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domenica 8 luglio 2018

Ovidio, Metamorfosi, Tiresia.

Tu biasimi la mia indole, e non vedi quella che sta in profondo dentro di te.
E parli male di me!
Tiresia, Edipo re


Come è terribile conoscere, quando la conoscenza non giova a chi la possiede!
Tiresia, Edipo Re




COME TIRESIA DIVENTA CIECO

Un giorno Giove, rallegrato dal nettare, si mette a discutere con Giunone su chi provi più piacere, se l’uomo o la donna,. Poiché non riescono a risolvere la questione, interpellano il pastore Tiresia, che, avendo provato a essere anche donna, poteva saperne qualcosa. Egli dà ragione a Giove, che sostiene sia la donna a provare più piacere e, adirata da ciò, Giunone lo punisce accecandolo: poiché la punizione sembra al padre degli dei troppo severa, per attenuarla, egli dona a Tiresia la facoltà di prevedere gli eventi futuri.

"Mentre in terra avvenivano, per volere del fato, quei fatti
e l'infanzia di Bacco, nato di nuovo, scorreva tranquilla,
raccontano che Giove, rallegrato dal nettare, per caso
tenesse lontani i gravi affanni e piacevolmente scherzasse
con una Giunone. "Ben più grande è il vostro 
piacere", le disse, "di quello tocca ai maschi."
Lei lo nega. Decisero allora di chiedere il parere
del sapiente Tiresia, a cui erano noti l'uno e l'altro amore.
In un bosco rigoglioso, infatti, due corpi, uniti insieme,
di grandi serpenti con un colpo di bastone aveva battuto
e, diventato da uomo femmina (sorprendente!), aveva
trascorso così sette autunni. All'ottavo, nuovamente
li vide e "Se il potere della vostra ferita è tale",
disse, "da stravolgere la natura di chi vi colpisce,
vi colpirò ancora!". E percossi gli stessi serpenti,
gli tornò l’aspetto di prima e riapparve la sua naturale figura.
Egli, dunque, scelto come arbitro di quella gaia contesa,
conferma le parole di Giove. Più del giusto e troppo
per l’argomento, la figlia di Saturno – si narra - se la prese
e gli occhi di chi l’aveva contraddetta condannò a tenebra eterna.
Ma il padre onnipotente (nessun dio, infatti, può annullare
ciò che un altro dio ha fatto), in cambio della vista perduta,
gli concesse di predire il futuro e mitigò con l'onore la pena".
(Ovidio, Metamorfosi, III, vv. 316-338)


lunedì 26 gennaio 2015

Teti era la più bella delle Nereidi, le ninfe dei mari, aveva il dono della metamorfosi che contribuiva ad aumentarne il fascino. L'amò profondamente Giove, che avrebbe voluto farla sua sposa e che la diede invece in moglie a un mortale, Peleo, re della Tessaglia, per il timore di essere spodestato dal figlio che sarebbe nato da lei, Achille, destinato, secondo una predizione oracolare, a breve vita ma al privilegio di superare in forza il proprio padre.


Teti era la più bella delle Nereidi, le ninfe dei mari, aveva il dono della metamorfosi che contribuiva ad aumentarne il fascino.
L'amò profondamente Giove, che avrebbe voluto farla sua sposa e che la diede invece in moglie a un mortale, Peleo, re della Tessaglia, per il timore di essere spodestato dal figlio che sarebbe nato da lei, Achille, destinato, secondo una predizione oracolare, a breve vita ma al privilegio di superare in forza il proprio padre.


Nozze di Teti e Peleo
Pisside attica a figure rosse.
470-460 a.C.
Parigi, Museo del Louvre.



giovedì 22 agosto 2013

Dryden. Siamo noi che creiamo le nostre abitudini e poi le nostre abitudini creano noi.

Siamo noi che creiamo le nostre abitudini e poi le nostre abitudini creano noi.
John Dryden


I più sono stati sviati dall'istruzione; credono a questo e quello perché‚ così li hanno educati.
Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l'uomo.
John Dryden


 




