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martedì 1 luglio 2014
Marina Cvetaeva. E, forse, la vittoria vera su tempo e gravità: passare senza lasciare tracce, senza proiettare ombra sui muri..
"E, forse, la vittoria vera
su tempo e gravità: passare
senza lasciare tracce, senza
proiettare ombra
sui muri..."
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia e altri versi: Insinuarsi, vv. 1-5
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martedì 20 maggio 2014
Karen Blixen. Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.
Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.
Karen Blixen, Scrittrice Danese (1885 - 1962)
La mia Africa.
“Chi di notte, dormendo, sogna, conosce un genere di felicità ignota al mondo della veglia: una placida estasi e un riposo del cuore che sono come il miele sulla lingua. Sa anche che la vera bellezza dei sogni è la loro atmosfera di libertà infinita: non la libertà del dittatore che vuole imporre la sua volontà, ma la libertà dell'artista privo di volontà, libero dal volere. Il piacere del vero sognatore non dipende dalla sostanza del sogno, ma da questo: tutto quello che accade nel sogno, non accade solo senza il suo intervento, ma fuori del suo controllo. Si creano spontaneamente paesaggi, vedute splendide e infinite, colori ricchi e delicati, strade, case che non ha mai visto e di cui non ha mai sentito parlare. Compaiono degli sconosciuti che sono amici o nemici, benché chi sta sognando non abbia mai fatto nulla per loro né contro di loro. L'idea della fuga e l'idea dell'iseguimento tornano sempre, nei sogni, entrambe egualmente estasianti. Tutti dicono cose piene d'intelligenza e spiritose. È vero che, cercando di ricordarle durante il giorno, paiono sbiadite e senza senso perché appartengono a un'esistenza diversa; ma appena il sognatore si sdraia, la notte, il circuito si riallaccia e i sogni tornano a sembrargli stupendi.”
Karen Blixen, La mia Africa, p. 74
Un'altra eccellente citazione della stessa autrice fa più o meno così tradotta al volo:
Dio creò prima l'uomo. Come me, quando scrivo. Prima scrivo la bozza."
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mercoledì 30 aprile 2014
I DUE SOGNATORI di Attar di Nishapur Un povero contadino viveva presso la città di Ispahan. Davanti alla sua dimora si estendeva un piccolo campo e all'estremità del campo c'erano una sorgente e un fico: era tutto ciò che possedeva.
I DUE SOGNATORI di Attar di Nishapur
Un povero contadino viveva presso la città di Ispahan. Davanti alla sua dimora si estendeva un piccolo campo e all'estremità del campo c'erano una sorgente e un fico: era tutto ciò che possedeva.
Lavorava sodo, ma il raccolto era scarso. Quando il caldo diventava insopportabile, si stendeva sotto il fico per fare una siesta. Un giorno, mentre riposava, fece un sogno. Si trovava in una grande città, i negozi esponevano frutta e verdura, spezie aromatiche, tappeti multicolore e rami lucidi. Sopra i tetti si vedevano volte dorate o piccoli minareti. Percorse le strade e le piazze affascinato dall'animazione della folla e dalla ricchezza. Infine giunse alla sponda di un grosso fiume, che scorreva sotto un ponte di pietra. Avanzò verso il ponte e lì, con stupore, vide un gran baule colmo di monete d'oro e di pietre preziose. Allora sentì risuonare una voce: "Sei nella città del Cairo, in Egitto; questo tesoro è tuo!". Il contadino spalancò gli occhi e si ritrovò disteso sotto il fico, a Ispahan. "Dio ha ispirato il mio sogno! - esclamò contento. Fece fagotto e si mise in cammino per l'Egitto. Il viaggio fu duro e pericoloso; infine, dopo tre settimane, il pover'uomo giunse presso i sobborghi del Cairo. Si mescolò alla folla, percorse le strade, ammirò i negozi che esponevano frutta e verdura, spezie, tappeti, rami lucidi. In alcuni punti, sopra i tetti, volte dorate e esili minareti si stagliavano nel cielo blu. Giunse sulle rive del Nilo; vide un ponte di pietra che si elevava sopra il fiume. Riviveva tutti i dettagli della sua visione. Corse dunque verso il ponte; nel luogo in cui, nel sogno, si trovava il baule con il tesoro, e trovò un mendicante che gli chiese l'elemosina. "La vita è solo un'illusione! - esclamò deluso - A cosa serve vivere? Non potrà accadermi più niente di buono in questo squallido mondo!". Scavalcato il parapetto del ponte, stava per saltare, ma il mendicante lo trattenne. "Perché vuoi morire? Cosa ti è capitato per farti stancare del cielo blu e delle risa dei bambini?". Il contadino si sedette accanto al mendicante e gli raccontò tutto. "E ti lamenti per così poco! - esclamò il mendicante ridendo - Intraprendere un viaggio così pericoloso confidando in un sogno! Dovresti fare come me: accontentarti di ciò che Dio ti dà ogni giorno e non inseguire le illusioni dei tuoi sogni! Anch'io, da anni, faccio ogni notte un sogno simile al tuo...". "Qual è il tuo sogno?" domandò il contadino. "Mi ritrovo alla periferia della città di Ispahan. Vedo una casetta bassa di terracotta. Davanti alla casa, vedo un piccolo campo e, in fondo, un fico e una sorgente. Vado verso il fico, scavo una profonda buca e, tra le radici, scopro un baule pieno di monete d'oro e di pietre preziose". "Adoro rifare ogni notte il mio bel sogno, ma non per questo parto all'avventura. Vivo dove Dio ha voluto sistemarmi; resto seduto accanto al fiume e mi accontento di quello che mi danno i passanti". Il contadino balzò in piedi, ringraziò il mendicante per i suoi consigli e in fretta ritornò a Ispahan. Non appena giunto alla sua povera dimora, prese una zappa e corse presso il fico. Scavò e trovò un vecchio baule pieno di monete d'oro e di pietre preziose. Il contadino si gettò con la faccia a terra: "Dio è grande! - gridò - Ed io sono uno dei suoi figli!.
Cinzia Lodi sintesi de L'Alchimista...
sintesi de L'Alchimista...
Coelo é simpatico perché ha preso da destra a sinistra e dice sempre cose buone.
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domenica 2 febbraio 2014
Harem Soiré. La cosa più importante non è come vivere la vostra vita. La cosa che conta è come la raccontate a voi stessi, e soprattutto agli altri. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.
La cosa più importante non è come vivere la vostra vita.
La cosa che conta è come la raccontate a voi stessi, e soprattutto agli altri.
Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.
La cosa che conta è come la raccontate a voi stessi, e soprattutto agli altri.
Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.
Harem Soiré

