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sabato 24 maggio 2014

Camille Flammarion. La materia apparente è una parola vuota di senso. L'universo è un organismo retto da una dinamica di ordine psichico. Lo spirito è ovunque. C'è un mondo psichico. C'è spirito in tutte le cose, oltre la vita umana e animale, nelle piante, nei minerali, nello spazio


"La materia apparente è una parola vuota di senso. 
L'universo è un organismo retto da una dinamica di ordine psichico. 
Lo spirito è ovunque. C'è un mondo psichico. 
C'è spirito in tutte le cose, oltre la vita umana e animale, nelle piante, nei minerali, nello spazio ".
Camille Flammarion



lunedì 12 maggio 2014

Didattica e Cervello. Neuroscienze e apprendimento. Le scienze dell’educazione ( la pedagogia, la didattica, la psicologia, la filosofia, la sociologia, l’antropologia), possono ancora oggi suggerire, al fine di comprendere la vera natura dell’uomo, i suoi misteri profondi, i significati più propri da attribuire a parole d’uso comune, anche nel mondo umanistico e letterario, come amore, anima, coscienza e, soprattutto, mente? O saranno la Biologia della mente, le scienze cognitive, la neuropsicologia e le neuroscienze a dire qualcosa di definitivo sulla natura dell’apprendimento esplicito che richiede una partecipazione cosciente e che consiste nell’acquisizione di informazioni su persone luoghi e cose, e, naturalmente, sulla memoria in quanto immagazzinamento delle medesime informazioni, a breve o lungo termine?

http://gabryventu49.blogspot.it/2014/05/neuroscienze-e-apprendimento.html?spref=fb






domenica 11 maggio 2014


Neuroscienze e apprendimento




Le scienze dell’educazione ( la pedagogia, la didattica, la psicologia, la filosofia, la sociologia, l’antropologia), possono ancora oggi suggerire, al fine di comprendere la vera natura dell’uomo, i suoi misteri profondi, i significati più propri da attribuire a parole d’uso comune, anche nel mondo umanistico e letterario, come amore, anima, coscienza e, soprattutto, mente?
O saranno la Biologia della mente, le scienze cognitive, la neuropsicologia e le neuroscienze a dire qualcosa di definitivo sulla natura dell’apprendimento esplicito che richiede una partecipazione cosciente e che consiste nell’acquisizione di informazioni su persone luoghi e cose, e, naturalmente, sulla memoria in quanto immagazzinamento delle medesime informazioni, a breve o lungo termine?


La frontiera della ricerca nel settore umanistico è quella indicata dalle scoperte, pressoché quotidiane, di gruppi di ricercatori stranieri che trovano una eco nelle Riviste di settore, prevalentemente in inglese, ma anche in italiano, come Nature, Le Scienze e Mente & Cervello. Perché le neuroscienze? In fondo l’attività didattica, e quindi il fine di ogni insegnamento scolastico, non è quello di facilitare l’apprendimento del bambino? Si tratta, pur sempre, di dare informazioni che restino nella mente e che incidano sugli atti concreti che si compiono nel corso dell’esistenza: capire qualcosa, riconoscere situazioni d’esperienza analoghe, decifrare il linguaggio del quale facciamo costantemente uso, imparare ad esprimersi in forma scritta e in forma orale, padroneggiare lo spazio, assumere e rappresentare numericamente la durata del tempo, apprezzare e godere del bello che c’è nelle cose e nell’opera dell’uomo, aprire lo sguardo sul passato per recuperare la memoria, e, infine, andare oltre il contingente e il provvisorio per proiettarsi nel cielo alla ricerca di una ragione di senso. Così è d’obbligo la  conoscenza dei meccanismi neuronali che presiedono ad ogni situazione di apprendimento, addirittura condividendo con la Montessori che gli organi di senso, “le porte dell’anima”, scaricano, anche attraverso vere e proprie correnti elettriche, la percezione degli oggetti e delle persone con i quali ci relazioniamo, sul cervello, vera e propria, “scatola magica”o, come la definisce j. Monod, “l’altra frontiera”.




