Visualizzazione post con etichetta Valore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Valore. Mostra tutti i post

martedì 6 agosto 2013

Alessandro Magno incontrò Diogene, che era un mendicante nudo, possedeva solo una lampada – quella era la sua unica proprietà – che teneva accesa perfino di giorno. Ovviamente si comportava in modo strano e anche Alessandro dovette chiedergli: “Perchè tieni accesa questa lampada durante il giorno?” Lui alzò la lampada, guardò Alessandro in viso e disse: “Giorno e notte, cerco un vero uomo…e non lo trovo.”




ALESSANDRO MAGNO
Aveva una maledetta fretta, Alessandro il macedone, di arrivare lontano, più lontano che si poteva. Come se fosse in qualche modo consapevole che il tempo a sua disposizione era poco, molto poco. Ed infatti fece tutto in una decina d’anni: organizzò la falange macedone, che già suo padre Filippo II aveva strutturato ed usato con profitto contro i greci, la rese uno strumento militare irresistibile, e partì alla conquista del mondo. E nulla gli resistette, e nessuno, e solo la stanchezza dei suoi soldati lo costrinse a fermarsi. Era arrivato sulle rive del fiume Indo, ma lì ci fu un mezzo ammutinamento delle truppe, e dovette lasciar stare. Arrivato nella regione che oggi chiamiamo Afganistan, dovette affrontare i problemi che hanno molti secoli dopo inguaiato prima i russi e poi gli americani. Lui pensò di risolvere la questione, sposando la principessa locale Rossane, e costringendo un certo numero di suoi ufficiali a darsi una moglie afgana: la soluzione era la fusione dei due popoli. Ma lungo il suo cammino forsennato aveva seminato mogli figli e città, chiamate Alessandria (era un modesto il nostro) la più famosa delle quali è Alessandria d’Egitto. Nell’opera di fondazione si avvalse dei principi architettonici ed urbanistici adottati da Ippodamo di Mileto, quando un secolo e mezzo prima ricostruì la sua città, che era stata distrutta dai persiani all’inizio delle guerre persiane (499 a.C.). e l’aveva fatto per la prima volta nella storia servendosi di un piano regolatore, studiato a tavolino e disegnato su carta: l’urbanistica diveniva quasi una scienza.
Suo padre, Filippo II, era re della Macedonia, una regione greca che i greci non sentivano nemmeno tanto greca, lassù nel nord alla periferia del mondo che contava. Ma i greci dovettero subire la conquista di Filippo, nonostante la sorda e tenace opposizione dell’oratore ateniese Demostene. Aveva una tibia più corta dell’altra, e questo ha consentito pochi anni fa di attribuirgli una tomba ritrovata a Vergina, nel nord della Grecia: nel ricco corredo funebre c’erano anche due schinieri (nel calcio si chiamerebbero parastinchi), ed uno è più corto dell’altro. Filippo aveva sposato Olimpiade, una principessa dei molossi (Epiro, Albania), sorella maggiore del re dei molossi Alessandro I. Questi sposò Cleopatra, sorella del giovane Alessandro futuro Magno, così che Alessandro il molosso era nello stesso tempo zio e cognato del futuro Magno. [...]
Ma da dove nasce l’idea nella testa di Alessandro di conquistare il mondo? Schematicamente:
1. La sua ambizione sfrenata. Si dice che dormisse con la testa appoggiata all’Iliade, il poema di Omero, che cantava la gloria di Achille, di cui Alessandro voleva apparire emulo. Nel suo folle volo si fece accompagnare da storiografi, pittori (Apelle) e scultori (Lisippo), destinati a magnificare le sue epiche gesta. [...]
2. L’oratore Isocrate. In occasione dei giochi atletici di Olimpia si svolgevano anche veri e propri festival di oratoria, con premi e gloria. In una tale circostanza Isocrate presentò il suo Panegirico, orazione di elogio di Sparta (milizia) e di Atene (cultura e civiltà). Vi si sosteneva la superiorità della civiltà greca rispetto alle altre, specie quella persiana. Da ciò derivava ai greci il diritto di conquistare ed assimilare i popoli inferiori, ed il dovere di innalzarli ai loro livelli di civiltà. Insomma allora per la prima volta trovò sistemazione ideologica il pensiero dei diversi livelli tra le civiltà, che ha messo radici profonde in Europa, e spesso è stato un fasullo argomento del diritto/dovere degli europei e degli occidentali a portare civiltà e democrazia altrove. Poi magari s’è rubacchiato un po’, ma insomma ci devono sempre ringraziare! Così Alessandro “portò” la civiltà in Persia, con corredo di morti distruzione e delizie varie, tipiche di tutte le guerre. Ed Isocrate nella circostanza fu solo il brillante interprete di un sentimento diffuso in Grecia.
3. All’inizio del IV secolo a.C. la Persia fu travagliata da una grave crisi dinastica. Il legittimo re, Artaserse, dovette fronteggiare per un paio di volte delle trame eversive ad opera di suo fratello minore, Ciro il giovane, chissà perché preferito dalla loro madre. Scoprì la prima ed arrestò il fratello, che si salvò ottenendo il perdono grazie alla madre. Per tutto ringraziamento ci riprovò, organizzando un contingente armato, in cui erano arruolati anche diecimila mercenari greci. Ci fu la battaglia (Cunassa), nella quale il giovane Ciro morì. Che fare con questi diecimila greci armati? Artaserse convocò i capi del contingente, per venire ad un accordo, e li ammazzò tutti. I greci, rimasti senza capi ed in un territorio nemico ostile e sconosciuto, scelsero come loro guida lo storiografo Senofonte, anch’egli della partita: nei momenti difficili gli intellettuali e la cultura non fanno più storcere il nasino, ma se ne riconosce il ruolo di guida. In tempi normali o ritenuti tali, ma di profonda crisi, ci si affida a Maria De Filippi, tanto per fare un nome, o all’Uomo Della Provvidenza, che affossa ancor più gli incauti cittadini. E Senofonte con un’epica marcia, descritta nel suo libro intitolato “Anabasi” (=Ritorno), li riportò in patria. Cosa c’entra questo fatto? C’entra, perché i mercenari greci poterono muoversi con relativa libertà nel territorio del (presunto) potente impero persiano, dimostrandone l’intima fragilità. Qualche tempo dopo, un re spartano, Agesilao, si mosse da padrone nel territorio persiano, confermando nei greci la convinzione che la Persia fosse ormai un frutto maturo, e bastasse solo coglierlo. Ed Alessandro lo colse. Gli ci vollero tre battaglie condotte alla grande (Granico, Gaugamela, Isso), eliminò il re nemico Dario III e ne catturò l’intera famiglia, trattandola però in modo principesco.
In ogni territorio appena conquistato Alessandro insediò un suo luogotenente, ed andava avanti, con il disegno di riprenderseli tutti, una volta finita l’azione di conquista. Ma nel 323 morì molto giovane (malaria?), ed i suoi luogotenenti (detti Diadochi) si tennero i territori di competenza, fondando delle vere e proprie dinastie (regni ellenistici), in continua guerra tra loro per sopraffarsi, ottenendo solo un effetto di indebolimento, che consentì ai romani di papparseli tutti con relativa facilità
Divenne un esercizio di scuola, quasi, per i romani dibattere se in un ipotetico scontro tra romani ed Alessandro avrebbe vinto lui o i romani stessi. Ed arrivarono a definire l’ipotesi secondo me giusta: Alessandro era indispensabile per la sua creatura, mentre il popolo romano poteva prescindere dai suoi grandi condottieri, perché la sua forza stava nelle istituzioni ed in un popolo che condivideva nel profondo il progetto di ingrandimento della città nel mondo.
Cosa restò di Alessandro? Intanto il progetto di impero universale, ripreso e reso reale dai romani. E poi la diffusione della cultura greca in tutto il bacino mediterraneo, civiltà che noi denominiamo ellenistica, primo esempio di globalizzazione economica e culturale della Storia; e la città di Alessandria, autentico centro motore della cultura mediterranea. Ad Alessandria si seguì il piano regolatore per la sua fondazione; ad Alessandria si costituì la prima biblioteca pubblica della nostra storia, intesa non come polveroso deposito di libri, ma cuore pulsante per la conservazione valorizzazione delle opere antiche e la creazione di nuove; ad Alessandria la cultura prese la via delle specializzazioni e dello sviluppo scientifico; ad Alessandria si costruì il primo odeon, edificio per la musica; ad Alessandria la cultura da orale, che era sempre stata, divenne scritta, nel senso che la diffusione avviene attraverso uno strumento non nuovo, il libro, ma concepito in modo nuovo, come oggetto di cui appropriarsi, leggere e gustare a casa (ma era roba da ricchi: però il principio, ogni principio, una volta affermato, può avere sviluppi impensati), con nascita e sviluppo di un altro genere di attività economica, l’editoria. All’imboccatura del porto di Alessandria c’è un’isoletta, e su quell’isoletta costruirono la prima lanterna marittima della storia, che fece da modello in seguito a tutti i porti, per l’aiuto alla navigazione notturna. Dimenticavo: quell’isola si chiama FARO.
Un suggerimento: leggersi la poesia di Pascoli ALEXANDROS.



Est contro Ovest.
Due eserciti si ritrovarono per decidere le sorti del mondo allora conosciuto: da una parte i macedoni di Alessandro, dall'altra un orda sconfinata capeggiata dal Re dei re Dario di Persia.
Con un capolavoro tattico il condottiero macedone riuscì ad ovviare la soverchiante superiorità numerica persiana: lasciata la sinistra dello schieramento a Parmenione con il compito di trattenere la destra persiana, Alessandro con la sua destra allungò la sinistra nemica per evitare l'accerchiamento.
A un segnale convenuto si sganciò dallo schieramento per sfruttare il buco che si era creato tra il centro e la sinistra persiana. Il suo obbiettivo era Dario in persona.
Formò quindi una freccia, del quale lui stesso era la punta e si lanciò coraggiosamente verso la retroguardia persiana, dove stava il re. Fu un successo totale.
Dario fuggì intimorito, e presto tutte le altre truppe fecero altrettanto.
L'inseguimento fu impedito solamente dalla difficile situazione di Parmenione, al quale Alessandro dovette dare il suo aiuto. Nulla toglieva comunque a una battaglia che decise le sorti del mondo.
Alessandro, a soli 25 anni, divenne così il signore del 90% delle terre allora conosciute. #renovatioimperii



RITRATTI: ALESSANDRO MAGNO
Nato a Pella nel 356 a.C. da Filippo II, re macedone, e Olimpiade, fu educato dal filosofo Aristotele, che gli insegnò la medicina, la scienza, l'arte e il greco. Salì al trono nel 336 a.C. e durante il suo regno, conquistò l'intero impero persiano, giungendo fino all'India e ai confini della Cina. Tra le battaglie che combatté le più famose furono Granico, Isso, Gaugamela. Il suo successo militare fu reso possibile dalla falange macedone, dalla sua straordinaria intelligenza militare e dal forte ascendente che aveva sui soldati, a fianco dei quali combatteva, senza sottrarsi alle asprezze della guerra. Morì nel 323 a.C. (tre anni dopo l'amato cavallo Bucefalo) a Babilonia, forse per una pancreatite acuta dovuta alle eccessive libagioni di quel giorno, ma fu sepolto ad Alessandria, città fatta costruire da lui stesso. La sua tomba fu visitata da Augusto, che, dopo aver posto una corona d'oro e dei fiori sopra il corpo del macedone, si rifiutò di vedere anche la salma di Tolomeo, dicendo che desiderava vedere un re, non dei cadaveri. D'aspetto era tarchiato, aveva una voce aspra, capelli crespi e occhi di colore diverso. Inoltre aveva poca barba, segno di virilità a quei tempi: perciò introdusse l'usanza di radersi, a cui costrinse i suoi dignitari per non sfigurare tra loro. Il suo mito, alimentato anche dalla capacità di Alessandro di farsi propaganda, viaggiò attraverso i secoli fino a noi: è l'unico personaggio antico che Warhol abbia ritratto e
persino gli Iron Maiden, nel 1986, gli dedicarono la canzone Alexander the Great, che inizia con le leggendarie parole del padre Filippo II: "My son, ask for thyself another kingdom,
for that which I leave is too small for thee". Potenza del mito!

https://youtu.be/fd5T2xX95Os

Straordinaria sequenza tratta dal capolavoro di Oliver Stone,
in cui Alessandro Magno viene colpito e cade dal suo cavallo Bucefalo.





https://youtu.be/OGL_L0fok10












Alessandro nacque nel 356 a.C.
Figlio di re Filippo di Macedonia, famoso per essere un grande stratega, bevitore, festaiolo e donnaiolo tutto contemporaneamente e di Olimpia, una madre che era tutto un programma, crebbe felice e libero di fare sempre quello che voleva cercando di non sfidare troppo le ossessioni della mamma che lo tormentarono sin da piccolo.
Olimpia era bellissima, intelligente, ovviamente principessa, un’invasata con i riti Dionisiaci, danze, preghiere e oracoli dalla mattina alla sera fino a portarsi a letto serpenti ammaestrati. Pure lei sempre tutto contemporaneamente.

