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venerdì 2 marzo 2018

Tullio De Mauro. Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.

Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole
Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno
È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.
Dal libro: "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Umberto Galimberti
https://books.google.it/books?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it

Copertina anteriore

U.G. [Umberto Galimberti] La sua lettera distribuisce le colpe dell'incompetenza linguistica dei nostri giovani ai genitori che non hanno mai letto un libro, un racconto, una storia ai loro figli, ai professori che senza passioni si ritengono soddisfatti quando riescono a ottenere in classe un po' di disciplina, e ai politici che al ministero che presiede l'istruzione non hanno mai messo qualcuno che conoscesse davvero la scuola. Il risultato è che i nostri giovani possiedono un vocabolario cosi ridotto da ricorrere a una sola parola, neppure troppo elegante, per esprimere la gamma di lutti i loro sentimenti: dalla gioia al dolore, dalla depressione all'euforia, dall'entusiasmo alla nota. Una sola parola che si incarica di dire lutto.
Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1600. Ripetuto il sondaggio vent'anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno. È un problema? Sì, è un grosso problema perché, come ben ha evidenzialo Heidegger, noi riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono le condizioni per poter pensare.
Tutto ciò forse è dovuto al fatto che negli ultimi trentanni siamo passati a una fase in cui le cose che sappiamo, dalle più elementari alle più complesse, non le dobbiamo necessariamente al fatto di averle lette da qualche parte, ma semplicemente di averle viste in televisione, al cinema, sullo schermo di un computer, oppure sentite dalla viva voce di qualcuno, dalla radio o da un paio di cuffie applicate alle orecchie e collegate a un iPad. A questo punto sorgono spontanee le domande: come la trasformazione della strumentazione tecnica modifica il nostro modo di pensare? E ancora: quali forme di sapere stiamo perdendo per effetto di questo cambiamento?
Dal libro: "La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Umberto Galimberti
https://books.google.it/books/content?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&img=1&zoom=5&edge=curl&imgtk=AFLRE73EE3wh-vxoz6LUywREzXgJU58goh1IzQ2HvWZ1A4P7rfiPavsT3zm30zLcfgN4i3uV7Ys17eGM9-bb6EBCO82F7b5unoRDN_h5reLhGZMawB86lspFIaeYTGgz1WmkFTJart5l

https://books.google.it/books?id=FSFFDwAAQBAJ&printsec=frontcover&hl=it
LA RICERCA SUL LESSICO DEI GINNASIALI NEL 1976 e 1996 E' UNA BOIATA - 
QUESTO E' QUELLO CHE *DAVVERO* DICEVA DE MAURO NEL 2016*:
Le 7500 parole del lessico di base dell’italiano.
Tullio De Mauro ha pubblicato il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana, un aggiornamento all’opera del 1980. È un elenco di circa 7500 parole selezionate per uso, frequenza e disponibilità e suddivise in tre categorie:

Vocabolario di base De Mauro 2016
1 – lessico fondamentale 
(FO, circa 2000 parole ad altissima frequenza usate nell’86% dei discorsi e dei testi; 
nell’elenco sono formattate in grassetto);

2 – lessico di alto uso 
(AU, circa 3000 parole di uso frequente che coprono il 6% delle occorrenze; 
sono formattate come testo normale);

3 – lessico di alta disponibilità 
(AD, circa 2000 parole usate solo in alcuni contesti ma comprensibili da tutti i parlanti e percepite come aventi una disponibilità pari o perfino superiore alle parole di maggior uso; 
sono formattate in corsivo).
http://blog.terminologiaetc.it/2016/12/29/vocabolario-base-italiano-demauro/




De Mauro non ha mai detto una simile sciocchezza.




Verissima la tesi di Heidegger e purtroppo anche triste se riportata alla realtà dell'istruzione italiana 
(e non solo). Se pensiamo a quante persone leggono solo sporadicamente, si comprende il dilagare della superficialità a svantaggio delle capacità di analisi e di valutazione differenziata. Ciò che non posso assolutamente condividere sono i 300 vocaboli. Corrispondono a meno dei 400 vocaboli previsti in un corso d'italiano per stranieri di livello A1. Ossia il livello di "sopravvivenza" in un paese straniero. I conti non tornano.


 il "problema" di non prendere per oro colato qualunque cosa si legga.
mi piacerebbe leggere la ricerca di De Mauro, soprattutto per capire come è stata condotta, ma in rete non trovo nessuna traccia, lei per caso saprebbe indicarmi una fonte dove reperire ulteriori informazioni?