Di qui, dunque, gli argomenti da recuperare e consegnare agli studiosi delle scienze dell’educazione ( la pedagogia, la didattica, la psicologia, la filosofia, la sociologia, l’antropologia), giusto per citare quelle per così dire “classiche”, in modo da privilegiare le indicazioni che si possono ricavare dalle scienze neurobiopsicologiche, capaci di fondare, o meglio di arricchire, lo spazio aperto dalle ricerche di S. Freud e da completarle con quello che la “biologia della mente” può oggi suggerire al fine di comprendere la vera natura dell’uomo, i suoi misteri profondi, i significati più propri da attribuire a parole d’uso comune, anche nel mondo umanistico e letterario, come amore, anima, coscienza e, soprattutto, mente.




L’illusione derivata dalla “morte della pedagogia”[1] che non aveva trovato più accoglienza nella cultura della comunità dei viventi, e meno che mai nei media più comuni, in fondo segnala il bisogno di un recupero, l’incongruenza di un silenzio che non poteva certamente giovare alle generazioni che crescono e che avanzano ad ogni istante domande di senso e di cultura.
Così, sollecitato soprattutto dalla riflessione sull’opera e sugli scritti di alcuni tra i più recenti Nobel, in primo luogo Eric Kandel, ma anche “l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, Francis Crick, è giunto il momento di chiarire il portato della memoria e l’autenticità dell’apprendimento che stanno alla base, ovviamente, di ogni processo di crescita e di sviluppo della persona umana.




La mente non è una declinazione verbale, ma un sostantivo vero e proprio. Come a dire che il cervello è il cervello e la mente è, appunto, la mente, cioè una entità indecifrabile e bellissima, addirittura misteriosa, perfino potente. Nessuno nega l’esistenza di “stati mentali” che danno conto e coscienza di sé e degli altri, come anche danno consapevolezza del passato e del futuro. Sono prodotti, i più elevati, della mente umana e dipendono da un gioco molecolare.Ma c’è da chiedersi: se vogliamo indagare e scoprire la natura e i segreti di questi stati mentali dobbiamo, all’origine, dare conto della natura e delle funzioni del cervello, perché è lui “il pilota automatico”, quello che i behavioristi non potevano accertare perché non osservabileLo scrive Kandel: “Skinner e i behavioristi si concentrarono in maniera esclusiva sul comportamento osservabile ed esclusero dal loro lavoro ogni riferimento alla vita mentale e ogni sforzo mirato all’introspezione, essendo questi elementi che non potevano essere osservati, misurati o impiegati allo scopo di sviluppare regole generali sul modo in cui le persone si comportano”.[2]



La “biologia della mente”, proposta da Kandel, faciliterà la risposta più propria. Eccola: “La maggior parte di noi accetta tranquillamente gli esisti della ricerca scientifica sperimentale quando valgono per altre parti del corpo: ad esempio, siamo del tutto a nostro agio con il fatto che il cuore non è la sede delle emozioni, ma un organo muscolare che pompa sangue attraverso il sistema circolatorio. Eppure l’idea che la mente e la spiritualità umane si originino in un organo fisico, il cervello, per alcuni suona nuova e allarmante. Costoro trovano difficile credere che il cervello sia un organo computazionale che elabora informazioni, la cui meravigliosa potenza non deriva dal suo mistero, bensì dalla sua complessità: dall’enorme quantità, varietà e interazione delle sue cellule nervose”.[3] 
Cervello e mente sono la stessa cosa. La scienza della mente, fin dagli anni Settanta, fusa con la neuroscienza, appunto la scienza del cervello, ha risolto il dilemma.
Biologia della mente, scienze cognitive, neuropsicologia e neuroscienze sapranno allora dire qualcosa sulla natura dell’apprendimento esplicito che richiede una partecipazione cosciente e che consiste nell’acquisizione di informazioni su persone luoghi e cose, e, naturalmente, sulla memoria in quanto immagazzinamento delle medesime informazioni, a breve o lungo termine.




