giovedì 3 novembre 2016

Hermann Hesse, La cura. Una foglia secca, entrata a volo dalla finestra, la fogliolina d'un albero il cui nome non mi sovviene, giace sull'orlo della mia vasca, e io la guardo, leggo i caratteri della sua costola, delle sue nervature, respiro lo straordinario memento della caducità, che ci fa rabbrividire ma senza il quale non ci sarebbe niente di bello. È meraviglioso come la bellezza e la morte, il piacere e la caducità si esigano e si condizionino a vicenda! Sento ben chiaro, intorno e dentro di me, come una realtà sensibile, il confine tra spirito e natura. Come i fiori sono effimeri e belli, mentre l'oro è durevole e noioso, così tutti i movimenti della vita naturale sono belli ed effimeri, mentre lo spirito è imperituro e noioso.

Destino e carattere sono due nomi di un medesimo concetto.

Hermann Hesse, La cura, 1925


Una foglia secca, entrata a volo dalla finestra, la fogliolina d'un albero il cui nome non mi sovviene, giace sull'orlo della mia vasca, e io la guardo, leggo i caratteri della sua costola, delle sue nervature, respiro lo straordinario memento della caducità, che ci fa rabbrividire ma senza il quale non ci sarebbe niente di bello. È meraviglioso come la bellezza e la morte, il piacere e la caducità si esigano e si condizionino a vicenda! Sento ben chiaro, intorno e dentro di me, come una realtà sensibile, il confine tra spirito e natura. Come i fiori sono effimeri e belli, mentre l'oro è durevole e noioso, così tutti i movimenti della vita naturale sono belli ed effimeri, mentre lo spirito è imperituro e noioso. In questo momento lo rifiuto, non lo vedo affatto come vita eterna, ma come morte eterna, come ciò che è irrigidito, infecondo, amorfo, che non può assumere vita e forma se non sacrificando la propria immortalità. L'oro deve diventare fiore, lo spirito farsi corpo e deve farsi anima, per poter vivere. No, in questa tiepida ora mattutina, tra la clessidra e la foglia secca, non ne voglio sapere dello spirito, che in altri momenti posso molto onorare; voglio essere effimero, voglio essere fanciullo e fiore. E che io sia effimero me lo ricorda, dopo mezz'ora che ho trascorso disteso in quell'acqua calda, l'attimo in cui mi rialzo. Suono per il bagnino, che arriva e mi prepara un asciugatoio riscaldato. Allora mi rizzo in piedi nell'acqua ed ecco che il senso della mia caducità mi scorre, estenuante, giù per le membra.
Hermann Hessse, La cura

Se le nostre azioni e la nostra condotta fossero guidate soltanto dalla saggezza e dall'evitare gli affanni, che cosa sarebbe mai la nostra vita? Non sappiamo forse che il nostro destino ci è congenito e inevitabile, e tuttavia non ci aggrappiamo tutti, appassionatamente, all'illusione della scelta, del libero volere? Forse che ciascuno di noi, quando sceglie il medico per la sua malattia, la professione e il luogo dove abitare, l'amante e la sposa, non potrebbe affidare tutto ciò, con gli stessi e forse con migliori risultati, al puro caso? Eppure non sceglie forse ugualmente, non dedica ugualmente una gran quantità di passione, di fatica, di affanno a tutte queste cose? Può darsi che lo faccia ingenuamente, con passionalità infantile, credendo nel proprio potere, convinto dell'influenzabilità del destino; ma può anche darsi che lo faccia con scetticismo, profondamente persuaso dell'inanità dei suoi sforzi, ma convinto, non meno, che agire e perseguire, scegliere e tormentarsi sono più belli, più vivi, più salutari o perlomeno più divertenti che non l'irrigidirsi in una rassegnata passività. Ebbene, così mi comporto anch'io, nella mia maniaca scelta di una camera, quando, nonostante che sia profondamente convinto dell'inutilità e della stravagante assurdità di ciò che faccio, intavolo ogni volta lunghe trattative intorno alla camera da prendere, informandomi coscienziosamente sui vicini, sulle porte e controporte, su questo, su quello e su quell'altro. È un giuoco, quello che faccio, uno sport, quando, in questo piccolo e banale problema, mi abbandono sempre di nuovo all'illusione, alle fittizie regole del giuoco, come se cose di questo genere fossero mai passibili e degne di essere prese in ragionevole considerazione. Agisco, in ciò, con la stessa saggezza o stoltezza di un bambino che compri dolciumi o di un giocatore che regoli la sua posta su tabelle matematiche. In tutte queste situazioni sappiamo benissimo di trovarci di fronte al puro caso, ma, spinti da una profonda esigenza spirituale, agiamo ugualmente come se il caso non potesse e non dovesse esistere, come se ogni cosa di questo mondo fosse soggetta al nostro pensiero e al nostro agire razionali.
Hermann Hesse, La cura