700 parole sono da terza elementare c'è qualcosa che non quadra


700 parole sono da asilo nido :) E' una bufala.
Se conti solo le parole davvero base che conoscono anche gli analfabeti 
("cane", "perché", "arrivederci", "camminare" ecc.) arrivi a ben più di 700
Nulla di scientifico, l'idea che "il pensiero è determinato dalla lingua" è un luogo comune abbastanza screditato.

il vocabolario di base della lingua italiana comprende 2000 parole. 
Si alza a 7000 il bagaglio di un parlante colto.


300 si possono conoscere già dai 18 mesi



Premettendo che sono d'accordo con la preoccupazione per il diffuso impoverimento linguistico-espressivo dei giovani, confermo che il repertorio minimo per parlare una lingua è di almeno 2000 parole, e il lessico "passivo" anche di più.



"La lingua strumento del pensiero". Più il linguaggio in nostro possesso è complesso e articolato, maggiore è la capacità di elaborazione delle idee e di risoluzione dei problemi. Apprendere la lingua nei suoi diversi aspetti (morfologia, ortografia, sintassi, lessico) significa diventare persone libere, dotate di spirito critico e creatività.



Come insegnante lo sperimento tutti i giorni: gli studenti della scuola secondaria non conoscono il significato del 50% delle parole che utilizzano. È vero che ci sono vari livelli di conoscenza di una lingua, ma è anche vero che la perdita dei significati comporta la mancata comprensione di ciò che si ascolta e si legge.





Bellissimo articolo.... 
Quando ero all'università di sociologia, il professore ci stava raccontando che in Norvegia, i bambini della classe medio bassa, venivano iscritti negli stessi asili dei bambini di classe più alta. Questo faceva sì che poi i bambini acquisivano lo stesso numero di vocaboli di chi viveva in famiglie più istruite. Ti faccio poi un altro esempio di paesi scandinavi. In queste nazioni non esistono le periferie con degrado sociale... Non esistono i ghetti perché sono concentrati nel centro delle città, sono inglobati nel sistema 😀
Io parto dal presupposto che tutti debbano avere le stesse opportunità. 
È logico che un bambino svantaggiato ha meno strumenti di altri onde per cui, è qui che bisognerebbe agire. Uno svantaggiato al quale vengano dati strumenti adeguati potrebbe avere più successo di chi, al contrario viaggia già con una riserva piena e non fa nulla per potenziarla perché vive di rendita.



Aggiungerei anche l'indispensabile esperienza del mondo che abbiamo intorno e la cultura del "saper fare"... e avremmo l'uomo quasi perfetto 🙂



Fare è una parola non amata nei Licei. Sono convinti che si debba costruire una classe dirigente che non si sia mai sporcata le mani. Al contrario del pensiero anglosassone dove, fra l'altro, il numero dei vocaboli è molto limitato rispetto all'italiano.


L'inglese è, notoriamente, una lingua con un lessico molto più ricco della media, perché ha una doppia origine (germanica e neolatina, attraverso il francese).

Ogni essere ha bisogno di comunicare con i suoi simili, pertanto ha avuto bisogno di avere un codice comune, anche se estremante primitivo. Il bisogno di comunicare è aumentato via via, così sono aumentate le "parole "e la possibilità di pensare.



Il linguaggio è il veicolo attraverso il quale diamo forma ai nostri pensieri e attraverso il quale codifichiamo i pensieri altrui. L'impoverimento lessicale corrisponde dunque, oltre che ad un impoverimento culturale d'insieme, ad una perdita della nostra capacita' di comprendere noi stessi e gli altri. Se non riusciamo ad esprimere le nostre idee, i nostri principi, i nostri sentimenti e a capire quelli altrui, è come se non esistessimo, o comunque non esistiamo nel modo in cui siamo veramente. Le parole, quindi, non sono solo condizioni per poter pensare ma diventano la base per poter ESSERE. "Cogito ergo sum" non è abbastanza. 
Si è o si diventa solo attraverso il dialogo con se stessi e con gli altri.



sabato 25 gennaio 2014

Emanuele Severino. Società della Tecnica e tramonto del capitalismo. Si può dire con certezza che la tecnologia se, da un lato, migliora la vita dell'uomo nel suo complesso, dall'altro, peggiora il suo spirito fino a degradarlo ad una condizione di non-uomo. Infatti la tecnica lo allontana dallo scopo essenziale della vita che è la sofferenza, ed il portare la propria croce. Inoltre allarga sempre più il divario tra lui e la natura che lo circonda con la quale deve relazionarsi in modo diretto con tutto ciò che comporta. L'uomo vive in un mondo artificiale nel quale non comunica più con il mondo reale che gli sta attorno!