In pratica il piccolo Alessandro aveva due genitori che erano tranquilli solo quando dormivano.
Anzi no.

La bella mamma, un giorno, andò dicendo che durante una notte fu colpita da un fulmine mandato da Ammone trasformatosi poi in serpente, tanto per rimanere in tema di animali domestici preferiti, e con lei concepì proprio Alessandro.

Dopo quella storia, Filippo si guardò bene dal frequentare ancora la moglie e se ne cercò un’altra meno pericolosa e un po’ più normale. Quando Alessandro iniziò a diventare grandino e ogni tanto si comportava da invasato, si convinse che suo figlio qualcosa di divino forse ce lo aveva sul serio.

Due genitori che non erano proprio un modello di normalità e di equilibrio, miracolosamente, non si capisce come, gli diedero come maestro nientepopodimeno che Aristotele.

Diciamocelo pure, senza dubbio Alessandro aveva del talento tutto suo, riuscire ad emergere in una famiglia del genere bisognava essere bravi per forza.

Aristotele avrà fatto il resto.

A complicare una giovane personalità in crescita e che non fece che rafforzare le manie del ragazzino, ci fu la lontana discendenza bis-bis centenaria di Olimpia, che si diceva nipote di Achille.

Già a 15 anni dichiarava che alle Olimpiadi, lui che era velocissimo a correre, non ci sarebbe andato a meno che gli altri concorrenti non fossero stati tutti dei re.

Era tanto sicuro delle sue capacità che iniziò a lamentarsi che il padre non faceva altro che conquistare popoli e terre a destra e a manca senza così lasciare a lui niente da fare quando avrebbe ereditato il regno.

Ma alla fine lo ereditò.

Aveva 20 anni.
E adesso che si fa? pensò aggrottando le sopracciglia.
Sellò Bucefalo.

Dopo aver sistemato i territori della Grecia con alle spalle un regno piuttosto stabile si dedicò anima e corpo al suo sogno e alla sua cavalcata ventre a terra verso deserti sconosciuti.

Spinto da oracoli che lo favorivano e che lo volevano il conquistatore del mondo si fermò a Troia sulla tomba di Achille e tutto nudo le corse intorno osannando le sue gesta.

L’esercito lo guardò dall’alto della collina, pensando certamente che la testa non ce l’avesse proprio a posto, ma fino ad allora le sue vittorie lampo e la fuga di Dario davanti al loro esercito dovevano essere un segno che gli dei lo amavano nonostante fosse così strampalato.

Finita la sceneggiata galoppò verso sud, arrivò in Egitto, pregò il suo papà divino Ammone, gli costruì un tempio più grande, fondò Alessandria e ripartì.

Ogni tanto cambiava cavallo perché Bucefalo invecchiava più velocemente di lui perciò preferiva usarlo solo in battaglia.

Una volta gli fu rubato.

Con una divinità per capello minacciò l’ambasciatore che era venuto a chiedergli il riscatto, che se non glielo riportava nel giro di due minuti, avrebbe sellato un altro cavallo, sarebbe andato a casa sua, avrebbe ucciso tutta quanta la sua famiglia, nonne e nonni compresi e già che c’era avrebbe raso al suolo tutto il villaggio.

Bucefalo gli fu restituito in un nanosecondo insieme alle chiavi del villaggio

Arrivarono fino in Pakistan. In dieci anni conquistò tutto quello che ebbe davanti. Fondò una decina di altre Alessandrie e anche una Bucefalia quando il suo amato destriero decise di lasciarlo a piedi.

Si svegliava la mattina, guardava l’orizzonte e diceva:

Voglio andare là.

Là dove?

Non lo sapeva neanche lui.

Lui partiva per seguire il suo sogno, non l’impresa.

E tutti quanti dietro.

Vinceva sempre.

Non mandava neanche degli esploratori a controllare cosa celasse quell’orizzonte. Ci andava lui direttamente. Perché se incontrava da solo qualcuno con cui menar le mani o farsi una corsetta per vedere chi era più veloce, si divertiva di più.

Le ricchezze di quei popoli lo resero un Creso, l’esercito era sempre più rimpinzato di bottini e lui era visto come un dio.

Un giorno però si stufò di sentirselo dire, che la smettessero di ripeterlo accidenti!! Lui era un uomo non un dio!! Si ferì pure il braccio per far vedere che nelle vene aveva sangue e non linfa divina.

Barlume di senno? non si sa…

Massacrò con ferocia chi osava oltraggiare la sua Grecia. Distrusse e rase al suolo Persepoli perché i suoi regnanti avevano torturato e ucciso dieci prigionieri greci. Il suo popolo non si toccava. Non c’erano processi, ma sentenze immediate.

E se qualcuno dei suoi amici si azzardava a dirgli che così non si faceva, lui di tutta risposta si rinchiudeva nella sua tenda, da solo, per tre giorni senza mangiare e senza parlare con nessuno tenendo il muso.

Vi ricorda qualcuno?

(Achille e il suo broncio sotto le mura di Troia).

Onestamente affascinato dai popoli orientali comunque cercò sempre di integrarsi e di fare in modo che il suo esercito e la sua gente facesse lo stesso. Era convinto che la grecità fosse superiore ma non disdegnava l’idea che si mescolasse con quella orientale. Sposò una donna persiana per dimostrarlo e rimase affascinato da come alcuni sacerdoti con la sola forza del pensiero si suicidarono sedendosi su una pira in fiamme senza proferire un suono.

Si può immaginare la sua espressione nell’osservare una tale scena. Quale dio che lui non conosceva e con cui non aveva mai parlato poteva mai dar loro una tale forza?

Andava incontro alla morte senza farsene una preoccupazione, si riteneva invincibile.

Non solo in battaglia dove era sempre in prima fila, ma anche nella sua tenda non se ne curò affatto, quando malato da giorni e quasi in fin di vita, nessun medico osò curarlo perché la paura di essere poi messi a morte se non sopravviveva era troppo grande.

Lui era sicuro che non sarebbe morto, ma alla fine il suo medico personale e amico, osò farsi avanti perché in fondo gli voleva bene, nonostante il giorno prima ad Alessandro fu recapitata una lettera che diceva che il medico era in realtà un traditore e che lo avrebbe avvelenato.

Arrivato il medico, Alessandro gli diede la lettera e mentre quello la leggeva a voce alta, lui beveva dalla coppa che gli aveva appena dato. Una scena da teatro.

“Tu leggi pure, io bevo” gli disse.

Ma un giorno l’esercitò si stancò.

Arrivati in India quando Alessandro si alzò, guardò fuori dalla tenda, puntò il dito all’orizzonte e disse:

Andiamo là!

Gli risposero:

Vacci da solo.

Un esercito che fu ammaliato per un decennio da quel ragazzino con un carisma inarrestabile, che nelle battaglie si inventava stratagemmi incredibili per ingannare il nemico molto superiore a lui, era arrivato alla frutta.

Una notte in riva all’Eufrate fece sbattere a tutti quanti e per tutta la notte pentole, padelle e spade così da far credere all’esercito nemico, che era sull’altra sponda, che li avrebbero attaccati proprio con il favore del buio. Quelli ci cascarono e scapparono.

Nonostante questo genio militare quell’esercito decise di abbandonarlo al suo sogno.

Loro erano stufi. Iniziarono i complotti per eliminarlo. Tornati a Babilonia, Alessandro morì dopo alcuni giorni di agonia, forse avvelenato, forse malato, forse per i troppi bagordi dell’ultima festa. Non si sa.

Ma fino all’ultimo il suo fascino catturò le persone intorno al suo letto, che avidi di sapere a chi lasciava tutto quel ben di dio lui rispose:

“Al migliore” e subito dopo morì,  a 32 anni, senza dire chi fosse.

Marameo
https://verbavolantmonumentamanent.com/2016/03/03/alessandro-magno-ci-era-o-ci-faceva/



Alessandro il Grande incontra Diogene il Cinico.
E' un episodio che oggi viene ricordato da tutti i greci per la particolarità che ebbe al tempo in cui si verificò. Non è necessario studiare la storia per conoscere questo evento, viene tramandato nei racconti in famiglia. Alessandro rappresenta l'apice del potere e della ricchezza, Diogene il rifiuto di tutto ciò e la scelta di vivere una vita di stenti.
Era il 336 a.C, Alessandro viene inviato dal Padre Filippo a Korinto per chiedere il sostegno delle altre città greche contro la minaccia persiana. Viene a sapere che in città si trova Diogene, il massimo rappresentate della Filosofia Cinica, che vive nella massima povertà dormendo dentro una botte. Alessandro pensava si al potere, ma era anche affascinato dalla Storia e dalla Filosofia.
Si diceva che dormisse con l'Iliade sotto il cuscino e ogni volta che incontrava un personaggio particolare voleva conoscerlo (del resto ebbe Aristotele come maestro).
Diogene si trovava a Korinto perchè era stato pedagogo presso una famiglia aristocratica e quando il padrone gli diede la libertà rimase a Korinto insegnando per le strade.
La fama di Diogene era giunta ad Alessandro in Macedonia, durante la sua formazione scolastica, e appena arrivò a Korinto la prima cosa che fece (anteponendole agli impegni politici) fu chiedere di incontrare Diogene. Mandò quindi un soldato:

"O Vasilià" Alessandro chiede di vederti."
la risposta di Diogene fu:
"Io non voglio vederlo. Se è lui a volerlo che venga qui."
Alessandro non fece una piega e si recò da lui:
«Είμαι ο Άρχων Αλέξανδρος» (Ime o Archoon Alècsandros)
«Και ΄γώ είμαι ο Διογένης ο Κύων» (Ke Egò ime o Dioghènis o Kìoon) (Io sono Diogene il Cane - così venivano detti i cinici per il loro modo di vivere)
Alessandro fu infastidito dalle parole del Filosofo:
«Δεν με φοβάσαι;» (Den me fovàse?) (Non hai paura di me?)
Diogene rispose:
«Και τί είσαι; Καλό ή κακό;» (Ke ti ise? kalò ì Kakò) (Cosa sei? Buono o Cattivo?)
Alessandro non poteva dire di essere cattivo, ma neanche di essere buono perchè un Vasilià deve essere temuto. Fuggì la domanda e rispose:
«Τί χάρη θές να σου κάνω;» (Ti chàri thès na su kàno) (Che favore vuoi che ti faccia?)
Diogene rispose:
«Αποσκότησων με» (Aposkòtison me) (Smettila di farmi ombra)
ovvero
«Σταμάτα να μου κρύβεις τον ήλιο» (Stamatà na mu krìvis ton Ilio)
(Smettila di nascondermi il Sole)
La base della filosofia cinica sta infatti nel pensare che tutto ciò di cui ha bisogno l'uomo è la visione e il calore del Sole, nessuna ricchezza è necessaria.
Alessandro che non era uno sprovveduto capì cosa volesse dire Diogene e ne fu ancora più impressionato.
Si intrattenne con lui in una lunga conversazione chiedendo consigli su come avesse potuto regnare rettamente sulla Grecia.
Tra i vari consigli Diogene gli disse:
<<ένας βασιλέας είναι ωφέλιμος στο λαό>>
Un Vasilià (re) deve giovare al popolo.
Se anche conquistassi il mondo intero ma il popolo non ne trarrebbe giovamenti, non saresti un buon re.
Alla fine della conversazione Alessandro disse:
«Αν δεν ήμουν Αλέξανδρος θα ήθελα να ήμουν Διογένης»
(An den ìmun Alècsandros tha ìthela na ìmun Dioghènis)
Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene
Da allora il legame tra i due fu talmente forte che il giorno in cui Alessandro all'età di 33 anni lasciava questo mondo a Babilonia, morì anche Diogene a Korintho.


La folla è madre dei tiranni
Diogene di Sinope.