La scommessa sulla mente

Una “biologia della mente”, qual è proposta dal Kandel, può aiutarci a capirne la natura e la funzione nell’economia intera dell’attività neuronale. Ciò è stato possibile certamente per la fusione della scienza della mente con la scienze del cervello, tanto che la tecnologia dell’imaging cerebrale ha autorizzato i neuro scienziati di entrare dentro al cervello, come hanno fatto Turnbull e Solms per rilevare quello che succede quando si esaminano gli stati mentali come il percepire un’azione visiva, pensare ad un percorso spaziale o avviare un’azione volontaria. “L’immagine cerebrale opera per mezzo di indici che misurano l’attività neurale: la tomografia a emissione di positroni (PET) rileva il consumo di energia del cervello e l’imaging a risonanza magnetica funzionale (fRMI) ne rileva l’utilizzo di ossigeno”.[4] Ma anche le neuroscienze cognitive con la biologia molecolare hanno contribuito a definire una“biologia molecolare delle attività cognitive” che facilita conoscenza di processi mentali come il modo di pensare, di provare sensazioni, di apprendere e ricordare. Tutto ciò consente di riaffermare l’evoluzione dei processi mentali che la biologia della mente alla fine riuscirà a spiegare per comprendere i passaggi tra le cellule nervose che comunicano fra loro.



Quello che sicuramente dobbiamo rilevare è che l’insieme della psicologia cognitiva, della biologia molecolare, della neuroscienza, della biologia della mente, della filosofia della mente forniscono risposte alle domande che emergono dalla lettura della memoria che ha la forza agglomerante delle esperienze che costellano la nostra esistenza quotidiana, senza la quale la frammentazione d’esse non aiuterebbe a dare conto dei momenti che viviamo e meno che maidei “viaggi mentali” nel tempo che è necessario ricostruire con la mente per arricchire il sapere esperienziale. “L’evoluzione culturale, una modalità di adattamento non biologica, agisce in parallelo con l’evoluzione biologica come mezzo per trasmettere la conoscenza del passato e i comportamenti adattivi attraverso le generazioni. Tutti i conseguimenti dell’umanità, dall’antichità fino ad oggi, sono i prodotti di una memoria condivisa, accumulata nel corso dei secoli per il tramite sia di registrazioni scritte sia di una tradizione orale salvaguardata con cura: Come la memoria condivisa arricchisce le nostre vite a livello individuale, così la perdita di memoria distrugge il nostro senso del sé. Recide la connessione con il passato e con le altre persone, e può manifestarsi durante lo sviluppo infantile oppurecolpire un adulto in età matura”.[5]





In una condizione come questa, inaugurata dalla stretta relazione tra il cervello e la mente, diviene indispensabile conoscere come la mente funziona, perché così si conoscono anche lestrategie alle quali fa ricorso il cervello. Sono strategie, però, che esigono l’ascolto, cioè esigono vedere e interpretare quello che i segnali elettrici che sono alla base della vita mentale dicono. Difatti i segnali della mente sono segnali elettrici ossia i mezzi attraverso i quali le cellule nervose, che sono le unità fondamentali del cervello, comunicano anche a grande distanza. Kandel riferisce di avere osservato queste forme di comunicazione nel laboratorio di Grundfest, tanto che le cellule nervose e le cellule muscolari generano un flusso di corrente elettrica che ogni tanto anche il nostro corpo percepisce con forme di formicolio. Si tratta pur sempre di messaggi che servono a “portare informazioni sensoriali relative al mondo esterno nel midollo spinale e nel cervello e per trasmettere comandi di azioni dal cervello e dal midollo spinale ai muscoli”.[6]
Queste complesse azioni danno ragione via via delle scoperte selezionate dai neuro scienziati quando pongono, anche mediante i neuroni specchio, alla base del movimento il funzionamento del cervello. Non è certamente la prima volta che abbiamo a che fare con questi meccanismi affidandomi agli studi del Nobel Kandel, perché il fascino che è capace di emanare questa materia è straordinario, come straordinario è pensare di spiegarsi processi di conoscenza e di apprendimento.



