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sabato 18 gennaio 2014

Hiroo Onoda. è stato un militare giapponese, noto perché, dopo quasi 30 anni dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1974, nella giungla sull'isola filippina di Lubang, VENNE ARRESTATO PERCHÉ SI RIFIUTAVA DI CREDERE CHE LA GUERRA FOSSE FINITA. Questo fa di lui il penultimo soldato giapponese della seconda guerra mondiale, arresosi 7 mesi prima di Teruo Nakamura.

“Siamo nati in questo tempo e dobbiamo percorrere coraggiosamente sino alla fine la via che ci è destinata. E’ dovere tener fermo sulle posizioni perdute, anche se non c’è più speranza né salvezza. Tener fermo come quel soldato romano le cui gambe furono trovate a Pompei davanti ad una porta: egli morì perché quando scoppiò l’eruzione del Vesuvio ci si dimenticò di rilevarlo dal suo posto. Questa è grandezza, questo significa aver razza. Questa onorevole fine è l’unica cosa che non si può togliere all’uomo”.
Cit. Christian Pilleri


Hiroo Onoda (小野 田 寛 郎) (Kainan, 19 marzo 1922 – Tokyo, 16 gennaio 2014[1]) è stato un militare giapponese, noto perché, dopo quasi 30 anni dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1974, nella giungla sull'isola filippina di Lubang, VENNE ARRESTATO PERCHÉ SI RIFIUTAVA DI CREDERE CHE LA GUERRA FOSSE FINITA. Questo fa di lui il penultimo soldato giapponese della seconda guerra mondiale, arresosi 7 mesi prima di Teruo Nakamura.
Onoda era un membro della classe di comando Futamata Bunko "(二 俣 分校) della scuola militare di Nakano addestrato come guerrigliero. IL 26 DICEMBRE 1944 FU INVIATO NELL'ISOLA DI LUBANG CON IL COMPITO, INSIEME CON I SOLDATI GIÀ IVI PRESENTI, DI OSTACOLARE L'AVANZATA NEMICA. AVEVA RICEVUTO L'ORDINE DI NON ARRENDERSI, A COSTO DELLA SUA STESSA VITA. Il 28 febbraio 1945 l'isola subì un attacco nemico che annientò quasi tutte le milizie nipponiche. Onoda e tre commilitoni, Yuichi Akatsu, Shoichi Shimada e Kozuka Kinshichi, si nascosero tra le montagne.
Akatsu però, nel 1949, dapprima abbandonò il gruppo di soldati e poco dopo decise spontaneamente di arrendersi. I suoi racconti convinsero la diplomazia nipponica a cercare di far arrendere anche i restanti tre soldati che erano rimasti alla macchia, perciò NEL 1952 VENNERO LANCIATE DA UN AEREO LETTERE E FOTO DI FAMIGLIA PER CERCARE DI CONVINCERE I SOLDATI FANTASMA A CESSARE LE OSTILITÀ. TUTTAVIA LA NOTIZIA DELLA FINE DEL CONFLITTO NON VENNE PRESA COME ATTENDIBILE DAI TRE SOLDATI ALLA MACCHIA E IL GRUPPETTO NIPPONICO FINÌ PER CONSIDERARE FALSI QUEI DOCUMENTI: ONODA E I SUOI COMPAGNI RIMASERO QUINDI SULL'ISOLA CONTINUANDO LA "MISSIONE" E COMBATTENDO CONTRO GLI ABITANTI DELL'ISOLA, NASCOSTI NELLA GIUNGLA. I tre vissero di furti di viveri e vestiti dei cittadini filippini.
Così, SHIMADA FINÌ PER PERIRE NEL 1954 DURANTE UNO SCONTRO A FUOCO, mentre IN GIAPPONE ONODA VENNE DICHIARATO LEGALMENTE DECEDUTO NEL 1959. Infine nel 1972, sempre in seguito ad uno scontro a fuoco, anche Kozuka venne ucciso. Onoda rimase quindi da solo e da quel momento furono diversi i tentativi di rintracciarlo: nel 1972 tramite la sorella e degli amici e nel 1973 tramite il padre, che morì poco dopo. Il 20 febbraio 1974, dopo quattro giorni di ricerche, il giapponese Norio Suzuki ritrovò Onoda. Successivamente SUZUKI FECE RITORNO IN GIAPPONE CON LE FOTO DEL MILITARE E CONVINSE L'UFFICIALE DIRETTO SUPERIORE DI ONODA, IL MAGG. TANIGUCHI, A RECARSI SULL'ISOLA PER CONVINCERLO AD ARRENDERSI. Onoda, risbarcato in Giappone, venne accolto con tutti gli onori dal Governo.
Onoda però emigrò in Brasile come suo fratello Tishro, a causa delle difficoltà a riambientarsi; nel 1976 si sposò in Sudamerica. SUCCESSIVAMENTE SCRISSE ANCHE UN LIBRO (INTITOLATO NO SURRENDER: My Thirty-Year War nell'edizione inglese) circa i suoi anni nella giungla, divenuto un bestseller alla fine del XX secolo. Nel 1984 tornò in Giappone e fondò la scuola per bambini Shizen Juku Onoda ("Scuola Naturale Onoda"). Nel 1996 ritornò a Lubang, donando oltre 10.000 dollari a una scuola elementare.
http://it.wikipedia.org/wiki/Hiroo_Onoda