Non si ha idea di quanto un uomo debba perdere per avere il coraggio di sfidare tutte le convenzioni, non si ha idea di quanto abbia perduto Diogene per diventare l'uomo che si è permesso tutto, che ha tradotto in azione i suoi pensieri più intimi con un'insolenza soprannaturale, come potrebbe fare un dio della conoscenza libidinoso e puro allo stesso tempo. Nessuno è stato più franco; caso limite di sincerità e lucidità, come pure esempio di quello che potremmo essere noi se l'educazione e l'ipocrisia non raffrenassero i nostri desideri e i nostri gesti. "Un giorno un uomo lo fece entrare in una casa riccamente arredata e gli disse: - mi raccomando non sputare per terra -. Diogene, che aveva voglia di sputare, gli lanciò uno sputo in faccia, gridandogli che quello era l'unico posto sporco che avesse trovato e dove potesse farlo".
Emil Cioran. Sommario di decomposizione


Un giorno mentre Diogene stava mangiando un piatto di lenticchie, si avvicinò Aristippe, di cui l'esistenza era più che confortevole perché adorava il re, e le disse : "Se tu avessi imparato a prosternarti davanti al re non saresti costretto a mangiare quelle orrende lenticchie". "Ma, rispose Diogene, se tu avessi imparato a mangiare queste orrende lenticchie non saresti costretto ad adorare il re"


Alessandro Magno incontrò Diogene, che era un mendicante nudo, possedeva solo una lampada – quella era la sua unica proprietà – che teneva accesa perfino di giorno. Ovviamente si comportava in modo strano e anche Alessandro dovette chiedergli: “Perchè tieni accesa questa lampada durante il giorno?” Lui alzò la lampada, guardò Alessandro in viso e disse: “Giorno e notte, cerco un vero uomo…e non lo trovo.” Alessandro rimase sconvolto: un mendicante nudo osava dire a lui, il conquistatore del mondo, una cosa simile. Ma poté vedere che Diogene era avvolto in una rara munificenza, pur nella sua nudità. I suoi occhi erano così silenziosi, il suo volto era così in pace, le sue parole avevano una tale autorità, la sua presenza era così quieta e calma e rilassante che, sebbene Alessandro si sentisse insultato, non poté reagire. La presenza di quell’uomo era così travolgente, che perfino Alessandro sembrava un mendicante al suo fianco. E nel suo diario scrisse: “Per la prima volta ho sentito che la ricchezza è qualcos’altro, del tutto diverso dall’avere denaro. Ho incontrato un uomo ricco.”

A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena essere vissuta.
Alessandro Magno





la Scuola di Atene di Raffaello. (1509-1511)
<<Cinquantotto personaggi variamente raggruppati animano uno degli spettacoli più belli prodotti dall’arte rinascimentale, la Scuola di Atene di Raffaello.
La scena, simmetrica e fluttuante allo stesso tempo, prende vita con un andamento corale da tragedia greca. E il tutto all’insegna del doppio. Due sono i protagonisti, Platone e Aristotele, cui  sono regalati l’onore della posizione centrale, del convergere delle linee di fuga. Due i gruppi che sigillano, a destra e a sinistra, la base dell’affresco. Due i personaggi che, in primo piano ostentano tutto il loro imbronciato isolamento. Due le ali di filosofi che sciamano ondeggiando attorno alle figure centrali. Infine due i numi tutelari che, dalla loro fissità marmorea, legittimano quanto ai loro piedi sta avvenendo: il brulicare del pensiero nel suo farsi.>>
(A.Fiegna)

<<La lettura dovrebbe avvenire da sinistra a destra. La direzione non è casuale ma suggerita da Raffaello stesso attraverso una serie di indizi. Per esempio, gli unici personaggi sicuramente identificabili si presentano in ordine cronologico da sinistra a destra. Diogene, semisdraiato sui gradini e figura isolata, indica il rifiuto di salire i “gradini della conoscenza”. Diogene (V-IV sec.) infatti, fu definito da Platone un “Socrate impazzito”. E' un “anarchico”. : segue la legge di natura piuttosto che il percorso teorico indicato da Platone e Aristotele. Tante sono le interpretazioni dell'opera, ma su una cosa tutti convengono e cioè il soggetto: la filosofia. L’affresco “resiste con successo ai nostri più energici sforzi di interpretarlo una volta per tutte: in fondo tutto ciò che possiamo leggervi è la sua stessa impenetrabilità. Ed è proprio questa la ragione per cui non smette mai di affascinarci” (G.W.Most)

(Glenn W. Most, Leggere Raffaello – La Scuola di Atene e il suo pre-testo– Einaudi 2001
Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura– Mondadori 2003
Giovanni Reale, La Scuola di Atene di Raffaello– Bompiani 2005)





Gimnosofistao ginnosofista, termine con cui gli scrittori greci designavano gli asceti indiani che vivevano nudi nei boschi, cibandosi solo di erbe e di frutti
¶ Dal gr. ghymnosophistái pl., comp. di ghymno- ‘gimno-’ e sophist ¢s ‘sapiente’; propr. ‘sapiente nudo’.
http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/G/GI/gimnosofista.html


Gimnosofista (o ginnosofista) s. m. [dal gr. Γυνμνοσοϕισταί (plur.), lat. Gymnosophistae] (pl. -i). – Denominazione usata dagli antichi Greci per indicare, con allusione sia all’unione di sapienza e dottrina sia all’esercizio di pratiche ascetiche che comportavano una nudità totale o parziale, gli asceti e i mistici indiani di cui vennero a conoscenza dall’epoca della spedizione di Alessandro Magno (sec. 4° a. C.).
www.treccani.it/vocabolario/gimnosofista/



Il colloquio fra Alessandro Magno e i Gimnosofisti: analisi e prospettive
di Cristiano Dognini

"Il noto colloquio fra Alessandro Magno e i dieci gimnosofisti indiani, incontrati durante la campagna militare in Oriente, ha suscitato numerose riprese e citazioni nelle letterature di tutto il mondo1, senza però consentire agli studiosi moderni di sciogliere alcune perplessità che il colloquio genera. Il termine gimnosofisti   con cui vengono normalmente designati i filosofi indiani, è molto significativo: LA NUDITÀ IN INDIA È SPESSO CONGIUNTA CON L'ASCETISMO E CON L'IDENTIFICAZIONE DELL'UOMO COL DIVINO. [...] La nostra ricerca non pretende certo di risolvere tutti i problemi legati ai gimnosofìsti, ma soltanto analizzare le più antiche testimonianze del loro colloquio col Macedone, per verificare la presenza di autentiche dottrine indiane nelle risposte dei dieci asceti.

Le due versioni più antiche sono quelle riportate da Plutarco Vita di Alessandro 64 e dal papiro di Berlino 13044.

Secondo Plutarco Alex. 64. 1 
Alessandro aveva fatto arrestare dieci gimnosofìsti. accusati di sedizione a seguito della rivolta del re Sambhu, e aveva deciso di condannare a morte il primo di costoro che non avesse risposto correttamente alle sue domande, secondo il giudizio del più anziano tra loro.

Plutarco Alex. 64. 2-12. 
continua cosi: 
"Al primo fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose: 
«I vivi, perché i morti non ci sono più»
Al secondo fu chiesto se dà vita ad animali più grossi il mare o la terra; rispose: «La terra, perché anche il mare è parte d'essa»
Chiese al terzo qual è l'animale più astuto. Rispose: «Quel che l'uomo non ha ancora conosciuto». Al quarto chiese per quale ragione avesse indotto Sabba alla rivolta; rispose: «Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse»
Al quinto fu chiesto se pensava che fosse stato prima il giorno o la notte: «Il giorno» disse «e precede d'un giorno». Il re rimase stupito, ed egli aggiunse: «È logico che per domande impossibili ci siano risposte impossibili». 
Passato al sesto, Alessandro chiese come uno possa farsi amare in sommo grado: 
«Se è potentissimo, ma non ispira timore», disse. 
Tra gli ultimi tre, quello interrogato su come uno da uomo potrebbe diventare dio, rispose: «Se fa quanto non è possibile che un uomo faccia»
All'altro fu chiesto se è più forte la vita o la morte; rispose che la vita é più forte, perché sa sopportare cosi grandi mali
l'ultimo poi, cui chiese fin quando è bene che l'uomo viva, rispose: «Fino a quando non ritiene che l'essere morto sia meglio del vivere»
Alla fine si volse al giudice e lo invitò ad emanare il verdetto. 
Egli disse che avevano dato tutti una risposta che era l'una peggiore dell'altra, «Allora» disse Alessandro «tu morrai per primo, per questo giudizio». «No, o re.» ribatté l'altro «a meno che tu non avessi mentito quando dicesti che avresti messo a morte per primo colui che avesse risposto peggio»". 

Alla fine Alessandro congeda i sofisti con ricchi doni e concede loro salva la vita.
Il papiro 13044 del Berliner Museum, risalente al 100 a.C. circa e diviso in sei colonne, di cui la prima è pressoché illeggibile, tramanda la più antica versione delle dieci domande ai gimnosofìsti. 
Il papiro5, un pò frammentario, inizia già con l'asserzione che solo il giudice, posto che giudichi rettamente, potrà vivere, mentre gli altri saranno giustiziati. [...]

http://www2.lingue.unibo.it/studi%20indo-mediterranei/QSIM%201.pdf






sabato 12 gennaio 2013

Rowling. Voglio dire, “grassa” è davvero la cosa peggiore che possa essere una persona? Essere “grassi” è peggio che essere vendicativi, gelosi, superficiali, vanitosi, noiosi o crudeli?

Essere stati amati così intensamente ci dà una sorta di protezione, anche quando la persona che ci ha amato non c'è più. E'  una cosa che ti resta dentro, nella pelle.
Rowling

Bisogna essere cauti nell'esprimere desideri, perché potrebbero avverarsi.
[In riferimento alla molta carta regalatale dopo che aveva lamentato la difficoltà di trovarne in giro per Edimburgo nei momenti di ispirazione.]
(dal Diario, 10 maggio 2006, nel sito jkrowling.com)

Mi ricordo benissimo dei miei undici anni: a quell'età si è del tutto impotenti.
Ma i bambini hanno un mondo segreto che per gli adulti sarà sempre impenetrabile.
(dalla seconda di copertina dei libri della serie Harry Potter)

"Questa cicatrice se la terrà per sempre"
"E lei non può farci niente Silente?"
"Anche se potessi, non lo farei. Le cicatrici possono tornare utili. Anche io ne ho una, sopra il ginocchio sinistro, che è una piantina perfetta della metropolitana di Londra." 
Albus Silente e Minerva McGranitt: 
Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, p. 19


«Non mi ricordo mai... che differenza c'è fra stalagmiti e stalattiti?» 
gridò Harry a Hagrid, cercando di sovrastare con la voce il frastuono del carrello.
«Le stalagmiti hanno la 'm'» disse Hagrid. 
Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, p. 75



Bisogna sempre chiamare le cose con il loro nome. 
La paura del nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa. (Albus Silente: p. 283)


«Vedi, tua madre è morta per salvarti. Ora, se c'è una cosa che Voldemort non riesce a concepire, è l'amore. Non poteva capire che un amore potente come quello di tua madre, lascia il segno: non una cicatrice, non un segno visibile... Essere stati amati tanto profondamente ci protegge per sempre, anche quando la persona che ci ha amato non c'è più. È una cosa che ti resta dentro, nella pelle». Harry Potter e Albus Silente: p. 284
Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale



«Tuo padre ha fatto una cosa che Piton non gli ha mai perdonato».
«E cioè?»
«Gli ha salvato la vita».
«Che cosa?»
«Già...» fece Silente in tono sognante. 
«Strano come funziona la mente delle persone, non trovi? 
Il professor Piton non sopportava di dovere qualcosa a tuo padre... Io credo che quest'anno si sia tanto impegnato a proteggerti solo perché in quel modo credeva di mettersi in pari con tuo padre. Dopodiché, avrebbe potuto tranquillamente tornare a odiarne la memoria...» 
Harry Potter e Albus Silente: p. 285
Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale



Harry Potter e la camera dei segreti

«Aspetta un po'...» mormorò Harry a Ron. «c'è una sedia vuota, al tavolo degli insegnanti... Dov'è Piton?»
«Forse è malato» disse Ron tutto speranzoso.
«Forse se n'è andato» disse Harry, «perché ancora una volta non è stato nominato insegnante di Difesa contro le Arti Oscure»
«O magari è stato licenziato» suggerì Ron con entusiasmo. «Voglio dire, tutti lo detestano...»
«O forse» disse una voce glaciale alle loro spalle «sta aspettando di sapere perché voi due non siete arrivati con il treno della scuola». (Harry, Ron e Severus Piton: p. 72)
Fu come se avessero detto a Piton che il Natale era stato soppresso.
"E perché" chiese Ron strappandole di mano l'orario, "hai incorniciato tutte le lezioni di Allock con dei cuoricini?".
Hermione si affrettò a riprendersi l'orario arrossendo violentemente. (p. 89)
«Udire voci che nessun altro sente non è un buon segno, neanche tra i maghi». (Ron Weasley: p. 133)
«E così è stato Dobby a impedirci di salire sul treno e a romperti il braccio...» Scosse il capo. «Sai una cosa, Harry? Se non la smette di cercare di salvarti la pelle finisce che ti ammazza». (Ron Weasley: p. 167)
«Ginny!» esclamò il signor Weasley esterrefatto. «Ma allora io non ti ho insegnato proprio niente? Che cosa ti ho sempre detto? Non ti fidare mai di niente che pensi da solo se non riesci a capire dove ha il cervello. Perché non hai mostrato il diario a me o a tua madre? Un oggetto tanto sospetto, era chiaro che fosse strapieno di magia nera!» (Arthur Weasley: p. 296)
Sono le scelte che facciamo, Harry, che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità. (Albus Silente: p. 299)
[J. K. Rowling, Harry Potter e la camera dei segreti, traduzione di Marina Astrologo, Salani]

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban[modifica]
Incipit[modifica]
Harry Potter era un ragazzo insolito sotto molti punti di vista. Prima di tutto, odiava le vacanze estive più di qualunque altro periodo dell'anno. Poi voleva davvero fare i compiti, ma era costretto a studiare di nascosto, nel cuore della notte. E per giunta era un mago.
Era quasi mezzanotte, e Harry era steso sul letto a pancia in giù, le coperte tirate sulla testa come una tenda, una torcia in mano e un grosso libro rilegato in pelle (Storia della magia, di Bathilda Bath) aperto e appoggiato sul cuscino. Fece scorrere la punta della penna d'aquila sulla pagina, aggrottando le sopracciglia, alla ricerca di qualcosa che potesse aiutarlo a scrivere il tema: Perché i roghi di streghe nel Quattordicesimo Secolo furono completamente inutili.

