Visualizzazione post con etichetta Etruschi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Etruschi. Mostra tutti i post

venerdì 30 maggio 2014

Giano - Culsans. Esiste il corrispettivo etrusco del dio Giano e noi lo proponiamo. Particolare della statuetta bronzea del dio etrusco Culsans, da Cortona IV -III secolo a.C. Museo etrusco di Cortona. Culsans nella mitologia etrusca è il dio delle porte. Ha molte affinità con il dio romano Giano. Infatti, vengono rappresentati entrambi bifronti e si ritiene che avessero funzioni simili. Si distingue, nell'aspetto, da Giano, per l'assenza della barba e per i lineamenti tipicamente giovanili.

"Giano (latino: Ianus) è il dio degli inizi, materiali e immateriali, ed è una delle divinità più antiche e più importanti della religione romana, latina e italica. Di solito è raffigurato con due volti, poiché il dio può guardare il futuro e il passato. [...]

Etimologia
Già gli antichi mettevano il nome del dio in relazione al movimento: Macrobio e Cicerone lo facevano derivare dal verbo ire "andare", perché secondo Macrobio il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da sé stesso a sé stesso ritorna. Gli studiosi moderni hanno confermato questa relazione stabilendo una derivazione dal termine ianua, "porta", ma è con Georges Dumézil che il senso si precisa: il nome Ianus deriverebbe infatti dalla radice indoeuropea *ei-, ampliata in *y-aa- con il significato di "passaggio" che, attraverso una forma *yaa-tu, ha prodotto anche l'irlandese ath, "guado".
[...] È un dio nettamente romano e non esisteva un equivalente greco. Il suo nome in greco è 'Ιανός' (Ianós). [...]

Il console e augure Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro sugli Auspici che Giano è colui che plasma e governa ogni cosa e unì circondandole con il cielo l'essenza dell'acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell'aria, leggera e tendente a sfuggire verso l'alto, e che fu l'immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti. Settimio Sereno lo chiama "principio degli dèi e acuto seminatore di cose".

Giano presiede infatti a tutti gli inizi e i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte, i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma anche l'inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dèi stessi, del mondo, dell'umanità (viene infatti chiamato Consivio, cioè propagatore del genere umano, che viene seminato per opera sua), della civiltà, delle istituzioni. [...]

Giano era preposto alle porte (ianuae), ai passaggi (iani) e ai ponti: ne custodiva l'entrata e l'uscita e portava in mano, come i portinai, gli ianitores, una chiave e un bastone, mentre le due facce vegliavano nelle due direzioni, a custodire entrata e uscita.  [...]
http://it.wikipedia.org/wiki/Giano_(divinit%C3%A0)






http://it.wikipedia.org/wiki/Giano_(divinit%C3%A0)




[...] esiste il corrispettivo etrusco del dio Giano e noi lo proponiamo.
Particolare della statuetta bronzea del dio etrusco Culsans, da Cortona IV -III secolo a.C.
Museo etrusco di Cortona.
Culsans nella mitologia etrusca è il dio delle porte. Ha molte affinità con il dio romano Giano. 
Infatti, vengono rappresentati entrambi bifronti e si ritiene che avessero funzioni simili.
Si distingue, nell'aspetto, da Giano, per l'assenza della barba e per i lineamenti tipicamente giovanili.



Esiste anche una divinità femminile etrusca bifronte chiamata culsu, che vigila sulla porta d'accesso all'oltretomba



L'Arco di GIANO, dalla struttura quadrifronte (perduto l'attico, visibile nel disegno accanto alla foto) era un arco onorario dedicato a Giano, il Dio bifronte che regnava su ogni luogo di passaggio, purificando gli animi di tutti coloro che attraversavano l'Arco. A Giano era affidato l'inizio dell'anno nel calendario di Numa, cosi' come il mese che lo apriva: IANUARIUS.
Una curiosita'...
Proprio nei pressi dell'Arco,accostandosi al piccolo vicolo di fronte alla Chiesa del Velabro, si trova uno dei due ingressi principali della CLOACA MAXIMA.



