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lunedì 27 marzo 2017

Danton. incarnò l’amore, la generosità, la moderazione e la tolleranza, soprattutto negli anni del Terrore che. a differenza del suo quasi coetaneo Robespierre. egli considerò sempre e soltanto come un’emergenza provvisoria.

IL GIOVANE DANTON, BOHÉMIEN E RIVOLUZIONARIO
di Giancarlo Ferraris - 1 giugno 2016 

Personaggio irruento e sbrigativo, la sua formazione giovanile è ispirata tuttavia a principi squisitamente illuministici: cambiare la società senza fare piazza pulita del passato, rispettando la natura umana e soprattutto la libertà di coscienza. [...]


La vita a Parigi.
[...] Nella Francia del XVIII secolo il matrimonio era uno dei modi migliori per sistemarsi, ma l’operazione, se così la si può definire, non era affatto agevole dal momento che essa, perlomeno dalla parte maschile, presupponeva o nobiltà di nascita o influenza sociale o il possesso di una carica pubblica da proporre alla parte femminile, per la quale la cosa era, comunque, più agevole, essendo limitata al possesso di una dote più o meno sostanziosa.
Jérôme-François Charpentier non aveva pregiudizi nei confronti del corteggiatore di sua figlia anzi si preoccupò che il suo futuro genero non andasse alla ricerca di cause da discutere, ma trovasse una sistemazione stabile attraverso l’acquisto – la prassi era perfettamente legale nella Francia dell’ancien régime – di una carica pubblica, utilizzando il denaro della dote di Antoinette-Gabrielle e le poche risorse finanziarie di cui lo stesso Georges Jacques, pur magari chiedendole ai parenti di Arcis-sur-Aube, aveva comunque disponibilità. Fu così che il 29 marzo 1787 Georges Jacques comperò la carica di avvocato del Consiglio del Re dall’avvocato Huet de Paisy pagandola settantottomila lire, somma ottenuta mettendo insieme parte del denaro della dote di Antoinette-Gabrielle, i soldi chiesti in prestito ai parenti e quelli datagli da mademoiselle Duhauttoir originaria di Troyes e amante dello stesso avvocato Huet. Nel giugno Georges Jacques e Antoinette-Gabrielle si sposarono nella Chiesa di Saint-Germain-l’Auxerrois. Fu, da quello che sappiamo, un matrimonio d’amore allietato dalla nascita di tre figli: François (1788-1789), Antoine (1790-1858) e François Georges (1792-1848).

Gli avvocati del Consiglio del Re erano una corporazione di professionisti della legge che presentavano le cause direttamente al sovrano, oltre a consigliarlo nelle sue decisioni, oppure ad organismi delegati. L’appartenenza ad esso, che presupponeva anche una buona conoscenza dei meccanismi che regolavano l’amministrazione del Regno di Francia, era di per sé un prestigio considerando gli stretti rapporti che lo legavano alla Corte di Versailles. I colleghi di Georges Jacques rifiutavano quasi tutti le nuove idee che si andavano sempre più diffondendo e che lo stesso Georges Jacques sentiva invece come proprie. Il Consiglio decise di metterlo alla prova, chiedendogli di tenere un discorso in latino su un tema ben preciso: La situazione politica e morale della Francia nei sui rapporti con la giustizia. Il giovane provinciale, consapevole che la richiesta celava un inganno, si mantenne cauto, impressionando i colleghi per la sua padronanza della lingua latina, ma segnalando nello stesso tempo la necessità di tassare la nobiltà e il clero per far fronte alla gravissima situazione finanziaria e contenere il malcontento popolare. Il discorso rivela, oltre all’innata tempra rivoluzionaria di Georges Jacques, anche il fatto che egli avesse compreso il bisogno, per la salvezza della Francia, di ministri riformatori capaci di accostarsi al popolo e di aggirare, al tempo stesso, l’opposizione della nobiltà e del clero.

Dopo aver aperto un nuovo studio legale nella Cour du Commerce-Saint-André nel quartiere parigino de la Monnaie, Georges Jacques, in considerazione dell’estrazione aristocratica della sua clientela, iniziò a firmarsi D’Anton, come se fosse anch’egli un nobile, mantenendo questo vezzo fino a quando la Rivoluzione non iniziò a radicalizzarsi fortemente. 

In coincidenza con l’apertura del nuovo studio Georges Jacques, insieme alla novella sposa Antoinette-Gabrielle, andò ad abitare in Rue des Cordelieres affittando, nonostante la non leggera situazione debitoria, un appartamento composto da sala da pranzo, due salotti e tre camere da letto, convinto che la sua nuova situazione professionale richiedesse una dimora adeguata. [...]

I prodromi della Rivoluzione.
[...] Nei mesi precedenti la presa della Bastiglia (14 luglio 1789) una grande folla di parigini si recava ogni giorno al Palais-Royal, dove chiunque poteva salire su un tavolo e tenere un discorso pubblico. Georges Jacques comprese subito che aveva la possibilità di sfruttare appieno il suo fisico caratteristico ed imponente, la sua voce profonda e stentorea, il suo stesso spirito da bohémien che lo avvicinava, almeno in parte, alle condizioni della gente a cui si rivolgeva: i suoi frequenti sermoni suscitarono, infatti, sempre applausi scroscianti. Alla vigilia dell’evento che doveva trasformare la Francia, Georges Jacques fu però colpito da un lutto dolorosissimo: la morte del figlio François. Il piccolo fu seppellito ad Arcis-sur-Aube, dove lo stesso Georges Jacques si trattenne per alcune settimane. Ritornò poi a Parigi, per buttarsi a capofitto nella Rivoluzione durante la quale, nonostante la sua grande albagia e la sua immensa venalità, incarnò l’amore, la generosità, la moderazione e la tolleranza, soprattutto negli anni del Terrore che. a differenza del suo quasi coetaneo Robespierre. egli considerò sempre e soltanto come un’emergenza provvisoria. E il suo carattere ardente e spavaldo emerse anche il 5 aprile 1794 sul palco della ghigliottina, quando rivolgendosi al boia disse: “Non dimenticare di mostrare la mia testa al popolo: ne vale la pena”.



Per saperne di più

O. Blanc, Portraits de femmes, Paris, 2006
F. Furet – D. Richet, La Rivoluzione francese, trad. it., Bari, 1974
N. Hampson, Danton, il tribuno del popolo, trad. it., Milano, 1983
La Reveu des Deux Mondes, 1° settembre 1962
D. Lawday, Danton, Paris, 2012
L. Madelin, Danton, trad. it., Milano, 1934
A. Mathiez, Autour de Danton, Paris, 1926
J. Michelet, Histoire de la Révolution française, Paris, 1979, vol. I
J. F. E. Robinet, Danton, mémorie sur sa vie privée, Paris, 1865
A. Roussellin de Saint-Albin, Fragments Historiques, Paris, 1873
A. Soboul, “Danton” in I Protagonisti della Storia Universale. La Rivoluzione francese e il periodo napoleonico, trad. it., Milano, 1968, vol. VIII
G. Walter, “Table Analytique – Personnages” in J. Michelet, Histoire de la Révolution française, Paris, 1952, vol. II
H. Wendel, Danton, trad. it. Milano, 1931
C. Wolikow, “Danton Georges Jacques” in Dictionnaire Historique de la Révolution française, Paris, 2005, vol. II


http://www.storiain.net/storia/il-giovane-danton-bohemien-e-rivoluzionario/

domenica 26 marzo 2017

L’invenzione del soldato cittadino. Wolfgang Goethe, testimone della vittoria francese a Valmy il 20 settembre 1792, disse di aver visto aprirsi “una nuova era della storia del Mondo”. Lo scrittore tedesco aveva capito che i popoli sarebbero stati gli attori della storia. Anche il modo di condurre la guerra ne sarebbe uscito trasformato.