[J. K. Rowling, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, traduzione di Beatrice Masini, Salani]

Citazioni[modifica]
«Sirius Black è fuggito per venire a cercare te? Oh, Harry... dovrai stare molto, molto attento. Non andare in cerca di guai, Harry...»
«Non vado in cerca di guai» disse Harry seccato. «Di solito sono i guai che trovano me». (Hermione Granger e Harry Potter: p. 65)
«Ma insomma, che cos'avete oggi?» domandò la professoressa McGranitt, tornando se stessa con un debole pop e guardandoli tutti quanti uno a uno. «Non che sia importante, ma è la prima volta che la mia trasformazione non viene accolta da un applauso».
Tutti si voltarono di nuovo verso Harry, ma nessuno parlò. Poi Hermio-ne alzò la mano.
«Ci scusi, professoressa, abbiamo appena avuto la prima ora di Divinazione, e stavamo leggendo le foglie di tè e...»
«Ah, certo» esclamò la professoressa McGranitt accigliata. «Non c'è bi-sogno di aggiungere altro, signorina Granger. Ditemi, chi di voi morirà quest'anno?»
Tutti la fissarono.
«Io» disse Harry alla fine."Capisco" commentò la professoressa McGranitt guardando Harry con i suoi occhi piccoli e lucenti. "Allora è bene che tu sappia, Potter, che Sibilla Cooman ha predetto la morte di uno studente all'anno da quando è arrivata in questa scuola. Nessuno è ancora morto. Vedere presagi di morte dappertutto è il suo modo preferito di dare il benvenuto a una nuova classe. Se non fosse che non ho l'abitudine di parlar male dei miei colleghi..."
La professoressa McGranitt si interruppe, e tutti notarono che aveva le narici bianche e dilatate. Poi riprese, più tranquilla: "La divinazione è uno dei settori più imprecisi della magia. Non vi nasconderò che faccio fatica a tollerarla. I veri Veggenti sono molto rari, e la professoressa Cooman..."
Si interruppe di nuovo, e poi disse in tono molto pratico: "A me sembri in perfetta salute, Potter, quindi mi scuserai se non ti dispenso dai compiti oggi. Ti assicuro che se dovessi morire non sei tenuto a consegnarli". (p. 94)
Se fossi in te vorrei vendicarmi. Gli darei la caccia... (Malfoy a Harry, parlando di Sirius Black)(p. 108)
"Ma insomma, io sono l'unica che si è presa la briga di leggere Storia di Hogwarts?" disse Hermione irritata a Harry e Ron.
"È probabile" rispose Ron. "Perché?" (p. 139)
Il professor Lupin sorrise all'indignazione sulle loro facce. "Non preoccupatevi. Parlerò io col professor Piton. Non dovete fare il tema".
"Oh, no" esclamò Hermione, delusa. "Io l'ho già finito!" (p. 158)
"Perché? Perché mi tormentano così? Sono solo...?"
"Non ha nulla a che vedere con la debolezza" rispose il professor Lupin seccamente, come se gli avesse letto nel pensiero. "I Dissennatori tormentano te più degli altri perché nel tuo passato ci sono cose terribili che gli altri non hanno mai vissuto." (p. 159)
"I Dissennatori sono le creature più disgustose della terra. Infestano i luoghi più cupi e sporchi, esultano nella decadenza e nella disperazione, svuotano di pace, speranza e felicità l'aria che li circonda. Perfino i Babbani avvertono la loro presenza, anche se non li vedono. Se ti avvicini troppo a un Dissennatore, ogni sensazione piacevole, ogni bel ricordo ti verrà succhiato via. Se appena può, il Dissennatore si nutrirà di te abbastanza a lungo da farti diventare simile a lui... malvagio e senz'anima. Non ti rimarranno altro che le peggiori esperienze della tua vita. E le cose peggiori che sono successe a te, Harry, bastano a far precipitare chiunque da un manico di scopa. Non hai niente di cui vergognarti." (p. 159)
«Azkaban dev'essere un posto tremendo» mormorò Harry. Lupin annuì cupo.
«La fortezza si trova su un'isoletta in mezzo al mare, ma non servono mura e acqua per trattenere i prigionieri, non quando sono tutti intrappolati nelle proprie teste, incapaci di formulare un solo pensiero allegro. Quasi tutti impazziscono entro qualche settimana». (p. 160)
I signori Lunastorta, Codaliscia, Felpato e Ramoso, Consiglieri e Alleati dei Magici Malfattori, sono lieti di presentarvi la Mappa del Malandrino.(p. 164)
Ah, be', la gente a volte è un po' stupida quando ci parli dei suoi animali (Hagrid: p. 233)
Il signor Lunastorta porge i suoi ossequi al professor Piton e lo prega di tenere il suo naso mostruosamente lungo lontano dagli affari altrui.
Il signor Ramoso è d'accordo con il signor Lunastorta e ci tiene ad aggiungere che il professor Piton è un brutto idiota.
Il signor Felpato vorrebbe sottolineare il suo gran stupore per il fatto che un tale imbecille sia diventato professore.
Il signor Codaliscia augura buona giornata al professor Piton e gli dà un consiglio: làvati i capelli, sporcaccione!. (p. 244)
"Una volta però [Crosta] ha morsicato Goyle" disse Ron [...]
"Il suo momento di gloria" disse Fred, incapace di restar serio. "Che la cicatrice sul dito di Goyle sia perenne tributo alla sua memoria!"
"Sì, invece" disse Ron deciso. "Questa volta non dovrai fare tutto da sola. Ti daremo una mano."
"Oh, Ron!" Hermione gettò le braccia al collo di Ron e scoppiò a piangere senza ritegno.
Ron, terrorizzato, l'accarezzo sulla testa, in imbarazzo. Alla fine Hermione si staccò da lui. (p. 248)
Expecto Patronum!
"TRENTA A ZERO! VI STA BENE, BRUTTI IMBROGLIONI..."
"Jordan, se non riesci a commentare in modo imparziale..."
"Dico le cose come stanno, professoressa!"[...] Ma Flitt aveva segnato; ci fu uno scoppio di applausi dall'ala di Serpeverde e Lee disse una parolaccia così grossa che la McGranitt cercò di strappargli il megafono magico. (p. 262)
"Ero sicuro che saresti venuto ad aiutare il tuo amico" disse [Sirius Black]. "Tuo padre avrebbe fatto lo stesso per me. Sei stato coraggioso a non andare a chiamare un insegnante. Questo renderà le cose più semplici..."
L'allusione a suo padre risuonò nelle orecchie di Harry come se l'avesse urlata. Un odio ribollente gli esplose nel petto e prese il posto della paura. Per la prima volta nella vita, desiderò avere la bacchetta in mano non per difendersi, ma per attaccare... per uccidere. Senza sapere cosa stava facendo, avanzò, ma ci fu un movimento ai suoi lati e due paia di mani l'afferrarono, trattenendolo.
"No, Harry!" ansimò Hermione in un sussurro agghiacciato; Ron, invece, che s'era rialzato a fatica, si rivolse a Black.
"Se vuoi uccidere Harry, dovrai uccidere anche noi!" disse con fierezza, benché lo sforzo di reggersi in piedi lo rendesse sempre più pallido, oscillando leggermente.
Qualcosa lampeggiò negli occhi cupi di Black.
"Stenditi" disse piano a Ron. "Hai la gamba rotta."
"Mi hai sentito?" disse Ron debolmente, aggrappandosi a fatica a Harry, per non cadere. "Dovrai ucciderci tutti e tre!" (p. 287-288)
"NO!" Gridò Hermione. "Harry, non credergli, ha aiutato Black a entrare nel castello, anche lui ti vuole morto... è un Lupo Mannaro!"
Scese un silenzio carico di tensione. Gli occhi di tutti erano fissi su Lupin, che sembrava straordinariamente calmo, anche se piuttosto pallido.
"Questa volta non sei stata all'altezza di te stessa, Hermione." disse. "Ne hai azzeccata una su tre, temo. Non ho aiutato Sirius a entrare nel castello e di sicuro non voglio vedere Harry morto..." Uno strano tremito gli attraversò il viso. "Ma non negherò che sono un Lupo Mannaro." (p. 292)
"Era come se qualcuno mi avesse acceso un fuoco nella testa, e i Dissennatori non potevano spegnerlo... non era una sensazione piacevole... era un'ossessione... ma mi diede forza, mi snebbiò la mente. [...] Credimi. Credimi, Harry. Non ho mai tradito James e Lily; sarei morto piuttosto che tradirli." (Sirius)
"Sai che cosa significa?" chiese improvvisamente Black a Harry, mentre procedevano lentamente lungo il tunnel. "Consegnare Minus?"
"Che tu sei libero" disse Harry.
"Sì..." disse Black. "Ma io sono anche... non so se nessuno te l'ha mai detto... io sono il tuo padrino".
"Sì, lo sapevo" disse Harry.
"Be'... i tuoi genitori mi hanno nominato tuo tutore" disse Black seccamente. "Se fosse successo qualcosa a loro..."
Harry rimase in attesa. Black intendeva dire quello che anche lui pensava?
"Lo capisco, naturalmente, se vuoi restare con i tuoi zii" disse Black. "Ma... be'... riflettici. Una volta che avranno riconosciuto la mia innocenza... se tu volessi una... una casa diversa..."
Qualcosa parve esplodere in fondo allo stomaco di Harry.
"Co... vivere con te?" chiese, battendo la testa contro una roccia che sporgeva dal soffitto. "Lasciare i Dursley?"
"Certo, lo sapevo che non avresti voluto" disse Black in fretta. "Capisco, credevo solo che..."
"Sei matto?" disse Harry, la voce di colpo roca come quella di Black. "Ma certo che voglio lasciare i Dursley! Tu hai una casa? Quando posso venire?"
Black vi voltò a guardarlo; la testa di Piton strisciava contro il soffitto, ma Black non ci fece caso.
"Lo desideri davvero?" chiese. "Sul serio?"
"Sì, sul serio!" rispose Harry.
Il volto tormentato di Black si aprì nel primo vero sorriso che Harry vi avesse scorto finora. (p. 321)
Harry scosse la testa.
"È stato stupido, pensare che fosse lui" mormorò. "Voglio dire, lo sapevo che era morto..."
"Credi che le persone scomparse che abbiamo amato ci lascino mai del tutto? Tuo padre è vivo in te, Harry, e si mostra soprattutto quando hai bisogno di lui. Altrimenti come avresti fatto ad evocare proprio quel Patronus? Ramoso è tornato a correre, la notte scorsa."
A Harry ci volle qualche istante per capire quelle parole.
"La notte scorsa Sirius mi ha raccontato tutto di come sono diventati Animagi" disse Silente sorridendo. "Un risultato eccezionale... e sono anche riusciti a farlo a mia insaputa. E poi mi è venuta in mente la forma assolutamente insolita assunta dal tuo Patronus quando ha attaccato Malfoy alla partita di Quidditch contro i Corvonero. Quindi ieri notte hai visto tuo padre, Harry... l'hai trovato dentro di te."
E Silente uscì dallo studio, lasciando Harry solo con i suoi confusi pensieri. (pp. 360-361)
Excipit[modifica]
[Zio Vernon] "Che cos'è quella roba?" ringhiò fissando la busta che Harry aveva ancora in mano. "Se è un altro modulo da firmare, non se ne..."
"No" rispose Harry allegro, "è una lettera del mio padrino."
"Padrino?" farfugliò zio Vernon. "Tu non hai un padrino..."
"Sì che ce l'ho" disse Harry felice. "Era il migliore amico di mamma e papà. È stato condannato per omicidio, ma è fuggito dalla prigione dei maghi e ora è latitante. Comunque vuole tenersi in contatto con me... per sapere cosa mi succede ed assicurarsi che io sia felice..."
E sorridendo all'espressione di terrore apparsa sulla faccia di zio Vernon, Harry puntò all'uscita della stazione, con Edvige che volava davanti a lui, verso quella che prometteva essere un'estate molto migliore delle precedenti.