Ecco l'origine del Giubileo: passare sotto a un Arco per purificare gli animi!
È uno scopiazzamento, un assorbimento totale di tradizioni antiche, romane, greche ecc



Giò Pischedda 

La parola sarda "janna" (o "genna" in altre varianti locali) significa porta e deriva dal latino "janua" che ugualmente significa porta...
Qui in Sardegna si trova nei toponimi e viene ancora usata nei paesi dell'entroterra o da persone molto anziane.
L'idea di purificazione legata all'attraversamento di un arco o di una porta attraversa indenne i millenni.





giovedì 30 gennaio 2014

Eldo Stellucci. ONFALOS Letteralmente significa "ogni rialzo in forma di ombelico al centro di una superficie piana"; metaforicamente indica il punto di mezzo. Gli Etruschi recingevano il terreno ove cadeva la folgore: quel terreno diveniva un templum, un luogo sacro. Recingere, o cingere, in latino si dice "sancio", da cui deriva sanctus, che significa "recinto". Il mago traccia attorno a sè un cerchio per operare al suo interno, nell'antichità si tracciava un cerchio per delimitare l'area entro la quale doveva sorgere la città. Il cerchio è l'uovo del mondo, il cui centro spirituale è l'onfalos; a Delfo, l'onfalos era costituito dal sepolcro di Dio, il luogo da cui si effettuava la resurrezione dell'Iniziato. Fuori dal cerchio vi è la croce dai quattro colori, che simbolicamente possono essere assunti quali simboli dei quattro elementi, o del quaternario in generale. Nei Tarocchi, essi sono i quattro semi.




ONFALOS Letteralmente significa "ogni rialzo in forma di ombelico al centro di una superficie piana"; metaforicamente indica il punto di mezzo. Gli Etruschi recingevano il terreno ove cadeva la folgore: quel terreno diveniva un templum, un luogo sacro. Recingere, o cingere, in latino si dice "sancio", da cui deriva sanctus, che significa "recinto". Il mago traccia attorno a sè un cerchio per operare al suo interno, nell'antichità si tracciava un cerchio per delimitare l'area entro la quale doveva sorgere la città. Il cerchio è l'uovo del mondo, il cui centro spirituale è l'onfalos; a Delfo, l'onfalos era costituito dal sepolcro di Dio, il luogo da cui si effettuava la resurrezione dell'Iniziato. Fuori dal cerchio vi è la croce dai quattro colori, che simbolicamente possono essere assunti quali simboli dei quattro elementi, o del quaternario in generale. Nei Tarocchi, essi sono i quattro semi.





Immagine potente, evocativa: il punto centrale del labirinto, il baricentro, il luogo, il magnete che ci riconnette alla madre, al ghenos, l'ombelico e, fatta nostra la legge del cosi sopra cosi sotto, ..l'ombelico è, per rispecchiamento immaginale l' ONFALOS,il luogo sacro il punto di incontro dell'orizzontale col verticale ,il luogo che ci riconnette alle dimensioni dell'essere incarnato che è in comunicazione con lo Spirito del mondo


la via di mezzo tra pube e cuore, "hara"...







giovedì 16 gennaio 2014

Le civiltà matriarcali, dove il principio femminile fu massimamente celebrato nel culto e nei costumi, ebbero grande diffusione nell’età del Bronzo e coincisero con il diffondersi dei culti misterici e con la nascita del ceppo etrusco. L’importanza del femminile nella società etrusca e’un dato acquisito. Nella storia della nostra penisola la civiltà etrusca fu l’ultima che permise alle donne l’accesso al mondo della religione e del culto, conferendo loro anche la massima autorità spirituale nella gerarchia riposta al culto. La donna etrusca potè godere di libertà e considerazione grazie ad una posizione giuridica che consentiva dignità e autonomia pressoché pari a quella dell’uomo. Essa infatti veniva indicata con il nome rigorosamente vietato nella formula onomastica latina ed il cognome come si usa fare oggi, conservava il cognome della famiglia di provenienza anche dopo il matrimonio. Nella formula onomastica spesso i figli portavano oltre al nome del padre anche quello della madre

Antefissa a testa di Menade, 510 - 500 aC. 
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia , Roma. 