Dal fascino, dunque, alla scommessa. E’ vero che le scoperte che ogni giorno vengono compiute da equipe di ricercatori aiutano a comprendere le ragioni di certi meccanismi comportamentali, ma è anche vero che i margini di approssimazione con i quali certe conquiste vanno accreditate spingono a scommettere sul futuro che non è affatto lineare, ma procede, come ha ricordato Popper, per confutazioni e prove, tanto che “la forza più grande del metodo scientifico è la sua capacità di confutare un’ipotesi”.[7] E questo, ricorda Kandel, quando la disperazione del grande Eccles aveva raggiunto l’apice davanti agli insuccessi nel laboratorio della teoria elettrica della trasmissione sinaptica. Confessa Eccles: “Ho imparato da Popper ciò che per me è l’essenza dell’indagine scientifica: come essere speculativi e ricchi di immaginazione nel creare ipotesi, e poi sfidarle con il massimo del rigore, sia utilizzando tutta la conoscenza disponibile  sia allestendo la più minuziosa offensiva sperimentale. Di fatto ho appreso da lui anche a rallegrarsi  per la confutazione di un’ipotesi  tanto amata, perché anche questa è una conquista scientifica e perché molto è stato imparato per mezzo di quella confutazione”.
Di qui bisogna tornare all’idea della scommessa, che potrà essere vincente qualora la serietà del lavoro, l’impegno profuso e la documentazione raccolta confermeranno le ipotesi, elaborate sul piano sperimentale. Se il tema è molto complesso, il gioco diventa sempre più affascinante e ricco di prospettive.





  L’amore e la vita emozionale
             
L’amore nella relazione, soprattutto a due, è il cemento che unisce, ma va anche segnalata la precarietà del legame matrimoniale, quando soprattutto l’eros è dormiente, e la vita di coppia è destinata a sfilacciarsi[8]. Se l’amore pervade il campo della neurobiologia, attesa una spiegazione sicura da parte della biologia della mente, certamente esso trascina con sé il sesso, perché l’uno non può essere disgiunto dall’altro se, peraltro, coinvolgono entrambi il cervello. Oggi si può affermare con certezza che se “i tre sistemi principali dell’amore che sono l’attaccamento, la cura e la sessualità funzionano, allora il legame tra due persone è tenero, rilassante e sensuale per una intesa feconda e appagante. Nei due partner il cervello, si sa, funziona e attiva i circuiti della dopamina che assicura ad entrambi il piacere. Perché questo abbia luogo si comincia dagli sguardi, ma è soprattutto la conversazione che permette una conoscenza più approfondita e quindi garantisce un maggiore attaccamento, e una più forte sintonia, che si traducono in sguardi teneri, in coccole e carezze, accompagnate spesso da parole dolci, a seconda ovviamente dei soggetti”.[9]



L’amore è divenuto argomento privilegiato nella ricerca sulla frontiera neuro didattica. Ce ne siamo interessati in epoca non sospetta, quando il discorso poteva suscitare non dico ilarità, ma certo una pruriginosa attenzione[10]; abbiamo ripreso il tema in uno dei lavori più recenti[11] segnalandolo come il più importante, condividendo il punto di vista di R. Davidsonper il quale tutte le emozioni sono sociali e da esse scaturiscono l’intelligenza sociale, l’empatia primaria, la sintonia, l’attenzione empatica e la cognizione sociale ma anche le abilità sociali come la sincronia, la presentazione di sé, l’influenza e la sollecitudine. Oggi si può condividere l’affermazione di J. Rifkin, secondo il quale la Civiltà dell’empatia potrà con l’acquisizione di una “coscienza biosferica ed un’empatia globale” evitare il collasso globale del nostro mondo.
E l’empatia è alla base dell’amore. Quando si parla di amore romantico con J. Pankseppavvertiamo che nell’innamoramento due persone diventano dipendenti l’uno dall’altra, come avviene in un sistema oppioide che circola per i circuiti della corteccia orbi frontale e nella corteccia cingolata anteriore. Fortuna vuole che la produzione di ossitocina induce serenità e tranquillità in entrambi. S’è detto dell’importanza dell’attaccamento, uno stile che accompagna i comportamenti degli innamorati, finché dura l’amore. Ma anche questo stile si differenzia che è ciò che dà conto delle inevitabili crisi.  Difatti si registra uno stile ansioso, uno evitante, uno sicuro. Nulla da dire sul terzo, ma il primo e il secondo determinano comportamenti non continuativi nella relazione. Di solito quello evitante gioisce quando riesce a riservarsi uno spazio proprio, senza l’altroL’ansioso è invece perennemente sospetto, timoroso, incerto. Questi stili compaiono già nell’infanzia e sono destinati a influenzare la vita dell’uomo e in particolare la sessualità della persona. Tanto è vero che parecchi problemi vengono risolti in sede analitica dal terapeuta quando vengono a galla e si dichiarano in tutta la loro portata”.



