, nel quale ancora non si riesce a delineare con precisione niente ma dal quale possono sopravanzare i singoli enti) come orizzonte temporale si evidenzia come una siffatta dimensione preontologica e precognitiva – in questa seconda accezione non può non sentirsi un richiamo al Vorurteil gadameriano – debba inglobare in sé il passato (la possibilità dell’Ereignis prima dell’incontro, in nuce nell’essere dell’ente dei differenti enti coinvolti) e il futuro (la possibilità ch’essa possa avvenire, raffigurabile anche in un’attesa indeterminata priva di limiti), oltre che l’hic et nunc presente.
L’incontro della conoscenza finita fra enti solleva, quindi, almeno due questioni: una è quella della temporalità originaria, da intendersi come orizzonte temporale del possibile ove passato presente e futuro risultano ancora indistinguibili e che trascende la dimensione ontica; come vedremo meglio nel capitolo seguente, tale concetto di temporalità originaria ha a che a fare al contempo con una totalità ed una unitarietà originarie e comporta anche un certo modo d’intendere la spazialità. Per ora sarà sufficiente dire che la pre–comprensione caratterizzata temporalmente è in grado di dare delle forme più precise a quel volgersi a– che prima si menzionava, ad esempio quella dell’«attesa» per quanto concerne la prospettiva del ‘soggetto’ conoscente («L’unità rappresentata si limita ad attendere l’ente che può essere incontrato; grazie a tale attesa, essa rende possibile l’incontro di oggetti che si mostrano insieme. Quest’unità, in quanto non-ontica, comporta la tendenza essenziale all’unificazione di ciò che non è ancora unificato19») e dell’«anticipazione» per quanto riguarda, invece, l”oggetto’ conosciuto o ciò che vi sta dietro («L’unità è per natura unificante. Il che implica quanto segue: il rappresentare l’unità si compie come un atto di unificazione, che esige, per la sua completezza strutturale, un’anticipazione di unità20»).
La seconda questione, che ben si sposa con le metafore adoperate fin qui d’incontro ed annuncio, è quella del dono (e ci porta molto vicino a letture heideggeriane che hanno avuto forte eco negli ultimi decenni, mediate dal pensiero di Derrida): il volgersi a– può essere visto continuamente come un che di ambivalente, un qualcosa che pur essendo stato scoperto nel campo della ricettività intuitiva dell’essere umano richiederà con sé sempre e comunque un offrir-si e lo stato fenomenologico del sentirsi pronti a ricevere un’offerta. Nelle parole di Heidegger:
Un essere finito deve poter essere ricettivo nei confronti dell’ente, tanto più se quest’ultimo gli dev’essere manifesto come un ente già allo stato di semplice-presenza. Ma la possibilità di ricezione dipende da un volgersi preliminare, non certo arbitrario, bensì tale da render possibile in anticipo l’incontro dell’ente stesso. D’altra parte, perché l’ente possa offrirsi come tale, bisogna che l’orizzonte del possibile incontro abbia a sua volta carattere di offerta. Volgersi deve equivalere essenzialmente a tenersi dinanzi, preformando, ciò che ha carattere di offerta in generale21.

3. Le definizione heideggeriane del tempo
La trattazione fatta fin qui ha avuto lo scopo di presentare il modus operandi heideggeriano nell’approcciarsi all’opera kantiana. Per quanto molti aspetti siano stati trascurati, entrare nel vivo della descrizione della temporalità come affrontata in Kant und das Problem der Metaphysik ci costringerà ad essere ancora più schematici: dopo aver cesellato il concetto di temporalità originaria fra quello di spazialità originaria e di unitarietà che soggiace ad entrambi, si passerà ad affrontare brevemente la questione del tempo come autoaffezione che Heidegger permuta da Kant e si concluderà con il rivolgere lo stesso argomento, da parte dell’autore, con fare critico nei confronti del filosofo della Kritik.

Com’è noto, lo spazio ed il tempo sono per Kant forme a priori della sensibilità; l’aspetto che, però, interessa più Heidegger (conseguenzialmente a quanto detto nel capitolo precedente), è sicuramente quello che riguarda la definizione di ‘intuizioni pure’. Riallacciandoci a quanto detto finora riguardo l’intuizione, nelle forme a priori della sensibilità è inscritto un superamento della percezione presente e della dimensione ontica e tale superamento può essere seguito se si considera – più della funzione ordinatrice dello schematismo, che Heidegger analizzerà comunque insieme a quella unificante dei concetti nel corso dell’opera – l’Abgrund che le due intuizioni pure spalancano.
Che cosa s’intuisce dell’essere dell’ente se si prescinde dalle regole che veicolano la nostra comprensione della spazialità e della temporalità e si cerca di considerarle come forme a priori nella loro purezza? Declinando la domanda in maniera più specifica, a cominciare dallo spazio, la stessa suonerebbe all’incirca così: se è possibile una rappresentazione di determinati luoghi o forme nello spazio, in che modo ciò è possibile? Cosa si può dire di tale articolazioni e relazioni determinate se non si presuppone quantomeno una ‘intuizione’ di uno spazio che le precede nelle loro singolarità? La risposta di Heidegger suona approssimativamente come segue:
I rapporti rispettivi – accanto, sopra, dietro –, che costituiscono lo spazio, non si trovano in qualche luogo, qui o là. Lo spazio non è una cosa semplicemente-presente [vorhanden] fra le altre, non è una rappresentazione empirica, o meglio, non è il contenuto d’una rappresentazione siffatta. Perché l’ente, nella sua semplice-presenza, possa mostrarsi come esteso, secondo determinate relazioni spaziali, occorre che, prima di ogni apprensione ricettiva dell’ente stesso, lo spazio sia già manifesto. Lo spazio dev’essere rappresentato come la sfera entro la quale, senza eccezione, è possibile incontrare ciò che è presente: nel conoscere umano finito, lo spazio è un rappresentato necessario e a priori, cioè puro22.

Dobbiamo ‘possedere’ in qualche modo la capacità d’intuire una spazialità che trascenda dalle interrelazioni pratiche degli spazi contingenti e fattuali, simile ad una sfera «entro la quale» tutto questo può realizzarsi ed avvenire. Fare degli esempi che permettano di accedere a livello immaginativo a questo spazio originario non è un’impresa da poco: l’idea che più immediatamente ci verrebbe in soccorso sarebbe quella del ‘tutto’ e della sua intelligibilità o meno, ma una siffatta totalità originaria dovrebbe in ogni caso essere espunta da tutte le connotazioni empiriche.