sabato 19 ottobre 2013

Escher. “Relatività” “Relativity”.…con le mie stampe, cerco di testimoniare che viviamo in un mondo bello e ordinato e non in un caos senza forma, come sembra talvolta. I miei soggetti sono spesso anche giocosi: non posso esimermi dallo scherzare con le nostre inconfutabili certezze. Per esempio, è assai piacevole mescolare sapientemente la bidimensionalità con la tridimensionalità, la superficie piana con lo spazio, e divertirsi con la gravità… E’ piacevole osservare che parecchie persone sembrano gradire questo tipo di giocosità, senza paura di cambiare opinione su realtà solide come rocce

Mi è accaduto durante le passeggiate solitarie per i boschi che circondano Baarn di fermarmi di colpo sui miei passi, colto da una sensazione allarmante, irreale e allo stesso tempo deliziosa: mi trovavo faccia a faccia con l’inspiegabile. Quell'albero davanti a me, come oggetto, come parte dei boschi, può non essere sorprendente. La distanza, lo spazio, che è tra di noi sembra, comunque, improvvisamente enigmatica. Non conosciamo lo spazio. Non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non lo sentiamo. Siamo in mezzo a esso, ne facciamo parte, ma non ne sappiamo nulla. Posso misurare la distanza tra me e un albero, ma quando dico “tre metri”, quel numero non svela in alcun modo il mistero. Vedo solo frontiere, segni; non vedo lo spazio vero e proprio. Il vento che soffia sul mio viso pungendomi la pelle, non è spazio. Quando tengo un oggetto tra le mani, non sento l’oggetto spaziale in sé. Lo spazio resta impenetrabile, un miracolo.
Maurits Cornelis Escher,  Esplorando l'infinito



 “…con le mie stampe, cerco di testimoniare che viviamo in un mondo bello e ordinato e non in un caos senza forma, come sembra talvolta. I miei soggetti sono spesso anche giocosi: non posso esimermi dallo scherzare con le nostre inconfutabili certezze. Per esempio, è assai piacevole mescolare sapientemente la bidimensionalità con la tridimensionalità, la superficie piana con lo spazio, e divertirsi con la gravità… E’ piacevole osservare che parecchie persone sembrano gradire questo tipo di giocosità, senza paura di cambiare opinione su realtà solide come rocce.” 
Maurits Cornelis Escher

Ed ecco quindi le prime ricerche testimoniate da opere come Ex libris (1922), Scarabei (1935); le grafiche suggestionate dai paesaggi italiani Tropea, Santa Severina (1931) dove Escher struttura lo spazio; Metamorfosi II (1940) una delle più lunghe xilografie a quattro colori mai realizzate per narrare una storia per immagini, in cui una scena conduce a quella successiva attraverso una sottile e graduale mutazione delle forme; le figure impossibili di Su e giù (1947) e di Belvedere (1958); le straordinarie tensioni dinamiche tra figura e sfondo nei fogli come Pesce (1963).

Accanto alle sue celebri incisioni – in mostra capolavori assoluti come Tre sfere I (1945), Mani che disegnano (1948), Relatività (1953), Convesso e concavo (1955), Nastro di Möbius II (1963) – saranno presentati anche numerosi disegni, documenti, filmati e interviste all’artista che mirano a sottolineare il ruolo di primo piano che egli ha svolto nel panorama storico artistico sia del suo tempo che successivo. [...]