LA RIVOLUZIONE SCONVOLGE L’ARTE DELLA GUERRA.

L’invenzione del soldato cittadino.
Wolfgang Goethe, testimone della vittoria francese a Valmy il 20 settembre 1792, disse di aver visto aprirsi “una nuova era della storia del Mondo”. Lo scrittore tedesco aveva capito che i popoli sarebbero stati gli attori della storia. Anche il modo di condurre la guerra ne sarebbe uscito trasformato.

Il 20 settembre 1792, il migliore esercito d’Europa, quello prussiano, composto da soldati contadini che dovevano allo Stato da due a tre mesi di servizio all’anno, viene sconfitto da un’armata eterogenea composta da volontari senza grande esperienza e da militari professionisti. Al culmine del cannoneggiamento prussiano il generale François Etienne Kellermann, per galvanizzare i Francesi, brandisce il cappello sulla punta della spada e urla: “Viva la Nazione!”. Un grido che viene ripreso dai 45 mila soldati, seguito a sua volta da una vibrante Marsigliese. Impressionato dalla determinazione dei suoi avversari, il feldmaresciallo duca Carlo Guglielmo Ferdinando di Brunswick Wolfenbuttel decide di ordinare la ritirata.

Al di là dell’aneddoto, è necessario cogliere da questo evento ciò che sta cambiando nel rapporto che il soldato intrattiene con l’esercito e la guerra. Fino al 1789 in Francia, il soldato è un mercenario, un uomo che riceve una paga (il soldo, da cui deriva il termine di soldato) per combattere. Anche se esistono già delle forme di servizio militare (la milizia), queste ultime non sono permanenti e, in linea di massima, i miliziani vengono impiegati per la difesa del territorio. 

L’esercito è, dunque, quello del re. Ed è per servire il re che la nobiltà si disputa per le funzioni di ufficiale. In seno a questo esercito reale il soldato non gode di alcun diritto e vi regna una stretta disciplina. Nel 1789, con la Rivoluzione, la nazione si sostituisce al re come unica detentrice della sovranità. In quanto parte costituente della comunità dei cittadini i Francesi accettano di arruolarsi nell’esercito.

Parallelamente, la conquista dei diritti politici si accompagna alla creazione delle milizie cittadine. Dall’estate del 1789 si moltiplicano le guardie nazionali su tutto il territorio: ogni uomo in grado di usare le armi e in grado di acquistarsi il proprio equipaggiamento, deve assicurare la difesa della comunità di cui fa parte. Le guardie nazionali non sono dei militari in senso stretto del termine, essi svolgono un mestiere, hanno una famiglia e lasciano l’abito civile solo per qualche giorno al mese per manovrare, pattugliare o montare di guardia. E proprio perché cittadini liberi essi hanno il diritto di eleggere i loro ufficiali.

A partire dalla primavera del 1791 le autorità decidono di effettuare una leva di volontari per completare gli effettivi dell’esercito. Si tratta di assicurarsi la fedeltà dell’esercito, nel momento in cui crescono le tensioni fra il re e i fautori della Rivoluzione. I battaglioni di volontari hanno la loro organizzazione, eleggono i loro ufficiali e restano prima di tutto dei cittadini in armi

L’entrata in guerra della Francia nell’aprile 1792 contro l’imperatore d’Austria comporta la creazione di nuovi battaglioni di volontari. Alcuni di essi arrivati da Marsiglia, prendono parte alla presa delle Tuileries, il 10 agosto, combattendo contro le ultime truppe fedeli al re, le guardie svizzere.

E’ questo nuovo esercito, composto da vecchi soldati, da giovani volontari, ma anche da uomini costretti a essere arruolati con il sistema della “leva”, che i generali della Repubblica si trovano a comandare. Truppa spesso piena di brio, animata dallo spirito patriottico e dagli ideali rivoluzionari, ma anche truppa carente di esperienza e di addestramento, senza contare le deficienze nel campo dei rifornimenti. I primi scontri volgono molto spesso in catastrofe, perché di fronte alla traumatica esperienza del fuoco, molti uomini sono colti da panico e molti di questi giovani cittadini accettano di malavoglia di ricevere degli ordini.

Una nuova tattica.
Tuttavia, molto rapidamente, alcuni comandanti comprendono il vantaggio che si può trarre da un tale tipo di reclutamento. Fino a quel momento gli eserciti in battaglia si schieravano su lunghe file di diverse centinaia di metri, al fine di sviluppare al massimo la loro potenza di fuoco. L’addestramento degli uomini consentiva di sostenere un fuoco quasi continuo, attraverso la sostituzione delle file in prima linea mentre le altre provvedevano a ricaricare. 

Gli eserciti rivoluzionari preferiscono la formazione in colonna profonda
In effetti non è più la potenza di fuoco quello che conta, ma l’energia e lo slancio. 
Gli uomini con la baionetta innestata superano, a passo di carica, le poche centinaia di metri che li separano dai loro avversari e li affrontano all’arma bianca. Non viene introdotta nessuna manovra particolare: sono la forza morale e l’entusiasmo a trasformarsi in strumenti vincenti sul campo. Gli uomini sanno per che cosa si battono: la loro patria, ma anche per i loro ideali politici. In un certo modo, la Rivoluzione inventa la guerra ideologica. In questo ambito, le truppe francesi, composte in parte da repubblicani convinti, dispongono di una innegabile superiorità.

Tuttavia, l’ardore dei combattenti non risolve tutto. L’esercito francese trae anche profitto dai grandi mutamenti avvenuti in precedenza. Dalla fine del regno di Luigi XVI numerose riforme avevano contribuito a migliorare il reclutamento e la formazione degli ufficiali, specialmente quelli delle armi dotte (artiglieria e genio). Appaiono allora le prime scuole tecniche, completate nel 1794 dalla Scuola Politecnica. Allo stesso tempo, le truppe beneficiano della migliore artiglieria da campagna dell’epoca, dovuta all’ingegnere Jean-Baptiste Vaquette de Gribeauval, che si era sforzato di standardizzare i materiali e di migliorare la mobilità dei cannoni. La Rivoluzione, mobilitando gli scienziati al servizio dell’esercito, facendo saltare il vincolo della nascita, che vietava agli ufficiali non provenienti dalla nobiltà di raggiungere le più alte funzioni, ha completato questa evoluzione.

Napoleone Bonaparte, proveniente dalla piccola nobiltà, formato presso la Scuola di Artiglieria, a suo tempo legato al personale politico repubblicano, incarna appieno questa nuova aristocrazia guerriera che non avrebbe mai potuto prosperare senza la Rivoluzione. Egli è stato anche e soprattutto l’uomo che ha saputo trarre miglior profitto da questo nuovo strumento militare, basandovi gran parte della sua strategia: movimento, effetto sorpresa, rapidità di concentramento delle truppe in un determinato punto. La Campagna d’Italia del 1796-1797 costituisce, sotto questo punto di vista, un modello di riferimento.

