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lunedì 19 febbraio 2018

Hermann Hesse. Alberi. Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell'infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto.

Gli alberi (Hermann Hesse).
“Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. 
Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. 
E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. 
Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell'infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. […]

Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. […] 

Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo. 

La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento. 

Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre. 

Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili. 
Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità”.

giovedì 3 novembre 2016

Hesse. Narciso e Boccadoro. La meta è questa: mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia indole, le mie doti e le mie qualità trovino il terreno migliore, il più largo campo d'azione.

"Mai più!" Diceva imperiosa la sua volontà. 
"Domani ancora!" supplicava il cuore singhiozzante.
Hermann Hesse. Narciso e Boccadoro


La meta è questa: mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia indole, le mie doti e le mie qualità trovino il terreno migliore, il più largo campo d'azione.
Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro


Le nature come la tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori i poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero. La vostra origine è materna. Voi vivete nella pienezza, a voi è data la forza dell’amore e della esperienza viva. Noi spirituali, che pur sembriamo spesso guidarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell’aridità. La patria è la terra, la nostra è l’idea. Il vostro pericolo è di affogare nel mondo dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto.” 
 Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro


Per noi uomini di scienza nulla è importante se non lo stabilire delle diversità: 
scienza significa arte di distinguere. Trovare ad esempio in ogni uomo le caratteristiche che lo distinguono dagli altri significa conoscerlo. 
Herman Hesse, "Narciso e boccadoro"


Forse, pensò, la radice d'ogni arte, e fors'anche d'ogni spirito, è la paura della morte. Noi la temiamo, abbiamo orrore della caducità, vediamo con tristezza i fiori appassire e le foglie cadere e sentiamo nel nostro cuore la certezza che anche noi siamo caduchi e presto avvizziremo. Se dunque come artisti creiamo figure o come pensatori cerchiamo leggi e formuliamo pensieri, lo facciamo per salvare qualche cosa della grande danza macabra, per stabilire qualche cosa che abbia una durata più lunga di noi stessi. 
Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro




Narciso : "Per nessuna via ci avviciniamo."
Boccadoro : "Non dir così!"
Narciso : "Parlo sul serio. Non è il nostro compito quello d'avvicinarci, così come non s'avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparar a vedere ed a rispettare nell'altro ciò ch'egli è : il nostro opposto e il nostro complemento. 
Hermann Hesse






Hermann Hesse, Sotto la ruota. Così, di scuola in scuola, si ripete lo spettacolo della lotta fra lo spirito e la legge, e noi vediamo di continuo la scuola e lo stato che si affannano a troncare alla radice le poche intelligenze profonde, di autentico valore, che spuntano tutti gli anni. E sono sempre gli odiati dai maestri, quelli che vengono puniti più spesso, quelli che scappano, o che vengono cacciati di scuola per arricchire il patrimonio spirituale del nostro popolo. Certuni però – e chi potrebbe dire quanti? – si struggono in un silenzioso sdegno e vanno picco.

Così, di scuola in scuola, si ripete lo spettacolo della lotta fra lo spirito e la legge, e noi vediamo di continuo la scuola e lo stato che si affannano a troncare alla radice le poche intelligenze profonde, di autentico valore, che spuntano tutti gli anni. E sono sempre gli odiati dai maestri, quelli che vengono puniti più spesso, quelli che scappano, o che vengono cacciati di scuola per arricchire il patrimonio spirituale del nostro popolo. Certuni però – e chi potrebbe dire quanti? – si struggono in un silenzioso sdegno e vanno picco.
Hermann Hesse, Demian, 1919, p. 327


"la scuola deve spezzare l'uomo naturale, vincerlo e limitarlo con la violenza: il suo scopo è di farne un membro della società, secondo i princìpi sanciti dallo stato, e di destare in lui quelle qualità il cui perfezionamento sarà poi coronato dall'accurata disciplina della caserma". La missione affidata dalle autorità al maestro è "domare e annientare le grezze energie naturali e i desideri dei ragazzi, per seminare al loro posto ideali tranquilli, moderati e riconosciuti ufficialmente"' 
Hermann Hesse, Sotto la ruota, p. 64


C'era qualcosa in lui, qualcosa di selvaggio, di sregolato, di barbarico, che bisognava prima spezzare; una fiamma pericolosa, che bisognava prima calpestare e spegnere. L'uomo, come la natura lo crea, è qualcosa di imprevedibile, di impenetrabile, di pericoloso. È un fiume che erompe da monti sconosciuti; è una selva primordiale che non ha né vie né ordine. E come una foresta deve essere sfoltita e ripulita e chiusa di forza entro confini precisi, così la scuola deve spezzare, vincere, chiudere di forza entro limiti precisi l'uomo naturale; il suo compito è di trasformarlo in un utile membro del consorzio umano secondo principi approvati dall'autorità; di destare in lui le qualità il cui compiuto sviluppo verrà poi coronato dall'accurata disciplina della caserma. 
Hermann Hesse, Sotto la ruota



Hermann Hesse, Il Giuoco delle perle di vetro 
[...] Il romanzo è ambientato nell'anno 2200 nell'utopistica Provincia Pedagogica di Castalia, dove pensatori, artisti e scienziati vivono in isolamento per recuperare e coltivare le idee e i valori fondamentali dell'umanità, distrutti da un lungo periodo di guerre e di oscurantismo morale e culturale; è chiaro il riferimento al nefasto periodo del nazismo ma non solo, poichè Hesse fa intendere con chiarezza la sua avversione per tutte le guerre e le forme di violenza che hanno contraddistinto l'era precedente. La degenerazione culturale e morale è però iniziata molto prima, nel 1700, secolo in cui prevalsero la teologia, la civiltà ecclesiastica e la filosofia dell'Illuminismo; al contrario, nella civiltà della Castalia sono fondamento la Matematica e la Musica, con cui il pensiero raggiunge l'equilibrio, l'ordine, l'armonia tra cielo e terra per creare, nel momento più alto, il Gioco delle perle di vetro; di questo gioco non vengono spiegate con esattezza le regole, ma il lettore ne intuisce il fascino misterioso, la bellezza  trascendente, l'assoluta perfezione che rimanda ad un ideale da raggiungere come meta ultima della ricerca spirituale. 
Il gioco delle perle di vetro, ispirato ad un antico gioco cinese, è "un simbolo dell'armonia, dell'unità che governa la molteplicità", è l'apice dell'esistenza contemplativa e ascetica della Castalia, contrapposta al flusso della vita reale, con tutto il suo carico di incertezze e sofferenze, da cui la Castalia è  isolata dalla cerchia protettiva delle sue mura; ma queste non basteranno a tenere Joseph Knecht al sicuro, lontano da quell'intensa vita reale della quale vuole far parte per sentirsi intero, completo; così Joseph lascerà il sogno platonico di Castalia per inoltrarsi nel nuovo cammino [...].

Quanto maggiore è la cultura di un uomo, quanto più ampi i suoi privilegi, tanto più grandi devono essere, nel momento del bisogno, i suoi sacrifici: noi speriamo che un giorno queste cose saranno ovvie per tutti i castalii. Ma se anche siamo disposti a sacrificare il nostro benessere, la comodità e la vita al popolo in pericolo, non vuol dire che si sia pronti a sacrificare lo spirito stesso, la tradizione e la morale della nostra spiritualità agli interessi del giorno, del popolo o dei generali. Vigliacco chi si sottrae alle fatiche, ai sacrifici e ai pericoli che il suo popolo deve affrontare, ma non meno vigliacco e traditore chi vien meno ai principi della vita spirituale per amore di interessi materiali, chi, per esempio, è disposto a lasciare ai potenti la decisione su quanto faccia due per due. Sacrificare il senso della verità, l'onestà intellettuale, l'osservanza delle leggi e dei metodi dello spirito a qualunque altro credo, anche a quello patriottico, è tradimento. Quando, nel conflitto di interessi e frasi fatte, la verità corre il rischio di essere svalutata, svisata e violentata come l'individuo, come il linguaggio, come le arti e ogni cosa organica e genialmente coltivata, il nostro unico dovere è quello di reagire e di salvare la verità, cioè l'aspirazione alla verità che è il nostro credo supremo
Hermann Hesse, Il Giuoco delle perle di vetro 
http://www.uaarlivorno.it/index.php?option=com_content&view=article&id=104:il-gioco-delle-perle-di-vetro&catid=34:recensioni&Itemid=56



Nel nostro giuoco delle perle di vetro noi scomponiamo quelle opere dei saggi e degli artisti, ne ricaviamo regole stilistiche, tracciati formali, interpretazioni raffinate che usiamo come fossero perle per costruire”.


