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giovedì 24 luglio 2014

Rice. La regina dei dannati. Si tratta di una verità spaventosa : il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l'ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili.


Si tratta di una verità spaventosa : il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l'ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili.
A. Rice. La regina dei dannati

giovedì 5 settembre 2013

Edgar Morin. Se fossi guidato solo dal lume della ragione, dovrei dire che siamo sull’orlo dell’abisso. Ma nella storia dell’umanità esiste l’imprevisto, quel fatto inatteso che cambia il corso delle cose. Ecco perché in fondo sono ottimista

la mente umana ha perso il controllo delle sue creazioni – la scienza e la tecnica –
e non ha acquisito il controllo delle organizzazioni sociali e storiche.
L’uomo, obbedendo alla sovranità del calcolo,
ignora tutto ciò che non è quantificabile,
i sentimenti, le sofferenze, le felicità degli esseri umani.
Oggi la battaglia si combatte sul terreno della mente. 
Il problema della riforma del pensiero, della mente, è diventato vitale....
Edgar Morin


Noi stessi, che viviamo in una cultura che ha sviluppato certi settori della razionalità come la filosofia e come la scienza, viviamo altrettanto impregnati di miti, altrettanto impregnati di magia, ma di un altro tipo, di un altro genere.
Edgar Morin


"se non ci fosse la prosa, non ci sarebbe la poesia.
L’una è quella che subiamo per obbligazione o costrizione in situazioni utilitaristiche e funzionali;
l’altra è quella dei nostri stati amorosi, fraterni, estetici. Vivere poeticamente, significa vivere per vivere"
Edgar Morin, La via



Una volta attirato lo studente sul sentiero del sapere, il buon educatore lo lascia da solo, libero di fare le proprie scelte. Libero di proseguire, di costruire il proprio sentiero mentre cammina.
Edgar Morin


Qualunque sia il fenomeno studiato, occorre innanzitiutto che l'osservatore studi se stesso, poiché l'osservatore o turba il fenomeno osservato, o vi si proietta in qualche misura.
Edgar Morin, Lo spirito del tempo


Conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza
Edgar Morin


Se fossi guidato solo dal lume della ragione, dovrei dire che siamo sull’orlo dell’abisso. 
Ma nella storia dell’umanità esiste l’imprevisto, quel fatto inatteso che cambia il corso delle cose.
Ecco perché in fondo sono ottimista. 
Edgar Morin


"Di fatto, la grande distinzione fra scienza e filosofia ha operato una scissione fra la mente e il cervello, disponendo la prima dalla parte della metafisica, il secondo da quella delle scienze naturali; le compartimentazioni disciplinari inoltre hanno separato e disperso:
- nelle scienze fisiche: l'informazione, la computazione, l'intelligenza artificiale;
- nelle scienze biologiche: il sistema nervoso centrale, la filogenesi e l'ontogenesi del cervello;
- nelle scienze umane: la linguistica, la psicologia cognitiva, le diverse psicologie (che non comunicano tra loro e anzi si escludono a vicenda), le diverse psicoanalisi (stesso rilievo), la psico-sociologia, l'antropologia culturale, le sociologie della cultura, della conoscenza, della scienza, le storie delle culture, delle credenze, delle idee, della scienza;
- nella filosofia: la teoria della conoscenza;
- fra scienza e filosofia: la logica, l'epistemologia.
A ciò va aggiunto il continente non riconosciuto, non esplorato della noosfera, in cui la conoscenza si organizza in sistemi di idee (teorie, dottrine) e che richiede una scienza nuova: la noologia.
Ognuno di questi frammenti disgiunti ignora il volto globale di cui fa parte."
Edgar Morin, La conoscenza della conoscenza


La complessità suggerisce di «pensare per costellazioni e correlazioni di concetti. Del resto dobbiamo sapere che, nelle cose più importanti, i concetti non si definiscono mai attraverso le loro frontiere, ma sulla base del loro nucleo. È un'idea anticartesiana, nel senso che Cartesio pensava che la distinzione e la chiarezza fossero caratteristiche intrinseche della verità di un'idea. Prendiamo l'amore e l'amicizia. Possiamo riconoscere nettamente nel loro nucleo l'amore e l'amicizia, ma esiste anche un'amicizia amorosa, esistono amori amicali. Ci sono dunque degli intermedi, dei misti tra l'amore e l'amicizia; non c'è una frontiera netta. Non bisogna mai cercare di definire attraverso le frontiere le cose importanti. Le frontiere sono sempre sfumate, sono sempre interferenti. Bisogna dunque cercare di definire il cuore, e questa definizione richiede spesso dei macroconcetti.
Edgar Morin




Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce. Il perdurare del processo tecnico-scientifico attuale, processo del resto cieco che sfugge alla coscienza e alla volontà degli stessi scienziati, conduce a una forte regressione di democrazia. Così, mentre l'esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza. Quindi lo spossessamento del sapere, molto poco equilibrato dalla volgarizzazione mediatica, pone il problema storico ormai capitale della necessità di una democrazia cognitiva.
Edgar Morin, La testa ben fatta


L'arte di insegnare
"L'insegnante non distribuisce più come priorità il sapere agli allievi. Una volta fissato il tema di un compito o di una interrogazione orale, sta all'allievo trarre da Internet, dai libri, dalle riviste e da tutti i documenti utili la materia del compito o dell'interrogazione e presentare il suo sapere all'insegnante. E quindi sta a quest'ultimo, vero direttore d'orchestra, correggere, commentare, apprezzare l'apporto dell'allievo, per arrivare, nel dialogo con i suoi allievi, a una vera sintesi riflessiva del tema trattato."
 Edgar Morin, "Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l'educazione", Raffaello Cortina, Milano 2015, p. 104



Sulle tracce di "La testa ben fatta" e "I sette saperi necessari all'educazione del futuro", 
Edgar Morin auspica una riforma profonda dell'educazione, fondata sulla sua missione essenziale, che già Rousseau aveva individuato: insegnare a vivere. Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità e il legame con gli altri ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano. Questo nuovo libro non si limita a ricapitolare le idee dei precedenti ma sviluppa tutto ciò che significa insegnare a vivere nel nostro tempo, che è anche quello di Internet, e nella nostra civiltà planetaria, nella quale ci sentiamo così spesso disarmati e strumentalizzati.