"Le civiltà matriarcali, dove il principio femminile fu massimamente celebrato nel culto e nei costumi, ebbero grande diffusione nell’età del Bronzo e coincisero con il diffondersi dei culti misterici e con la nascita del ceppo etrusco. L’importanza del femminile nella società etrusca e’un dato acquisito. Nella storia della nostra penisola la civiltà etrusca fu l’ultima che permise alle donne l’accesso al mondo della religione e del culto, conferendo loro anche la massima autorità spirituale nella gerarchia riposta al culto. La donna etrusca potè godere di libertà e considerazione grazie ad una posizione giuridica che consentiva dignità e autonomia pressoché pari a quella dell’uomo. Essa infatti veniva indicata con il nome rigorosamente vietato nella formula onomastica latina ed il cognome come si usa fare oggi, conservava il cognome della famiglia di provenienza anche dopo il matrimonio. Nella formula onomastica spesso i figli portavano oltre al nome del padre anche quello della madre. Uno dei tanti esempi ne è l’epitaffio della tomba dei Partuni a Tarquinia. Le era consentito di sedersi alla destra del marito nei momenti più importanti della giornata come i banchetti, e di partecipare alle manifestazioni pubbliche e alle cerimonie ufficiali. Con l’avvento di Roma e della sua civiltà patriarcale, le donne furono via via estromesse da ogni carica e diritto superiore, fino a che il Cristianesimo arrivò a negare la loro possibilità di avere un’anima , confinandole al ruolo marginale di creature inferiori. Nel mondo etrusco il principio femminile fu venerato nelle figure di molteplici dee. La principale dea etrusca fu probabilmente UNI, dalla quale derivò la romana IUNO, Giunone. Per gli etruschi Uni fu la Grande Madre, la generatrice universale, la protettrice delle partorienti, la dispensatrice del potere materno e nutritivo destinato alle creature viventi per la loro prosperità e crescita. Uni corrisponde all’archetipo della madre, la donna quale creatrice e origine del creato. La madre, la donna procreatrice fu associata all’estate, la stagione della fruttificazione e del rigoglio della natura. Alla primavera corrisponde invece Minerva. Il giorno a lei consacrato, il Mineruium, ricorreva il 19 marzo, antica data dell’equinozio primaverile e festa di tutti gli artigiani, classe sociale in stretta consonanza con i culti tellurici della madre terra. Nell’etimologia del nome etrusco Menerva è presenta la radice men, che deriva da un’antica divinità lunare dell’Asia Minore (Frigia), Men o Mene. Le seguaci di questo Dio-Luna furono quelle Menadi celebrate nei miti come donne invase da furore estatico, scatenate nell’orgiastica frenesia di un misticismo irruento e passionale. Un usuale oggetto di arredo dei templi etruschi è la antefissa, una grande maschera di terracotta dipinta a colori vivaci, originariamente appesa sul davanti del tempio in uno o più esemplari. Il tipo più comune raffigura il volto di una menade: l’aspetto è marcatamente femminile e giovane , con tratti realistici sensuali, occhi all’orientale, il capo aureolato da una specie di ampio copricapo circolare a forma di foglie di palma. Il copricapo, come un grande e prezioso diadema, ricorda anche una conchiglia, con le tipiche scanalature a ventaglio. La conchiglia dove nacque Afrodite e la palma che cresce sul mare sono tra i più antichi e classici simboli della Grande Dea nel suo aspetto marino. Il mare e le acque in genere furono sempre dominio della Dea della terra. Gli antichi ritenevano che fiumi, mari, sorgenti, laghi fossero luoghi di passaggio per l’aldilà. Da tale credenza deriva l’attraversamento di fiumi sotterranei come lo Stige, l’Acheronte ed il Lete in verie e mitiche “discese agli inferi”. La dea amazzone Marina, venerata a Lemno e a Smirne quale dea del mare, è forse una delle progenitrici delle mènadi etrusche effigiate sulle antefisse."