Morire per gli ideali.
Ma la Rivoluzione ha modificato anche il rapporto esistente fra la società e la guerra. 
Infatti, per certi aspetti, ha inventato la prima forma di guerra totale, soprattutto negli anni 1793-1794, quando la Repubblica, minacciata su più fronti, si è sforzata di mobilitare tutte le energie in vista della vittoria, requisendo gli uomini, organizzando una vera e propria economia di guerra, facendo fondere le campane delle chiese per farne dei cannoni, incitando le donne, i ragazzi e gli anziani a fare anch’essi sacrifici per la patria. Così facendo la Rivoluzione ha fatto dell’eroismo guerriero la virtù civica per eccellenza, mentre, nel periodo precedente, solo la nobiltà coltivava i valori della bravura cavalleresca.

Ma la Rivoluzione ha inaugurato anche altre forme di guerra. 
Il nemico, più che uno straniero è un nemico ideologico (gli eserciti francesi pensavano di essere accolti da liberatori nei territori conquistati), colui che si oppone ai valori incarnati dalla Francia rivoluzionaria. Le popolazioni civili, quando si oppongono al potere del vincitore, possono essere scientemente le vittime della violenza militare. In caso contrario, gli eserciti della Rivoluzione e dell’Impero si trovano ad affrontare forme di guerra fino a quel momento sconosciute, soprattutto la guerriglia, poiché le popolazioni si sollevano per adesioni ai rispettivi valori. In Vandea, in Spagna, nel Tirolo e in numerosi altri luoghi, i soldati di una causa devono affrontare combattenti di un’altra causa. Parallelamente, diffondendo i propri valori, la Francia contribuirà a far nascere ovunque sul continente europeo l’idea di nazione. E lo scontro fra i patriottismi costituirà uno dei motori degli antagonismi dei successivi 150 anni.

di Max Trimurti 

Per saperne di più
J.A. Lynn, The Bayonets of the Republic: Motivation and Tactics in the Army of Revolutionary France, 1791-94.
Terry Crowdy, French Revolutionary Infantry 1789-1802, Osprey Publishing, 2004.


http://www.storiain.net/storia/la-rivoluzione-sconvolge-larte-della-guerra/

giovedì 15 settembre 2016

Rivoluzione Francese. H. Taine, uno storico dell’800, usa la metafora dell’uomo che guada un fiume con l’acqua che gli arriva costantemente alla bocca; se incontra una buca o un lieve abbassamento del fondo, comincia a bere, perde la testa e affoga: questa era la condizione del 90% dei francesi nelle annate di carestia, nei periodi di disoccupazione e del rincaro dei prezzi dei prodotti di prima necessità.

LA VIOLENZA NELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
 Questa lezione è stata tenuta alle classi quarte del liceo scientifico e linguistico dello “Stefanini” di Venezia-Mestre nel maggio del 1987.


La violenza dei gruppi dirigenti, la violenza delle masse popolari nella rivoluzione francese:
un problema di interpretazione

Introduzione
È necessario richiamare preliminarmente tre brevi riflessioni:
·      sul concetto di rivoluzione
·      sul concetto di violenza
·      sul dibattito storiografico sulla rivoluzione francese

1.    Nel concetto di “rivoluzione” io penso che vivano insieme due elementi importanti: 
l’idea di una violenza popolare che fuoriesce dalla legalità preesistente e l’idea di ri-creare, di re-istituire, di ri-fondare la legittimità del sociale, di una vita collettiva secondo regole nuove. In questo la rivoluzione di Francia si distingue profondamente dagli esempi precedenti inglesi ed americano: è o pretende di essere universale; è il primo tentativo di voler re-istituire il sociale a partire da se stesso, cioè senza alcun ricorso ad una legittimità trascendente, divina. La rivoluzione francese è l’atto attraverso il quale il popolo decide di non avere altre istituzioni che a partire dalla propria sovranità.

2.    In questa breve lezione noi insisteremo solo sul primo punto, quello della violenza, e cercheremo di chiarirlo da un punto di vista rigorosamente storico e non politico. Non ci interesserà perciò parlare della violenza in senso diacronico, dalle rivoluzioni d’ancien régime alle rivoluzioni superideologizzate del ‘900, e pensare a quanto la storia sia debitrice agli avvenimenti traumatici, sanguinari, brutalmente sovversivi come mezzi per trasformare il mondo. È questo un tema importante e delicato ma non è il punto che noi approfondiremo. Magari ci ritorneremo con gli studi del prossimo anno, alla luce dei mutamenti culturali e strutturali che l’800 e il ‘900 apporteranno a queste vicende. Ci interessa, invece, parlare degli avvenimenti intercorsi tra il 1789 e il 1796 e capirne alcuni aspetti particolari, cronologicamente e geograficamente delimitati.

3. Il contesto è quello delle rivoluzioni di Francia. 
Conoscete le linee essenziali del dibattito storiografico che si è sviluppato al riguardo: essere quella di Francia una rivoluzione borghese che proclamando e realizzando le libertà (di parola, di stampa, di partecipazione politica, di impresa, di commercio) apre la strada al capitalismo e alla democrazia moderna, o invece – poiché la borghesia francese era in larghissima parte precapitalista (fatta di avvocati, legisti, funzionari), più matura intellettualmente che economicamente – sostenere che in Francia ci furono tre rivoluzioni autonome e simultanee: quella dei deputati del Terzo agli Stati Generali, quella delle municipalità cittadine, quella dei contadini. E sapete anche quanto è ricco e controverso questo dibattito, e come è ancora aperto in sede di ricerca. In un saggio del 1968, Ordinamento politico e mutamento sociale, il politologo Samuel Huntington osservava che le rivoluzioni non vengono mai fatte dai poveri ma da militanti dei ceti medi urbani in ascesa sociale, le cui speranze e aspettative sono frustrate dal sistema istituzionale e politico esistente. Questo tipo di esponenti della classe media non riesce mai a portare a termine la rivoluzione se non stabilisce un collegamento con le masse proletarie cittadine (in questo caso i sanculotti) e con i contadini.

4.    Il nostro contributo è molto più piccolo. 
Parleremo della violenza, la violenza dei gruppi dirigenti – colti ed intellettuali – che nasce da matrice illuministica, che s’affida all’uso privilegiato della ragione e all’abilità oratoria del discorso, che razionalmente critica e distrugge la vecchia società, che intellettualmente progetta un nuovo mondo, che ideologicamente usa lo Stato e il suo potere per eliminare i nemici, far trionfare il bene e difendere la rivoluzione.

E parleremo della violenza delle masse popolari – analfabete e con istruzione primitiva – che nasce da matrici religiose antiche e da tradizioni ancestrali, che s’affida alla spontaneità e alle spinte immediate, che emotivamente vuol fare tabula rasa della vecchia società, che sogna un nuovo mondo fatto di speranze, di illusioni, di sfruttamenti finalmente finiti, di fami antiche ora saziate, che usa il potere sia per vendicarsi delle ingiustizie subite per secoli, sia per illudersi che è possibile cambiare.

Nelle rivoluzioni di Francia questi due movimenti profondi della società si incontrano e si alleano per un breve tempo e producono un’accelerazione trascinante della storia.

Ecco, la violenza si presenta con questo duplice aspetto:
·      intellettuale, si lega alla filosofia dei Lumi e della Ragione
·      popolare, si lega a matrici di millenarismo cristiano, a simbologie religiose e a tradizioni popolari.

