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sabato 26 gennaio 2019

Alejandro Jodorowsky. ....dovresti avere il diritto...

....dovresti avere il diritto... 
Alejandro Jodorowsky

Innanzitutto, dovresti avere il diritto di venire generato da un padre e una madre che si amino, durante un atto sessuale coronato dal reciproco orgasmo, affinché la tua anima e la tua carne abbiano come radice il piacere.

Dovresti avere il diritto di non essere considerato un incidente né un peso, bensì un individuo atteso e desiderato con tutta la forza dell’amore, come un frutto che deve dare un senso alla coppia, trasformandola in famiglia.

Dovresti avere il diritto di nascere con il sesso che la natura ti ha dato 
(È sbagliato dire: ‘Aspettavamo un maschietto e invece è nata una femmina’ o viceversa.) 

Dovresti avere il diritto di essere preso in considerazione fin dal primo mese della tua gestazione.

Sempre, in ogni momento, la donna gravida dovrebbe accettare di essere due organismi in via di separazione e non uno solo che si espande. 
Nessuno può considerarti responsabile degli incidenti che potrebbero intervenire durante il parto.
Quello che avviene all’interno dell’utero non è mai colpa tua: per rancore nei confronti della vita, la madre non vuole partorire, e mediante il subconscio ti arrotola il cordone ombelicale attorno al collo e ti espelle non ancora formato, prima del tempo.

Non volendoti consegnare al mondo, in quanto sei divenuto un tentacolo pieno di potere, vieni trattenuto più a lungo dei nove mesi, e il liquido amniotico si sarà seccato bruciandoti la pelle; ti si fa ruotare fino a che saranno i piedi e non la testa a scivolare verso la vulva, i morti entrano nel loculo così, con i piedi in avanti; ti si fa ingrassare più del dovuto così non potrai passare dalla vagina e il parto gioioso verrà sostituito da un freddo cesareo che non è parto ma estirpazione di un tumore.
Rifiutandosi di accettare la creazione, la madre non collabora con i tuoi sforzi e chiede l’aiuto di un medico che ti schiaccia il cervello con il forcipe; poiché soffre della nevrosi da fallimento, ti fa nascere semiasfissiato, azzurrino, costringendoti a rappresentare la morte emozionale di chi ti ha generato…

Dovresti avere diritto a una profonda collaborazione: la madre deve voler partorire tanto quanto il bambino o la bambina vogliono nascere.
Lo sforzo sarà reciproco e ben equilibrato.
Dal momento in cui tale universo ti produce, è tuo diritto avere un padre protettivo che sia sempre presente durante la tua crescita.

Così come a una pianta assetata si dà l’acqua, quando manifesti un interesse hai il diritto che ti venga data la possibilità di realizzarlo, affinché tu ti possa sviluppare sulla strada che hai scelto.
Non sei venuto qui per realizzare il progetto personale degli adulti che ti impongono mete che non sono le tue, la principale felicità che ti offre la vita è consentirti di arrivare a te stesso.

Dovresti avere il diritto di possedere uno spazio dove isolarti per costruire il tuo mondo immaginario, per vedere quello che vuoi senza che i tuoi occhi vengano limitati da una moralità effimera, per ascoltare le idee che desideri, anche se sono contrarie a quelle della tua famiglia.

Sei venuto qui soltanto per realizzare te stesso, non sei venuto a occupare il posto di un morto, meriti di avere un nome che non sia quello di un parente scomparso prima della tua nascita: quando porti il nome di un defunto, è perché hanno innestato su di te un destino che non è il tuo, rubandoti la tua essenza.

Hai il pieno diritto di non venire paragonato a nessuno, nessun fratello nessuna sorella vale più o meno di te, l’amore esiste quando si riconoscono le differenze fondamentali.

Dovresti avere il diritto di venire escluso da ogni litigio famigliare, di non venire preso come testimone nelle discussioni, di non essere il ricettacolo dei problemi economici degli adulti, di crescere in un ambiente pervaso di fiducia e sicurezza.

Dovresti avere il diritto di venire educato da un padre e una madre che la pensano allo stesso modo, avendo appianato le loro divergenze nell’intimità.

Se divorziassero, dovresti avere il diritto di non essere costretto a guardare gli uomini con gli occhi risentiti di una madre né le donne con gli occhi risentiti di un padre.

Dovresti avere il diritto di non venire sradicato dal luogo in cui hai i tuoi amici, la tua scuola, i tuoi professori prediletti.

Dovresti avere il diritto di non venire criticato se scegli una strada che non rientra nei piani di chi ti ha generato; il diritto di amare chi desideri senza avere bisogno di un’approvazione; e quando ti sentirai capace di farlo, dovresti avere il diritto di lasciare il nido e andare a vivere la tua vita; di superare i tuoi genitori, di andare più avanti di loro, di realizzare quello che loro non hanno potuto fare, di vivere più a lungo di loro.

Infine, dovresti avere il diritto di scegliere il momento della tua morte senza che nessuno ti mantenga in vita contro la tua volontà.