La difficoltà dalla quale Heidegger mette in guardia è quella di compiere una forma di astrazione che ricordi quella dei concetti, da un lato, per cui lo spazio verrebbe a definirsi tramite un processo discorsivo dove si lascia presente solo qualcosa di comune a tutte le concrezioni reali dello stesso e si tralascia ciò che non vale in tutti gli altri casi23, e dall’altra di sforzarsi di concepire qualcosa che ecceda una determinazione tramite una sorta di complicazione e di arricchimento graduale (può aiutare, in questo caso, l’esempio cartesiano del chiliagono): realizzare la spazialità in quanto intuizione pura deve, invece, portarci a concepire la stessa come un «rappresentare originario24». Si tratta, quindi, sì di una totalità, ma non pensabile come traducibile nel contenuto di un ‘tutto’ che possa effettivamente pensarsi (semmai intuirsi); è questo il senso dell’originarietà di una possibile spazialità/totalità originaria che Heidegger indica. V’è un unico esempio che il pensatore ci offre per aiutarci in questo difficile compito immaginativo riguardo la modalità attraverso la quale lo sforzo di concepire la spazialità originaria dovrebbe operare: pensando all’uso della vista, non si tratterebbe né di un guardare né di un vedere focalizzato su qualcosa, bensì di un ‘intuitivo’ «colpo d’occhio preliminare […] rivolto al tutto unitario, che rende possibile la coordinazione reciproca nei diversi rapporti spaziali25».

Per quanto simili tentativi di ontologizzazione del testo kantiano e ‘s-fondamento’ delle forme a priori spazio-temporali rispetto alla loro formulazione originaria possano sembrarci sempre più complessi ed avvolti da una intrinseca e tenebrosa fuzziness, il concetto di ‘totalità-che-precede’, intuita e non percepita, sembra essere l’anello di congiunzione che mette in comune spazialità e temporalità originarie, soggiacenti la conoscenza finita. Non è possibile trovare rinforzi dal punto di vista testuale se si ricerca qualcosa che supporti la terminologia della ‘totalità’: viceversa, nell’avvicinarsi al circoscrivere cosa dovrebbe essere il tempo in quanto forma a priori a partire da un distinguo rispetto allo spazio è evidente come anche in questo caso l’intuizione di un ‘tutto’ compia una parte assolutamente rilevante:

Lo spazio, in quanto intuizione pura, fornisce in precedenza soltanto la totalità delle relazioni, in cui vengono ordinate le modificazioni del senso esterno. Ma ci sono anche i dati del senso interno, che non presentano una figura spaziale né riferimenti spaziali, e si rivelano invece come successione di stati del nostro animo (rappresentazioni, tendenze, sentimenti). Nell’esperienza di questi fenomeni, ciò che abbiamo sott’occhio fin da principio, benché in modo non oggettivo e non tematico, è la successione pura. Il tempo è dunque la forma del senso interno, cioè dell’intuizione di noi stessi e del nostro stato interno26.

Approdiamo al concetto di spazio quando decidiamo di prescindere dalle forme spaziali concrete che si palesano dinnanzi ai nostri sensi; parimenti, vi sono degli ‘elementi’ del nostro sentire che non hanno propriamente delle forme: «rappresentazioni, tendenze, sentimenti». Quando si passa da una rappresentazione ad un’altra? In che modo un sentimento ‘finisce’ e lascia posto a quello che lo segue? Anche l’universo amorfo della nostra sensibilità interna è dotato di processualità e dinamismo: la temporalità che scandisce i vari passaggi di questa realtà non avrà niente a che fare, di conseguenza, con un tempo computazionale e di cui si può rendere conto tramite i sensi stricto sensu. La temporalità originaria avrà a che fare con l’appercezione della successione temporale in quanto tale e con la possibilità della stessa, alla stregua di quella compresenza di passato, presente e futuro che doveva essere tenuta insieme nell’orizzonte temporale della pre–comprensione.

Se è vero che una prima definizione della temporalità prende le mosse, in Heidegger, tramite la considerazione di ciò che non può essere ascritto alla spazialità in ogni caso (il senso interno), è anche vero che non esiste un rapporto di reciproca esclusione se si prende la strada opposta rispetto a questo procedere: il tempo e lo spazio non sono equipollenti ed al primo viene riconosciuto un vero e proprio primato sul secondo27. Il titolo che, utilizzando con estrema libertà Kant, il pensatore tedesco attribuisce alla temporalità è quello di «funzione ontologica universale28»; il motivo riguarda quella che Heidegger definisce come l’intratemporalità di ogni atto teoretico e di ogni rappresentazione, ragione per la quale, se non tutto dev’essere per forza ‘spaziale’, qualsiasi pensare che sta alla base di ogni sintesi ontologica è una forma di successione: «siccome tutte le rappresentazioni, in quanto stati della sfera rappresentativa, cadono immediatamente nel tempo, anche ciò che è rappresentato in questa sfera appartiene, come tale, al tempo. Per via indiretta, attraverso l’intratemporalità immediata del rappresentare, si produce un’intratemporalità mediata del rappresentato, ossia delle rappresentazioni determinate dal senso esterno29».

La temporalità originaria heideggeriana è connotata negativamente tramite il campo di afferenza interiore di ciò che non ha forma spaziale e positivamente come intuizione di una pura ‘successività’ possibile, che rispetto ad un dato presente apra le porte alla sua alterità; ma, infine, è di notevole importanza aggiungere che se dalla temporalità si passa a considerare un’intratemporalità originaria costitutiva di ogni rappresentazione teoretica, questa porta ad un’intuizione altrettanto originaria della totalità che ricorda l’esempio del «colpo d’occhio preliminare» valido per la spazialità. Ciò che fa da contrappunto alla metafora prima utilizzata per lo spazio è sempre un modo d’esprimersi che ha a che fare con la vista: il modo d’intuire la temporalità originaria è simile a quella di una «veduta pura» del tutto ed il tempo nella sua astrazione più profonda nient’altro è – citando testualmente Kant – che «l’immagine pura di tutti gli oggetti del senso30».

Le implicazioni di questo primato del temporale sullo spaziale e la visione di ogni atto teoretico come connaturato da una pura ‘successività’ potrebbe portarci molto lontano ove volessimo trarne tutte le conseguenze necessarie; in via desultoria, si ha l’impressione che la dimensione ontologica che qui si cerca di tracciare rimanendo nella prospettiva d’accesso dell’ente conoscente finito sia diventata improvvisamente liquida e fluida, priva di elementi primi solidi su cui potersi poggiare. Questo dinamismo temporale che, per la prima volta, diventa sostanziale ad ogni configurazione teoretica a causa della trascendentalità strutturale della conoscenza è, però, descritto da Heidegger in più punti in maniera profondamente diversa da Kant: per quanto egli non ponga tali differenze in primo piano (rendendosi critico di Kant sugli esiti di una tale impostazione ma senza ravvisare che vi sono due basi teoretiche strutturalmente diverse che vengono erroneamente equiparate), è chiaro quantomeno dallo spazio dedicato da Heidegger a sottolineare la questione come nel suo filosofare la tematica dell’infondabilità della metafisica e la distruzione/decostruzione dell’ontologia tradizionale porti ad esiti ben più radicali di quella abbozzata (a suo modo di vedere) nella prima Kritik kantiana.

