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sabato 23 maggio 2015

Bruner. Spesso i bambini non apprendono perché non riescono a collocare i singoli dati di conoscenza in una trama di significati, o, per dirla con J. Bruner, in una narrazione. Infatti è plausibile pensare che “il nostro modo più naturale e più precoce di organizzare l’esperienza e la conoscenza sia nei termini della forma narrativa” (La cultura dell’educazione). E infatti, aggiunge Bruner, “senza il conferimento di un significato non ci può essere linguaggio, né mito, né arte – e non ci può essere cultura”. Il disagio che spesso vivono i bambini all’interno della scuola e nei processi di apprendimento (e che sempre più frequentemente diventa il disagio dell’insegnante) deriva dal non aver consapevolezza del significato delle varie attività scolastiche. Sembra una banalità, ma pochi si preoccupano di dire al bambino perché si sta a scuola e perché si svolgono quelle e non altre attività.


In un contesto educativo tutti gli interventi, anche quelli che all’apparenza sembrerebbero banali e scontati, sono invece carichi di significati. Importante è che l’educatore coordini la regia educativa creando numerose opportunità di apprendimento. Non bisogna tanto considerare i saperi, quanto promuovere le condizioni per la loro conquista.
Jerome Bruner


I bambini di solito cominciano con il dare per scontato che l'insegnante possieda la conoscenza e la trasmetta alla classe. Se si creano le condizioni opportune, imparano presto che anche altri componenti della classe potrebbero possedere delle conoscenze, e che queste conoscenze possono essere condivise.
Jerome Bruner


Per Bruner la narrazione è davvero fondamentale a livello individuale e culturale. L’essere umano avrebbe infatti un'attitudine o predisposizione a organizzare l’esperienza in forma narrativa. La narrazione risponderebbe al bisogno di ricostruire la realtà dandogli un significato specifico a livello temporale o culturale. Ogni individuo, secondo Bruner, sente il bisogno di definirsi come soggettività dotata di scopi e intenzionalità e ricostruisce gli avvenimenti della propria vita in modo tale che siano in linea con questa idea di Sé.



Spesso i bambini non apprendono perché non riescono a collocare i singoli dati di conoscenza in una trama di significati, o, per dirla con J. Bruner, in una narrazione. Infatti è plausibile pensare che “il nostro modo più naturale e più precoce di organizzare l’esperienza e la conoscenza sia nei termini della forma narrativa” (La cultura dell’educazione). E infatti, aggiunge Bruner, “senza il conferimento di un significato non ci può essere linguaggio, né mito, né arte – e non ci può essere cultura”. Il disagio che spesso vivono i bambini all’interno della scuola e nei processi di apprendimento (e che sempre più frequentemente diventa il disagio dell’insegnante) deriva dal non aver consapevolezza del significato delle varie attività scolastiche. Sembra una banalità, ma pochi si preoccupano di dire al bambino perché si sta a scuola e perché si svolgono quelle e non altre attività
Mario Maviglia. 






Jerome Bruner:  
"L'Ego ha fallito, la psiche è ormai un Io collettivo"

Parla il padre fondatore del cognitivismo: siamo individui la biologia non basta a comprenderci

SCETTICO sull'avvicinamento tra psicologia e neurobiologia di cui tanto si parla. 
Difensore dell'interazione tra individuo e società che può essere riassunta quasi in una formula linguistica: dall'Ego al We-go. E soprattutto convinto nell'usare ancora il termine "cultura" quando si parla di psiche. Jerome Bruner, arrivato alla soglia dei cento anni, è l'ultimo grande padre fondatore della psicologia moderna, erede nello stesso tempo di psicologi come Piaget e Vigotskiy e di psicoanalisti come Freud e Jung. Negli anni Cinquanta condusse la rivoluzione cognitiva che ha riportato in primo piano lo studio della mente umana, ritenuta inconoscibile dagli studiosi del comportamento e oggi, nella sua casa di New York accetta di fare un bilancio dello stato dell'arte. "Ho meno energie fisiche e mentali e a dirti la verità non ti so dire come passo le mie giornate  -  dice  -  Ma interessi ne ho fin troppi, anche se non seguo gli sviluppi della psicologia".