domenica 18 agosto 2013

Mito di Erisittone. ERA UN UOMO EMPIO E VIOLENTO; DISPREZZAVA GLI DEI, E NON BRUCIAVA PROFUMI SUI LORO ALTARI. Di lui si racconta che avesse perfino PROFANATO CON LA SCURE UN BOSCO SACRO A CERERE (Cerere era la dea romana della Terra e della Fertilità, corrispondente alla Demetra della mitologia greca), contaminando con il fuoco i vetusti alberi. Tra questi SI ERGEVA UNA QUERCIA SMISURATA, DAL FUSTO SECOLARE, UN BOSCO INTERO DA SOLA: la cingevano festoni, tavolette commemorative e corone, testimonianza di voti esauditi. Sotto la suo chioma spesso le Driadi (nell'antica Grecia, LE DRIADI ERANO LE NINFE DELLE QUERCE, CHE VIVEVANO NEI BOSCHI, E NE RAPPRESENTAVANO LA "MAGIA VERDE") intrecciavano danze festose, spesso, tenendosi per mano, avevano fatto girotondo intorno a quell'albero gigante, la cui misura arrivava ad essere quindici braccia; tutto il resto della selva rimaneva inferiore ad esso per altezza, tanto quanto lo era l'erba sotto il bosco. Tutto ciò non bastò comunque a Erisittone per tenere il ferro lontano dalla sacra Quercia: ordinò infatti ai suoi servi di tagliarla. Quando però si avvide che coloro cui era stato dato l'ordine indugiavano timorosi, strappò di mano ad uno di loro la scure, pronunziando queste scellerate parole: "Anche se non fosse solo un albero caro alla dea, ma la dea stessa, toccherà subito il suolo con la sua cima frondosa!". Così disse e, mentre assestava con la scure tremendi colpi, LA QUERCIA DI CERERE TREMÒ ED EMISE UN GEMITO: fronde e ghiande tutte insieme cominciarono a perdere colore ed i lunghi rami si tinsero del medesimo pallore. Appena la mano sacrilega provocò la prima ferita al tronco, DALLA CORTECCIA LACERATA USCÌ FUORI IL SANGUE, non diversamente da come sgorga dalla cervice troncata di un grosso toro, allorchè cade vittima davanti all'altare. Tutti i presenti rimasero stupiti, ed uno di loro osò impedire il sacrilegio e fermare la crudele ascia. Erisittone lo guarda e gli dice: " Sarai premiato per la tua pia intenzione!". RIVOLSE QUINDI LA SUA ASCIA CONTRO DI LUI, E GLI MOZZÒ IL CAPO, PER POI TORNARE A COLPIRE LA QUERCIA. Ma dall'interno dell'albero, provenne una voce: "Sotto questo legno vivo io, una ninfa carissima a Cerere, ed in punto di morte, ti predico che è imminente il castigo dei tuoi delitti, cosa che mi consola alquanto". Il re continuò nella sua opera scellerata, e finalmente la Quercia, scossa dagli innumerevoli colpi e tirata dalle funi, crollò ed abbattè con il suo peso molta parte della selva.


ERISITTONE, figlio di Triope e re della Tessaglia, ERA UN UOMO EMPIO E VIOLENTO; DISPREZZAVA GLI DEI, E NON BRUCIAVA PROFUMI SUI LORO ALTARI. Di lui si racconta che avesse perfino PROFANATO CON LA SCURE UN BOSCO SACRO A CERERE (Cerere era la dea romana della Terra e della Fertilità, corrispondente alla Demetra della mitologia greca), contaminando con il fuoco i vetusti alberi. Tra questi SI ERGEVA UNA QUERCIA SMISURATA, DAL FUSTO SECOLARE, UN BOSCO INTERO DA SOLA: la cingevano festoni, tavolette commemorative e corone, testimonianza di voti esauditi. Sotto la suo chioma spesso le Driadi (nell'antica Grecia, LE DRIADI ERANO LE NINFE DELLE QUERCE, CHE VIVEVANO NEI BOSCHI, E NE RAPPRESENTAVANO LA "MAGIA VERDE") intrecciavano danze festose, spesso, tenendosi per mano, avevano fatto girotondo intorno a quell'albero gigante, la cui misura arrivava ad essere quindici braccia; tutto il resto della selva rimaneva inferiore ad esso per altezza, tanto quanto lo era l'erba sotto il bosco. Tutto ciò non bastò comunque a Erisittone per tenere il ferro lontano dalla sacra Quercia: ordinò infatti ai suoi servi di tagliarla. Quando però si avvide che coloro cui era stato dato l'ordine indugiavano timorosi, strappò di mano ad uno di loro la scure, pronunziando queste scellerate parole: "Anche se non fosse solo un albero caro alla dea, ma la dea stessa, toccherà subito il suolo con la sua cima frondosa!". Così disse e, mentre assestava con la scure tremendi colpi, LA QUERCIA DI CERERE TREMÒ ED EMISE UN GEMITO: fronde e ghiande tutte insieme cominciarono a perdere colore ed i lunghi rami si tinsero del medesimo pallore. Appena la mano sacrilega provocò la prima ferita al tronco, DALLA CORTECCIA LACERATA USCÌ FUORI IL SANGUE, non diversamente da come sgorga dalla cervice troncata di un grosso toro, allorchè cade vittima davanti all'altare. Tutti i presenti rimasero stupiti, ed uno di loro osò impedire il sacrilegio e fermare la crudele ascia. Erisittone lo guarda e gli dice: "Sarai premiato per la tua pia intenzione!". RIVOLSE QUINDI LA SUA ASCIA CONTRO DI LUI, E GLI MOZZÒ IL CAPO, PER POI TORNARE A COLPIRE LA QUERCIA. Ma dall'interno dell'albero, provenne una voce: "Sotto questo legno vivo io, una ninfa carissima a Cerere, ed in punto di morte, ti predico che è imminente il castigo dei tuoi delitti, cosa che mi consola alquanto". Il re continuò nella sua opera scellerata, e finalmente la Quercia, scossa dagli innumerevoli colpi e tirata dalle funi, crollò ed abbattè con il suo peso molta parte della selva.