Il giuoco delle perle di vetro
Nulla si sottrae tanto alla rappresentazione mediante la parola e d'altro canto nulla è tanto necessario porre davanti agli occhi dell'uomo quanto certe cose, la cui esistenza non è né dimostrabile né probabile, le quali però appunto perché uomini pii e coscienziosi le trattano quasi fossero cose esistenti, si avvicinano un poco all'essere e alla possibilità di nascere.

[...] Sotto l'alterna egemonia di questa o di quell'altra scienza o arte, il Giuoco dei giuochi era diventato una specie di linguaggio universale col quale i giuocatori erano in grado di esprimere valori mediante simboli e di metterli in vicendevole rapporto.


Hermann Hesse, 1943, "Das Glasperlenspiel", Il giuoco delle perle di vetro



https://www.youtube.com/watch?v=uMbkQTFc2FQ



Laboratori PLS
"Il giuoco delle perle di vetro"
http://nid.dimi.uniud.it/pages/materials/projects/pls_11_12.html




…non entia enim licet quodammodo levibusque hominibus faciliusatque incuriosius verbis reddere quam entia, verumtamen piodiligentique rerum scriptori plane aliter res se habet: nihil tantum repugnat ne verbis illustretur, at nihiladeo necesse est antehominum oculos proponere ut certas quasdam res, quas esse nequedemonstrari neque probari potest, quae contra eo ipso, quod piidiligentesque viri illas quasi ut entia tractant, enti nascendique,facultati paululum appropinquant. ALBERTUS SECUNDUS tract. de cristall. spirit. ed Clangor et Collof. Iib. 1. cap. 28.

Traduzione manoscritta di Joseph Knecht:
…poiché, quand’anche in certo qual modo e per uomini leggerile cose non esistenti possano rappresentarsi con parole più facilmente e con minore responsabilità delle esistenti, allo storico pio e coscienzioso accade esattamente il contrario: nulla si sottrae tanto alla rappresentazione mediante la parola e d’altro canto nulla è tanto necessario porre davanti agli occhi dell’uomo quanto certe cose, la cui esistenza non è né dimostrabile né probabile, le quali però appunto perché uomini pii e coscienziosi le trattano quasi fossero cose esistenti, si avvicinano un poco all’essere e alla possibilità di nascere.
http://www.dicoseunpo.it/E-BOOK_files/Il%20giuoco%20delle%20perle%20di%20vetro.pdf



Piergiorgio Odifreddi, HERMANN HESSE logica come salvezza dell'Occidente, Maggio 1992
La scuola
L'educazione di Hesse, nel seminario di Maulbronn, fu talmente traumatizzante che egli ne fuggì quindicenne dopo soli sette mesi, tentò il suicidio, e fu rinchiuso in diverse case di cura, da cui scrisse lancinanti lettere ai genitori. 

In seguito raccontò come la scuola possa spezzare una personalità ed una vita nel suo secondo romanzo Sotto la ruota, pubblicato nel 1906. lo stesso anno de I turbamenti del giovane Tórless di Robert Musil (un altro devastante racconto di 'educazione').

Secondo Hesse. 
"la scuola deve spezzare l'uomo naturale, vincerlo e limitarlo con la violenza: il suo scopo è di farne un membro della società, secondo i princìpi sanciti dallo stato, e di destare in lui quelle qualità il cui perfezionamento sarà poi coronato dall'accurata disciplina della caserma". La missione affidata dalle autorità al maestro è "domare e annientare le grezze energie naturali e i desideri dei ragazzi, per seminare al loro posto ideali tranquilli, moderati e riconosciuti ufficialmente" (p. 64).

Ancora nel 1919. nel Demian, Hesse scriverà che "di scuola in scuola, si ripete lo spettacolo della lotta fra lo spirito e la legge, e noi vediamo di continuo la scuola e lo stato che si affannano a troncare alla radice le poche intelligenze profonde, di autentico valore, che spuntano tutti gli anni. E sono sempre gli odiati dai maestri, quelli che vengono puniti più spesso, quelli che scappano, o che vengono cacciati da scuola ad arricchire il patrimonio spirituale del nostro popolo" (p. 327).

Negli anni della vecchiaia, con le turbe emotive dell'adolescenza ormai lontane. Hesse propone il suo modello di società sotto forma di utopia, ne Il giuoco delle perle di vetro. Può ora distinguere fra educazione ("la lotta con la personalità degli studenti, l'acquisto e l'esercizio dell'autorità") ed insegnamento (
 "la gioia che ci viene dal trapiantare nostre conquiste spirituali in altre menti e vederle trasformarsi in forme e irradiazioni del tutto nuove") (p. 215). [...]
'Rappresentazioni meno emotive dell'educazione di un giovane sono in Deinian e Animo infantile, entrambi del 1919.
Piergiorgio Odifreddi, HERMANN HESSE logica come salvezza dell'Occidente, pag. 2, Maggio 1992


Ma è nel Lupo della steppa che il suo disgusto esplode. 
Egli si lamenta di quanto sia "diffìcile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, cosi privo di spirito, alla vista di queste architetture, di questi negozi, di questa politica, di questi uomini". Confessa di trovarsi in "un mondo del quale non condivide alcuna meta, delle cui gioie non vi è alcuna che gli arrida", di "non resistere a lungo né in un teatro né in un cinema, non riuscire quasi a leggere il giornale'", "non capire quale piacere vadano a cercare gli uomini nelle ferrovie affollate e negli alberghi, nei caffè zeppi dove si suonano musiche asfissianti e invadenti, nei bar e nei teatri di varietà delle eleganti citte di lusso, nelle esposizioni mondiali, alle conferenze per i desiderosi di cultura, nei grandi campì sportivi", di sentirsi un "animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l'aria, il nutrimento" (pp. 38-39).

[...] Per sua natura dunque il borghese è una creatura di debole slancio vitale, paurosa, desiderosa di evitare rinunce, facile da governare. Perciò ha sostituito al potere la maggioranza, alla violenza la legge, alla responsabilità la votazione'" (pp. 11-15 della Dissertazione).

Dal punto di vista esteriore, la civiltà occidentale si concretizza nelle macchine.
Hesse constata che "c'è troppa gente al mondo. Prima non lo si notava tanto. Ma ora che ciascuno non solo vuole l'aria per respirare, ma pretende anche l'automobile, ora lo si nota" (p. 170). Il Lupo della steppa si conclude allora con una simbolica "lotta fra gli uomini e le macchine", che lascia "dappertutto automobili schiacciate, contorte, mezzo bruciacchiate". "Su tutti i muri vi erano manifesti eccitanti che, a lettere cubitali, ardenti come fiaccole, esortavano la nazione a prendere finalmente la parte degli uomini contro le macchline", "a incendiare finalmente le fabbriche e a ripulire e spopolare la terra violentata affinchè vi ricrescesse l'erba, e quel mondo polveroso di cemento potesse ridiventare prato, foresta, brughiera, fiume e palude" (pp. 162-162).

[...] Ma il vero colpo di grazia per la cultura Hesse lo sferra ne Il giuoco delle perle di vetro, con parole attualissime e di forza inaudita. Come le macchine erano il simbolo della civiltà tecnologica, così egli individua nelle terze pagine dei giornali il simbolo della cultura di massa. Esse "erano diffuse a milioni, come parte prediletta della stampa quotidiana, formavano l'alimento principale dei lettori bisognosi di cultura, parlavano, o meglio 'chiaccheravano' di mille argomenti del sapere.'' "Gli autori di quei futili giochetti o appartenevano alle redazioni dei giornali o erano 'liberi' scrittori, spesso avevano persino il nome di poeti, ma pare che molti fossero anche scienziati e addirittura professori universitari di gran fama. Gli articoli trattavano di preferenza aneddoti tratti dalla vita di uomini e donne celebri e i loro carteggi." "Ci si meraviglia, non tanto che esistessero uomini i quali le trangugiavano come lettura quotidiana, quanto piuttosto che autori di grido, di alta levatura e di buona preparazione culturale" vi contribuissero. "In certi momenti erano particolarmente in auge interviste di cospicue personalità su problemi del giorno", e "si trattava unicamente di appaiare un nome conosciuto con un tema di attualità". "Su tutti i fatti del giorno si riversava una marea di fervide scribacchiature e la raccolta, il vaglio, la forma di tutte quelle comunicazioni recavano l'impronta della merce in serie, prodotta in fretta e senza responsabilità" (p. 16-17).