Spettacolo messo in scena dalla compagnia Luna Menguante danze mediorientali con le coreografie di Barbara Ravazzi
http://youtu.be/q3yjCfJWm0o
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sabato 1 febbraio 2014
Pablo Neruda. Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi: voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate passino una volta ancora su di me la loro freschezza: sentire la soavità che cambiò il mio destino. Voglio che tu viva mentr’ io, addormentato, t’attendo, voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento, che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti e che continui a calpestare l’arena che calpestammo. Voglio che ciò che amo continui a esser vivo e te amai e cantai sopra tutte le cose, per questo continua a fiorire, fiorita, perchè raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina, perchè la mia ombra passeggi per la tua chioma, perchè così conoscano la ragione del mio canto. Pablo Neruda
l 23 settembre 1973, dodici giorni dopo il sanguinoso colpo di stato militare fascista in Cile, muore Pablo Neruda, poeta, premio Nobel per la letteratura nel 1971.
Al funerale di Pablo Neruda
"La voce di tutti si levò in un canto e l’aria si riempì delle frasi proibite, gridando che el pueblo unido jamàs serà vencido, fronteggiando le armi che tremavano nelle mani dei soldati. Il corteo passò davanti a una costruzione e gli operai, gettando a terra i loro strumenti, si tolsero il casco e formarono una fila a testa bassa. Un uomo marciava con la camicia lacera ai polsini, senza gilé e con le scarpe rotte, recitando i versi più rivoluzionari del Poeta, con le lacrime che gli scendevano sulla faccia."
da La casa degli spiriti, Isabel Allende
Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi:
voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate
passino una volta ancora su di me la loro freschezza:
sentire la soavità che cambiò il mio destino.
Voglio che tu viva mentr’ io, addormentato, t’attendo,
voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti
e che continui a calpestare l’arena che calpestammo.
Voglio che ciò che amo continui a esser vivo
e te amai e cantai sopra tutte le cose,
per questo continua a fiorire, fiorita,
perchè raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,
perchè la mia ombra passeggi per la tua chioma,
perchè così conoscano la ragione del mio canto.
Pablo Neruda
Lasciate tranquilli quelli che nascono! Fate posto perché vivano! Non gli fate trovare tutto pensato, non gli leggete lo stesso libro, lasciate che scoprano l’aurora e che diano un nome ai loro baci.
Pablo Neruda
Ognuno ha una favola dentro, che non riesce a leggere da solo.
Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti.
Pablo Neruda
Potranno recidere tutti i fiori ma non potranno fermare la primavera
Pablo Neruda
Mio popolo, popolo mio, solleva il tuo destino! | Distruggi la prigione, apri i muri che ti rinchiudono! | Schiaccia il passo torvo del topo che comanda | dalla sua reggia: alza le tue lance all'aurora, | e lascia che nel più alto la tua stella irata | baleni e illumini le strade....
Pablo Neruda
“La timidezza è una condizione strana dell'anima, una categoria, una dimensione che si apre alla solitudine. È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s'irritasse e contraesse di fronte alla vita. Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l'immortalità dell'essere.”
Pablo Neruda ( 12 luglio 1904 - 23 settembre 1973).
La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio.
Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle
Sant'Agostino
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco :
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
Dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
Il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, nè quando nè da dove.
T'amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno."
Pablo Neruda
"Ode al gatto" di Pablo Neruda
Gli animali furono imperfetti, lunghi di coda, plumbei di testa.Piano piano si misero in ordine, divennero paesaggio, acquistarono nèi, grazia. volo.
Il gatto,soltanto il gatto apparve completo e orgoglioso:
nacque completamente rifinito, cammina solo e sa quello che vuole.
L'uomo vuol essere pesce e uccello, il serpente vorrebbe avere le ali, il cane è un leone spaesato, l'ingegnere vuol essere poeta, la mosca studia per rondine, il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto vuole essere solo gatto ed ogni gatto è gatto dai baffi alla coda, dal fiuto al topo vivo, dalla notte fino ai suoi occhi d'oro.
Non c'è unità come la sua, non hanno la luna o il fiore una tale coesione: è una sola cosa come il sole o il topazio, e l'elastica linea del suo corpo, salda e sottile, è come la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte.
Oh piccolo imperatore senz'orbe, conquistatore senza patria, minima tigre da salotto, nuziale sultano del cielo delle tegole erotiche, il vento dell'amore all'aria aperta reclami quando passi e posi quattro piedi delicati sul suolo, fiutando, diffidando di ogni cosa terrestre, perché tutto è immondo per l'immacolato piede del gatto.
Oh fiera indipendente della casa, arrogante vestigio della notte, neghittoso, ginnastico ed estraneo,profondissimo gatto,poliziotto segreto delle stanze, insegna di un irreperibile velluto, probabilmente non c'è enigma nel tuo contegno, forse sei mistero, tutti sanno di te ed appartieni all'abitante meno misterioso, forse tutti si credono padroni, proprietari, parenti di gatti, compagni, colleghi, discepoli o amici del proprio gatto.
Io no. Io non sono d'accordo. Io non conosco il gatto. So tutto, la vita e il suo arcipelago, il mare e la città incalcolabile, la botanica, il gineceo coi suoi peccati, il per e il meno della matematica, gl'imbuti vulcanici del mondo, il guscio irreale del coccodrillo, la bontà ignorata del pompiere, l'atavismo azzurro del sacerdote, ma non riesco a decifrare il gatto.