Quercia delle Streghe. 
Le sorelle Driadi, sbigottite per il danno subito dal bosco e da loro stesse, corsero tutte insieme da Cerere, in pianto e vestite di nero, ed invocarono una punizione per Erisittone. La bellissima dea ascoltò le loro preghiere, e pensò ad una pena che avrebbe destato pietà per chiunque, ma non per lui: DECISE DI FARLO STRAZIARE DALLA TERRIBILE FAME. E poichè questa non può essere avvicinata dalla dea in persona (chè I FATI NON PERMETTONO CHE CERERE E LA FAME SI INCONTRINO), quest'ultima inviò una ninfa a cercarla nella gelida Scizia. LA TROVÒ IN UN CAMPO PIETROSO, INTENTA A STRAPPARE CON LE UNGHIE E CON I DENTI LE POCHE ERBE. Ispidi erano i capelli, gli occhi infossati, un pallore su tutto il viso, le labbra illividite come per la muffa, la bocca irruvidita dal tartaro, la pelle indurita attraverso la quale si potevano vedere le viscere; da sotto gli incurvati lombi spuntavano le ossa scarnificate. AL POSTO DEL VENTRE C'ERA LO SPAZIO PER ESSO; avresti creduto che il torace fosse sospeso e che fosse trattenuto soltanto dalla colonna vertebrale. La magrezza faceva sembrare ampliate le articolazioni, erano gonfie le rotule dei ginocchi ed i talloni sporgevano con una protuberanza sproporzionata. LA NINFA RIFERÌ IL VOLERE DELLA DEA, RIMANENDO A PRUDENTE DISTANZA; NONOSTANTE CIÒ EBBE L'IMPRESSIONE DI SENTIRE FAME, ED INTRAPRESE RAPIDAMENTE LA VIA DEL RITORNO.
Quercia Rossa (Quercus rubra)
LA FAME, SEBBENE SEMPRE CONTRARIA ALL'OPERATO DI CERERE, ESEGUÌ L'ORDINE: SI FA TRASPORTARE DAL VENTO ALLA CASA DI ERISITTONE, PENETRA NEL SUO LETTO, LO STRINGE TRA LE BRACCIA E GLI TRASFONDE IL DIGIUNO NELLE SUE VENE SVUOTATE. QUANDO ERISITTONE SI SVEGLIÒ, FU SUBITO ASSALITO DAL DESIDERIO DI MANGIARE, E CHIESE TUTTO QUANTO PRODUCE IL MARE, LA TERRA ED IL CIELO. NONOSTANTE LE MENSE IMBANDITE, E LE ENORMI QUANTITÀ DI CIBO INGURGITATO, SI LAMENTA DI SENTIRSI DIGIUNO, E CHIEDE ANCORA CIBO; MANGIA QUANTO POTREBBE SFAMARE UNA INTERA CITTÀ, MA QUEL VUOTO NELLO STOMACO DIVIENE SEMPRE PIÙ GRANDE.
NELL'INUTILE INTENTO DI SODDISFARE LA SUA FAME INFINITA, ERISITTONE DEPOSITÒ TUTTI IL SUO PATRIMONIO NELLE VISCERE E DIEDE FONDO A TUTTI I SUOI AVERI. RIDOTTO IN POVERTÀ, CERCÒ DI VENDERE ANCHE LA FIGLIA. Nettuno aveva però concesso al suo corpo la capacità di trasformarsi, ed ella riuscì così a sfuggire al suo primo padrone, ed a tutti gli altri cui il padre tentò di venderla, tramutandosi ora in pescatore, ora in uccello, oppure in cavalla od in cervo. DISPERATO E SENZA PIÙ MODO PER PROCURARSI NUTRIMENTO, ERISITTONE COMINCIÒ A LACERARE A MORSI LE SUE PROPRIE MEMBRA, E NUTRIVA IL SUO CORPO DISTRUGGENDOLO.

Farnia (Quercus robur):
IL MITO DI ERISITTONE, DI ORIGINE ELLENICA, È NARRATO DA PUBLIO OVIDIO NASONE NELLE METAMORFOSI, NEL LIBRO VIII, AI RIGHI DA 737 FINO A 878. (Un altro mito tratto dalle Metamorfosi, è quello contenuto nel post Storie di Alberi: il mito di Cyparissus). HO RIPORTATO INTEGRALMENTE LA PARTE DELLA NARRAZIONE CHE RIGUARDA LA DISTRUZIONE DELLA QUERCIA SACRA A CERERE, MENTRE HO RIDOTTO E RIASSUNTO LA PARTE RELATIVA ALLA PUNIZIONE DI ERISITTONE.