[...]  banalizzazione della cultura. Non si devono dimenticare le "conferenze in gran numero, e non già soltanto in forma di discorsi commemorativi in occasioni particolari, ma in un turbine di concorrenza e in quantità quasi incomprensibile.'" "In quelle conferenze l'ascoltatore era del tutto passivo e vi si presupponeva tacitamente qualche suo rapporto con l'argomento, una capacità di comprensione che nella maggior parte dei casi non c'erano." "Si ascoltavano conferenze su scrittori dei quali non si erano mai lette o non si aveva intenzione di leggere le opere, si chiedeva che fossero accompagnate anche da proiezioni e si cercava, esattamente come nella terza pagina dei giornali, di raccapezzarsi in un diluvio di isolati e quindi insulsi valori culturali e frammenti di scienza" (pp. 18-19).

La critica alla società occidentale ci pare comunque l'elemento unificante della produzione di Hesse [...]: in Sotto la ruota (1906) è il sistema scolastico-educativo a ricevere le prime sferzanti critiche; in Siddharta (1922) è il turno della religione cristiana, a cui viene contrapposta la via indiana; nel lupo della steppa (1927) si passa alla società tecnologica, e alla lotta contro le macchine; infine, nel giuoco delle perle di vetro (1913) è l'intero sistema culturale ad essere sotto tiro.
[...] il lupo della steppa e il giuoco delle perle di vetro sono dunque il giudizio di Hesse su pensiero scientifico e matematico, rispettivamente.

Piergiorgio Odifreddi, HERMANN HESSE logica come salvezza dell'Occidente,  Maggio 1992



Hermann Hesse, Sotto la ruota
Hans non riusciva ad addormentarsi. Prestava orecchio al respiro dei suoi vicini e dopo un po’ colse un rumore stranamente inquietante, che proveniva da due letti più in là del suo: c’era qualcuno che piangeva, con la coperta tirata fin sopra i capelli, e quel lieve singhiozzare, quasi un eco da molto lontano, eccitò Hans in modo straordinario. Non provava nostalgia, ma gli dispiaceva per la sua tranquilla cameretta; a ciò si aggiungeva la paura del nuovo e dei molti compagni. Prima di mezzanotte nella camerata dormivano tutti. I ragazzi addormentati giacevano l’uno accanto all’altro, col volto affondato nei guanciali a righe, gli affranti e i tenaci, gli esuberanti e i timidi, sopraffatti da un medesimo dolce oblio, da un medesimo bisogno di sosta.
Sugli alti tetti a punta, sulle torri, sui chiusi balconi sporgenti, sui pinnacoli, sulle mura merlate e sugli archi a sesto acuto dei ballatoi si alzò una pallida mezzaluna; la sua luce indugiava sui cornicioni e sulle soglie, scivolava sulle finestre gotiche e sui portali romanici e tremolava, color oro pallido, sulla nobile vasca della fonte in mezzo al chiostro.
Qualche raggio di luce giallastra penetrava anche dalle tre finestre della camerata Ellade, sostando accanto ai sogni dei ragazzi assopiti con la stessa intimità con cui un tempo aveva sostato presso i monaci.
Il giorno seguente, nell’oratorio, si svolse la solenne cerimonia dell’ammissione. 
C’erano tutti gli insegnanti, in finanziera, il rettore tenne un discorso, gli allievi se ne stavano, pensierosi, sulle loro sedie e di tanto in tanto cercavano di lanciare un’occhiata ai genitori, seduti molto più indietro. Le madri guardavano i loro figli meditabondi e sorridenti; i padri stavano impettiti, ascoltavano il discorso e avevano un aspetto serio e deciso. Sentimenti di orgoglio e di compiacimento e belle speranze gonfiavano i loro petti; a nessuno venne in mente che stava vendendo suo figlio in cambio di un vantaggio finanziario. In conclusione, gli allievi vennero chiamati per nome, uno alla volta uscirono dalle file e furono accolti dal rettore con una stretta di mano: se si fossero comportati bene, lo Stato avrebbe provveduto al loro sostentamento per il resto dei loro giorni. Che tutto ciò non poteva essere gratis, non venne in mente a nessuno, come non era venuto in mente ai loro padri.
Per loro fu molto più serio e commovente il momento in cui dovettero separarsi dai genitori. In parte a piedi, in parte in carrozza, in parte su veicoli d’ogni sorta occupati in fretta, essi scomparvero alla vista dei figli, rimasti indietro; bianchi fazzoletti sventolarono a lungo nella mite aria settembrina; quando furono inghiottiti dal bosco, i figli fecero ritorno, muti e pensosi, nel monastero.



“..Il corso, e particolarmente la camerata Hellas, ebbe ancora motivo di divertirsi prima della partenza. Avevano stabilito d’invitare gl’insegnanti a una festicciola, che si doveva svolgere per l’appunto nella camerata Hellas, la più spaziosa: un discorsetto d’apertura, la recitazione di due poesie, un assolo di flauto e un duo di violino. Però era assolutamente necessario inserire nel programma un numero umoristico. Discussero a lungo, avanzarono e respinsero proposte senza riuscire ad accordarsi. A un tratto Karl Hamel buttò là, tanto per dire, che la cosa più divertente sarebbe stato un assolo di violino eseguito da Emil Lucius. Il seme attecchì. Preghiere, promesse e minacce costrinsero alla resa il povero musicista, sicché sul programma inviato agl’insegnanti con un cortese biglietto d’invito si leggeva che il numero straordinario sarebbe stato ‘Stille Nacht, esecuzione per violino di Emil Lucius, virtuoso da camera’. Questo attributo gli derivava dalle diligenti esercitazioni nella sala appartata. Il rettore, i professori, gl’istitutori, il maestro di musica e il capo dei sorveglianti accettarono l’invito. Il maestro di musica cominciò a sudar freddo quando Lucius si presentò con un sorrisino tutto modesto, in una giacca nera con le falde presa a prestito da Hartner, azzimato e ben pettinato: bastò l’inchino di saluto per suscitare allegria. Sotto le sue dita Stille Nacht diventò un lamento compassionevole, un gemito di dolore straziante. Ricominciò due volte, sminuzzando la melodia, affannandosi a batter il tempo col piede e faticando come un boscaiolo in una giornata di gelo. Il rettore inviò un cenno divertito al maestro di musica, che si era fatto pallido d’indignazione. Lucius, dopo che ebbe attaccato la canzone per la terza volta, arenandosi di nuovo, abbassò il violino, si rivolse agli spettatori e si scusò: – Non va. Ma ho incominciato a suonare soltanto in autunno -. – Sta bene, Lucius – esclamò il rettore. – La ringraziamo per la sua buona volontà. Continui a studiare. Per aspera ad astra -..”
Hermann Hesse, SOTTO LA RUOTA, @ Unterm Rad, 1906, traduzione di Lydia Magliano, Introduzione, pp.5-17, di Alberto Bevilacqua. In copertina: Edvard Munch, Autoritratto, 1882-83, Oslo, Bymuseum. Milano, Rizzoli, 1992, pp.1-197



Hans sotto la ruota
Hans seguitò a campare per qualche tempo ancora grazie a quello che aveva studiato in precedenza, come una marmotta con le provviste accumulate per l’inverno. Poi cominciò una vita di stenti, penosa, inframmezzata da brevi slanci privi di energia, la cui inanità appariva derisoria a lui stesso. La smise di faticare senza costrutto, lasciò perdere Omero e il Pentateuco, l’algebra e Senofonte  e assistette impassibile al graduale tramonto del suo prestigio agli occhi dei maestri, da ottimo a soddisfacente, da soddisfacente a mediocre e infine a insufficiente. Quando non aveva il mal di testa che costituiva di nuovo la regola, pensava a Hermann Heilner, si perdeva nei suoi sogni a occhi aperti e seguiva per ora il filo di pensieri appena abbozzati. Ai rimproveri sempre più fitti dei maestri rispondeva con un sorriso umile buono. L’istitutore Wiedrich giovane e cordiale era l’unico che provasse pietà di quel sorriso smarrito, l’unico che trattasse il ragazzo fuorviato con affettuosa comprensione. Gli altri insegnanti erano indignati lo punivano trascurandolo, o tentavano sporadicamente di risvegliare la sua ambizione assopita con lo stimolo dell’ironia.