Edgar Morin. Insegnare a vivere
Mario Porro

Il novantaquattrenne Edgar Morin, sociologo e filosofo, ci consegna l’ultimo saggio di una trilogia dedicata all’educazione. Insegnare a vivere (Cortina 2015), come i precedenti La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro (Cortina 2000 e 2001), non è un’opera pedagogica né una proposta di riforma del nostro sistema scolastico ma un suo radicale superamento. 

A indicare l’urgenza della proposta di Morin, due domande in esergo al libro chiudono ad anello le sorti dell’umanità e il destino del nostro pianeta: 
“Quale pianeta lasceremo ai nostri figli?” (Hans Jonas) ci richiama alla responsabilità nei confronti di quel prossimo che sono le generazioni future; “A quali figli lasceremo il mondo?” (Jorge Semprùn) affida la responsabilità all’insegnamento educativo che fin d’ora dovremmo attivare. 

L’intreccio fra l’umano e il naturale è ormai diventato un gaddiano garbuglio; gli oggetti con cui conviviamo sono sempre più ibridi, direbbe Bruno Latour, dove si fa indistinto il confine fra quanto è prodotto da noi e quanto si deve alle leggi del mondo. Di qui l’esigenza (che accomuna Morin a un altro “maestro del nostro tempo”, Michel Serres) di superare l’antica barriera che la nostra stupidità ha costruito fra cultura umanistica e saperi tecno-scientifici: non si tratta di questione accademica, o di conflitto di facoltà (mentali ed universitarie), in gioco è l’urgenza di una comprensione che ricollochi l’uomo nella natura. Tema su cui Morin ha l’innegabile merito di aver imposto tra i primi una riflessione, a partire dal lontano Il paradigma perduto (1972), quando ci invitava a comprendere la natura umana muovendo dalle radici evolutive da cui è emersa. Finché continueremo a tenere separate le due rive della cultura (fino a renderle rivali) non riusciremo a gestire le ricadute del nostro intervento sulla natura e di quest’ultima sulla comunità degli umani. Una comunità di destino, ricorda Morin, che si avvia a diventare planetaria, come esito della globalizzazione, o meglio, suggerisce il termine francese, mondializzazione, perché coinvolge non solo i gruppi umani, ma anche le loro relazioni con la biosfera.

Con la metafora della testa ben fatta (ripresa da Montaigne), Morin invitava a formare menti che fossero, non tanto piene di conoscenze, quanto in grado di porre e trattare problemi globali, grazie a criteri organizzatori che tengano conto della complessità che li governa. È questo che non sa fare la scuola, dalla primaria all’Università, frantumata com’è in discipline, affidata a competenze unilaterali o settoriali, cullata dalle certezze dei propri limitati campi d’indagine. Sempre più siamo posti di fronte a sistemi instabili, flou, dai confini indistinti e mobili (come le nuvole che già Wiener eleggeva a emblema del sapere cibernetico): in essi entrano in gioco il grande numero e molteplici variabili strette in relazioni non lineari, le leggi che governano le componenti non bastano a spiegare l’evolversi del sistema, con la conseguenza che si stempera ogni certezza previsionale. Se un tempo si poteva guardare alla geometria euclidea e/o alla fisica newtoniana come scienze regine, paradigmi di rigore esplicativo, oggi sono altre le scienze che ci educano a dialogare con l’incertezza. La matematica stessa, in perenne cammino verso il rigore, ci ha svelato la fecondità di campi dove domina il qualitativo e l’anesatto (dalla topologia ai frattali), fornendoci modelli molto più rispettosi della complessità del reale. L’esattezza è una richiesta che dovrebbe adattarsi agli esattori delle finanze più che agli insegnanti di matematica; qualcuno di essi ricorda il nevrotico protagonista di “Bianca” di Nanni Moretti, turbato dal non ritrovare ordine e regolarità fra le coppie degli amici, che fanno errori stupidi, e si separano.

Sospinti da interessi o ideologie, siamo indotti a credenze semplificatrici, a visioni binarie e manichee, a distinzioni rigide che scavalcano la complessità, al limite del contraddittorio, del reale (viviamo nel tempo degli ossimori, ha insegnato Cornelius Castoriadis, uno dei compagni di strada di Morin). C’è voluto un lungo percorso per far crollare le illusioni coltivate nel dopoguerra nei confronti dell’URSS, esemplifica Morin rievocando la sua esperienza; quelle illusioni erano frutto di una sistematica cancellazione dei fatti che disturbavano, consentivano di cullarsi in menzogne rassicuranti. Ecco perché la formazione scolastica (Università inclusa) dovrebbe prevedere un insegnamento dedicato alla “conoscenza della conoscenza” (era il titolo del terzo volume del suo Metodo), compito a cui devono contribuire, insieme alla filosofia, la psicologia e le scienze cognitive, la letteratura e la storia. Ogni conoscenza è traduzione/tradimento, costruzione e non riproduzione della realtà; siamo destinati alla fatica ermeneutica, a interpretare di continuo, il che ci condanna in modo pressoché inevitabile all’errore e all’illusione. Ma è dell’errore, più che della verità, che dovremmo tessere l’elogio: esso costringe a risvegliare l’energia mentale, è fonte di scoperta e innovazione, mentre la certezza di essere nel vero induce all’inerzia. Non era forse proprio questo il senso pedagogico dell’epistemologia delle congetture e confutazioni del vecchio Popper, il quale ricordava che chi cerca conferme le trova sempre? Bisogna fare però gli errori “giusti”, quelli che inducono a cercare le ragioni delle difficoltà, a cogliere relazioni inattese, indizi che svelano quel che restava nascosto; insegnare dovrebbe assomigliare all’arte del paleontologo che trasforma dettagli apparentemente insignificanti in indizi che consentono di ricostruire tutta una storia. “Credo che la cultura sia il presentimento di quello che non si sa” (Nati due volte), scriveva Giuseppe Pontiggia riferendosi all’incompetenza di medici presuntuosi.