venerdì 10 gennaio 2014

Erodoto. Etruschi. Il re divise tutti i Lidi in due parti, sorteggiando l’una per restare, l’altra per emigrare dal paese, e propose se stesso a quella parte cui fosse toccato di rimanere, e suo figlio, di nome Tirreno, a quella che doveva andarsene.


I TRECENTO DI LEONIDA: IL PIANO GRECO CONTRO I PERSIANI (1/10)
I Greci, giunti all'Istmo, discutevano … come e in quali luoghi dovessero porre un freno alla guerra. Prevalse il parere di proteggere il passo delle Termopili: sembrava un passaggio più stretto di quello che portava in Tessaglia ed era l'unico più vicino al loro paese… Decisero dunque, difendendo questo passo, di non permettere ai barbari di penetrare in Grecia e scelsero di dirigere la flotta all’Artemisio, nella terra di Istiea; tali luoghi, infatti, erano vicini tra loro al punto che si poteva avere notizie di quello che accadeva da entrambe le parti. Ed ecco come si presentano questi posti.
Erodoto, Storie VII, 175
Nell’immagine, una sorgente di acqua calda nel luogo delle Termopili.


I TRECENTO DI LEONIDA: LA DESCRIZIONE DELLE TERMOPILI (2/10)
… Quanto poi alla via di accesso alla Grecia, attraverso la Trachinia, essa misura mezzo plettro dove è più stretta. Non è qui, comunque, il passaggio più stretto di tutta la regione, ma davanti e dietro le Termopili: infatti, presso Alpeni, posto dietro le Termopili, può transitare appena un carro, e all'altezza del fiume Fenice, davanti alle Termopili, vicino alla città di Antela, c’è un altro varco che ha spazio per un solo carro. A ovest delle Termopili c’è un monte inaccessibile, scosceso, alto, che si protende fino al monte Eta. A est della strada si hanno subito mare e paludi. In questa gola vi sono dei bagni caldi, detti Chitri dagli abitanti del luogo, vicino ai quali sorge un altare di Eracle. Attraverso questo varco era stato edificato un muro, nel quale, almeno anticamente, c'erano delle porte. L'avevano costruito i Focesi per paura, quando i Tessali arrivarono dal paese dei Tesproti per occupare l'Eolide, terra che oggi possiedono. Siccome i Tessali cercavano di sottometterli, i Focesi si erano premuniti in questo modo e fu allora che convogliarono la sorgente calda nel passo, perché il suolo divenisse impraticabile: fecero di tutto per impedire ai Tessali di invadere il paese. L’antico muro era stato costruito in tempi remoti e col passare del tempo era ormai in gran parte crollato. Ma essi decisero di rialzarlo e di difendere la Grecia dal barbaro in quel punto. Vicinissimo alla strada c'è un villaggio, chiamato Alpeni; da quello i Greci contavano di ricevere approvvigionamenti.
Erodoto, Storie VII, 176