Harry Potter e il calice di fuoco[modifica]
Incipit[modifica]
Gli abitanti di Little Hangleton la chiamavano ancora Casa Riddle, anche se erano passati tanti anni da quando i Riddle ci abitavano. Si trovava sulla collina che dominava il villaggio: alcune delle finestre erano inchiodate, al tetto mancavano delle tegole e l'edera cresceva incolta sulla facciata. Un tempo Casa Riddle era stata una dimora elegante, certo l'edificio più vasto e grandioso nel raggio di chilometri, ma ora era umida, desolata e disabitata.
Gli hangletoniani convenivano tutti che la vecchia casa era "sinistra". Mezzo secolo prima, qualcosa di strano e terribile era successo là dentro, qualcosa di cui gli abitanti più anziani del villaggio amavano ancora discutere quando erano a corto di pettegolezzi.

Citazioni[modifica]
Se vuoi sapere com'è un uomo, guarda bene come tratta i suoi inferiori, non i suoi pari. (Sirius Black)
Deve capire: capire è il primo passo per accettare, e solo accettando si può guarire. (Albus Silente)
Quando e se per voi dovesse venire il momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ricordate cos'è accaduto a un ragazzo che era buono, e gentile, e coraggioso, per aver attraversato il cammino di Voldemort. (Albus Silente)
Ah [...] Sì, l'ultimo e il peggiore. Avada Kedavra... L'Anatema che Uccide. [...] Non è bello. E non è piacevole. E non c'è contromaledizione. Non c'è modo di fermarlo. Solo una persona, che si sappia, è mai sopravvissuta, e questa persona è seduta qui di fronte a me. (Barty Crouch Jr nei panni di Alastor Moody)
"Ron, ci presti Leo?" chiese George.
"No, è fuori a consegnare una lettera" rispose Ron. "Perché?"
"Perché George vuole invitarlo al ballo." disse Fred sarcastico. (Ron, Fred e George: p. 337)
"Sai" disse Ron, i capelli ritti a furia di passarci in mezzo le dita, preso dallo sconforto, "credo che sia ora di ricorrere alle vecchie misure d'emergenza per Divinazione"
"Cosa... dobbiamo inventare?"
"Sì" rispose Ron, spazzando via dal tavolo la gran massa di foglietti scarabocchiati, intingendo la penna nell'inchiostro e cominciando a scrivere.
"Lunedì prossimo" annunciò, "mi verrà la tosse a causa dell'infelice congiunzione di Marte e Giove". Alzò lo sguardo su Harry. "La conosci, no? Dalle un oceano di disgrazie e lei ci sguazzerà!"
"Giusto", disse Harry, appallottolando il suo primo tentativo e lanciandolo nel fuoco, al di sopra delle teste di un gruppo di allievi del secondo anno seduti a chiacchierare. "D'accordo, allora... Lunedì: rischio di... ehm, ustioni".
"Ci puoi giurare" fece Ron cupo, "Lunedì ci toccano di nuovo gli Schiopodi. Okay, martedì, io... ehm..."
"Perderai una cosa preziosa" disse Harry, che sfogliava Svelare il futuro in cerca di spunti.
"Giusto" rispose Ron, prendendo nota. "per colpa di... Mercurio. Perché invece tu non ti fai pugnalare alle spalle da qualcuno che credevi un amico?"
"Sì, dai!" approvò Harry, scrivendo "e sarà perché... Venere è nella dodicesima casa."
"E mercoledì avrò la peggio in una rissa."
"Aah, la rissa la volevo io. No, allora io perdo una scommessa..."
"E certo, perché scommetterai su di me nella rissa!" (Harry e Ron: p. 192-193)
"Lui mancarmi? Niente affatto!" Ma era una bugia bella e buona. A Harry piaceva molto Hermione, ma non era come Ron. Ridevi molto meno, e passavi molto più tempo in biblioteca se Hermione era la tua migliore amica.
Le sedie incatenanti stavolta erano quattro. I Dissennatori vi spinsero i prigionieri: c'era un uomo grosso che fissò Crouch con occhi vacui, un uomo più magro e nervoso i cui occhi si spostavano rapidi fra il pubblico, una donna con una folta, scura chioma lucente e le palpebre semichiuse, seduta sulla sedia con le catene come una regina su un trono, e un ragazzo sui vent'anni, che sembrava nientemeno che pietrificato. [...] Crouch si alzò e guardò i quattro con un'espressione di odio allo stato puro. "Siete stati condotti di fronte al Tribunale della Legge Magica [...] perché siate giudicati per un crimine atroce..." "Padre" disse il ragazzo dai capelli color paglia "Padre, ti prego..." "...del quale raramente abbiamo udito il pari in questa corte." Crouch alzò la voce, sovrastando quella del figlio "[...] Siete accusati di aver catturato un Auror – Frank Paciock – e di averlo sottoposto alla Maledizione Cruciatus, convinti che conoscesse l'attuale dimora del vostro signore, Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato..." "Padre, non è vero!" strillò il ragazzo in catene. "Non è vero, lo giuro, padre, non rimandarmi dai Dissennatori..." [...] "Avete progettato progettato di restaurare il dominio di Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato, e di tornare alla vita di violenza che probabilmente avete condotto quando era potente. Io ora chiedo alla giuria..." "Madre!"[...]"Madre, fermalo, madre, non ho fatto niente, non sono stato io!" "Io ora chiedo alla giuria" gridò Crouch "di alzare la mano se è convinta, come me, che questi crimini meritino una condanna a vita ad Azkaban!" Tutti insieme, maghi e streghe dell'ala destra della segreta, alzarono la mano. La folla disposta lungo le pareti scoppiò in un applauso [...], i volti pervasi di selvaggio trionfo. Il ragazzo prese ad urlare. "No! Madre, no! Non ho fatto niente, non ho fatto niente, non sapevo! Non lasciare che mi mandi laggiù, non lasciarglielo fare!" I Dissennatori rientrarono scivolando. I tre compagni del ragazzo si alzarono in silenzio; la donna dalle palpebre pesanti guardò Crouch e gridò: "Il Signore Oscuro risorgerà, Crouch! Gettaci pure ad Azkaban, noi aspetteremo! Risorgerà e verrà a cercarci, e ricompenserà noi più di ogni altro suo seguace! Solo noi siamo fedeli! Solo noi abbiamo cercato di trovarlo!" [...] "Portateli via!" ruggì [Crouch] ai Dissennatori, sputando saliva. "Portateli via, e che possano marcire laggiù!"
Ricordatevi di Cedric. Quando e se per voi dovesse venire il momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ricordate cos'è accaduto a un ragazzo che era buono, e gentile, e coraggioso, per aver attraversato il cammino di Voldemort. Ricordatevi di Cedric Diggory. (Albus Silente)
[J. K. Rowling, Harry Potter e il calice di fuoco, traduzione di Beatrice Masini, Salani]

Excipit[modifica]
Come aveva detto Hagrid, sarà quel che sarà; e, quando fosse venuto il momento, l'avrebbe affrontato.

Harry Potter e l'ordine della fenice[modifica]
Incipit[modifica]
Il giorno più caldo dell'estate – almeno fino a quel momento – volgeva al termine e un silenzio sonnacchioso gravava sulle grandi case quadrate di Privet Drive. Le automobili di solito scintillanti sostavano impolverate nei vialetti e i prati un tempo verde smeraldo si stendevano incartapecoriti e giallognoli, perché l'irrigazione era stata proibita a causa della siccità. In mancanza delle loro consuete occupazioni – lavare l'auto e falciare il prato – gli abitanti di Privet Drive si erano rintanati nella penombra delle loro case fresche, con le finestre spalancate nella speranza di indurre una brezza inesistente a entrare. La sola persona rimasta all'aperto era un adolescente che giaceva lungo disteso sulla schiena in un'aiuola fuori dal numero quattro.

Citazioni[modifica]
«Nell'Ufficio Misteri» lo interruppe Silente «c'è una stanza che viene tenuta sempre chiusa. Contiene una forza al tempo stesso più meravigliosa e più terribile della morte, dell'intelligenza umana e della natura. E forse il più misterioso fra i molti soggetti che vengono studiati laggiù. E la forza contenuta in quella stanza che tu possiedi in grande quantità, e che Voldemort non possiede affatto. E stata quella a spingerti laggiù stanotte per salvare Sirius. E ti ha salvato dalla possessione di Voldemort, perché egli non può risiedere in un corpo tanto pieno della forza che lui detesta. Alla resa dei conti, non ha avuto importanza che tu non riuscissi a chiudere la tua mente. È stato il tuo cuore a salvarti».
Ecco cosa dovrebbero insegnarci qui, pensò, voltandosi di fianco, come funziona la testa delle ragazze... sarebbe molto più utile di Divinazione, se non altro... (cap. 21, p. 438)
Ecco giungere il solo col potere di sconfiggere l'Oscuro Signore...
nato da chi lo ha tre volte sfidato, nato sull'estinguersi del settimo mese...
l'Oscuro Signore lo designerà come suo eguale, ma egli avrà un potere a lui sconosciuto...
e l'uno dovrà morire per mano dell'altro, perché nessuno dei due può vivere se l'altro sopravvive...
il solo col potere di sconfiggere l'Oscuro Signore nascerà all'estinguersi del settimo mese... (Sibilla Cooman)
«È stato escluso dai maghi del Ministero dopo che ha tenuto un discorso per annunciare il ritorno di Voldemort. L'hanno retrocesso dalla carica di Stregone Capo del Wizengamot – è l'Alta Corte dei Maghi – e stanno decidendo se levargli anche l'Ordine di Merlino, Prima Classe.»
«Ma Silente dice che non gl'importa di quello che fanno finché non lo tolgono dalle figurine delle Cioccorane.» (Lupin, Bill: cap. 5, p. 100)
«Silente deve aver avuto le sue ragioni per non volere che Harry sapesse troppo, e parlando come chi ha a cuore tutto l'interesse di Harry...»
«Non è tuo figlio», mormorò Sirius.
«È come se lo fosse», ribatté la signora Weasley con forza. «Chi altri ha?»
«Ha me!»
Voglio che lei scriva Non devo dire bugie. (Dolores Jane Umbridge)
Falle vedere i sorci verdi anche per noi, Pix! (Fred, parlando della Umbridge)
Oltre Ogni Previsione. Ho sempre pensato che io e Fred avessimo dovuto prendere 'O' in tutto, visto che già il fatto di presentarci agli esami andava oltre ogni previsione..." (George)
Un silenzio attonito accolse il suo discorso [di Hermione]; poi Ron disse:"Uno non può provare tutte quelle cose insieme. Scoppia"
"Solo perché tu possiedi la varietà di emozioni di un cucchiaino non significa che siamo tutti così!" commentò acida Hermione, riprendendosi la piuma. (Ron e Hermione: p. 436)
«A volte penso che la mamma di Ron abbia ragione e che Sirius faccia un po' di confusione fra te e tuo padre, Harry.» [Hermione]
«Cioè credi che sia un po' tocco?» chiese Harry infiammandosi.
«No, credo soltanto che sia rimasto troppo solo troppo a lungo.» rispose Hermione con semplicità.
Sei meno simile a tuo padre di quanto pensassi... il rischio sarebbe stato il pepe per James... (Sirius).
"Ti è piaciuta la domanda numero 10, Lunastorta?" chiese Sirius uscendo dalla Sala.
"Eccome", rispose allegramente Lupin. "Indicate i cinque segni che contraddistinguono un lupo mannaro. Un'ottima domanda."
"Credi di essere riuscito a individuarli tutti e cinque?" disse James fingendosi preoccupato.
"Credo proprio di sì", replicò Lupin. "Uno: è seduto sulla mia sedia. Due: indossa i miei vestiti. Tre: si chiama Remus Lupin." (James, Sirius, Lupin: p. 601)
Ron mostrò la spilla.
La signora Weasley emise uno strilletto identico a quello di Hermione.
«Non ci credo! Non ci credo! Oh, Ron, è meraviglioso! Prefetto! Come tutti in famiglia!»
[George]«Io e Fred chi siamo, i vicini della porta accanto?»
Con due schiocchi sonori, i gemelli Fred e George, i fratelli maggiori di Ron, erano comparsi dal nulla nel centro della stanza. Leotordo cinguettò più selvaggiamente che mai e sfrecciò a raggiungere Edvige in cima all'armadio.
"Smettetela!" ordinò Hermione debolmente ai gemelli, che avevano gli stessi capelli rosso vivo di Ron, ma erano più robusti e un po' più bassi.
"Ciao, Harry" disse George con un gran sorriso. "Mi pareva di aver sentito i tuoi toni soavi."
"Non devi reprimere la rabbia così, Harry, lasciala sfogare" disse Fred che pure sorrideva. "Forse a una quarantina di chilometri da qui ci sono due o tre persone che non ti hanno sentito". (Fred e George a Harry dopo che ha fatto una sfuriata a Ron e Hermione)
"Costringerò Goyle a scrivere cento volte la stessa frase, oh, lo ucciderà, lui odia scrivere" disse Ron allegro. Abbassò la voce per imitare il ringhio di Goyle, contraendo il viso in un'espressione dolorosamente concentrata, fece il gesto di scrivere per aria.
"Io... non... devo... assomigliare..al sedere... di un babbuino."
«Non ho nemmeno il coraggio di prenderlo in giro» disse Fred, guardando la figura ingobbita di Ron.
«Certo che... quando ha mancato il quattordicesimo...»
Fece dei gesti inconsulti con le braccia, come se nuotasse a cagnolino.
«...be', me la risparmio per le feste, eh?»
Harry ebbe il tempo di riflettere che, tra Neville e Ron, sarebbe stato fortunato a sostenere due minuti di conversazione con Cho che poi potesse ricordare senza voler lasciare il paese.
Perché Weasley è il nostro re, ogni due ne manca tre; Weasley è nato in un bidon, ha la testa nel pallon, così noi cantiam perché; perché Weasley è il nostro re. (coro di scherno di Serpeverde contro Ron).
Perché Weasley è il nostro re, ogni due ne para tre; Weasley è il nostro salvatore, col suo gioco pieno d'ardore, vinceremo noi perché; perché Weasley è il nostro re. (coro di trionfo dei Grifondoro, volutamente ispirato a quello dei Serpeverde, dopo che hanno vinto la partita grazie a Ron che ha salvato il gioco)
Hem, hem (Dolores Umbridge).
Ma anche mentre continuava a divincolarsi, una parte di lui si rese conto che fino ad allora Sirius non lo aveva mai fatto aspettare... Sirius aveva rischiato tutto, sempre, per vederlo, per aiutarlo... se non era riapparso quando Harry aveva urlato il suo nome come se la sua vita ne dipendesse, la sola spiegazione possibile era che non poteva... che era davvero... (p. 748)
«Sento di doverti un'altra spiegazione, Harry» disse Silente esitando. «Ti sarai forse chiesto perché non ti ho nominato prefetto... Confesso... di aver pensato... che avevi fin troppe responsabilità sulle spalle». Quando Harry alzò lo sguardo, vide una lacrima scivolare sul viso di Silente e scomparire dentro la lunga barba d'argento. (p. 781)
[J. K. Rowling, Harry Potter e l'ordine della fenice, traduzione di Beatrice Masini, Salani]