“Se per caso in  questo momento non avesse voglia di dormire, 
potrei pregarla di leggere questo brano?”.

Il rettore lasciava trasparire una dignitosa  riprovazione. Vanitoso com’era confidava molto nella   potenza del suo sguardo e andava fuori di sé quando Giebenrath opponeva al suo  cipiglio regale e minaccioso il solito sorriso rassegnato pieno d’umanità, che a poco a poco finì con l’innervosirlo. “Non sorrida così stupidamente. Avrebbe di che piangere piuttosto”. 

Maggior effetto ottenne una lettera di suo padre che lo supplicava spaventatissimo, di migliorare. 
Il rettore aveva scritto a Giebenrath padre, e questo era rimasto inorridito. 
La lettera che Hans ricevette era un compendio di tutte le esortazioni incoraggianti e di tutti gli appelli morali di cui il brav’uomo era capace, ma lasciava trasparire involontariamente un accoramento piagnucoloso che gli fece male.

Tutte queste guide della gioventù votate al dovere, dal rettore ai professori e agl’istitutori fino a Giebenrath padre, vedevano in Hans un ostacolo ai loro desideri, qualcosa  d’inceppato e di pigro ch’era necessario riportare a forza sulla buona strada

Nessuno, tolto forse quell’istitutore compassionevole, comprendeva che il sorriso smarrito dell’affilato volto giovanile celava la sofferenza di un’anima che stava affogando, e che si  guardava intorno con disperata angoscia.  E nessuno  pensava che la scuola e la barbarica vanagloria di un padre e di alcuni insegnanti  avevano spinto a tal punto la fragile creatura. 

Perché l’avevano costretto a lavorare quotidianamente fino a tarda sera, proprio negli anni così sensibili e pericolosi dell’adolescenza? 

Perché l’avevano privato dei suoi consigli, perché  l’avevano allontanato di proposito dai compagni di ginnasio, perché gli avevano proibito lo  svago della pesca, perché gli avevano iniettato il vacuo basso ideale d’una meschina, estenuante ambizione. Perché non gli avevano concesso neppure le  sudate vacanze dopo gli esami?

Ora il puledro affiancato dal gran correre si era accasciato al margine della strada, e non c’era più niente da fare per lui.

Verso l’inizio dell’estate il medico dichiarò di nuovo che si trattava d’una debolezza nervosa provocata soprattutto dallo sviluppo. Hans avrebbe dovuto seguire una buona cura durante le ferie estive, nutrirsi  in abbondanza e trascorrere le giornate nei boschi e sarebbe guarito  in breve tempo. 

Purtroppo non arrivò fino all’estate. Mancavano tre settimane alle vacanze quando Hans durante una lezione pomeridiana, si attirò una severa reprimenda dal professore. Mentre questi continuava a rimproverarlo, Hans si arrovesciò all’indietro nel banco scosso da un tremito d’angoscia, e scoppio in un pianto convulso che non finiva più e che mandò all’aria la lezione, lo fecero restare mezza giornata a letto.

Alcuni  giorni dopo, l’insegnante di matematica lo chiamò alla lavagna perché disegnasse una figura geometrica e dimostrasse un teorema. Uscì dal banco, ma davanti alla lavagna fu colto da una vertigine armeggiò con il gesso e con la squadra, tracciando linee senza senso li  lasciò cadere entrambi e come si chinò per raccattarli finì a terra in  ginocchio, incapace di rialzarsi.

Il medico era piuttosto irritato col paziente che gli giocava tiri simili. Non si pronunciò chiaramente sui sintomi, ordinò un periodo immediato di riposo e caldeggiò il consulto di uno specialista per le malattie nervose.

“C’è il pericolo che gli venga il ballo di san Vito” sussurrò al rettore, che accennò di sì  con la testa e giudicò opportuno di cambiare l’espressione accigliata e irosa del volto in una paternamente addolorata, che gli riusciva facile e gli si addiceva.

Sia lui sia il medico scrissero ciascuno una lettera al padre di Hans, la infilarono in tasca al ragazzo e lo spedirono a casa. La collera del rettore si era trasformata in una grave preoccupazione… che cos’avrebbero pensato le autorità scolastiche, ancora scombussolate per la faccenda di Heilner di questo nuovo guaio? 
(tratto dal romanzo Sotto la ruota di Hermann Hesse)



Hans Giebenrath, adolescente fragile e sensitivo, finito sotto la ruota della scuola d’impronta prussiana, si suicida.




Siamo a cavallo tra Ottocento e Novecento, Hans Giebenrath è un giovane di belle speranze che abita nella provincia tedesca. Il padre, l'intera comunità in cui vive lo mandano in un famoso collegio per studiare; è il vanto di un'intera comunità, il suo successo è il successo un po' di tutti. Ma Hans non è solamente un giovane dotato per gli studi; ospita dentro di sé un dissidio, lo stesso che ritroviamo in tanto protagonisti dei romanzi di Hermann Hesse. Cultura e natura, ragione e passione, rispetto dell'autorità e desiderio di libertà cozzano dentro di lui e lui stesso si scontra con il rigido ambiente del sistema scolastico di quei tempi. Il principio che guidava quel sistema (soprattutto di area protestante) era improntato alla Leistungsethik, all’etica del massimo rendimento; così doveva comportarsi ogni alunno, ogni studente pena la fuoriuscita dal sistema stesso con tutto il carico di sensi di colpa e di delusione che questo comporta. Così capita a Hans, viene schiacciato dalla ruota di questo sistema. Da sotto la ruota ne uscirà una persona nuova, “rotta” nello spirito e che non riuscirà più a integrarsi nella vita paesana. Hans Giebenrath morirà gettandosi (cadendo?) in un fiume.
I sistemi scolastici contemporanei non sono certo improntati alla Leistungethik, né gli insegnanti dei nostri giorni, nella maggior parte dei casi, riescono ad avere in aula quel controllo sulla classe come viene descritto in questo e in tanti romanzi simili. È anzi patrimonio culturale condiviso (anche se da qualcuno mal digerito) che un insegnante deve curare oltre all’aspetto didattico anche quello relazionale, educativo con l’allievo. Capitano ancora però, e i mass media sono sempre molto puntuali nel riportare la notizia, i casi di suicidio da scuola; adolescenti che si gettano da finestre o sotto i treni per paura di una bocciatura o di qualche debito formativo. Basterebbe così poco per evitarli, un cambio di scuola, un supporto psicologico o anche la fine del percorso scolastico e l’ingresso nel mondo del lavoro. Basterebbe far passare l’idea che loro sono ben altro che degli studenti scadenti, che la loro personalità, così “fresca”, così in divenire (e perciò ancora così ricca di possibilità) non si ferma in questo momento di crisi scolastica, ma andrà ben oltre. “Tu non sei solo questo - così si dovrebbe dire a questi ragazzi - altre cose ti aspettano: a un periodo di buio e di depressione ne verranno degli altri, più luminosi”. Ce la sentiamo di dire questo ai nostri allievi, ai nostri figli anche se ci deludono e ci irritano?
01/01/2004 - Nicola Rabbi

http://www.accaparlante.it/articolo/hans-sotto-la-ruota





Rosanna Pizzo:
Grazie Ivano, per gli spunti splendidi che questo bellissimo post suscita e che condivido!
La buona scuola, anche se non improntata alla "Leistungethik", caro Ivano, continuerà, sotto mentite spoglie, ad operare danni incalcolabili sui giovani,perché manca completamente di quei requisiti che tu giustamente indichi, e cioè il fatto "che un insegnante deve curare oltre all’aspetto didattico anche quello relazionale, educativo con l’allievo". Mi viene in mente, in proposito,che l’espressione epimèleia heautoù, risalente in particolare alla filosofia di Socrate, connessa al famoso (gnòthi seauton) (conosci te stesso), rinvia alla conoscenza, cura e formazione non solo di sé, ma anche dell’altro, del mondo, significa, quindi, anche attenzione verso l’altro, dal momento che la nostra identità si gioca sempre nel contesto relazionale. Socrate stesso dice in uno dei famosi dialoghi, Alcibiade, che la cura di sé può avvenire solo nella relazione, nell’ambito di un dialogo e di uno scambio tra due anime. Testualmente “Ebbene, o caro Alcibiade, anche l’anima se vuole conoscere se stessa deve guardare in un’altra anima e precisamente in quella parte di essa nella quale risiede la virtù dell’anima, la sapienza, o in altro a cui questa parte dell’anima sia simile”. Chi dovrebbe indicare ai ragazzi la strada per coltivare l'epimèleia heautoù, quando gli insegnanti non sanno nemmeno cosa significa e ne sono loro sprovvisti, in una società come la nostra nel pieno di una deriva, di un vero e proprio "De profundis"?!