La mostra è inoltre concepita come uno strumento e una “macchina didattica” che consente di entrare “dentro” la creatività di questo singolarissimo artista. Suggestive installazioni immergeranno dunque il visitatore nel magico modo di Escher. E’ evidente, e molto indagato, il rapporto che Escher ebbe con “il mondo dei numeri” – intendendo per tale quello della geometria (euclidea e non) e della matematica.  Non meno intrigante è la sua ricerca su spazio reale e spazio virtuale, ovvero sul come “ingannare la prospettiva”. Infine, ma non ultima, la conoscenza che Escher dimostra delle leggi della percezione visiva messe in luce dalle ricerche della Gestalt. [...]

Maurits Cornelis Escher nacque il 17 giugno 1898 a Leeuwarden ma crebbe nella città di Arnhem con quattro fratelli. Mauk, come venne soprannominato, prese da ragazzo lezioni di carpenteria e sebbene non fosse particolarmente brillante in matematica e scienze, assimilò dal padre ingegnere l’approccio metodologico dello scienziato. Una delle sue materie preferite fu subito il disegno al quale si dedicò durante gli studi alla Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem. Fu l’incontro con de Mesquita a stimolare in Escher l’interesse per la tecnica xilografica e le sue possibili sperimentazioni nella resa di effetti chiaroscurali e pittorici di grande raffinatezza. Al 1922 risale la sua visita a Firenze (primo di una serie di viaggi tra la Toscana e il sud d’Italia) e a Granada (dove visitò lo splendido palazzo di Alhambra) dai quali colse dettagli architettonici, decorativi e particolari inusuali che gli avrebbero fornito spunti per le sue composizioni. Nel 1935 si trasferì in Svizzera. E’ a partire dal 1937 che si osserva un profondo cambiamento: perde l’interesse per il mondo visibile, per la natura e l’architettura concentrandosi sulle proprie “visioni interiori” e realizzando un corpus significativo di straordinari giochi ottici, prospettive invertite, paesaggi illusionistici tra i più famosi. Trasferitosi nel 1941 con tutta la sua famiglia in Olanda continuò a lavorare intensamente fondendo le molteplici fonti di ispirazione che traeva dai suoi interessi (psicologia, matematica, poesia, fantascienza). Morì a Laren nel 1972.

venerdì 9 agosto 2013

Ermete Trismegisto. Tutto è legato con peso ordine e misura



Tutto è legato con peso ordine e misura
Ermete Trismegisto

Quella che noi chiamiamo heimarmene, o Asclepio, è la necessità di tutti gli eventi, i quali sono sempre legati l'uno all'altro per mezzo di vincoli che formano una catena ininterrotta."
Ermete Trismegisto

giovedì 18 luglio 2013

"Stai attento a come parli, Asclepio! Niente di ciò che esiste è vuoto, per il fatto stesso che esiste. Ciò che è, infatti, non potrebbe essere tale, se non fosse pieno del reale; il reale infatti non può mai essere vuoto. [...] La parola "bene" è usata da tutti, ma non tutti comprendono cosa essa sia. Per questo non tutti comprendono cosa sia Dio, e per ignoranza alcuni definiscono buoni gli dei e certi uomini, che non possono mai essere tali, nè divenirlo. Il bene infatti non può essere astratto da Dio, essendo da lui inseparabile, è Dio stesso. Tutti gli altri dei immortali sono onorati col nome di Dio, ma Dio è il bene, non per denominazione onirifica, bensì per natura; una sola infatti è la natura di Dio, ossia il bene, e uniti non formano che un solo genere, dal quale poi derivano tutti i generi. L'essere realmente buono è quello che dona tutto e che nulla riceve. Dunque Dio dona tutto e non riceve nulla. Dio è dunque il bene, e il bene è Dio".




"Stai attento a come parli, Asclepio! Niente di ciò che esiste è vuoto, per il fatto stesso che esiste. Ciò che è, infatti, non potrebbe essere tale, se non fosse pieno del reale; il reale infatti non può mai essere vuoto. [...]
La parola "bene" è usata da tutti, ma non tutti comprendono cosa essa sia
Per questo non tutti comprendono cosa sia Dio, e per ignoranza alcuni definiscono buoni gli dei e certi uomini, che non possono mai essere tali, nè divenirloIl bene infatti non può essere astratto da Dio, essendo da lui inseparabile, è Dio stesso. Tutti gli altri dei immortali sono onorati col nome di Dio, ma Dio è il bene, non per denominazione onirifica, bensì per natura; una sola infatti è la natura di Dio, ossia il bene, e uniti non formano che un solo genere, dal quale poi derivano tutti i generiL'essere realmente buono è quello che dona tutto e che nulla riceve. Dunque Dio dona tutto e non riceve nulla. Dio è dunque il bene, e il bene è Dio".
da Corpus Hermeticum, II