Al funerale di Pablo Neruda
"La voce di tutti si levò in un canto e l’aria si riempì delle frasi proibite, gridando che el pueblo unido jamàs serà vencido, fronteggiando le armi che tremavano nelle mani dei soldati. Il corteo passò davanti a una costruzione e gli operai, gettando a terra i loro strumenti, si tolsero il casco e formarono una fila a testa bassa. Un uomo marciava con la camicia lacera ai polsini, senza gilé e con le scarpe rotte, recitando i versi più rivoluzionari del Poeta, con le lacrime che gli scendevano sulla faccia."
da La casa degli spiriti, Isabel Allende
Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi:
voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate
passino una volta ancora su di me la loro freschezza:
sentire la soavità che cambiò il mio destino.
Voglio che tu viva mentr’ io, addormentato, t’attendo,
voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti
e che continui a calpestare l’arena che calpestammo.
Voglio che ciò che amo continui a esser vivo
e te amai e cantai sopra tutte le cose,
per questo continua a fiorire, fiorita,
perchè raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,
perchè la mia ombra passeggi per la tua chioma,
perchè così conoscano la ragione del mio canto.
Pablo Neruda
Lasciate tranquilli quelli che nascono! Fate posto perché vivano! Non gli fate trovare tutto pensato, non gli leggete lo stesso libro, lasciate che scoprano l’aurora e che diano un nome ai loro baci.
Pablo Neruda
Ognuno ha una favola dentro, che non riesce a leggere da solo.
Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti.
Pablo Neruda
Potranno recidere tutti i fiori ma non potranno fermare la primavera
Pablo Neruda
Mio popolo, popolo mio, solleva il tuo destino! | Distruggi la prigione, apri i muri che ti rinchiudono! | Schiaccia il passo torvo del topo che comanda | dalla sua reggia: alza le tue lance all'aurora, | e lascia che nel più alto la tua stella irata | baleni e illumini le strade....
Pablo Neruda
“La timidezza è una condizione strana dell'anima, una categoria, una dimensione che si apre alla solitudine. È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s'irritasse e contraesse di fronte alla vita. Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l'immortalità dell'essere.”
Pablo Neruda ( 12 luglio 1904 - 23 settembre 1973).
La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio.
Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle
Sant'Agostino
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco :
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
Dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
Il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, nè quando nè da dove.
T'amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno."
Pablo Neruda
Agostino Degas Ciao Ivano, ho visto che hai condiviso questo lungo link da INFORMAZIONE LIBERA dove c'è un FALSO aforisma attribuito a Pablo Neruda. La frase sbagliata è questa: "La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.” (Pablo Neruda). La frase giusta è questa : "La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle." (Sant'Agostino)
L'aforisma che sul web viene erroneamente attribuito a Neruda è scopiazzato, e pure in modo errato, dalla frase originale di Sant'Agostino. Sono più che convinto che Neruda non avrebbe mai commesso questo banalissimo errore. Riferendosi allo sdegno ed al coraggio, parole al maschile, si dice che sono FIGLIE ( al femminile) della speranza. E' chiaro , secondo me, che la frase attribuita erroneamente a Pablo Neruda è solo una bufala nata sul Web, una delle tantissime che girano...
Gli animali furono imperfetti, lunghi di coda, plumbei di testa.Piano piano si misero in ordine, divennero paesaggio, acquistarono nèi, grazia. volo.
Il gatto,soltanto il gatto apparve completo e orgoglioso:
nacque completamente rifinito, cammina solo e sa quello che vuole.
L'uomo vuol essere pesce e uccello, il serpente vorrebbe avere le ali, il cane è un leone spaesato, l'ingegnere vuol essere poeta, la mosca studia per rondine, il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto vuole essere solo gatto ed ogni gatto è gatto dai baffi alla coda, dal fiuto al topo vivo, dalla notte fino ai suoi occhi d'oro.
Non c'è unità come la sua, non hanno la luna o il fiore una tale coesione: è una sola cosa come il sole o il topazio, e l'elastica linea del suo corpo, salda e sottile, è come la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte.
Oh piccolo imperatore senz'orbe, conquistatore senza patria, minima tigre da salotto, nuziale sultano del cielo delle tegole erotiche, il vento dell'amore all'aria aperta reclami quando passi e posi quattro piedi delicati sul suolo, fiutando, diffidando di ogni cosa terrestre, perché tutto è immondo per l'immacolato piede del gatto.
Oh fiera indipendente della casa, arrogante vestigio della notte, neghittoso, ginnastico ed estraneo,profondissimo gatto,poliziotto segreto delle stanze, insegna di un irreperibile velluto, probabilmente non c'è enigma nel tuo contegno, forse sei mistero, tutti sanno di te ed appartieni all'abitante meno misterioso, forse tutti si credono padroni, proprietari, parenti di gatti, compagni, colleghi, discepoli o amici del proprio gatto.
Io no. Io non sono d'accordo. Io non conosco il gatto. So tutto, la vita e il suo arcipelago, il mare e la città incalcolabile, la botanica, il gineceo coi suoi peccati, il per e il meno della matematica, gl'imbuti vulcanici del mondo, il guscio irreale del coccodrillo, la bontà ignorata del pompiere, l'atavismo azzurro del sacerdote, ma non riesco a decifrare il gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta, numeri d'oro stanno nei suoi occhi.