Hermann Hesse, La cura. Una foglia secca, entrata a volo dalla finestra, la fogliolina d'un albero il cui nome non mi sovviene, giace sull'orlo della mia vasca, e io la guardo, leggo i caratteri della sua costola, delle sue nervature, respiro lo straordinario memento della caducità, che ci fa rabbrividire ma senza il quale non ci sarebbe niente di bello. È meraviglioso come la bellezza e la morte, il piacere e la caducità si esigano e si condizionino a vicenda! Sento ben chiaro, intorno e dentro di me, come una realtà sensibile, il confine tra spirito e natura. Come i fiori sono effimeri e belli, mentre l'oro è durevole e noioso, così tutti i movimenti della vita naturale sono belli ed effimeri, mentre lo spirito è imperituro e noioso.

Destino e carattere sono due nomi di un medesimo concetto.

Hermann Hesse, La cura, 1925


Una foglia secca, entrata a volo dalla finestra, la fogliolina d'un albero il cui nome non mi sovviene, giace sull'orlo della mia vasca, e io la guardo, leggo i caratteri della sua costola, delle sue nervature, respiro lo straordinario memento della caducità, che ci fa rabbrividire ma senza il quale non ci sarebbe niente di bello. È meraviglioso come la bellezza e la morte, il piacere e la caducità si esigano e si condizionino a vicenda! Sento ben chiaro, intorno e dentro di me, come una realtà sensibile, il confine tra spirito e natura. Come i fiori sono effimeri e belli, mentre l'oro è durevole e noioso, così tutti i movimenti della vita naturale sono belli ed effimeri, mentre lo spirito è imperituro e noioso. In questo momento lo rifiuto, non lo vedo affatto come vita eterna, ma come morte eterna, come ciò che è irrigidito, infecondo, amorfo, che non può assumere vita e forma se non sacrificando la propria immortalità. L'oro deve diventare fiore, lo spirito farsi corpo e deve farsi anima, per poter vivere. No, in questa tiepida ora mattutina, tra la clessidra e la foglia secca, non ne voglio sapere dello spirito, che in altri momenti posso molto onorare; voglio essere effimero, voglio essere fanciullo e fiore. E che io sia effimero me lo ricorda, dopo mezz'ora che ho trascorso disteso in quell'acqua calda, l'attimo in cui mi rialzo. Suono per il bagnino, che arriva e mi prepara un asciugatoio riscaldato. Allora mi rizzo in piedi nell'acqua ed ecco che il senso della mia caducità mi scorre, estenuante, giù per le membra.
Hermann Hessse, La cura

Se le nostre azioni e la nostra condotta fossero guidate soltanto dalla saggezza e dall'evitare gli affanni, che cosa sarebbe mai la nostra vita? Non sappiamo forse che il nostro destino ci è congenito e inevitabile, e tuttavia non ci aggrappiamo tutti, appassionatamente, all'illusione della scelta, del libero volere? Forse che ciascuno di noi, quando sceglie il medico per la sua malattia, la professione e il luogo dove abitare, l'amante e la sposa, non potrebbe affidare tutto ciò, con gli stessi e forse con migliori risultati, al puro caso? Eppure non sceglie forse ugualmente, non dedica ugualmente una gran quantità di passione, di fatica, di affanno a tutte queste cose? Può darsi che lo faccia ingenuamente, con passionalità infantile, credendo nel proprio potere, convinto dell'influenzabilità del destino; ma può anche darsi che lo faccia con scetticismo, profondamente persuaso dell'inanità dei suoi sforzi, ma convinto, non meno, che agire e perseguire, scegliere e tormentarsi sono più belli, più vivi, più salutari o perlomeno più divertenti che non l'irrigidirsi in una rassegnata passività. Ebbene, così mi comporto anch'io, nella mia maniaca scelta di una camera, quando, nonostante che sia profondamente convinto dell'inutilità e della stravagante assurdità di ciò che faccio, intavolo ogni volta lunghe trattative intorno alla camera da prendere, informandomi coscienziosamente sui vicini, sulle porte e controporte, su questo, su quello e su quell'altro. È un giuoco, quello che faccio, uno sport, quando, in questo piccolo e banale problema, mi abbandono sempre di nuovo all'illusione, alle fittizie regole del giuoco, come se cose di questo genere fossero mai passibili e degne di essere prese in ragionevole considerazione. Agisco, in ciò, con la stessa saggezza o stoltezza di un bambino che compri dolciumi o di un giocatore che regoli la sua posta su tabelle matematiche. In tutte queste situazioni sappiamo benissimo di trovarci di fronte al puro caso, ma, spinti da una profonda esigenza spirituale, agiamo ugualmente come se il caso non potesse e non dovesse esistere, come se ogni cosa di questo mondo fosse soggetta al nostro pensiero e al nostro agire razionali.
Hermann Hesse, La cura

A posteriori posso confessare che questa visita mi faceva un pò paura, non perché temessi una diagnosi disastrosa, ma perché i medici, secondo il mio modo di sentire, fanno parte della gerarchia dello spirito, perché io li colloco molto in alto e perché in un medico sopporto male una delusione, che invece accetto facilmente da parte di un funzionario di banca o delle ferrovie, e persino da un avvocato. Mi aspetto da un medico, nemmeno io so bene perché, un resto di quell'umanesimo per cui si richiede la conoscenza del latino e del greco oltre a una certa preparazione filosofica, e che nella maggior parte delle professioni, oggigiorno, non è più necessario. Io, che in genere amo così fervidamente tutto ciò che è nuovo e rivoluzionario, in questo sono senz'altro retrivo, e dai ceti colti pretendo un certo idealismo, una certa disposizione a discutere e a capire del tutto indipendente da ogni vantaggio materiale, insomma un resto di umanesimo, anche se so che quest'umanesimo, in realtà, ha cessato di esistere e che tra poco anche la sua apparenza esterna non si troverà più se non nei musei delle figure di cera.
Hermann Hesse, La cura


E Dio mi ha aiutato. Avevo appena chiuso gli occhi e staccato il cuore da quel mondo di bagni e di rape con la profonda nostalgia d'un saluto, d'un suono provenienti da altre sfere a me più familiari e più sacre, quand'ecco mi viene la trovata liberatrice. C'è, infatti, nel nostro albergo, un cantuccio un po' fuori mano, che non tutti i clienti conoscono e dove il nostro albergatore, che ha tante amabili qualità, tiene, in una gabbia di rete metallica di ragionevoli dimensioni, due giovani martore. Mi è venuta, improvvisamente, una gran voglia di andare a vedere quelle bestiole e, senza opporre la minima resistenza, sono tornato in fretta all'albergo e mi sono diretto alla loro gabbia. Non appena là, ogni cosa è andata a posto: avevo trovato proprio ciò di cui avevo bisogno in quel momento critico. Quei due nobili e begli animali, fidenti e curiosi come bambini, si sono lasciati adescare fuori senza difficoltà dal buco in cui dormivano, si sono messi a scorrazzare a balzi sfrenati, inebriandosi quasi della propria forza e agilità, per tutta quella vasta gabbia, poi si sono fermati davanti a me, rasente la rete metallica, respirando fitto fitto coi loro rosei musetti e soffiando sulle mie mani il loro alito umido e caldo. Non mi occorreva altro. Guardare in quei limpidi occhi animali, contemplare quegli stupendi capolavori e pensieri di Dio ricoperti di pelo, sentire il loro caldo e vivo respiro, fiutare il loro acuto, selvaggio odor ferino, tutto ciò bastava per calmarmi, convincendomi che tutti i pianeti e le stelle fisse, tutte le foreste di palme e i fiumi equatoriali esistevano ancora intatti. Le martore me ne davano garanzia, e veramente avrebbe dovuto darmela a sufficienza la vista di ogni nube, di ogni foglia verde: ma tant'è, avevo sentito il bisogno di questa prova più forte. [...] Finché c'erano ancora martore - e il sentore del mondo primigenio, l'istinto e la natura - il mondo, per un poeta, era ancora possibile, era ancora bello e promettente. Con un respiro di sollievo ho sentito che l'incubo si dissolveva, ho riso di me stesso, sono andato a prendere un pezzetto di zucchero per quelle bestiole e pian piano me ne sono uscito, liberato, nella sera. Il sole toccava già quasi l'orlo delle montagne boscose, un azzurro pervaso di lievi nuvolette dorate splendeva chiaro e infantile sopra la valle dei miei errori, sorridendo ho intuito che veniva la mia ora buona, ho pensato alla mia amata, ho giocato con dei versi nascenti, ho sentito che musica, felicità e devozione trascorrono il mondo, mi sono […] trasformato in uccello, in farfalla, in nuvola, in pesce, […].
Hermann Hesse, La cura