LA NATURA NON TOLLERA I VUOTI
Perso un amore ne arriverà un altro. Così è anche per il lavoro. E' una legge fisica:
i vuoti tendono a essere riempiti.
Da parte nostra non ci resta che agire con ottimismo e fiducia.
Il resto verrà da se.
Ruggero Dujani - medico saggista


L'ansia è sempre un vuoto che si genera tra il modo in cui le cose sono e il modo in cui pensiamo che dovrebbero essere; è qualcosa che si colloca tra il reale e l'irreale.
Charlotte Joko Beck, Niente di speciale

domenica 23 settembre 2012

Carlo Annibaldi. L’insoddisfazione è il motore della ricerca ma è anche il nostro cruccio e talvolta la nostra infelicità. Siamo infelici perché le cose belle “durano un giorno come le rose” o perché le rose più belle non si fanno cogliere. Siamo confusi e nell’ansiosa ricerca di un ‘traguardo’, pigliamo ‘fischi per fiaschi’ e l’autostima scivola sotto le scarpe.



L’insoddisfazione è il motore della ricerca ma è anche il nostro cruccio e talvolta la nostra infelicità. Siamo infelici perché le cose belle “durano un giorno come le rose” o perché le rose più belle non si fanno cogliere. Siamo confusi e nell’ansiosa ricerca di un ‘traguardo’, pigliamo ‘fischi per fiaschi’ e l’autostima scivola sotto le scarpe.
I nostri rapporti interpersonali, se li guardiamo da vicino, si muovono su diversi livelli. Dai più superficiali, che ci consentono di indossare la maschera che abbiamo preparato fin dall’infanzia per sentirci sempre a nostro agio, ma che mai ci soddisfano, poiché lasciano fuori dal rapporto quasi tutto, a quelli più importanti, dove ci illudiamo un po’ di essere “noi stessi” per il fatto che ci danno modo di ‘sperimentarci’, di vivere dimensioni diverse e più intime e dentro le quali facciamo la conoscenza soprattutto di noi stessi, per mezzo dell’altro. Questi ultimi sono i rapporti che costellano la nostra vita e che per certi versi abbiamo ritenuto appaganti per il fatto che ci hanno maturato, ci hanno consentito, attraverso il confronto, di conoscere come ‘funzioniamo’, di conoscere cosa ci serve e quello di cui possiamo fare a meno. Soprattutto ci hanno consentito di sperimentare le nostre capacità affettive, di accoglienza e di donazione di noi stessi. Se immaginiamo il cielo di notte, possiamo vedere zone ricche di stelle e costellazioni e ampie zone di buio denso. Sappiamo che quelle zone sono tutt’altro che prive di stelle luminose, semplicemente sono troppo lontane da noi per poterne cogliere la luce. Ebbene noi, o meglio, l’essenza della nostra vita, è quel cielo stellato, con stelle luminosissime, addirittura grandi pianeti e galassie zeppe di stelle, ma anche enormi spazi bui, inesplorati
A ben guardare, tutta la nostra vita è un tendere a quegli spazi bui, a conoscerne i segreti e la luce che vi è racchiusa. A questo scopo adottiamo le più disparate strategie, cadiamo, ci rialziamo, confondiamo e siamo confusi, tentiamo scorciatoie e sperimentiamo Ci illudiamo e deludiamo, spendiamo insomma enormi quantità di energia psichica in questo “tendere a…”. Inevitabilmente questa ricerca, che è stata chiamata in mille modi, ruota intorno ai rapporti, per il fatto che su tutto domina una certezza profonda: siamo incompleti, spaccati, divisi e allora il completamento ci giunge dall’unione con l’altro da noi. Si passa talvolta una vita intera a cercare l’altro “adatto” al completamento, accumulando errori su errori, delusioni su delusioni. Il motivo di tutti questi disastri che costellano le nostre vite bisogna probabilmente cercarlo molto vicino a noi. 
Se guardiamo una cucciolata ai primi giorni di vita, vediamo bene l’affannarsi dei cuccioli alla ricerca del capezzolo, ma i loro occhi sono ancora chiusi, il loro olfatto e il loro udito è ancora immaturo e allora ciucciano qualsiasi cosa si trovano davanti alla bocca, con evidente disappunto. Saranno sufficienti pochi giorni e quei cuccioli diventeranno dei veri esperti su come procurarsi tutto ciò che a loro serve. Il nostro affannarci nella vita talvolta somiglia davvero tanto a quella cucciolata nei primi giorni. Per avere l’appagamento non basta cercare, ma serve di avere a disposizione tutti gli strumenti che ci consentano di trovare. Tanto più che la nostra natura di esseri assai evoluti ci spinge a cercare molto in alto e allora è necessario equipaggiarsi alla grande.
La maggioranza dei nostri rapporti interpersonali sono nel quotidiano e sono dei ‘rapporti maschera’. Nulla di strano e anzi del tutto fisiologico questo allacciare rapporti che siano utili alla nostra vita sociale, al nostro lavoro, alla nostra efficienza nel ‘fare’. Sappiamo che la nostra vita è anche un grande gioco di ruolo che entra a pieno titolo nella formazione degli equilibri. Il problema, direi anzi la patologia, è solo di coloro che si identificano nella maschera che indossano e dunque passano la vita dentro un gioco di ruolo. Purtroppo queste persone sono escluse dalla possibilità di una vita piena, non cercano in realtà nulla e spendono tutte le energia al mantenimento e abbellimento della maschera. Poveretto chi ci capita, verrebbe da dire, e comunque sono esclusi, anzi autoesclusi, dal discorso che stiamo cercando di fare qui oggi. Torniamo dunque a coloro che, in sintonia con il destino di crescita riservato alla specie umana, non si accontentano, ma cercano e si attrezzano con strumenti adatti.