Partiamo da un dato documentato che ci evita ipocrite sorprese.
Era il ‘700 un secolo profondamente contraddittorio: si leggeva Diderot, Voltaire, l’Enciclopedia, Rousseau (in pochissimi) ma nelle città gli impiccati restavano esposti per mesi a titolo d’esempio, e a Parigi nel 1757 un regicida mancato (una pugnalata a Luigi XV) era stato squartato in quattro parti in piazza. La vita quotidiana era tutta violenta: nei romanzi è descritto il sangue per le strade, gli omicidi, le risse, i passanti schiacciati dalle carrozze, le torture e le pubbliche esecuzioni. La violenza aveva perciò, inconfondibilmente, un doppio aspetto: era repressione dello Stato e della società dominante e privilegiata nei confronti delle minacce dei criminali e dei ceti poveri; era sovversione dei ceti esclusi contro una società ricca, arrogante e chiusa nei suoi privilegi. E non dimentichiamo, infine, il contesto di un’economia precaria e povera per le grandi masse affamate. H. Taine, uno storico dell’800, usa la metafora dell’uomo che guada un fiume con l’acqua che gli arriva costantemente alla bocca; se incontra una buca o un lieve abbassamento del fondo, comincia a bere, perde la testa e affoga: questa era la condizione del 90% dei francesi nelle annate di carestia, nei periodi di disoccupazione e del rincaro dei prezzi dei prodotti di prima necessità.

Franca Zanoni ci parlerà della violenza dei gruppi dirigenti (F. Furet). 
Michela Carraro analizzerà il fenomeno nell’immaginario e nella pratica delle masse popolari (M. Vovelle)

Conclusione

1.     Il ruolo centrale degli intellettuali nel processo di modernizzazione.
Essi hanno un doppio orizzonte di riferimento: il contesto mondiale dello sviluppo (la rivoluzione atlantica), il cosmopolitismo, le tipologie del giornalista-filosofo-capo politico, la società nazionale, il popolo, che solo attraverso la loro mediazione riesce ad esprimere tutto il peso delle tradizioni localistiche, il folk.
La violenza ha matrice colta, la ragione critica, il tribunale della ragione.

2-L’autonomia delle masse popolari. La tipologia della folla. Giornate di miseria, a dominante socio-economica: 1789, incendio dei caselli del dazio e della fabbrica di carta da parati. 1792-1793, saccheggio di forni e drogherie; alta percentuale di salariati e garzoni di bottega, molte donne, 30 anni, 2/3 di alfabeti, scarsi i disoccupati e i pregiudicati.
Giornate in cui si afferma una prima coscienza politica:
1789, la Bastiglia. Artigiani e commercianti, 34 anni, 77% padri di famiglia.
1792, 10 agosto. Artigiani e commercianti (60%), dipendenti (40%); 37 anni, tutti alfabeti.
La frequenza sociale nelle sezioni parigine: 50% di commercianti e artigiani, 30% di borghesi, 20% di salariati; 40 anni, 65%di sposati e padri di famiglia.

3.     La forma-partito dei giacobini.
Partiamo da un giudizio di Gramsci: “Essi si imposero alla borghesia francese. Uomini energici e risoluti, essi spinsero a calci in avanti la borghesia riluttante, moderata, “corporativa”. Essi allargarono la politica di alleanze della borghesia alle classi popolari per creare un rapporto politico-militare favorevole alla rivoluzione, per salvarla dalla reazione. Essi fecero della borghesia la classe dominante, dirigente, egemone. Essi crearono lo Stato borghese, la compatta nazione moderna, l’unione fra Stato e popolo.
Essi fecero la rivoluzione “attiva”.

Alcuni dicono: lo spirito giacobino è stato un seme che ha fruttificato nell’800 e ‘900, tutte le volte che un partito politico si è organizzato sulla base dell’ideologia e, ritenendo di possedere la verità e di avere il dovere di farla prevalere, ha operato una tecnica di manipolazione politica capace di influenzare le masse e di conquistare il potere. v. le affinità, anche sbandierate, tra giacobinismo e bolscevismo…
È un tema d’analisi interessante. Ma la storia a noi è sembrata più complessa.
La società francese prima della rivoluzione era una polveriera. In Francia non c’erano state le riforme dell’assolutismo illuminato. La borghesia era cresciuta molto culturalmente e in ricchezza ma era compressa politicamente e socialmente.
L’azione di governo dei giacobini fu più moderata e realistica dei loro discorsi, e spesso fu obbligata dalle circostanze. È comunque un problema aperto e solcato da molte contraddizioni. La rivoluzione non è tanto la crisi in sé quanto piuttosto l’uscita dalla crisi, la risoluzione del conflitto tra la vecchia società e la nuova, una vecchia che non vuole morire, la nuova che stenta a nascere.
Nei giacobini quello che affascina, al di là di tutto, è il credere che fosse sufficiente la razionalità per ordinare e regolare la realtà di Francia. Una triade Ragione / Rivoluzione / Progetto di cambiamento. Ma poi il dover constatare che la società è più varia, contraddittoria, complessa, disgregata e vitale di quanto la ragione e l’ideologia possano concepire (v. le ultime parole di Robespierre alla Convenzione il 26 luglio 1794, il giorno prima del colpo di stato di Termidoro) (art. di L. Villari).


                                                                       Prof. Gennaro Cucciniello

Mestre, aprile 1987

http://www.gennarocucciniello.it/gc/la-violenza-nella-rivoluzione-francese/

Rivoluzione Francese


"Sola fra tutte le rivoluzioni contemporanee, quella francese fu una rivoluzione ecumenica. I suoi eserciti si levarono per rivoluzionare il mondo; le sue idee lo rivoluzionarono veramente. [...] La sua influenza indiretta è universale, perché fornì il modello a tutti i movimenti rivoluzionari successivi, e i suoi insegnamenti - interpretati da un punto di vista particolare - sono contenuti nel socialismo e nel comunismo moderno." 
E. J. Hobsbawm

Questa citazione riassume in poche righe, 10 anni di storia francese. Dal punto di vista cronologico è posteriore alle battaglie americane, ma è importante notare l'enorme influenza che ha esercitato sull'Europa intera. Nonostante il suo fallimento, è diventata il modello di riferimento per giudicare le rivoluzioni.


Cause
Prima del 1789, la Francia era una monarchia assoluta legata alla tradizione medioevale. 
Il Re, fiancheggiato dal clero e dalla ricca nobiltà, deteneva i tre poteri. Lo stato era incapace di adeguarsi ai mutamenti in atto e opprimeva le masse, ormai vessate da sgravi fiscali. L'invio di truppe e rifornimenti per sostenere gli Americani in lotta contro gli Inglesi aggravò la pesante situazione economica francese già in crisi perché vincolata all'agricoltura. La tassazione nei confronti dei contadini aveva raggiunto il limite di sopportazione, già minato dagli esosi oneri signorili ricollegati ad un antico sistema feudale. Il peggioramento inesorabile della condizione contadina fu anche dovuto alla crisi che sconvolse la produzione cerealicola del 1787 a causa di disastri meteorologici. I tenui tentativi del sovrano Luigi XVI di riformare il sistema fiscale, altamente squilibrato, vennero contrastati dal clero e dai nobili in quanto avrebbero dovuto rinunciare a buona parte delle loro ricchezze e dei loro privilegi. Le proposte del ministro delle finanze Necker puntavano infatti a limitare la classe dirigente e ciò gli costò la carica. Egli aveva tentato di attuare un prelievo fiscale più equo coinvolgendo le classi ricche e una riduzione degli sprechi attraverso tagli delle spese. Inoltre, le idee illuministiche si erano ormai diffuse in tutta Europa proponendo un atteggiamento fortemente antitradizionalista, nutrito dalla convinzione che il passato, in particolare il Medioevo, coincidesse con l'età dell'ingiustizia, del sopruso, della superstizione e dell'ignoranza. [...]