Alejandro Jodorowsky

lunedì 29 agosto 2016

Alejandro Jodorowsky gli 82 comandamenti. Non instaurare amicizie inutili


«Non instaurare amicizie inutili»

gli 82 comandamenti di Alejandro Jodorowsky

1. Focalizza la tua attenzione su te stesso. Sii cosciente in ogni momento di ciò che stai pensando, percependo, provando, desiderando e facendo.
2. Finisci sempre ciò che hai iniziato.
3. Qualunque cosa tu stia facendo, falla nel miglior modo possibile.
4. Non attaccarti a niente che possa distruggerti nel corso del tempo.
5. Sviluppa la tua generosità – ma fallo segretamente.
6. Tratta chiunque come se fosse un parente stretto.
7. Organizza quello che hai disorganizzato.
8. Impara a ricevere e ringrazia per ogni regalo ricevuto.
9. Smetti di definire te stesso.
10. Non mentire e non rubare, perché facendolo menti a te stesso e rubi a te stesso.
11. Aiuta il tuo vicino, ma non renderlo dipendente.
12. Non incoraggiare altri ad imitarti.
13. Fai piani di lavoro e portali a termine.
14. Non occupare troppo spazio.
15. Non fare movimenti o suoni inutili.
16. Se ti manca la fede, fingi di averla.
17. Non permettere a te stesso di essere impressionato da personalità forti.
18. Non considerare nessuno e niente come di tuo possesso.
19. Condividi equamente.
20. Non sedurre.
21. Dormi e mangia solo il necessario.
22. Non parlare dei tuoi problemi personali.
23. Non esprimere giudizi o critiche quando sei ignorante della maggior parte dei fattori coinvolti.
24. Non instaurare amicizie inutili.
25. Non seguire le mode.
26. Non vendere te stesso.
27. Rispetta i contratti che hai firmato.
28. Sii puntuale.
29. Non invidiare mai la fortuna o il successo di qualcuno.
30. Non dire più del necessario.
31. Non pensare ai profitti che il tuo lavoro genererà.
32. Non minacciare nessuno.
33. Mantieni le tue promesse.
34. Nelle discussioni, mettiti al posto dell’altra persona.
35. Ammetti che qualcun altro potrebbe essere superiore a te.
36. Non eliminare, trasforma.
37. Sconfiggi le tue paure, perché ognuna di loro rappresenta un desiderio camuffato.
38. Aiuta gli altri ad aiutare se stessi.
39. Sconfiggi le tue avversioni e avvicinati a coloro che ti inspirano rifiuto.
40. Non reagire a ciò che gli altri dicono di te, che siano lodi o colpe.
41. Trasforma il tuo orgoglio in dignità.
42. Trasforma la tua rabbia in creatività.
43. Trasforma la tua avidità in rispetto per la bellezza.
44. Trasforma la tua invidia in ammirazione per i valori dell’altro.
45. Trasforma il tuo odio in carità.
46. Non elogiare né insultare mai te stesso.
47. Considera ciò che non ti appartiene come se ti appartenesse.
48. Non protestare.
49. Sviluppa la tua immaginazione.
50. Non dare mai ordini per ottenere soddisfazione dall’essere ubbidito.
51. Paga per i servizi eseguiti per te.
52. Non fare proseliti del tuo lavoro o delle tue idee.
53. Non tentare di far provare agli altri nei tuoi confronti emozioni come pietà, ammirazione, compassione o complicità.
54. Non tentare di distinguerti con la tua apparenza.
55. Non contraddire; piuttosto, resta in silenzio.
56. Non contrarre debiti; acquista e paga immediatamente.
57. Se offendi qualcuno, chiedi il suo perdono; se hai offeso qualcuno pubblicamente, scusati pubblicamente.
58. Quando realizzi di aver detto qualcosa di sbagliato, non persistere nell’errore per orgoglio; piuttosto, ritratta immediatamente.
59. Non difendere le tue vecchie idee semplicemente perché sei colui che le ha espresse.
60. Non tenere oggetti inutili.
61. Non adornare te stesso con idee esotiche.
62. Non tenere le tue fotografie con persone famose.
63. Non giustificarti con nessuno e tieni per te le tue opinioni.
64. Non definire te stesso in base a ciò che possiedi.
65. Non parlare a te stesso senza considerare che potresti cambiare.
66. Accetta che niente ti appartiene.
67. Quando qualcuno chiede la tua opinione circa qualcosa o qualcuno, parla solo delle sue qualità.
68. Quando ti ammali, considera la tua malattia come il tuo maestro, non come qualcosa da odiare.
69. Osserva direttamente e non nasconderti.
70. Non dimenticare i morti cari, ma concedi loro uno spazio limitato e non permettergli di invadere la tua vita.
71. Ovunque tu viva, trova sempre uno spazio da dedicare al sacro.
72. Quando offri un servizio, rendi il tuo sforzo poco appariscente.
73. Se decidi di lavorare per aiutare gli altri, fallo con piacere.
74. Se stai esitando tra il fare e il non fare, corri il rischio del fare.
75. Non tentare di essere tutto per il tuo sposo/la tua sposa; accetta che ci siano cose che non puoi dargli/darle ma che altre persone possono.
76. Quando qualcuno sta parlando ad un pubblico interessato, non contraddire quella persona e non rubare il suo pubblico.
77. Vivi dei soldi che hai guadagnato.
78. Non vantarti mai delle avventure amorose.
79. Non glorificare mai la tua debolezza.
80. Non fare visita a qualcuno solo per passare il tempo.
81. Ottieni cose per poi condividerle.
82. Se stai meditando e il diavolo appare, fai meditare anche il diavolo.