Ogni giorno che passa il materiale conoscitivo sulla natura, la struttura e il funzionamento del cervello si arricchisce di scoperte. La struttura cerebrale degli omosessuali, a sentire,Ivanka Savic, del Karolinska Institut di Stoccolma è più simmetrica dei maschi eterosessuali. Il problema, come avverte E. Boncinelli, è tuttavia quello di considerare se si tratta di unaquestione puramente biologica o se non sia il prodotto di un condizionamento ambientale e di uno stile di vita. La rilevazione, comunque, della simmetria del cervello è stata compiuta attraverso l’uso delle tecnologie ormai familiari tra i neuro scienziati come la risonanza magnetica che fotografa con precisione un organo, nel caso specifico il nostro cervello, e la tomografia a emissione di positroni che ne vede come esso funziona.
L’applicazione di queste tecnologie su un soggetto innamorato è capace di produrre effetti oggettivi, riscontrabili sia quando tutto funziona sia quando l’amore cessa e viene sostituito, nella più parte dei casi, dall’odio che alberga, anch’esso nella massa cerebrale, ma che l’amore può sconfiggere.
Quanto più, tuttavia, si va ad investigare la natura del cervello, tanto più viene da domandarsi qual è la ragione per cui certe volte le persone rimangono sorde a certi richiami, quando tutto trama perché esse siano felici. Forse la felicità non appartiene all’amore romantico. Chiede ben altra comprensiva e totalizzante visione della personalità dell’altro partner.







   Conclusione

Tanto basta per dare la percezione esatta del gioco dell’amore, delle emozioni,   insomma dei meccanismi cerebrali nei comportamenti individuali che sono determinati dal funzionamento del cervello. Gli sviluppi di questo discorso, peraltro, rinviano ai lavori indicati nelle note a piè di pagina e, soprattutto, ai volumi richiamati nel testo.

[1] Cfr. L. Rosati, La fine di un’illusione, Morlacchi, Perugia 2007
[2] Cfr. E. Kandel, Alla ricerca della memoria, Codice Edizioni, Torino 2007, p. 38
[3] Ibidem, p.10
[4] Cfr. E. Kandel, Alla ricerca della memoria, op.cit., p.9
[5] Ibidem, pp.11/12
[6] Cfr. E. Kandel, Alla ricerca della memoria, op. cit., p.68
[7] Ibidem, p. 88
[8] L. Rosati, La sfida del cambiamento, Morlacchi, Perugia 2007
[9] Ibidem, p.74
[10] Cfr. L. Rosati, et Alii, Umanità e amore, Anicia, Roma 2001
[11] L.Rosati, La fine di un’illusione, op. cit.,

martedì 8 aprile 2014

Neuroni a Specchio. simulare un atto nel cervello, equivale a compierlo, tranne che siamo impossibilitati da ragioni neurologiche. Si rammenta che Leonard Zelig è il personaggio creato da Woody Allen, nel film omonimo del 1983, vittima di una ignota malattia che si manifesta nella trasformazione psicosomatica dei tratti in conseguenza del contesto in cui si trova. Un uomo, quindi, che non ha un sé una personalità , semplicemente l'immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine.. Bruno Bettelheim presente nel film nel ruolo di se stesso fornisce il seguente commento: "Se Zelig fosse psicotico o solo estremamente nevrotico, era un problema che noi medici discutevamo in continuazione. Personalmente mi sembrava che i suoi stati d'animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portata all'eccesso estremo. Mi pareva che in fondo si potesse considerare il conformista per antonomasia"». È in tale accezione di personalità adattivamente camaleontica, di trasformismo identitario dipendente dal contesto ambientale, che è stata coniata in Psichiatria la Sindrome di Zelig o Zelig Syndrome. La scoperta dei neuroni specchio ha fatto si che nei laboratori di Parma si affacciasse gente di teatro che si chiedeva come può uno sguardo o il gesto di allungare una mano o l’intonazione di una vocale possa provocare tanti tipi di risonanze nel nostro cervello. Lo stesso Rizzolatti ha riferito che con un gruppo di giovani attori del Piccolo hanno fatto uno studio sui mille significati del porgere una mela.L’attore muove i suoi muscoli e lo spettatore attiva i suoi neuroni specchio per interpretare il significato del gesto. Quale intenzione e sentimento c’è dietro, da quale possibile rapporto sono legati donatore e ricevente ed infine quali saranno gli effetti dello scambio?. Peter Brook ha osservato ironico:”con i neuroni specchio i neurologi hanno scoperto quello che gli attori avevano capito da sempre”.