Perché?
"Non si trova in buone acque, è troppo conservatrice e tradizionale. Per questo negli ultimi anni mi sono occupato di legge e di antropologia e fino a due anni fa ho insegnato alla School of Law della New York University".

Cosa pensi del fatto che la neurobiologia ha cominciato a studiare le emozioni, l'empatia e il sé, terreni tradizionalmente di pertinenza della psicologia?
"Non sono così entusiasta: c'è il rischio che lo studio della mente venga sottratto alla psicologia e si faccia riferimento a circuiti e aree cerebrali e si perda la soggettività. Si rischia di potere dire che il cervello giustifica ogni cosa, che io non sono responsabile, ciò che faccio dipende dal mio cervello. Si può sempre dire: è la mia natura. Mi attrae di più il mondo della legge, in cui vi è una continua interazione fra l'individuo e la cultura".

È evidente che non ti riferisci ad una legge naturale, ma ad un processo fra individuo e società che cambia continuamente, è così?
"Da una parte la moralità si lega ai rapporti fra le persone, ai legami emotivi che ci aiutano a identificarci cogli altri e a capire le loro motivazioni. Ma poi vi è uno scambio continuo fra i comportamenti e le abitudini che cambiano nel tempo e gli aspetti normativi codificati dalle leggi. Sempre più spesso i comportamenti quotidiani si muovono in direzioni che anticipano le leggi, guarda ad esempio quello che sta avvenendo con le coppie gay che non solo rivendicano il matrimonio ma anche la possibilità di avere dei figli. Spesso le leggi sono costrette a rincorrere i cambiamenti di relazioni e di costumi. Ed è qui che sorgono i problemi: qui da noi discutiamo di coppie gay, mentre in alcuni paesi islamici i gay sono addirittura giustiziati ".

Questa dialettica fra individuo e cultura è quello che ti ha impegnato negli ultimi anni, basta leggere il tuo libro La cultura dell'educazione . Come vedi questo rapporto?
"Nel mio caso io provengo da una famiglia ebrea di origine tedesca: mi sono spesso chiesto come ha influenzato il mio Io e in che modo sono ebreo?"

Freud ha sempre parlato dell'Ego ma sempre più spesso noi parliamo del senso del noi, ossia del We-go, è quello che tu definisci psicologia culturale?
"Mi piace il termine We-go sicuramente siamo spinti continuamente verso gli altri ed Ego e We-go si intrecciano continuamente".

Il ricercatore Michael Tomasello definisce l'uomo un essere ipersociale e questo ha segnato il suo futuro. Sei d'accordo?
"Si può andare verso gli altri per molti motivi, io penso che il sentimento di impotenza e la paura di non farcela da soli ci spinga verso gli altri, ossia dall'Ego


al We-go. Ma il successo non è scontato: ci si dibatte fra l'incertezza, le difficoltà, la frustrazione ma anche la soddisfazione e la creatività. È un equilibrio impossibile, gli altri come scriveva Sartre sono l'inferno, ma un inferno necessario".

http://www.repubblica.it/cultura/2015/04/16/news/jerome_bruner-112104846/











martedì 20 maggio 2014

Karen Blixen. Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.

Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.
Karen Blixen, Scrittrice Danese (1885 - 1962)


