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sabato 25 gennaio 2014

Emanuele Severino. Società della Tecnica e tramonto del capitalismo. Si può dire con certezza che la tecnologia se, da un lato, migliora la vita dell'uomo nel suo complesso, dall'altro, peggiora il suo spirito fino a degradarlo ad una condizione di non-uomo. Infatti la tecnica lo allontana dallo scopo essenziale della vita che è la sofferenza, ed il portare la propria croce. Inoltre allarga sempre più il divario tra lui e la natura che lo circonda con la quale deve relazionarsi in modo diretto con tutto ciò che comporta. L'uomo vive in un mondo artificiale nel quale non comunica più con il mondo reale che gli sta attorno!

Umberto Galimberti. Il segreto della domanda.
"Le domande non chiedono risposte -quasi sempre inessenziali- ma chiedono di essere radicalizzate. 
Solo procedendo in questo modo si può arrivare all'intima essenza della domanda. [...]
Ma soprattutto la risposta alle domande deve essere innanzitutto una formulazione corretta di queste domande, perché a risposte mal formulate seguono risposte inadeguate".
Umberto Galimberti








Elisabetta Di Benedetto

Non sempre una domanda chiede una risposata. 
Spesso chiede di essere dispiegata, affinché ceda quello che ha di più essenziale e dischiuda i riferimenti che si aprono quando ci si appropria di ciò che segretamente custodisce. 
La risposta è solo l'ultimissimo passo del domandare






VINCENZO ALVINO

Come darti torto, d'altronde l'abisso sull'orlo del quale poggia l'essere dell'uomo è proprio nel paradosso di avere una ragione che serve però a porgli domande alle quali non può trovare risposte, questioni che non può risolvere. In questo senso ha ragione Lacan quando evidenzia la natura traumatica del linguaggio, quella struttura significante nel quale è il fondamento del nichilismo trascendentale secondo il pensiero debole.




La tecnica non ha scopi, la tecnica ha in vista solo il suo auto potenziamento
Umberto  Galimberti







Ombra mare

Concordo con Galimberli quando dice che la democrazia non è mai esistita:
dalle polis alle forme politiche di oggi: Demagogia.








Andrea Grieco

A proposito di progresso e di storia, cadono a proposito due citazioni di Cioran: 
"Il progresso non è nient'altro che uno slancio verso il peggio"; 
"La storia? Occasione offerta ai popoli per screditarsi a turno".

Sicuramente rispondenti a verità i discorsi intorno ai temi trattati; e interessante inoltre l'impostazione degli argomenti. Tuttavia a me sembra che il Prof. abbia mischiato considerazioni di natura trascendente con quelle più specificamente immanenti, o, se vogliamo, abbia confuso argomenti di carattere metafisico con quelli storico-sociali. Inoltre, dà una lettura del cristianesimo che elude totalmente il suo messaggio etico più profondo e vero (chi ha letto Schopenhauer si può rendere conto).




Le affermazioni di Cioran contengono delle verità alle quali forse crediamo io, lei e pochi altri, ma la maggior parte della gente è accecata da questo finto progresso tecnico/scientifico proposto dal sistema, e lo considera un dogma. Oggi non ci si rende conto che la tecnica porta ad un cambiamento quantitativo dei mezzi di produzione e della loro efficienza produttiva e non qualitativo della condizione umana, come dice il prof Galimberti.
Lei cosa ne pensa dell'interpretazione del Prof riguardo la presunta "carica ottimistica" che l'avvento del cristianesimo avrebbe portato in occidente? E cosa ne pensa in generale del pensiero di Galimberti (ad esempio questo suo richiamo frequente alla cultura greca e alla sua "tragicità" dipesa dalla sua diversa concezione della vita e soprattutto della morte)?