Le virtù dell’uomo senza certezze, moderatamente scettico, impediscono di aderire alla pigrizia che trasforma le ipotesi in dottrine e dogmi. Sapendo di non possedere verità assolute e facili ricette, siamo indotti alla modestia di un’ecologia dell’azione pronta a riconoscere le contro-finalità, gli effetti indesiderati e imprevisti. Il Prometeo scatenato della tecno-scienza non è più il “previdente”, colui che letteralmente pensa prima, ha sempre più il volto di suo fratello Epimeteo, che solo a cose fatte si accorge degli errori commessi. Dalla catastrofe di Fukushima alla resistenza dei batteri agli antibiotici, abbiamo appreso che ogni decisione è una scommessa: le nostre strategie possono condurre a esiti opposti alle nostre previsioni, siamo sempre più inermi ad affrontare la “civiltà del rischio” e le disavventure dell’esistenza. Forse, potremmo cominciare a ricordare che il pensiero a cui affidarci è appunto metis, non logos o ratio, ma sagacia, intuizione, elasticità mentale, pronta a confrontarsi con gli incerti del mondo. Del resto, sono sempre più le scienze stesse a svelarci un mondo caotico, governato dall’aleatorio e dall’imprevisto, più simile all’andamento delle nubi o di chi va bighellonando per le strade (diceva Musil) che allo scorrere regolare degli orologi o al moto ripetitivo degli astri. Le scienze del complesso ci forniscono indicazioni di metodo, ha suggerito Morin nei sei volumi del suo Metodo (editi da Cortina); la meteorologia, le scienze della Terra e l’ecologia (Morin ha chiesto che l’insegnamento di quest’ultima venga esteso ad ogni livello d’istruzione) ci pongono di fronte a sistemi che non sono il frutto della combinatoria di elementi semplici, di mattoni distinti e separati. Gadda avrebbe detto che alla base del reale non stanno particelle che hanno l’esasperato senso d’individualità che è proprio dei piselli in scatola; più che limiti e barriere, vi sono legami e aggrovigliamenti, per cui cose ed eventi formano un impasto, “come fa la polpa delle patate sfatte, e inficiate nel sugo medesimo”. Il sistema complesso è un intreccio di relazioni dove le cose comunicano fra loro e con l’ambiente, dove l’osservatore stesso è integrato nel sistema che osserva; cause minime possono allora produrre effetti catastrofici (il famoso effetto farfalla).

Per cogliere il complesso intrico che caratterizza i problemi del nostro tempo, Morin chiede che ogni pedagogia assuma per base il “Grande Racconto” oggi proposto dalle scienze, il “grand Récit” di cui parla Serres ne L’incandescent (lo si può trovare nel recente numero che la rivista “Riga” ha dedicato al filosofo francese – qui l’anteprima pubblicata su doppiozero). Credevamo finita nel post-moderno l’epoca delle “grandi narrazioni” su cui fondavamo le nostre ideologie, ed ecco il percorso tortuoso, stretto fra vincoli e caso, fra continuità e fratture, compiuto dall’universo per giungere a noi: dai tredici miliardi di anni del Big Bang (se davvero ci fu), attraverso la comparsa della vita sulla terra, circa 4 miliardi di anni orsono, e ai primi passi, circa 7 milioni di anni fa, dell’ominizzazione fino alla successiva diaspora della nostra specie. È solo su questo sfondo che il breve segmento della storia umana si illumina, si svela l’unità antropologica nelle sue diversità individuali e culturali; diventa così pensabile insegnare il senso della cittadinanza terrestre, prepararci a un’era planetaria di inter-solidarietà, sorta dalla comprensione che l’umanità intera partecipa a una comunità di destino. Ma per questo abbiamo bisogno di operatori di relianza, osserva Morin, che ci consentano cioè di collegare la biologia e la fisica, la cosmologia e la cultura umanistica e, più in generale, di cogliere legami e connessioni, al di là della pratica disgiuntiva e separatrice del sapere classico. Un sistema complesso funziona al modo di un ologramma, come nelle monadi leibniziane la parte riproduce il tutto: la mondializzazione è all’interno di ciascuno di noi e noi portiamo tracce del percorso dell’intera umanità. Ogni cellula è un miscuglio di cellule di origini diverse: lezione di meticciato che cancella ogni illusione di purezza, e ci apre alla comprensione della nostra solidarietà vitale con la natura che degradiamo e alla condivisione del nostro comune carattere bastardo.



Il “pensiero ecologicizzante” si traduce in un’etica della comprensione umana. 
Quando si entrava nell’era della comunicazione (quando Ermes sostituiva Prometeo, per dirla con Serres), il male era l’incomunicabilità; oggi, il grande male è l’incomprensione, non solo fra stranieri, ma anche tra membri di una stessa società, di una stessa famiglia. Al cuore dell’educazione va posta l’acquisizione di competenze esistenziali e non solo di quelle professionali richieste dal dominio della tecno-economia. Il compito dell’educazione non è semplicemente spiegare, in termini concettuali che si vogliono oggettivi, ma offrire una comprensione umana, sempre inter-soggettiva, e che richiede apertura verso l’altro. È da questo riconoscimento empatico dell’Altro che possono sorgere strumenti efficaci per lottare contro razzismo e xenofobia; è quel sentire che si ingenera in noi nella partecipazione emotiva agli eventi e ai protagonisti di un film, per cui proviamo simpatia per le sorti del barbone di Chaplin, per dimenticarcene presto fuori dalla sala quando troviamo uno zingaro. La comprensione richiede di apprendere testo e contesto, caso locale e situazione globale; chiede ancor più di comprendere l’incomprensione, cioè le modalità psico-sociali dell’esclusione e del rifiuto del diverso. Solo così possiamo sperare di resistere alla barbarie, non tanto a quella che viene da fuori, ma a quella che abita le nostre case e le nostre strade, a quella che portiamo in noi, pronta a riemergere in tempi di isteria collettiva. Morin chiede che ogni università istituisca una cattedra di “comprensione umana”: sarebbe il luogo in cui prendere coscienza dei condizionamenti subiti, degli imprinting che hanno marchiato la nostra infanzia e la nostra adolescenza. Non c’è libertà se non c’è prima liberazione, anche dai nostri pre-giudizi; ma per comprendere in quali rive scorre il nostro pensare e il nostro sentire dobbiamo porci a confronto con altre culture, ad esempio con quella della Cina come fa da decenni François Jullien.