La mia Africa.
“Chi di notte, dormendo, sogna, conosce un genere di felicità ignota al mondo della veglia: una placida estasi e un riposo del cuore che sono come il miele sulla lingua. Sa anche che la vera bellezza dei sogni è la loro atmosfera di libertà infinita: non la libertà del dittatore che vuole imporre la sua volontà, ma la libertà dell'artista privo di volontà, libero dal volere. Il piacere del vero sognatore non dipende dalla sostanza del sogno, ma da questo: tutto quello che accade nel sogno, non accade solo senza il suo intervento, ma fuori del suo controllo. Si creano spontaneamente paesaggi, vedute splendide e infinite, colori ricchi e delicati, strade, case che non ha mai visto e di cui non ha mai sentito parlare. Compaiono degli sconosciuti che sono amici o nemici, benché chi sta sognando non abbia mai fatto nulla per loro né contro di loro. L'idea della fuga e l'idea dell'iseguimento tornano sempre, nei sogni, entrambe egualmente estasianti. Tutti dicono cose piene d'intelligenza e spiritose. È vero che, cercando di ricordarle durante il giorno, paiono sbiadite e senza senso perché appartengono a un'esistenza diversa; ma appena il sognatore si sdraia, la notte, il circuito si riallaccia e i sogni tornano a sembrargli stupendi.”
Karen Blixen, La mia Africa, p. 74







Un'altra eccellente citazione della stessa autrice fa più o meno così tradotta al volo:
Dio creò prima l'uomo. Come me, quando scrivo. Prima scrivo la bozza."




sabato 1 febbraio 2014

Pablo Neruda. Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi: voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate passino una volta ancora su di me la loro freschezza: sentire la soavità che cambiò il mio destino. Voglio che tu viva mentr’ io, addormentato, t’attendo, voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento, che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti e che continui a calpestare l’arena che calpestammo. Voglio che ciò che amo continui a esser vivo e te amai e cantai sopra tutte le cose, per questo continua a fiorire, fiorita, perchè raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina, perchè la mia ombra passeggi per la tua chioma, perchè così conoscano la ragione del mio canto. Pablo Neruda

l 23 settembre 1973, dodici giorni dopo il sanguinoso colpo di stato militare fascista in Cile, muore Pablo Neruda, poeta, premio Nobel per la letteratura nel 1971.

Al funerale di Pablo Neruda

"La voce di tutti si levò in un canto e l’aria si riempì delle frasi proibite, gridando che el pueblo unido jamàs serà vencido, fronteggiando le armi che tremavano nelle mani dei soldati. Il corteo passò davanti a una costruzione e gli operai, gettando a terra i loro strumenti, si tolsero il casco e formarono una fila a testa bassa. Un uomo marciava con la camicia lacera ai polsini, senza gilé e con le scarpe rotte, recitando i versi più rivoluzionari del Poeta, con le lacrime che gli scendevano sulla faccia."
da La casa degli spiriti, Isabel Allende


Quando morrò voglio le tue mani sui miei occhi:
voglio che la luce e il frumento delle tue mani amate
passino una volta ancora su di me la loro freschezza:
sentire la soavità che cambiò il mio destino.
Voglio che tu viva mentr’ io, addormentato, t’attendo,
voglio che le tue orecchie continuino a udire il vento,
che fiuti l’aroma del mare che amammo uniti
e che continui a calpestare l’arena che calpestammo.
Voglio che ciò che amo continui a esser vivo
e te amai e cantai sopra tutte le cose,
per questo continua a fiorire, fiorita,
perchè raggiunga tutto ciò che il mio amore ti ordina,
perchè la mia ombra passeggi per la tua chioma,
perchè così conoscano la ragione del mio canto.
Pablo Neruda


Lasciate tranquilli quelli che nascono! Fate posto perché vivano! Non gli fate trovare tutto pensato, non gli leggete lo stesso libro, lasciate che scoprano l’aurora e che diano un nome ai loro baci.
Pablo Neruda

Ognuno ha una favola dentro, che non riesce a leggere da solo.
Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti.
Pablo Neruda

Potranno recidere tutti i fiori ma non potranno fermare la primavera
Pablo Neruda

Mio popolo, popolo mio, solleva il tuo destino! | Distruggi la prigione, apri i muri che ti rinchiudono! | Schiaccia il passo torvo del topo che comanda | dalla sua reggia: alza le tue lance all'aurora, | e lascia che nel più alto la tua stella irata | baleni e illumini le strade....
Pablo Neruda


“La timidezza è una condizione strana dell'anima, una categoria, una dimensione che si apre alla solitudine. È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s'irritasse e contraesse di fronte alla vita. Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l'immortalità dell'essere.”
Pablo Neruda ( 12 luglio 1904 - 23 settembre 1973).