La spazialità e la temporalità originarie sono intese da Heidegger come principi attivi di s-fondamento dei parametri della presenza ontica; per l’ente finito che vuole conoscere realmente ciò che gli altri enti hanno da offrirgli è necessario un uscire verso–, e se vogliamo cercare un tratto comune fondamentale a tutta l’impostazione heideggeriana tracciata sin qui è possibile dire che se la necessità della trascendentalità nella conoscenza finita è quella che egli definisce la «cognizione fenomenologica fondamentale31», allora la fenomenologia che ne deriva per il soggetto conoscente è essenzialmente estatica, in quanto il presente e l’ontico sembrano suggerire a chi sa corrispondergli solo tracce per trascenderli in ogni modo: «Per conseguenza, l’uscire verso…, preliminare e sempre necessario nella conoscenza finita, è un costante star esposto a… (ekstasis). Ma questo essenziale stato di esposizione a…, proprio in quanto è uno stare, forma e si tiene dinanzi un orizzonte. La trascendenza è in se stessa estatica e formatrice di orizzonte. […] La trascendenza rende accessibile a un essere finito l’ente in se medesimo32».

4. Conclusione: il retrocedere di Kant e la difesa dell’io penso
Senza ombra di dubbio molte e rilevanti differenze si possono mettere sulla bilancia se si confronta il modo di affrontare la spazialità e la temporalità in Kant e in Heidegger; non può non essere menzionata, però, quell’unica ed esplicita divergenza che è proprio il commentatore di Kant a voler mettere in evidenza ed attraverso la quale emerge una considerazione critica dell’impresa filosofica del maestro prussiano. Heidegger accusa Kant di non aver tratto da sé le conseguenze necessarie rispetto ai presupposti di partenza della sua impostazione teorica, di aver arretrato davanti a qualcosa che poteva aver intravisto; il momento in cui traspare in maniera esplicita questo giudizio heideggeriano è il capitolo 34 di Kant und das Problem der Metaphysik, intitolato Il tempo come autoaffezione pura e il carattere temporale del se stesso.

L’incrinatura rispetto ad un sistema che, altrimenti, funzionerebbe nella sua interezza, si può rintracciare per Heidegger nel punto in cui Kant si avvia a considerare la capacità auto-affettiva del tempo. È già di per sé un coup de théâtre non indifferente quello che vede il pensatore della Critica, dove aver definito spazio e tempo come forme a priori della sensibilità ed intuizione pure, ritornare su di esse per ammettere che le stesse devono necessariamente comportare una sorta di modificazione dei contenuti stessi del pensiero33. In che modo avviene una tale modificazione? Quali sono gli effetti dell’agire delle forme a priori sui contenuti che esse veicolano?

Per quanto riguarda il tempo, non è possibile limitarsi a dire che quella che sopra abbiamo definitivo la ‘successività’ pura abbia unicamente il valore di s-fondamento del presente e l’apertura all’intuizione pura di un tutto originario: è anche vero che la successione temporale porta con sé la possibilità di un sentimento della successione stessa. La temporalità applicata al senso interno dev’essere reinterpretata considerando anche il rivolgersi-a-se-stessa in quanto successione (auto-affezione della successione su di sé): possiamo pensare un atto complesso di tal fatta tramite l’immagine di un qualcosa che si flette su se stessa, ove è possibile un rivolgersi dell’avanti rispetto a un prima (il girare la testa indietro, il post– che torna sull’ante–, ecc.) solo grazie ad una successione. Un altro modo per rendere molto più familiare ed antropocentrico tale meccanismo interno del tempo potrebbe essere il pensiero del trascorrere dello stesso o il riflettere su tale scorrimento come evoluzione o regressione che incide profondamente sul nostro modo di rivolgerci all’esistenza, con conseguenze diametralmente opposte dal punto di vista morale o soggettivo. Tornando ad una prospettiva interamente ontologica, occorrerà ammettere che il succedere comporti sempre un necessario succeder-si e che tale succeder-si che si viene ad aprire come nuovo potenziale teoretico non può rimanere indifferente nella somma finale della conoscenza finita:

Il tempo è intuizione pura solo nel senso che preforma, da sé, la veduta della successione e la tiene, come tale, diretta su di sé, in quanto ricezione formatrice. Quest’intuizione pura, con l’intuito in essa formato, riguarda se medesima, e prescinde veramente dall’ausilio dell’esperienza. Il tempo è, per essenza, affezione pura di sé. Di più: esso forma precisamente, in generale, quel muovere da sé, dirigendosi su… [Von-sich-aus-hinzu-auf], per il quale ciò su cui ci si dirige, e che si forma in tal modo, guarda indietro, entro il suddetto dirigersi a…. Il tempo non è un’affezione attiva, che colpisca un se-stesso semplicemente-presente; come autoaffezione pura, esso forma invece l’essenza medesima di ciò che può definirsi il riguardar-se-stesso in generale. Ma il se-stesso, che qualcosa può riguardare come tale, è, per essenza, il soggetto finito. Il tempo, perciò, nella sua qualità di autoaffezione pura, forma la struttura essenziale della soggettività34.

Avviene, negli ultimi passaggi di questo frammento e nel prosieguo del capitolo che lo racchiude, un indirizzare l’attenzione sulla soggettività e sulla sua natura da parte di Heidegger. È nell’essenza della temporalità/successività originaria e nel suo Von-sich-aus-hinzu-auf quella possibilità di ciò che non può non chiamarsi la riflessività: solo in una successione temporale è possibile il rivolgersi-a-se-medesimo, il se-stesso. L’Io non è perciò qualcosa che rende possibile la temporalità o la spazialità: la chiara impostazione anti-psicologista che Kant ed Heidegger congiuntamente condividevano aveva permesso di escludere una simile prospettiva sin da subito. Tuttavia, è lecito affermare il contrario? La possibilità di una qualsiasi forma di ‘Io’ o di ‘Soggettività’ è, in realtà, garantita dalla natura ontologica della temporalità in quanto intuizione pura: la riflessività è inscritta nel tempo ben prima che nella ψυχή e, «in quanto auto-affezione pura, il tempo forma originariamente l’ipseità finita, facendo sì che il se-stesso possa essere autocoscienza35».

