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domenica 10 settembre 2017

Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. La tartaruga pregò l'aquila di insegnarle a volare. L'aquila, ritenendo che volare non fosse cosa da tartaruga, la sconsigliava di tentare: ma la tartaruga insisteva. L'aquila allora la prese nei propri artigli, la portò in alto e la lasciò cadere giù: la tartaruga cadde sulle rocce e si fracassò.

Questa raccolta è stata scritta a più mani, molte mani, in complicità tra un genio universale della letteratura - il conte Lev Nikolaevic Tolstoj - e i piccoli scolari figli dei muzik, i contadini russi, da sempre analfabeti e che, ancora a quel tempo, tra il 1870 e il 1875, appartenevano corpo e anima al padrone, allo stesso modo degli animali.
http://lalibreriadiviavolta.blogspot.it/2013/11/i-quattro-libri-di-lettura.html


Il cieco e il sordo.
Un cieco e un sordo andarono in un campo a rubare i piselli.
Il sordo disse al cieco: – Tu tieni ben dritte le orecchie, e dì a me tutto quello che senti; io baderò a guardare, e ti dirò tutto quello che vedo. Così entrarono in quella piantagione di piselli, e ci si accoccolarono in mezzo. Il cieco tastò i piselli e disse: – Che bei baccelli pieni! – Il sordo rispose: – Che cosa, i carabinieri? – Il cieco inciampo’ in un fossetto, e cadde. – Che c’è? – domandò il sordo. Il cieco rispose: – C’è un fosso! – Il sordo disse: – Ci vengono addosso? – e via a gambe levate. E il cieco, dietro.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.
Primo libro di lettura


La testa e la coda del serpente. (Favola).
La coda del serpente si mise a litigare con la testa, a chi delle due toccasse andare innanzi per prima. La testa diceva: — Tu non puoi andare innanzi per prima: non hai occhi e non hai orecchie! — La coda diceva:   — In compenso, però, la forza sta in me: sono io che ti muovo; se mi viene il capriccio di arrotolarmi intorno a un albero, tu non ti sposti più! Disse la testa: — Dunque, dividiamoci! E la coda si staccò dalla testa, e incominciò a strisciare in avanti. Ma, appena si fu scostata dalla testa, s’imbatté in un crepaccio, e là dentro sprofondò.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.
Primo libro di lettura 

La pietra. (Racconto dal vero).
Un povero giunse alla casa d’un ricco, e si mise a chiedere l’elemosina.
Il ricco non gli diede nulla, e gli disse: — Va via! — Ma il povero non se ne andava. Allora il ricco s’infuriò, raccolse una pietra e la gettò addosso al povero. Il povero raccolse la pietra, la mise nella bisaccia e disse: — Porterò questa pietra fino a tanto che non venga anche per me il momento di gettarla addosso a lui. E quel momento venne. Il ricco commise una mala azione; gli fu tolto tutto ciò che possedeva, e fu condotto in prigione. Mentre lo conduceva‐ no in prigione, il povero gli s’avvicinò, cavò fuori dalla bisaccia la pietra, e fece per tirarla: poi rifletté, lasciò cadere la pietra, e disse: — Inutilmente ho portato per tanto tempo questa pietra: quando era ricco e potente, io lo temevo; ma ora, mi fa pietà.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.
Primo libro di lettura



Gli Eschimesi. (Descrizione).
Al mondo c’è una terra, dove per tre mesi soltanto fa estate, e tutto il resto dell’anno fa inverno. D’inverno le giornate sono così corte, che appena il sole s’affaccia, subito tramonta. E per tre mesi, proprio nel cuore dell’inverno, il sole non si leva affatto, e per quei tre mesi è sempre buio. In questa terra vivono degli uomini: essi si chiamano Eschimesi. […] Gli Eschimesi abitano in case di neve. Essi le costruiscono così: tagliano nella neve tanti blocchi, e con questi compongono la casa, come quando si monta una stufa. Al posto dei vetri incastrano nei muri lastre di ghiaccio, e al posto della porta fanno una lunga galleria sotto la neve, e per questa galleria strisciano fin dentro alla casa. Quando sopravviene l’inverno, le loro case restano seppellite interamente dalla neve, e dentro ci fa un bel caldo. Gli Eschimesi man‐ giano, come le bestie, la carne cruda. Essi non hanno né lino né canapa, da farci camicie e corde, e nemmeno la lana, da farci le stoffe: le corde se le fanno coi nervi delle bestie, e i vestiti con le pelli. Accostano insieme due pelli col pelo all’indentro, ci fanno i buchi con una lisca di pesce, e le cuciono coi nervi. In questo modo fanno camicie, calzoni e stivali. Non conoscono nemmeno il ferro. Per fare le lance e le frecce adoperano gli ossi. Preferiscono a ogni altra cosa mangiare il grasso delle bestie e dei pesci. Donne e uomini vanno vestiti nello stesso modo; le donne, però, portano certi stivaloni larghissimi. Nei larghi gambali di questi stivaloni esse infilano i figliolini da latte, e così li portano. Nel cuore dell’inverno gli Eschimesi hanno tre mesi di buio. Ma quando viene l’estate, il sole non ci tramonta mai, e non fa mai notte.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura, , p. 7
Primo libro di lettura


Fili sottili. (Favola).
Un tale ordinò a una filatrice fili sottili. La filatrice filò i fili sottili, ma l’uomo disse che quei fili non andavano bene, e che lui aveva bisogno di fili straordinariamente sottili. La filatrice disse: — Se questi non ti sembrano sottili, eccone qui degli altri, — e gli faceva segno a mezz’aria.   Quello disse che non vedeva nulla. La filatrice disse: — Appunto non li vedi, perché sono straordinariamente sottili: nemmeno io riesco a vederli. Lo sciocco fu tutto contento, e ordinò altri fili così; e intanto comperò quelli a suon di moneta.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.


La velocità fa la forza. (Racconto dal vero).
Una volta un treno avanzava a grande velocità sulla strada ferrata. E proprio sulla strada ferrata, a un passaggio a livello, stava fermo un cavallo attaccato a un carro pesante. Il contadino non riusciva a smuovere il carro, perché una ruota di dietro era saltata via. Il capotreno gridò al macchinista: — Frena! — ma il macchinista non gli diede retta. Egli aveva compreso che il contadino non poteva né spostare in avanti il cavallo col carro, né farlo rigirare indietro, e che la macchina, così di colpo, non si poteva fermare. Quindi non cercò di fermarla, ma anzi lanciò la macchina alla massima velocità, e a tutto vapore s’avventò sul carro. Il contadino, di corsa, s’era scostato dal carro, e la macchina fece schizzar via dai binari carro e cavallo come una scheggia: ma essa non ne fu scossa, e seguitò a correre oltre. Allora il macchinista disse al capotreno: — Ora noi abbiamo ammazzato soltanto un cavallo, e abbiamo fracassato un carretto: ma se avessi dato retta a te, ci saremmo ammazzati anche noi, e avremmo massacrato tutti i passeggeri. A grande velocità, abbiamo fatto schizzar via il carro e non abbiamo risentito l’urto; ma a piccola velocità, saremmo stati noi a schizzar fuori dai binari.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.


L’asino e il cavallo. (Favola).
C’era un uomo che aveva un asino e un cavallo. Mentre camminava‐ no insieme per la strada, l’asino disse al cavallo: — Quanto fatico, non posso portare più tutta questa roba, prendimi tu qualche cosa! — Il cavallo non gli diede retta. L’asino cadde a terra dallo sforzo, e morí. Quando il padrone ebbe caricato tutta la roba dell’asino sul cavallo, e per giunta anche la pelle dell’asino, allora il cavallo gemette: — Oh di‐ sgraziato me, come sono nato sfortunato! Non ho voluto dare un piccolo aiuto al mio compagno, ed ecco che adesso porto io la roba di tutt’e due, e per giunta la sua pelle!
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.


La massaia e la gallina. (Favola).
C’era una volta una gallina che faceva ogni giorno il suo ovetto. La padrona ebbe il pensiero che, se le dava più mangime, la gallina avrebbe fruttato il doppio. E così provò a fare. Ma la gallina ingrassò e cessò del tutto di far l’uovo.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.



Il vecchio nonno e il nipotino. (Favola).
Il nonno diventò molto vecchio. Le gambe non gli camminavano più, gli occhi non gli vedevano, le orecchie non gli sentivano, non aveva più un dente. E quando mangiava, la roba gli ricadeva giù dalla bocca. Il figlio e la nuora non gli apparecchiarono più il posto a tavola: gli davano da mangiare accanto al fuoco. Una volta, gli avevano portato da mangia‐ re in una ciotola. Lui voleva accostarsela, ma la fece cadere e la mandò in pezzi. La nuora cominciò a sgridare il vecchio, che in casa le mandava a male ogni cosa, e disse che d’ora in poi gli avrebbe dato da mangiare nel mastello delle rigovernature. Il vecchio fece un sospiro, e non disse nulla. Di lì a qualche giorno, la donna e l’uomo se ne stavano in casa, e vedono il figliolino che gioca per terra con certe tavolette, come se volesse fabbricarci qualche cosa. Il padre, allora, gli domanda: – Che stai a fare, Micheluccio? – E Micheluccio gli dice: – Io, babbino, sto a fare un mastello. Così, quando tu e mammina sarete vecchi, in questo mastello io ci darò da mangiare a voi. L’uomo e la donna si guardarono tra loro, e si misero a piangere. Ebbero vergogna di offendere a quel modo il vecchio; e, da quel giorno in poi, ricominciarono a mettergli il posto a tavola e ad assisterlo con premura.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.


Il vignaiolo e i figli. (Favola).
Un vignaiolo voleva che i figli s’affezionassero al lavoro della vigna.
Quando fu vicino a morire, li chiamò e disse:
— Sentite, figli miei: quando io sarò morto, voi cercate bene nella vigna, in modo da trovare quel che c’è nascosto.
I figli credettero che là ci fosse un tesoro: e quando il padre fu morto, si misero a scavare, a scavare, e rivoltarono sottosopra tutta la terra. Il tesoro non lo trovarono; ma la terra della vigna era stata così ben rivoltata, che cominciò a fruttare molto di più. E loro diventarono ricchi.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.
Secondo libro.


Pietro il Grande e il contadino. (Racconto dal vero).
L’imperatore Pietro il Grande, passando per un bosco, incontrò un contadino.
Il contadino spezzava la legna. Disse l’imperatore: — Che Dio t’aiuti, contadino!
Risponde il contadino: — Per davvero ho bisogno dell’aiuto di Dio!
L’imperatore gli domanda: — Perché, hai famiglia grossa?
— La mia famiglia è di due figli maschi e di due figlie femmine.
Allora non è mica grossa, la tua famiglia! O dunque i denari dove li impieghi?
Io, i denari, li impiego in tre modi: primo, ci pago il debito; secondo, li do a credito; terzo, li butto in acqua. L’imperatore rifletté, e non riusciva a capire che cosa voleva dire quel vecchio, che pagava il debito, dava a credito, e buttava in acqua.
Allora il vecchio disse:
— Ci pago il debito: mantengo i genitori; 
li do a credito: mantengo i figlioli; 
li butto in acqua: allevo le figlie femmine.
Disse l’imperatore: — Hai la testa fina, vecchietto. Adesso conducimi fuori del bosco, allo scoperto, perché io da solo non troverei la strada. Il contadino rispose: — La troverai anche da solo, la strada: và diritto, poi volta a destra, poi a sinistra, e poi ancora a destra. Disse l’imperatore:
— Questo latino, io, non lo capisco: guidami tu! — Io, caro signore, non ho tempo di accompagnarti: la giornata di noi contadini vale parecchio. — Allora, se vale parecchio, io te la pagherò. — Se paghi, andiamo pure. Montarono sul calessino, e s’avviarono.
Strada facendo, l’imperatore venne a domandare al contadino:
— Sei stato mai, contadino, lontano di qui?
— Un po’ di mondo l’ho girato anch’io.
— E l’hai veduto mai, l’imperatore?
— L’imperatore non l’ho mai veduto: magari, però, potessi vederlo!
— Ebbene: come usciremo allo scoperto, tu vedrai l’imperatore.
— Ma come farò a riconoscerlo?
— Tutti staranno senza cappello. L’imperatore solo avrà il cappello in testa.
Ecco che arrivano allo scoperto. La gente vide l’imperatore, e tutti si levarono i cappelli.
Il contadino sgrana tanto d’occhi, ma non vede nessun imperatore.
Finalmente domandò: — Ma dov’è, l’imperatore?
Allora gli disse Pietro il Grande:
— Vedi, siamo in due soli col cappello in testa: uno di noi due, bisogna che sia l’imperatore.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.
Secondo libro.