Sull'interpretazione che ha dato, nella fattispecie, del cristianesimo, Galimberti (che del resto gode di tutta la mia stima) è fuori tema. C'è da dire in effetti che sul cristianesimo è duemila anni che c'è una confusione inaudita, aggravata anche dal fatto che è stato accorpato al cattolicesimo di cui si fa portavoce la chiesa romana. Tuttavia se andiamo al suo nocciolo e consideriamo lo spirito del suo messaggio etico quale traspare dai vangeli e ancora di più dalla mistica cristiana, esso non può che essere pessimista, considerare cioè questo mondo come inficiato dal male e dalla sofferenza e che esige dunque una redenzione. Il simbolo della croce del resto è eloquente; e il Cristo è appunto il redentore venuto a salvare l'umanità incapace, attraverso la presa su di sé del dolore del mondo. Questo è il nucleo del messaggio cristiano, che non è storico, bensì etico-metafisico. La cultura greca, a parte Platone, Pitagora e i tragici, si poneva di fronte alla vita con un atteggiamento etico essenzialmente ottimista che non ha nulla a che vedere evidentemente con la nostra concezione odierna. I greci erano ben lontani dal racchiudere ad esempio, nel concetto di anima, il significato morale di salvezza, ma parlavano di anima come ente depositario di conoscenza razionale ecc.. La svolta si è avuta col cristianesimo in particolare con S. Agostino.


Un'intervista video su "Il segreto della domanda" che diventa occasione per discutere delle tematiche care a Galimberti: dalla morte di dio al nichilismo, alla fine della storia al dominio della tecnica...


http://youtu.be/mvrwV8bIvJA





Emanuele Severino - Società della Tecnica e tramonto del capitalismo...



« Si tratta di capire che la costruzione e la distruzione hanno la stessa anima» .
Emanuele Severino


Eldo Stellucci:
...chiedersi in tutto questo processo di 'evoluzione' antropica che fine fa il riconoscimento e il significato dell'alterità e della relazione? Alienazione e/o annullamento di ogni significato a partire da quello fondamentale che conosciamo come la 'morte di Dio'?





Nietzsche uccidendo Dio ha liberato l'uomo, ma chi riuscirà ha sostenerne il peso? [...]
Dionisio contro il Crocifisso....











Andrea Grieco

Si può dire con certezza che la tecnologia se, da un lato, migliora la vita dell'uomo nel suo complesso, dall'altro, peggiora il suo spirito fino a degradarlo ad una condizione di non-uomo. Infatti la tecnica lo allontana dallo scopo essenziale della vita che è la sofferenza, ed il portare la propria croce. Inoltre allarga sempre più il divario tra lui e la natura che 

lo circonda con la quale deve relazionarsi in modo diretto con tutto ciò che comporta. L'uomo vive in un mondo artificiale nel quale non comunica più con il mondo reale che gli sta attorno!
Di conseguenza non si guadagna e non si perde nulla se si era vissuti ieri, od oggi, o quando si vivrà domani. Quello che di essenziale rimane identico e ci accomuna è infatti, la sofferenza della vita!
La filosofia, in ultima analisi, non ha nulla a che vedere con alcun processo storico, né con la società che cambia nel tempo, oggi poi, attraverso la tecnica. Essa ha a che vedere con il cuore dell'uomo di tutti i tempi, il quale deve dare la risposta al dramma della vita, al dolore cosmico, alla mancanza di amore, alla finitudine di tutte le cose ed, infine, alla morte. Pertanto la verità filosofica esula dalle differenze del tempo e dello spazio, è sempre la stessa.





Severino è la voce limpida dell'uscita del nichilismo.Si badi!...non esce dal nichilismo!
Testimonia con chiarezza tremenda, le tracce della tecnica e della sua fine.
Perchè il capitalismo è - ontologicamente - una "tecnica".
Per quanto riguarda il declino...concetti come "tutt'altro che prossimo" sono -per dirla in termini nichilistici-, solo una questione di tempo. Il declino della techne, è oltre il tempo, nel senso che è già realizzato dall'epistème. Dai greci proviene -in modo verace- il declino. Superato l'ultimo orizzonte della potenza...


http://youtu.be/RRSzEg-nBQ4



martedì 29 gennaio 2013

Gunther Anders. L’uomo è antiquato. Autore rimosso, ostico, che richiede a noi lettori una grande disponibilità ad affrontare un pensiero che azzera le abitudini mentali con cui solitamente riflettiamo sui quotidiani rapporti che intratteniamo con la sterminata strumentazione tecnica di cui dispone il mondo contemporaneo