Harry Potter e il principe mezzosangue[modifica]
Incipit[modifica]
Era quasi mezzanotte e il Primo Ministro stava seduto da solo nel suo ufficio, a leggere una lunga relazione che gli scivolava via dalla mente senza lasciare la minima traccia. Aspettava una chiamata dal presidente di un paese remoto e, tra il chiedersi quando quel disgraziato avrebbe telefonato e il cercare di allontanare gli spiacevoli ricordi di una settimana lunghissima, faticosa e complicata, nella sua testa non c'era molto spazio per altro. Più cercava di concentrarsi sui caratteri stampati della pagina, più chiara vedeva la faccia maligna del suo avversario politico. Questi era apparso al telegiornale quel giorno stesso non solo per elencare tutte le cose terribili successe nell'ultima settimana (come se ci fosse bisogno di ricordarle), ma anche per spiegare perché fossero, dalla prima all'ultima, colpa del Governo.

Citazioni[modifica]
All'improvviso si rese conto che il parco era silenzioso. Fanny aveva cessato di cantare. E seppe, senza sapere come, che la fenice era andata, che aveva lasciato Hogwarts per sempre, proprio come Silente aveva lasciato la scuola, aveva lasciato il mondo... Aveva lasciato lui.
Era importante, aveva detto Silente, combattere e ancora combattere, e continuare a combattere, perché solo così il male poteva essere tenuto a bada, anche se non poteva mai essere completamente sradicato.
Ma finalmente capiva quello che Silente aveva cercato di dirgli. Era, si disse, la differenza fra l'essere trascinato nell'arena ad affrontare una battaglia mortale e scendere nell'arena a testa alta. Forse qualcuno avrebbe detto che non era una gran scelta, ma Silente sapeva – e lo so anch'io – pensò Harry con uno slancio di feroce orgoglio – e lo sapevano anche i miei genitori – che c'era tutta la differenza del mondo.(Harry Potter)
Perché hai paura di Tu-Sai-Chi? MEGLIO aver paura di No-Pupù-No-Pipì: la Sensazione di Occlusione che Stringe la Nazione!
Silente avrà veramente lasciato la scuola solo quando non ci sarà più nessuno che gli sia fedele.
«Al Signore Oscuro: So che avrò trovato la morte prima che tu legga queste parole, ma voglio che tu sappia che sono stato io ad aver scoperto il tuo segreto. Ho rubato il vero Horcrux e intendo distruggerlo appena possibile. Affronto la morte nella speranza che quando incontrerai il tuo degno rivale sarai di nuovo mortale.» (Regulus Arcturus Black)
"Silente dice che è più facile perdonare gli altri quando si sbagliano che quando hanno ragione" (Ron Weasley)
E ora, Harry, usciamo nella notte e seguiamo la fugace tentatrice, l'avventura. (Albus Silente)
E senza riflettere, senza averlo premeditato, senza preoccuparsi del fatto che cinquanta persone li stavano guardando, Harry la baciò... (Harry e Ginny)
Il fatto che Harry Potter stesse con Ginny Weasley parve interessare un sacco di gente, soprattutto ragazze, ma nelle settimane che seguirono Harry si scoprì impermeabile in un modo tutto nuovo ai pettegolezzi. In fondo, era un bel cambiamento essere sulla bocca di tutti per qualcosa che lo rendeva più felice di quanto fosse stato da molto tempo, invece che per orripilanti fatti di Magia Oscura.
"La Grandezza ispira l'Invidia, l'Invidia genera Rancore, il Rancore produce Menzogne." (Voldemort)
Nessun altro stava guardando. Harry si chinò a raccoglierlo, e notò qualcosa scarabocchiato lungo la base della quarta di copertina, nella stessa minuscola grafia rattrappita delle istruzioni che gli avevano meritato la bottiglia di Felix Felicis [...]. "Questo libro è proprietà del Principe Mezzo-Sangue".
"Comunque" continuò Hermione, come se non fossero stati appena aggrediti da un tronco di legno,"Lumacorno darà una festa di Natale, Harry, e non potrai evitarla stavolta, perché mi ha chiesto di controllare le tue serate libere in modo da organizzarla quando potrai esserci anche tu". Harry gemette. Nel frattempo Ron, che si era alzato in piedi e con tutta la sua forza stava cercando si spremere il baccello nella ciotola, sbottò, rabbioso: "E questa è un'altra festa riservata ai cocchi di Lumacorno, vero?" "Solo per il Lumaclub, sì" rispose Hermione.
Il baccello schizzò via dalla stretta di Ron, colpì il vetro della serra, rimbalzò sulla testa della professoressa Sprite e le fece volar via il vecchio cappello rappezzato. Harry andò a riprenderlo; quando tornò, Hermione stava dicendo: "Senti, non l'ho inventato io il nome Lumaclub..." "Lumaclub" ripeté Ron con un ghigno beffardo degno di Malfoy. "È penoso. Be', spero che ti diverta. Perché non provi a uscire con McLaggen, così Lumacorno potrà nominarvi Re e Regina dei Lumaconi..." "Possiamo portare degli ospiti" lo interruppe Hermione, che per qualche ragione era violentemente arrossita, "e stavo per chiederti di venire, ma se la pensi così allora lascio perdere!" Harry all'improvviso desiderò che il baccello fosse volato molto più lontano, in modo da non dover stare lì con quei due. Senza che lo notassero, prese la ciotola e cercò di aprire il baccello nel modo più rumoroso e violento che riuscisse a escogitare, ma questo purtroppo non gli impedì di sentire ogni parola.
"Stavi per invitare me?" chiese Ron in tutt'altro tono.
"Sì" rispose Hermione, adirata. "Ma se preferisci che esca con McLaggen..."
Ci fu una pausa durante la quale Harry continuò a pestare il baccello elastico con una paletta.
"No che non lo preferisco" bisbigliò Ron.
Harry mancò il baccello e colpì la ciotola, che andò in pezzi.
"Reparo" ordinò subito, picchiettando i frammenti con la bacchetta, e la ciotola tornò integra. Ma il fracasso evidentemente ricordò a Ron e Hermione che Harry era a un passo da loro. Hermione apparve turbata e cominciò subito a cercare la sua copia di Alberi Carnivori del Mondo per scoprire il modo corretto di spremere i baccelli di Pugnacio; da parte sua, Ron era imbarazzato ma anche compiaciuto.
[...] Non era veramente sorpreso, pensò Harry mentre lottava con un tralcio spinoso deciso a strangolarlo; aveva avuto il sospetto che prima o poi sarebbe potuto succedere. Ma non era sicuro di come si sentiva al riguardo. Lui e Cho ormai erano troppo imbarazzati per guardarsi, figuriamoci parlarsi; e se Ron e Hermione si fossero messi insieme e poi si fossero lasciati? La loro amicizia sarebbe sopravvissuta? Harry ricordò le poche settimane in cui non si erano parlati, al terzo anno; non si era affatto divertito a cercare di riconciliarli. E se invece non si fossero lasciati? Se fossero diventati come Bill e Fleur, e si fosse rivelato imbarazzante stare con loro, e lui fosse stato escluso per sempre? (pp. 260-262)
«Che cos'è che sai fare?» «Di tutto» esalò Riddle. Un rossore eccitato gli salì dal collo alle guance incavate; sembrava febbricitante. «Muovo le cose senza toccarle. Faccio fare agli animali quello che voglio senza addestrarli. Faccio capitare cose brutte a chi mi dà fastidio. So ferirli, se voglio».
Voldemort stesso ha creato il suo peggior nemico, come fanno ovunque i tiranni! Hai idea di quanto i tiranni temano coloro che opprimono? Sanno benissimo che un giorno tra quelle molte vittime ce ne sarà certamente una che si leverà contro di loro e reagirà! (Albus Silente: cap. 23, p. 463)
Perché Weasley è il nostro re, ogni due ne manca tre; Weasley è nato in un bidon, ha la testa nel pallon, così noi cantiam perché; perché Weasley è il nostro re. (coro di scherno di Serpeverde contro Ron).
Perché Weasley è il nostro re, ogni due ne para tre; Weasley è il nostro salvatore, col suo gioco pieno d'ardore, vinceremo noi perché; perché Weasley è il nostro re. (coro di trionfo dei Grifondoro, volutamente ispirato a quello dei Serpeverde, dopo che hanno vinto la partita grazie a Ron che ha salvato il gioco)
Errore di Voldemort, Harry, errore di Voldemort... l'adulto è sciocco e immemore, quando sottovaluta la giovinezza. (Albus Silente)
È l'ignoto che temiamo, quando guardiamo la morte e il buio, nient'altro. (Albus Silente).
"Andrà tutto bene, signore" ripeté ancora e ancora, più preoccupato del mutismo di Silente di quanto lo fosse stato della sua voce indebolita. "Ci siamo quasi... Posso farci Materializzare tutti e due... non si preoccupi"
"Non sono preoccupato, Harry" rispose Silente, la sua voce un po' più forte nonostante l'acqua gelida. "Sono con te".
"Mi ha accusato di essere 'l'uomo di Silente, sempre e comunque"
"Molto maleducato da parte sua"
"Gli ho risposto che è vero."
Silente aprì la bocca per parlare e poi la richiuse.
Con enorme imbarazzo, Harry all'improvviso si accorse che i vividi occhi azzurri di Silente erano umidi, e si affrettò ad abbassare lo sguardo sulle proprie ginocchia. Quando Silente parlò, tuttavia, la sua voce era ferma.
"Sono molto commosso, Harry"
Harry guardò Ginny, Ron e Hermione: il volto di Ron era contratto come se la luce del sole lo accecasse. Quello di Hermione era lucido di lacrime, ma Ginny non piangeva più. Incrociò gli occhi di Harry con la stessa espressione dura e ardente di quando lo aveva abbracciato dopo aver vinto la Coppa di Quidditch senza di lui, e lui seppe che in quel momento si capivano alla perfezione e che, quando lui le avesse detto che cosa avrebbe fatto, non avrebbe detto 'sta' attento' o 'non farlo', ma avrebbe accettato la sua decisione, perché non si sarebbe aspettata da lui niente di meno.
Dopo alcuni minuti... o forse mezz'ora... o forse parecchi giorni di sole, si separarono. (Harry Potter)
Excipit[modifica]
Le sue mani si chiusero meccanicamente attorno al falso Horcrux, ma nonostante tutto, nonostante il sentiero buio e tortuoso che vedeva dipanarsi davanti a lui, nonostante l'incontro finale con Voldemort dovesse avvenire di lì a un mese, un anno, o dieci, si sentì il cuore leggero all'idea che restava ancora un ultimo giorno dorato di pace da assaporare con Ron e Hermione.