L’insoddisfazione è il motore della ricerca, ma è anche il nostro cruccio e talvolta la nostra infelicità. Siamo infelici perché le cose belle “durano un giorno come le rose” o perché le rose più belle non si fanno cogliere. Siamo confusi e nell’ansiosa ricerca di un ‘traguardo’, pigliamo ‘fischi per fiaschi’ e l’autostima scivola sotto le scarpe. Come rimedio a questo dispendio di energie che può condurre la nostra vita ad essere vissuta come un vero ‘disastro’, proviamo innanzitutto a considerare il percorso più importante del traguardo. Dico questo perché, come vedremo più avanti, il traguardo è davvero lassù in mezzo al cielo, in quel punto che ci appare più nero. Può non essere sufficiente una sola vita, può essere che gli affanni della vita quotidiana disperdano molte energie, può essere che incontri sbagliati ci facciano perdere tanto tempo. Comunque sia, dovremmo abituarci a pensare che una vita è ben spesa non in virtù dei traguardi, ma dei percorsi di crescita individuale, poiché solo quelli ci aprono di volta in volta orizzonti nuovi da esplorare, nuove possibilità che credevamo ci fossero precluse. Un’altra importante forma pensiero che dovremmo fare nostra è che è la mente ad avere bisogno di ordine, non l’Universo, dove anzi regna il caos, e allora, se ci accingiamo ad esplorare il nostro Universo interiore alla ricerca della pienezza e della ‘felicità’, non dovremmo mettere in valigia le nostre classiche categorie mentali, non ci serviranno.
Le tipiche categorie mentali che ci sono di aiuto nella vita di ogni giorno, diventano improvvisamente zavorra ingombrante quando esploriamo territori sconosciuti di quanto ci appartiene e che vogliamo conoscere un po’ per avere una vita piena e consapevole. Mi riferisco alle rigide categorie spazio-tempo, maschile-femminile, bene-male.
Dato che la maggioranza degli individui considera il rapporto di coppia come la base di ogni altra considerazione, dobbiamo partire dalla coppia per capire le aspirazioni deluse e le cosiddette “vite sprecate”. Nel modo di vedere le cose che sto descrivendo, il rapporto tra un uomo ed una donna e gli istinti che lo governano, non hanno solo i fini riproduttivi di specie come per gli altri animali e come la dottrina cattolica ci spiega da secoli. Sarebbe così se l’essere umano fosse un animale fra gli altri nel creato, ma non è così semplice. Infatti l’evoluzione della specie umana è andata verso un tale sviluppo delle parti alte della psiche e dunque della coscienza, da differenziarsi enormemente dal resto del mondo animale, anche nei fini. Il fine di un essere umano evoluto non può essere ristretto alla soddisfazione dei bisogni primari, altrimenti si troverebbe nella condizione del leone, che quando ha mangiato e riposato, si adopera a cercare nuovamente il cibo, allo scopo di mantenere la sua forza, che gli serve a procreare e cercare il cibo. L’essere umano invece, quando ha soddisfatto i bisogni primari, si mette a pensare, si fa domande, tende all’evoluzione e alla comprensione di sé e dell’Universo
Nelle persone più evolute, il rapporto di coppia è considerato la via maestra che più alla svelta di altre porta alla conoscenza di sé e delle umane cose. La stessa strada, essendo carica di queste aspettative, è inevitabilmente lastricata di delusioni, conflitti e amarezza. Spesso viviamo l’attrazione fra individui e il tentativo di farne una coppia, come il mattone per costruire il mondo, dentro e fuori di noi; ebbene il carico si mostrerà presto eccessivo e i progetti spesso inconciliabili. Proviamo per un momento a non trascurare il fatto che in media gli individui hanno una scarsa conoscenza di sé e dei propri meccanismi. Consideriamo che nelle loro scelte sono scarsamente volitivi e più che altro sospinti da pulsioni non decifrate poiché inconsce. In questa luce possiamo considerare gli innamoramenti che costellano la nostra vita come proiezioni del nostro alter-ego contro sessuale affondato nell’inconscio su una figura esterna, che in quel momento si mostra ‘adatta’ ad accogliere e riflettere la proiezione. A queste operazioni proiettive, del resto ampiamente sfruttate nei setting terapeutici, sono annesse grandi quantità di energia, capace dunque di ‘trasformare’ gli individui, generando quel miglioramento della personalità cui tutti aspiriamo. Trattandosi di proiezioni di contenuti che appartengono più a noi che all’altro, quando si accendono le luci in sala, appare in tutta evidenza il telone bianco che abbiamo di fronte, con tutte le immaginabili conseguenze. Si tratta però di tappe importanti nel percorso di conoscenza di se stessi e fanno parte delle esperienze fondamentali dell’Umanità e come tali probabilmente imprescindibili, se intendiamo la vita come percorso di crescita individuale e collettivo.
Gli ‘spazi dell’Anima’ sono dunque il luogo della nostra ricerca e delle nostre aspirazioni alla Conoscenza e il rapporto di coppia e gli incontri sessuali connessi, sono inconsciamente considerati le ‘scorciatoie’ al nostro completamento tramite la ricongiunzione degli opposti. Ma questo è un traguardo e allora non dovremmo disperarci troppo per gli insuccessi, poiché forse mai come in questo caso dovremmo considerare il viaggio più importante della meta. 
Il grande ricercatore C.G. Jung, alla cui Opera tutta questa mia relazione di oggi si ispira, descrisse i rari e fortunati casi di quelle che lui stesso chiamò ‘Coppie Anima’. Queste coppie di individui, generalmente un uomo e una donna, ma non necessariamente, hanno avuto dalla vita l’opportunità di ‘saltare’ tante tappe evolutive poiché il loro incontro avviene a livello di Anima, dunque un incontro fra archetipi e solo secondariamente fra individui. In questi incontri non hanno senso le differenze e le categorie mentali usuali, poiché ci troviamo nella dimensione inconscia collettiva, dove i conflitti sono risolti, gli opposti ricongiunti, dove l’età cronologica non ha senso, dove i generi maschile e femminile appartengono per intero a ciascun elemento della coppia, con possibilità di interscambio inusuale dei ruoli, che è l’essenza dell’intimità vera. Si vede bene che stiamo anche ora parlando del traguardo, il fine evolutivo delle nostre affannose ricerche, la costellazione in quegli squarci di cielo buio. Alcuni fortunati vivono il loro incontro in uno spazio 
Anima compiuto, come fosse cosa di questo mondo, come in effetti è per chi ha occhi per vederla e verso cui tutti, pur senza spesso averne coscienza.