Siamo proprio programmati per connetterci? Bateson aveva detto"nessuno“
Nessun uomo è ingegnoso o dipendente o fatalista nel vuoto. 
Una sua caratteristica, qualunque essa sia, non è propriamente sua, ma piuttosto di ciò che avviene tra lui e qualcos'altro (o qualcun altro). 
Allo stesso modo esitiamo ad ammettere che il nostro carattere è reale nella relazione. Noi astraiamo dalle esperienze di interazione e di differenza per dar vita a un sè che dovrà continuare (dovrà essere reale o cosale ) anche al di fuori della relazione.
G.Bateson,Verso un ecologia della mente.

Le scoperte delle neuroscienze, non possono che rendere ancor più irrefutabile l'asserzione batesoniana, allorquando sono sono stati individuati i cosiddetti neuroni specchio o mirror nel cervello umano dopo averli individuati nelle scimmie dall'equipe del prof Giacomo Rizzolatti a Parma nel 1992. 

Infatti è stato constatato con l’utilizzazione di un elettrodo della grandezza di un raggio laser, attraverso il quale è stato monitorato un singolo neurone di una persona cosciente, che esso si è attivato sia quando la persona si aspettava il dolore (una puntura di spillo) sia quando vedeva qualcun’altro subire una puntura di spillo: un’istantanea neurale dell’empatia primaria in azione
La ricerca sta dimostrando che detto meccanismo di rispecchiamento non è l’espressione di un riflesso meccanico di tipo pavloviano, ma è modulato e condizionato dalla storia idiosincratica dell’individuo e quindi dalla persona, che possiede quei particolari neuroni specchio nel suo cervello.

Basti l’esempio di un esperto danzatore che vede il filmato di un balletto: è chiaro, in questo caso, che il grado di attivazione di questo meccanismo neuronale, è molto più potente, di quello che si verifica nel cervello di una persona che non possiede quel grado di competenza motoria.

Molti neuroni specchio agiscono nella corteccia premotoria, che governa una serie di attività come parlare, muoversi, o semplicemente avere l’intenzione di fare qualcosa. Poiché essi sono adiacenti ai neuroni motori, fanno si che le aree del cervello preposte al movimento cominciano già ad attivarsi quando vediamo qualcuno compiere un certo gesto
Quando ripassiamo mentalmente un’azione (facciamo la prova di un discorso o ripassiamo un gioco o un allenamento per un’attività sportiva) nella corteccia premotoria si attivano gli stessi neuroni che entrerebbero in gioco se dovessimo realmente pronunciare quel discorso o attivarci per l’attività sportiva.
In altri termini simulare un atto nel cervello, equivale a compierlo, tranne che siamo impossibilitati da ragioni neurologiche.

Si rammenta che Leonard Zelig è il personaggio creato da Woody Allen, nel film omonimo del 1983, vittima di una ignota malattia che si manifesta nella trasformazione psicosomatica dei tratti in conseguenza del contesto in cui si trova. Un uomo, quindi, che non ha un sé una personalità , semplicemente l'immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine.. Bruno Bettelheim presente nel film nel ruolo di se stesso fornisce il seguente commento: 
"Se Zelig fosse psicotico o solo estremamente nevrotico, era un problema che noi medici discutevamo in continuazione. Personalmente mi sembrava che i suoi stati d'animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portata all'eccesso estremo. Mi pareva che in fondo si potesse considerare il conformista per antonomasia"».
È in tale accezione di personalità adattivamente camaleontica, di trasformismo identitario dipendente dal contesto ambientale, che è stata coniata in Psichiatria la Sindrome di Zelig o Zelig Syndrome.
La scoperta dei neuroni specchio ha fatto si che nei laboratori di Parma si affacciasse gente di teatro che si chiedeva come può uno sguardo o il gesto di allungare una mano o l’intonazione di una vocale possa provocare tanti tipi di risonanze nel nostro cervello.