[J. K. Rowling, Harry Potter e il principe mezzosangue, traduzione di Beatrice Masini, Salani]

Harry Potter e i Doni della Morte[modifica]
Incipit[modifica]
I due uomini apparvero dal nulla, a pochi metri di distanza, nel viottolo illuminato dalla luna. Per un istante rimasero immobili, le bacchette puntate l'uno contro il petto dell'altro; poi si riconobbero, riposero le bacchette sotto i mantelli e si avviarono rapidi nella stessa direzione.
«Novità?» chiese il più alto dei due.
«Le migliori possibili» rispose Severus Piton.

[J. K. Rowling, Harry Potter e i Doni della Morte, traduzione di Beatrice Masini, Salani]

Citazioni[modifica]
Era molto strano trovarsi in quel silenzio e sapere che stava per uscire da quella casa per l'ultima volta. Molto tempo prima, quando i Dursley andavano a divertirsi e lo lasciavano lì, le ore di solitudine erano una festa rara: interrompendosi solo per rubare qualcosa di buono dal frigo, stava di sopra a giocare col computer di Dudley, o accendeva la televisione e faceva zapping quanto e come voleva. Ricordare quei tempi gli diede una strana sensazione di vuoto: era come ricordare un fratello minore perduto. (cap. 4, p. 47)
Harry lasciò cadere i capelli nel liquido melmoso. Non appena toccarono la superficie, la Pozione cominciò a schiumare e fumare, poi di colpo diventò limpida e brillante come l'oro.
«Ooh, sembri molto più appetitoso di Tiger e Goyle, Harry» commentò Hermione prima di notare le sopracciglia aggrottate di Ron. Arrossì e aggiunse: «Insomma, sai cosa voglio dire... la Pozione di Goyle sembrava moccio». (cap. 4, p. 53)
«Pensi che sia un idiota?» gli chiese Harry.
«No, penso che tu sia come James» rispose Lupin. «Per lui sarebbe stato il massimo del disonore diffidare degli amici».
Harry sapeva dove voleva arrivare Lupin: suo padre era stato tradito dal suo amico Peter Minus. Si sentì invadere da una rabbia irragionevole. (cap. 5, p. 81)
Mi apro alla chiusura. [Frase sul boccino d'oro lasciato da Silente a Harry] (cap. 7)
La mattina dopo Harry si svegliò in un sacco a pelo sul pavimento del salotto. Una striscia di cielo era visibile tra le tende pesanti; aveva il colore azzurro fresco e limpido d'inchiostro annacquato, era tra la notte e l'alba e tutto taceva, tranne i respiri profondi e tranquilli di Ron e Hermione. Harry guardò le sagome scure che si disegnavano sul pavimento accanto a lui. Ron, in uno slancio di galanteria, aveva insistito perché Hermione dormisse sui cuscini tolti dal divano, quindi lei era più in alto. Il braccio le ricadeva sul pavimento, le dita a pochi centimetri da quelle di Ron. Forse si erano addormentati tenendosi per mano. (cap. 10, p. 167)
Lui distolse lo sguardo, cercando di non far trasparire il proprio risentimento. Eccolo di nuovo: scegliere che cosa credere. Lui voleva la verità. Perché erano tutti così decisi a impedirgli di arrivarci? (cap. 10, p. 175)
Naturalmente Voldemort avrà considerato le caratteristiche degli elfi domestici assolutamente indegne della sua attenzione, proprio come tutti quei Purosangue che li trattano come animali... non gli sarebbe mai venuto in mente che potessero avere un potere che lui non aveva. (Hermione; cap. 10, p. 184)
«[...] Ho sempre detto che i maghi alla fine pagano per come trattano i loro elfi domestici. Be', è successo a Voldemort... e anche a Sirius».
Harry non seppe ribattere. Guardando Kreacher che singhiozzava sul pavimento, gli vennero in mente le parole di Silente, poche ore dopo la morte di Sirius: "Io temo che Sirius non abbia mai visto Kreacher come una creatura dotata di sentimenti profondi quanto quelli di un essere umano..." (cap. 10, p. 187)
L'ultimo nemico che sarà sconfitto è la morte. [Frase incisa sulla lapide di James e Lily Potter e ripresa nella copertina] (cap. 16)
Mi unirò a te quando l'inferno gelerà. (Neville a Voldemort)
Ron si tolse la catena e gettò il medaglione su una sedia. Si rivolse a Hermione.
«Tu cosa fai?»
«Cosa vuoi dire?»
«Resti o cosa?»
«Io...» Era a pezzi. «Sì... sì, io resto, Ron, avevamo detto [...] che l'avremmo aiutato...»
«Capito. Scegli lui.»
«Ron, no... ti prego...» (p. 287)
«Dopo che te ne sei andato [Hermione] ha pianto per una settimana. Forse anche di più, ma non voleva farsi vedere.» (Harry)
«Direi che questa notte ti sei fatto perdonare» ribatté Harry. «Hai preso la spada. Hai distrutto l'Horcrux. Mi hai salvato la vita».
«Detto così, mi fa sembrare molto più figo di quello che sono stato» borbottò Ron.
«Questo genere di cose sembra sempre più figo di quello che è stato» replicò Harry. «Sono anni che cerco di dirtelo». (cap. 19, p. 350)
«Allora uccidimi, Voldemort, io accetto volentieri la morte! Ma la mia morte non ti darà quello che cerchi... ci sono tante cose che non capisci...» (Grindenwald a Voldemort, sentito da Harry attraverso la cicatrice: cap. 23, p. 432)
La cicatrice bruciava, ma lui dominava il dolore; lo provava, ma ne era distaccato. Aveva finalmente imparato a controllarlo, a chiudere la mente a Voldemort, proprio come Silente aveva voluto che apprendesse da Piton. Voldemort non era riuscito a possedere Harry quando era divorato dal dolore per Sirius, e adesso i suoi pensieri non potevano penetrarlo mentre piangeva Dobby. Il dolore, sembrava, scacciava Voldemort... anche se Silente avrebbe detto che era l'amore... (cap. 24, p. 441)
Hai dato a Ron il Deluminatore. L'avevi capito... gli hai dato un modo per tornare...
E avevi capito anche Codaliscia... sapevi che c'era un briciolo di rimpianto da qualche parte dentro di lui...
E se conoscevi loro... cosa sapevi di me, Silente?
Il mio destino è sapere, ma non cercare? Sapevi quanto mi sarebbe stato difficile? È per questo che l'hai reso così complicato? In modo che avessi il tempo di capirlo? (cap. 24, p. 445)
Mentre seguiva Bill nel salotto, lo attraversò un pensiero assurdo, senza dubbio generato dal vino che aveva bevuto. Sembrava destinato a diventare per Teddy Lupin un padrino sconsiderato quanto Sirius Black lo era stato per lui. (cap. 25, p. 478)
Harry rimase in silenzio. Non era il momento di manifestare i dubbi che lo arrovellavano da mesi. Aveva fatto la sua scelta scavando la tomba per Dobby; aveva deciso di proseguire lungo il tortuoso, rischioso sentiero tracciato per lui da Albus Silente, di accettare che non gli fosse stato detto tutto ciò che avrebbe voluto sapere, ma di fidarsi e basta. Non nutriva alcun desiderio di dubitare ancora, non voleva sentir dire nulla che lo distogliesse dal suo scopo. Incrociò lo sguardo di Aberforth, straordinariamente simile a quello del fratello: gli occhi azzurri sembravano passare ai raggi X l'oggetto del loro esame, proprio allo stesso modo, e Harry pensò che Aberforth sapesse che cosa stava pensando e lo disprezzasse per questo.
«Il professor Silente teneva a Harry, ci teneva molto» mormorò Hermione.
«Ma davvero?» ribatté Aberforth. «È buffo: un sacco di persone a cui mio fratello teneva molto sono finite peggio che se le avesse lasciate in pace». (cap. 28, p. 519)
Harry rifletté in fretta, mentre ancora la cicatrice bruciava e la sua testa minacciava di aprirsi di nuovo. Silente l'aveva avvertito di non parlare degli Horcrux con nessuno tranne Ron e Hermione. Segreti e bugie, ecco come siamo cresciuti, e Albus... aveva un talento naturale... Si stava trasformando in Silente, si teneva i segreti stretti al petto, aveva paura di fidarsi degli altri? Ma Silente si era fidato di Piton e a cos'aveva portato? A un assassinio sulla torre più alta... (cap. 29, p. 536)
"Guar... da... mi" sussurrò [Piton]. Gli occhi verdi incontrarono i neri, ma dopo un attimo qualcosa nel profondo di questi ultimi svanì, lasciandoli fissi e vuoti. La mano che stringeva Harry crollò a terra e Piton non si mosse più.
No. Sei un uomo molto più coraggioso di Igor Karkaroff. Sai, a volte credo che lo Smistamento avvenga troppo presto. (Silente a Piton: cap. 33)
[Dialogo tra Severus Piton e Albus Silente, Piton parla di Harry]
Silente aprì gli occhi. Piton era sconvolto.
«L'hai tenuto in vita perché possa morire al momento giusto?»
«Non esserne stupito Severus. Quanti uomini e donne hai visto morire?»
«Di recente, solo quelli che non sono riuscito a salvare» rispose Piton. Si alzò. «Tu mi hai usato [...] Ho fatto la spia per te, ho mentito per te, ho corso rischi mortali per te. Credevo che servisse a proteggere il figlio di Lily Potter. Adesso mi dici che l'hai allevato come una bestia da macello...»
«Ma è commovente, Severus» osservò Silente, serio.«Ti sei affezionato al ragazzo, dopotutto?»
«A lui?» Urlò Piton «Expecto Patronum!»
Dalla punta della sua bacchetta affiorò la cerva d'argento: atterrò sul pavimento dell'ufficio, fece un balzo e si tuffò fuori dalla finestra. Silente la guardò volar via e quando il suo bagliore argenteo svanì si rivolse a Piton, con gli occhi pieni di lacrime.
«Dopo tutto questo tempo?»
«Sempre» rispose Piton. (cap. 33)
«Un momento!» fece Ron, brusco. «Abbiamo dimenticato qualcuno!»
«Chi?» chiese Hermione.
«Gli elfi domestici, saranno tutti giù in cucina, no?»
«Vuoi dire che dobbiamo farli combattere?» domandò Harry.
«No» rispose Ron, serio. «Dobbiamo farli andar via. Non vogliamo altri Dobby, no? Non possiamo chiedergli di morire per noi...»
Le zanne del Basilisco caddero con un gran fragore dalle braccia di Hermione. Corse da Ron, lo abbracciò e lo baciò sulla bocca. Ron gettò via le zanne e il manico di scopa e rispose con tanto entusiasmo che sollevò Hermione da terra.
«Vi pare il momento?» gemette Harry debolmente. Ma quando non successe nulla, anzi Ron e Hermione si strinsero più forte e cominciarono a dondolare sul posto, alzò la voce. «Ehi! C'è una guerra là fuori!»
Ron e Hermione si separarono, ma rimasero abbracciati.
«Lo so, Harry» ribbattè Ron, con l'aria di chi è appena stato colpito da un Bolide, «quindi ora o mai più, no?» (p. 575)
Voleva essere fermato, portato indietro, a casa...
Ma era a casa. Hogwarts era la prima e la migliore casa che avesse conosciuto. Lui e Voldemort e Piton, i ragazzi abbandonati, avevano tutti trovato una casa lì... (cap. 34, p. 640)
«E la sua conoscenza è rimasta terribilmente lacunosa, Harry! Ciò che Voldemort non ritiene importante, non si dà la pena di comprenderlo. Di elfi domestici e storie per bambini, di amore, fedeltà e innocenza Voldemort non sa e non capisce niente. Niente. Che tutti hanno un potere che va oltre il suo, oltre la portata di qualunque magia, è una verità che non ha mai afferrato.
«Ha preso il tuo sangue convinto che l'avrebbe rafforzato. Ha accolto nel suo corpo una minuscola parte dell'incantesimo che tua madre aveva imposto su di te quando morì per te. Il suo corpo tiene vivo il sacrificio di Lily, e finché quell'incantesimo sopravvive, sopravvivi anche tu, e sopravvive l'ultima speranza di Voldemort per se stesso». (cap. 35, p. 652)
«[...] A me nel frattempo fu offerto il posto di Ministro della Magia, e non una sola volta. Naturalmente rifiutai. Avevo imparato che non ero adatto al potere».
«Ma lei sarebbe stato molto, molto meglio di Caramell o Scrimgeour!» sbottò Harry.
«Pensi?» chiese Silente in tono grave. «Non ne sono così sicuro. Da giovane avevo dimostrato che il potere era la mia debolezza e la mia tentazione. È curioso, Harry, ma forse i governanti migliori sono quelli che non l'hanno mai desiderato. Quelli che, come te, si vedono affidare la guida e raccolgono lo scettro perché devono, e scoprono con loro sorpresa di impugnarlo bene. (cap. 35, p. 659)
Tu sei il vero padrone della Morte, perché il vero padrone non cerca di sfuggirle. Accetta di dover morire e comprende che vi sono cose assai peggiori nel mondo dei vivi che morire. (Silente a Harry: cap. 35, p. 662)
Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore. (cap. 35, p. 664)
Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry. Ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero? (Silente: cap. 35, p. 664)
MIA FIGLIA NO, BASTARDA! (la signora Weasley a Bellatrix: cap. 36 p. 675)
«Cerca di batterlo [Scorpius] in tutti gli esami, Rosie. Per fortuna hai il cervello di tua madre.»
«Ron, per l'amor del cielo!» ribatté Hermione, un po' seria un po' divertita. «Non cercare di metterli contro ancora prima che la scuola sia cominciata!»
«Hai ragione, scusa» concesse Ron, ma non riuscì a trattenersi e aggiunse: «Non dargli troppa confidenza, Rosie. Nonno Arthur non ti perdonerebbe mai se sposassi un Purosangue.» (p. 693)
«Albus Severus» mormorò, in modo che nessuno sentisse a parte Ginny, e lei, con molto tatto, finse di salutare Rose, già sul treno. «Tu porti il nome di due Presidi di Hogwarts. Uno di loro era un Serpeverde e probabilmente l'uomo più coraggioso che io abbia mai conosciuto». (Harry: p. 696)
E la Morte parlò a loro. Era arrabbiata perché tre nuove vittime l'avevano appena imbrogliata: di solito i viaggiatori annegavano nel fiume. Ma la Morte era astuta. Finse di congratularsi con i tre fratelli per la loro magia e disse che ciascuno di loro meritava un premio per essere stato tanto abile da sfuggirle.
Così il fratello maggiore, che era un uomo bellicoso, chiese una bacchetta più potente di qualunque altra al mondo [...].
Il secondo fratello, che era un uomo arrogante, decise che voleva umiliare ancora di più la Morte e chiese il potere di richiamare gli altri dalla Morte. [...]
Infine la Morte chiese al terzo fratello, il minore, che cosa desiderava. Il fratello più giovane era il più umile e anche il più saggio dei tre, e non si fidava della Morte. Perciò chiese qualcosa che gli permettesse di andarsene senza essere seguito da lei. E la Morte, con estrema riluttanza, gli consegnò il proprio Mantello dell'Invisibilità.
Incipit di alcune opere[modifica]
Il Seggio Vacante[modifica]
Barry Fairbrother non voleva uscire a cena. Aveva avuto un mal di testa martellante per quasi tutto il fine settimana e stava lottando contro il tempo per consegnare il pezzo al giornale locale entro la scadenza.
A pranzo, tuttavia, sua moglie era stata un po' fredda e taciturna, e Barry aveva concluso che il biglietto di buon anniversario non aveva attenuato il crimine di essere rimasto tutta la mattina chiuso nel suo studio. Il fatto poi che avesse scritto di Krystal, che Mary non poteva soffrire pur non dandolo a vedere, non migliorava le cose.