A posteriori posso confessare che questa visita mi faceva un pò paura, non perché temessi una diagnosi disastrosa, ma perché i medici, secondo il mio modo di sentire, fanno parte della gerarchia dello spirito, perché io li colloco molto in alto e perché in un medico sopporto male una delusione, che invece accetto facilmente da parte di un funzionario di banca o delle ferrovie, e persino da un avvocato. Mi aspetto da un medico, nemmeno io so bene perché, un resto di quell'umanesimo per cui si richiede la conoscenza del latino e del greco oltre a una certa preparazione filosofica, e che nella maggior parte delle professioni, oggigiorno, non è più necessario. Io, che in genere amo così fervidamente tutto ciò che è nuovo e rivoluzionario, in questo sono senz'altro retrivo, e dai ceti colti pretendo un certo idealismo, una certa disposizione a discutere e a capire del tutto indipendente da ogni vantaggio materiale, insomma un resto di umanesimo, anche se so che quest'umanesimo, in realtà, ha cessato di esistere e che tra poco anche la sua apparenza esterna non si troverà più se non nei musei delle figure di cera.
Hermann Hesse, La cura


E Dio mi ha aiutato. Avevo appena chiuso gli occhi e staccato il cuore da quel mondo di bagni e di rape con la profonda nostalgia d'un saluto, d'un suono provenienti da altre sfere a me più familiari e più sacre, quand'ecco mi viene la trovata liberatrice. C'è, infatti, nel nostro albergo, un cantuccio un po' fuori mano, che non tutti i clienti conoscono e dove il nostro albergatore, che ha tante amabili qualità, tiene, in una gabbia di rete metallica di ragionevoli dimensioni, due giovani martore. Mi è venuta, improvvisamente, una gran voglia di andare a vedere quelle bestiole e, senza opporre la minima resistenza, sono tornato in fretta all'albergo e mi sono diretto alla loro gabbia. Non appena là, ogni cosa è andata a posto: avevo trovato proprio ciò di cui avevo bisogno in quel momento critico. Quei due nobili e begli animali, fidenti e curiosi come bambini, si sono lasciati adescare fuori senza difficoltà dal buco in cui dormivano, si sono messi a scorrazzare a balzi sfrenati, inebriandosi quasi della propria forza e agilità, per tutta quella vasta gabbia, poi si sono fermati davanti a me, rasente la rete metallica, respirando fitto fitto coi loro rosei musetti e soffiando sulle mie mani il loro alito umido e caldo. Non mi occorreva altro. Guardare in quei limpidi occhi animali, contemplare quegli stupendi capolavori e pensieri di Dio ricoperti di pelo, sentire il loro caldo e vivo respiro, fiutare il loro acuto, selvaggio odor ferino, tutto ciò bastava per calmarmi, convincendomi che tutti i pianeti e le stelle fisse, tutte le foreste di palme e i fiumi equatoriali esistevano ancora intatti. Le martore me ne davano garanzia, e veramente avrebbe dovuto darmela a sufficienza la vista di ogni nube, di ogni foglia verde: ma tant'è, avevo sentito il bisogno di questa prova più forte. [...] Finché c'erano ancora martore - e il sentore del mondo primigenio, l'istinto e la natura - il mondo, per un poeta, era ancora possibile, era ancora bello e promettente. Con un respiro di sollievo ho sentito che l'incubo si dissolveva, ho riso di me stesso, sono andato a prendere un pezzetto di zucchero per quelle bestiole e pian piano me ne sono uscito, liberato, nella sera. Il sole toccava già quasi l'orlo delle montagne boscose, un azzurro pervaso di lievi nuvolette dorate splendeva chiaro e infantile sopra la valle dei miei errori, sorridendo ho intuito che veniva la mia ora buona, ho pensato alla mia amata, ho giocato con dei versi nascenti, ho sentito che musica, felicità e devozione trascorrono il mondo, mi sono […] trasformato in uccello, in farfalla, in nuvola, in pesce, […].
Hermann Hesse, La cura




Se i detti del Nuovo Testamento non li consideriamo come comandamenti ma come espressione di una straordinaria, profondissima conoscenza dei misteri dell'animo umano, la cosa più saggia che sia mai stata detta, il breve compendio di tutta l'arte di vivere e di essere felici, è la frase «ama il prossimo tuo come te stesso», che del resto si trova già nell'Antico Testamento. Il prossimo lo si può amare meno di noi stessi: e allora si è l'egoista, l'arraffone, il capitalista, il borghese, e si possono accumulare quattrini e potenza ma è impossibile avere un cuore veramente lieto, e ci restano precluse le più delicate e squisite gioie dell'anima. Oppure si può amare il prossimo più di se stessi: e allora si è un povero diavolo, pieno di sensi d'inferiorità, pieno di desiderio d'amare tutto, eppure colmo di rancore e di crudeltà verso se stesso e si vive in un inferno che ci si apparecchia ogni giorno da sé. Di contro a ciò: l'equilibrio dell'amore, la possibilità di amare senza restare in debito ora in questo, ora in quello, un amore di se stessi che non ruba niente a nessuno, un amore per gli altri che però non diminuisce né violenta il nostro io! Il segreto di tutta la felicità, di tutta la beatitudine è racchiuso in quella parola. E se si vuole, la si può rigirare anche alla maniera indiana e darle il significato di: ama il prossimo tuo, perché sei tu stesso!, una traduzione cristiana del «tat twam asi». Oh, l'intera saggezza è così semplice, ed è stata enunciata e formulata da tanto mai tempo e con così indubitabile precisione! Perché dunque ci appartiene solo a momenti, nelle giornate buone, e non sempre?
Hermann Hesse, La cura


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