COLPISCE IN QUESTO ANTICO MITO LA SEMPLICE EQUAZIONE CHE SOTTINTENDE: DISTRUZIONE DEGLI ALBERI UGUALE A FAME PER L'UOMO. L'ETIMOLOGIA DEL NOME ERISITTONE,  CHE TAGLIA LA TERRA, ALLARGA IL DISCORSO AL DISBOSCAMENTO EFFETTUATO PER DESTINARE TERRA ALL'AGRICOLTURA, ancora visto all'epoca come un' offesa agli dei ed un misfatto che porta l'uomo alla rovina.  



a proposito di alberi: AVETE UN SUGGERIMENTO PER IL MIO EUCALIPTO CHE PER FARMI CONTENTA STA CRESCENDO A DISMISURA.....PURTROPPO NEL SUO OTTIMISMO NON SI RENDE CONTO CHE MI CREA TANTI PROBLEMI.....IL MIO GIARDINO È PICCOLISSIMO.......ED IO ABITO IN UN CENTRO URBANO NON IN UNA FORESTA TROPICALE...... 



Non potrei mai avere suggerimenti per frenare tanta ''viriditas'' 




lo so.....infatti è talmente bello che i miei vicini di casa sopportano la sua invadenza ma......i suoi rami hanno provocato danni ......e quando cambia la "pelle" (io non sapevo che L'EUCALIPTO CAMBIA TUTTA LA CORTECCIA....TIPO SERPENTE) servono tre persone per portare via la corteccia che cade.... è una meraviglia......ed anche una rarità. mi ha detto un esperto che sembra un albero centenario, in realtà è giovane......svetta su tutta la città dove abito........




Speriamo che non sia un Eucalyptus regnans  2° posto: 101 METRI Eucalyptus regnans (Mountain Ash o Swamp Gum, Eucalipto). Latifoglia della famiglia delle Myrtaceae, vive nelle zone montuose dell’Australia sud orientale, ed è una delle oltre 450 specie di Eucalipto native del continente australiano. L’albero DEL RECORD, A CUI È STATO DATO IL NOME DI CENTURION, È STATO RINVENUTO CASUALMENTE SOLO NEL 2008, VICINO ALLA CITTÀ DI HOBART IN TASMANIA, nel corso di una indagine forestale di routine. Ha una ETÀ COMPRESA TRA I 300 ED I 400 ANNI. La “rapidità” con cui E. regnans raggiunge queste altezze è impressionante! E’ possibile che in passato questa specie abbia annoverato gli individui più alti del pianeta, addirittura più alti delle sequoie, anche se le antiche misurazioni sono spesso sovrastimate. IL FAMOSO FERGUSON TREE, OGGI NON PIÙ VIVO, FU MISURATO UFFICIALMENTE AL SUOLO NEL FEBBRAIO DEL 1872, ED ACCUSAVA L’IMPRESSIONANTE ALTEZZA DI 133 METRI, E CIÒ NONOSTANTE AVESSE LA CIMA SPEZZATA! 
PIÙ AFFIDABILE LA MISURA EFFETTUATA NEL 1880 SU DI UN ALBERO A TERRA, IL THORPDALE TREE NEL SUD GIPPSLAND, CHE RISULTÒ ESSERE DI 114,4 METRI.




un "medico naturopata" esperto mi ha detto che LE MIE PIANTE VIVONO IN SIMBIOSI CON ME.....PRATICAMENTE SI NUTRONO DELLE MIE EMOZIONI....E MI HA FATTO UN RITRATTO TERRIFICANTE.....SOSTIENE CHE PER TROPPO AMORE I MIEI ALBERI FINIRANNO PER TOGLIERMI TUTTO L'OSSIGENO......tipo (se ho ben capito) come quell'orso che amava talmente il suo padrone da ucciderlo per proteggerlo da una zanzara.....


http://alberiedintorni.blogspot.it/2013/02/storie-di-alberi-il-mito-di-erisittone.html

sabato 1 dicembre 2012

Pascal Neveu. Non temere i cambiamenti. La vera metamorfosi è quella che parte dall’identificazione delle tue resistenze, delle tue paure e arriva a un sincero desiderio di trasformazione. Un sano e vincente cambiamento è una decisione dettata dal tuo vero Io e, come tale, corrisponde sempre a un’evoluzione




La vera metamorfosi è quella che parte dall’identificazione delle tue resistenze, delle tue paure e arriva a un sincero desiderio di trasformazione. Un sano e vincente cambiamento è una decisione dettata dal tuo vero Io e, come tale, corrisponde sempre a un’evoluzione.