Il leone e il cagnolino. (Racconto dal vero).
A Londra c’era una mostra di bestie feroci, e per entrare a visitarle, si poteva pagare oppure portare dei cani e dei gatti, da dare in pasto alle belve. Un tale ebbe voglia di vedere le belve: acchiappo’ per la strada un cagnolino e lo portò al serraglio. L’uomo fu lasciato entrare, e il cagnolino fu preso e gettato nella gabbia del leone, che se lo mangiasse. Il canino si mise la coda fra le zampe e si ritirò in un angolo della gabbia. Il leone gli s’accostò e lo fiutò. Il canino si coricò sulla schiena, alzò le zampette e si mise ad agitare la codina. Il leone gli diede un tocco con la zampa, e lo rivoltolò. Il canino saltò su e restò seduto dinanzi al leone sulle zampette di dietro. Il leone lo guardava fisso, piegava la testa ora di qua ora di là, e non lo toccava. Quando il padrone delle belve gettò al leone la carne, il leone ne strappo’ un boccone e lo lasciò al canino. Alla sera, quando il leone si stese a dormire, il canino gli si stese accanto, e gli posò la testa sulla zampa. Da quel giorno, il canino visse sempre dentro la gabbia del leone, e il leone non lo toccava, mangiava e dormiva con lui, e certe volte perfino ci giocava insieme. Una volta, un signore venne a visitare il serraglio, e riconobbe il suo cagnolino: disse che il cagnolino era suo, e chiese al padrone del serraglio che glielo restituisse. Il padrone glielo voleva restituire, ma come provarono a chiamare il canino per tirarlo fuori della gabbia, il leone s’incollerì e si mise a ruggire. Così seguitarono a vivere insieme, leone e canino, un anno intero nella stessa gabbia. Passato un anno, il canino s’ammalò e morí. Il leone smise di mangiare, e stava sempre a fiutare il canino, a leccarlo, a smuoverlo con la zampa. Quand’ebbe capito che era morto, d’improvviso diede un balzo, drizzò la criniera, cominciò a battersi la coda sui fianchi, poi si slanciò contro la parete della gabbia e si mise a mordere i chiavistelli e il piancito. Per tutta la giornata si dibatté, girò su e giù per la gabbia, e ruggiva; alla fine, s’accovacciò accanto al canino morto, e si quietò. Il padrone andò per portar via il canino morto, ma il leone non permetteva a nessuno di accostarvisi. Allora il padrone pensò che il leone avrebbe scordato il suo dolore se gli si fosse dato un altro cagnolino come quello, e gli mise nella gabbia un cagnolino vivo: ma subito il leone lo sbranò in mille pezzi. Poi abbracciò con le sue zampe il canino morto, e così rimase disteso cinque giorni. Il sesto giorno, il leone morí.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.
Secondo libro




Il calore. (Considerazioni).
Per quale ragione, nelle linee ferroviarie, le verghe dei binari sono disposte in modo che l’estremità di una non tocca l’estremità dell’altra? Per la ragione che d’inverno, col freddo, il ferro si restringe, mentre d’estate, col caldo, si dilata. Se, quando è inverno, si piantassero i binari in modo da combaciare insieme con le estremità delle verghe, queste, quando viene l’estate, si allungherebbero, farebbero forza una contro l’altra, e si solleverebbero da terra. Col caldo ogni cosa si allarga, col freddo ogni cosa si restringe. Se una vite non entra nel dado, si riscalda il dado, e la vite ci entrerà.   E se la vite ci giuoca dentro, si riscalda la vite, e ci andrà a perfezione.

Per quale ragione un bicchiere si spezza, se ci si mesce l’acqua bollente? 
Per la ragione che quel punto del bicchiere, dov’è l’acqua bollente, si riscalda, si slarga, e invece quel punto, dove l’acqua bollente non c’è, rimane com’era prima: in basso il bicchiere fa forza in fuori, ma in alto non consente, e così si spezza.

Per quale ragione, quando viene il disgelo, la neve si scioglie sulle mani, ma sul cappotto regge?
Per la ragione che il calore del viso e delle mani trapassa nella neve e la fa fondere: infatti, quel punto del viso dove la neve s’è sciolta, diventa freddo.

Per quale ragione, tenendo fra le mani una ciotola di latta piena d’acqua fredda, l’acqua si riscalda, mentre il palmo delle mani si raffredda?
Per la ragione che, dalle mani; il calore trapassa nella latta, e di lì nell’acqua.

Se si tiene la ciotola coi guanti, per quale ragione tarda un pezzo a scaldarsi?
Per la ragione che i guanti non permettono al calore delle mani di diffondersi nell’acqua, mentre invece la latta lascia passare il calore dalle mani nell’acqua. Il ferro e la latta lasciano passare il caldo e il freddo; la pelliccia e il legno non lo lasciano passare. Per questa ragione il ferro, la latta, il rame e tanti altri metalli si riscaldano al sole più del legno, della lana, della carta, e fanno più presto a raffreddarsi. E appunto per questo, nella stagione fredda, ci vestiamo di pellicce, di lana e di tutte le cose che non lasciano uscire il calore.

Per quale ragione la pasta del pane, che deve levitare, si ricopre con una coperta di lana, e non con un pezzo di bandone?

Per quale ragione, sotto i trucioli e sotto la paglia, la neve non si scioglie, e si mantiene fino a giugno?

Per quale ragione il ghiaccio si mantiene meglio nelle cantine che sono riparate da un tetto di paglia?

Per quale ragione, quando si vogliono far prosciugare le assi tagliate di fresco, si mettono sotto una tettoia di bandone, non già di paglia?

Per quale ragione, di fienatura e di mietitura, i contadini, per conservare l’acqua fresca, avvolgono le brocche in un tovagliolo?

Per quale ragione, quando tira il vento ma non gela, ci sentiamo intirizzire più di quando gela senza vento?

Per la ragione che il calore passa dal nostro corpo nell’aria, e se il tempo è calmo, l’aria che sta intorno al corpo si riscalda e rimane intiepidita. Ma quando tira il vento, porta via l’aria riscaldata, e ne porta dell’altra fredda. Dal corpo esce nuovo calore, e di nuovo riscalda l’aria che gli sta intorno: ma di nuovo il vento porta via l’aria intiepidita. E quando molto calore, in questo modo, è uscito dal corpo, noi ci sentiamo intirizzire.

Per quale ragione, quando in una tazzina il tè è bollente, ci si soffia sopra?

Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura.
Secondo libro



La volpe. (Favola).
Una volpe cascò in una tagliola: con uno strappo si staccò la coda, e scappo’.
Allora cominciò a pensare in che modo poteva nascondere la sua vergogna.
Chiamò a raccolta le altre volpi, e cercò di persuaderle che anche loro si mozzassero la coda.
– La coda, – diceva, – non serve a un bel niente: non si sa proprio perché ci trasciniamo dietro questo peso inutile –. Ma una volpe rispose: – Oh, tu non avresti detto così, se non fossi stata senza coda!
La volpe scodata non parlò più, e filò via.
 Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Terzo libro.


Il cervo. (Favola).
Un cervo venne a un fiumicello per abbeverarsi: vide se stesso nell’acqua, e si rallegrò tutto delle sue corna, che erano tanto grandi e ramose; poi si guardò le zampe, e disse: – Peccato che le mie zampe siano così malfatte e meschine! – D’improvviso salta fuori un leone e s’avventa sul cervo. Il cervo si lanciò di galoppo per l’aperta pianura. Esso guadagnava terreno: ma quando giunse al bosco, s’impigliò con le corna fra i rami, e il leone lo acchiappò. Vedendo che stava per morire, il cervo disse: – Ero davvero sciocco! Quelle che mi parevano malfatte e meschine, mi hanno salvato; e quelle che mi davano tanta soddisfazione, sono state la mia rovina.
 Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Terzo libro.


Il cane e il lupo. (Favola).
Un cane s’addormentò fuori del suo cortile. Arrivò un lupo affamato e fece per mangiarlo.
Il cane gli disse: — Lupo! Aspetta a mangiarmi: adesso io sono magro, tutt’ossa.
Ma se dai tempo al tempo, i miei padroni stanno per fare uno sposalizio, e anch’io avrò da mangiare a volontà, e diventerò ben grasso: allora si che ci sarà gusto a mangiarmi! Il lupo gli credette, e se ne andò. Ecco che ritorna un’altra volta, e che cosa vede? Il cane sta coricato sul tetto.
Allora il lupo gli fa: — Ebbene, è stato fatto questo sposalizio?
Gli rispose il cane: — Senti, lupo mio: un’altra volta che mi trovi a dormire davanti al cortile, non stare più ad aspettare gli sposalizi.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Terzo libro.



I fratelli del re. (Leggenda). 
Un re stava camminando per la strada. 
Un mendicante gli s’avvicinò e gli chiese l’elemosina. Il re non gli diede niente. 
Il mendicante disse: — Re, si vede che tu ti sei scordato che tutti quanti abbiamo un padre solo, Dio: noi siamo tutti fratelli, e tutti dobbiamo dividere la nostra roba con gli altri. A queste parole, il re si fermò, e disse: — Hai ragione: noi siamo fratelli, e dobbiamo dividere ogni cosa fra noi —; e diede al mendicante una moneta d’oro. Il mendicante prese la moneta d’oro, e disse: — Tu mi dai poco: è questo il modo di dividere le proprie cose coi fratelli? Bisogna dividere in parti uguali. Tu hai un milione di queste monete, e qui me ne hai data una sola. Allora il re rispose: — È vero che io ho un milione di monete, e che a te ne ho data una sola; ma anche di fratelli io ne ho tanti, quante sono le mie monete.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Terzo libro.


L’umidità. (Considerazioni).
Come mai il ragno, certe volte, fa la ragnatela e rimane lì fermo al centro del suo nido, e altre volte esce dal nido e si tesse un’altra ragnatela? Il ragno fa le sue ragnatele a seconda del tempo che è e che sarà. Noi, osservando le ragnatele, possiamo sapere che cosa farà il tempo: se il ragno se ne sta fermo, ficcato al centro della ragnatela, e di lì non si muove, è segno di pioggia: se esce dal nido e tesse altre ragnatele, è segno di buon tempo. Come fa, il ragno, a sapere in anticipo che tempo sarà? I sensi del ragno sono talmente fini, che appena nell’aria comincia a raccogliersi un pochino di umidità, e noialtri non ce ne accorgiamo neppure, e il tempo ci pare ancora sereno, per il ragno già piove. Allo stesso modo che anche un uomo, se è svestito, sente subito l’umidità, ma se è vestito non l’avverte, così per il ragno già piove, quando per noialtri la pioggia si sta appena preparando.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Terzo libro.



Il leone e la volpe. (Favola).
Un leone, dalla gran vecchiaia, non era più capace d’acchiappare le bestie selvatiche, e allora pensò di campare con la furberia: si ritirò in una grotta, e finse d’essere malato. Le bestie selvatiche vennero a fargli visita, e lui, tutte quelle che mettevano piede nella sua grotta, se le mangiava. La volpe subodorò la faccenda: si fermò sull’entrata della grotta, e disse: — Bè, caro il mio leone, come te la passi? Il leone rispose: — Male. Ma tu, perché non vieni dentro? Gli ribatté la volpe: — Sai perché non vengo dentro? Perché, dalle tracce di fuori, vedo che ad entrare sono stati in molti, ma nessuno è uscito.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Terzo libro.