Umberto Galimberti. Il segreto della domanda.
"Le domande non chiedono risposte -quasi sempre inessenziali- ma chiedono di essere radicalizzate. 
Solo procedendo in questo modo si può arrivare all'intima essenza della domanda. [...]
Ma soprattutto la risposta alle domande deve essere innanzitutto una formulazione corretta di queste domande, perché a risposte mal formulate seguono risposte inadeguate".
Umberto Galimberti








Elisabetta Di Benedetto

Non sempre una domanda chiede una risposata. 
Spesso chiede di essere dispiegata, affinché ceda quello che ha di più essenziale e dischiuda i riferimenti che si aprono quando ci si appropria di ciò che segretamente custodisce. 
La risposta è solo l'ultimissimo passo del domandare






VINCENZO ALVINO

Come darti torto, d'altronde l'abisso sull'orlo del quale poggia l'essere dell'uomo è proprio nel paradosso di avere una ragione che serve però a porgli domande alle quali non può trovare risposte, questioni che non può risolvere. In questo senso ha ragione Lacan quando evidenzia la natura traumatica del linguaggio, quella struttura significante nel quale è il fondamento del nichilismo trascendentale secondo il pensiero debole.




La tecnica non ha scopi, la tecnica ha in vista solo il suo auto potenziamento
Umberto  Galimberti







Ombra mare

Concordo con Galimberli quando dice che la democrazia non è mai esistita:
dalle polis alle forme politiche di oggi: Demagogia.








Andrea Grieco

A proposito di progresso e di storia, cadono a proposito due citazioni di Cioran: 
"Il progresso non è nient'altro che uno slancio verso il peggio"; 
"La storia? Occasione offerta ai popoli per screditarsi a turno".

Sicuramente rispondenti a verità i discorsi intorno ai temi trattati; e interessante inoltre l'impostazione degli argomenti. Tuttavia a me sembra che il Prof. abbia mischiato considerazioni di natura trascendente con quelle più specificamente immanenti, o, se vogliamo, abbia confuso argomenti di carattere metafisico con quelli storico-sociali. Inoltre, dà una lettura del cristianesimo che elude totalmente il suo messaggio etico più profondo e vero (chi ha letto Schopenhauer si può rendere conto).




Le affermazioni di Cioran contengono delle verità alle quali forse crediamo io, lei e pochi altri, ma la maggior parte della gente è accecata da questo finto progresso tecnico/scientifico proposto dal sistema, e lo considera un dogma. Oggi non ci si rende conto che la tecnica porta ad un cambiamento quantitativo dei mezzi di produzione e della loro efficienza produttiva e non qualitativo della condizione umana, come dice il prof Galimberti.
Lei cosa ne pensa dell'interpretazione del Prof riguardo la presunta "carica ottimistica" che l'avvento del cristianesimo avrebbe portato in occidente? E cosa ne pensa in generale del pensiero di Galimberti (ad esempio questo suo richiamo frequente alla cultura greca e alla sua "tragicità" dipesa dalla sua diversa concezione della vita e soprattutto della morte)?



Sull'interpretazione che ha dato, nella fattispecie, del cristianesimo, Galimberti (che del resto gode di tutta la mia stima) è fuori tema. C'è da dire in effetti che sul cristianesimo è duemila anni che c'è una confusione inaudita, aggravata anche dal fatto che è stato accorpato al cattolicesimo di cui si fa portavoce la chiesa romana. Tuttavia se andiamo al suo nocciolo e consideriamo lo spirito del suo messaggio etico quale traspare dai vangeli e ancora di più dalla mistica cristiana, esso non può che essere pessimista, considerare cioè questo mondo come inficiato dal male e dalla sofferenza e che esige dunque una redenzione. Il simbolo della croce del resto è eloquente; e il Cristo è appunto il redentore venuto a salvare l'umanità incapace, attraverso la presa su di sé del dolore del mondo. Questo è il nucleo del messaggio cristiano, che non è storico, bensì etico-metafisico. La cultura greca, a parte Platone, Pitagora e i tragici, si poneva di fronte alla vita con un atteggiamento etico essenzialmente ottimista che non ha nulla a che vedere evidentemente con la nostra concezione odierna. I greci erano ben lontani dal racchiudere ad esempio, nel concetto di anima, il significato morale di salvezza, ma parlavano di anima come ente depositario di conoscenza razionale ecc.. La svolta si è avuta col cristianesimo in particolare con S. Agostino.