Pascal Neveu, psicanalista e psicoterapeuta, opera in ambito ospedaliero e aziendale, mentre nel suo studio di Parigi tiene corsi e seminari. Specializzato nella gestione del lutto, conduce gruppi di lavoro psicologico per gli orfani e le vedove.

Non Temere i Cambiamenti

Manuale di autotrasformazione positiva


Il timore di cambiare e il forte desiderio di trasformare gli altri per affermare la tua identità sono due forze che ti spingono a trattenere forzatamente l’idea di te stesso, impedendoti di esplorare le tue potenzialità, fino a indurti a manipolare le relazioni personali.
Avrai sentito un amico o un familiare affermare: “Quella persona dovrebbe proprio cambiare!”. Famiglia, amici, amori e rapporti di lavoro: fin dall’infanzia vieni plasmato da persone che, anche se inconsciamente, continuano a proiettare su di te una identità che si radica nel tempo. In questo modo le persone che conosci contribuiscono tutte, in positivo o in negativo, a costruire la tua personalità.
La vera metamorfosi è quella che parte dall’identificazione delle tue resistenze, delle tue paure e arriva a un sincero desiderio di trasformazione. Un sano e vincente cambiamento è una decisione dettata dal tuo vero Io e, come tale, corrisponde sempre a un’evoluzione.
Pascal Neveu esplora questi meccanismi e ti offre le risposte alle domande fondamentali:
  • Chi sono io, qual è la mia reale identità?
  • Quando nasce in me il desiderio di cambiare l’altro?
  • Da dove ha origine la mia paura di cambiare?
  • In che momento arrivo a cambiare per gli altri?
  • L’amore è davvero in grado di trasformare le persone?
  • Dove ha inizio la manipolazione?
  • Come posso evolvere senza tradire me stesso?
INDICE:
Prime parte - Un'identità in costruzione
  • Un'identità da costruire
  • Una costruzione incompiuta
  • Un'identità fragile perchè minacciata
Seconda parte - Quando l'altro vuole cambiarci
  • Il desiderio di cambiare l'altro
  • Cambiare l'altro: a quale scopo?
  • Io ti cambio dunque sono
  • Cambiare con l'aiuto della televisione?
  • Scene di terapia: l'analista e il soggeto in analisi
Terza parte - "E se volgio cambiare io?"
  • "Ho paura di cambiare"
  • "Voglio cambiare per l'altro"
  • "Voglio cambiare anche per me stesso!"
  • Le derive del coaching
  • "Siamo cambiati: possiamo ancora stati insieme?"


http://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__non-temere-cambiamenti.php?pn=4153
Non Temere i Cambiamenti

giovedì 22 novembre 2012

Giuseppe Moscati. Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza





Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rima
nere imperituri, simbolo dell'eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene. 

Giuseppe Moscati






Grazie Filomena, proprio ieri ho rivisto con piacere la fiction dedicata alla sua vita..persona di rara intelligenza e sensibilità! Il mio omeopata è così,ogni incontro con lui è un incontro fra due anime... non senti lo scorrere del tempo, ascolti e ti fai travolgere da tanta pace, consapevolezza ed intelligenza. [...]







venerdì 30 marzo 2012

Ovidio. Crudelitas in animalia est tirocinium crudelitatis contra homines - La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini

I buoi che rifiutano il giogo prendono più bastonate di quelli che si adattano subito all'aratro.
Il cavallo ribelle si rovina la bocca sul duro morso, mentre quello che accetta i finimenti, lo sente meno. Così Amore grava molto più acerbamente e crudelmente su chi non si piega che su chi gli si sottomette.
Publio Ovidio Nasone


"Crudelitas in animalia est tirocinium crudelitatis contra homines."
La crudeltà contro gli animali è apprendistato della crudeltà contro gli umani
Publio Ovidio Nasone
(43 a .c.-17/18 d.c.) - poeta latino

Causa latet, vis est notisima
La causa è nascosta, l'effetto notissimo
Ovidio

Tendiamo sempre verso ciò che è proibito,
e desideriamo quello che ci è negato.
Ovidio

La porta della curia rimane chiusa per i poveri
Ovidio

Se si scuote la fiaccola, la fiamma agitata divampa più forte:
invece se nessuno la scuote, la fiamma muore
Ovidio


L'amore è una milizia: via di qui,
o gente fiacca, ché le sue bandiere
non impugni la mano di chi è vile!
La notte, la tempesta, il lungo andare,
il più crudo dolore, ogni fatica,
attendono chi vuol questa battaglia."
Ovidio, L'arte di amare


Ego nec sine te nec tecum vivere possum
Non riesco a vivere nè con te nè senza di te.
Publius Ovidius Naso, Amores 3.11 b
Ovidio, Gli Amori