La pratica inter/multi/trans-disciplinare proposta da Morin connette i saperi all’esigenza del ben vivere e di una vita buona; si tratta di sviluppare le proprie attitudini, trasformando le conoscenza acquisite in sapienza, in arte di vivere. Il compito dell’educatore è ancora quello che indicava Rousseau nell’Emilio: “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”. La virtù specifica del docente è la benevolenza, rileva Morin, quella che non deve mancare in chi dispone di autorità, una virtù che non si impone ma si diffonde, mediante un clima partecipe ed erotizzato. Di qui l’elogio finale dell’Eros, lo stesso che di recente ha ricordato Massimo Recalcati: essere insegnanti in una società senza padri e senza maestri, significa fare del sapere un oggetto del desiderio, promuovere curiosità così da mettere in moto la vita e allargarne l’orizzonte. Dove non c’è amore ci sono solo problemi di retribuzione, di carriera e di noia per l’insegnamento. Quelli che sempre più si avvertono nelle assemblee sindacali della scuola, dove gli aspetti educativi scompaiono nella difesa di interessi settoriali e nella spartizione di misere risorse; non sarebbe un bel segnale evitare che le assemblee si svolgano in orario di lezione, sia per rispetto dei diritti degli studenti, sia per testimoniare che non sempre deve vincere la logica da pubblico impiego? Certo, rimane l’antica domanda “chi educa gli educatori?”. La risposta di Morin é che debbono auto-educarsi con l’aiuto degli educati, nel tempo in cui si aprono spazi di una democratizzazione della cultura. Serres ricordava (Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri 2014) che il rapporto fra docente e allievo deve tenere conto dei saperi diffusi lungo la Rete che rendono talvolta l’allievo più competente del maestro. Purtroppo non hanno ancora introdotto meccanismi di formazione che garantiscano lo sviluppo di competenze relazionali: sogno un TFA (tirocinio formativo attivo) al termine del quale si certifichi che il futuro insegnante sia in possesso almeno di un’anima …


Il libro: Edgar Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione , Cortina, Milano 2015, pp. 116,  €11,00.

http://doppiozero.com/materiali/sala-insegnanti/edgar-morin-insegnare-vivere#.VhpGzBtz_JE.twitter



martedì 8 gennaio 2013

Jonn Mumford. Quando sei innamorato, il corpo dell’amato svanisce, scompare. La forma non esiste più e si rivela ciò che è senza forma. Sei di fronte a un abisso




Quando sei innamorato, il corpo dell’amato svanisce, scompare.
La forma non esiste più e si rivela ciò che è senza forma.
Sei di fronte a un abisso.
Ecco perché abbiamo tanta paura dell’amore.
Possiamo affrontare un corpo, possiamo affrontare un volto, possiamo affrontare una forma, ma abbiamo paura di affrontare un abisso.
Se ami qualcuno, se ami realmente, il suo corpo dovrà scomparire, è inevitabile.
In alcuni momenti culminanti, la forma si dissolverà e attraverso l’amato entrerai in ciò che è senza forma.
Devi ama profondamente. Quando ami profondamente, per la prima volta incontri la realtà interiore.
Ecco perché abbiamo paura: è cadere in un abisso senza fondo!
Jonn Mumford


L'amore non è il vuoto, l'amore è vero che abbatte le superfici e va oltre, ma dall'altra parte incontri finalmente i colori meravigliosi Dell anima di chi dici di amare, che si mostra a te fiduciosa e senza scudi, corazze, veli, perché sente di essere amata e non giudicata! Se nell'andare oltre incontri il baratro degli abissi, allora sono diverse le cose: o non sai vedere, o dall'altra parte veramente c'è il nulla o il vuoto, oppure uno dei due o tutte e due non sono vero ma sono avvolti dalle vesti menzognere dell ipocrisia o della seduzione!


Abbiamo paura perché amando scompariranno anche le nostre identificazioni, il nostro ego, ed anche, in un certo senso, i confini del nostro corpo..


giovedì 29 novembre 2012

Pam Brawn. Soltanto dopo essere scesi negli abissi del dolore, riusciamo a comprendere la complessità che essere umani comporta, a provare compassione per tutte le altre creature viventi che soffrono, a rendere onore al coraggio…. e a donare comprensione, gentilezza e compagnia a coloro i quali ne hanno bisogno





Soltanto dopo essere scesi negli abissi del dolore, riusciamo a comprendere la complessità che essere umani comporta, a provare compassione per tutte le altre creature viventi che soffrono, a rendere onore al coraggio…. e a donare comprensione, gentilezza e compagnia a coloro i quali ne hanno bisogno.
Pam Brawn (1928)


 vero...dopo il dolore c'e' una trasformazione...


lunedì 19 novembre 2012

David Allen. Nell'ambito delle sofferenze umane v'è un livello che io definisco "Del silenzio". La sofferenza profonda. I sentimenti che non possono essere espressi




Nell'ambito delle sofferenze umane v'è un livello che io definisco "Del silenzio". 
La sofferenza profonda. I sentimenti che non possono essere espressi
David Allen