Con questa fluidificazione temporale che rende possibile qualsiasi soggettività, sia nella sua forma identitaria che non-identitaria, si arriva alla vera nota critica che Heidegger vorrebbe aggiungere alla prima Critica: il tempo e l’io penso sono in realtà ‘la stessa cosa’ e Kant lo riconosce implicitamente parlando della riflessività e della temporalità in quanto successione negli stessi termini. Ciò nonostante, egli non avanza oltre, compiendo quel passo in più che sarebbe consistito nel riconoscere quel sostrato comune fra l’ipseità alla base della soggettività e quella formatasi a seguito del tornare-su-di-sé dell’auto-affezione temporale. Per citare solo uno dei luoghi ove Heidegger tenta di questionare il testo kantiano della sua ‘insufficienza’, è possibile leggere il passo seguente:

Il tempo e l’io penso non stanno più l’uno di fronte all’altro come elementi eterogenei e inconciliabili, ma sono la stessa cosa. Kant, proprio per la radicalità con la quale, nella sua fondazione della metafisica, ha per la prima volta interpretato trascendentalmente sia il tempo per sé, sia l’io penso per sé, li ha ricondotti entrambi alla loro identità originaria, senza tuttavia riconoscere quest’identità come tale. Si potrà, dunque, sorvolare con noncuranza, com’è accaduto finora, sul fatto che Kant applica al tempo e all’io penso gli stessi predicati essenziali?36

La soggettività (e non solo questa) deve rimanere, per pensatori che recano con sé un’idea della ragione come un qualcosa esente da qualsivoglia affezione, una roccaforte in grado di resistere. Nel momento in cui si decide di accettare, però, il filtro della successione temporale come base di ogni rappresentazione teoretica prima e la capacità di auto-affezione del tempo come influenzante la somma della conoscenza finita dopo, è impossibile non proseguire fino al ripensamento di quella ‘sostanzialità’ dell’io penso; la permanenza dell’ipseità e la sua apparente a-temporalità non è altro che un prodotto ricavato dallo stesso lavoro della temporalità, visto e considerato che solo il tempo può creare la riflessività in quanto tale: «non solo la questione dell’atemporalità ed eternità dell’Io resta insoluta, ma, nell’ambito della problematica trascendentale non si pone nemmeno. In senso trascendentale, l’Io è stabile e permanente solo nella misura in cui è temporale, ossia in quanto se-stesso finito37».


5. Bibliografia
Heidegger, Martin (2015), Kant e il problema della metafisica, Laterza, Roma-Bari (orig. Kant und das Problem der Metaphysik, 1973);
(2014), Essere e Tempo, Mondadori, Milano (orig. Sein und Zeit, 1927).
Kant, Immanuel (2005), Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari (orig. Kritik der reinen Vernunft, 1781).
6. Note

1Martin Heidegger, Kant e il problema della metafisica, Laterza, Roma-Bari, 2015, p. 7.
2Rispetto alla distanza dall’utilizzo di fondazione per le scienze positive, Heidegger scrive: «Si rende evidente che l’ontologia non è affatto indirizzata in via primaria alla fondazione delle scienze positive. La sua necessità e la sua funzione trovano fondamento in un interesse superiore, che la ragione umana rinviene in se stessa»; Ivi, p. 20.
3Ivi, p. 24.
4Ivi, pp. 24-25.
5Ivi, p. 21.
6Ivi, p. 31.

7«Il conoscere divino è quel modo di rappresentazione che crea, intuendolo, l’ente intuibile come tale. E poiché lo intuisce in modo immediato e totale, con subitanea e assoluta trasparenza, non ha bisogno del pensiero. Il pensiero come tale è quindi già il sigillo della finitezza. Il conoscere divino è intuizione, giacché tale deve essere tutta la sua conoscenza, e non pensiero, che dimostra sempre dei limiti. […] La finitezza della conoscenza umana si deve quindi cercare in primo luogo nella finitezza del modo d’intuizione che le è proprio. Il fatto che un essere finito conoscente debba anche pensare, è solo una conseguenza essenziale della finitezza del suo intuire. Solo così viene in giusta luce la posizione essenzialmente ancillare di ogni forma di pensiero»; Ivi, pp. 32-33.

8Ivi, p. 33.
9Ivi, p. 36.
10Ivi, p. 42.
11Ivi, pp. 44-45.
12Ivi, p. 46. Corsivo mio.
13Ibid.
14Ivi, pp. 67-68
15Ivi, p. 69.
16Ivi, p. 69.
17Ivi, p. 70.
18Ivi, p. 72.
19Ivi, p. 74. Corsivi miei.
20Ivi, p. 75. Corsivo mio.
21Ivi, p. 83.
22Ivi, p. 48.

23«Lo spazio, dice Kant, ricorrendo di nuovo a una determinazione negativa, non è una rappresentazione discorsiva. L’unità che rende uno lo spazio non è messa insieme con riferimento a molteplici relazioni spaziali particolari, non è costruita in base a una considerazione comparativa di queste relazioni. L’unità dello spazio non è l’unità di un concetto, bensì l’unità di un tutto in sé uno ed unico. […] Lo spazio unitario ed unico è sempre, in ogni sua parte, interamente se stesso»; Ibid.
24«Lo spazio, rispetto alle singole parti determinate, non è diverso per grado e per ricchezza di composizione, ma è diverso infinitamente, cioè per essenza. […] Può dirsi, in questo senso, un rappresentare originario»; Ivi, p. 49.

25Ibid.
26Ivi, p. 50.

27«Ma ecco che Kant, subito dopo aver annesso le due intuizioni pure alle due sfere di fenomeni, enuncia questa tesi: il tempo è la condizione formale a priori di tutti i fenomeni in generale. Per conseguenza, il tempo ha un primato sullo spazio. In quanto intuizione pura universale, esso deve quindi diventare l’elemento essenziale che guida e sorregge la conoscenza pura formatrice di trascendenza»; Ibid.

28Ivi, p. 52.
29Ivi, p. 51.
30Ivi, p. 93.
31Ivi, p. 106.
32Ivi, p. 105.