L'uomo dell'avvenire dovrà nascere fornito di un cervello e di un sistema nervoso del tutto diversi da quelli di cui disponiamo noi, esseri ancora tradizionali, copernicani, classici.
Eugenio Montale



"Il problema della nostra specie, come diceva Bion, è quello di uno sviluppo ancora rudimentale della mente. (( ... )) E' l'esistenza di una mente che non ha potuto svilupparsi che crea le condotte antisociali, violente ... la violenza non è nell'istinto ... è una mente sofferente che disturba il comportamento armonicamente funzionante della bestia-uomo: l'uomo se non avesse la mente sarebbe un primate funzionante. Una mente disfunzionante porta alla violenza, alla distruttività come unico modo di alleggerirsi da tensioni  intollerabili."
Antonino Ferro, Dalla tirannide del Super io alla democrazia degli affetti, Rivista di Psicoanalisi XLVII, 2001, 3 pag.460.




Grazie Ivano, ho letto volentieri questa recensione, non ho letto Anders e in genere ho letto poco di filosofia, comunque mi pare di essere d'accordo: Anders già allora aveva saputo vedere lontano. Mi sto chiedendo se anche Asimov si possa accostare a Orwell e a Huxley (Lem non lo conosco), e mi rispondo che Asimov ha in mente i riflessi della tecnica sulla vita individuale più che sulla vita collettiva e politica, e inoltre non c'è in lui, o è meno accentuata, l'idea del controllo e della persecuzione. Tu che ne dici?




Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche d'interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi.
Gunther Anders, L'uomo è antiquato.



Gunther Anders è l’autore di libri - Essere o non essere. 
Diario di Hiroshima e Nagasaki (1961); L’uomo è antiquato ( 1963) e Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale (II. 1992) – che hanno fatto riflettere diverse generazioni sulla svolta epocale segnata dallo scoppio della prima bomba atomica. Anders, fin da giovane, ebbe rapporti difficili con il maestro Heidegger. L’uomo che ha dedicato una vita intera a parlare e a scrivere su Hiroshima e dintorni è stato più volte accusato di essersi fissato su un unico problema. Ai suoi critici Anders ha replicato osservando che la sua “fissazione” serviva soltanto a destare dal sonno quanti non coglievano la portata simbolica dell’evento atomico, frutto estremo di quella “tecnicizzazione dell’esistenza” che ha trasformato gli uomini in rotelle inconsapevoli di un meccanismo infernale.


[...] sto leggendo da alcuni giorni 'L'uomo è antiquato' e credo che scombussolerà non poco la mia visione del mondo tecnologico, improntata dall'idea che ciò che conta è ''l'uso che ne fai''





L'umanità che tratta il mondo come un "mondo da buttar via", tratta anche se stessa come "un'umanità da buttar via".
Günther Anders (12 luglio 1902 – 17 dicembre 1992)



"Una generazione non abdica quando si mettono in discussione le sue risposte, ma quando sono considerate irrilevanti".
Günther Anders







Come dice Silvano Agosti, il vero schiavo non è quello che sta in catene.
Ha le catene perché altrimenti fuggirebbe.
Il vero schiavo è quello che difende la sua schiavitù.
È quello che difende il posto di lavoro, è quello che non prova neanche a pensare ad una alternativa, è quello che dice "tanto è così, non puoi farci nulla".
È quello che dice. ..."ormai".....