mercoledì 23 marzo 2016

I traumi transgenerazionali: l'efficacia della psicoterapia. A volte il disagio di cui può soffrire una persona può essere di natura transegenerazionale: una storia traumatica si può ripetere come evento o tipo di evento attraverso più generazioni, dai genitori ai figli, o tra altri livelli di parentela in cui i personaggi sembrano rivivere nei decenni gli stessi accadimenti.

I traumi transgenerazionali: l'efficacia della psicoterapia.

Il disagio psicologico può essere di natura transgenerazionale: 
la psicoterapia rappresenta la possibilità di spezzare queste catene del perpetuarsi di sofferenze post traumatiche.
A volte il disagio di cui può soffrire una persona può essere di natura transegenerazionale: una storia traumatica si può ripetere come evento o tipo di evento attraverso più generazioni, dai genitori ai figli, o tra altri livelli di parentela in cui i personaggi sembrano rivivere nei decenni gli stessi accadimenti.

Le esperienze traumatiche vissute da generazioni prima in famiglia, se non rielaborate, cioè mentalizzate e integrate consapevolmente e fisicamente, possono "passare implicitamente" in atteggiamenti e comportamenti ai figli e chi seguirà.

Essere stati esposti a storie, racconti, modi di vivere e di intendere la vita, dinamiche relazionali e inter-relazonali sono fattori di rischio da prendere in considerazione in modo molto serio nella cura del disturbo psicologico e della psicopatologia famigliare.


Il passaggio
Avviene una sorta di passaggio di testimone inconsapevole e involontario
spesso nei nostri studi clinici di psicoterapia ascoltiamo persone che hanno avuti dei nonni che sono andati in guerra, o nonne che hanno subito violenze che, poi, successivamente, hanno trasferito a figli e nipoti racconti tragici e drammatici, spaventosi e spaventanti con molto coinvolgimento affettivo ed emotivo e sopratutto con le conseguenze di queste esperienze, quali alcolismo, depressione, aggressività etc; oppure ascoltiamo donne vittime di violenza sessuale raccontare di nonne loro stesse abusate sessualmente decenni prima (magari mai conosciute); oppure ancora uomini tossicodipendenti i cui padri a loro volta erano stati tossico dipendenti o alcolisti. etc

Questi per noi terapeuti che lavoriamo secondo un approccio transgenerazionale sono "echi di traumi e eventi stressanti vissuti dai famigliari in tempi antichi".

Abuso sessuale, dipendenza e violenza psicologica: tre possibili storie che si ripetono.
Uno degli ambiti più ampiamente discusso e studiato relativo ai traumi che influenzano la storia dell'individuo è quello dell'abuso sessuale.
Una ricerca americana sulla relazione tra gravidanza e trasmissione intergenerazionale della violenza, ha evidenziato come i comportamenti di abuso verso i bambini siano fortemente e significativamente correlati alla storia individuale dell'abusante, nel passato del quale emergono esperienze di abuso subito nell'infanzia. (Jester, 1996)

Un altro ambito interessante relativo ai traumi è quello della dipendenza: alcolismo e tossico dipendenza hanno un'origine transegenerazionale in quanto riguardano le dinamiche relazionali e inter-relazionali della famiglia.
Un/a figlio/a di una madre alcolista può essere maggiormente attratto da compagna/o che un comportamento dipendente, avendo lui/ei stesso/a conosciuto il solo modo di relazionarsi e inter-relazionarsi di una famiglia in cui un membro ha sviluppato una dipendenza.

Nell'alcolismo si parla di giostra di finzioni per indicare proprio le dinamiche relazionali che caratterizzano questo tipo di famiglie che tendono a perpetuarsi tra le generazioni.
Non si tratta solo di violenza sessuale, bensì anche di violenza psicologica: essere stati esposti a "genitori abusanti da un punto di vista psichico" (ossia non presenti, non accudenti, non rispondenti ai bisogni primari e secondari, aggressivi verbalmente per es) significa avere una più alta probabilità di mettere in atto atteggiamenti e comportamenti di tipo abusante (dello stesso tipo) nei confronti dei più piccoli, solo per il fatto di aver più famigliarizzato con tali atteggiamenti e comportamenti.