Se i detti del Nuovo Testamento non li consideriamo come comandamenti ma come espressione di una straordinaria, profondissima conoscenza dei misteri dell'animo umano, la cosa più saggia che sia mai stata detta, il breve compendio di tutta l'arte di vivere e di essere felici, è la frase «ama il prossimo tuo come te stesso», che del resto si trova già nell'Antico Testamento. Il prossimo lo si può amare meno di noi stessi: e allora si è l'egoista, l'arraffone, il capitalista, il borghese, e si possono accumulare quattrini e potenza ma è impossibile avere un cuore veramente lieto, e ci restano precluse le più delicate e squisite gioie dell'anima. Oppure si può amare il prossimo più di se stessi: e allora si è un povero diavolo, pieno di sensi d'inferiorità, pieno di desiderio d'amare tutto, eppure colmo di rancore e di crudeltà verso se stesso e si vive in un inferno che ci si apparecchia ogni giorno da sé. Di contro a ciò: l'equilibrio dell'amore, la possibilità di amare senza restare in debito ora in questo, ora in quello, un amore di se stessi che non ruba niente a nessuno, un amore per gli altri che però non diminuisce né violenta il nostro io! Il segreto di tutta la felicità, di tutta la beatitudine è racchiuso in quella parola. E se si vuole, la si può rigirare anche alla maniera indiana e darle il significato di: ama il prossimo tuo, perché sei tu stesso!, una traduzione cristiana del «tat twam asi». Oh, l'intera saggezza è così semplice, ed è stata enunciata e formulata da tanto mai tempo e con così indubitabile precisione! Perché dunque ci appartiene solo a momenti, nelle giornate buone, e non sempre?
Hermann Hesse, La cura


lunedì 14 gennaio 2013

Herman Hesse. Demian. L'uccello combatte per uscire dall'uovo. L'uovo è il mondo. CHI VUOLE NASCERE DEVE DISTRUGGERE IL MONDO. L'uccello vola a dio. Il nome del dio è Abraxas

L'uccello combatte per uscire dall'uovo. L'uovo è il mondo. CHI VUOLE NASCERE DEVE DISTRUGGERE IL MONDO. L'uccello vola a dio. Il nome del dio è Abraxas
Herman Hesse. Demian



Dio è l'inizio della vita stessa? Ma allora non è esterno ad essa...chi crea è anche, contemporaneamente, chi viene creato...


 Introduzione.
Come un fiume carsico che emerge più volte durante il suo corso verso il mare, affiorando agli occhi di ignari, occasionali, o ignoranti osservatori, così ABRAXAS DA QUASI DUEMILA ANNI EMERGE CONTINUAMENTE NELLO SPAZIO ESOTERICO, da un lato IRRIDENDO COLORO CHE HANNO CERCATO DI SOPPRIMERLO ATTRAVERSO IL ROGO E L'OSTRACISMO, e dall'altro lasciando stupiti o istupiditi coloro che sono avvezzi a considerare i simboli esoterici come pezzi intercambiabili di un unico puzzle. TROVIAMO L'INCISIONE DELLA PAROLA ABRAXAS E DELLA FANTASTICA FIGURA CHE LO RAPPRESENTA su pietre, gemme, manoscritti e sigilli. Gnostici, Vescovi, Priori Templari, Cabbalisti, Massoni e Occultisti si sono fregiati di tale sigillo, o strumento: chi per il riconoscimento, chi per l'operatività, e chi per entrambe. Giova sempre ricordare come in alcune messe che traggono libera ispirazione dallo gnosticismo alessandrino, spesso Abraxas viene invocato affinchè offra conoscenza e grazia ai fedeli. ANCORA ALCUNI VOGLIONO CHE LA PAROLA MAGICA ABRACADRABA, ALTRO NON SIA CHE UNA PARTICOLARE TRASCRIZIONE DI ABRAXAS. La rinveniamo per la prima volta nel LIBER MEDICINALIS (secondo - terzo secolo), ad opera di Sereno Damonico, medico gnostico, discepolo di Basilide. Suggerendo quindi una etimologia non ebraica della PAROLA MAGICA in oggetto, vista l'ostilità verso il patrimonio spirituale e religioso ebraico,  considerati espressione demiurgica, di Basilide.
Inquadramento gnostico. Come anticipato, l'ambito gnostico da cui è emerso Abraxas è riconducibile a BASILIDE, MAESTRO ALESSANDRINO DEL PRIMO SECOLO DOPO CRISTO (ancora una volta è da notare la coincidenza temporale assoluta fra cristianesimo religioso e cristianesimo gnostico, suggerendo, quantomeno, la compresenza di almeno due o tre radici cristiane), la cui scuola, a carattere iniziatico, ebbe un'ampia diffusione in tutto il bacino del mediterraneo.  Alcuni brevi cenni alla gnosi basilidiana, rimando ad altre trattazioni più specifiche in materia, sono riconducibili al DUALISMO FRA SPIRITO E MATERIA, la creazione di questo mondo da parte di un Demiurgo coincidente con il Dio ebraico, la PRESENZA DI 365 CIELI CHE SOVRASTANO QUESTO NOSTRO MONDO, E CHE DEVONO ESSERE RISALITI, ATTRAVERSO ADEGUATE PAROLE DI PASSO, PER POTER GIUNGERE ALLA LIBERAZIONE.
SUL TRONO DEL CIELO PIÙ ALTO SIEDE ABRAXAS,  ASSOCIANDO AD OGNI LETTERA (IN GRECO ), UN NUMERO ( A=1, B=2, R=100,A=1,X=60,A=1,S=200 ) OTTENIAMO 365. Ovviamente ci riferiamo quindi  ai GIORNI DELL'ANNO SOLARE, IN UN CICLO DI VITA- CRESCITA -MORTE-RINASCITA NEL QUALE L'INFLUENZA DIVINA SI DISPIEGA, E DAL QUALE L'UOMO GNOSTICO SI DEVE SOTTRARREABRAXAS È QUINDI COLUI CHE REGGE L'ULTIMO DEI CIELI, QUELLO PIÙ ALTO, DOVE LO SPIRITO È ORAMAI LIBERATO DALL'INFLUENZA DELLA MATERIA, e si connatura come DIVINITÀ SOLARE (è il simbolo del Sole che contraddistingue l'ultimo cielo), al pari di Mitra ed Horus, in un CICLO DI COMPIMENTO CHE VEDE L'UOMO UNICO PROTAGONISTA, E LA MECCANICA NATURA COME ANTAGONISTA. Si vuole che le lettere che compongono il nome di Abraxas  siano la radice del nome dei sette angeli che hanno creato il mondo, oppure che il nome di questa divinità gnostica altro non sia che quello divino dispiegato. Sono invece sicuramente fantasiosi, o frutto di pochezza culturale, i tentativi cabbalistici di associare Abraxas ad Abramo (Abraham ); purtroppo, per loro,  la natura fortemente antiebraica della gnosi Basilidiana, la connaturazione solare e spirituale di Abraxas, mal si conciliano con l'ibrido spirituale Abramo, legato alla terra, al desidero e alla dualità conflittuale (Isacco ed Ismael ), ma come ben sappiamo di forzatura in forzatura tutto può essere piegato a piacimento. Sempre in ambito cabbalistico, e ancora ciò va preso con estremo beneficio di inventario in quanto non si accorda alla radice gnostica basilidiana, SI VUOLE CHE LE PRIME TRE INIZIALI DI ABRAXAS, INDICASSERO LE TRE PAROLE EBRAICHE AB (PADRE), BEN (FIGLIO) RUACH (SPIRITO), raccogliendo quindi in tale divinità l'origine della trina manifestazione divina. Per i lettori che non si lasciano trascinare dalle infatuazioni sincretistiche, apparirà macchinoso come -per giungere a tale convergenza-  sia necessario traslitterare le lettere ebraiche in greco, addentrandosi in un gioco intellettuale da cui è possibile trarre ogni risultanza. Quello che sicuramente possiamo affermare, è come il supremo sette (uno degli attributi di ABRAXAS, in relazione ai sette angeli/eoni emanati, il quali hanno formato il mondo e i cieli ), PUÒ ESSERE CONSIDERATO LA SUPREMA MENTE, DA CUI È SCATURITA OGNI CREAZIONE. La mente, dove per immota casualità, o per mota causalità, ha preso forma un'idea, trovando in essa germe di sostanza ogni duale attributo, in quanto separata dall'oceano quintessenziale in cui si trovava indistintamente immersa.
  Il profilo simbolico di Abraxas. Abraxas appare come una figura fantastica dalla testa di gallo, il tronco di uomo, e due serpenti come gambe. In alcuni sigilli lo ritroviamo armato di frusta, in altri di arco, e quasi sempre provvisto di scudo. UN ESSERE QUINDI FANTASTICO, FRUTTO DI UN'ARDITA COMPOSIZIONE SIMBOLICA, che ricorda altri esseri legati al sacro e al mondo mitologico ( Melusina, Ippogrifo, Chimera, ecc... ). Tali rappresentazione altro non sono che la traslazione su di un piano immaginifico di UN VETTORE, O VEICOLO, CHE UNISCE IL MONDO DEI FENOMENI UMANO AL MONDO SPIRITUALE; in altri termini, una raffigurazione dinamica di un concetto non afferrabile nella sua interezza, attraverso il pensiero dialettico razionale. Vi è un termine PSICOPOMPO che forse può aiutarci a comprendere il significato di questo Immaginario, un termine che indica degli animali in grado di traghettare l'uomo  conscio, verso le profondità dell'uomo inconscio: a tale genere di rappresentazione afferisce Abraxas ? Oppure è egli stesso l’inconscio manifesto ?
La testa di Abraxas è quella di un gallo. Simbolicamente questo animale è legato al mattino e al Sole. Esso rappresenta la vigilanza, l'attenzione e, nel cristianesimo esoterico, la resurrezione. Il gallo è quindi COLUI CHE SALUTA IL PRIMO SOLE, CHE EMERGE DALLE TENEBRE, ad indicare la volontà protesa verso lo Spirito occultato, ma possiamo anche leggervi l'annuncio della venuta del Cristo, e del cambiamento fra una fase di ignoranza (notte), ad una fase di conoscenza (giorno). Al canto del gallo non sta bene farsi trovare ancora immersi nel sonno della ragione, per non rischiare, come San Pietro, che il torpore e l'inebriamento delle emozioni ci conducano a testimoniare il falso, su ciò che in realtà siamo, o dovremmo essere.
Le gambe rappresentano l'elevazione e la possanza: il fondamento su cui si regge tutta l'opera umana. Esse sono, per ovvia constatazione, il basamento o piedistallo necessario, per elevarsi e tendere al cielo; se salde a terra permettono all'uomo di protendersi verso l'alto, è attraverso di esse che traiamo forza dall'elemento terra, ma che subiamo anche la forza dell'elemento aria.
In Abraxas le gambe sono sostituite da due corpi di serpente. Un simbolo questo che ritroviamo in innumerevoli culture iniziatiche, rappresentante sia l'energia nella sua forma pura, senza condizionamenti nè indirizzo, nella bivalenza di cura e di morte, ma anche una conoscenza arcana, profonda ed abissale. E' utile ricordare come, nell'immaginario gnostico, il serpente rappresenti oltre alla primitiva e superiore conoscenza sul bene e sul male, capace di liberare l'uomo dalla dorata prigionia demiurgica nel Paradiso Terreste, anche la potenza sessuale al suo stato primordiale. E’ infatti attraverso il binomio sesso-conoscenza, che lo gnostico comprende la genesi, e fonda la propria opera.
La frusta è antico simbolo egizio di potere, di dominazione, di punizione, legato a divinità del tempo. Nell'Antica Roma la frusta era appesa ai carri di trionfo, mentre in Grecia era simbolo dei Dioscuri. La frusta riassume in sè lo scettro ( potere ) e il cappio ( punizione ). L'associazione scudo -frusta, indica la completezza di Abraxas  in grado di dispiegare il proprio supremo potere, ed immune ad ogni altro potere.
Il sette, come le lettere che ne compongono il nome, è il numero fondamentale che regola la manifestazione ( sette i colori, sette le note, sette i giorni della settimana, sette i vizi, sette le doti, le direzioni, ecc... ). Il sette è l'incontro fra il 4 ( gli elementi ), e il 3 ( numero delle tre forze: positiva, negativa, e neutra, ma anche del divino ); la geometria esoterica ci suggerisce che la comunione fra il quadrato e il triangolo, produce  il pentagono (l'uomo realizzato ).
 Possiamo vedere anche i tre elementi zoologici che compongono Abraxas ( serpenti, tronco umano, e testa di gallo ), come la necessaria cooperazione fra l'elemento inconscio-atavico ( la forza sessuale del serpente nella sua duplice natura di elevazione ed abbattimento ), l'elemento conscio-razionale ( il corpo umano e l'ordine con cui sostiene gli strumenti di dominio e difesa ), e l'istanza divina solare che armonizza, trasmuta ed eleva gli elementi inferiori, ma necessari.  