Un'intervista video su "Il segreto della domanda" che diventa occasione per discutere delle tematiche care a Galimberti: dalla morte di dio al nichilismo, alla fine della storia al dominio della tecnica...


http://youtu.be/mvrwV8bIvJA





Emanuele Severino - Società della Tecnica e tramonto del capitalismo...



« Si tratta di capire che la costruzione e la distruzione hanno la stessa anima» .
Emanuele Severino


Eldo Stellucci:
...chiedersi in tutto questo processo di 'evoluzione' antropica che fine fa il riconoscimento e il significato dell'alterità e della relazione? Alienazione e/o annullamento di ogni significato a partire da quello fondamentale che conosciamo come la 'morte di Dio'?





Nietzsche uccidendo Dio ha liberato l'uomo, ma chi riuscirà ha sostenerne il peso? [...]
Dionisio contro il Crocifisso....











Andrea Grieco

Si può dire con certezza che la tecnologia se, da un lato, migliora la vita dell'uomo nel suo complesso, dall'altro, peggiora il suo spirito fino a degradarlo ad una condizione di non-uomo. Infatti la tecnica lo allontana dallo scopo essenziale della vita che è la sofferenza, ed il portare la propria croce. Inoltre allarga sempre più il divario tra lui e la natura che 

lo circonda con la quale deve relazionarsi in modo diretto con tutto ciò che comporta. L'uomo vive in un mondo artificiale nel quale non comunica più con il mondo reale che gli sta attorno!
Di conseguenza non si guadagna e non si perde nulla se si era vissuti ieri, od oggi, o quando si vivrà domani. Quello che di essenziale rimane identico e ci accomuna è infatti, la sofferenza della vita!
La filosofia, in ultima analisi, non ha nulla a che vedere con alcun processo storico, né con la società che cambia nel tempo, oggi poi, attraverso la tecnica. Essa ha a che vedere con il cuore dell'uomo di tutti i tempi, il quale deve dare la risposta al dramma della vita, al dolore cosmico, alla mancanza di amore, alla finitudine di tutte le cose ed, infine, alla morte. Pertanto la verità filosofica esula dalle differenze del tempo e dello spazio, è sempre la stessa.





Severino è la voce limpida dell'uscita del nichilismo.Si badi!...non esce dal nichilismo!
Testimonia con chiarezza tremenda, le tracce della tecnica e della sua fine.
Perchè il capitalismo è - ontologicamente - una "tecnica".
Per quanto riguarda il declino...concetti come "tutt'altro che prossimo" sono -per dirla in termini nichilistici-, solo una questione di tempo. Il declino della techne, è oltre il tempo, nel senso che è già realizzato dall'epistème. Dai greci proviene -in modo verace- il declino. Superato l'ultimo orizzonte della potenza...


http://youtu.be/RRSzEg-nBQ4



lunedì 8 luglio 2013

Hillman. Noi non vediamo le immagini, o udiamo le metafore, letteralmente; eseguiamo invece un'operazione di introspezione, che è un 'vedere attraverso' e un 'udire dentro' ".

L’occhio addestrato alle immagini va dritto all’essenziale
Nella nostra cultura iper-psicologizzante, i test psicologici sostituiscono questo occhio stagionato e ne impediscono lo sviluppo. Invece di guardare, somministriamo test, invece di usare la visione immaginativa, leggiamo rapporti; invece di colloqui, inventari di personalità; invece di racconti, punteggi ai test. La psicologia parte dal presupposto che si possa cogliere il carattere sondando motivazioni, reazioni, scelte e proiezioni. Per valutare l’anima usa concetti e numeri, invece di affidarsi all’occhio anomalo di un osservatore allenato. L’occhio anomalo è l’occhio vecchio” James Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano 2000, p.76



Noi non vediamo le immagini, o udiamo le metafore, letteralmente; eseguiamo invece un'operazione di introspezione, che è un 'vedere attraverso' e un 'udire dentro' ".
James Hillman, Immagine senso




...in altri termini, l'immagine ha proprio una funzione "rieducativa" sui nostri sensi.
Pensiamo a quel "vedere" e a quel "sentire" interno...