33«Quando, per la prima volta, Kant circoscrive l’unità essenziale della conoscenza pura […] egli nota che spazio e tempo debbono modificare [affizieren] sempre il concetto delle rappresentazioni di oggetti. […] Si tratta in primo luogo di ciò che caratterizza universalmente ogni rappresentazione di oggetti come tale: il rapporto per il quale vien dato adito all’obiettarsi di… Questo rapporto, secondo la tesi enunciata sopra, è necessariamente affetto dal tempo. Fin qui era stato detto soltanto che il tempo, con lo spazio, forma l’orizzonte in cui giungono a coglierci e a riguardarci le varie affezioni dei sensi, Ora abbiamo, invece, un’affezione prodotta dal tempo come tale»; Ivi, pp. 162-163.

34Ivi, p. 163.
35Ibid.
36Ivi, p. 165.
37Ivi, p. 166.

 di Giorgio Astone, 4 dicembre 2016

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heidegger1

https://filosofiaenuovisentieri.it/2016/12/04/alla-ricerca-del-concetto-di-temporalita-heidegger-lettore-di-kant/

mercoledì 26 ottobre 2016

Mosè Maimonide. La guida dei perplessi. IL MALE SI IDENTIFICA ALLA MANCANZA DI CONOSCENZA. Questi grandi mali che gli individui umani provocano gli uni agli altri per i loro fini, le loro brame, le loro opinioni e le loro credenze, sono tutti conseguenti ad una privazione, perché sono tutti conseguenze dell'ignoranza - ossia, della privazione della conoscenza. Come il cieco, per la sua mancanza di vista, continua a mettere il piede in fallo, a ferirsi e a ferire anche gli altri, perché non ha nessuno che lo guidi sulla sua via, così accade ai vari gruppi umani

Nel mondo delle yeshiva Maimonide è citato come "haNesher haGadol" (la Grande Aquila) a riconoscimento del suo eccezionale status di esponente bona fide della Torah Orale.

Moshe ben Maimon, più noto nell'Europa medievale col nome di Mosè Maimònide (in ebraico: משה בן מימוּן‎?, Mōsheh ben Maymōn; in arabo: أبو عمران موسى بن ميمون بن عبيد الله القرطبي‎, Mūsā ibn Maymūn ibn ʿAbd Allāh al-Qurṭubī al-Isrāʾīlī; in greco antico: Μωησής Μαϊμονίδης, Mōēsēs Maimonidēs; Cordova, 30 marzo 1135 – Il Cairo, 12 dicembre 1204), è stato un filosofo, rabbino, medico, talmudista, giurista e teologo spagnolo, una delle personalità di spicco dell'Andalusia sotto il dominio arabo, tra i più importanti pensatori nella storia dell'ebraismo.

Conosciuto anche con l'acronimo di Rambam (RaMBaM, in ebraico: הרמב"ם‎?, ovvero Rabbī Mōsheh ben Maymōn), Mosè Maimonide divenne, grazie al suo enorme lavoro di analisi del Talmud e sistematizzazione dell'Halakhah, il rabbino e filosofo ebreo di maggior prestigio ed influenza del Medioevo; le sue opere di diritto ebraico vengono ancora oggi ritenute le migliori nell'ortodossia, e sono, insieme al commentario di Rashi, un caposaldo indispensabile della letteratura rabbinica. https://it.wikipedia.org/wiki/Mos%C3%A8_Maimonide

Filosofia.
Mediante La guida dei perplessi (che inizialmente fu scritta in arabo col titolo Dalālat al-Hā'yrīn), introduzioni filosofiche a particolari sezioni dei suoi commentari sulla Mishnah, Maimonide esercitò un'influenza determinante sui filosofi scolastici, specialmente su Alberto Magno, Tommaso d'Aquino e Duns Scoto. Era egli stesso un ebreo scolastico. Istruitosi più leggendo le opere dei filosofi arabi mussulmani che dal contatto personale con insegnanti arabi, acquisì una conoscenza intima non solo della filosofia arabo-mussulmana, ma anche delle dottrine di Aristotele. Maimonide si sforzò di conciliare la filosofia aristotelica e la scienza con gli insegnamenti della Torah.[31]

Il principio che ha ispirato l'attività filosofica di Maimonide è identico al principio fondamentale della Scolastica: non ci può essere contraddizione tra le verità che Dio ha rivelato e le conclusioni della mente umana nel campo della scienza e della filosofia. Il Rambam si basava principalmente sulla scienza di Aristotele e gli insegnamenti del Talmud, trovando comunemente nel primo le basi per il secondo. In alcuni punti importanti, però, si scostò dall'insegnamento di Aristotele: per esempio, respinse la dottrina aristotelica secondo cui la cura provvidenziale di Dio si rivolge solo all'umanità, e non all'individuo.

Il problema del male.

Maimonide ha scritto sulla teodicea (il tentativo filosofico di conciliare l'esistenza di un Dio con l'esistenza del male). Ha preso la premessa che esiste un Dio onnipotente e buono. Ne La guida dei perplessi, Maimonide scrive che tutto il male che esiste negli esseri umani dipende dagli attributi dell'individuo, ma tutti i meriti dell'umanità sono dovuti alle sue caratteristiche generali (Guida 3:8).
Applica questo principio al male affermando che il male è semplicemente l'assenza del bene, così Dio non ha creato una cosa che si chiama male, bensì Dio ha creato il bene, e il male è qualcosa che esiste dove il bene è assente (Guida 3:10). Dio dunque ha creato solo le cose buone e non le cose cattive - le cose cattive vengono secondariamente. Maimonide contesta anche l'opinione comune che nel mondo il male supera bene sostenendo che, se si guardano alcuni casi particolari ciò può esser vero, ma se si guarda a tutto l'universo, il bene è molto più comune del male (Guida 3:12). Questo accade perché l'essere umano è minimo rispetto al resto dell'universo e quando si prende in considerazione l'abbondanza di male, ci si concentra solo su sé stessi senza tener conto della totalità dell'universo, che è in grande preponderanza bene in quanto contiene tutta la vita e tutti i cieli.


Maimonide crede anche che ci siano tre tipi di male nel mondo:
il male causato dalla natura, il male che le persone portano agli altri e il male apportato a sé stessi (Guida 3:12). Il primo tipo di male Maimonide lo riconcilia come molto raro ma, allo stesso tempo, necessario per la sopravvivenza della specie - se l'uomo non cambia e le vecchie generazioni non muoiono per fare spazio alle nuove, allora l'uomo non può esistere nella sua ultima forma. Il Rambam scrive che il secondo tipo di male è relativamente raro e che l'umanità stessa se lo causa. Il terzo tipo di male gli esseri umani lo portano a sé stessi ed è fonte della maggior parte delle disgrazie del mondo, per lo più il risultato di persone vittime dei propri desideri fisici. Per evitare la maggior parte del male che deriva dai danni che facciamo a noi stessi, dobbiamo imparare ad ignorare le nostre pulsioni corporali.