Lo stesso Rizzolatti ha riferito che con un gruppo di giovani attori del Piccolo hanno fatto uno studio sui mille significati del porgere una mela.L’attore muove i suoi muscoli e lo spettatore attiva i suoi neuroni specchio per interpretare il significato del gesto. 
Quale intenzione e sentimento c’è dietro, da quale possibile rapporto sono legati donatore e ricevente ed infine quali saranno gli effetti dello scambio?.
Peter Brook ha osservato ironico:”con i neuroni specchio i neurologi hanno scoperto quello che gli attori avevano capito da sempre”. 
E chissà se non l'aveva intuito anche Aristotele, che pietà e terrore generatrici della famosa catarsi negli spettatori che assistevano alla tragedia agita dagli attori, non era altro che quel magico e ineffabile legame cervello-cervello, attivato dai neuroni specchio, che avrebbe acceso in loro, lo stesso sentimento degli attori protagonisti.


lunedì 24 febbraio 2014

Cervello. L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

L'amigdala è la centrale di controllo delle emozioni, e in particolare della paura, ma può svolgere adeguatamente questo compito solo con il contributo dell'ippocampo. Sono alcuni neuroni dell'ippocampo, infatti, che permettono o impediscono all'amigdala di identificare i contesti e le condizioni da considerare pericolosi.

Non tutta la paura passa dall'amigdala

Reazioni alla paura: non decide solo l'amigdala

I circuiti neuronali della paura.
C'è uno specifico gruppo di neuroni dell'ippocampo che ha un ruolo essenziale nell'apprendimento della paura, la capacità – essenziale per la sopravvivenza - di collegare una certa situazione a un pericolo

A scoprirlo sono stati alcuni neuroscienziati della Columbia University che firmano un articolo su “Science”. 

E' noto che il centro cerebrale che sovrintende alla gestione delle emozioni, e in particolare della paura, è l'amigdala. Tuttavia studi recenti hanno indicato che nel processo di selezione degli stimoli multisensoriali che definiscono il ricordo pauroso - o più precisamente, la situazione da associare alla paura, e quindi attivare la reazione adeguata – entra in gioco anche l'ippocampo, una struttura cerebrale chiave per la memoria a lungo termine

Per chiarire l'interazione tra amigdala e ippocampo, Matthew Lovett-Barron e colleghi hanno sfruttato i metodi dell'optogenetica, creando un ceppo di topi i cui neuroni esprimono una proteina, l'alorodopsina, che reagisce alla luce e può servire da interruttore per attivare o disattivare a comando specifici neuroni.


Il ruolo dell'ippocampo nell'apprendimento della paura
Sia l'amigdala sia l'ippocampo appartengono al sistema libico, la parte più profonda ed evolutivamente antica del cervello. (© Visuals Unlimited/Corbis)


I ricercatori hanno quindi sottoposto gli animali a classici test di condizionamento, in cui un particolare stimolo, per esempio un lampo luminoso o il suono di un campanello, viene presentato subito prima di uno stimolo negativo, come una leggera scossa alle zampe. 

Normalmente, dopo un pò il topo impara che il primo stimolo (il lampo) fa prevedere l'arrivo della scossa, e manifesta una chiara reazione di paura - interrompendo la propria attività e immobilizzandosi, come “congelato” - ogni volta che vede il lampo, anche se poi la scossa non c'è. 

Lovett-Barron e colleghi hanno attivato e disattivato diversi gruppi di neuroni nell'ippocampo dei roditori, scoprendo che l'attivazione di alcuni specifici neuroni colinergici (cioè neuroni che usano come principale neuromediatore l'acetilcolina) di una regione dell'ippocampo nota come CA1 sopprime i comportamenti di  "congelamento" dopo la presentazione del lampo. 

La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa. La soppressione si verifica perché questi neuroni colinergici inibiscono l'attività di altri neuroni destinati a creare un quadro unitario fra i diversi tipi di stimolo che arrivano in un certo arco di tempo: l'esperienza della vista del lampo restava così un'esperienza a sé stante, non collegata a quella immediatamente successiva della scossa.

http://www.lescienze.it/news/2014/02/24/news/apprendimento_paura_ippocampo-2022175/



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