Lottano tra loro e tirano il mio debole cuore in opposte direzioni
l’amore e l’odio ma (penso) vince l’amore.
Ti odierò se potro; altrimenti, ti amerò controvoglia:
anche il toro non ama il giogo che porta, eppure porta il giogo che che odia.
Fuggo dalla tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua condotta colpevole,ma amo il tuo corpo.
Così non riesco a vivere nè con te nè senza di te,
e mi sembra di non sapere che cosa voglio davvero.
  Vorrei che tu fossi meno bella o meno impudica:
una bellezza così incantevole non si accorda con costumi corrotti.
Le tue azioni meritano l'odio, il tuo bel viso induce all'amore:
o me infelice, esso è più potente delle tue colpe!
Rispàrmiami, te ne prego, per i diritti del letto che ci unisce,
in nome di tutti gli dèi, che spesso si lasciano ingannare da te,
in nome della tua bellezza, che per me ha potere divino,
in nome dei tuoi occhi, che hanno conquistato i miei!
Comunque ti comporterai, sarai sempre mia; tu scegli soltanto
se vuoi che io ti ami perché anch'io lo desidero, oppure perché vi sono costretto!
Piuttosto alzerei le vele e mi affiderei al soffio dei venti
e vorrei una donna che, s'io non volessi, mi costringesse ad amarla.

Luctantur pectusque leve in contraria tendunt hac amor hac odium, sed, puto, vincit amor. odero, si potero; si non, invitus amabo. nec iuga taurus amat; quae tamen odit, habet. nequitiam fugio -- fugientem forma reducit; aversor morum crimina -- corpus amo. sic ego nec sine te nec tecum vivere possum, et videor voti nescius esse mei. aut formosa fores minus, aut minus inproba, vellem; non facit ad mores tam bona forma malos. facta merent odium, facies exorat amorem -- me miserum, vitiis plus valet illa suis! Parce, per o lecti socialia iura, per omnis qui dant fallendos se tibi saepe deos, perque tuam faciem, magni mihi numinis instar, perque tuos oculos, qui rapuere meos! quidquid eris, mea semper eris; tu selige tantum, me quoque velle velis, anne coactus amem! lintea dem potius ventisque ferentibus utar, ut, quam, si nolim, cogar amare, velim.





"Corri più piano, ti prego, rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano". Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa allo spasimo, Dafne si rivolge alle correnti del Peneo: «Aiutami, padre», dice.
«Se voi fiumi avete qualche potere,dissolvi, mutandole, queste mie fattezze.
"Allora un torpore profondo pervade le sue membra,il petto morbido si fascia di fibre sottili,
i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;
i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici, il volto svanisce in una chioma.
Ovidio, Le Metamorfosi


L'anno si snoda in quattro stagioni diverse, come se cercasse d'imitare la nostra vita. Tenero, come un bambino che succhi ancora il latte, è l'anno a primavera: allora l'erba fresca e ancora elastica è turgida, morbida, e incanta di speranze i contadini; allora tutto fiorisce e del colore dei fiori sorride la campagna in sboccio, ma nelle fronde ancora non c'è forza. Dopo primavera, l'anno invigorito si trasforma in estate crescendo in baldo giovane: non c'è infatti stagione più robusta, stagione più feconda o ardente dell'estate. E viene l'autunno che, perduto il fervore della giovinezza, è maturo e mite, giusto in equilibrio fra un giovane e un vecchio, con qualche capello bianco sparso sulle tempie. Infine con passo incerto, senile e squallido, giunge l'inverno, spoglio dei suoi capelli o, se qualcuno gliene rimane, canuto. Anche il nostro corpo si modifica senza sosta, continuamente, e domani più non saremo ciò che siamo stati o che siamo.
Publio Ovidio Nasone, Metamorphoseon


Prima del mare e della terra e del cielo che tutto ricopre, unico e indistinto era l'aspetto della natura in tutto l'universo, e lo dissero Caos, mole informe e confusa, nient'altro che peso inerte, ammasso di germi discordi di cose mal combinate. Nessun Titano ancora donava al mondo la luce, né Febe ricolmava crescendo la sua falce, né la terra, creato il proprio equilibrio, stava immersa e sospesa nell'aria, né Anfitrite aveva proteso le braccia a ricingere i lunghi orli della terraferma. E per quanto lì ci fosse la terra, e il mare, e l'aria priva di luce: nulla riusciva a mantenere la sua forma, ogni cosa contrastava le altre, poiché nello stesso corpo il freddo lottava col caldo, l'umido con l'asciutto, il molle col duro, il peso con l'assenza di peso
Ovidio, Le metamorfosi


Presi un pugno di sabbia e glielo porsi, scioccamente chiedendo un anno di vita per ogni granello; mi scordai di chiedere che fossero anni di giovinezza.
Ovidio, Le metamorfosi


Apollo l'ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo della ninfa; ne bacia i rami, ma l'albero sembra ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così le dice:
"Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai almeno l'albero mio: 
di te sempre, o lauro, saranno ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra"
Ovidio, Le metamorfosi.  I, 555-559