Chi agisce un abuso sessuale non prova empatia e compassione per la vittima: 
perpetua l'atteggiamento e il comportamento che ha subito, non riconoscendone la malvagità dell'atto. Non prova senso di colpa perché ha visto come vittima che l'abusante a sua volta non ne provava.
Il dipendente può intraprendere la via dell'abuso della sostanza oppure cercare compagni di vita che hanno sviluppato una dipendenza; chi ha subito violenza psicologica (atti denigatori da parte dei genitori) agisce comportamenti molto simili. ETC.

La psicoterapia
La psicoterapia rappresenta la possibilità di spezzare queste catene del perpetuarsi di sofferenze post traumatiche: essa, infatti, rappresenta un luogo in cui alla persona è data la possibilità di mentalizzare, verbalizzare e integrare consapevolmente la propria storia di origine (arrivando a tre generazioni passate almeno) con le difficoltà attuali, trovare strategie di coping diverse più efficaci di quelle conosciute e apprese in famiglia, evolversi e andare avanti, con la propria storia verso un futuro diverso.

La persona in una psicoterapia che segue questo orientamento transgenerazionale può in questo modo leggere i propri disturbi psicologici (depressione, ansia, panico) in relazione a una storia di famiglia (con tutti gli accadimenti accaduti), contestualizzarli e conferire loro un senso e un significato più esplicito e più chiaro, più integrabile con la persona stessa.

Il genogramma
il genogramma è uno strumento grafico simbolico usato in psicoterapia per raccogliere la storia della persona da un punto di vista transgenerazionale.
Attraverso un grafismo preciso fatto di simboli associati alle persone (pallino per la femmina, quadratino per il maschio) e ai legami (linea diritta è il legame coniugale, tratteggiata è una convivenza, sbarrata è una separazione), il genogramma, in modo assai semplice e diretto, consente allo psicoterapeuta di raccogliere l'anamnesi individuale e famigliare e di collocare la storia su tre assi generazionali, andando a individuare non sono le persone che hanno fatto la storia del paziente, ma anche gli eventi che hanno attraversato la vita dello stesso.

È possibile spezzare la catena? Si
È possibile spezzare la catena elaborando gli eventi e gli accadimenti del passato, per evitare di mettere in atto atteggiamenti e comportamenti che possono minare la propria e altrui integrità psichica.
Essere figlio di un genitore alcolista non significa necessariamente diventare alcolista a sua volta e sposare un uomo/donna alcolista: l'essere stati esposti a una storia di alcolismo anche lontana, rappresenta un fattore di rischio rispetto alla possibiltà di soffrire di un disagio psicologico relativo alle dinamiche tipiche di una famiglia in cui un membro ha sviluppato una dipendenza.
La psicoterapia è un luogo in cui poter spezzare questa catena.

I traumi transgenerazionali: l'efficacia della psicoterapia


08 Marzo 2016 Psicologia e famiglia


http://www.guidapsicologi.it/articoli/i-traumi-transgenerazionali-lefficacia-della-psicoterapia?&utm_medium=social&utm_source=facebook&utm_campaign=paidcontest


lunedì 3 febbraio 2014

Alejandro Jodorowsky. La Danza della Realtà. Il mondo era intessuto di sofferenze e di piacere; in ogni azione il male e il bene danzavano come una coppia di amanti. Mettendomi nei panni di tutto ciò che non ero io, sentivo che tutto era cosciente, tutto era dotato di vita: quello che credevo fosse inanimato, era un’entità più lenta, e quello che credevo fosse invisibile era un’entità più rapida. Ogni coscienza possedeva una velocità diversa. Se sapevo adattarmi a tali velocità potevo stringere rapporti che mi avrebbero arricchito. “Alendrajito, la bocca non è fatta per dire frasi aggressive, a ogni parola dura ti si secca un poco l’anima”

La magia non è superstizione, la magia è la natura del mondo. Il mondo non è logico nè razionale, è magico, ed esiste un legame stretto tra tutto ciò che accade. Per questo ho intitolato il mio libro “La danza della realtà”, perchè tutti gli eventi sono connessi tra loro, sono uniti; il tempo non è lineare, gli effetti a volte si producono prima delle cause, alcune cose sono inspiegabili... Non siamo in grado di capire il settanta per cento del mondo, come lo scimpanzè non capisce il novanta per cento del mondo. Ci resta ancora molto da imparare. La realtà è miracolosa, è magica. Segue principi che non sono scientifici. La realtà non è scientifica.
Alejandro Jodorowsky