Carità (Tzedakah]
Una delle sezioni più ampiamente citate della Mishneh Torah è quella che tratta della "Tzedakah" (carità). In Hilkhot Matanot Aniyim (Leggi sulle offerte ai poveri), capitolo 10:7-14, Maimonide elenca i suoi famosi Otto Livelli del Dare (dove il primo livello è il preferibile, e l'ottavo il meno):[30]


  1. Dare un prestito senza interessi a una persona bisognosa; formare una società con una persona in difficoltà; dare un contributo a una persona indigente; trovare un lavoro per una persona bisognosa; purché tale prestito, concessione, associazione, o lavoro dia modo alla persona di non vivere più basandosi sull'aiuto degli altri.
  2. Fare carità tzedakah anonimamente a un destinatario sconosciuto tramite una persona (o un fondo pubblico), che sia degno di fiducia, saggia e in grado di compiere atti di tzedakah con i tuoi soldi nel modo più impeccabile.
  3. Fare carità tzedakah anonimamente a persona conosciuta.
  4. Fare carità tzedakah pubblicamente a un destinatario sconosciuto.
  5. Fare carità tzedakah prima che venga chiesta.
  6. Dare adeguatamente dopo averne ricevuto richiesta.
  7. Dare volentieri, ma non adeguatamente.
  8. Dare "con tristezza" (offrire per pietà): si pensa che Maimonide si riferisse ad un tipo di dare provocato dai tristi sentimenti che si potrebbero provare nel vedere le persone in stato di bisogno (in contrapposizione al dare perché obbligo religioso). Altre traduzioni dicono "Dare a malincuore".

https://it.wikipedia.org/wiki/Mos%C3%A8_Maimonide#cite_ref-25




«Non accettare una prova solo perché è scritta nei libri, poiché il bugiardo che inganna con la lingua, non esiterà a fare lo stesso con la penna.»
Maimonide



Una massima giuridica spesso citata e scritta da Maimonide, dice:
"È meglio e più soddisfacente assolvere mille persone colpevoli che mandarne a morte una sola innocente." Sosteneva che l'esecuzione di un imputato senza avere la certezza assoluta della sua colpevolezza, porterebbe ad una china decrescente per il ruolo delle prove, fino ad arrivare ad una condanna solo in base al capriccio del giudice.
 Maimonide, The Commandments, Neg. Comm. 290, alle pp. 269–71 (trad. ingl. di Charles B. Chavel, 1967).
https://it.wikipedia.org/wiki/Mos%C3%A8_Maimonide#cite_ref-25


«Ora, l’uomo ha come proprietà qualcosa di molto strano, che non si trova in nessuno degli enti che stanno sotto la sfera della luna: è la comprensione intellettualenella quale non interviene né un senso, né una mano, né un braccio, e che è paragonabile alla comprensione divina, che non si serve di un organo – anche se non le è simile nella realtà, ma solo a prima vista. Pertanto, a proposito dell’uomo, a causa di quest’ultima cosa, ossia a causa dell’intelletto divino a lui congiunto, si dice che egli è “ad immagine di Dio e a Sua somiglianza”.»
Guida dei perplessi, Parte I, Cap. I



"Sappi che in questa mia opera non è mia intenzione comporre un trattato di fisica, o sintetizzare alcuni concetti della metafisica (…). Il fine di quest’opera è solo (…) quello di spiegare le difficoltà della Legge [la Torah ebraica, i cui fondamenti si trovano nel Pentateuco] e di mostrare i veri significati dei suoi segreti, che sono superiori alle menti del volgo"
Mosè Maimonide, Guida dei perplessi, Introduzione.


Nell'introduzione della Guida dei perplessi, Maimonide prende l'insolita iniziativa di comandare ai suoi lettori i seguenti termini:

« Io comando — per Dio, che Egli sia glorificato — a ciascun lettore di questo mio Trattato di non commentare una sola parola [del testo] e di non spiegare ad un altro nessuna cosa che esso contenga ad eccezione di quello che è stato spiegato e commentato sulle parole dei famosi Saggi della nostra Legge che mi hanno preceduto. Ma qualsiasi cosa egli comprenda di questo Trattato, di quelle cose che non sono state dette da nessuno dei nostri famosi Saggi oltre a me, non deve essere spiegata ad un altro; né si deve affrettare a confutarmi, poiché ciò che egli ha capito che io abbia detto potrebbe essere contrario alla mia intenzione. »
(Guida dei perplessi, p. 15)



IL MALE SI IDENTIFICA ALLA MANCANZA DI CONOSCENZA.
Questi grandi mali che gli individui umani provocano gli uni agli altri per i loro fini, le loro brame, le loro opinioni e le loro credenze, sono tutti conseguenti ad una privazione, perché sono tutti conseguenze dell'ignoranza - ossia, della privazione della conoscenza
Come il cieco, per la sua mancanza di vista, continua a mettere il piede in fallo, a ferirsi e a ferire anche gli altri, perché non ha nessuno che lo guidi sulla sua via, così accade ai vari gruppi umani: ogni individuo, in ragione della sua ignoranza, arreca a se stesso e agli altri grandi mali, per quanto riguarda gli individui della sua specie; invece, se ci fosse la conoscenza, che sta alla forma umana come la potenza visiva sta all'occhio, si asterrebbe dall'arrecare tutti quei danni a sé e agli altri, perché con la conoscenza della verità l'inimicizia e l'odio verrebbero meno, e il danno che gli uomini si fanno reciprocamente cesserebbe.
Mosè Maimonide, "La guida dei perplessi", a c. di M. Zonta, UTET, Parte III, Capitolo XI.


Maria Russo

Il padre della psicoanalisi. E' stato il primo a teorizzare la profonda scissione che ognuno di noi si trova a dover affrontare ogni secondo, la scelta tra bene e male, e l'enorme attrattiva che ha il male sull'uomo. L'anima di ognuno di noi è retta dall'equilibro che queste due forze raggiungono, e la molteplicità dei comportamenti è data dalle varie possibilità di svolta che l'uomo ha per risolvere una situazione.




Mah?! Mi ricorda l'intellettualismo etico di Socrate volto a trasformare ogni dissidio in una dialettica di conciliazione delle polarità attraverso il raziocinio...”Basta conoscere il bene per farlo”, ma sappiamo che non sempre é così, e anzi che spesso non é così!