«Astenetevi, o mortali, dal contaminarvi il corpo con pietanze empie
Ci sono i cereali, ci sono i frutti che piegano con il loro peso i rami, grappoli d’uva turgidi sulle viti. Ci sono verdure deliziose, ce n’è di quelle che si possono rendere più buone con la cottura. E nessuno vi proibisce il latte, e il miele che profuma di timo. La terra generosa vi fornisce ogni ben di dio e vi offre banchetti senza bisogno di uccisioni e di sangue.
Ah, che delitto enorme è cacciare visceri nei visceri, ingrassare il corpo ingordo stipandovi dentro un altro corpo, vivere della morte di un altro essere vivente!
In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele povere carni piagate, facendo il verso col muso ai Ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?»
Ovidio, Le metamorfosi, XV, 75-95

Ermafrodito, come è stato chiamato, che era nato da Ermes e di Afrodite e ha ricevuto un nome che è una combinazione di quelli di entrambi i genitori. Alcuni dicono che questo è un dio e appare in certi momenti tra gli uomini, e che egli è nato con un corpo fisico che è una combinazione di quella di un uomo e quella di una donna, in quanto egli ha un corpo che è bello e delicato come quello di una donna, ma ha la qualità maschile e il vigore di un uomo.
Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi libro IV

Figlio di Hermes e Afrodite, Ermafrodito è un bellissimo giovane dai lunghi capelli ("aveva un aspetto così bello che potevano esservi riconosciuti il padre e la madre; persino il nome era tratto dai loro") di cui si innamora follemente la ninfa Salmace ("vide il ragazzo e, alla sua vista, decise di averlo"). Respinta ("un rossore si diffuse in volto al ragazzo -non sa cosa sia l'amore- Smettila! -urlò- altrimenti me ne vado e ti abbandono qui!"), la ninfa gli tende un agguato sulla riva del laghetto in cui il giovane, nudo, si bagna ("e allora, ammirata, s'infiamma di desiderio per quella nuda bellezza! Di fiamma le si accendono gli occhi... ormai smania d'abbracciarlo, ormai fuori di sé non può frenarsi"). Posseduta dal furore della passione erotica, lo assale ("Ho vinto! E' mio!"), ingaggia con lui una lotta corpo a corpo ("afferra l'adolescente che si dibatte e a viva forza gli strappa baci, lo accarezza sotto il ventre, gli palpa il petto"), gli si avvinghia stretta e supplica gli dèi di non venirne mai separata ("Dibattiti, dibattiti, tanto, infame, non mi sfuggirai! Fate che mai venga il giorno, o dèi, che da me lui si stacchi ed io da lui!"). Gli dèi accolgono la sua implorazione e da quel momento Ermafrodito sarà nel corpo e nell'anima un unico essere maschile e femminile ("così, quando le loro membra si fusero in quel tenace abbraccio, non furono più due, ma un essere doppio che femmina non è o giovinetto, che ha l'aspetto di entrambi e di nessuno dei due").
Ovidio, Metamorfosi, IV, 46-47


E, disgustato dai vizi che la natura
diede in così gran numero all’indole femminile, visse a lungo
celibe senza moglie, senza compagna di letto.
Nel frattempo scolpì con arte mirabile
il candido avorio, e gli diede una forma con cui non può nascere
nessuna donna, e s’innamorò della sua opera:
l’aspetto è quello di una ragazza vera, e si crederebbe
che sia viva e voglia muoversi, salvo il pudore;
a tal punto l’arte nasconde l’arte. La guarda
e si consuma d’amore per il corpo finto.
Spesso avvicina le mani per tastare se sia
carne o avorio, e neanche allora si persuade che è avorio.
La bacia e crede di essere a sua volta baciato,
le parla, la tocca e crede che le sue dita
s’imprimano sulle membra, teme che restino lividi.
Ora usa blandizie, ora i regali che piacciono
alle ragazze, conchiglie e pietruzze lisce,
uccellini e fiori di mille colori,
gigli, palline colorate e le lacrime
delle Eliadi cadute dall’albero; veste la statua,
le mette anelli alle dita, lunghi monili al collo,
perle alle orecchie e pendenti sul petto:
tutto le sta bene, ma nuda non è meno bella.
La mette in un letto coperto di porpora,
la chiama sua compagna, le adagia il capo
sulle morbide piume, come potesse sentirle.
Era venuto il giorno della festa di Venere,
celebrata in tutta Cipro, e le giovenche dalle ampie corna dorate
erano cadute, colpite nel candido collo;
fumavano gli incensi e Pigmalione, compiute
le offerte, rimase in piedi e disse con voce esitante:
«Se voi potete tutto, fate che sia mia moglie», e non osò dire
“la ragazza d’avorio”, ma disse «qualcuna che le somigli».
Ma l’aurea Venere, che era presente alla sua festa,
capì il vero senso della preghiera, ed in segno
del suo favore la fiamma si accese tre volte e guizzò la punta nell’aria.
Tornato a casa, andò dalla statua della sua ragazza,
si gettò sul letto a baciarla, e gli parve che si riscaldasse.
Di nuovo la bacia, le tocca il petto,
e l’avorio toccato s’ammorbidisce dalla sua durezza
e cede alle dita come la cera d’Imetto
s’ammorbidisce al sole e, trattata dal pollice,
assume moltissime forme e con l’uso diventa usabile.
Mentre stupisce e gode, ma la sua gioia è dubbiosa, temendo l’inganno,
l’innamorato tocca e ritocca l’oggetto del suo desiderio.
Era davvero un corpo: le vene toccate pulsavano.
Allora l’eroe di Pafo pensò le parole più piene
per rendere grazie alla dea, e intanto con le sue labbra
preme quelle altre labbra finalmente vere, e la ragazza
sentì i baci e arrossì e, sollevando alla luce
gli occhi timidi, vide insieme il cielo e l’amante.
La dea fu presente alle nozze che aveva volute,
e quando la luna fu piena per la nona volta,
partorì Pafo, da cui l’isola ebbe il suo nome.
Ovidio, Metamorfosi X, 243-297