Il cervo e la vigna. (Favola). 
Un cervo si nascose ai cacciatori dentro una vigna. 
Quando i cacciato‐ ri furono passati oltre, il cervo si mise a brucare le grandi foglie dell’uva. 
I cacciatori notarono che le foglie si muovevano, e pensarono: 
«Non ci sarà qualche bestia selvatica laggiù sotto le foglie?» 
Spararono, e ferirono il cervo. Allora il cervo disse, già in punto di morte: 
— Me lo sono meritato: ho voluto mangiare proprio quelle foglie, che mi avevano salvato la vita.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Terzo libro.



due compagni. (Favola).
Andavano due compagni per un bosco: sbucò fuori un orso, e li assalí.
Uno dei due fece in tempo a fuggire: s’arrampicò su un albero, e lassù si nascose; l’altro rimase lì sulla strada. Non c’era nulla da fare, per lui: si buttò lungo per terra, e fece finta d’essere morto. L’orso gli si accostò e incominciò a fiutarlo: lui smise perfino di respirare. L’orso gli diede una fiutata alla faccia, credette che fosse morto davvero, e se ne andò. Quando l’orso fu scomparso, l’altro compagno scese dall’albero, e si mise a ridere: — Bè, — gli diceva, — cosa aveva da dirti l’orso nell’orecchio? — Sai che mi ha detto? Che sono gente da nulla quelli che, nel pericolo, fuggono via e lasciano soli i compagni.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Quarto libro.



Il peso specifico. (Racconto storico).
Il re greco Ierone di Siracusa ordinò al suo orefice Demetrio una corona d’oro per la statua di Giove, e gli consegnò dodici libbre d’oro. Demetrio fabbricò la corona: e quando il re la pesò, ritrovò nella corona le dodici libbre esatte. Ma venne all’orecchio del re la voce che Demetrio aveva rubato gran parte dell’oro, e che nella corona ci aveva mescolato dell’argento. Il re volle sincerarsi se ci fosse davvero molto argento mescolato nella corona, e ordinò che la stritolassero in mille pezzi, per vedere com’era all’interno. C’era lì un uomo di grande intelligenza e dottrina, parente del re, di nome Archimede. Egli disse al re: – Non farla rompere, quella corona: è peccato mandare a male tanto lavoro! Io, senza rompere la corona, so il modo di verificare quanto argento c’è dentro e quanto oro. Il re acconsentì alla richiesta di Archimede, ed ecco Archimede come fece. Prese una libbra d’oro e una d’argento, e le pesò con una bilancia; poi le pesò di nuovo, tenendo la bilancia nell’acqua. La libbra d’oro, dentro all’acqua, sollevò un piombino in meno di prima; la libbra d’argento sollevò due piombini in meno. Poi Archimede pesò tutta la corona nell’acqua; chiamò il re, e gli disse: – Se una libbra d’oro si pesa nell’acqua, avanza un piombino; se si pesa nell’acqua l’argento, avanzano per ogni libbra due piombini: dunque, se la corona fosse tutta d’oro puro, e ne contenesse dodici libbre, bisognerebbe togliere dalla bilancia dodici piombini. Ora guarda! Pose sulla bilancia un contrappeso di dodici libbre, e pesò la corona nell’acqua. La corona non sollevò dodici libbre meno dodici piombini, ma un peso minore. Bisognò togliere ancora degli altri piombini. E Archimede disse: – Ecco, quanto è il peso di quest’altri piombini che si sono dovuti togliere, tanto è l’oro che Demetrio ti ha frodato. In questo modo Archimede aveva saputo con sicurezza quanto argento era stato mescolato di nascosto nella corona.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Quarto libro.



Il leone, il lupo e la volpe. (Favola).
Un vecchio leone malato stava sdraiato dentro una grotta.
Tutti gli animali venivano a far visita al loro re: soltanto la volpe non si faceva vedere.
Il lupo, tutto contento, ne approfittò per dir male della volpe dinanzi al leone. — Quella, — diceva il lupo, — non ti stima un soldo: nemmeno una volta è venuta a visitare il suo re! Proprio mentre diceva così, sopravvenne la volpe. Essa sentì le parole del lupo, e pensò:   «Aspetta, lupo: mi vendicherò di te». Il leone si voltò alla volpe con un ruggito. Allora lei gli disse: — Non farmi punire, o leone: permetti che io dica una parola. Se non sono mai venuta fino a oggi, la ragione è che non ho avuto tempo. E non ho avuto tempo per la ragione che sono corsa di qua e di là, da un medico all’altro, a chiedere una medicina per te. Soltanto ora l’ho trovata, e subito mi sono affrettata qua. Domandò il leone: — E di quale medicina si tratta? — Ecco di che si tratta: se tu scorticherai un lupo vivo, e ti metterai indosso la sua pelle calduccia calduccia... Non appena il leone ebbe steso il lupo a terra, la volpe si mise a ridere, e disse: — Impara, fratello: ai signori non bisogna mai suggerire il male, ma il bene!
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Quarto libro.


Il leone, l’asino e la volpe. (Favola).
Un leone, un asino e una volpe uscirono in cerca di preda. Acchiapparono molte bestie selvatiche, e il leone ordinò all’asino di fare le parti. L’asino fece tre parti uguali, e disse: — E ora, prendete! Il leone andò in collera, mangiò l’asino, e ordinò alla volpe di rifare lei le parti. La volpe raccolse tutto in un mucchio solo, lasciando per sé soltanto poche briciole.   Quarto libro di lettura 211 Il leone diede un’occhiata alla roba così spartita, e disse: –  Tu si che hai il cervello fino! Ma chi ti ha insegnato a fare tanto bene, le parti? Rispose la volpe: – E dell’asino, scusa, che ne è stato?
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Quarto libro.


Gli uccelli e la rete. (Favola).
Un cacciatore tese la rete presso un lago, e la richiuse su una gran quantità d’uccelli.
Gli uccelli erano grossi: sollevarono la rete da terra e volarono via insieme con essa.
Il cacciatore si mise a correre dietro agli uccelli.
Un contadino vide li cacciatore che correva, e gli disse:
— E dove corri, tu? Si può mai, a piedi, raggiungere un uccello?
Il cacciatore rispose: — Se fosse stato un uccello solo, non lo avrei mai raggiunto:
ma questi, ora, li raggiungerò. E così avvenne. Quando fu sera, gli uccelli vollero ritornare ai luoghi dove pernottavano sempre, e ciascuno tirava dalla parte sua: uno verso il bosco, un altro verso la palude, un terzo verso i campi. E così, tutti quanti insieme, precipitarono a terra, e il cacciatore li catturò.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Quarto libro.



Il vecchio pioppo. (Racconto).
Per cinque anni il nostro giardino era rimasto abbandonato.
Io presi degli operai a giornata, con accette e con zappe, e mi misi a lavorare anch’io insieme con loro intorno al giardino. Sradicammo e mondammo il seccume e il selvaticume, e tutto il dippiú di cespugli e d’alberi che ci era cresciuto. Soprattutto i pioppi e i maraschi avevano avuto un grande sviluppo, e soffocavano le altre piante.   Il pioppo spunta su direttamente da tutte le diramazioni delle radici, e quindi non può essere sradicato d’un colpo: bisogna tagliare le radici sotto terra. Accanto al laghetto sorgeva un pioppo enorme, da volerci due persone per abbracciarlo. Intorno si stendeva una piccola radura.   Questa piccola radura s’era tutta riempita di polloni di pioppo. Io dissi agli uomini di tagliarli: volevo che il posto diventasse più allegro, e soprattutto volevo dare sollievo a quel vecchio pioppo, giacché pensavo che tutti quegli alberelli giovani, venendo su dalle sue radici, gli succhiassero la linfa. Mentre noi tagliavamo i giovani pioppetti, mi faceva pena, a momenti, veder tagliare sotto terra le loro radici piene di linfa, e poi doverci mettere in quattro a tirare, senza riuscire a svellere il piccolo pioppo già intaccato dalle accette. L’alberello resisteva con tutte le forze, e non voleva a nessun costo morire. Allora mi venne il pensiero: si vede che sarà necessario che vivano, se con tanta tenacia difendono la loro vita! Ma bisognava tagliarli, e io li feci tagliare. Soltanto in seguito, quando era troppo tardi, capii che non si sarebbe dovuto distruggerli. Io avevo creduto che i polloni succhiassero la linfa al vecchio pioppo; e invece era accaduto il contrario. Al momento che li tagliai, il vecchio pioppo stava già per morire. Quando sbocciarono le foglie, mi avvidi che uno dei suoi rami (l’albero s’era biforcato in due rami) rimaneva nu‐ do: e, in quella stessa estate, si seccò. Dunque, già da un pezzo il vecchio pioppo s’avvicinava alla morte, e lo sapeva, e aveva voluto trasmettere a quei polloni la sua vita. Per questo essi erano cresciuti tanto in fretta. Io, invece, con l’intenzione di dargli sollievo, avevo ucciso tutti i suoi figlioli.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Quarto libro.


Il sole è il calore. (Considerazioni).
Esci di casa, d’inverno, in una giornata di gelo senza vento, e quando arrivi tra i campi, o nei boschi, guarda intorno a te, e tendi l’orecchio: dappertutto, intorno intorno, c’è la neve: i fiumi sono ghiacciati: qualche filo d’erba secca spunta fuori dalla neve: gli alberi s’alzano spogli: nulla si muove. Guarda lo stesso posto in estate: i fiumi corrono, in ogni pozza d’acqua le rane gracidano, gorgogliano; gli uccelli svolazzano qua e là, fischiano, cantano; le mosche e le zanzare volteggiano, ronzano; gli alberi e le erbe si espandono, oscillano. Fà ghiacciare un secchio di ferro pieno d’acqua: diventerà come una pietra. Poni quel secchio così ghiacciato sul fuoco: il ghiaccio si spaccherà, si scioglierà, si metterà in moto; l’acqua comincerà a ondeggiare, a fare tante bollicine; poi, quando sarà arrivata al bollore, manderà un rom‐ bo, si metterà a girare su se stessa. La medesima cosa accade, col calore, anche nella natura. Se il calore non c’è, tutto è morto; se c’è il calore, tutto si muove e vive. Poco calore, poco movimento; maggior calore, maggior movimento; molto calore, molto movimento; moltissimo calore, moltissimo movimento.
Di dove viene, nella natura, il calore?
Il calore viene dal sole.
Quando il sole, d’inverno, gira basso, di fianco, e non investe diritto coi raggi la terra, nulla si muove. Quando il sole viene a girare più alto sopra la terra, allora tutta la natura si riscalda e si mette in moto. Allora la neve incomincia a sciogliersi, il ghiaccio incomincia gonfiar‐ si nei fiumi, l’acqua corre a ruscelli giù dalle alture, s’innalzano dall’acqua i vapori e formano le nubi, cade la pioggia.
Chi fa accadere tutte queste cose? Il sole.
I semi delle piante si macerano, cacciano fuori i germogli; i germogli s’aggrappano alla terra; dalle radici vecchie spuntano i nuovi polloni; in‐ cominciano a crescere alberi ed erbe.
Chi ha fatto accadere questo? Il sole.
Si riscuotono dal letargo gli orsi, le talpe; si ridestano le mosche, le api; nascono le zanzare, nascono i pesci dalle piccole uova toccate dal calore. Chi ha fatto accadere tutto questo? Il sole.
Si riscalda l’aria in un dato punto, si solleva verso l’alto, e al suo po‐ sto sopravviene aria più fredda: si produce, così, il venticello. Chi ha fatto accadere questo? Il sole.
S’innalzano le nubi, incominciano a riunirsi insieme e a separarsi: scoppia il fulmine.
Chi ha prodotto questo fuoco? Il sole.
Crescono le erbe, i grani, i frutti, gli alberi; si saziano gli animali, si nutriscono gli uomini: raccolgono cibo e legna per l’inverno, costruiscono case, costruiscono ferrovie e città.
Chi ha procurato tutte queste cose?   Il sole.
L’uomo si è costruito una casa. Con che cosa l’ha fatta? Con tronchi e travi.
Questi tronchi e travi sono stati tagliati dagli alberi; gli alberi, li ha fatti crescere il sole.
Si accende la stufa con la legna. Chi ha fatto crescere la legna? Il sole.
L’uomo mangia il grano, le patate. Chi li ha fatti crescere? Il sole.  
L’uomo mangia la carne. Chi ha nutrito gli animali, gli uccelli? Le erbe.
E le erbe, le ha fatte crescere il sole.
L’uomo costruisce una casa in muratura, con mattoni e con calce.
I mattoni e la calce sono stati cotti a legna. La legna è stata procurata dal sole.
Tutte le cose che servono agli uomini, che riescono utili a loro, sono procurate dal sole:
e in tutte passa una gran quantità di calore solare.  
Appunto tutti hanno bisogno di grano, perché è stato il sole che lo ha fatto crescere, ed esso contiene una gran quantità di calore solare. Il grano riscalda colui che lo mangia. E appunto è necessaria la legna da ardere, perché contiene una gran quantità di calore.
Chi compera legna per l’inverno, compera calore so‐ lare: e durante l’inverno, ogni volta che vorrà, accenderà quella legna e farà spandere il calore solare nelle sue stanze. Quando poi c’è il calore, allora c’è anche il movimento. Qualunque movimento ci sia, viene sempre dal calore: o direttamente dal calore solare, oppure dal calore di qualche cosa che è stata prodotta dal sole, come il carbone, la legna, il grano, l’erba. I cavalli, i buoi, trasportano carichi; gli uomini lavorano:
chi è che li fa muovere? È il calore.
Ma di dove è venuto, a loro, il calore?
E venuto dal cibo. E il cibo, lo ha prodotto il sole.
I mulini ad acqua e quelli a vento girano e macinano.
Chi li fa muovere? Il vento e l’acqua.
Ma il vento, chi è che lo spinge? È il calore.
E chi è che spinge l’acqua? È il calore, nient’altro.
È stato il calore che ha fatto innalzare l’acqua in forma di vapore verso il cielo:
e se non fosse avvenuto questo, l’acqua non sarebbe ricaduta in basso.
Una macchina lavora, mossa dal vapore: ma il vapore, chi lo produce?
La legna. E nella legna c’è il calore solare.
Il calore produce il movimento, e il movimento produce il calore.
E sia il calore, sia il movimento, sono prodotti dal sole.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura. Quarto libro.