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giovedì 9 gennaio 2014
Tolkien. Sulle fiabe. La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione, né smussa l'appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà
«Guardiamo gli alberi, e li chiamiamo "alberi", dopo di che probabilmente non pensiamo più alla parola. Chiamiamo una stella "stella", e non ci pensiamo più. Ma bisogna ricordare che queste parole, "albero", "stella", erano (nella loro forma originaria) nomi dati a questi oggetti da gente con un modo di vedere diverso dal nostro. Per noi un albero è, semplicemente, un organismo vegetale, e una stella semplicemente una palla di materia inanimata che si muove lungo una rotta matematica. Ma i primi uomini che parlarono di "alberi" e di "stelle" vedevano le cose in maniera del tutto differente. Per loro, il mondo era animato da esseri mitologici. Vedevano le stelle come sfere di argento vivo, che esplodevano in una fiammata in risposta alla musica eterna. Vedevano il cielo come una tenda ingioiellata, e la terra come il ventre dal quale tutti gli esseri viventi sono venuti al mondo. Per loro, tutta la creazione era intessuta di miti e popolata di elfi.»
John Ronald Reuel Tolkien, citato in Paolo Gulisano, Tolkien. Il mito e la grazia, Ancora, 2007.
La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione, né smussa l'appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.
John Ronald Reuel J.R.R. Tolkien. Sulle fiabeJohn Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973) è stato uno scrittore, filologo, glottoteta e linguista britannico, spesso abbreviato in J. R. R. Tolkien. Importante studioso della lingua anglosassone, è l'autore de Il Signore degli Anelli e di altre celebri opere riconosciute come pietre miliari del genere fantasy, quali Lo Hobbit e Il Silmarillion.
**The Harbor at Herring Cut (sd) di Newell Convers Wyeth (22 ottobre 1882 - 19 ottobre 1945), noto come NC Wyeth, fu allievo del pittore Howard Pyle e divenne uno dei più grandi illustratori americani.
NC Wyeth era il padre di Andrew Newell Wyeth (1917-2009) pittore realista, uno dei più noti artisti della metà del 20 ° secolo negli Stati Uniti.
(*Stella)
sabato 4 gennaio 2014
Mario Rigoni Stern. Cinquant’anni fa si sentiva la gente cantare. Cantava il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere. Oggi hanno smesso. La gente non canta e non racconta più
Cinquant’anni fa si sentiva la gente cantare.
Cantava il falegname, il contadino, l’operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere.
Oggi hanno smesso. La gente non canta e non racconta più.
Mario Rigoni Stern
Una mela guasta può far marcire una mela sana, ma una mela sana non può sanare una mela guasta.
Mario Rigoni Stern. Il sergente nella neve
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mercoledì 4 aprile 2012
Un uomo aveva 4 figli. Voleva imparassero a non giudicare le cose troppo velocemente. Così li mandò uno alla volta a osservare un albero molto distante da casa. Il più grande andò in inverno, il secondo in primavera, il terzo in in estate, il più giovane in autunno. Quando tutti furono tornati chiese loro cosa avevano visto.
Il Ticchettio del Silenzio
Un uomo aveva 4 figli. Voleva imparassero a non giudicare le cose troppo velocemente.
Così li mandò uno alla volta a osservare un albero molto distante da casa.
Il più grande andò in inverno, il secondo in primavera, il terzo in in estate, il più giovane in autunno.
Quando tutti furono tornati chiese loro cosa avevano visto.
Il grande disse che l'albero era brutto, spoglio e ricurvo.
Il secondo disse che era pieno di gemme e promesse di vita.
Il terzo non era d'accordo; L'albero era pieno di fiori, profumato e bellissimo...era la cosa più bella che avesse mai visto.
Il più piccolo aveva un'opinione ancora diversa...l'albero era carico di frutti e pieno di vita e realizzazione.
L'uomo spiegò ai suoi figli che tutti avevano ragione, infatti avevano osservato solo una stagione della vita dell'albero.
Disse loro di non giudicare un albero o una persona solo in una stagione e che l'essenza di ciò che una persona è la gioia, l'amore, la realizzazione che viene dalla vita possono essere misurate solo alla fine quando tutte le stagioni sono complete.
Se ti arrendi quando è inverno, perderai la speranza che regala la primavera, la bellezza della tua estate, la realizzazione del tuo autunno!!!
Morale:
Non lasciare che il dolore di una stagione distrugga la gioia di ciò che verrà dopo.
Non giudicare la tua vita in una stagione difficile.
Persevera nelle difficoltà, il meglio deve ancora venire!!!
Così li mandò uno alla volta a osservare un albero molto distante da casa.
Il più grande andò in inverno, il secondo in primavera, il terzo in in estate, il più giovane in autunno.
Quando tutti furono tornati chiese loro cosa avevano visto.
Il grande disse che l'albero era brutto, spoglio e ricurvo.
Il secondo disse che era pieno di gemme e promesse di vita.
Il terzo non era d'accordo; L'albero era pieno di fiori, profumato e bellissimo...era la cosa più bella che avesse mai visto.
Il più piccolo aveva un'opinione ancora diversa...l'albero era carico di frutti e pieno di vita e realizzazione.
L'uomo spiegò ai suoi figli che tutti avevano ragione, infatti avevano osservato solo una stagione della vita dell'albero.
Disse loro di non giudicare un albero o una persona solo in una stagione e che l'essenza di ciò che una persona è la gioia, l'amore, la realizzazione che viene dalla vita possono essere misurate solo alla fine quando tutte le stagioni sono complete.
Se ti arrendi quando è inverno, perderai la speranza che regala la primavera, la bellezza della tua estate, la realizzazione del tuo autunno!!!
Morale:
Non lasciare che il dolore di una stagione distrugga la gioia di ciò che verrà dopo.
Non giudicare la tua vita in una stagione difficile.
Persevera nelle difficoltà, il meglio deve ancora venire!!!
(dal web)
[...] è bellissima . . Pensa che le Scritture indicano i capelli grigi come sinonimo di saggezza . . .
Perciò apprezziamo anche l 'autunno nella vita . . Meravigliosa stagione
ogni stagione della vita ha i suoi pregi: la fanciullezza ha l'innocenza negli occhi, la giovinezza ha la curiosità di scoprire, la maturità ha la consapevolezza del proprio essere, e la vecchiaia nasconde la saggezza tra i fili d'argento dei capelli...
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giovedì 5 gennaio 2012
L'importanza delle favole per una didattica emozionale. Per quanto io ami la Disney, devo ammettere che mi ha dato aspettative troppo alte verso la realtà.
L'importanza delle favole
per una didattica emozionale
Mutato nomine de te Fabula narratur.
Sotto nome diverso la favola di te parla.
Orazio, Satire, I, I, 69-70.
Se le favole si interrompono sempre con:
«E vissero felici e contenti... », non è perché la felicità sia poco interessante.
Al contrario, appassiona tutti... Non è perché sia meglio immaginare che vivere.
Chiedete a chiunque di scegliere tra queste due possibilità...
Non è perché non esista. Tutti l'abbiamo vista...
No, se le storie si interrompono sempre con:
«E vissero felici e contenti », è per una ragione molto più semplice.
E' perché le favole, che servono a parlarci dell'infelicità,
ci dicono anche: LA FELICITA' E' POSSIBILE...
ed è meglio cercare di incontrarla piuttosto che ascoltarne la storia... [...]"
Christophe André. Vivere Felici
La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione, né smussa l'appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.
John Ronald Reuel J.R.R. Tolkien. Sulle fiabe
"Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, tutto: la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna ad ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinato da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste."
Italo Calvino
Per quanto io ami la Disney,
devo ammettere che mi ha dato aspettative troppo alte verso la realtà.
devo ammettere che mi ha dato aspettative troppo alte verso la realtà.
© - F. ~ A Midsummer Night's Dream.
Erika Bachis Forse si dovrebbe chiarire il significato della parola ''favola''!
Mi auguro che una volta superata l'infanzia sia naturale non ''credere'' a certe cose, poi se davvero un adulto pensa che i film disney rispecchino la realtà allora, anche se è cinico a dirsi, ha qualche serio problema...
Eleonora Vitagliano certo che un adulto non pensa che sia la REALTA',
ma ha qualche serio problema ANCHE chi non sa più apprezzare la magia della fantasia
Erika BachisAhahah hai scelto la persona sbagliata, visto che io mi nutro di fantasia!
Il punto é che bisogna distinguere la magia e l'innocenza dalla vita vera: i film fantasy ci portano in un mondo perfetto che ci fa sognare, e lo so bene perchè io stessa li scrivo, ma poi la realtà è diversa!
Non possiamo incolpare i film di averci dato troppe aspettative: quelli sono FILM, e con la realtà purtroppo non hanno niente a che fare! Ti assicuro che abbiamo più probabilità di veder volare Peter Pan piuttosto che vedere un vero amore coronato da un per sempre!
Le favole sono importanti nella formazione del bambino.
La metafora come figura retorica è appropriata.
Il termine viene dal greco e significa portare al di là.
In effetti con essa si porta la mente del bambino ad esplorare un mondo non reale, ma fatto di simboli. Ben vengano dunque le favole ma non mettiamoci però mostri, streghe ed orchi.
Grazie alla metafora ricorriamo a simboli meno violenti
eppure i simboli negativi sono rappresentazioni degli ostacoli da superare che spesso sono altrettanto mostruosi nella vita. L'eroe/eroina delle favole, li supera con le sue risorse, soprattutto, e con l'aiuto di altri interventi esterni che appaiono per magia perchè rappresentano risorse nascoste che si scoprono quando più se ne ha bisogno, come poi succede nella vita. Il bambino che legge si identifica con l'eroe, lo introietta come modello di comportamento e ne assimila la capacità di superamento delle difficoltà. E' quindi importante che le fiabe siano dapprima lette da/con un adulto sensibile che metta in contesto le figure più tenebrose delle storie in modo da fare accettare al bambino il loro ruolo
I fiori non sono consapevoli del loro valore.
Marcia Grad, La principessa che credeva nelle favole
L'importanza delle favole
per una didattica emozionale
La letteratura è un potente strumento di gioia, e soprattutto è un prezioso strumento didattico per educare i piccoli al rispetto reciproco. Tuttavia l’educazione ha bisogno di lentezza, cura, attenzione. Specialmente l’educazione emotivo-relazionale, la più urgente eppure la più trascurata. Se abbiamo sempre meno tempo da dedicare ai nostri ragazzi, difficilmente possiamo sperare in grandi cambiamenti. L’educazione non è più nelle mani della famiglia e della scuola, ma sta diventando quasi esclusivo appannaggio dei media. Con la conseguenza che bambini e ragazzi conoscono molto presto il concetto di violenza, l'aggressività in questo modo appartiene al loro quotidiano. Una grande quantità di immagini trasmesse dai media sono basate sulla violenza, sull’omicidio, sulla sopraffazione. Gli eroi degli schermi spesso sono degli assassini. Il messaggio arriva in maniera diretta, ma talvolta anche in modo subdolo, violenza camuffata. È l'antica metafora della strega che si traveste da vecchina buona per porgere la mela avvelenata. Sì, negli schermi si uccide perfino in nome dell'amore, una contraddizione folle ma presentata come fosse scontata.
Immersi in quest'atmosfera confusa, i ragazzi restano preda di una grande insicurezza. Spesso non hanno coscienza del loro stato emotivo e assecondano reazioni istintive, impulsive, dando origine ad atti violenti gratuiti. I loro gesti assomigliano a quelli visti in televisione o in alcuni siti web. Sembra quasi che non esista un modello di controllo emotivo, a parte la difesa del proprio ego. Per essere rispettati, occorre imporsi, pressare.
Nel rapporto uomo-donna, in special modo, la prevaricazione prende il posto dell’amore, come fosse normale basare le relazioni sul dominio fisico o psicologico. Ancora oggi si confonde l’amore con il potere.
Per queste ragioni non possiamo più rimandare, dobbiamo dedicare alla didattica emozionale lo stesso livello di attenzione che dedichiamo all'insegnamento dell'alfabeto, delle funzioni algebriche o alla geografia. Ammettiamo che, quando i piccoli ci esasperano, il nostro primo pensiero è quello di punirli, ma una punizione senza educazione non ha alcun senso, spesso lo sperimentiamo a nostre spese. Così come anche l'eccessiva permissività è pericolosa. Occorre modificare radicalmente l'approccio educativo nei confronti dei ragazzi, iniziare ad affrontare insieme a loro il tema della violenza, soprattutto della violenza di genere. È indispensabile formarli ad un comportamento riflessivo, insegnare il rispetto dell’altro, soprattutto il senso della dignità. Parliamo con loro d'amore, confrontiamoci sui sentimenti. Sì, perché per spiegare la violenza ai ragazzi, dobbiamo innanzitutto riuscire a distingue l'amore dal non-amore. Se non sappiamo riconoscere l'amore, rischiamo di rimanere intrappolati in tutto ciò che gli assomiglia vagamente, ma che invece è il suo opposto. Come succede in quelle relazioni in cui si consuma violenza psicologica o fisica, e che spesso le persone scambiano per affetto. Con il giusto dialogo educativo possiamo aiutare i piccoli a prendere consapevolezza delle proprie emozioni, affinché le vivano in armonia con gli altri. Possiamo insegnare ai ragazzi come trasformare l’insoddisfazione in una piena consapevolezza di sé che produca uno slancio positivo e dignitoso. La scuola è chiamata in prima linea ad intervenire per trasmettere il concetto di “dignità umana”. Ed ecco che ritorna utile il ricorso alla letteratura fiabesca. Il passaggio dall'infelicità della violenza alla gioia della realizzazione di sé stessi è illustrato molto bene nelle fiabe. La fiaba è come un sentiero attraverso il quale il bambino può accedere alla propria personalità. Il procedere della narrazione, infatti, è orientato in modo da creare interazione tra chi scrive/racconta e chi ascolta.
Il bambino s’identifica con un personaggio nutrendosi delle sue qualità. Sceglie tra male e bene, e sceglie chi vuole essere. L’insegnante, attraverso la narrazione, lo aiuta a pensare, a sviluppare le proprie risorse interiori e la propria dignità. E non occorrerebbe nemmeno inventarne di nuove, le fiabe classiche sono già lì pronte per aiutarci a declinare i fatti umani più scabrosi, ma anche la bellezza della vittoria del bene. Nelle fiabe antiche, infatti, è ampiamente affrontato il tema della violenza, proprio perché è insita nell’animo umano. Sono storie preziose. Contengono il racconto dei nostri limiti, delle debolezze, ma anche l’invito a trovare una via d’uscita.
Purtroppo, attualmente, la letteratura fiabesca è trascurata, spesso mortificata nei suoi contenuti. Le fiabe originali sono state edulcorate e stravolte, per farne un prodotto cinematografico da intrattenimento. Quanti conoscono davvero la storia di Cenerentola? La maggior parte di noi conosce soltanto la versione proiettata sui grandi schermi, quella delle zucche magiche, scarpette di cristallo e principi azzurri. Eppure è una delle opere letterarie più complesse. La trama accompagna il lettore in un singolare percorso dentro di sé, nelle zone più oscure della nostra interiorità, esplorando il concetto di dignità, con leggerezza, senza trasmettere angoscia o timori.
Tutte le fiabe classiche sono opere letterarie intense, non sono storielle per bambini come erroneamente si crede, bensì opere letterarie che derivano da leggende antichissime, adatte ad ogni età. Racchiudono la saggezza del tempo, quella che tendiamo a dimenticare, presi dalla fretta di ogni giorno. Per questo possiamo usarle per aiutare i piccoli, ma anche noi stessi, a riflettere sulla differenza tra amore e non-amore. Andiamo in cerca dei loro testi originali, ci sorprenderanno! Non è facile crescere e attualmente gli adulti non offrono dei grandi modelli. Usiamo, dunque, lo strumento meraviglioso delle fiabe. Non esiste un’età in cui cominciare a parlare d’amore, si può iniziare da subito, già da piccolissimi. In famiglia e a scuola,apriamo un libro di fiabe, leggiamolo insieme, ci farà bene.
METAFORA
La più gran conquista in assoluto è la padronanza della metafora. Si tratta di qualcosa che non può essere appresa dagli altri ed è anche un segno di genialità, giacché una buona metafora implica la percezione intuitiva delle somiglianze tra oggetti dissimili.
(Aristotele)
citato da Jeffrey Satinover ne "Il cervello quantico"
Verso la fine della "Poetica" Aristotele dice che il massimo é diventare maestro del metaforeggiare, il che non si impara da altri ed é segno di genialità, perché una buona metafora implica la percezione intuitiva della somiglianza fra dissimili.
Elémire Zolla, "Discesa all'Ade e resurrezione"
Aristotele, La comprensione attraverso gli entimemi.
“Noi apprendiamo soprattutto dalle metafore.
Quando infatti il poema chiama la vecchiaia «stoppia», realizza un apprendimento e una conoscenza attraverso il genere: entrambe le cose sono infatti sfiorite. Anche le similitudini dei poeti ottengono lo stesso effetto: se quindi esse sono buone, appaiono spiritose.
La similitudine è infatti, come abbiamo detto prima, una metafora che differisce perché vi è aggiunto qualcosa; perciò essa è meno piacevole, perché ha maggior lunghezza: essa non identifica i due termini, quindi la mente non esamina la relazione. Bisogna che tanto l’elocuzione quanto gli entimemi siano spiritosi, se vogliono renderci rapido l’apprendimento. Perciò neppure quelli ovvi tra gli entimemi hanno successo: intendo per ovvi quelli che sono evidenti a chiunque e non richiedono alcuna investigazione; e neppure quelli che sono detti in modo incomprensibile. Bensì quelli che noi comprendiamo mano a mano che vengono detti e purché non siano già noti prima, oppure quelli in cui la comprensione viene subito dopo: qui infatti vi è un processo simile all’apprendimento, mentre non vi è né nel caso dell’ovvietà, né in quello dell’incomprensibilità. Per quanto concerne il contenuto, questi sono dunque quelli degli entimemi che hanno successo.”
ARISROTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Retorica”, traduzione (1961, condotta, per il terzo libro, su ARISTOTELIS “Ars rhetorica”, Adolphus Roemer, B. G. Teubneri, Lipsiae 1898, qui sotto riportata) di Armando Plebe, in “Aristotele”, introduzione di Gabriele Giannantoni,2 voll., vol. II, Mondadori, Milano 2008 (I ed., su licenza di Laterza, Roma-Bari 1961), Libro terzo (Γ), 10, 1410 b, 10 – 25 (13-28), p. 957.





