Da chi avete imparato ad amare, ora imparate a guarire.
Ovidio, da Rimedi dell’amore


Giove dall'alto sorride degli spergiuri degli amanti e
lascia che i venti di Eolo se li portino via  senza effetto.
Ovidio, Ars amatoria, I, 633-634


"Lottano fra loro e straziano il mio debole cuore l’amore e l’odio: e so che vincerà l’amore.
Ti odierò se potrò, altrimenti, ti amerò mio malgrado.
Anche il toro non ama il giogo, eppure ne è schiavo.
Fuggo la tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua malizia, ma amo il tuo corpo.
E quindi non riesco a vivere, né con te, né senza di te.
E non capisco cosa voglio davvero.”
Publio Ovidio Nasone,43 a.C./18 d.C, "Amores"


Nella vita ci sono, abbiamo sempre gli opposti;
ciò che ci allontana e avvicina, schiavizza e libera,
ci addolora e guarisce, ci insegue e ci abbandona,
ci vuole liberi e al tempo stesso dimoranti
Publio Ovidio Nasone



.......Un dolce sonno si insinuò di nascosto negli occhi vinti, e la mano, ormai languida, le cadde dal mento. Marte la vede, desidera colei che ha visto e prende colei che ha desiderato, e con divino inganno le cela il furto d'amore. Se ne va nel sonno, lei giace gravida. Ormai nelle sue viscere era il fondatore di Roma.
Ovidio, Fasti III 11-24. Trad. Carandini



ARACNE TRASFORMATA IN RAGNO DA MINERVA
“Aracne, fanciulla d'umili origini nativa della Lidia, tesseva tele mirabilmente e le ricamava con l'ago in modo splendido. Un giorno Aracne, con gran superbia in pubblico s'era paragonata a Minerva, dea delle arti. Allora la dea, saputolo, si recò in Lidia dalla giovinetta in sembianze d'una vecchia e l'ammonì: "Nessuna delle mortali ti supera nell'arte del tessere, ma certamente non sei all'altezza di Minerva!". Ma Aracne rispose arrogantemente a Minerva "Le mie tele sono meravigliose; neppure la dea Minerva supera la mia perizia". Allora la dea adirata cancellò da sè le sembianze senili, si rivelò e disse "Scellerata, quando sperimenterai il castigo per la tua superbia, invano invocherai il mio perdono! Sempre penderai da un filo, trarrai fili in giù e tesserai in eterno!" e subito trasformò in ragno la misera ragazza”.
Ovidio



In quel giorno è anche consuetudine che la Vestale getti dal ponte
di quercia immagini di vecchi uomini fatte di giunchi.
Chi crede che fossero davvero immolati in tal modo uomini
di più di sessant'anni, accusa gli avi di una colpa scellerata.
E' di antica tradizione, quando la terra fu chiamata Saturnia,
che il fatidico Giove abbia detto queste parole:
"Gettate nelle acque del Tosco fiume due del popolo
in qualità di sacrificio al vecchio portatore di falce"
Finché il Tirinzio venne in questi campi, ogni anno
l'atroce rito fu compiuto così, come a Leucade*:
ma egli gettò nel fiume, invece di Quiriti, fantocci di paglia:
seguendo l'esempio di Ercole si gettano corpi finti.
Alcuni ritengono che i giovani precipitassero dai ponti
i vecchi ammalati per essere soli a votare.
Ma tu, o Tevere, rivela la verità…
Ovidio,  Fasti, V, 620 ss.

*Leucade: isola e città omonima sulle coste occidentali della Grecia.






Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-1625, 
Roma, Galleria Borghese, marmo, cm 243


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