Obiettivi
La rivoluzione francese è stata guidata dalla media borghesia che sfruttò la forza delle masse contadine, prive di grandi obiettivi rivoluzionari, per raggiungere i propri scopi. Il principale obiettivo della borghesia era l'ammodernamento attraverso il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Un passaggio verso uno stato formato da classi determinate in base al patrimonio e non in base alla nascita.  [...] 
Fin dall'Assemblea Nazionale, poi costituente con l'aggiunta di membri aristocratici, venne stilata la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" che fissò gli ideali rivoluzionari nel motto: "Libertè, Egalitè, Fraternitè". [...]
Per raggiungere ciò, l'Assemblea abolì il regime feudale eliminando le corvèes e le decime, in un processo atto a colpire l'aristocrazia ed il clero.
Gli "assegnati" sono stati una soluzione al problema economico perché, oltre a limitare direttamente la ricchezza della Chiesa, hanno portato altro denaro nelle bisognose casse dello stato. Perciò, come scopo troviamo una lotta, spinta anche da uno spirito illuminista basato sulla razionalità, contro lo strapotere della Chiesa francese. [...] La genesi di una monarchia costituzionale sembrò porre termine alla rivoluzione, ma non fu così perché sia il sovrano insoddisfatto dei poteri limitati, sia i radicali giacobini desiderosi di partecipare attivamente alla politica minarono la precaria stabilità ottenuta dalla borghesia. [...]
La rivoluzione ha anche come obiettivo la rivoluzione stessa. Nella costituzione del 1793, verrà fissato uno dei principi che la legittimerà pienamente. L'Articolo 35 recita: "Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è, per il popolo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere". Questo articolo rappresenta la volontà dei francesi di ribellarsi a ogni forma di oppressione e quindi giustificare gli sconvolgimenti rivoluzionari. [...]
o. Il terrore risulta allora come la conseguenza di un potere che in nome di obbiettivi elevati non riconosce limite legittimo al proprio operato. Perché si possano giustificare atti di grande violenza sono necessarie condizioni gravissime. Torniamo allora al paradosso che da buoni propositi si possa giungere ad azioni delittuose. 

http://historica.altervista.org/pagine/rivfra.html


L'ultima lettera di Maria Antonietta. Maria Antonietta è forse più famosa per la risposta -che pare non abbia mai detto- alla frase "il popolo è affamato"!: 'date loro da mangire le brioche!'.

L'ultima lettera di Maria Antonietta.
Maria Antonietta è forse più famosa per la risposta -che pare non abbia mai detto- alla frase "il popolo è affamato"!:
'date loro da mangire le brioche!'.

E' in questo giorno nel 1793, la regina di Francia fu ghigliottinata 10 mesi dopo che il marito aveva subito la stessa sorte.

Lei è stato processata dal Tribunale Rivoluzionario il 14 ottobre, ed  è stata accusato di molte cose, tra cui incesto con il proprio figlio. Lei rispose a questa accusa con: "se non ho risposto, è perché la natura stessa si rifiuta di rispondere ad una tale accusa contro una madre."

E' stata dichiarata colpevole nel primo mattino del 16 ottobre.
Lo stesso giorno ha scritto una lettera d'addio alla sorella.

Questa è una traduzione della lettera che ha scritto:

16 ottobre 04:30
E' a voi, mia sorella, che scrivo per l'ultima volta.
Sono appena stata condannata, ma non è una morte infame, perché tale è solo per i criminali, ma andrò a ricongiungermi a tuo fratello. Innocente come lui, spero di mostrare la stessa fermezza nei miei ultimi momenti. Sono tranquilla, come si è quando in coscienza non ho nulla da rimproverarmi. Sento profondo dolore nel lasciare i miei poveri figli: sai che ho vissuto solo per loro e per voi, mia buona e tenera sorella.[...] Ho saputo durante il processo che mia figlia è stata separata da te. Ahimè! povera bambina; non mi permettono di scriverle; lei non riceverà la mia lettera. Io non so nemmeno se questa raggiungerà voi. Spero che qualcuno vi farà avere la mia benedizione per entrambi. Spero che un giorno, quando saranno più grandi, possano essere in grado di ricongiungersi con Voi, e di godere appieno delle Vostre cure. Lasciate che [...]  l'affetto reciproco e la fiducia gli uni negli altri costituiscano la loro felicità. [...]  E il mio figlio a sua volta renda a sua sorella tutta la cura e tutti i servizi che l'affetto può ispirare. [...]  Lasciateli seguire il nostro esempio. Nelle nostre disgrazie quanto conforto ha il nostro affetto uno per l'altro! E [...]  dove si possono trovare amici più teneri e più uniti che nella propria famiglia? Lasciate che mio figlio non dimentichi mai le ultime parole di suo padre, che ripeto con forza: ci lasciò senza pensare alla vendetta per la nostra morte. [...]

Muoio nella cattolica e apostolica religione romana, quella dei miei padri, quella in cui sono stata educata, e che ho sempre professato. Non avendo ricevuto consolazione spirituale, senza nemmeno sapere se ci sono ancora in questo luogo sacerdoti di quella religione (e infatti il ​​luogo in cui io sono esporrebbe loro a troppo pericolo se anche per una sola volta potessero entrare), io sinceramente imploro il perdono di Dio per tutti gli errori che posso aver commesso nella mia vita. Confido che, nella sua bontà, Egli accetti misericordiosamente le mie ultime preghiere, così come quelle che ho per lungo tempo indirizzate a lui, per ricevere la mia anima nella Sua misericordia. Chiedo perdono a tutti coloro che conosco, e soprattutto a Voi, sorella mia, per tutte le vessazioni che, senza volerlo, io vi ho causato. Io perdono a tutti i miei nemici i mali che mi hanno fatto. Saluto i miei zii e a tutti i miei fratelli e sorelle. Gli amici. L'idea di essere per sempre separata da loro e da tutti i loro problemi è uno dei più grandi dolori che soffro nel morire. Ma per lo meno sanno ho pensato a loro nei miei ultimi momenti.

Addio, mia buona e tenera sorella. Che questa lettera Vi possa raggiungere. Pensate sempre a me; Vi abbraccio con tutto il cuore, come faccio coi miei poveri cari figli. Mio Dio, come straziante è lasciarvi per sempre! Addio! addio! Ora devo occuparmi dei miei doveri spirituali. Forse mi porteranno un prete; altrimenti qui non dirò una parola a nessuno.

Aveva i capelli tolti fuori e indossava un abito bianco, portata sopra un carro aperto, a Place de la Révolution. Poi il suo corpo fu gettato in una tomba senza nome al cimitero della Madeleine. Il suo corpo e quello del marito furono poi sepolti nella basilica di St. Denis.


marieantoinette-2

marieantoinette-3

marieantoinette-4

http://www.historyofroyalwomen.com/marie-antoinette/marie-antoinettes-last-letter/


L'ultima lettera di Maria Antonietta. Maria Antonietta è forse più famosa per la risposta -che pare non abbia mai detto- alla frase "il popolo è affamato"!: 'date loro da mangire le brioche!'.

L'ultima lettera di Maria Antonietta.
Maria Antonietta è forse più famosa per la risposta -che pare non abbia mai detto- alla frase "il popolo è affamato"!:
'date loro da mangire le brioche!'.

E' in questo giorno nel 1793, la regina di Francia fu ghigliottinata 10 mesi dopo che il marito aveva subito la stessa sorte.

Lei è stato processata dal Tribunale Rivoluzionario il 14 ottobre, ed  è stata accusato di molte cose, tra cui incesto con il proprio figlio. Lei rispose a questa accusa con: "se non ho risposto, è perché la natura stessa si rifiuta di rispondere ad una tale accusa contro una madre."