martedì 28 agosto 2012

Wolfgang Goethe. L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé

"L’Italia è un paese nemico della cultura e mal governato da tempo immemorabileGoethe lo definì un paese bello e inutile, oggi è solo inutile, visto che diventa di giorno in giorno sempre più brutto […]. L’Italia è un paese che non ha rispetto di sé ed è disastrosamente impari al proprio passato. Gli italiani, con le debite eccezioni, non sono il miglior popolo del mondo; sono un popolo molto pressappochista e presuntuoso con dei geni isolati e spesso bistrattati. È inutile starsi a sciacquare la bocca con la romanità e con il Rinascimento: è roba vecchia e irrimediabilmente passata – roba che gli italiani, tra parentesi, non conoscono, salvo rare eccezioni. Credo che per un intellettuale una delle peggiori disgrazie sia quella di nascere in Italia. Mi attirerò molti nemici ma è quello che penso, e lo penso con molto dolore."
Brano di un’intervista a Riccardo Reim,1953 – 2014, attore, regista, drammaturgo, apparsa su Il Giornale di Letterefilosofia.it


L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. Onestà tedesca ovunque cercherai invano,  c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;  ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé. 
Wolfgang Goethe


Non ci deve abbattere il pensiero che la grandezza è passeggera; ma piuttosto, riflettendo che il passato è stato grande, dobbiamo acquistar coraggio per produrre anche noi qualcosa di notevole, che a sua volta, anche quando sarà caduto in rovina, ecciti i posteri a una nobile attività, come non hanno mai mancato di fare i nostri predecessori
Johann Wolfgang Goethe. Parlando di Roma. 