La più gran conquista in assoluto è la padronanza della metafora. Si tratta di qualcosa che non può essere appresa dagli altri ed è anche un segno di genialità, giacché una buona metafora implica la percezione intuitiva delle somiglianze tra oggetti dissimili.
(Aristotele)
citato da Jeffrey Satinover ne "Il cervello quantico"
Verso la fine della "Poetica" Aristotele dice che il massimo é diventare maestro del metaforeggiare, il che non si impara da altri ed é segno di genialità, perché una buona metafora implica la percezione intuitiva della somiglianza fra dissimili.
Elémire Zolla, "Discesa all'Ade e resurrezione"
Aristotele, La comprensione attraverso gli entimemi.
“Noi apprendiamo soprattutto dalle metafore.
Quando infatti il poema chiama la vecchiaia «stoppia», realizza un apprendimento e una conoscenza attraverso il genere: entrambe le cose sono infatti sfiorite. Anche le similitudini dei poeti ottengono lo stesso effetto: se quindi esse sono buone, appaiono spiritose.
La similitudine è infatti, come abbiamo detto prima, una metafora che differisce perché vi è aggiunto qualcosa; perciò essa è meno piacevole, perché ha maggior lunghezza: essa non identifica i due termini, quindi la mente non esamina la relazione. Bisogna che tanto l’elocuzione quanto gli entimemi siano spiritosi, se vogliono renderci rapido l’apprendimento. Perciò neppure quelli ovvi tra gli entimemi hanno successo: intendo per ovvi quelli che sono evidenti a chiunque e non richiedono alcuna investigazione; e neppure quelli che sono detti in modo incomprensibile. Bensì quelli che noi comprendiamo mano a mano che vengono detti e purché non siano già noti prima, oppure quelli in cui la comprensione viene subito dopo: qui infatti vi è un processo simile all’apprendimento, mentre non vi è né nel caso dell’ovvietà, né in quello dell’incomprensibilità. Per quanto concerne il contenuto, questi sono dunque quelli degli entimemi che hanno successo.”
ARISROTELE (384 a.C. – 322 a.C.), “Retorica”, traduzione (1961, condotta, per il terzo libro, su ARISTOTELIS “Ars rhetorica”, Adolphus Roemer, B. G. Teubneri, Lipsiae 1898, qui sotto riportata) di Armando Plebe, in “Aristotele”, introduzione di Gabriele Giannantoni,2 voll., vol. II, Mondadori, Milano 2008 (I ed., su licenza di Laterza, Roma-Bari 1961), Libro terzo (Γ), 10, 1410 b, 10 – 25 (13-28), p. 957.
Il mio regno per una fiaba.
Scrive la Szymborska: I bambini amano essere spaventati dalle favole. Hanno un naturale bisogno di sperimentare emozioni forti. Andersen atterriva i bambini, ma nessuno di loro, una volta diventato grande, gliene ha mai voluto. ... Andersen aveva il coraggio di scrivere favole con un finale triste. Riteneva che non si debba cercare di essere buoni per un tornaconto ..., ma perché la cattiveria è frutto di un limite intellettuale ed emotivo, l'unica forma di miseria da cui tenersi alla larga. Ed è ridicola...
Tempo fa, mi trovai nella condizione di dover convincere una colta e raffinata scrittrice in merito all'opportunità di leggere le fiabe di Andersen ai nipotini. Lei dubitava: i bambini sono spensierati, lontani dai dolori e dalle vicissitudini della vita, perché far loro una lettura che può turbarli? E, pur essendo stata da bambina una appassionata lettrice di fiabe, concludeva che le fiabe di Andersen non sono adatte ai bambini di oggi. Per convincerla, le spedii in omaggio Letture facoltative (Adelphi 2006), la magnifica raccolta di recensioni che Wisława Szymborska ha dedicato ai “libri inutili” in cui le capitava di imbattersi – manuali, compendi, raccolte di consigli, libri divulgativi sugli argomenti più strani – fra i quali è annoverata la raccolta di fiabe di Hans Christian Andersen. Scrive la Szymborska:

La principessa sul pisello, illustrazione di Tom Seidmann-Freud, 1921
I bambini amano essere spaventati dalle favole. Hanno un naturale bisogno di sperimentare emozioni forti. Andersen atterriva i bambini, ma nessuno di loro, una volta diventato grande, gliene ha mai voluto. Le sue splendide favole sono piene di creature soprannaturali, senza contare gli animali parlanti e i secchi dal pronto eloquio. Non tutti i membri di questa confraternita sono cordiali e innocui. Il personaggio che ricorre con maggiore frequenza è la morte, figura implacabile che irrompe all'improvviso nel cuore della felicità, portandosi via i migliori, i più amati. Andersen prendeva i bambini sul serio. Non parlava loro soltanto della radiosa avventura della vita, ma anche di disgrazie, sventure e sconfitte non sempre meritate. Le sue favole, popolate di creature immaginarie, sono più realistiche di quintali di odierna letteratura per l'infanzia, così ansiosa di risultare verosimile da sfuggire gli incantesimi come la peste. Andersen aveva il coraggio di scrivere favole con un finale triste. Riteneva che non si debba cercare di essere buoni per un tornaconto (proprio quello che i raccontini moralistici di oggi si ostinano a divulgare, e che non sempre, in questo mondo, corrisponde a verità), ma perché la cattiveria è frutto di un limite intellettuale ed emotivo, l'unica forma di miseria da cui tenersi alla larga. Ed è ridicola, quant'è ridicola!
Se vi interessa, trovate qui l'intero brano.