E' stata dichiarata colpevole nel primo mattino del 16 ottobre.
Lo stesso giorno ha scritto una lettera d'addio alla sorella.

Questa è una traduzione della lettera che ha scritto:

16 ottobre 04:30
E' a voi, mia sorella, che scrivo per l'ultima volta.
Sono appena stata condannata, ma non è una morte infame, perché tale è solo per i criminali, ma andrò a ricongiungermi a tuo fratello. Innocente come lui, spero di mostrare la stessa fermezza nei miei ultimi momenti. Sono tranquilla, come si è quando in coscienza non ho nulla da rimproverarmi. Sento profondo dolore nel lasciare i miei poveri figli: sai che ho vissuto solo per loro e per voi, mia buona e tenera sorella.[...] Ho saputo durante il processo che mia figlia è stata separata da te. Ahimè! povera bambina; non mi permettono di scriverle; lei non riceverà la mia lettera. Io non so nemmeno se questa raggiungerà voi. Spero che qualcuno vi farà avere la mia benedizione per entrambi. Spero che un giorno, quando saranno più grandi, possano essere in grado di ricongiungersi con Voi, e di godere appieno delle Vostre cure. Lasciate che [...]  l'affetto reciproco e la fiducia gli uni negli altri costituiscano la loro felicità. [...]  E il mio figlio a sua volta renda a sua sorella tutta la cura e tutti i servizi che l'affetto può ispirare. [...]  Lasciateli seguire il nostro esempio. Nelle nostre disgrazie quanto conforto ha il nostro affetto uno per l'altro! E [...]  dove si possono trovare amici più teneri e più uniti che nella propria famiglia? Lasciate che mio figlio non dimentichi mai le ultime parole di suo padre, che ripeto con forza: ci lasciò senza pensare alla vendetta per la nostra morte. [...]

Muoio nella cattolica e apostolica religione romana, quella dei miei padri, quella in cui sono stata educata, e che ho sempre professato. Non avendo ricevuto consolazione spirituale, senza nemmeno sapere se ci sono ancora in questo luogo sacerdoti di quella religione (e infatti il ​​luogo in cui io sono esporrebbe loro a troppo pericolo se anche per una sola volta potessero entrare), io sinceramente imploro il perdono di Dio per tutti gli errori che posso aver commesso nella mia vita. Confido che, nella sua bontà, Egli accetti misericordiosamente le mie ultime preghiere, così come quelle che ho per lungo tempo indirizzate a lui, per ricevere la mia anima nella Sua misericordia. Chiedo perdono a tutti coloro che conosco, e soprattutto a Voi, sorella mia, per tutte le vessazioni che, senza volerlo, io vi ho causato. Io perdono a tutti i miei nemici i mali che mi hanno fatto. Saluto i miei zii e a tutti i miei fratelli e sorelle. Gli amici. L'idea di essere per sempre separata da loro e da tutti i loro problemi è uno dei più grandi dolori che soffro nel morire. Ma per lo meno sanno ho pensato a loro nei miei ultimi momenti.

Addio, mia buona e tenera sorella. Che questa lettera Vi possa raggiungere. Pensate sempre a me; Vi abbraccio con tutto il cuore, come faccio coi miei poveri cari figli. Mio Dio, come straziante è lasciarvi per sempre! Addio! addio! Ora devo occuparmi dei miei doveri spirituali. Forse mi porteranno un prete; altrimenti qui non dirò una parola a nessuno.

Aveva i capelli tolti fuori e indossava un abito bianco, portata sopra un carro aperto, a Place de la Révolution. Poi il suo corpo fu gettato in una tomba senza nome al cimitero della Madeleine. Il suo corpo e quello del marito furono poi sepolti nella basilica di St. Denis.


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http://www.historyofroyalwomen.com/marie-antoinette/marie-antoinettes-last-letter/


sabato 16 maggio 2015

"Paradigmi e rivoluzioni scientifiche" (Thomas Khun) o "Rivoluzione permanente" (Karl Popper)? Quali idee ne avete?


"Paradigmi e rivoluzioni scientifiche" (Thomas Khun) o "Rivoluzione permanente" (Karl Popper)? Quali idee ne avete?




Khun colse meglio i meccanismi evolutivi di adattamento, necessità e selezione che sono alla base dell'affermazione temporanea di un sistema, sia esso biologico-sociale che scientifico-teorico. 
Sono comunque convinto che gli apporti epistemologici di Khun e di Popper (soprattutto l'ultimo periodo), siano complementari.



Conoscendo meglio il pensiero di K. Popper di cui ignoro, come Carlo il concetto di "rivoluzione permanente", credo che da epistologo Popper abbia indicato come s'individua la pseudoscienza. Il processo di falsificabilità ha posto un un criterio di "demarcazione" tra scienza e non scienza. Lo studioso-filosofo Dario Antiseri ci ha dato la "cifra" della modernità del filosofo austriaco sotto un duplice aspetto: come epistomologo e come politico. Del primo ne abbiamo detto sopra , del secondo Antiseri riporta "Si vive in una democrazia quando esistono istituzioni che permettono di rovesciare il governo senza ricorrere alla violenza, cioè senza giungere alla soppressione fisica dei suoi componenti. E' questa la caratteristica di una demcrazia". Circa la locuzione Rivoluzione permanente", va intesa metaforicamente come progresso della scienza, senza un intento politico-rivoluzionario.



Rivoluzione, sia nel senso politico che nel senso scientifico (pur ben distinti) è un concetto che implica un nuovo sguardo antropologico-culturale nella considerazione del mondo, ovvero, una ri-considerazione.




Ma è proprio questo che credo Popper non faccia. Mentre Kuhn introduce i cambi di paradigma (quando i vecchi muoiono), Popper introduce un metodo scientifico basato sul falsificazionismo cioè nel momento in cui esprimo un'ipotesi devo cercare di falsificarla. Lakatos, che purtroppo morì troppo presto introdusse le "ipotesi ad hoc" che a fronte di "anomalie" lo scienziato produce per salvare la sua teoria. 



la vedrei così: un cambio di paradigma rappresenta in se una rivoluzione delle percezioni del mondo tangibile (mondo uno di Popper) rappresentando un nuovo modo di osservarlo (mondo due) che poi si evolve in nuovi mondi tre, se non falsificati come congetture e confutazioni: in sintesi un nuovo paradigma rivoluziona il modo di vedere le cose e se non è falsificato funziona e va bene. Questo nella scienza come nella politica, intesa come arte del decidere, e non di salir sul carro del vincitore di congetture e confutazioni.




Il confronto tra il "cambio di paradigma" e la "teoria dei tre mondi" come rappresentata da Fantuzzi va al cuore del problema: la centralità del mondo 2 (le menti e gli stati mentali). 
Senza questi ultimi, i mondi 1 e 3 non possono interagire. 
La critica ha parlato di "realismo astratto del mondo 3 "(pari alle idee platoniche) in quanto gli oggetti del mondo 3 "possono trovarsi tra loro in <relazioni logiche> (equivalenza logica, deducibilità, compatibilità (Popper)". Continua:" Queste relazioni logiche possono sussistere esclusivamente fra contenuti astratti del mondo 3, come le congetture e le teorie, e non si danno mai tra i processi mentali concreti del mondo 2".In buona sostanza Popper fa una netta distinzione tra "processi mentali" da una parte e "contenuti mentali" dall'altra. S. Moravia vede nel terzo mondo popperiano " un mondo eterno,assoluto e unico" in contrasto con "certe istanze pluralistiche avanzate dal filosofo in altri scritti".



mercoledì 18 febbraio 2015

Il mondo alla rovescia del Carnevale. Il Carnevale trova le sue origini nell’antica Roma con la festa dei Saturnali, le feste in onore del dio Saturno, che insieme ad altre divinità come Fauno, Giano e Opi, fu considerato signore dell’agricoltura, delle messi e della pastorizia (non si deve dimenticare che i Romani, prima di diventare un grande popolo conquistatori, furono pastori e agricoltori). I Saturnali si svolgevano dopo la metà di dicembre e duravano sette giorni, di cui solo il primo aveva carattere religioso. Durante i Saturnali si svolgevano banchetti e feste sfrenate, ci si scambiavano doni augurali e le distanze sociali erano cancellate: gli schiavi potevano agire da uomini liberi; i padroni servivano gli schiavi; gli uomini si vestivano da donna e le donne da uomini; i poveri si addobbavano come re; principi, signori e tutti nascondevano la propria identità sotto una maschera.