Un vecchio era andato a tagliare la legna, e la stava portando verso casa. La strada era lunga. 
A un certo punto, il vecchio si sentì sfinito, depose a terra la sua fascina e disse: 
«Ah, se venisse la morte!». La morte arrivò, e gli disse: 
«Eccomi qua, cosa ti occorre?». Il vecchio si spaventò, e rispose: 
«Voglio che mi aiuti a rimettermi questa legna sulle spalle».
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura, traduzione di Agostino Villa, Milano, Isbn 2013, p. 127


Una chioccia aveva fatto uscire dall’uovo i suoi pulcini, e non sapeva come proteggerli dai pericoli della vita. Perciò disse loro: «Ritornate dentro i vostri gusci: quando sarete lì, mi accovaccerò sopra di voi, come quando vi covavo, e vi proteggerò da ogni pericolo».
I pulcini obbedirono alla chioccia, e fecero per rientrare nei loro gusci, ma non ci riuscirono in nessun modo, e non fecero altro che sgualcirsi le ali. Allora uno dei pulcini disse alla madre: 
«Se dobbiamo rimanere sempre dentro il guscio, allora era meglio se non ci covavi!».
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura, traduzione di Agostino Villa, Milano, Isbn 2013, p. 228



La tartaruga pregò l'aquila di insegnarle a volare. L'aquila, ritenendo che volare non fosse cosa da tartaruga, la sconsigliava di tentare: ma la tartaruga insisteva. L'aquila allora la prese nei propri artigli, la portò in alto e la lasciò cadere giù: la tartaruga cadde sulle rocce e si fracassò. 
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura


Un cane stava attraversando un fiume su una passerella, portando fra i denti un pezzo di carne.
Vide se stesso riflesso nell’acqua e credette che lì sotto ci fosse un altro cane, intento come lui a portare in bocca un pezzo di carne. Così lasciò andare il suo pezzo e si lanciò di sotto per strappare quello dell’altro cane. Di quella carne, però, non c’era neppure l’ombra, e la sua venne portata via dalle acque.
E il cane restò a bocca asciutta.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura


A un contadino venne voglia di mangiare. Comprò un panino e lo ingoiò tutto d’un fiato, ma aveva ancora fame. Così comprò un altro panino e mangiò anche quello, ma continuava ad avere fame. Alla fine, comprò qualche ciambella, e quando ne ebbe mangiata una si sentì sazio. A quel punto, si batté sulla fronte e disse: «Che stupido che sono stato! Perché ho mangiato inutilmente tanti panini? 
Per essere sazio, mi sarebbe bastato mangiare fin dall’inizio una sola di queste ciambelle!».
 Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura, traduzione di Agostino Villa, Milano, Isbn 2013, p. 74


Un tale, cieco dalla nascita, domandò a uno che ci vedeva: “Di che colore è il latte?”.
Quello che ci vedeva gli rispose: “Il colore del latte somiglia a quello della carta bianca”.
Il cieco domandò: “Ma forse questo colore fruscia sotto le mani come fa la carta quando la strofini?”.
Quello che ci vedeva rispose: “No, è bianco come la farina”.
Il cieco domandò: “Ma forse è morbido e composto di tanti granellini come la farina?”.
Quello che ci vedeva rispose: “No, è bianco e basta, come una lepre, una di quelle bianche”.
Il cieco domandò: “Ma allora è peloso e morbido come una lepre?”.
Quello che ci vedeva rispose: “No, il bianco è tale e quale alla neve”.
Il cieco domandò: “Ma allora è freddo come la neve?”.
E così, per quanti paragoni potesse fare quello che ci vedeva, il cieco non riuscì a capire com’era fatto il colore bianco del latte.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura





«Il periodo piú luminoso della mia vita mi è stato dato non già dall'amore per una donna, ma dall'amore per gli uomini, per i bambini». Cosí Lev Tolstoj rievocò, molti anni dopo, la stagione felice della scuola di Jasnaja Poljana da lui fondata nel 1860 per i bambini di campagna; perché «nel bambino vive intatto il prototipo dell'uomo: e ogni educatore deve aiutare il bambino a preservare la sua primigenia perfezione». A tal scopo Tolstoj raccolse prima nell'Abbecedario (1872) e rifuse poi nei Quattro libri di lettura (1875) favole, racconti dal vero, descrizioni, considerazioni su problemi veri o immaginari («Dove va a finire l'acqua del mare»), graduando l'approccio dei piccoli lettori nei territori del Meraviglioso. Nel creare il suo polittico narrativo, Tolstoj scrisse anche uno dei suoi libri piú personali e persuasivi: un'antologia dell'immaginario popolare e collettivo, in cui sono i piccoli a guidare gli adulti lungo sentieri lussureggianti di immagini, folti di sorprese, gremiti di deliziose presenze: la ragazza topolino, il brigante Pugaciov, Pietro il Grande, i due fratelli fiumi Volga e Vasusa, il nero mastino Bulka...
Traduzione di Agostino Villa. Introduzione di Pier Cesare Bori.
http://www.einaudi.it/libri/libro/lev-tolstoj/i-quattro-libri-di-lettura/978880613576


[...] Nel realizzare la raccolta Tolstoj si fece aiutare dai piccoli scolari, figli dei servi della gleba, a cui insegnava a leggere e scrivere. Scrivevano assieme, ognuno proponendo una frase, una parola, un episodio. Il risultato è un coro di voci nate dalla voglia di imparare, il primo vero moto di riscatto per dei ragazzini all’epoca senza futuro. Anche molti bambini italiani, da metà Novecento, hanno iniziato a leggere con questi racconti e ne conservano ancora il ricordo. [...]
http://www.panorama.it/cultura/libri/lev-tolstoj-i-quattro-libri-di-lettura/



http://www.archividifamiglia-sapienza.beniculturali.it/Public/FILE_CONTENT/2_%20Elaborato_di_Laurea_triennale_16012013125452.pdf







Lev Tolstoj, Il diavolo. se Evgenij Irtenev era un malato di mente, allora lo siamo tutti, e in particolar modo quelle persone che vedono negli altri i segni di una pazzia che non arrivano a scorgere in se stesse.

Giovanni Ferraris:
Trasferendo a Irtenev i propri sentimenti, le proprie angosce interiori, mettendosi praticamente a nudo davanti ai lettori, Tolstoj cercava un modo per espiare la sua colpa, proprio come Irtenev che, confessando il suo passato e le sue debolezze allo zio, vede nell'umiliazione un mezzo per sentirsi temporaneamente piu' sollevato. (...)


Leone TOLSTOJ, IL DIAVOLO.
Maschio e sesso tra natura e cultura. XII (...)
Evgenij non aveva voglia di uscire, ma sarebbe stato ridicolo nascondersi. 
Uscì anche lui sul pianerottolo con una sigaretta, salutò ragazzi e contadini e parlò un po con uno di loro. Le contadine, nel frattempo, urlavano con tutta la loro forza la melodia della danza, battevano i piedi e ballavano.
"La signora vi cerca" disse un ragazzino avvicinandosi a Evgenij, che si trovava in un punto in cui non sentiva la voce della moglie. Liza lo aveva chiamato per fargli vedere la danza, per mostrargli la danza di una di quelle contadine che a lei era piaciuta particolarmente. Era la Stepaska. Indossava una sottogonna gialla, un corsetto di velluto e un vestito di seta: era larga, forte, colorita e allegra. Effettivamente ballava bene. Lui non vide nulla.
"Si, si" disse, toglindosi e mettendosi il pince-nez "si, si" ripeteva. 
"Proprio non riesco a liberarmi di lei" pensava.
Non la guardava perche' temeva di rimanere affascinato e proprio perche' la guardava a tratti lei gli sembro' particolarmente affascinante. Inoltre capi' dal brillio dello sguardo di lei che lei lo aveva visto, e aveva visto che gli piaceva...
.... Si ritirò ed entrò in casa. Se ne era andato per non vederla ma, salito al piano superiore, senza sapere come e perchè, si avvicino' alla finestra e per tutto il tempo in cui le contadine rimasero vicino al pianerottolo d'ingresso rimase alla finestra a osservare, a osservarla, ubriacandosi della sua vista.



Evgenij Irtenev, un giovane di 26 anni, impiegato statale a San Pietroburgo, eredita dal padre una grande proprietà; ma talmente gravata da debiti che potrebbe essere opportuno rinunciare all'eredità. Decide infine di accettarla ritenendo che il patrimonio possa essere rimesso in sesto a patto di amministrare gli affari con intelligenza e oculatezza, e curando personalmente le colture. Evgenij si trasferisce pertanto in campagna con la madre, occupandosi dell'azienda con cura e passione.
In campagna, Evgenij sente il peso della forzata castità, la mancanza di rapporti sessuali con le donne, un problema che a San Pietroburgo aveva risolto col ricorso ad amori mercenari. Danila, un suo guardiano, gli presenta Stepanida, una contadina il cui marito vive e lavora in città. Evgenij e Stepanida non attribuiscono alcun significato sentimentale alla relazione: si incontrano diverse volte, e al termine di ciascun incontro Stepanida riceve un compenso in danaro.
Mar'ja Pavlovna, la madre di Evgenij, pensa che sia tempo che il figlio si sposi, preferibilmente con una ereditiera, una condizione utile per pagare i debiti. Evgenij è invece disgustato dall'idea che il matrimonio possa essere un mezzo per sistemare gli affari; si innamora poi di Liza Annenskaja, una ragazza borghese non ricca, tronca la relazione con Stepanida e sposa Liza.
Dopo un anno di matrimonio, Liza assume due contadine per aiutarla nelle pulizie. Quando Evgenij si accorge che una di loro è Stepanida, sente riaccendere la passione, teme di non riuscire a resistere e decide che Stepanida debba essere mandata via. Più tardi Liza, che aspetta un bambino, cade: non si ha interruzione della gravidanza, ma Liza ha bisogno di cure. Evgenij decide di accompagnare Liza a Jalta, in Crimea, sia per accudire la moglie che per allontanarsi da Stepanida. I due coniugi ritornano a casa dopo che Liza ha dato alla luce una bambina. Evgenij stesso pensa di essere finalmente appagato: è felice in famiglia, le prospettive finanziarie stanno diventando buone, è stimato in paese (viene eletto allo zemstvo).
Evgenij rivede Stepanida per caso, mentre la donna sta ballando durante una festa paesana. Pur rendendosi conto che, essendo ormai sposato, una relazione con Stepanida sarebbe causa di scandalo in paese e di dolore in famiglia, Evgenij, attratto da Stepanida, cerca di riallacciare i rapporti con lei. Si rende conto tuttavia di non essere più in grado di agire autonomamente; pensa infatti di Stepanida: "Lei è un diavolo. Un vero diavolo. Sono posseduto, contro la mia volontà. Ho solo due scelte: uccidere mia moglie oppure uccidere lei"[5]. Evgenij sceglie poi per una terza opzione, quella di uccidersi con un colpo di pistola alla tempia. I suoi familiari non riusciranno a capire il perché del suicidio: pur essendo evidentemente tormentato, Evgenij non si confidava con nessuno.
Nella versione alternativa del finale, Evgenij uccide Stepanida con una pistola; viene processato, condannato a una pena mite, ma "tornò a casa che era ormai un alcolizzato cronico, privo di volontà".
In entrambi i finali, la conclusione del racconto è la medesima:

« Varvara Alekseevna [la suocera di Evgenij] affermava di averlo sempre previsto. Si vedeva dal modo in cui discuteva. Liza e Mar'ja Pavlovna non riuscirono a risalire alla causa dell'accaduto, però non credettero al dottore quando questi disse che Evgenij era un malato di mente. Non lo potevano credere perché sapevano che era molto più sano di centinaia di persone di loro conoscenza.
E in effetti, se Evgenij Irtenev era un malato di mente, allora lo siamo tutti, e in particolar modo quelle persone che vedono negli altri i segni di una pazzia che non arrivano a scorgere in se stesse. »
Lev Tolstoj, Il diavolo, Cap. XXI e Variante di finale.

martedì 29 agosto 2017

Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer. La vicenda è ambientata su un treno; un uomo, dopo aver ascoltato una conversazione sull’amore fatta da alcuni sconosciuti, decide di raccontare la propria storia: narra di quando era sposato e di come un giorno ha presentato alla moglie un musicista. Presto, ha iniziato a sospettare che tra i due ci fosse una relazione, sospetto confermato quando ascolta i due eseguire in perfetta armonia la Sonata a Kreutzer di Beethoven; così, spinto dalla gelosia, uccide la moglie.

Era appena iniziata la primavera. Eravamo in viaggio da due giorni. 
Nel vagone c'era un andirivieni di viaggiatori che percorrevano brevi tragitti, ma tre erano saliti, come me, alla stazione di partenza del treno: una donna di una certa età, non bella, fumatrice, con un'espressione di grande stanchezza sul volto, e con un berretto in capo ed un cappotto di taglio quasi maschile indosso; un suo conoscente, un uomo sui quarant'anni, loquace, con tutte le sue valigie nuove e ben curate; e, ancora, un signore, che si teneva un po' in disparte, non molto alto, dai movimenti bruschi, non ancora anziano, ma con i capelli ricci evidentemente incanutiti anzitempo, occhi straordinariamente brillanti che si spostavano velocemente da un oggetto all'altro. Indossava un vecchio cappotto di buon taglio, con il collo di montone e portava in capo un berretto altro, pure di montone. Sotto il cappotto, quando lo sbottonava, s'intravedeva una poddevka ed una camicia russa ricamata. Un'altra particolarità di questo signore era che di tanto in tanto emetteva degli strani suoni, simili ad un raschiamento di gola, o ad un inizio di risata, subito interrotta
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“«Allora vi racconterò che… Ma lo desiderate veramente?». 
Io ripetei che mi interessava molto. Tacque per un po’, si passò le mani sul volto e cominciò: 
«Se devo raccontare, allora devo cominciare dall’inizio: bisogna dire come e perché io mi sposai, chi fossi prima del matrimonio. Fino al matrimonio io vissi come vivono tutti nel nostro ambiente. 
Sono proprietario terriero, laureato all’Università e sono stato anche maresciallo della nobiltà”.
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891


Se non fosse sbucato lui, sarebbe stata un altro che avrebbe offerto un pretesto allo scoppio della mia gelosia.

“Battibecchi ed espressioni di odio venivano fuori per il caffè, per la tovaglia, per la carrozza, per una mossa al vint, tutte cose che non potevano avere la minima importanza nè per l’uno nè per l’altra”.
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891

“Lei cercava di stordirsi nelle occupazioni sempre intense e incalzanti della casa, dell’arredamento, del vestiario suo e dei bambini, dell’ istruzione e della salute dei figli. Mentre io avevo la mia droga: l’ufficio, la casa, le carte”.
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891

« […] io lo definisco un litigio, ma in realtá fu semplicemente la scoperta del profondissimo abisso che ci divideva. L'innamoramento si era esaurito in seguito alla soddisfazione dei sensi, e noi ora eravamo rimasti l'uno di fronte all'altra nel nostro reale reciproco rapporto, e cioè nel rapporto di due egoisti completamente estranei l'uno all'altro e bramosi soltanto di procurarsi quanto più piacere possibile.»
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891
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Ora sostengono di rispettare la donna. Le cedono il posto, le raccolgono il fazzolettino, altri riconoscono loro il diritto di esercitare qualsiasi professione, di partecipare al governo, e via di seguito. Fanno tutto questo, ma il loro concetto della donna è rimasto lo stesso. È uno strumento di piacere. Il suo corpo è il mezzo di piacere. Lei lo sa. È come una schiavitù. 
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 ...e alla fine si arrivò ad un punto tale che non era più la discordia ad essere causata dall'ostilità, bensì l'ostilità causa della discordia. Mia moglie riteneva senz'altro di essere sempre nel giusto rispetto a me, ed io ai miei occhi miei occhi apparivo sempre un santo rispetto a lei. 
Pag. 17

"La cosa più importante che persone del genere non capiscono" disse la signora "è che un matrimonio senza amore non è un matrimonio, che solo l'amore rende sacro il matrimonio, e che un matrimonio autentico è solo quello consacrato all'amore." 
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Come un morfinomane, un alcolista o un fumatore, così anche chi ha conosciuto diverse donne per il proprio piacere non è più una persona normale, è rovinato, prigioniero per sempre del vizio. 
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E' sorprendente quanto grande, totale possa essere l'illusione che nella bellezza c'è il bene. 
Pag. 31

“Volete fare di noi soltanto degli oggetti del desiderio fisico: 
bene, in quanto oggetto del desiderio vi renderemo schiavi.”

lei agisce sui sensi dell'uomo, attraverso i sensi lei lo domina in modo tale che solo formalmente è lui a scegliere, in realta è lei. 
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Mi tormentava l'idea spaventosa di essere l'unico a vivere così male con mia moglie, tanto diversamente da come avevo sperato, mentre negli altri matrimoni queste cose non accadevano di certo. A quell'epoca non sapevo ancora che si trattava di una sorte comune ma che tutti, proprio come me, pensano che sia una disgrazia esclusivamente personale e nascondono questa loro sfortuna esclusiva e vergognosa, non solo agli altri ma addirittura a se stessi, insomma non vogliono confessarsela. 
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Le donne, come regine, tengono in schiavitù e incatenati al lavoro il 90% del genere umano. 
E tutto ciò solo perchè sono state umiliate, private di eguali diritti con gli uomini. 
Così si vendicano facendo leva sui nostri sensi, catturandoci con le loro reti. 
Pag. 38

Per quale motivo si proibisce il gioco d'azzardo, mentre alle donne sono consentiti abiti da meretrice che eccitano i sensi? Il pericolo è mille volte maggiore! 
Pag. 39

"Anch'io, dunque, ero finito in trappola. 
Ero, come si suol dire, innamorato." 
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 Tenete presente questo: se il fine dell'umanità è il bene, l'amore, se preferite; se il fine dell'umanità è quello che è stato annunciato dai profeti, e cioè che tutti gli uomini siano congiunti dall'amore, che le lance siano trasformate in in falci, eccetera, qual è l'ostacolo? L'ostacolo sono le passioni. E tra le passioni, la più forte e brutta e ostinata è quella sessuale, l'amore carnale; perciò se si elimineranno le passioni, compreso l'amore carnale, la profezia si avvererà, gli uomini si congiungeranno e l'umanità che avrà raggiunto il suo fine non avrà motivo di vivere. Ma finché l'umanità vive, si pone un ideale e, s'intende, non l'ideale dei conigli e dei porci, che aspirano a riprodursi quanto più possibile, e neppure quello delle scimmie e dei parigini, di usufruire nella maniera più raffinata possibile della passione sessuale, ma l'ideale del bene, che si raggiunge con l'astinenza e la castità. Un ideale a cui gli uomini hanno sempre aspirato e aspirano. Nascondi 
Pag. 43

E' sorprendente quanto totale possa essere l'illusione che la bellezza sia un elemento positivo. 
Una bella donna dice delle stupidaggini, e tu le ascolti senza notarle: vedi soltanto intelligenza. Lei parla, magari dice delle volgarità, e tu vedi soltanto cose piacevoli. Quando poi non dice stupidaggini, nè volgarità, ma è bella, allora ti convinci che sia un vero miracolo di intelligenza e moralità. 
Pag. 43

Eravamo due galeotti, legati alla stessa catena, che si odiavano e avvelenavano reciprocamente l'esistenza, fingendo di non vederlo. Allora non sapevo ancora che il 99% delle coppie sposate vivono nello stesso inferno in cui vivevo io, e che non può essere altrimenti. 
Pag. 64

C'è poco, del resto, che possa rimordersi, perché nel nostro mondo di oggi la coscienza manca del tutto, a parte, se vogliamo chiamarla coscienza, quella dell'opinione pubblica e del codice penale. 
Pag. 66

Quando rimanevamo soli, parlare, di solito, era tremendamente difficile. Che lavoro di Sisifo era mai! Appena avevi escogitato che cosa dire, e lo dicevi, bisognava di nuovo tacere e immaginare qualcosa. Non c'era di che parlare. 
Pag. 39

 Quando eravamo soli, eravamo quasi costretti al silenzio oppure a discorsi come quelli che, ne sono sicuro, possono fare gli animali tra loro: "Che ora è? è tempo d'andare a dormire. Che cosa c'è a pranzo quest'oggi? Dove dobbiamo andare? Che cosa sta scritto sul giornale? Bisogna mandare a chiamare il medico. Maša ha mal di gola". 
Pag. 68

"Non posso suicidarmi e non far nulla a lei, bisogna che soffra almeno un po' che capisca quanto ho sofferto." 
Pag. 94

Dicono che la musica agisca in modo da elevare l’anima: sono sciocchezze, non è vero. Agisce, agisce terribilmente, parlo di me stesso, ma niente affatto in modo da elevare l’anima; non agisce in modo né da elevare, né da abbassare l’anima, ma in modo da eccitare l’anima. Come dirvi? La musica mi costringe a dimenticarmi di me, della mia vera situazione, mi trasporta in una situazione nuova, e che non è la mia; sotto l’influsso della musica mi pare di sentire quello che in realtà non provo, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso. Io lo spiego dicendo che la musica ha la stessa azione dello sbadiglio, del riso: non ho sonno, ma sbadiglio, guardando della gente che sbadiglia; non c’è ragione di ridere, ma rido, sentendo della gente che ride. Essa, la musica, mi trasporta d’un colpo, immediatamente, nello stato d’animo in cui si trovava colui che ha scritto la musica. Mi fondo spiritualmente con lui e insieme a lui passo da uno stato d’animo all’altro. Ma perché lo faccio, non so.
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891

"Su di me l'esecuzione di quel pezzo ebbe un effetto terribile: fu come se mi si scoprissero sentimenti nuovi, che mi pareva di non aver mai conosciuto, come se mi si svelassero nuove possibilità di cui fino ad allora non avevo avuto sentore. Fu come se una voce mi parlasse nell'intimo e dicesse: ecco com'è che si deve vivere e pensare, e non come vivevi e pensavi prima! Non potevo assolutamente rendermi conto in che consistesse quella novità che mi si era rivelata, ma la semplice coscienza di questa nuova condizione spirituale mi dava molta gioia. Tutte le persone che avevo lì intorno, compreso lui e mia moglie, mi apparivano adesso in tutt'altra luce". 
Pag. 101