I TRECENTO DI LEONIDA: IL TRADIMENTO DI EFIALTE (6/10)
Mentre il re non sapeva più che fare in quella circostanza, giunse da lui un abitante della Malide, Efialte, figlio di Euridemo, credendo di ricevere da lui qualche grande ricompensa, e gli parlò del sentiero che portava alle Termopili attraverso il monte; e così provocò la rovina dei Greci che là avevano resistito …. Seguendo tale sentiero, i Persiani, attraversato l'Asopo, marciarono tutta le notte, tenendo sulla destra i monti dell'Eta e sulla sinistra quelli di Trachis. Faceva giorno quando giunsero in cima al monte. Vicino a questo monte, come ho già spiegato, erano di guardia mille opliti focesi, che difendevano il loro paese sorvegliando il sentiero … I Focesi si accorsero dei Persiani quando erano ormai lassù: i Persiani, infatti, erano saliti di nascosto perché il monte era tutto ricoperto di querce; non c’era un alito di vento, perciò, quando il rumore aumentò, come era naturale poiché i soldati calpestavano le foglie sotto i loro piedi, i Focesi balzarono su e imbracciarono le armi, ma i barbari ormai erano lì. Quando videro che quegli uomini prendevano le armi, ne rimasero stupiti: si aspettavano di non trovare affatto ostacoli e si erano imbattuti in un esercito … I Focesi, non appena furono colpiti da una moltitudine di frecce, si rifugiarono fuggendo sulla cima del monte, credendo che l’assalto fosse contro di loro, e si preparavano a morire. Così pensavano, ma i Persiani che seguivano Efialte e Idarne, senza affatto badare ai Focesi, in fretta e furia, scesero giù dal monte.
Erodoto, Storie VII, 213; 217-218


I TRECENTO DI LEONIDA: UNA GLORIA IMPERITURA (9/10)
In onore di quanti furono sepolti proprio nel luogo dove caddero e di quanti erano morti prima della partenza dei Greci congedati da Leonida, è stata scolpita un’epigrafe con le seguenti parole: 
Qui, un giorno, quattromila uomini del Peloponneso lottarono contro tre milioni di nemici”. Questa iscrizione è rivolta a tutti, mentre la seguente vale solo per gli Spartani: 
Straniero, annuncia agli Spartani che noi giacciamo qui, avendo obbedito alle loro leggi”. 
Così è scritto dunque per gli Spartani…
Erodoto, Storie VII, 228


Detto ciò Serse passò tra i cadaveri e al corpo di Leonida, quando apprese che era re e comandante degli Spartani, ordinò di tagliare la testa e di conficcarla su un palo. Mi sembra chiaro da molti altri elementi e soprattutto da questo, che Serse si era adirato contro Leonida, quando era vivo, più che contro chiunque altro; altrimenti non avrebbe mai oltraggiato questo cadavere così gravemente, poiché, tra gli uomini che io conosco, i Persiani sono quelli che onorano di più i valorosi in guerra. Quelli a cui era stato dato l’incarico lo eseguirono.
Erodoto, Storie VII, 238



La tesi orientale.
""Raccontano gli stessi Lidi che fu una loro invenzione quella dei giochi in uso presso di essi e presso i Greci e che circa gli stessi tempi fecero tale scoperta e colonizzarono la Tirrenia, e narrano nella seguente maniera intorno a ciò: che regnando il re Atys, figlio di Manes, vi fu una grave carestia in tutta la Lidia, e che i Lidi per un pò di tempo tollerarono il malanno, ma che poi..., non cessando il malanno, anzi infierendo il malanno, allora il re divise tutti i Lidi in due parti, sorteggiando l’una per restare, l’altra per emigrare dal paese, e propose se stesso a quella parte cui fosse toccato di rimanere, e suo figlio, di nome Tirreno, a quella che doveva andarsene.""
(Erodoto, Storie, I, 94)

Secondo Erodoto, quindi, gli Etruschi sarebbero il risultato della fusione delle primitive popolazioni con colonizzatori, approdati sulle coste del Tirreno e provenienti dalle terre asiatiche bagnate dall'Egeo; questi colonizzatori parlavano una lingua che era simile a quella in uso in Asia Minore e che si mantenne, con necessarie modificazioni dovute all’ influsso del nuovo ambiente colonizzato, durante lo sviluppo dell’Etruria.