Se bussiamo a quella porta, forse qualcuno risponderà e aprirà. A volte quelle porte sono già aperte ma non ce ne accorgiamo. Ma cosa significa "bussare a una porta" o "rispondere ad una chiamata"? Sia la "porta" che la "chiamata" sono due motivi archetipici importanti,direi fondamentali nella vita di ognuno di noi. Ma in che modo ci avviciniamo a bussare, a rispondere,o ad aprire una determinata porta? Se riflettiamo bene, in fondo, NOI SIAMO SIA IL CHIAMANTE CHE IL CHIAMATO. Allo stesso modo Rumi ci conduce nel giardino sacro dell'Amore descrivendo il rapporto tra l'amante e l'amato,realtà che coincidono nella loro stessa intima essenza . JUNG LA CHIAMA IL SE'. SPESSO, TROPPO SPESSO, CERCHIAMO RISPOSTE SENZA AVER FORMULATO LE NOSTRE DOMANDE. La chiarezza o se vogliamo la nostra autenticità non può che nascere dalla ricerca delle domande, più che dalle risposte che sbrigativamente cerchiamo. GALIMBERTI CI RIMANDA AL "SEGRETO DELLA DOMANDA". Ma CIO' CHE È ANCORA PIÙ IMPORTANTE È UN CAMBIAMENTO DI ROTTA RISPETTO AL MODO CON CUI FORMULIAMO LE NOSTRE DOMANDE. LE DOMANDE NASCONO SEMPRE DALLE IMMAGINI CHE È IL MODO CON CUI LA NOSTRA ANIMA INTERAGISCE CON IL MONDO. Saranno dunque le immagini la "via regia", la chiave per entrare. L'IMMAGINE CI CHIAMA,CI SOLLECITA, CI DICE QUANTO NOI DOBBIAMO PRENDERCENE CURA. LE IMMAGINI NON SONO NOSTRE MA SIAMO NOI CHE APPARTENIAMO ALLE IMMAGINI, dice James Hillman. Per interagire con loro non è la via della mente che serve, quanto la CAPACITÀ DI ASCOLTARE E VEDERE IN TRASPARENZA L'UNICA REALTÀ CHE LA PSICHE COMPRENDE, IL MONDO IMMAGINALE, IL MONDO DELLE IMMAGINI. Questa è la via del cuore. Noi costruiamo la nostra realtà e ne facciamo esperienza solo grazie alla psiche,alla nostra anima. Nelle immagini c'è già tutto, ecco l'estrema importanza del comprenderle, del prenderle assieme a noi,incubarle, accudirle, custodirle, amarle...e lasciarci infine partorire da loro...





come sempre mi chiedo come una persona cieca dalla nascita percepisca il mondo immaginale. credo che una ricerca in collaborazione con una persona cieca dalla nascita porterebbe a conoscere meglio il mondo immaginale. Purtroppo io non ho il tempo per potermi dedicare ad approfondire l'argomento. qualcuno sa qualcosa in merito? sono stati fatti studi in collaborazione con ciechi dalla nascita?




certo, i ciechi hanno immagini, i ciechi soognano con immagini, perchè l'immagine di cui parliamo non è un'immagine fotografica,ma esprime e si esprime attraverso la complessità filogenetica,neuro-sensoriale, cromatiico-energetica,immaginifica. Alcuni ciechi vedono i colori e li differenziano con il tatto senza sbagliare. L'immagine appartiene alla psiche e non ai sistema ottico-visivo. Esistono molti studi in neuroscienze a riguardo.L'immaginazione come la creatività è una facoltà dell'anima e non del sistema nervoso centrale che ne è solo l'hardware. L'immagine, come la funzione, precede l'organo che la sostiene.Si dice filogeneticamente che la "funzione crea l'organo" e non viceversa.