Il mio primo impulso fu di correre dietro Truchacevskij, ma subito mi resi conto che non sarebbe stato molto dignitoso correre dietro all'amante di mia moglie con i soli calzini, e io volevo essere spietato, non ridicolo. Per quanto fossi in preda ad un'ira terribile, continuavo ad avere sempre l'esatta coscienza dell'impressione che potevo produrre sugli altri.
Pag. 101

E' un fatto sorprendente, come permanga piena l'illusione che bellezza significhi bontà. 
Una bella donna dice un sacco di idiozie, e tu l'ascolti, e non avverti le scemenza: 
odi cose spiritosissime. Dice e fa qualche grossolanità, e tu vedi invece qualcosa di garbato. 
Quando poi non dice né idiozie né grossolanità, e per giunta è carina, tu subito ti convinci che sia una specie di prodigio di intelligenza e di moralità.
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891

Voi ritenete che le donne nella nostra società nutrano interessi diversi rispetto alle donne delle case di tolleranza, e io vi dimostrerò che è falso. Se le finalità, il contenuto interiore dell'esistenza sono differenti, tale differenza si rifletterà inevitabilmente anche sull'aspetto esteriore, e tale aspetto sarà differente. Ma osservate quelle derelitte e infelici, e poi le dame della più alta società: agghindate, vestite allo stesso modo, gli stessi profumi, le stesse braccia, spalle e seni denudati e il sedere in bella mostra sotto gli abiti attillati, la stessa passione per le pietruzze e gli altri gingilli costosi e luccicanti, gli stessi divertimenti, balli, musica e canti. Sia quelle che queste usano ogni mezzo per sedurre. Non c'è alcuna differenza. A un esame oggettivo si può solo dire che quelle che si prostituiscono per brevi periodi sono di solito disprezzate, e quelle che si prostituiscono più a lungo sono invece riverite
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891
cap. VI

Sono convinto che verrà il giorno, e sarà forse molto presto, in cui ci si chiederà con stupore come abbia potuto esistere una società che consentiva azioni così lesive dell'ordine pubblico come quegli abbellimenti corporali che sono permessi alle donne nella nostra società. È come se si mettessero sulle passeggiate o lungo i sentieri trappole di ogni sorta, o peggio! Per quale motivo si proibisce il gioco d'azzardo, mentre alle donne sono consentiti abiti da meretrice che eccitano i sensi? Il pericolo è mille volte maggiore! 
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891
cap. IX

Anch'io prima ero sempre in imbarazzo, sotto tensione quando vedevo una damigella imbellettata con il suo abito per il ballo, ma adesso ne ho aperto terrore, e vedo chiaramente qualcosa di pericoloso per l'umanità e contrario alla legge, e avrei voglia di chiamare un gendarme, chiedere aiuto contro il pericolo, pretendere che quella minaccia sia allontanata, rimossa. 
Pag. 38

“Soltanto noi uomini non lo sappiamo e non lo sappiamo perché non vogliamo saperlo; le donne sanno benissimo che l’amore più elevato, più poetico, come lo definiamo noi, non dipende dalle qualità morali, ma dalla vicinanza fisica e perfino dalla pettinatura, dal colore, dal taglio dell’abito…l’uomo mente quando parla di sentimenti elevati: a lui interessa solo il corpo, ecco perché perdona qualsiasi bassezza ma non perdona un abito fatto male, di cattivo gusto, di un brutto colore. Una civetta ne è conscia, ma qualsiasi ragazza innocente lo sa inconsciamente, come sanno gli animali.” 
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891

“Provate a domandare a un’esperta civetta, intenzionata a conquistare qualcuno, se preferisca rischiare di essere accusata, in presenza di quello che vuole sedurre, di falsità, crudeltà o anche dissolutezza, o di mostrarsi in un brutto abito mal cucito: tutte preferiranno la prima evenienza. Sanno bene che tutti noi mentiamo parlando degli elevati sentimenti, che tutti gli uomini hanno solo bisogno del corpo, e perciò perdoneranno ogni schifezza, ma non un abito malfatto, inadeguato e di cattivo gusto.”. 
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891
cap. VI

"Per le persone infelici vivere in città è meglio. 
In città un uomo può vivere anche cent'anni senz'accorgersi di essere ormai morto e putrefatto da un pezzo. In città si è sempre occupati e non c'è mai temo per riflettere un po' su se stessi. Ci sono gli affari, i rapporti sociali, le mostre d'arte, le cure per la propria salute e per quella dei figli, nonché le preoccupazioni per la loro educazione. Ora bisogna ricevere i tali e tal'altri conoscenti; ora invece bisogna recarsi in visita da certi altri; ora bisogna andare a vedere questa, o ad ascoltare questo o quest'altra. (...) E poi bisogna curarsi, o se stesso o qualcuno di famiglia; eppoi ci sono gl'insegnanti, i ripetitori, le governanti, e la vita scorre sempre più vuota". 
Pag. 78


“Guardai i bambini, lei con i lividi sul viso e per la prima volta mi dimenticai di me stesso, delle mie ragioni, del mio orgoglio, per la prima volta vidi in lei un essere umano. E così insignificante mi apparve tutto ciò che mi aveva ferito, la mia gelosia e così significativo mi apparve ciò che avevo fatto, tanto che avrei voluto affondare il mio volto nella sua mano e chiedere: Perdonami!, ma non osavo.
Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, 1891




“La Sonata a Kreutzer” è una delle opere più cupe di Tolstoj, che appartiene all’ultimo periodo della sua vita. Egli aveva già scritto un racconto, “L’assassino della moglie”. che riprende in occasione di un avvenimento accaduto nel 1888 a casa sua, dove viene eseguita la “Sonata a Kreutzer” di Beethoven. Il turbamento che ne deriva fa sì che Tolstoj lanci una sfida: l’attore Andreev Burlak e il celebre pittore Repin oltre a lui ovviamente, avrebbero dovuto rappresentare con la propria arte le emozioni provocate dall’ascolto. Solo Tolstoj rispettò la promessa, dando vita a questo un racconto drammatico e provocatorio sull’onda del bisogno di autodenuncia di una condizione di tormento e sofferenza personale.
http://www.gliamantideilibri.it/la-sonata-a-kreutzer-lev-tolstoj/


La vicenda è ambientata su un treno; un uomo, dopo aver ascoltato una conversazione sull’amore fatta da alcuni sconosciuti, decide di raccontare la propria storia: narra di quando era sposato e di come un giorno ha presentato alla moglie un musicista. Presto, ha iniziato a sospettare che tra i due ci fosse una relazione, sospetto confermato quando ascolta i due eseguire in perfetta armonia la Sonata a Kreutzer di Beethoven; così, spinto dalla gelosia, uccide la moglie.
http://libri.robadadonne.it/libro/sonata-a-kreutzer/

https://youtu.be/aQAG6cD81xs

sabato 8 luglio 2017

Anna Karenina. Tolstoj. «Sì, amico mio, le donne sono una vite su cui gira tutto». [...] E’ uno spaccato crudo della vacuità (sentita anche da loro stessi, in parte) della nobiltà russa (malgrado la loro voglia di capire e aggiornare le loro concezioni) e delle loro regole. Del nulla fondato sul nulla. Di una Società ricca ma ingessata ed anacronistica. E della condizione della donna di quell’epoca. Stretta tra santità e dannazione. La storia, nota a tanti, anche perché ne sono state tratte diverse riduzioni cinematografiche, corre in parallelo a tre relazioni: quella di Anna Karenina (illecita) con Aleksej Kirillovič Vronskij; quella di Stepàn "Stiva" Arkad'ič Oblònskij (fratello di Anna) con Dar'ja "Dolly" Aleksandrovna e quella di Konstantin Dmitrič Lëvin (amico di Stepan) con Katerina "Kitty" Aleksandrovna Ščerbackaja (sorella di Dolly). Tre stati d’animo diversi le caratterizzano: passione ed egoismo che però alla fine distruggeranno il tutto nella prima; finzione e rassegnazione nella seconda; convenzionalità ma anche conflitto (unilaterale da parte di lui) nella terza. Da un certo punto in poi, le parti più belle, quelle tormentate di Anna e soprattutto il lungo, corrosivo, stupendo soliloquio prima del tragico evento della fine.

Guardi, nel cinema, come in ogni altra arte, per creare un effetto di rumore bisogna che prima ci sia silenzio. Per creare un effetto di sorpresa bisogna che prima tutto sia scontato. Bisogna creare un tempio che poi verrà distrutto. Come dice il Vangelo: «Io posso costruire e poi distruggere». Ma costruire la parola e poi distruggerla – questo possono farlo anche gli scrivani, mentre comprendere e riempire di senso il destrino della creazione e della distruzione, questo può farlo solo l’artista. Pensiamo a Tolstoj: ci descrive dapprima una donna tranquilla e serena, Anna Karenina, un giovane e tranquillo ufficiale soddisfatto di sé, e poi fa crollare tutto, distrugge la sua costruzione, e nella distruzione scorge e rappresenta i meccanismi umani.
Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale, Roma, Editori Riuniti 1979, pp. 92


Nel 1887 lo stesso Tolstoj circa l'inizio di Anna Karenina affermò di avere immaginato, mentre era sdraiato sul divano, un «nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico» e che da lì fu così perseguitato da quell'immagine da doverne creare un'incarnazione.    [...]  Anna è la perla dell'alta società di San Pietroburgo finché non lascia suo marito per l'affascinante conte Vronskij, ufficiale dell'esercito. Innamorandosi l'uno dell'altra, oltrepassano il limite dell'adulterio come "banale" e comune passatempo dell'epoca.   [...]  Il romanzo contiene anche la storia d'amore di Konstantin Lëvin e Kitty, solida e onesta, che si pone continuamente in contrasto con quella di Anna e Vronskij, che è macchiata dall'incertezza della situazione, che crea scompiglio, ritorsioni e sospetti. Così, per tutto il corso del romanzo, Tolstoj non vuole che il lettore commiseri i maltrattamenti di Anna, ma che riconosca la sua incapacità di impegnarsi davvero nella ricerca della felicità e della comprensione dei propri sentimenti, incapacità che la porta al suicidio. [...] si suicida lanciandosi sotto un treno. Per l'idea del violento suicidio di Anna, Tolstoj si ispirò a un fatto di cronaca accaduto il 4 gennaio 1872 nei pressi della sua abitazione, quando una donna di nome Anna Stepanovna Pirogova si suicidò alla stessa maniera nella stazione di Jasenki della ferrovia Mosca-Kursk.
https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Karenina


Anna Karenina. Tolstoj.
E’ uno spaccato crudo della vacuità (sentita anche da loro stessi, in parte) della nobiltà russa (malgrado la loro voglia di capire e aggiornare le loro concezioni) e delle loro regole. Del nulla fondato sul nulla. Di una Società ricca ma ingessata ed anacronistica. E della condizione della donna di quell’epoca. Stretta tra santità e dannazione. La storia, nota a tanti, anche perché ne sono state tratte diverse riduzioni cinematografiche, corre in parallelo a tre relazioni: quella di Anna Karenina (illecita) con Aleksej Kirillovič Vronskij; quella di Stepàn "Stiva" Arkad'ič Oblònskij (fratello di Anna) con Dar'ja "Dolly" Aleksandrovna e quella di Konstantin Dmitrič Lëvin (amico di Stepan) con Katerina "Kitty" Aleksandrovna Ščerbackaja (sorella di Dolly). Tre stati d’animo diversi le caratterizzano: passione ed egoismo che però alla fine distruggeranno il tutto nella prima; finzione e rassegnazione nella seconda; convenzionalità ma anche conflitto (unilaterale da parte di lui) nella terza. Da un certo punto in poi, le parti più belle, quelle tormentate di Anna e soprattutto il lungo, corrosivo, stupendo soliloquio prima del tragico evento della fine.
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 “Io infelice? – ella disse, accostandosi a lui e guardandolo con un entusiastico riso d’amore – io sono come un essere affamato al quale abbiano dato da mangiare. Avrà forse freddo, e avrà il vestito lacero; avrà vergogna, forse, ma non è infelice. Io infelice? No, eccola, la mia felicità.”
Lev Tolstoj, Anna Karenina