mercoledì 28 agosto 2013

Il tuffatore di Paestum (480-470 a.C.). Esempio di spiritualità tardo-antica sul tema della morte nella raffigurazione tombale del tuffatore che, saltando dalle pulai, le mitiche colonne d'Ercole, simbolico limite della conoscenza umana, si getta nel mare della morte per un transito verso un mondo di conoscenza diverso da quello terreno [...] Non è un tuffatore raffigurato nell'atto di entrare in acqua, ma la rappresentazione simbolica del passaggio nell'aldilà. Il momento è sospeso nell'intenzione del pittore eppure è inequivocabile il fatto che il tuffatore entrerà in un mare ignoto per poi riaffiorare. Concettualmente è una rappresentazione simbolica di resurrezione che tutti i popoli antichi conoscevano perché formulata dalla dottrina teologica antico egizia.

Tomba del Tuffatore di Paestum


Tomba del Tuffatore, a Paestum, del 6° secolo a.C., prima espressione della pittura greca in Italia ,trovata nel 1968.
Illustra un grande momento della pittura greca, verso il 480 a.C., caratterizzata dallo stesso spirito dei pittori vascolari dello stile severo ; la scena principale sul coperchio evoca un paesaggio marino dove le ondulazioni fanno sentire un fremito della superficie dell'acqua, mentre il tuffatore è colto in pieno volo, in un movimento di grande eleganza.




Stupendo, rappresenta il passaggio della vita alla morte. Scena del Tuffatore: raffigura un uomo nudo che si lancia da un trampolino piuttosto alto verso un corso d’acqua sottostante. 
Secondo Mario Napoli, archeologo scopritore della tomba, il tuffo rappresenterebbe l’inizio del viaggio verso l’aldilà, compiuto dall’uomo al momento della morte, che è allo stesso tempo tuffo verso il mare della vera conoscenza, contrapposta a quella solo “sensibile”, dei convivi e del vino, raffigurata dalle lastre laterali della tomba.



Per gli antichi, infatti, per raggiungere l'Aldilà era necessario attraversare un fiume od una palude.




Il trampolino ha una linea modernissima, e contrapposto all'atleta che si tuffa facendo arco, col suo corpo, al contrario, fanno della scena un esempio notevole di un'armonica composizione







Il tuffatore" (480 - 470 A.C.)
Museo Archeologico Nazionale di Paestum
(dettaglio della lastra di copertura della tomba del tuffatore)

Mi piace proporre questa immagine di un tuffatore di circa 2500 anni fa. Passano gli anni, i secoli, addirittura i millenni e certe abitudini, come una bella nuotata, non cambiano.
Avevo in mente di proporre oggi una riflessione sul calo del turismo in Italia ed in particolare della caduta dal primo al quinto posto nella classifica dei Paesi più visitati che si è verificata dagli anni '70 ad oggi.



Esposta nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Paestum, la scena offre, ad un attento visitatore, innumerevoli suggestioni. Il nostro Tuffatore cade dall’alto, dov’è la vita, nell’Oceano della Morte

È l’interpretazione di Mario Napoli e di Ranuccio Bianchi Bandinelli che riprendono un passo isolato della tradizione omerica nel quale vengono ricordati come un unico contesto: 
le correnti di Oceano, la Rupe Bianca, le porte del Sole ed il popolo dei Sogni 
Odissea XXIV, 11-12

Nel breve racconto di Kafka, La Partenza, al servo che gli sella il cavallo e gli chiede dove vada, il padrone risponde: “Non lo so. Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così posso raggiungere la mia meta.” 
Anche questa risposta ben si adatta all’enigmatico salto del tuffatore più vecchio del mondo.
foto di Elena Tissi.
PAESTUM POSEIDONEIA (campania italy) 
Diver-Tuffatore-detail-roof-slab 6th century b. C.