 E non devono......




 niente di più vero.....in pochi lo capiscono.... ritrovare noi stessi è il primo passo per relazionarci con gli altri




 i sentimenti puri che si esprimono con le malattie...



sabato 22 settembre 2012

Osho Rajneesh. Biografia

Osho Rajneesh (Kuchwada, 11 dicembre 1931 – Pune, 19 gennaio 1990) […] 

NEGLI ANNI OTTANTA ADOTTÒ IL NOME DI OSHO, CHE DERIVA DAL TERMINE "OCEANICO" (in inglese osheanic). […] I suoi insegnamenti sincretici enfatizzano l'IMPORTANZA DELLA MEDITAZIONE, DELLA CONSAPEVOLEZZA, DELL'AMORE, DELLA CELEBRAZIONE, DELLA CREATIVITÀ E DELL'UMORISMO – VALORI CHE EGLI RITENEVA SOPPRESSI DALL'ADESIONE AI SISTEMI DI CREDENZE IMPOSTI DALLA SOCIETÀ, ALLE FEDI RELIGIOSE E ALLE IDEOLOGIE. FAUTORE DI UNA RIBELLIONE FONDATA SUL SENSO CRITICO E SUL RIFIUTO DI ASSUMERE QUALSIASI NORMA DI VITA O VALORE SOCIALE SOLO PERCHÉ COMUNEMENTE ACCETTATI, FU UN FORTE OPPOSITORE DELLE RELIGIONI ORGANIZZATE E DI OGNI TIPO DI POTERE. CONSIDERAVA TUTTE LE TRADIZIONI RELIGIOSE COME SUPERSTIZIONI CHE REPRIMONO L'UOMO E NE OSTACOLANO IL CAMMINO VERSO LA VERITÀ.  […] Nel 1981 Osho si trasferì negli Stati Uniti e i suoi seguaci fondarono una Comune, in seguito nota come Rajneeshpuram, nello stato dell'Oregon. […]  
Nel 1974 si trasferì a Pune dove fondò il suo ashram, centro di comunità spirituale  […]
La comune in Oregon:
[…]In America si provvede ad acquistare un ranch, - il quarto per grandezza negli USA, - in Oregon, dove vengono centralizzate le attività della Rajneesh Foundation International, l’associazione religiosa sorta intorno a Osho, e questi viene invitato a risiedervi quando si trasferisce in USA per motivi di salute, nel giugno del 1981. Quell'estate, dunque, l'esperimento comunitario viene trasferito in America, dove ha modo di affermarsi nel mondo occidentale con la fondazione di una comune presso il ranch "Big Muddy" ad Antelope. La nuova Comune viene chiamata Rajneeshpuram ("La Città di Rajneesh"), È GRANDE BEN 65000 ACRI, RISCUOTE UN GRANDE SUCCESSO FINO AD INGRANDIRSI ALLE DIMENSIONI DI UNA PICCOLA CITTADINA. […] Nel giro di poco tempo, fra una miriade di ostacoli legali, quella proprietà si trasforma in una cittadina in grado di ospitare 4-5000 residenti fissi più circa 15.000 persone durante le celebrazioni annuali in luglio; VENGONO COSTRUITE STRADE, CASE, PONTI, PERSINO UN PICCOLO AEROPORTO, OLTRE A UN CENTRO COMMERCIALE CON NEGOZI, CAFFÈ, RISTORANTE, UFFICIO POSTALE E UN ALBERGO. I servizi essenziali vengono centralizzati con una grossa mensa per i pasti (successivamente due) e UN SISTEMA DI TRASPORTI PUBBLICI CHE ARRIVA A CONTARE 115 AUTOBUS E A ESSERE UNO DEI MAGGIORI DELLO STATO DELL’OREGON. Viene costruita una stalla per 60 mucche da latte, comprensiva di impianto di riciclaggio per la produzione di gas metano e fertilizzanti, e un gigantesco pollaio che ospita più di 700 galline ovaiole, oltre ad anatre ed oche. A coronare tutto questo, un progetto da 1,5 milioni di dollari porta alla costruzione, in soli quattro mesi, di una diga con un bacino della portata di quasi un milione e mezzo di metri cubi d’acqua. Il lago così ottenuto, dedicato a Krishnamurti, viene utilizzato oltre che per l’irrigazione e il controllo delle piene, anche a scopi ricreativi, con barche, piccolo molo e trampolini. […] Il suo ultimo anno fu rattristato dal suicidio della sua compagna di sempre, che egli riteneva la reincarnazione di un suo amore giovanile. Per il suo mahasamadhi, la partenza fisica dal mondo, lasciò la seguente epigrafe: "OSHO. Never Born, Never Died. Only Visited this Planet Earth between Dec 11 1931 – Jan 19 1990." ovvero "OSHO. MAI NATO, MAI MORTO, HA SOLO VISITATO QUESTO PIANETA TERRA DALL'11 DICEMBRE 1931 AL 19 GENNAIO 1990
L'insegnamento:

OSHO AFFERMAVA CHE IL SANNYAS, OSSIA IL SUO MOVIMENTO DI “RICERCATORI DEL VERO”, NON FOSSE UN PROGRAMMA BENSÌ UN PROCESSO DI “DEPROGRAMMAZIONE”, DI “DEIPNOSI”, FINALIZZATO A LIBERARE IL DISCEPOLO DA TUTTI I CONDIZIONAMENTI IMPOSTI DALLA PROPRIA SOCIETÀ, CULTURA E TRADIZIONE. Al giornalista Enzo Biagi, che gli domandò QUALE FOSSE IL SUO INSEGNAMENTO, rispose: «IO NON HO NESSUN INSEGNAMENTO. NON SONO UN INSEGNANTE. NON DO NESSUNA FILOSOFIA DELLA VITA, NÉ ALCUNA DISCIPLINA, NÉ PROGRAMMI DA SEGUIRE. Ho un approccio alla vita ben preciso, che condivido con i miei amici. E IL MIO APPROCCIO INIZIA CON UNA DEPROGRAMMAZIONE. Per ciò che mi riguarda questa è la parola chiave. Essere iniziati alla mia amicizia significa essere iniziati a un processo di de-programmazione. Ogni essere umano viene programmato dalla nascita a essere cristiano, hindu, ebreo, mussulmano. Il bambino nasce innocente, ma immediatamente viene appesantito da migliaia di concetti, coi quali vive poi tutta la vita. In questo modo si vive una vita fasulla; non è autentica, non è onesta perché non ti appartiene.[…] IL MIO LAVORO FONDAMENTALE È QUESTO: RENDERTI UN INDIVIDUO, NON UN SEMPLICE INGRANAGGIO DEI SISTEMA, NON UNA PARTICELLA DELLA MASSA. Voglio darti un'integrità, UNA LIBERTÀ DELL'ANIMA, IN MODO TALE CHE TU NON SIA PIÙ VITTIMA DI ALCUNA SCHIAVITÙ, DETTA CRISTIANESIMO, INDUISMO, EBRAISMO: PER LA PRIMA VOLTA SARAI SEMPLICEMENTE TE STESSO. A quel punto entrerà in gioco la tua ricerca della verità, la tua indagine nella verità. E ricorda, TUTTE LE RISPOSTE CHE TI SONO STATE DATE DA ALTRI NON POTRANNO MAI SALVARTI. Solo la tua risposta, quella che troverai con le tue mani, con la tua ricerca, potrà liberarti dall'ignoranza, dall'infelicità, dall'angoscia. Io non ho insegnamenti. OFFRO SOLO ESPEDIENTI, STRATAGEMMI. NON SONO UN INSEGNANTE, SONO UN MAESTRO. GLI INSEGNANTI OFFRONO INSEGNAMENTI, I MAESTRI POSSIEDONO ESPEDIENTI, STRATAGEMMI, METODOLOGIE PER TRASFORMARE LA GENTE. » [...]

Osho alla guida, accolto dai sannyasin ai tempi della comune americana
[…] La pratica della meditazione non implica quindi un'attività spirituale, la concentrazione su qualcosa, la ripetizione di mantra ecc. e non è possibile forzarla con un atto di volontà, ma OCCORRE SOLTANTO LASCIARE CHE QUESTO STATO DI NON-MENTE, DI ASSENZA ASSOLUTA DI PENSIERI, SI MANIFESTI SPONTANEAMENTE, AGEVOLANDOLO CON APPOSITE TECNICHE. È QUESTA LA MENTE DEL BAMBINO CHE GUARDA INCANTATO LE MERAVIGLIE DEL MONDO; è la mente innocente che si affaccia per la prima volta sull'universo e lo contempla, contrapposta alla mente manipolata dalla società (Osho usava il termine "deprogrammazione" per indicare l'obiettivo dei suoi esercizi meditativi, ossia quello di eliminare tutti i condizionamenti sociali e culturali che l'individuo subisce fin dalla nascita). Osho spiegò che LA MEDITAZIONE È UN SEMPLICE PROCESSO DI OSSERVAZIONE DELLA PROPRIA MENTE, SENZA COMBATTERE CON ESSA, SENZA CERCARE DI CONTROLLARLA. Si resta semplicemente presenti, come un testimone che non sceglie, e si prende nota di tutto ciò che passa, senza alcun pregiudizio a favore o contro, senza giudicare, perché NEL MOMENTO IN CUI SI GIUDICA CI SI RIIDENTIFICA CON LA MENTE E SI PERDE LA MEDITAZIONE. Bisogna invece EVITARE QUALSIASI RELAZIONE CON IL PROPRIO PROCESSO DI PENSIERO, RIMANERNE DEL TUTTO SCOLLEGATI, CALMI, DISTACCATI, OSSERVANDO TUTTO CIÒ CHE PASSA. Così, gradualmente, l’intensità dei pensieri diminuisce e si diventa sempre più puramente “consapevoli”. […]
L'essere in meditazione, dunque, è una condizione comune e naturale dell'uomo, ma è molto difficile per l'uomo moderno raggiungere tale condizione con le tradizionali tecniche (come sedersi in silenzio a gambe incrociate) poiché egli subisce continuamente "distrazioni" e stimoli esterni e la mente è talmente piena di pensieri che si muovono freneticamente, che ha perso la capacità di restare immobile e dedicarsi al proprio ascolto interiore scendendo in profondità dentro se stesso, oltre l'ego e la mente. Per questo motivo OSHO INDIVIDUÒ ALCUNE TECNICHE DI MEDITAZIONE ATTIVA, il cui fine essenziale era di PLACARE LA MENTE per creare quello spazio di silenzio e consapevolezza necessario alla meditazione.
Alcuni di questi esercizi preparatori possono essere ritrovati nelle terapie della moderna psicoterapia occidentale (ad esempio la PSICOTERAPIA DELLA GESTALT), e consistono nell'ALTERAZIONE DEL RESPIRO, nel gibberish (l'ESPRIMERSI IN UN LINGUAGGIO SCONOSCIUTO), nel piangere o ridere liberamente, nel DANZARE E MUOVERE IL CORPO FINO A RAGGIUNGERE LO STATO DI CATARSI, OVVERO DI CROLLO DELLE SOVRASTRUTTURE MENTALI E LIBERAZIONE DALLE STESSE ATTRAVERSO UN'ESPLOSIONE EMOZIONALE. IN QUESTO MODO SI LIBERANO IL CORPO E LA STRUTTURA PSICO-ENERGETICA DI TUTTI QUEI BLOCCHI EMOZIONALI CHE IMPEDISCONO LA LIBERA ESPRESSIONE DI SÉ NELLA VITA QUOTIDIANA. Le tecniche di meditazione principali proposte da Osho  […]si basano sui seguenti presupposti:
1. la concezione di piena identità fra corpo e struttura psichica (ogni emozione repressa o trauma interiorizzato ha un corrispettivo nel corpo fisico)
2. i condizionamenti sociali ed emotivi subiti dall'uomo fin dalla sua prima infanzia, se molto radicati nella propria struttura psicofisica, devono essere eliminati, il che richiede un atto di volontà del praticante. […]