Pollicina, illustrazione di Eleanor Vere Boyle 1872

L'usignolo, illustrazione di Kay Nielsen, 1924

I vestiti nuovi dell'imperatore, illustrazione di Harry Clarke, 1916
Come editore e autrice di libri per ragazzi, a questo atteggiamento degli adulti nei confronti delle fiabe sono abituata, e non da oggi. Figlia di genitori illuminati, negli anni Sessanta crebbi con i personaggi della Lindgren, della Anguissola e di Marcello Argilli, oltre che con le Favole al telefono di Rodari e la divulgazione di Laura Conti. I miei ritenevano le fiabe classiche e popolari inadeguate ai tempi: troppo cariche di sciagure, superstizioni e pregiudizi per educare delle bambine libere. I miei erano colti, avevano sicuri gusti culturali e letterari. Ma di fiabe capivano poco. L'unico libro di fiabe che a quei tempi ho avuto per le mani, a parte il bellissimo volume n. 2, Racconti e fiabe, di I quindici libri (collana che mia madre acquistò per sbaglio, suscitando il disappunto di mio padre) e alcune delle Fiabe sonoredi Fratelli Fabbri Editori, che ci facevano smaniare di delizia e terrore, fu un librone di fiabe nordiche che apparteneva a figli di amici ormai diventati grandi e che ci fu devoluto insieme a giocattoli e a qualche maglione. Era, per me, che pure vivevo in una casa piena di libri, di una bellezza inconcepibile. Una bellezza che lasciava interdetti e non trovava paragoni per formato, legatura, illustrazioni, storie. Non so che fine abbia fatto quel libro ed è strano che non lo sappia, perché gran parte dei libri che amavamo di più sono stati conservati e li ho tuttora con me. Per descrivere quel libro come mi apparve allora, riporto due brani. Il primo è tratto da I cigni selvatici (Topipittori 2008) di Andersen, questo:

La diligenza da dodici posti, illustrazione di Laura Barrett, 2013.

L'intrepido soldatino di stagno, illustrazione di Kay Nielsen, 1924

La regina della neve, illustrazione di Katharine Beverley ed Elizabeth Ellender, 1929
Poco dopo si fece buio, scese la notte, strada e sentieri scomparvero, Elisa si era smarrita. Ma non ebbe paura: si stese sul muschio morbido, appoggiò la testa a un tronco d’albero e prima d’addormentarsi recitò le preghiere della sera. C’era un grande silenzio, l’aria era tiepida e sull’erba e sul muschio attorno a lei splendevano come un fuoco verde centinaia di lucciole. Elisa sfiorò un ramo con la mano e ne cadde una pioggia di piccoli insetti, luminosa come una cometa.Tutta la notte sognò i fratelli che, di nuovo bambini, giocavano e scrivevano con lo stilo di diamante sulla lavagna d’oro, mentre lei sfogliava il meraviglioso libro illustrato che era costato metà del reame. Sulla lavagna d’oro però i fratelli non tracciavano aste e zeri, come quando erano bambini, ma scrivevano le avventure eroiche che avevano vissuto e ciò che in quegli anni avevano fatto e visto. E anche le figure del libro erano vive: gli uccelli cantavano e le persone uscivano dal libro e parlavano con Elisa e i fratelli. Ma se voltava pagina tutti s’affrettavano a tornare al loro posto per non fare confusione.

Pollicina, silhouette di Kathë Reine

Il brutto anatroccolo, illustrazione di Theo van Hoytema, 1893
Il secondo è un passo di Walter Benjamin, appassionato collezionista di libri illustrati per bambini, tratto dal saggio Sbirciando nel libro per bambini (contenuto in Orbis pictus, Emme edizioni, 1981, oggi in Figure dell'infanzia, Raffaello Cortina Editore 2012), che parla proprio del libro illustrato di cui scrive Andersen nel brano che avete appena letto:
In una fiaba di Andersen compare un libro illustrato di valore pari «alla metà del regno». In esso tutto aveva vita. «Gli uccelli cantavano, gli uomini uscivano dalle pagine» per parlare con la principessina, «salvo a tornar dentro in gran fretta non appena lei voltava il foglio, perché non nascesse confusione fra le figure.» Con la stessa dolcezza e indeterminatezza che animano tante pagine anderseniane, anche questa piccola trovata non fa che rovesciare completamente il meccanismo di cui trattiamo.Infatti non sono tanto le cose a farsi incontro – fuoriuscendo dalle pagine – al bambino fantasticamente alle prese con le immagini, ma è piuttosto il bambino stesso che – guardando – penetra in esse come nube che si appaga dello splendore cromatico dell'universo figurativo. Di fronte al suo libro illustrato egli realizza la tecnica del perfetto taoista: domina la cortina illusoria della superficie, e tra tessuti colorati e quinte variopinte, calca la scena dove vive la fiaba.
Il mio libro di fiabe nordiche apparteneva a entrambe queste categorie: libri dai quali il dentro trabocca e nei quali si penetra come in una nube, per calcare la scena della fiaba.


L'acciarino, illustrazioni di Heinrich Strub, 1956
Non credo esista periodo migliore dell'anno di questo, natalizio, per regalare un libro che possieda queste caratteristiche. Il perché lo spiega bene Selma Lagerlöf, astro della letteratura scandinava, in Il libro del Natale (Iperborea 2012), quando scrive:
Vedete, devo dire che c'è una tradizione a Mårbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto, metterci sopra una candela, e poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c'è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, un libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa si fa la notte di Natale, se non si sono ricevuti libri?
Natale è il momento giusto perché bambini e fiabe si incontrino: perché in questa notte, ogni anno, uno di loro, nudo e poverissimo, diventa il re del mondo e re di immensa ricchezza gli si inchinano, portando doni preziosi; perché in questa notte gli animali parlano, esseri alati cantano, le stelle splendono sui tuguri e nel buio della vigilia i giocattoli si animano. Se questi fatti a qualcuno possono apparire sciocchezze, oppure se riesce a considerarli solo parte di un rituale religioso o di un'iconografia legata al folklore, provi a considerarli dal punto di vista del pensiero simbolico, che al contrario di quanto si crede, è uno strumento ad alta precisione, e traduce in immagini potentissime quello che accade nella realtà nelle nostre vite, nelle nostre giornate e nelle nostre menti.

La regina della neve, illustrazione di Kay Nielsen, 1924.

La sirenetta, illustrazione di Jennie Harbour, 1932
Non credo che i bambini oggi siano diversi da quelli di cento anni fa. Certo, sono diversi i contesti e le abitudini familiari, culturali e sociali. La ragione per cui spesso i bambini preferiscono altro ai libri (oltre al fatto che è legittimo avere gusti personali) è che hanno avuto a che fare con libri orrendi, messaggeri di forme di avvilente stupidità e bruttezza. Entrambe caratteristiche che, come si legge in tutte le fiabe, i bambini detestano. Dunque abbiate fiducia in loro e, soprattutto, se volete che amino i libri, regalategli libri che li stordiscano di emozioni e scoperte inattese e profonde.
Se perciò a Natale decidete di regalare fiabe, come consiglio a tutti, fate sì che queste siano contenute in volumi folgoranti. Così smaccatamente belli, scintillanti e generosi di splendore, in tutte le loro parti, così diversi da tutti gli altri libri, da inscriversi nel loro esperienza con lo stigma dell'eccezionalità. Avrete licenza di parlare di fallimento educativo solo dopo aver fatto questo esperimento. Oltretutto quand'anche falliste, vi troverete in biblioteca libri bellissimi che vi diletteranno più di tante novità editoriali prevedibili e noiose.