La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio.
Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle
Sant'Agostino



Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco :
t'amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l'ombra e l'anima.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
Dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
Il concentrato aroma che ascese dalla terra.
T'amo senza sapere come, nè quando nè da dove.
T'amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno."
Pablo Neruda






Agostino Degas Ciao Ivano, ho visto che hai condiviso questo lungo link da INFORMAZIONE LIBERA dove c'è un FALSO aforisma attribuito a Pablo Neruda. La frase sbagliata è questa: "La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.” (Pablo Neruda). La frase giusta è questa : "La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle." (Sant'Agostino)
L'aforisma che sul web viene erroneamente attribuito a Neruda è scopiazzato, e pure in modo errato, dalla frase originale di Sant'Agostino. Sono più che convinto che Neruda non avrebbe mai commesso questo banalissimo errore. Riferendosi allo sdegno ed al coraggio, parole al maschile, si dice che sono FIGLIE ( al femminile) della speranza. E' chiaro , secondo me, che la frase attribuita erroneamente a Pablo Neruda è solo una bufala nata sul Web, una delle tantissime che girano...



"Ode al gatto" di Pablo Neruda
Gli animali furono imperfetti, lunghi di coda, plumbei di testa.Piano piano si misero in ordine, divennero paesaggio, acquistarono nèi, grazia. volo.
Il gatto,soltanto il gatto apparve completo e orgoglioso:
nacque completamente rifinito, cammina solo e sa quello che vuole.

L'uomo vuol essere pesce e uccello, il serpente vorrebbe avere le ali, il cane è un leone spaesato, l'ingegnere vuol essere poeta, la mosca studia per rondine, il poeta cerca di imitare la mosca,
ma il gatto vuole essere solo gatto ed ogni gatto è gatto dai baffi alla coda, dal fiuto al topo vivo, dalla notte fino ai suoi occhi d'oro.

Non c'è unità come la sua, non hanno la luna o il fiore una tale coesione: è una sola cosa come il sole o il topazio, e l'elastica linea del suo corpo, salda e sottile, è come la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte.

Oh piccolo imperatore senz'orbe, conquistatore senza patria, minima tigre da salotto, nuziale sultano del cielo delle tegole erotiche, il vento dell'amore all'aria aperta reclami quando passi e posi quattro piedi delicati sul suolo, fiutando, diffidando di ogni cosa terrestre, perché tutto è immondo per l'immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente della casa, arrogante vestigio della notte, neghittoso, ginnastico ed estraneo,profondissimo gatto,poliziotto segreto delle stanze, insegna di un irreperibile velluto, probabilmente non c'è enigma nel tuo contegno, forse sei mistero, tutti sanno di te ed appartieni all'abitante meno misterioso, forse tutti si credono padroni, proprietari, parenti di gatti, compagni, colleghi, discepoli o amici del proprio gatto.

Io no. Io non sono d'accordo. Io non conosco il gatto. So tutto, la vita e il suo arcipelago, il mare e la città incalcolabile, la botanica, il gineceo coi suoi peccati, il per e il meno della matematica, gl'imbuti vulcanici del mondo, il guscio irreale del coccodrillo, la bontà ignorata del pompiere, l'atavismo azzurro del sacerdote, ma non riesco a decifrare il gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta, numeri d'oro stanno nei suoi occhi.






 


venerdì 2 marzo 2012

Istituto Erich Fromm. Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico



Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico
Istituto Erich Fromm

Istituto Erich Fromm. Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico


Trasformare il non narrato o l'inenarrabile in parola o immagine di memoria è sempre stato uno dei compiti più difficili con cui tutti gli artisti si sono dovuti confrontare. Il "narrarsi" è una sorta di "presa di coscienza", "un'ammissione", un "disvelamento". Un processo spesso fortemente terapeutico
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