LA GUIDA DEI PERPLESSI
E L’ETICA MAIMONIDEA
Manuela Girgenti
https://girgenti.files.wordpress.com/2013/10/la-guida-dei-perplessi-1.pdf




La guida dei perplessi e l’interpretazione allegorica 
La Guida dei perplessi è dedicata a un suo allievo, Joseph Ibn-aknin, che si trovava in una situazione di perplessità: ebreo osservante e religioso era anche attratto dalla filosofia, ma il contrasto tra la Torah e le conclusioni aristoteliche gli creavano non poche perplessità
Con la Guida dei perplessi Maimonide vuole dimostrare al suo allievo che non c’è contraddizione tra i dogmi della fede e il razionalismo filosofico, perché si tratta di due piani diversi, che vertono sullo stesso oggetto: un piano più diretto è quello della rivelazione e un piano più indiretto è quello della filosofia
In poche parole, pur con qualche eccezione e con linguaggi diversi, sia la filosofia aristotelica sia la Torah affermano le stesse verità. È un concetto che Maimonide ribadisce più volte nella sua opera. 

“Sappi che in questa mia opera non è mia intenzione comporre un trattato di fisica, o sintetizzare alcuni concetti della metafisica ... Il fine di quest’opera è solo quello di spiegare le difficoltà della Legge (la Torah) e di mostrare i veri significati dei suoi segreti che sono superiori alle menti del volgo … Il fine di quest’opera non è di far comprendere tutte queste cose al volgo, e nemmeno ai principianti, e neppure di insegnarle a chi non studia altro che la scienza della Legge … Il fine di quest’opera è di dare un avvertimento ad ogni uomo religioso che abbia conseguito una credenza certa nella nostra Legge, sia perfetto nella pratica religiosa e nella morale, ed abbia studiato le scienze filosofiche e i loro contenuti … ma al quale crea problemi il senso letterale della Legge”(11) .
11 Maimonide, La guida dei perplessi, cit, pag. 329


“Un sovrano è nel suo palazzo, mentre i suoi sudditi stanno parte in città, parte fuori della città.

Di quelli che stanno nella città, gli uni voltano le spalle alla dimora del sovrano, dirigendosi da un’altra parte; gli altri si volgono verso la dimora del sovrano e, dirigendosi verso di essa, cercano di entrare nella sua dimora e di comparire alla sua presenza, ma, finora, non hanno neppure scorto le mura del palazzo.

Altri, tra quanti cercano di raggiungerlo, una volta giunti al palazzo, gli girano attorno per individuare l’entrata; altri sono entrati e passeggiano nei vestiboli; altri, ancora, sono riusciti a penetrare nel cortile interno del palazzo, giungendo al luogo ove si trova il sovrano, ossia alla sua dimora. Tuttavia, per quanto arrivati a questa dimora, costoro non possono né vedere il re, né parlargli. Dopo essere giunti all’interno della sua dimora, devono ancora fare altri passi indispensabili, e solo allora potranno presentarsi al sovrano, vederlo da lontano o da vicino, ascoltare la sua parola, o parlargli.
Ora spiegherò questa parabola che ho escogitato:

Coloro che stanno al di fuori della città sono tutti gli uomini che non hanno alcuna fede religiosa, né speculativa, né tradizionale, come i Turchi più lontani dell’estremo Nord, i negri all’estremo Sud, e quanti sono come loro, nei nostri paesi. Costoro vanno considerati alla stregua di animali irrazionali. Non li colloco al livello degli uomini, perché, tra gli esseri, occupano un rango inferiore a quello dell’uomo nè superiore a quello della scimmia: hanno, infatti, la figura e i tratti dell’uomo e un discernimento superiore a quello della scimmia.

Coloro che stanno nella città, ma voltano le spalle alla dimora del sovrano, sono gli uomini che hanno un’opinione e che pensano, ma hanno concepito idee contrarie alla verità, sia in conseguenza di un grave errore in cui sono incorsi nella loro speculazione, sia per avere seguito chi era in errore. Costoro, a motivo delle loro opinioni, quanto più procedono, tanto più si allontanano dalla dimora del sovrano. Essi sono ben peggio dei primi, e possono presentarsi occasioni in cui diventa addirittura necessario ucciderli, cancellando le tracce delle loro opinioni, affinchè non sviino gli altri.

Coloro che si dirigono verso la dimora del sovrano e cercano di entrarvi, ma non hanno neppure scorto il muro del palazzo, sono la folla degli uomini religiosi, intendo dire gli ignoranti che osservano i precetti.

Coloro che, giunti al palazzo, gli girano attorno, sono i giuristi che, per tradizione, ammettono le opinioni vere, che discutono sulle pratiche del culto, ma non si impegnano nella speculazione sui principi fondamentali della religione, né cercano, in qualche modo, di stabilire la verità di una qualche credenza.

Coloro, invece, che si immergono nella speculazione sui principi fondamentali della religione, sono coloro che sono entrati nei vestiboli, ove gli uomini si trovano indubbiamente ammessi secondo ranghi diversi.

Coloro che hanno compreso la dimostrazione di tutto ciò che è dimostrabile, che sono arrivati alla certezza nelle cose metafisiche, ovunque questo sia possibile, o che si sono avvicinati alla certezza, nei casi in cui non sia concesso andare oltre questa approssimazione, sono coloro che sono arrivati all’interno della dimora presso il sovrano.

Sappi, figlio mio, che fino a quando ti occuperai solo di matematica e di logica, sarai come quelli che girano attorno alla dimora e ne cercano l’ingresso, come allegoricamente dicono i nostri saggi: “Ben Zoma è ancora fuori”.
Quando avrai compreso gli argomenti della fisica, sarai entrato nella dimora e passeggerai per i vestiboli. Se avrai raggiunto la perfezione nelle cose fisiche ed anche in quelle metafisiche, sarai entrato in prossimità del sovrano, nel cortile interno, e ti troverai con lui nella stessa abitazione.
Quest’ultimo grado è quello dei veri sapienti”(12) .
12 Maimonide, La guida dei perplessi, cit,  pp. 738 - 739


[...] In ogni caso non possiamo non rilevare che, leggendo la Guida dei perplessi, si ha una sensazione di disagio e di ambiguità. A prima vista, quest’opera ha una base biblica tradizionale ben individuabile, ma nello stesso tempo esplicita le premesse filosofiche o teoretiche dell’autore nell’approccio all’ebraismo della tradizione. Da un lato si rivolge – su sua stessa ammissione – a quelli che vengono chiamati gli uomini dell’èlite, dall’altro c’è la volontà di educare gli uomini semplici di fede ad un culto di natura intellettuale. Da un lato Maimonide si rendeva conto che la filosofia aristotelica poteva rappresentare uno strumento di purificazione o universalizzazione della fede ebraica, ma dall’altro era anche consapevole dei rischi impliciti in una simile operazione di rilettura dell’ebraismo alla luce della filosofia. “Insomma – come rileva Roberto Gatti – prima che alla categoria privilegiata di lettori per cui l’opera è stata scritta, la definizione di “perplesso” si applicherebbe al suo autore”(14)
14 R. Gatti, Mosè Maimonide: il tempo, l’opera, l’eredità, in Quaderni dell’A.E.C. n.8, Torino,
2005, pag. 15
Manuela Girgenti, La guida dei perplessi e l'etica Maimonide.
https://girgenti.files.wordpress.com/2013/10/la-guida-dei-perplessi-1.pdf