Il mondo alla rovescia del Carnevale.
Il Carnevale trova le sue origini nell’antica Roma con la festa dei Saturnali, le feste in onore del dio Saturno, che insieme ad altre divinità come Fauno, Giano e Opi, fu considerato signore dell’agricoltura, delle messi e della pastorizia (non si deve dimenticare che i Romani, prima di diventare un grande popolo conquistatori, furono pastori e agricoltori).
I Saturnali si svolgevano dopo la metà di dicembre e duravano sette giorni, di cui solo il primo aveva carattere religioso. Durante i Saturnali si svolgevano banchetti e feste sfrenate, ci si scambiavano doni augurali e le distanze sociali erano cancellate: gli schiavi potevano agire da uomini liberi; i padroni servivano gli schiavi; gli uomini si vestivano da donna e le donne da uomini; i poveri si addobbavano come re; principi, signori e tutti nascondevano la propria identità sotto una maschera.

Questo “mondo alla rovescia” lo ritroviamo anche durante i festeggiamenti del Carnevale nel Medioevo.
Nel Medioevo i festeggiamenti del Carnevale, con i suoi divertimenti, le azioni e i riti comici, occupavano per giorni interi le piazze e le strade. Nessuna festa aveva luogo senza che vi mancassero elementi dell’organizzazione comica come, per esempio, l’elezione di re e regine «per burla». Nel Medioevo il periodo consacrato al Carnevale venne spostato da dicembre a febbraio, in modo che la Chiesa potesse collegarli con la Quaresima (i quaranta giorni che precedono la Pasqua). Il clero, infatti, riteneva necessario rallegrare gli animi prima della tristezza del periodo quaresimale.

I giullari e i clerici vagantes (gli studenti che passavano da una sede universitaria a un’altra) incoraggiavano il popolo, continuamente oppresso dal potere e dalle guerre, a esprimere, attraverso la parodia, il rovesciamento dei valori correnti, della serietà e autorità del potere politico e religioso e delle sue leggi: si affermava allora un “mondo alla rovescia” che sosteneva le ragioni materiali e corporali contro quelle spirituali dominanti e che influenzerà la letteratura «carnevalesca» di Boccaccio.

Anche le feste religiose dunque avevano un loro aspetto comico, pubblico e popolare, consacrato dalla tradizione. Così nelle Chiese avvenivano rappresentazioni buffonesche del “mondo alla rovescia”. Vi partecipavano gli stessi religiosi, che si abbandonavano a esibizioni con travestimenti ed altre trovate.

Anche le cerimonie e i riti civili della vita di ogni giorno (proclamazione dei nomi dei vincitori di un torneo, cerimonie per la concessione di diritti feudali, vestizione di cavalieri, ecc.) vedeva la partecipazione di buffoni e stolti, che parodiavano tutti  i momenti del cerimoniale serio.

Il Carnevale era dunque il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù.
Durante le feste ufficiali, infatti, le differenze gerarchiche erano mostrate in modo evidente: in esse bisognava apparire con tutte le insegne del proprio titolo, grado e stato, e occupare il posto assegnato al proprio rango. L’ineguaglianza era sacra. Al contrario nel Carnevale tutti erano considerati uguali, e nella piazza carnevalesca regnava la forma particolare del contatto familiare e libero fra le persone, separate nella vita normale dalle barriere insormontabili della loro condizione, dei loro beni, del loro lavoro, della loro età e della loro situazione familiare.


http://www.studiarapido.it/il-mondo-alla-rovescia-del-carnevale/

venerdì 1 agosto 2014

Ulrike Meinhof. Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più.

"Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più."
Ulrike Meinhof


venerdì 11 luglio 2014

Quei cosiddetti socialisti che non intendono come le istituzioni rappresentative dello stato borghese: Parlamenti, consigli comunali e provinciali, non possono essere le rappresentanze di uno Stato proletario, non intendono nulla del contenuto centrale del marxismo: la critica della democrazia. Non intendono come il principio fondamentale democratico di dare eguale diritto elettorale politico a cittadini di tutte le classi sia nato colla borghesia e debba morire con essa, in quanto il suo funzionamento equivale alla garanzia che il potere resti nelle mani della classe capitalistica. Non vogliamo ripetere gli argomenti teorici di questa dimostrazione, ma solo ricordare che l'attuale convulsionario periodo nel quale sono germinati governi di ogni specie non solo non v'è esempio di un governo socialista su base democratica parlamentare che assolva la funzione di demolizione dei privilegi borghesi, ma quei governi di tal natura che esistono in alcuni paesi sono i più feroci complici della borghesia interna ed estera ed esercitano la reazione antirivoluzionaria peggiore.

GLI ISTITUTI DELLO STATO PROLETARIO E LA CRITICA DELLA DEMOCRAZIA BORGHESE (BORDIGA)

"Quei cosiddetti socialisti che non intendono come le istituzioni rappresentative dello stato borghese: Parlamenti, consigli comunali e provinciali, non possono essere le rappresentanze di uno Stato proletario, non intendono nulla del contenuto centrale del marxismo: la critica della democrazia. Non intendono come il principio fondamentale democratico di dare eguale diritto elettorale politico a cittadini di tutte le classi sia nato colla borghesia e debba morire con essa, in quanto il suo funzionamento equivale alla garanzia che il potere resti nelle mani della classe capitalistica. Non vogliamo ripetere gli argomenti teorici di questa dimostrazione, ma solo ricordare che l'attuale convulsionario periodo nel quale sono germinati governi di ogni specie non solo non v'è esempio di un governo socialista su base democratica parlamentare che assolva la funzione di demolizione dei privilegi borghesi, ma quei governi di tal natura che esistono in alcuni paesi sono i più feroci complici della borghesia interna ed estera ed esercitano la reazione antirivoluzionaria peggiore.

Lo Stato proletario appunto in quanto tende non a conservare stabilmente i rapporti di oppressione e di sfruttamento di una classe su l'altra, ma fa pesare sulla borghesia la volontà organizzata del proletariato allo scopo di sopprimerla col più rapido processo possibile e dar luogo alla società senza classi, deve fin dal primo momento negare alla borghesia, le cui funzioni economiche non può istantaneamente sopprimere, ogni forma di diritto ad attività politica. La storia ha dimostrato che l'unica forma possibile di potere proletario è quella che ha per organi di rappresentanza non i Parlamenti ed altri istituti democratici, ma i consigli eletti solo dai membri della classe proletaria. A una simile forma di potere, alla dittatura proletaria, non si arriva attraverso la democrazia, ma attraverso la demolizione di essa.