Il tuffatore di Paestum (480-470 a.C.). Esempio di spiritualità tardo-antica sul tema della morte nella raffigurazione tombale del tuffatore che, saltando dalle pulai, le mitiche colonne d'Ercole, simbolico limite della conoscenza umana, si getta nel mare della morte per un transito verso un mondo di conoscenza diverso da quello terreno




Questa raffigurazione, non è fine a se stessa. Non è un tuffatore raffigurato nell'atto di entrare in acqua, ma la rappresentazione simbolica del passaggio nell'aldilàIl momento è sospeso nell'intenzione del pittore eppure è inequivocabile il fatto che il tuffatore entrerà in un mare ignoto per poi riaffiorare. Concettualmente è una rappresentazione simbolica di resurrezione che tutti i popoli antichi conoscevano perché formulata dalla dottrina teologica antico egizia.




Segnico al limite del calligrafico, di una poesia unica. Quasi un preludio all'arte giapponese. Il gesto del tuffarsi è modernissimo, plastico nella sua naturalità, come è naturale morire per poi rinascere in un ciclo infinito. Semplicemente bellissimo.




Ma il bello è che questo stupendo manufatto che si lascia ammirare intatto da secoli remoti era stato concepito per custodire nelle viscere della terra i resti mortali di un defunto. Una bellezza fatta dunque per celare, invisibile, opera probabilmente di un umile anonimo artigiano che mai avrebbe immaginato di eternarsi.





Il tuffo nell'aldilà è il mistero di sempre...guardarlo, poi, dall'interno del coperchio sepolcrale, è stata una capacità proiettiva sensazionale per l'epoca!





bellissima opera se si pensa che e stata eseguita nel 480 ac quando la vedi dal vivo ti emoziona!
Andate a vedere il sito archeologico di Paestum




io l´ho visto quando sono stato a Paestum, rappresenta davvero il passaggio della finita vita terrestre alla vita dell'aldilà ...


Il passaggio dalla vita alla morte nella metafora del tuffatore.
Gli Etruschi non scherzavano in quanto a cultura.

https://fbcdn-sphotos-g-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash3/q79/s720x720/1175108_634647466554237_61103020_n.jpg

All I wanted to be was a beautiful diver 
All I wanted to be was a beautiful diver
Bound to believe there's nothing like being seen
In reveiling swimming tronks
Volevo essere un tuffatore
Con l'altezza sotto il naso ed il gonfio del costume
Volevo essere un tuffatore
Che si aggiusta e si prepara di bellezza non comune
E ora voglio essere un tuffatore
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria
Voglio essere un tuffatore
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria
Voglio essere un tuffatore
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria
Voglio essere un tuffatore 
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria all'aria.

http://youtu.be/OShP5m12rvM




Museo Egizio di Torino Calcare dipinto. Nuovo Regno, XIX dinastia (1292-1186 a.C.). 
Questo magnifico bozzetto di una fanciulla che esegue una flessione all’indietro sfida molte delle convenzioni dell’arte egizia. La donna è seminuda, con indosso un pareo nero e poco altro, tranne gli orecchini a cerchio in oro (un ornamento costoso per chiunque nell’antichità). È raffigurata, mentre si piega, perfettamente di profilo, non nella consueta postura eretta e rigida con le spalle di fronte e solo le gambe di profilo. Sono raffigurati in modo realistico anche i contorni della gamba e del braccio sullo sfondo. I capelli ondulati della danzatrice sono sciolti e fluenti, ma gli orecchini sfidano la gravità poiché non ricadono. La vivezza e la qualità artistica nel disegno di questo schizzo sensuale testimoniano un alto livello di perizia e suggeriscono che fosse opera di un artigiano regale che lavorava nella Valle dei Re. Anche questo come molti altri ostraka, può provenire da Deir el-Medina.







Elenco blog personale