Religione [modifica]
OSHO CONDANNÒ PERENTORIAMENTE TUTTE LE RELIGIONI ORGANIZZATE CONSIDERANDOLE SPAZZATURA ALLA STREGUA DELLE SUPERSTIZIONI […]. Affermò che LE RELIGIONI TRADIZIONALI HANNO REPRESSO LO SVILUPPO NATURALE DELL’ESSERE UMANO E SONO DESTINATE A SCOMPARIRE, e che non hanno alcun senso i vari credo, le fedi e i dogmi imposti dalla società; la dimensione spirituale deve sorgere dall’esperienza diretta, dalla ricerca, da una effettiva maturazione interiore; “per raggiungere la verità è necessario liberarsi da tutte le dottrine, da tutte le strutture formali”. L'errore fondamentale compiuto da tutte le religioni, secondo Osho, è che nessuna ha avuto il coraggio di riconoscere che ci sono cose che noi non sappiamo, ognuna ha finto di essere onnisciente, di essere l’unica vera religione condizionando l’uomo fin dalla nascita con effetti deleteri. Osho affermò che il vero uomo religioso è un ribelle in totale armonia con la sua luce, col flusso divino dell’esistenza, che vive in assoluta libertà senza essere condizionato dalla società, dalla cultura e dalle tradizioni. Nell'ultima fase della sua vita, in una conferenza stampa mondiale, dichiarò sciolta la religione sorta intorno a lui, annullò l'uso dei colori rossi e del mālā, perché per raggiungere "l’essenza più intima del proprio essere non occorre una professione di fede, io non sono un leader, non ho catechismi, non ho teologie. TU NON SEI UN SEGUACE: È SUFFICIENTE ESSERE AMICI". Nei suoi discorsi ricorrono spesso dotti riferimenti alle scritture delle grandi religioni mondiali, di cui Osho forniva argute interpretazioni personali. Le sue feroci posizioni contro le tradizioni spirituali gli attirarono l’ostilità del mondo religioso.
Dio:
OSHO NON CREDEVA ALL’ESISTENZA DI UN DIO “PERSONA”, COME QUELLO TRAMANDATOCI DALLE GRANDI TRADIZIONI RELIGIOSE, BENSÌ ALL’ESISTENZA DI UNA ESSENZA DIVINA, UN'ENERGIA ALLO STATO PURO, IMPERSONALE, ETERNA E CREATIVA, IN PERENNE ESPANSIONE. Questa essenza divina – che possiamo chiamare Dio, Dharma, Brahman, Tao, Logos, Verità, Assoluto ecc. – non può essere dimostrata ma PUÒ ESSERE SPERIMENTATA, POICHÉ PERMEA TUTTO CIÒ CHE ESISTE, È LA VITA STESSA, “L’ANIMA STESSA DELL’UNIVERSO” CHE ALBERGA ANCHE DENTRO DI NOI, è la nostra più intima natura, e rientrare in connessione con essa costituisce l'esperienza suprema della beatitudine. LE DIVINITÀ “PERSONALIZZATE”, SECONDO OSHO, NON SONO ALTRO CHE PROIEZIONI DELLA MENTE UMANA, CHE HA BISOGNO DI CERTEZZE, E SONO STATE CREATE DALLE RELIGIONI PER IMPORRE LA PROPRIA EGEMONIA SULL’ESSERE UMANO. Altrettanto fasulla è l’esistenza del demonio, controparte malevola del divino inventata dalle organizzazioni religiose per sostenere le proprie tesi: il male inteso come entità divina non esiste, è soltanto “assenza di luce”, di amore e consapevolezza.
Matrimonio e famiglia:
Osho considerava il MATRIMONIO UN'ISTITUZIONE CONTRONATURA poiché in contrasto con la libertà personale, “il valore supremo, non esiste nulla di più elevato della libertà”. La vita – spiega il mistico – è un continuo mutamento, e le persone dovrebbero incontrarsi e amarsi occasionalmente, quando entrano in sintonia, e poi separarsi quando questa sintonia svanisce. FORZARE LEGALMENTE I RAPPORTI AFFETTIVI È SBAGLIATO E GENERA NEVROSI, PERVERSIONI PSICOLOGICHE, REPRESSIONI E SENSI DI COLPA. LA FAMIGLIA, INOLTRE, DANNEGGIA E CONDIZIONA NEGATIVAMENTE LA PSICHE DEL BAMBINO INCULCANDOGLI PREGIUDIZI, FALSI VALORI E APPARTENENZE SOCIALI E RELIGIOSE. […]
Ego, mente e psicoanalisi
Osho sosteneva, in linea con le teorie buddhiste e il misticismo orientale, CHE LA MENTE FOSSE LA PRIMA CAUSA DELL’INFELICITÀ UMANA, PERCHÉ HA PRESO GRADUALMENTE IL CONTROLLO DELL’INDIVIDUO DISTRUGGENDONE LA VITA. L’uomo – che in realtà è consapevolezza – ha fatto l’ERRORE DI IDENTIFICARSI CON LA MENTE, INVECE DI UTILIZZARLA COME SEMPLICE STRUMENTO AL PROPRIO SERVIZIO (ESSENDO UNA PARTE DEL CORPO FISICO, “MATERIA SOTTILE”), E LE HA COSÌ CONFERITO UN POTERE IMMENSO E DEVASTANTE. La mente, secondo Osho, è solo malattia e dovrebbe essere oltrepassata con la meditazione, che è appunto uno stato di non-mente, di puro essere. Precisò, tuttavia, che ESSA NON DEVE ESSERE CONSIDERATA COME UN "NEMICO", MA UTILIZZATA IN MODO ACCORTO. L’ego è una falsa identità creata dalla mente e dal traffico incessante dei pensieri, e costituisce una barriera che separa l’essere umano dal divino. Osho, pur riconoscendo la rilevanza delle teorie di Freud, ritiene la psicologia moderna incapace di risolvere i problemi dell’uomo, poiché agisce comunque nell’ambito della mente, cercando di adattarla alle esigenze della società, e non considera invece la possibilità di oltrepassarla radicalmente. Anche i sogni, afferma Osho, sono meri prodotti dell’attività mentale come i pensieri, in una forma però più "primitiva", e dunque sono del tutto irrilevanti e inutili.
Sesso e amore:
Morte:
PER OSHO LA MORTE NON ESISTE, È SOLTANTO UN INGANNO DEI SENSI, UNA “FINZIONE”. La nostra consapevolezza è immortale, mai ha avuto inizio e mai finirà, in quanto parte di un Tutto altrettanto eterno e infinito. “La vita e la morte sono un unico fenomeno, – spiegò – in realtà non esiste nulla che si possa definire morte: la vita è eterna”. Dunque, è soltanto il corpo a consumarsi e perire, la nostra reale essenza invece è immortale e, dopo la morte fisica, si trasferisce semplicemente in un altro corpo, in un’altra dimensione; oppure, qualora si muoia in piena consapevolezza, come un buddha, ci si libera dal ciclo di nascita e morte e si rimane radicati nel proprio essere, estaticamente fusi col Tutto. […]