Rosaspina, illustrazioni di Harbert Leupin, 1948
I due libri di fiabe più belli usciti negli ultimi anni sono quelli che si devono al genio editoriale di Taschen, editore tedesco specializzato, come è noto, in magnifiche edizioni sull'immagine, che alla qualità, produttiva ed editoriale, associa prezzi contenuti: immagini di ogni genere, dall'arte, alla fotografia, all'illustrazione naturalistica e scientifica, alla moda, al design, all'architettura. Non poteva mancare in questa variegata produzione, l'illustrazione per l'infanzia. Realizzati da una curatrice d'eccezione, Noel Daniel, i volumi sono Le fiabe dei Fratelli Grimm (2012) e Le fiabe di Hans Christian Andersen (2013). Nel 2014 è uscito anche Fiabe d'inverno che propone una collettanea di albi illustrati vintage, e che ho recensito nel febbraio 2015 per Doppiozero e trovate qui.
Entrambi i volumi nascono con l'intento di offrire una selezione di fiabe accompagnata dalle immagini più belle tratte da edizioni del passato. Nel caso dei Grimm si tratta di quelle che vanno dagli anni Venti dell'Ottocento, attraverso l'epoca d'oro dell'illustrazione novecentesca, fino alla fine degli anni Quaranta. Una galleria di illustrazioni incredibili, selezionate dalla Daniel con finezza e competenza, esplorando la produzione internazionale. Le ventisette fiabe proposte, tratte dall'ultima edizione pubblicata dai Grimm nel 1857, mescolano titoli famosissimi, come Cenerentola o Biancaneve, a storie incantevoli, ma meno frequentate.

Cappuccetto rosso, silhouette di Kathë Reine

Cappuccetto rosso, illustrazioni di Divica Landrová, 1959
Il libro apre con una concisa, ma informata prefazione, che oltre a introdurre all'opera dei Grimm, spiega le ragioni e i criteri di questa edizione, dalla quale si apprende che i Grimm si resero conto del grande potenziale delle illustrazioni nella comprensione delle fiabe vedendo la prima traduzione in inglese della loro opera, edita fra il 1823 e il 1826, in due volumi, illustrata da George Cruikshank. Da quel momento decisero di editare le fiabe accompagnate da immagini. Le fiabe dei Grimm furono illustrate dai più importanti illustratori del mondo. Il miglioramento delle tecniche di stampa, nel corso del tempo, fece sì che queste edizioni diventassero visivamente sempre più ricche e smaglianti, acquisendo un'influenza determinante nel cambiamento che interessò la letteratura per ragazzi e la produzione di libri a loro destinati, nella quale le figure divennero fondamentali.
La cura grafica delle raccolte si deve all'art direction di Noel Daniel e Andy Disl che, pur sfoggiando spavaldamente tutte le caratteristiche delle edizioni di lusso – oro a bizzeffe, copertina in tela con impressioni in oro e immagine applicata, segnalibro a nastro – non cedono alla tentazione del kitsch, senza rinunciare a quella dell'incanto. Ogni fiaba è introdotta da una stringata e documentata introduzione. Tutte le immagini sono corredate da indicazioni iconografiche accurate, e alla fine del volume si trovano brevi, ma esaurienti biografie degli illustratori. Non pensiate che questi apparati tolgano alcunché alla godibilità del libro, facendone un ingombrante contenitore di informazioni inadeguate a lettori piccoli. Non è così. Le parti critiche, sapientemente distribuite fra indici, aperture di capitoli e appendici, si offrono come spazi supplementari per figure bellissime, dissimulando la loro dotta presenza, o, meglio, mostrandola solo a un lettore adulto. I bambini penseranno solo ad abbandonarsi a tanta sontuosa bellezza.



Rosaspina, illustrazioni di Harbert Leupin, 1948
Il volume dedicato ad Andersen presenta la medesima struttura e grafica, lo stesso formato e gli stessi apparati critici di quello dei Grimm. In una prefazione agile, ma esauriente e approfondita, oltre che di esemplare chiarezza ed eleganza, la Daniel traccia un ritratto dello scrittore danese, portando alla luce le ragioni che ne hanno fatto quello che probabilmente si può considerare il più grande narratore di fiabe di tutti i tempi. La biografia è ripercorsa intrecciando gli eventi della vita ai tratti salienti di quella poetica che dal patrimonio orale delle narrazioni popolari seppe distillare racconti di perfetta modernità dove le ombre dell'inconscio cominciano a tralucere. Le fiabe di Andersen, infatti, ambientate in mondi fantastici e narrate dal punto di vista di bambini e oggetti sono le antesignane dei moderni racconti per l'infanzia, da Alice in Wonderland a The Wizard of Oz fino ad arrivare a Gianni Rodari e a Roal Dahl. Anche nella vicenda letteraria ed editoriale di Andersen, come in quella dei Grimm, l'illustrazione ha un peso consistente, anche in considerazione del fatto che lo stesso scrittore fu un prolifico creatore di splendide silhouette, di cui realizzò centinaia di esemplari. Per i dettagli immaginifici di cui le sue storie erano intessute, Vincent van Gogh lo ritenne un talento rubato alle arti visive. Le edizioni da cui sono tratte le immagini proposte nel volume, frutto di una selezione impeccabile da parte della curatrice, sono in prevalenza datate ai primi vent'anni del Novecento, considerati l'età d'oro dell'illustrazione per ragazzi, ma vi sono anche illustrazioni ottocentesche e della seconda meta del Novecento, fino ad arrivare agli anni Ottanta.
Se è vero che le fiabe sono uno dei pochi generi letterari che possono attrarre contemporaneamente adulti e bambini, le raccolte di Taschen mettono insieme i due pubblici in modo magistrale, con grazia, sapienza e senza forzature. Potrebbe, dunque, essere questa un'occasione imperdibile per leggere insieme, pratica che i bambini, e si spera anche gli adulti, amano: a voce alta, con su un ginocchio un lettore piccolo, e sull'altro un libro grande. Un libro così ammaliante da far considerare l'ipotesi di cedere la metà del proprio reame per averlo.


http://www.doppiozero.com/materiali/babau/prendete-i-bambini-sul-serio

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Essere genitore vuol dire preoccuparsi? Confrontiamoci sull’ansia genitoriale - “Il comportamento di attaccamento è finalizzato all’ottenimento o al mantenimento della vicinanza a qualche altro individuo differenziato e preferito” J. B...8 anni fa
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Vincitore Premio Stage 2012-13: Andrea Ferretti - Andrea Ferretti ha vinto il premio dello Stage 2012-13 "Matematica, fisica ed economia" (un *ebook reader iRex Iliad Book Edition* + una scheda SDIM conte...13 anni fa
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