“Si volevano bene, malgrado la diversità dei caratteri e dei gusti, così come si vogliono bene gli amici incontratisi nella prima giovinezza. Malgrado ciò, come capita spesso fra persone che hanno scelto generi diversi di attività, ciascuno di loro, pur giustificando col ragionamento l’attività dell’altro, finiva col disprezzarla dentro di sé.”
Lev Tolstoj, Anna Karenina



«Sì, amico mio, le donne sono una vite su cui gira tutto».
Lev Tolstoj, Anna Karenina


[…] ti ho sempre amata, e se ami, ami tutta la persona, così com'è, e non come vorresti che fosse.
Lev Tolstoj, Anna Karenina

Era come se tutte quelle tracce del suo passato lo avessero afferrato dicendogli:
No, non ti libererai e non diventerai un altro, resterai quello che sei: con i dubbi, il continuo malcontento di te stesso, gli sterili tentativi di perfezionamento, le ricadute e l’eterna attesa d’una felicità alla quale non sei destinato e che non puoi conseguire.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


Ma conosceva la sua anima e la proteggeva come la palpebra protegge l’occhio, e non vi lascia entrare nessuno che non avesse la chiave dell’amore.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


«Anche questo è delizioso, che niente sia stato detto tra me e lei; ma ci siamo talmente intesi in quella invisibile conversazione fatta di sguardi e di toni di voce che oggi, in maniera più chiara che mai, ella mi ha detto che mi ama».
Lev Tolstoj, Anna Karenina


«Ma in lei c’era qualcosa che la metteva al di sopra del suo ambiente: in lei c’era lo splendore di un brillante autentico in mezzo a brillanti falsi. Questo splendore le veniva dagli occhi bellissimi e veramente misteriosi. Lo sguardo stanco e nello stesso tempo appassionato di quegli occhi colpiva per la sua assoluta schiettezza. Guardandola negli occhi pareva di leggere nella sua anima, e conoscerla significava amarla».
Lev Tolstoj, Anna Karenina



Non c’era nulla di particolare, almeno così sembrava, nell’abito suo e nella sua posa; ma per Levin era così facile riconoscere lei tra tanta gente, così come una pianta di rose fra le ortiche. Tutto prendeva luce da lei: era lei il sorriso che illuminava tutto, d’ogni intorno.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


Conosceva così bene il sentimento di Levin, sapeva che per lui le ragazze del mondo si dividevano in due tipologie: la prima comprendeva tutte le ragazze del mondo tranne lei; e costoro avevano tutti i difetti possibili ed erano ragazze molto convenzionali; la seconda tipologia comprendeva lei sola, che non aveva alcun difetto ed era superiore all'umanità intera.
Lev Tolstoj, Anna Karenina



Scese evitando di guardarla a lungo, come si fa con il sole.
Ma vedeva lei come si vede il sole, anche senza guardare.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


— Non ho nessun male — diceva, dopo essersi calmata;
— ma non puoi credere come per me tutto sia diventato brutto, ripugnante, volgare e prima di tutto me stessa. Tu non puoi immaginare quali brutti pensieri io abbia su tutto.
— Ma quali brutti pensieri puoi mai avere tu? — chiese Dolly, sorridendo.
— I più disgustosi e volgari, non te li posso dire. Non è malinconia, né stanchezza, ma qualcosa di molto peggiore. È come se tutto quello che c’era di buono in me si fosse nascosto e fosse rimasta solo la parte più ignobile.
Lev Tolstoj, Anna Karenina, 1877, parte seconda, cap. III (Kitty e Dolly)


Che significavano quelle cure?
Era voler riappiccicare i frammenti di un vaso rotto.
Il suo cuore era spezzato. Come volevano guarirla con pillole e polveri?
Lev Tolstoj, Anna Karenina.


Noi moriamo soltanto quando non riusciamo a mettere radice in altri. Come una candela ne accende un’altra e così si trovano accese migliaia di candele, così un cuore ne accende un altro e così si accendono migliaia di cuori. L’uomo ama, non perché sia suo interesse amar questo o quello, ma perché l’amore è l’essenza dell’anima sua; perché non può non amare.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


Io non posso vivere altrimenti che secondo il cuore e voi vivete secondo le regole
Lev Tolstoj, Anna Karenina


«Sentiva di non poter allontanare da sé l’odio degli uomini, perché quest’odio non derivava dal fatto ch’egli fosse cattivo (in tal caso avrebbe cercato di essere migliore), ma dal fatto ch’era infelice in una maniera vergognosa e ripugnante. Sapeva che proprio perché il suo corpo era lacerato, gli uomini sarebbero stati senza pietà verso di lui. Sentiva che gli uomini l’avrebbero annientato, come i cani strozzavano un cane dilaniato che guaisce dal dolore. Sapeva che l’unico modo di salvarsi dagli uomini era nascondere loro le proprie ferite».
Lev Tolstoj, “Anna Karenina”


«No, non ti libererai e non diventerai un altro, resterai quello che sei: con i dubbi, il continuo malcontento di te stesso, gli sterili tentativi di perfezionamento, le ricadute e l’eterna attesa d’una felicità alla quale non sei destinato e che non puoi conseguire».
Lev Tolstoj, “Anna Karenina”


Non posso escogitare una situazione in cui la vita non sia un tormento, che noi tutti siamo creati per tormentarci, e che noi tutti lo sappiamo e tutti escogitiamo dei mezzi per ingannarci.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


Non c’era risposta, eccetto quella generica risposta che la vita dà ai problemi più complicati e insolubili. La risposta è questa: bisogna vivere delle esigenze della giornata, ossia dimenticare.
Lev Tolstoj, “Anna Karenina”



"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo. In casa Oblonski tutto era sottosopra. La moglie aveva scoperto una relazione amorosa del marito con una francese che era stata istitutrice in casa loro, qualche tempo prima, e gli aveva dichiarato che non poteva più vivere con lui sotto lo stesso tetto. Questa situazione durava da due giorni e si faceva sentire in modo penoso, tanto dai due coniugi quanto dagli altri membri della famiglia e sinanche dal personale di servizio. Tutti provavano l'impressione che la loro vita in comune non avesse più senso e che l'unione della famiglia e dei familiari di casa Oblonski fosse più effimera di quella delle persone che si trovavano casualmente riunite in qualsiasi albergoLa moglie non usciva dalle sue stanze; il marito era sempre fuori; i bambini correvano per la casa abbandonati a se stessi; l'istitutrice inglese aveva litigato con la governante e aveva scritto a un'amica pregandole di trovarle un altro posto; la sguattera e il cocchiere si erano licenziati."
[incipit di 'Anna Karenina' di Lev Nikolaevič Tolstoj, nato il 28 agosto 1828 (secondo il calendario giuliano all'epoca in vigore in Russia)]



- Anna è molto cambiata dopo il viaggio a Mosca.
C'è in lei qualcosa di strano - diceva una sua amica.
- Il cambiamento di maggior rilievo è che ha portato con sé l'ombra di Aleksej Vronskij - disse l'ambasciatrice.
- E che c'è di strano? C'è una favola di Grimm: l'uomo senza ombra, l'uomo privato dell'ombra. E questo gli è dato in castigo di qualcosa. Non ho mai capito in che cosa consistesse il castigo.
Ma per una donna, sì che deve essere triste non aver l'ombra.
- Sì, ma le donne con l'ombra, di solito, vanno a finir male - disse l'amica di Anna.
- Che vi si secchi la lingua! - disse di botto la principessa Mjagkaja a queste parole.
- La Karenina è un'ottima donna. Il marito non mi piace, ma a lei voglio un gran bene.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


Egli si trovava ovunque potesse incontrare la Karenina e, quando le circostanze glielo permettevano, le parlava del proprio amore. Ella non l'incoraggiava; ma nel suo spirito, ogni volta che lo vedeva, divampava quello stesso senso di animazione che l'aveva invasa fin dal primo giorno in cui l'aveva incontrato in treno; ed essa stessa si rendeva conto di come, appena lo scorgeva, la gioia le si accendesse negli occhi e affiorasse nel suo sorriso, senza tuttavia essere in grado di smorzare l'espressione di quella gioia.
Nei primi tempi dopo il ritorno, era sincera nel credere d'essere scontenta dell'insistenza di Vronski; ma una volta, non avendolo incontrato a un ricevimento dove contava vederlo, capì chiaramente, dalla tristezza che le invase l'anima, di aver ingannato se stessa; l'insistenza di quell'uomo non solo non le era fastidiosa, ma costituiva per lei tutto l'interesse della vita.
Lev Tolstoj, Anna Karenina



Vivere non per i propri bisogni, ma per Dio. Per quale Dio?
E cosa si può dire di più insensato di quello ch’egli ha detto?
Ha detto che non bisogna vivere per i propri bisogni, cioè che non bisogna vivere per quello che comprendiamo, verso cui siamo attratti, di cui sentiamo desiderio, ma che bisogna vivere per qualcosa di incomprensibile, per un Dio che nessuno può capire, né definire. E allora? Non ho forse inteso queste parole insensate di Fëdor? E, dopo averle intese, ho forse dubitato della loro giustezza? le ho giudicate sciocche, poco chiare, inesatte?
No, le ho intese e proprio così come intende lui, le ho intese pienamente e con maggiore chiarezza ch’io non intenda qualunque altra cosa nella vita; e mai nella mia vita ho dubitato né posso dubitare di questo. E non io solo, ma tutto, tutto il mondo intende pienamente questa sola cosa e di questa sola cosa non dubita e vi consente sempre.
Fëdor dice che il portiere Kirillov vive per la pancia. È comprensibile e ragionevole. Noi tutti, esseri ragionevoli, non possiamo vivere altrimenti che per la pancia. E a un tratto lo stesso Fëdor dice che vivere per la pancia è male e che bisogna vivere per la verità, per Dio, e io lo intendo da un accenno! E io, e milioni di uomini che hanno vissuto secoli fa e che vivono adesso, i contadini, i poveri di spirito e i saggi, che hanno pensato e scritto su questo e dicono la stessa cosa con il loro linguaggio confuso, noi tutti siamo d’accordo su questa sola cosa: per che cosa si debba vivere e cosa sia il bene. Io con tutte le persone non ho che una sola conoscenza ferma, indubitabile e chiara; e questa conoscenza non può essere spiegata con la ragione; è al di fuori di essa e non ha nessuna causa e non può avere nessun effetto. Se il bene ha una causa, non è più bene; se ha un effetto, la ricompensa, pure non è bene. Perciò, il bene è al di fuori della catena delle cause e degli effetti.
E questo appunto io lo so e tutti lo sappiamo.
Ma io cercavo dei miracoli, mi rammarico di non aver visto un miracolo che mi avesse persuaso.
Ed ecco il miracolo, l’unico possibile, continuamente attuale, che da ogni parte mi circonda, e io non me ne accorgevo! Quale miracolo può essere mai più grande di questo? […]
Io cercavo una risposta alla mia domanda.
E la risposta alla mia domanda non poteva darmela il pensiero:
esso è incommensurabile con la domanda. La risposta me l’ha data la stessa vita nella mia conoscenza di quello che è bene e di quello che è male. E questa conoscenza non l’ho acquistata con nulla, ma mi è stata data insieme agli altri, data perché non la potevo prendere da nessuna parte.
Di dove ho preso ciò? Sono forse giunto con la ragione a convincermi che bisogna amare il prossimo e non soffocarlo? Me l’hanno detto nell’infanzia, e io ci ho creduto con gioia, perché mi dicevano quello che avevo nell’animo. E chi l’ha scoperto? Non la ragione. La ragione ha scoperto la lotta per l’esistenza e la legge che esige che siano soffocati tutti quelli che ostacolano il soddisfacimento dei miei desideri. Questa è la deduzione della ragione. E che si debba amare un altro non poteva scoprirlo la ragione, perché è una cosa irragionevole”.
Lev Tolstoj, Anna Karenina


[...] Anna Karenina è senza scampo. È chiaro, gli occhi non mentono.
Molti eroi della narrativa moderna se la prendono comoda prima di entrare in scena.
Ma niente è come il debutto della protagonista di Tolstine (capitolo 18) prima che Anna si riveli a noi in tutto il suo charme. Procrastinare l’entrata in scena del protagonista è uno stratagemma collaudato nella narrativa moderna: anche Emma Bovary, Stavrogin, Gatsby se la prendono comoda. [...] Tra i molti scogli posti da un’opera corale la presentazione dei personaggi è di certo il più sfibrante. Il narratore esperto sa che introdurre un nuovo eroe comporta un’inevitabile perdita di energia e mette alla prova l’attenzione del pigro lettore.
Tolstoj ha già affrontato il problema nel maestoso Guerra e Pace, risolvendolo in modo convenzionale, alla Balzac. La goffa insistenza sulla miopia di Pierre, sul difetto di pronuncia di Denisov o sulla bruttezza della principessina Marie serve a tipizzare i personaggi in modo da renderli memorabili con il minor sforzo possibile. [...]