Oggi sono stato alla Ninfa Egeria, poi alle Terme di Caracalla e nella Via Appia a vedere le tombe ruinate e quella meglio conservata di Cecilia Metella, che dà il giusto concetto della solidità dell'arte muraria. Questi uomini lavoravano per l'eternità ed avevano calcolato tutto, meno la ferocia devastante di coloro che sono venuti dopo ed innanzi ai quali tutto doveva cadere
Johann Wolfgang Goethe. Viaggio in Italia, 1786






Johann Wolfgang von Goethe è nato Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749.
Goethe non era assolutamente portato per i viaggi non visitò mai le grandi capitali europee; il solo paese in cui soggiornò a lungo fu l'Italia. Perché, chiederete voi?

Il suo viaggio in Italia inizia, in gran segreto, alle tre di mattina del 3 settembre 1786, da Karlsbad, dove il poeta e scrittore si trova per accompagnare in villeggiatura il suo mecenate, committente e datore di lavoro, il duca Carlo Augusto di Sassonia-Weimar.
All'inizio viaggia sotto il falso nome di Giovanni Filippo Moeller: non vuole essere riconosciuto, per godersi il viaggio senza dover rendere conto a nessuno. Per molto tempo nemmeno sua madre e i suoi amici più stretti hanno notizie di lui. Viaggia con poco bagaglio, su una carrozza di posta, con una valigetta e uno zaino di pelo di tasso.

Questo viaggio è una specie di fuga.
Dal 1775 Goethe ha lavorato come precettore del diciottenne Karl August, duca di Weimar.
Nel suoi dieci anni a Weimar, grazie alle sue straordinarie capacità di organizzatore e amministratore, ha trasformato la piccola capitale in un vivace centro culturale, attirando alcuni fra i migliori ingegni del tempo.
Ma il lavoro come ministro a Weimar, dopo più di dieci anni, ha soffocato la sua creatività.
L'Italia, come per molti altri letterati e artisti, rappresenta il sogno, l'Italia classica della Magna Grecia e dei Romani; qui spera di poter rinascere come artista.
Ma fugge anche da un amore, che da undici anni lo tiene prigioniero.
A Weimar infatti ha intrecciato un'appassionata, ma assolutamente platonica (non certo per volere di Goethe), storia d'amore con Charlotte von Stein, moglie del maestro di scuderia del duca di Sassonia-Weimar e madre di sette figli.
Charlotte ha sette anni più di lui ed è una vera gran dama colta, elegante, affascinante e....sigh... virtuosa! Questa musa di grande fascino e intelligenza, gli ispira liriche e ballate, ma, a parte questo, nisba.
Anche lei si diletta a scrivere in prosa e in versi, seppur con risultati non eccelsi.
Così scrive Pietro Citati nella prefazione alle «Lettere alla signora von Stein»:
«L'amore di Charlotte aveva rinchiuso Goethe in un cerchio troppo esclusivo; mille rughe avevano scavato il loro solco dentro il suo animo: lo spirito si era irrigidito; mentre la rassegnazione nascondeva le gioie e i dolori nel grigiore della consuetudine».

Il sommo tedesco le scrive migliaia di lettere dal tono enfaticamente romantico, come per esempio questa:
Il tuo amore è per me come la stella della sera e quella dei mattino: 
tramonta dopo il sole e sorge prima di esso.
Come la stella polare che non tramonta mai, 
e intreccia sopra le nostre teste una corona eternamente viva.
Prego gli dèi che mi concedano di non veder mai oscurato il cammino della mia vita”.

Solo durante il suo soggiorno in Italia, Goethe le invia la bellezza di 1600 lettere.
Quando parte di soppiatto nottetempo, il nostro Johann Wolfgang ha appena compiuto 37 anni e ancora non conosce le gioie dell’amore fisico.
Assetato di bellezza e di classicità, visita Trento, Verona, Padova; a Venezia vede per la prima volta il mare e definisce la città “una repubblica dei castori”.
Arriva a Roma a tappe forzate dedicando, incredibilmente, appena tre ore a Firenze.
Si sente subito a casa e si comporta come se non fosse mai vissuto da un altra parte.
Prende in affitto un bell’appartamento in centro e frequenta artisti e intellettuali tedeschi.
Fa amicizia anche con Vincenzo Monti.
Si rimette in viaggio verso sud e visita Napoli, Pompei, Ercolano e la Sicilia, che lo entusiasma e gli ispira questi versi:
Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,
Una brezza lieve dal cielo azzurro spira,
Il mirto è immobile, alto è l’alloro!
Lo conosci tu?