Abraxas e C.G. Jung
Uno degli aspetti meno conosciuti del pensatore C.G.Jung  è la sua PASSIONE INNATA PER IL SIMBOLISMO E L'IMMAGINIFICO, che spesso si estrinsecava attraverso il perseguimento di pratiche sicuramente poco ortodosse per il mondo scientifico ed accademico di allora, come di oggi. Pratiche che potremmo definire oscillanti fra la medianicità, il sogno lucido, e l'evocazione, e che nel 1916 diedero frutto al  libro I SEPTEM SERMONES AD MORTUOS, stampato e diffuso privatamente da Jung nella cerchia ristretta di conoscenti. Lo stesso studioso NARRA COME TALE OPERA SIA NATA DI GETTO, ATTRAVERSO LA SCRITTURA AUTOMATICA, IN UNO STATO DI TRANCE DOVE JUNG SI IDENTIFICA CON BASILIDE. Questo stato di possessione è preceduto da fenomeni paranormali che investono la casa e i figli dell'analista: presenze spiritiche, trilli di campanello, sogni inquietanti, che hanno esatto termine, nel momento in cui Basilide-Jung inizia a scrivere. Facile intravedere in questi fenomeni un'incursione (evocazione ) nella nostra dimensione, di istanze ataviche o di vere e propri fenomeni psichici o forse, più semplicemente ma non meno inquietante per l'uomo razionale, dell'AFFIORAMENTO DELL'INCONSCIO, O PORZIONI INCONSCIE, SUL PIANO MANIFESTO.
Senza volere commentare i sette sermoni, che varrebbe un lungo lavoro, propongo i passi dove si parla di Abraxas, in modo da meglio chiarire la collocazione di questa chimera nel pensiero di Jung-Basilide.
L'effettività li unisce. Quindi l'effettività è al di sopra di loro ed è un Dio sopra Dio, poiché nel suo effetto unisce pienezza e vuotezza.
Questo è un Dio che voi non avete conosciuto, perché gli uomini lo hanno dimenticato. Noi lo chiamiamo col nome suo ABRAXAS. Esso è più indistinto ancora di Dio e del demonio.
Per distinguere Dio da lui, chiamiamo Dio Helios o sole.
Abraxas è effetto. Niente gli sta opposto se non l' ineffettivo; perciò la sua natura effettiva si dispiega liberamente. L' ineffettivo non è, e non resiste. Abraxas sta al di sopra del sole e al dì sopra del demonio. E' probabilità improbabile, realtà irreale. Se il pleroma avesse un essere, Abraxas sarebbe la sua manifestazione.
Il sole ha un effetto definito, e così pure il demonio. E quindi ci appaiono molto più effettivi di Abraxas, che è  indefinito. E' forza, durata, mutamento
"Ma Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme. Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile. E' splendido come il leone nell'attimo in cui abbatte la preda. E' bello come un giorno di primavera. Si, è il grande Pan in persona e anche il piccolo. E' Priapo.
E' il mostro del mondo sotterraneo, un polipo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia. E' l'ermafrodito del primissimo inizio. E' il signore dei rospi e delle rane che vivono nell'acqua e calpestano la terra, che cantano in coro a mezzogiorno e a mezzanotte. E' la pienezza che si unisce col vuoto. E' il santo accoppiamento, E' l'amore e il suo assassinio, E' il santo e il suo traditore, E' la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia, Vederlo significa cecità, Conoscerlo è malattia, Adorarlo è morte, Temerlo è saggezza, ..." ( C.G. Jung )
  “Abraxas è il Dio duro a conoscere. Il suo potere è il più grande perché l’uomo non lo vede. Del sole egli vede il  summum bonum, del demonio l’ infimum malum; ma di Abraxas la VITA, indefinita sotto tutti gli aspetti, che è la madre del bene e del male….Duplice è il potere di Abraxas. Ma voi non lo vedete, perché ai vostri occhi gli opposti in conflitto di questo potere si annullano…Ogni cosa che chiedete supplicando al Dio sole genera un atto del demonio. Ogni cosa che create col Dio sole dà al demonio il potere di agire. Questo è il terribile Abraxas."” .
Jung propone quindi un Abraxas come la causa prima di ogni manifestazione, e al contempo come materia informe, prima di ogni ordine e forma, almeno nel senso percepito e percepibile dall'umana ragione. Un elemento ( nel senso di elementare ed inscindibile ) dove pensiero, volontà, e oggetto di essi, trovano coesistenza in una completa comunione, non spiegabile attraverso altro che simboli.
Abraxas, in Jung-Basilide, è posto ben oltre il mondo tridimensionale dei fenomeni, esso è la radice del tutto, e di ogni dualità, in quanto il tutto altro non è che un aspetto scisso o percepito del suo dinamismo.
  Curiosità Templare
Non sono molti i sigilli templari che sono giunti a noi, attraversando le pieghe del tempo. Molti sono stati distrutti, o semplicemente perduti, successivamente alla sospensione dell’Ordine  da parte del Papa Clemente V.
Uno dei sigilli superstiti porta incisa  la sagoma di Abraxas, prendendone quindi il nome, o in alternativa quello di  “Gemma Gnostica”. Storicamente viene fatto risalire al Precettore di Francia Andre’ de Coloors, 1215 circa, riportante il motto: "SECRETUM TEMPLI". Il "dio gnostico" di Basilide lo ritroviamo anche sui sigilli appartenuti a Luigi VII, a Margherita di Fiandra, con la frase incisa Sigillum Secreti; ai Vescovi di Canterbury e di Chichester, e ad altri prelati. Tutti questi sigilli hanno una collocazione temporale che non pare superi i primo due decenni del 1200.
Possiamo avanzare due lecite ipotesi, attorno al perché Abraxas apparisse in sigilli ufficiali di Vescovi, Arcivescovi, Priori di un ordine monastico, e nobili.
La prima è come una certa conoscenza simbolica gnostica, fosse diffusa in un modo maggiore di quanto solitamente si pensa, e come anche strati della Chiesa Cattolica, antagonista millenaria dello gnosticismo, fossero permeabili ad essa. Ciò non significa necessariamente che vi fosse un corpo unico di conoscenza o una elitaria comunità cristiana esoterica, ma solamente che elementi gnostici decontestualizzati erano utilizzati da persone che provenivano da una tradizione ad essi avversa.
La seconda ipotesi che dobbiamo prendere in considerazione, è come una fratellanza gnostica basilidiana fosse presente in tale periodo, e raccogliesse al suo interno anche elementi rilevanti della Chiesa Cattolica, indicando come lo gnosticismo sia sopravvissuto nei secoli proprio occultandosi nella viva carne del suo persecutore.
Oppure che è la gnosi l’ultimo ed estremo segreto, che alcuni occultano attraverso l’ortodossia e i dogmi.