Società e rivoluzione:
Osho considerava le rivoluzioni politiche e sociali del tutto inutili e sterili, e destinate al fallimento, poiché UNA SOCIETÀ PUÒ CAMBIARE UNICAMENTE SE CAMBIANO GLI INDIVIDUI CHE LA COMPONGONO, e questo può accadere solo mediante una “rivoluzione interiore”, spirituale. Se milioni di individui cambiano se stessi, la società cambierà di conseguenza, e non viceversa; non serve a nulla cambiare i governi e la struttura economica (Osho portò come esempio la rivoluzione russa del 1917 o la liberazione indiana dal colonialismo inglese, che non mutarono di fatto lo status quo). LA MENTALITÀ DEL RIVOLUZIONARIO, INFATTI, È DISTRUTTIVA: CONOSCE SOLO I METODI PER ANNIENTARE, NON CONOSCE I METODI PER CREARE. LA VERA RIVOLUZIONE, INVECE, È QUELLA INTERIORE, È QUELLA DEL “RIBELLE”, e necessita di creatività, di amore, e non di odio, per questo è più difficile da realizzare di quella esteriore. OSHO CONDANNÒ IN TOTO IL MONDO POLITICO, SOSTENENDO CHE FOSSE COMPOSTO DA INDIVIDUI AVIDI, ANIMATI SOLO DALLA BRAMA DI POTERE: non è il potere politico che rende avide le persone, – spiegò – ma È L’AVIDITÀ GIÀ PRESENTE IN DETERMINATI INDIVIDUI A MANIFESTARSI ATTRAVERSO LA CARRIERA POLITICA. AFFERMÒ INOLTRE CHE I POLITICI HANNO IL POTERE POLITICO, I PRETI QUELLO RELIGIOSO: IL POLITICO PROTEGGE IL PRETE E IL PRETE BENEDICE IL POLITICO; IN QUESTO GIOCO LE MASSE VENGONO SFRUTTATE DA ENTRAMBI. Osho, infine, criticò aspramente l’operato di alcune note figure spirituali, quali Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II e il Mahatma Gandhi.

Ebrei e colonialismo:
Osho dichiarò di amare gli ebrei e di considerarli "uno dei popoli più belli e intelligenti che esistano al mondo", e definì se stesso "un vecchio ebreo". Le tante barzellette che circolano su di loro nascono proprio dal senso di frustrazione che ha la gente nei loro confronti e che la spingono a "vendicarsi" in tale maniera. Affermò inoltre che la creazione dello Stato di Israele, da parte degli Stati Uniti e dell'Inghilterra, avrebbe sortito un effetto molto più distruttivo di ciò che ha compiuto Hitler, e che sarebbe stato più logico trasferire il popolo ebreo in Oregon. In un discorso affermò che gli ebrei vivono un senso di colpa inconscio per il fatto di non aver seguito gli insegnamenti di Cristo […]

Gesù:
OSHO CONSIDERAVA GESÙ CRISTO UN MAESTRO ILLUMINATO – AL PARI DI BUDDHA, MAOMETTO, RAMAKRISHNA, MAHAVIRA ecc. – e lo definì “un poeta dell’Assoluto” frainteso sia dai cristiani che dagli ebrei, e disprezzato da questi ultimi perché visse la sua vita da individuo libero, autentico, che riconosceva solo la sua autorità avulsa da ogni tradizione. OSHO RITIENE IL CRISTIANESIMO UNA FALSA RELIGIONE, EDIFICATA ATTORNO ALLA SUA FIGURA E OSSESSIONATA DAL CONCETTO DELLA MORTE E DELLA SOFFERENZA. GESÙ – SPIEGA OSHO – NON FU MAI UN CRISTIANO; infatti in aramaico (la lingua parlata da Gesù) non esiste la parola “cristo”, né esiste in ebraico: SOLO TRECENTO ANNI DOPO LA SUA MORTE, QUANDO IL VANGELO VENNE TRADOTTO IN GRECO, LA PAROLA “MESSIA” VENNE RESA CON “CRISTO”. Secondo Osho, Mosè fu responsabile per aver inculcato nel suo popolo l’idea di un messia (lo stesso Gesù, suggestionato, finì per proclamarsi tale cercando seguaci); affermò inoltre che Giovanni il Battista fu un grande maestro e profeta rivoluzionario, e sostenne che anche San Francesco fosse un illuminato nonostante l’appartenenza al cristianesimo. […]

Da Wikipedia
http://it.wikipedia.org/wiki/Osho_Rajneesh







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