Anna Karenina. Il primo colpo di genio è iniziare la storia di un’eroina tragica di prima grandezza — degna di Medea, Didone o Fedra — con il piglio leggero di una commedia di Beaumarchais o di un film di Nora Ephron. Veniamo subito calati nei tormenti coniugali di Oblònskij: beccato dalla moglie in flagrante adulterio, cacciato dal talamo coniugale, è confinato da due giorni nel suo studio. Stiva (così lo chiamano in società) è l’amico che tutti vorremmo avere: piacente, buono e simpatico, un bon vivant dedito ai piaceri della mondanità, della gastronomia e del sesso. Considera suo diritto tradire l’amorevole Dolly, la moglie che, dopo cinque gravidanze, è invecchiata decisamente peggio di lui. Il suo solo cruccio è di non aver saputo ingannarla come al solito.

Il secondo colpo di genio è che Stiva, per risolvere tale controversia, si affidi a sua sorella Anna in arrivo da Pietroburgo. Che una delle più famose adultere della storia letteraria si presenti a noi nei panni di assennata paladina delle virtù parentali la dice lunga sull’ironia tolstoiana, assai più sottile, magnanima e lungimirante dei suoi sarcasmi puritani.

Per ora godiamoci il risveglio di Stiva, con tanto di toilette impeccabile e lauta colazione. Tratteniamo il fiato seguendolo fino agli appartamenti della moglie. Procede con la circospezione dei mariti colpevoli, sa che Dolly è pronta a fargliela pagare. Assistiamo al più classico dei bisticci coniugali, ignari che si tratti della pallida parodia degli scontri che Anna dovrà affrontare con il suo spregevole consorte. Tolstoj sta ben attento a non perdere il tono di commedia: per la tragedia c’è ancora tempo.

Lévin.
Iniziare la giornata con Stiva è un’esperienza talmente dolce e rassicurante che siamo disposti a sorbirci anche la sua mattinata in ufficio. Finché un usciere non annuncia l’arrivo di un tipo un po’ strambo, il quale, poco avvezzo alle usanze moscovite, senza troppi complimenti ha imboccato la rampa di scale che conduce agli uffici e ora se ne sta lì in trepida attesa di Stiva. Tolstoj impiega tutta la sua sapienza perché Lévin ci appaia per la prima volta attraverso gli occhi benevoli del suo più caro e vecchio amico. Stiva è felice di ritrovarlo goffo e irrequieto. Eccolo lì, il nostro Lévin, in tutto il suo fascino rupestre: aitante, barbuto, in testa un grosso colbacco di montone. Gli siamo già affezionati. Un amico di un uomo delizioso come Stiva, ci diciamo, sarà di certo altrettanto delizioso.
L’apparizione di Lévin non ha niente di gratuito ed estemporaneo, è perfettamente adeguata alle circostanze, e il bello è che qualsiasi lettore lo sa, lo sente. Lévin non è altri che l’amico timido e orgoglioso che ogni Stiva può sfoggiare, così come Stiva è l’amico cazzaro di cui qualsiasi Lévin ha bisogno. È così bello immergersi nel calore di questa amicizia consolidata. Arriviamo persino a eccitarci quando comprendiamo che Lévin non è lì per caso. È stato via da Mosca per quasi un anno e adesso vuole riprendere i suoi rapporti con la cognata di Stiva, la sorellina di Dolly: la piccola Kitty di cui è innamorato da sempre.

Kitty.
Il flashback di Tolstoj sulla tenera amicizia adolescenziale tra Lévin e Kitty è particolarmente toccante perché ormai proviamo una palpitante simpatia per questo proprietario terriero dalle scarse risorse sociali, e per i suoi propositi nuziali. Lévin è serio, timido e pieno di slanci romantici. È l’incarnazione romanzesca di ciò che un lettore di romanzi pensa di se stesso. Per questo tifiamo per lui e non vediamo l’ora di conoscere Kitty. L’autore si guarda bene dal soddisfare immediatamente le nostre attese. Vuole farci stare ancora un po’ con Lévin, mettendoci a parte del singolare rapporto che intrattiene con i suoi fratelli, così dissimili tra loro e così diversi da lui.

La pista di ghiaccio
L’incontro tra Lévin e Kitty è una delle scene più suggestive della letteratura universale.
Lévin arriva al giardino zoologico alle quattro di pomeriggio, in «una limpida giornata di gelo».
Gli basta vedere la carrozza degli Šcerbackij (la famiglia di Kitty) per farsi venire il batticuore.
Il sentiero innevato che conduce alla pista di pattinaggio è disseminato di simboli ieratici, lo scintillante laghetto ghiacciato è il correlativo oggettivo dei pensieri puri di Lévin e della verginità di Kitty. «Si accorse che lei era lì dalla gioia e dal terrore che gli aveva afferrato il cuore» scrive Tolstoj. Avvertiamo l’agitazione del nostro eroe, le pulsazioni, lo stomaco in subbuglio.

Eccola finalmente: sebbene condivida la pista con un nutrito gruppo di pattinatori, è isolata dal resto da una luce vivida. Gli appare come una rosa tra le ortiche, dice Tolstoj. Una similitudine semplice come è semplice l’animo di Lévin. «Tutto risplendeva di lei. Lei era il sorriso che illumina tutto intorno a sé». Adoriamo Kitty perché gli occhi di Lévin ci insegnano ad adorarla. Non sappiamo niente di lei e ne siamo già innamorati. Presidiamo con imbarazzo all’incontro tra questi amici di vecchia data. Kitty non è più una bambina, sta per esordire in società. Lévin, inselvatichito dai mesi in campagna, dà prova di irredimibile imbranataggineI due finalmente pattinano insieme ed è questo sport elegante a scioglierli. Quando lei gli chiede se si tratterà a lungo a Mosca, lui con qualche esitazione risponde: «Dipende da voi». Lei finge di non aver sentito e il lettore si chiede che ne sarà di Lévin.

L’antipatico Vronskij.
Dopo il promettente incontro con Kitty, avendo esercitato le sue eccellenti arti di pattinatore di fronte una piccola folla di entusiasti ammiratori, Lévin va a cena con Stiva nell’elegante hotel Inghilterra. La raffinatezza gastronomica di Stiva contrasta con i gusti semplici di Lévin il quale, d’altronde, ancora turbato dall’incontro con Kitty, non presta grande attenzione al cibo. Stiva, interpretando l’inquietudine dell’amico, lo incoraggia a chiedere la mano di lei il prima possibile. Ed è a quel punto che sente il dovere di metterlo in guardia da un possibile rivale. Durante la sua assenza, infatti, è giunto a Mosca un tizio quanto mai insidioso: il giovane, avvenente, ricchissimo conte Vronskij, «uno dei migliori esemplari della gioventù dorata pietroburghese».

Tolstoj persegue implacabilmente la sua tecnica di introdurre un nuovo eroe mostrandolo sempre dal punto di vista di un personaggio cui siamo già legati. Non sappiamo ancora niente di Vronskij ma ci appare attraverso il diaframma degli occhi sgomenti di Lévin. È il classico avvenente damerino da cui guardarsi, il sardanapalo che porta scompiglio nelle coppie consolidate. Inutile dire che tale informazione preliminare ci guiderà per tutto il romanzo, tanto più dopo che Vronskij, avendo compromesso Kitty, volgerà le sue brame su una donna sposata e assai più esperta.

Occorre dire che Tolstoj, nella sua equanimità, fa di tutto per non giudicare Vronskij, non è da lui infierire su un personaggio. «Per quanto mi riguarda — ha detto una volta — quando scrivo, provo improvvisamente pietà per un qualche personaggio, e allora gli do qualche qualità positiva, o ne tolgo qualcuna a qualcun altro, così che, in confronto agli altri, possa non apparire troppo nero». Eppure, nonostante gli sforzi dell’autore, l’antipatia del lettore per Vronskij non verrà mai meno. Se Lévin lo teme, se Lévin si prepara a odiarlo, allora siamo pronti a temerlo e a odiarlo anche noi. A questo punto i nostri eroi, in attesa di Anna, possono affrontarsi nel salotto degli Šcerbackij.

Il gioco di sguardi.
Lévin arriva all’evento mondano in anticipo. Desidera fare la sua proposta di matrimonio lontano da sguardi indiscreti. In una scena non meno memorabile di quella che ha luogo sulla pista di pattinaggio Kitty, indottrinata dalla madre e sedotta da Vronskij, lo rifiuta. «Non poteva essere altrimenti» commenta Lévin con un fatalismo che ci spezza il cuore. Per ragioni di opportunità decide di non lasciare subito il ricevimento, sebbene sia letteralmente distrutto. Qui la tecnica degli sguardi incrociati messa a punto da Tolstoj raggiunge un apice emotivo quasi intollerabile, come se il prestigiatore ci spiegasse il suo trucco. «Questo dev’essere Vronskij, pensò Lévin e, per convincersene, guardò Kitty. Lei aveva già fatto in tempo a guardare Vronskij e poi si era voltata a guardare Lévin. E dal solo sguardo di quegli occhi involontariamente radiosi, Lévin capì che lei amava quell’uomo, lo capì con certezza, come se lei glielo avesse detto a parole».
Ed ecco che il sublime quartetto si va componendo. All’appello manca solo Anna:
ignara del suo destino, è già sul vagone letto che da San Pietroburgo la conduce a Mosca.
Tolstoj ha in mente per lei un’entrata trionfale.

Una signora del gran mondo
Quando la mattina dopo Vronskij raggiunge la stazione per andare a prendere la vecchia madre in arrivo da Pietroburgo, al binario incontra Stiva che aspetta la sorella. Il treno arriva. Prima di salire sulla carrozza di prima classe, Vronskij cede il passo a una misteriosa signora dagli occhi grigi, carezzevoli e vivaci: «Con la sensibilità propria dell’uomo di mondo, gli bastò una sola occhiata per stabilire che la signora apparteneva al gran mondo». Ormai lo sappiamo, gli occhi non mentono: per Anna non c’è scampo.

31 luglio 2016 (modifica il 31 luglio 20
http://www.corriere.it/cultura/16_luglio_31/piperno-anna-karenina-dc75248e-56fd-11e6-b924-e8992a1bb7b1.shtml




Lev Tolstoj, * KARENINA PROVE DI INFELICITA' *
Il giornale "Notizie del Governatorato di Tula" l' 8 gennaio 1872 scrive che alle sette di sera, una giovane donna sconosciuta, decorosamente vestita, giunta alla stazione di Jansenki sulla linea Mosca - Kursk nel distretto di Kraplva si è avvicinata alle rotaie e, durante il passaggio del treno merci numero 77, fattasi il segno della croce, si è gettata sul binario, sotto il treno.
Sul giornale la donna risulta sconosciuta, ma di lei, in realtà, si sanno molte cose, a partire dal fatto che si chiama Anna. Anna Stepanova Pirogova.
Era un carattere amabile, il viso sempre sorridente. Era l' amante di un vicino di tenuta dei Tolstòj, un certo Bibikov, vedovo, proprietario terriero, gran cacciatore di beccacce. Anna viveva con lui come una moglie, ma senza essere sposata. Bibikov non aveva mai voluto.
A un certo punto però, Bibikov si era innamorato di un altra donna, una governante tedesca, e si era addirittura messo in testa di sposarla. Scoperto il tradimento Anna era andata via. Non sapeva dove. Era gennaio. Aveva vagato qualche giorno nella campagna innevata. Poi, stremata, e folle di dolore, era arrivata per caso nella stazione di Jasenki e si era buttata sotto un treno merci di passaggio.
Era il 4 gennaio 1872
da "Vite che non sono la mia in "Rivista di Psicologia Analitica"


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