 La pratica con Abraxas, riflessioni volutamente incompiute
Come colui che si trova all'ombra profonda di una stanza, immerso nella folla, e intravvede dai contorni di una porta il filtrare di una luce, decide di elevarsi e camminare sulla teste urlanti, piuttosto che impegnarsi in spinte, e pressioni.
Giunto alla porta aperta e varcatone il passo, si trova in un altro spazio anch'esso buio, ma di una luce nera diversa, e vuoto. Fino al giungere estremo di una voce, che lo accompagna laddove vi è la radice dei fenomeni, per poi all'improvviso precipitare nuovamente nella prima delle stanze.
Interrogandosi se ciò che è accaduto  sia frutto di pazzia, ma volonteroso l'indomani notte nell'ora di mezzo, a volgere ancora una volta il proprio cammino laddove la coda si confonde con la testa.
Un’onda fredda e scura, che circolarmente spinge ogni cosa verso l’esterno, lasciando affiorare, dopo una lunga attesa sul bordo del pozzo, delle immagini perse nella fissità. In quanto è forse impossibile abbracciare la vastità che ci racchiude, senza dover rinunciare completamente ad essere.

  Conclusioni
Non è semplice offrire delle conclusioni attorno ad un argomento così complesso e dalle sottili vibrazioni come il simbolismo e l'operatività connessi ad Abraxas, che riguardano una realtà misterica di quasi duemila anni fa, certamente non votata a quella sincretistica universalità che tanto affligge l'esoterismo moderno.
Per quanto è emerso sotto il profilo simbolico, non possiamo soffermarci su come Abraxas rappresenti un concetto archetipale, talmente sofisticato e astratto, che sembra sfuggire a qualsiasi possibilità di comunicazione dialettica. Esso raccoglie in sè la terra e il cielo, il sacro e il profano, l'uomo e il divino, il positivo e il negativo, il maschile e il femminile, la materia e lo Spirito, l’evoluzione e l'involuzione. Tali coppie non vivono, e neppure convivono, nella loro separatività, e neppure formano un equilibrio grottesco, ma bensì sono presenti ad uno stato potenziale, su di un piano superiore, non legato a fattori come percezione e cognizione, soggetto ed oggetto, ma di totale fusione.
Ecco quindi Abraxas afferire alla totalità e alla complementarità, di questo mondo superiore di cause prime, ma anche artefice delle cause che sul nostro piano produrranno effetti. Del resto la bestialità/lunarità - umanità - bestialità/solarità ci suggeriscono che cogliamo l'una o l'altra solamente per un difetto percettivo-cognitivo, e che tale scissione decade nel momento in cui abbracciamo la complessa unicità del simbolo e dell’uomo.
Abraxas si colloca quindi  prima di ogni effetto, e prima di ogni causa, essendo esso stesso causa ed oggetto in potenza. La chiave Abraxas, ci porta a dichiarare come tutto il nostro mondo del fare e del pensare è da un lato parziale, e dall'altro lato secondario. Parziale in quanto scissione statica di un insieme maggiore, particola separata da noi stessi di un continuo, che altro non è che uno sviluppo aperto di qualsiasi forma chiusa; dall'altro secondario, perchè frutto di agenti e agiti che si pongono su di un altro piano dell'idea-formazione.
Volendo identificare Abraxas con questo Altro piano dell'idea-formazione, esso è il nucleo occulto, avvolto dal mondo interiore e dal mondo esteriore. Dove in un locus atemporale e multidimensionale, coesistono le infinte volontà dell'uomo-dio. Locus da noi solamente percepito nella sua esteriorità, in quanto posto oltre l'abisso e il silenzio che separa la nostra comprensione-compressione, legata alle quattro dimensioni e all'emersione delle idee.
Nei fatti ognuno di noi è l'espressione ultima di Abraxas, e ogni nostro atto è la creazione o  la distruzione di un mondo, che in sè non è che una delle dimensioni finite, che compongono le multidimensioni infinite.
Non è forse ogni nostra azione sul piano materiale, il frutto di una scelta o non scelta, di una volontà-riflesso su di un piano emotivo istintuale e\o intellettuale ? Non comporta essa la creazione di una serie di eventi, e la non creazione su questo piano di altre serie di eventi ? Che però sussistono, coesistono ed insistono nel locus atemporale ove la volontà-riflesso è stata partorita ?

Da Jung-Basilide:
  "In questo mondo l'uomo è Abraxas, che genera o ingoia il suo mondo."
Esiste un mondo che non si genera e non si distrugge? Esso è Abraxas in quanto ogni mondo è in esso in potenza, e non in numero. Un Abraxas superiore, svincolato completamente da ogni azione e forma grossolana, di cui noi siamo il caduco riflesso, ma non in cielo e neppure all’inferno va ricercato, bensì in noi stessi.
A cura di Filippo Goti

http://www.duepassinelmistero.com/Abraxas.htm

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