L’Ecclesiaste recita: Chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore. Ma io ti dico, soltanto chi conosce il dolore può avvicinarsi alla sapienza. Non posso dire di averla conseguita, sono soltanto una tappa nel cammino dello spirito che viaggia verso la fine del tempo. Chi sarò fra tre secoli? Che cosa? Da quali forme sarò veicolato? Fra dieci milioni di anni la mia coscienza avrà ancora bisogno di un corpo? Dovrò ancora usare i miei organi di senso? Fra centinaia di milioni di anni dividerò ancora l’unità del mondo in visioni, suoni, odori, sapori, immagini tattili? Sarò un individuo? Un essere collettivo? Quando avrò conosciuto l’universo intero, o gli universi, quando sarò giunto alla fine di tutti i tempi, quando l’espansione della materia si sarà fermata e insieme a lei avrò intrapreso la via del ritorno al punto di origine, mi dissolverò in esso? Mi trasformerò nel mistero che giace fuori dal tempo e dallo spazio? Scoprirò che il Creatore è una memoria senza presente e senza futuro? Tu bambino, io anziano, saremo soltanto ricordi, immagini astratte che non hanno mai sfiorato la realtà? Per te non esisto ancora, per me non esisti più, e quando si racconterà la nostra storia, chi la racconterà sarà soltanto una collana di parole che scivolano via da un mucchietto di cenere.”
Alejandro Jodorowsky,  La danza della realtà



Compresi allora i soprusi che la mia famiglia mi aveva fatto subire. Vidi con esattezza la struttura dell'inganno. Mi attribuivano la colpa di ogni ferita che mi avevano inferto. Il boia non smette mai di proclamarsi vittima. Grazie a un abile sistema di negazioni, privandomi di ogni genere di informazione – e non sto parlando di informazione orale ma di esperienze per la maggior parre extraverbali – ero stato spogliato di ogni diritto, trattato come un mendicante senza terra al quale veniva offerto con bontà sdegnosa un frammento di vita. I miei genitori sapevano che cosa stavano commettendo? Assolutamente no. Senza volerlo, facevano a me quello che era stato fatto a loro. E così, reiterando di generazione in generazione i misfatti emozionali, l'albero di famiglia continuava ad accumulare una sofferenza che durava da parecchi secoli. 
Alejandro Jodorowsky,  La danza della realtà


E' meraviglioso essere bambini quando si è bambini ed è terribile che in tenera età qualcuno ci obblighi a comportarci da adulti.
È terribile anche essere bambini quando si è adulti.
Maturare significa mettere il bambino al suo posto, lasciarlo vivere dentro di noi non come un comandante ma come un seguace.
Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà





Sono diventata adulta quando ho gestito dopo anni di analisi i tre stati dell Io dando al Genitore e al Bambino il loro giusto risalto...essere adulto è moderare tra le parti in conflitto


INFANZIA

Al principio il cielo e la terra erano talmente stretti l’uno contro l’altra che non lasciavano nessuno spazio tra essi, fino all’arrivo dell’essere cosciente che liberò l’uomo sollevando il firmamento. Vale a dire, stabilendo la differenza tra umanità e bestialità.
Sebbene in modo ingenuo. Mi ero reso conto che in quella realtà dove io, Pinocchio, mi sentivo un estraneo, tutto si collegava con tutto attraverso una fitta rete di sofferenza e di piacere. Non esistevano cause insignificanti, qualunque azione provocava effetti che si estendevano fino ai confini dello spazio e del tempo.
Si, il mondo era intessuto di sofferenze e di piacere; in ogni azione il male e il bene danzavano come una coppia di amanti.
Mettendomi nei panni di tutto ciò che non ero io, sentivo che tutto era cosciente, tutto era dotato di vita: quello che credevo fosse inanimato, era un’entità più lenta, e quello che credevo fosse invisibile era un’entità più rapida. Ogni coscienza possedeva una velocità diversa. Se sapevo adattarmi a tali velocità potevo stringere rapporti che mi avrebbero arricchito.
“Alendrajito, la bocca non è fatta per dire frasi aggressive, a ogni parola dura ti si secca un poco l’anima”.
La fame genera artisti.
“Solitudine è non saper stare con se stessi”.
L’Ecclesiaste recita: Chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore. Ma io ti dico, soltanto chi conosce il dolore può avvicinarsi alla sapienza. Non posso dire di averla conseguita, sono soltanto una tappa nel cammino dello spirito che viaggia verso la fine del tempo.
“… E così è l’anima che trasporta il nostro corpo, non sappiamo da dove viene né dove va, ma adesso, qui, le vogliamo bene e non desideriamo perderla, è un tesoro. Una coscienza misteriosa, infinitamente più grande della nostra, conosce l’origine e la fine ma non ce le può rivelare perché il nostro cervello non è abbastanza evoluto da comprenderlo.”
Ciascuna etnia viveva rinchiusa fra le pareti mentali piene di superbia che si era costruita.
Te ne vai però rimani qui. Se i rami crescono tentando di occupare il cielo intero, le radici non abbandonano mai la terra dove sono nate”.
Avevo capito che ero cittadino del mondo dei miracoli.
Ero passato dagli insulti al silenzio. Erano meno dolorosi i primi.