Ecco un punto fondamentale di dissenso tra i comunisti e i socialdemocratici, che pensano di andare al potere nei Parlamenti e coi Parlamenti. La diversità, l'antitesi, strettissimamente connessa col modo di considerare la macchina esecutiva dello Stato borghese. Infatti, qualunque trapasso parlamentare di potere, anche se fosse accompagnato da esteriori mutamenti di certe forme costituzionali, si risolverebbe nel cambiare i ministri, cioè in fondo coloro che meno influiscono sulla routine del funzionamento di tutto l'apparato statale. Mentre i comunisti si propongono di costituire una nuova macchina di potere le cui funzioni rispetto a quella borghese siano perfettamente capovolte, i socialdemocratici presentano al proletariato la possibilità di prendere la macchina attuale con procedimento parlamentare, ossia pacifico e legalitario, e servirsene per i fini rivoluzionari della espropriazione della borghesia."
Amadeo Bordiga



giovedì 15 maggio 2014

Keplero formula la terza legge del movimento dei pianeti: I quadrati dei tempi che i pianeti impiegano a percorrere le loro orbite sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal sole


15 maggio 1618. Johannes Kepler formula la terza legge del movimento dei pianeti:
i quadrati dei periodi di rivoluzione di due pianeti stanno tra loro come i cubi delle loro distanze medie dal Sole.

I quadrati dei tempi che i pianeti impiegano a percorrere le loro orbite sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal sole”.
Keplero

Grazie a questa scoperta lo scienziato descrisse i meccanismi che regolano i movimenti delle grandi masse nell’universo.



lunedì 21 aprile 2014

I Maestri del Socialismo I FONDAMENTI TEORICI NECESSARI AL BUON MILITANTE: LA DIFFERENZA TRA TATTICA E STRATEGIA I due termini, desunti dal linguaggio militare, indicano le forme attraverso cui si realizza la direzione complessiva della lotta di classe: «La capacità strategica e tattica del partito è la capacità di organizzare e unificare attorno all'avanguardia proletaria e alla classe operaia tutte le forze necessarie alla vittoria rivoluzionaria e di guidare di fatto verso la rivoluzione approfittando delle situazioni oggettive e degli spostamenti di forze che esse provocano sia tra la popolazione lavoratrice che tra i nemici della classe operaia. Con la sua strategia e con la sua tattica il partito dirige la classe operaia nei grandi movimenti storici e nelle sue lotte quotidiane. L'una direzione è legata all'altra ed è condizionata dall'altra» (Gramsci, Tesi di Lione, p. 50).

I Maestri del Socialismo
I FONDAMENTI TEORICI NECESSARI AL BUON MILITANTE: 
LA DIFFERENZA TRA TATTICA E STRATEGIA

I due termini, desunti dal linguaggio militare, indicano le forme attraverso cui si realizza la direzione complessiva della lotta di classe:
«La capacità strategica e tattica del partito è la capacità di organizzare e unificare attorno all'avanguardia proletaria e alla classe operaia tutte le forze necessarie alla vittoria rivoluzionaria e di guidare di fatto verso la rivoluzione approfittando delle situazioni oggettive e degli spostamenti di forze che esse provocano sia tra la popolazione lavoratrice che tra i nemici della classe operaia. Con la sua strategia e con la sua tattica il partito dirige la classe operaia nei grandi movimenti storici e nelle sue lotte quotidiane. L'una direzione è legata all'altra ed è condizionata dall'altra» (Gramsci, Tesi di Lione, p. 50).

Sono dunque elementi vitali per la strategia e la tattica l'analisi delle condizioni storiche in tutti i loro aspetti e delle possibilità d'azione del proletariato di fronte ad esse, l'agitazione dei problemi e degli obiettivi e la propaganda della linea del partito con lo scopo di legare ad esso, attraverso la difesa e la lotta per le loro rivendicazioni, le masse lavoratrici.

In particolare la strategia determina, in una data fase storica, la direzione dell'obiettivo principale del proletariato, cioè fissa la prospettiva generale e il relativo piano complessivo della disposizione delle forze. Essa quindi è relativa a tutta un'epoca storica, di cui traccia la tendenza e gli sviluppi in senso rivoluzionario.

La tattica invece ha per oggetto la linea di azione nelle diverse situazioni concrete che si possono presentare: il compito della direzione tattica quindi è di mettere in primo piano quegli obiettivi intermedi di lotta, quelle formule organizzative, quella politica di alleanze che meglio rispondono alle condizioni concrete della lotta di classe, alle specificità con cui una tendenza generale si realizza nei diversi paesi, nei diversi periodi, all'interno dei differenti strati sociali. Essa ha il compito di trovare nella catena degli avvenimenti «quell'anello particolare aggrappandosi al quale sarà possibile reggere tutta la catena», quell'obiettivo parziale il cui raggiungimento prepara le condizioni e avvicina la soluzione dei compiti strategici. La tattica dunque dipende ed è parte della strategia, nella misura in cui non si svolge isolatamente, ma come episodio inserito in un contesto strategico, che ne fissa i presupposti e le prospettive.

Una concezione della tattica che la riduca a tatticismo diplomatico, non ne comprenderebbe i caratteri di specificazione della strategia. Slegare la tattica dalla strategia oppure negare la prima e vedere solo la seconda, come è tipico del dottrinarismo e del dogmatismo, non vuol dire "salvare" i principi, ma anzi avere di essi una visione astratta, proprio in quanto non se ne individuano i passi politici reali che li concretizzano nelle diverse fasi storiche.

Concepire una strategia svuotata dai suoi contenuti tattici concreti significa riprodurre quel distacco tra obiettivo finale e pratica politica che fu tipico della Seconda Internazionale e del revisionismo. 

Scrive Stalin sulla questione:

"La tattica è subordinata agli interessi della strategia.

I successi tattici, in linea di massima, preparano i successi strategici. Il compito della tattica consiste nel condurre le masse alla lotta, nel dare loro tali parole d’ordine, nel condurle su nuove posizioni in modo tale che la lotta nel suo complesso porti alla vittoria, cioè al successo strategico. Ma accade talvolta che il successo tattico distrugga o allontani il successo strategico e quindi, in questi casi, non bisogna curarsi dei successi tattici.

Un esempio. Al principio del 1917, nel Periodo di Kerenski la nostra agitazione contro la guerra, fra gli operai e i soldati, consegui indubbiamente un risultato tattico negativo perché le masse cacciarono i nostri oratori dalla tribuna, li picchiarono, talora E massacrarono; le masse non affluivano nel partito ma si allontanavano da esso. Quell’agitazione, però, malgrado il suo insuccesso tattico, ci avvicinò a un grande successo strategico, perché le masse capirono ben presto che la nostra agitazione contro la guerra era giusta e ci accelerò e facilitò poi il loro passaggio dalla parte del partito.

Ancora un esempio: la richiesta dell’Internazionale comunista di dividersi dai riformisti e dai centristi in adempimento delle 21 condizioni richiesta che evidentemente racchiude in sé un certo elemento tattico negativo, poiché diminuisce coscientemente il numero dei “partigiani” dell’Internazionale comunista e indebolisce temporaneamente quest’ultima, porta in compenso a un grande vantaggio strategico, liberando l’Internazionale comunista dagli elementi infidi, fatto che indubbiamente porterà a un suo rafforzamento e a un consolidamento della sua compattezza interna, cioè al consolidamento della sua Potenza in generale."


fonti: http://www.resistenze.org/sito/ma/di/di/mddis1.htm#StrategiaTattica, http://paginerosse.wordpress.com/2013/01/23/stalin-strategia-e-tattica-politica-dei-comunisti-russi/




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