Preghiera del medico (Maimonide)

Questa preghiera venne pubblicata per la prima volta in una rivista tedesca, nal 1793, e presentata come “Preghiera quotidiana di un medico prima della visita ai suoi pazienti. Dal manoscritto ebraico di un famoso medico ebreo egiziano del XII secolo “. L’allusione è a Mosè Maimonide (1135-1204), ma l’attribuzione è molto dibattuta. Sembra che la preghiera sia stata composta da uno scrittore del XVIII secolo, probabilmente Marcus Herz, medico tedesco discepolo di Immanuel Kant. Manca però una prova assoluta, e forse non si potrà mai scoprire la vera paternità. Comunque, nei contenuti, sembra scritta di proposito per i medici odierni.


Dio onnipotente,
Tu hai creato il corpo umano con infinita sapienza.
Diecimila organi per diecimila volte hai combinati in esso,
perché agendo incessantemente e con armonia
ne preservino l’insieme in tutta la sua bellezza:
il corpo, involucro dell’anima immortale.
E agiscono sempre con un ordine perfetto e in armonioso accordo.
Ma quando la fragilità della materia o l’impeto delle passioni
ne sconvolgono l’ordine e ne interrompono l’accordo,
le forze si scontrano e il corpo crolla
per tornare nella polvere dalla quale è venuto.
Tu mandi all’uomo le malattie quali benefici messaggeri
per avvertirlo del pericolo che lo minaccia
e perché lo sollecitino ad evitarlo.
Tu hai benedetto la Tua terra, i Tuoi fiumi e le Tue montagne
con sostanze benefiche che permettono alle Tue creature
di alleviare le loro sofferenze e guarire le malattie.
Tu hai dotato l’uomo di saggezza, perché possa lenire il dolore del fratello,
individuarne i disturbi, estrarre dalla natura le sostanze medicamentose,
scoprirne il potere, prepararle e somministrarle a seconda della malattia.
Nella Tua Eterna Provvidenza,
Tu hai scelto me per vigilare sulla vita e sulla salute delle Tue creature.
Ora sto per dedicarmi ai compiti della mia professione.
Sostienimi, o Dio onnipotente, in questa importante impresa,
affinché io possa essere di giovamento all’umanità,
poiché senza il Tuo aiuto nulla potrà avere buon esito, neppure la più piccola cosa.
Infondi in me l’amore per la mia arte e per le Tue creature.
Non permettere che la sete di guadagno,
l’ambizione di essere noto e ammirato,
ostacolino la mia professione,
perché questi sono i nemici della verità e dell’amore per l’umanità
e potrebbero sviarmi dal grande compito
di dedicarmi al benessere delle Tue creature.
Conserva al mio corpo e alla mia anima la forza necessaria
per essere sempre pronto ad aiutare serenamente
e ad assistere sia i ricchi che i poveri,
i buoni come i cattivi, i nemici come gli amici.
In colui che soffre concedimi di vedere solo l’essere umano.
Illumina la mia mente perché veda con chiarezza ciò che le sta davanti
e intuisca ciò che è assente o nascosto.
Fa’ che io possa riconoscere ciò che è visibile,
ma non permetterle di arrogarsi il potere
di vedere ciò che non può essere visto:
delicati e infiniti sono infatti i confini di quella grande arte
che è la cura della vita e della salute delle Tue creature.
Fa’ che io non mi distragga mai.
Che nessun pensiero estraneo svii la mia attenzione al capezzale del malato,
né disturbi il silenzioso lavoro della mia mente,
perché grandi e sacre sono le profonde deliberazioni necessarie
per vigilare sulla vita e sulla salute delle Tue creature.
Fa’ che i miei pazienti abbiano fiducia sia in me che nella mia arte,
e seguano le mie istruzioni e i miei consigli.
Allontana da loro tutti i ciarlatani,
la moltitudine di parenti premurosi e saccenti,
poiché spesso rendono inutili gli intenti più assennati della nostra arte
e spesso portano le Tue creature alla morte *.
Se qualcuno più saggio di me volesse migliorarmi e consigliarmi,
fa’ che la mia anima segua con gratitudine la sua guida;
perché vastissima è l’estensione della nostra arte.
Se però qualche sciocco presuntuoso impedisse con la sua critica il mio lavoro,
fa’ che l’amore per la mia arte mi dia il coraggio incrollabile di affrontarlo
e di continuare risoluto senza alcun riguardo per la sua età, reputazione, fama,
perché se mi arrendessi le Tue creature soccomberebbero alla malattia e alla morte.
Riempi la mia anima di gentilezza e di calma
quando i colleghi più anziani, forti della loro età,
dovessero soppiantarmi, disdegnarmi o ammaestrarmi con atteggiamento sprezzante.
Fa’ che io possa giovarmi anche di questo,
perché loro sanno molte cose che io ignoro,
ma aiutami a non soffrire per la loro arroganza.
Anch’io spero di poter giungere alla vecchiaia su questa terra,
davanti a Te, o Dio onnipotente.
Fammi essere soddisfatto di ogni cosa,
eccetto della grande scienza della mia professione.
Non permettere che nasca in me il pensiero
di aver raggiunto una conoscenza sufficiente,
ma concedimi la forza, la possibilità e l’ambizione di ampliarla sempre più.
Perché l’arte è grande, ma la mente dell’uomo è on continua espansione.
O Dio Onnipotente!
Tu mi hai scelto nella Tua misericordia
per vigilare sulla vita e sulla morte delle Tue creature.
Adesso io mi dedicherò all’esercizio della mia professione.
Sostienimi in questo compito, affinché l’umanità possa beneficiarne,
poiché senza il Tuo aiuto neppure la più piccola cosa potrà avere buon esito.


*nella versione originale è: “…la moltitudine dei parenti premurosi e egli infermieri saccenti, tutta gente crudele che rende inutili con la loro arroganza gli intenti più assennati della nostra arte e spesso portale Tue creature alla morte.”
http://www.pastoralesalutevenezia.it/ufficio_della_salute/preghiere/00001736_Preghiera_del_medico__Maimonide_.html




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