GLI ANNI BUI

Davanti a me si aprivano soltanto due alternative: o diventavo un assassino di sogni come gli altri, oppure mi rinchiudevo nella mia mente trasformandola in una fortezza. Optai per la seconda scelta.
Si, prima di venire rifiutato, era meglio che fossi io a rifiutarli, isolandomi!
Troncare ogni rapporto con l’esterno era più conveniente per me, mi dava forza ma nello stesso tempo mi rendeva sterile. Avevo la sensazione di essere di troppo nel mondo.
Le sofferenze familiari, come gli anelli di una catena, si ripetono di generazione in generazione finché un discendente, in questo caso forse tu, acquista consapevolezza e trasforma la sua maledizione in una benedizione.
Avendo dimenticato che esisteva un cielo infinito, vivevo a testa bassa e il mio unico orizzonte era il rozzo marciapiede di cemento.
Mi sentivo come un’entità priva di scheletro cui erano state levate le stampelle.
La solitudine mi stringeva tutto il corpo, come la benda di una mummia. All’interno di quel bozzolo di tela corrosa io, sterile bruco, stavo agonizzando.
Se quei disegni misteriosi chiamati destino desideravano che io vivessi, per farlo prima dovevo nascere.

PRIMI ATTI

A volte, nella prostrazione più grande, quando ci sentiamo completamente abbandonati, quando meno ce lo aspettiamo appare un segno che ci indica la via da seguire. Chi osa avanzare al buio, anche se ha perso la speranza, alla fine trova una meta luminosa.
Dicendo “Attento, c’è un muro!” il Maestro intendeva che il discepolo, per distrazione, non lo vedeva. Forse confondeva la barriera con la realtà, facendo dei propri limiti mentali la natura del mondo.
Lascia che la percezione del mio corpo si facesse presente. Concentrai la mia attenzione sulle diverse parti dell’organismo. Mi resi conto di quello che sentivo. Ogni viscera, ogni membro, ogni regione del mio corpo aveva qualcosa da dirmi. All’inizio erano lamentele – mi accusavano di averli abbandonati, di non avere fiducia in loro -, seguite da euforiche dichiarazioni d’amore. Scoprii che le mie braccia, le gambe, le orecchie, la pelle, i muscoli, le ossa, i polmoni, gli intestini, l’intero corpo era impregnato di una immensa gioia di vivere.
Se il bambino nel deserto chiude la mano, per sé ottiene soltanto una manciata di sabbia, se apre la mano, può passarci l’intero deserto…
Tentai di materializzare l’astratto.

L’odio: cornucopia chiusa in un forziere di cui abbiamo perduto la chiave.

L’amore: strada dove le nostre impronte invece di seguirci ci precedono.

La poesia: escremento luminoso di un rospo che ha inghiottito una lucciola.

Il tradimento: persona priva di pelle che si muove saltellando da una pelle all’altra.

La gioia: fiume pieno di ippopotami che spalancano le fauci azzurrine per offrire i diamanti che hanno trovato scavando nel fango.

La fiducia: danza senza ombrello sotto una pioggia di pugnali.

La libertà: orizzonte che si stacca dall’oceano per volare formando labirinti.

La certezza: una foglia solitaria divenuta il rifugio di un bosco.
La tenerezza: vergine vestita di luce che cova un uovo violaceo.

Le immagini che ero in grado di creare potevano essere gioielli, ma il forziere in cui le conservavo, vale a dire la mia persona, era privo di valore.
… consideravo il cambiamento come un malcelato aspetto della morte.
“La spada che tutto trancia, non trancia te quando diventerai una spada”.
E ora quel bambino abusato abusava di me, cercando ogni pretesto per ripetere quello che lo aveva traumatizzato.
“Mi hanno disprezzato, mi hanno punito, allora adesso non faccio niente, non valgo niente, non ho il diritto di esistere”
Ogni idea, ogni sentimento, ogni desiderio, ogni bisogno arriva alla mia anima dicendo: “Sei Io!”. Sono entità usurpatrici. L’essere vuoto, potendo contenere l’universo, non sa chi sa, però vive, crea, ama.

L’ATTO POETICO

Ogni volta che in questo mondo pieno di violenza qualcuno mi tradisce, ricordo quelle due sorelle e mi consolo pensando che esistono anche creature sublimi.
Be’ forse non era stata soltanto la fortuna: con la mia diffidenza di bambino ferito avevo sviluppato il talento di schivare i colpi. Nel pugilato non vince soltanto chi picchia più forte, ma anche chi è più bravo a evitare le botte. Ho sempre rifuggito i contatti negativi per cercare amici che potessero essere miei maestri.
Mi resi conto che le mie lamentele erano dettate dall’egoismo. Mi lamentavo perché non volevo perdonare. Vale a dire, non volevo maturare, diventare adulto. E la strada del perdono mi obbligava a riconoscere che a modo suo tutta la famiglia, genitori, zii, nonni, erano le mie vittime. Avevo tradito le loro speranze, speranze che per me erano certo negative, assurde, ma per loro, per il loro livello di coscienza, legittime.


E soprattutto tu, grasso Isidoro, perdonami per non avere compreso la tua crudeltà: non sei mai cresciuto, sei sempre stato un gigantesco neonato.