Le Fiabe di Beda il Bardo[modifica]
C'era una volta un vecchio mago gentile che adoperava la magia con generosità e saggezza a beneficio dei suoi vicini. Invece di rivelare la vera origine del suo potere, egli fingeva che le pozioni, gli incantesimi e gli antidoti gli sorgessero già bell'e fatti dal piccolo calderone che chiamava la sua pentola fortunata. Nel raggio di miglia, la gente veniva da lui con i propri problemi e il mago era lieto di dare una rimestata alla pentola e aggiustare ogni cosa.
[J.K. Rowling, Le Fiabe di Beda il Bardo. Traduzione dalle rune di Hermione Granger, trad. di Luigi Spagnol, Salani, 2008. ISBN 9788862560368]


Voglio dire, “grassa” è davvero la cosa peggiore che possa essere una persona? Essere “grassi” è peggio che essere vendicativi, gelosi, superficiali, vanitosi, noiosi o crudeli? Vorrei vedere ragazze indipendenti, interessanti, idealistiche, gentili, caparbie, originali, divertenti.. c’è un migliaio di cose, prima di “magre”.
J. K. Rowling








Il problema è la finzione dei media, ti inculcano cosa è giusto e bello e cosa è brutto e sbagliato. Non tutte le donne sono e devono essere come quelle in copertina ai giornali. Il problema è la testa, questi media ti ammalano la testa, ci vuole davvero molta fatica e autostima per amarsi come si è, a volte però vorresti solo sparire e rompere tutti gli specchi del mondo per colpa di qualcuno che nemmeno conosci che ha detto che il tuo corpo non ha l'unica stupida forma giusta. Non diamo la colpa alle persone che si sentono male davanti allo specchio, diamo la colpa ai sia grassi che magri che da dietro una scrivania decidono cosa dobbiamo pensare e cosa non.


Purtroppo la cosa è molto più complicata di così: il corpo è il mezzo attraverso il quale facciamo tutto, attraverso cui viviamo le esperienze e sentiamo le emozioni, è inoltre ciò che ci mette in relazione con gli altri; dunque se consideriamo questo nostro mezzo come inadatto, se riteniamo che non sia accettato dai nostri simili, tutte quelle esperienze, contatti ed emozioni che viviamo attraverso di esso, ne risentiranno.


il grasso è come un vestito, dipende in parte da come lo si porta.. idem per la magrezza.. almeno a mio modesto gusto..


Le solite ipocrisie...certo che non lo è ma tutti si preferiscono ipocriti o disonesti più che grassi...il grasso può svanire ma sta li e lo vedono tutti. Non sarà mai in problema solo tuo.


Il grasso non è la cosa peggiore che una persona indossa ma è la cosa peggiore che gli altri vedono che indossi ma non notano mai il sorriso la vivacità e tutto quello che una persona "grassa" possa dare!!


essere grassi non è essere malati di una malattia infettiva..ma sei così e basta; ..se le persone andassero oltre si vivrebbe molto meglio..


Nell'antichità il grasso era divino ora stiamo in un mondo malato e poi personalmente conosco persone molto belle fuori ma acide e stronze dentro; a me piaccio così cioè mi vorrebbero un po' di kg in meno per una questione di salute ma compensa il mio cuore sempre aperto a tutti


Perché una magra non può essere indipendente simpatica divertente e compagnia bella? Il problema è la poca comprensione tanto come sei sei c'è sempre pronto qualcuno a giudicarti... Quindi testa alta e avanti per la tua strada


Se le persone non possono darti l'equilibrio, non vedo perché gli si debba arrogare la facoltà di toglierlo. Questo penso valga per tutto.


Io onestamente vivo bene la mia grassezza, molto meglio di mia sorella con la sua magrezza: ok, ho qualche difficoltà a trovare vestiti che mi stiano bene, e so che magari alla maggior parte delle persone potrei anche non piacere, ma io non ho alcun proglema a stare con me stessa, mentre tanti magri non si vedono mai abbastanza magri e vivono nel perenne bisogno dell'approvazione altrui. Bisogna per prima cosa sapersi accettare, e solo quando si è in grado di star bene con se stessi, grassi o magri che si sia, si può essere apprezzati anche dagli altri.


C'è un piccolo problema: fior di letteratura scientifica internazionale afferma che il sovrappeso è un vero e proprio fattore di rischio per malattie cardiovascolari, diabete ecc, pertanto al di la' di considerazioni romantiche, o di rivendicazione estetica che lasciano il tempo che trovano, l'accezione dell'obesità DEVE avere una connotazione di negatività, insomma in altre parole... Si muore prima e peggio.


Beh la ragazza dell'illustrazione non è certo obesa. Qui non credo di parli di patologie, ma di canoni estetici odierni che vedono già in una taglia 42 un'esagerazione... Canoni estetici che fanno del sottopeso l'unica condizione accettabile per essere belle. Va da se che l'obesità è una malattia e che non compromette solo l'aspetto fisico. Ma anche un sederotto pieno e delle gambe tozze possono essere piacevoli, soprattutto se è una donna intelligente, brillante e sicura di se ad averli


Sovrappeso di una certa natura; non uno o due kg in più, talvolta neanche tre... ci vuole un equilibrio


Purtroppo al 99.9% la bellezza e proporzionale alla stronzaggine...è sempre stato cosi e cosi sarà sempre... Un vero sacrilegio..


  • Riguardo al commento "la bellezza è direttamente proporzionale alla stronzaggine" sono completamente disaccordo... le due cose son ben distinte, inoltre anzi: più uno è bello, meglio sta con se stesso, e meglio si relaziona con gli altri perché è più positivo  parlo da Plus Size Model, quindi certo non una "smilza" XD. Per il resto, il discorso d'accompagnamento alla foto , può essere condivisibile, l'aspetto è sempre secondario seppur sia la prima cosa che si nota 


se uno è grasso, forse gli sta bene così, e si ama pure, ama chi gli sta intorno ed è anche una persona positiva, [...] .....io peso 90 kg e non sono in uno schema 


  • secondo non è un vanto né essere magri,né essere grassi...e comunque tra l'apparire e l'essere c'è una grande e sostanziale differenza...magro non vuol dire bello e insensibile e grasso non vuol dire brutto e animo eccezionale..si può essere tutto e il contrario di tutto....impariamo a valutare le persone per ciò che realmente hanno dentro.


  • La citazione della Rowling è bellissima, e sono stimolanti anche i vostri spunti. Io credo che si nasca tutti stronzi ed egoisti, è una questione di istinto di sopravvivenza, poi si irreggimenta e disciplina l'ego... ma solo se c'è sostanza su cui lavorare (alcuni nascono stronzi e muoiono ancora più stronzi)... in ogni caso chi giudica la "grassezza" come la cosa peggiore che possa capitare ad una ragazza è ovviamente qualcuno che ha seri problemi di individuazione delle priorità. Poi sul perchè si ingrassi si potrebbe dibattere a lungo... magari è semplicemente il corpo che ti costringe a ri-prestare attenzione al tuo aspetto esterno e al tuo involucro fisico (come è stato nel mio caso), perché puntando troppo sulla mente e lo spirito hai comunque perso l'equilibrio (voglio dire non avremmo un corpo fisico se dovesse essere del tutto inutile ed insignificante averne uno), o addirittura potrebbe essere l'esatto opposto... il tuo io ti castiga sull'aspetto esteriore per costringerti a considerare il resto... o più semplicemente un rapporto sbagliato col cibo, con spiegazioni ancora diverse... non credo proprio che i grassi non si vogliano bene, almeno non necessariamente o non tutti. Sono stata grassa fino a poco tempo fa e non era questo il motivo...

  • Io sono grassa quindi sono di parte.... L'unico problema del sovrappeso è la salute e il fatto che tutto questo spesso coincide con comportamenti sbagliati e con poco amore per se stessi ... Il sovrappeso non è un carattere somatico purtroppo

  • Il grasso si trova nel cranio di chi offende chi magra/o non è: di conseguenza manca di cervello!

Elenco blog personale