Dalla Sicilia torna a Napoli, dove sale sul Vesuvio e poi eccolo nuovamente a Roma, all’inizio di giugno, qui si ferma per quasi un anno, anche perché finalmente riesce a perdere la sua attempata verginità con una popolana, bruna, formosa, dai grandi occhi fieri e vellutati, molto più giovane di lui, scoprendo che l’amore platonico con gran dame sposate e virtuose non è poi tutta ‘sta meraviglia.
Probabilmente la Faustina, delle “Elegie romane” è appunto questa bella romana, ed è di lei che parla in questi versi:
Ma di notte Amore m’impegna in altro modo; 
Imparo solo a metà, eppure sono due volte felice. 
E non m’educo forse spiando le forme del seno 
e guidando la mano giù per i fianchi?”.

E qua il nostro poeta si prende qualche bella soddisfazione, scrivendo a Charlotte von Stein: «A Weimar non mi era mai successo di sentirmi così bene, come qui, per sedici giorni di fila» (Tié!!!).
In Italia il grande scrittore sta finalmente vivendo: libero dagli impegni di lavoro presso il duca e dalla piccola vita ordinata di Weimar, si muove secondo l' estro del momento, godendosi il paesaggio, la natura, il clima, le città e i piccoli villaggi incontrati lungo la strada, affascinato perfino dall'aria che respira, in preda ad una seconda giovinezza che lo riempie di entusiasmo e di voglia di scrivere. «Sono diventato un' altra persona» scrive continuamente agli amici in Germania, e anche a Charlotte, pur tentando, con lei, di essere un po’ più diplomatico.
Comunque, alla fine della fiera, non pago di aver dedicato ben dieci anni della sua vita ad adorare la signora Von Stein, e illudendosi di avere finalmente qualche speranza, decide, se pur con il cuore molto addolorato, di lasciare l’Italia, e la sua appassionata Faustina, poveretta.
Torna a Weimar, dove la tremenda Charlotte lo accoglie gelidamente, dimostrando interesse pressoché zero per i suoi racconti del “paese dove fioriscono i limoni”.
Ma a questo punto il nostro poeta ha imparato la lezione: è passato solo un mese dal suo ritorno quando incontra al parco un’altra bella popolana dai riccioli neri, Christiane Vulpius, 23 anni come Faustina, ex operaia in un fabbrica di fiori finti. Senza dire ne a ne ba, in quattro e quattro otto la sistema di nascosto, nella sua casa di campagna, ma presto, alla faccia delle malelingue, la porta a vivere nella sua residenza di Weimar. Al contrario di Charlotte, Christiane è un po’ volgarotta, sa a stento leggere e scrivere e si veste sempre di abiti vistosi e colorati.
Quando la signora von Stein viene a sapere, per ultima e non dal diretto interessato, che il suo platonico amante si è portato a casa la Vulpius, si offende a morte e rompe i rapporti con Goethe.
Da allora e per tutta la vita, comunque, Christiane si occuperà di lui e della casa, diventando la madre dell' unico figlio del poeta. Dopo 18 anni di convivenza, alla fine, si sposeranno.

L’esperienza nel nostro paese è raccontata nel libro “Il viaggio in Italia”, che è stato pubblicato, dopo molte revisioni e modifiche, molti anni dopo il viaggio. È un libro molto interessante e insolito. Non è tanto una descrizione del paese, ma una raccolta di impressioni personali sull’Italia e sulla gente, con riflessioni originali su arte, cultura e letteratura.
Tra l’altro Goethe ritornò in Italia una seconda volta ma non riuscì a rivivere le stesse impressioni, anzi fu colpito soprattutto dal disordine e dal cattivo funzionamento delle cose pubbliche.

Negli “Epigrammi veneziani” così scrive:
L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,
ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole.
Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo invano,
c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina;
ognuno pensa solo per sé, è vanitoso, diffida del prossimo,
e i capi dello Stato, pure loro, provvedono solo per sé stessi.
È bella questa terra; ma, oh! non ritrovo più Faustina. 
Non c’è più l’Italia, quella che ho lasciato con dolore.”

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