L’immagine che abbiamo dell’altro non è l’altro, bensì una sua rappresentazione. Il mondo che ci viene imposto dai nostri sensi dipende dal nostro modi di vederlo. Per noi, in un certo senso, l’altro è quello che crediamo che sia.
E lì ebbi la prova che la poesia era un miracolo che poteva cambiare la visione del mondo. E cambiando la visione cambiava anche l’oggetto percepito.
Il miracolo è uno dei fili che intessono il mondo.
Mi sentivo vuoto. Non potevo scrivere, né pensare né sentire. Se mi avessero chiesto chi ero, la mia risposta sarebbe stata: “Sono uno specchio in frantumi”. Per ore, dormendo pochissimo, continuavo a incollare i frammenti.
… bisognava rispettare le parole dell’Ecclesiaste: “non c’è niente di meglio per l’uomo che mangiarr e bere e procurare gioia al suo cuore”.
Sulla porta era scritta una frase tratta da Il lupo della steppa, di Hesse: “Teatro magico. L’ingresso costa la ragione”.
Iniziammo col constatare che il linguaggio che ci era stato insegnato era veicolo di idee folli. Invece di pensare correttamente, pensavamo in modo contorto. Occorreva restituire ai concetti il loro vero senso. Passammo parecchio tempo a farlo.

Ricordo alcuni esempi:

Invece di “mai”: pochissime volte.

Invece di “sempre”: sovente.

“Infinito”: estensione ignota.

“Eternità” fine impensabile.

“Fallire”: cambiare attività.

“Mi ha deluso”: l’ho immaginato in modo errato.

“Io so”: io credo.
“Bello, brutto: mi piace, non mi piace.
“Sei fatto così”: ti percepisco così.
“Ciò che è mio”: ciò che ora possiedo.
“Morire”: cambiare forma. …
Poi abbiamo passato in rassegna le definizioni e siamo giunti alla conclusione che era assurdo definire affermando.
Invece era giusto definire negando.
“Felicità”: essere ogni giorno meno triste.
“Generosità”: essere meno egoista.
“Coraggio”: essere meno vigliacco.
“Forza”: essere meno debole. E così via.

Procedevamo in piena estasi poetica nell’umida penombra, quando un branco di cani inferociti si slanciò contro di noi emettendo terribili latrati.


Per non so quale ispirazione divina, a Lihn venne in mente di mettersi a latrare con maggior ferocia dei cani, mentre galoppava a perdifiato.


In un batter d’occhio da inseguito diventammo inseguitori.


Quell’avventura ci aveva fatto capire che identificandoci con le difficoltà potevamo renderle nostre alleate. Non bisogna opporre resistenza né fuggire dal problema ma entrare in esso, fare parte di esso, usarlo come elemento di liberazione.

L’atto poetico doveva essere sempre positivo, cercare la costruzione, non la distruzione.
L’errore è lecito se viene commesso una volta sola e con lo scopo sincero della ricerca della conoscenza.
Non si può guarire nessuno, si può soltanto insegnare a guarirsi da soli.

IL TEATRO COME RELIGIONE

… mi ero reso conto che il bambino non muore mai: ogni essere umano, se non ha portato a termine un certo lavoro spirituale, è un bambino travestito da adulto. E’ meraviglioso essere bambini quando si è bambini ed è terribile che in tenera età qualcuno ci obblighi a comportarci da adulti. E’ terribile anche essere bambini quando si è adulti. Maturare significa mettere il bambino al suo posto, lasciarlo vivere dentro di noi non come un comandante ma come un seguace. Lui ci apporta lo stupore quotidiano, la purezza nelle intenzioni, il gioco rigeneratore, ma non deve mai convertirsi in tiranno.
Più tardi compresi che tutte le malattie, perfino le più crudeli, erano un genere di spettacolo. Alla base c’era la protesta per una carenza affettiva e per il divieto di pronunciare qualunque parola o fare un gesto che rivelasse tale mancanza. Il non detto, il non espresso, il segreto, poteva addirittura trasformarsi in malattia. L’animo infantile, soffocato dai divieti, elimina le difese organiche per consentire l’ingresso al male, perché soltanto così avrà l’opportunità di esprimere la propria desolazione. La malattia è una metafora. E’ la protesta di un bambino trasformata in rappresentazione.
Ogni atto straordinario abbatte i muri della ragione. Distrugge la scala dei valori e costringe lo spettatore a giudicare da solo. Agisce come uno specchio: ciascuno si vede con i propri limiti. Eppure questi limiti, manifestandosi, possono suscitare un’improvvisa presa di coscienza. “Il mondo è come penso che sia. I mie mali derivano da una visione distorta. Se voglio guarire, non è il mondo che devo cercare di cambiare ma l’opinione che ho di esso”.
I miracoli sono paragonabili alle pietre: si trovano ovunque e offrono la loro bellezza, ma nessuno ne riconosce il valore. Viviamo in una realtà dove abbondano i prodigi, ma li vedono soltanto coloro che hanno sviluppato le proprie percezioni. Senza tale sensibilità tutto è banale, l’evento meraviglioso viene chiamato casualità e si cammina per il mondo senza avere in tasca quella chiave che si chiama gratitudine. Quando si verifica un fatto straordinario lo consideriamo un fenomeno naturale di cui approfittare come parassiti, senza dare niente in cambio. Invece il miracolo richiede uno scambio: ciò che i è stato dato devo farlo fruttificare per gli altri. Se non viviamo uniti agli altri non possiamo captare il portento. I miracoli non li provoca nessuno, vengono scoperti. Quando colui che credeva di essere cieco si toglie gli occhiali scuri, vede la luce. Questa oscurità è il carcere della ragione.
La finalità dell’arte è curare. Se l’arte non fa guarire, non è vera arte.
La realizzazione artistica era il risultato di scelte dettate dalla passione. Ci veniva offerta una torta: noi dovevamo soltanto vederla, prenderne una porzione e mangiarla. Era il biscotto di Alice: mangiandolo, o cresceva o rimpiccioliva. Così era la vita, l’arte, una faccenda di punti di vista e di scelte. E lo stesso succedeva anche in negativo. Lo spirito di autodistruzione offriva all’individuo un menù con tutte le malattie fisiche e mentali. L’individuo sceglieva il proprio male. Per curarlo, bisognava indagare su che cosa lo avesse spinto a scegliere quel problema e non un altro.
Ci sono mille modi per rompere un vaso, ma soltanto uno per costruirlo!
Ogni religione ha i suoi santi.