Trasformare la Psiche in Vita...
"..e l'anima non può esistere senza la sua altra parte, che si trova sempre in un Tu" .
Carl Gustav Jung


"TRASFORMAZIONE DELLA PSICHE IN VITA". E' un'espressione che può essere intesa in molti modi. [...] Far entrare la psiche nella vita significa allontanarla non dalla sua malattia, ma dalla visione malata che essa ha di se stessa, come bisognosa di cure, di conoscenze e di amore professionali. [...] L'inconscio e la sua psicodinamica non possono costituire l'unico modello attraverso il quale raffigurarci i sentimenti, le fantasie e il comportamento. Forse l'"inconscio" e la "psicodinamica" sono fantasie che potrebbero essere sostituite da altre migliori. [...] Una psicologia archetipica chiederebbe inoltre alla psiche di entrare nella vita unitariamente alla sua malattia.
[...] Lasciarsi alle spalle la malattia in cambio della "vita reale" o della "cura", o metterla nelle mani del terapeuta, taglia via una porzione troppo ampia di anima. Se c'è una lezione fondamentale che abbiamo appreso in settant'anni di analisi, è che NELLE SOFFERENZE DELLA PSICOPATOLOGIA NOI SCOPRIAMO UN SENSO DELL'ANIMA.[...] Portare la malattia nella vita significa portare l'anima con sé ovunque si vada a reagire alla vita dal punto di vista di quest'anima. Come la malattia è contagiosa, così il mio interesse per l'anima può essere infettivo, se porto l'anima nelle case degli altri, se porto la psiche nella vita. Allora anche la vita, e non soltanto l'analisi, diviene un luogo adatto per fare anima. Giacché portare la psiche nella vita significa anche prendere la vita come psiche, come un'avventura psicologica vissuta per amore dell'anima.
[...] Ma SE MUTA LA COSCIENZA, ANCHE LA NEVROSI CHE ABBIAMO CONOSCIUTO QUALE SUO CORRISPETTIVO ARRIVERÀ A UNA FINE, E LO STESSO SARÀ PER L'ANALISI, CHE È APPUNTO NATA COME RISPOSTA ALLA NEVROSI. Se la nostra intuizione riuscirà a penetrare sino alle fondamenta mitiche dell'analisi, L'ANALISI STESSA CROLLERÀ INSIEME AI SUOI TRE PILASTRI - LA TRASLAZIONE, L'INCONSCIO, LA NEVROSI - che noi preferiamo chiamare, in accordo con la prospettiva mitica, L'EROTICO, L'IMMAGINALE E IL DIONISIACO."
James Hillman, Il mito dell'analisi, pp. 16-22


La vita sessuale è in primo luogo vita immaginativa; è nell'immaginazione che essa nasce, è di immaginazione che si alimenta e continua ad alimentarsi.
James Hillman


...MOLTI SINTOMI DI MALATTIA SAREBBERO DA ‘INCORAGGIARE’ (come suppone Morgenthaler), in quanto SUSCITANO IL RITMO TRAMITE CUI LA NATURA TENTA DI RICONQUISTARSI QUANTO LE È DIVENTATO ALIENO e di strumentarlo in una nuova melodia
Rilke a Lou – Muzot, 10 Settembre 1921

DI FRONTE A UN SINTOMO, LA REAZIONE GIUSTA POTREBBE ANCHE ESSERE UNA REAZIONE DI BENVENUTO, anzichè quella di lamentarsi e di cercare rimedi, perché IL SINTOMO È IL PRIMO ANNUNCIO DEL RISVEGLIARSI DELLA PSICHE CHE NON INTENDE PIÙ TOLLERARE DI ESSERE MALTRATTATA. 
James Hillman


Il nostro corpo ci lancia continuamente segnali e molto spesso è molto più intelligente lui della nostra mente.



In quel giardino io ero nella Psiche, mi accorgevo che tutto era psicologia intorno a me, tutto parlava psicologicamente. IL MONDO È COME UN GIARDINO IN QUANTO SI MANIFESTA; è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti; è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti - a disposizione di ogni anima che passa - dati con la facilità dei riflessi sul lago: il giardino rende più intellegibile e più bella l'interiorità dell'anima.
James Hillman


Ma che cos'è davvero il giardino per noi? Che cosa rappresenta? Non è semplicemente un'immagine estetizzante, il giardino è l'anima, immagine dell'Anima mundi...Ascoltiamo Hillman cosa dice....

http://vimeo.com/69837377

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