Le religioni si erano appropriate della santità. Essere santo significava rispettare i dogmi. Che cosa restava a noi che non avevamo nessuna bandiera teologica?

Quando vediamo lavorare sulla pista bellissimi cavalli, elefanti, cani, uccelli e ogni genere di animali feroci, comprendiamo che la coscienza non può domare la nostra bestialità attraverso la repressione ma dandole l’opportunità di compiere atti sublimi.
Dei dieci comandamenti

Uno soltanto fa per me:

essere libero come i venti

ma con la radice qui dov’è.

“Amico, ascolta, te lo dice uno che in un momento difficile ha perduto tutto e poi si è reso conto che grazie al dolore aveva trovato se stesso: non lasciarti spaventare da una falsa concezione del denaro. Guadagnalo sempre con attività che ti procurino piacere.
Flores insegnava loro che anche un uomo del popolo, nato in un’umile casa, poteva comportarsi come un principe.
Non siamo alla ricerca della perfezione ma dell’efficacia.
… il corpo di un attore inizia nel suo cuore, si estende al di là della pelle e finisce con le pareti del teatro.
“Lo stupido, quando non sa, crede di sapere. Il saggio, quando non sa, sa di non sapere. Ma quando il saggio sa, sa di sapere. Invece lo stupido quando sa, non sa di sapere”.
“La vita è una strada grigia: niente è mai del tutto cattivo, niente è mai del tutto buono” era un’altra delle sue frasi.
Ho scelto un nome che avesse quindici lettere perché è il numero della carta dei tarocchi: “Il Diavolo”, un potente simbolo della creatività. Il diavolo è il primo attore del dramma cosmico: imita Dio. Noi attori non siamo dèi ma diavoli.


Con il passare degli anni capii che il nome e il cognome racchiudono programmi mentali che sono come semi, da essi possono germogliare alberi da frutto o piante velenose.

Mi venne in mente una favola di Esopo: Arriva un moscerino e si posa sull’orecchio di un bue. Esclama: “sono arrivato!”. Il bue continua ad arare. Dopo un po’ il moscerino decide di andarsene. Esclama:”Me ne vado!”. Il bue continua ad arare.
Allora mi sono proposto di formare una compagnia di teatro muto, quindi ho iniziato a studiare il corpo, il suo rapporto con lo spazio e il modo con cui esprime le emozioni. Ho scoperto che tutte quante partivano dalla posizione fetale, la depressione intensa, l’autodifesa portata all’estremo, la fuga dal mondo, per arrivare a quello che chiamavo “l’euforico crocifisso”, la gioia di vivere espressa con il busto eretto e le braccia spalancate, come a voler abbracciare l’infinito. Fra queste due posizioni si svolgeva tutta la gamma delle emozioni umane, così come tra una bocca ermeticamente chiusa e una bocca spalancata al massimo si collocava tutto il linguaggio umano; così come tra una mano chiusa e una mano aperta si andava dall’egoismo alla generosità, dalla difesa all’abbandono. Il corpo era un libro vivo. Nel lato destro si esprimevano i legami con il padre e i suoi antenati. Nel lato sinistro i legami con la madre. Nei piedi c’era l’infanzia. Nelle ginocchia, l’espressione carismatica della sessualità virile. Nei fianchi, l’espressione del desiderio femminile. Nella nuca, la volontà. Nel mento, la vanità. Nell’inguine, il coraggio o la paura. Nel plesso solare, la gioia o la tristezza …
Scoprii che il rancore era un vincolo forte come l’amore.
Tratto da:
La Danza della RealtàLa Danza della Realtà
Alejandro Jodorowsky

http://www.visionealchemica.com/la-danza-della-realta-alejandro-jodorowsky/

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