"La tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo nella storia, forse irreversibile, dove la domanda non é più: ”Cosa possiamo fare noi con la tecnica?", ma: "Che cosa la tecnica può fare di noi?"
Gunter Anders
citato da Umberto Galimberti in "D" del 26 luglio 2014


L' uomo è antiquato. Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale
di Günther Anders


Se la prima rivoluzione industriale è consistita nell'introduzione del macchinismo, se la seconda si riferisce alla produzione dei bisogni, la terza rivoluzione industriale è per Anders quella che produce l'alterazione irreversibile dell'ambiente e compromette la sopravvivenza stessa dell'umanitàIn un mondo in cui la macchina è diventata soggetto della storia, l'uomo risulta superato, "antiquato", appunto. In venticinque saggi su temi che vanno da L'apparenza a Il male, passando per La massa, Il lavoro, Le macchine, L'individuo, Le ideologie, Il conformismo, Il privato, La morte, La realtà, La libertà, La storia, La fantasia, Lo spazio e il tempo, Anders pratica un filosofare senza sistema precostituito. Eppure la sua "filosofia di occasione" o, come pure egli dice, en plein air, ha saputo cogliere per tempo i prodromi della trasformazione che sarà detta impropriamente postmoderna e che per Anders altro non è che il frutto della riduzione di tutto, del mondo e dell'uomo, a "materia prima" indefinitamente manipolata da una tecnica sfuggita a ogni controllo.


ANDERS, GÜNTHER, L'UOMO È ANTIQUATO
Die Antiquiertheit des Menschen [lett. L'ANTIQUATEZZA DELL'UOMO] […] Questo, benché largamente ignorato, È UN TESTO FONDAMENTALE DELLA FILOSOFIA DEL NOVECENTO. L'attualità di molte delle sue pagine gli fa meritare il titolo di classico del pensiero contemporaneo, e fa pensare a esso come al CONTROCANTO TECNOLOGICO E ULTRARADICALIZZATO DEGLI STUDI SUL TOTALITARISMO COMPIUTI DALLA EX MOGLIE DELL'AUTORE, ANNAH ARENDT. PER ANDERS LA NOSTRA ETÀ DELLA TECNICA CI PORTA A VIVERE IN UN "TOTALITARISMO MORBIDO" GLOBALE. […] la critica di Anders alla "retorica della modernizzazione" da un lato e la "critica alla retorica della complessità" dall'altro, fanno di lui un filosofo insopportabile che l'establishment accademico preferisce ignorare […]

ANDERS DESCRIVE UN MONDO IN CUI LA MACCHINA E GLI OGGETTI PRODOTTI IN SERIE SONO DIVENTATI I PROTAGONISTI DELLA STORIA, IL LUOGO IN CUI OGNI ESSERE UMANO È 'GETTATO' E COSTRETTO A VIVERE IN QUALITÀ DI ESSERE TOTALMENTE INADEGUATO AI NUOVI TEMPI. Non stupisce quindi che ANDERS ANNOVERI TRA I MAGGIORI FILOSOFI DEL NOSTRO SECOLO AUTORI DI NARRATIVA COME HUXLEY, ORWELL O LEM, TRA I POCHI SCRITTORI IN GRADO DI INTRAVEDERE IL PROBLEMA POSTO DALL'ETÀ DELLA TECNICA. SE LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE È CONSISTITA NELL'INTRODUZIONE DEL MACCHINISMO, SE LA SECONDA SI RIFERISCE ALLA PRODUZIONE DEI BISOGNI, LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE È PER ANDERS QUELLA CHE PRODUCE L'ALTERAZIONE IRREVERSIBILE DELL'AMBIENTE E COMPROMETTE LA SOPRAVVIVENZA STESSA DELL'UMANITÀ. Questi sconvolgenti cambiamenti hanno coinvolto la vita dell'uomo nella sua complessità, tanto che i contorni di tre ambiti come quelli morale, estetico e politico si sono fatti evanescenti. Per Anders non è possibile più affrontare questi temi secondo le categorie che abbiamo ereditato dalla grande tradizione filosofica, religiosa, letteraria, o scientifica. Per esempio, NON È PIÙ POSSIBILE PARLARE DI LIBERTÀ SENZA TENER CONTO DELLA SILENZIOSA, E PARADOSSALMENTE INVISIBILE, IRRUZIONE DEL PUBBLICO NELLA NOSTRA VITA A DISCAPITO DI OGNI RESIDUO ANGOLO DI PRIVATEZZA. IL NOSTRO DIVENTARE UN PUBBLICO TELEVISIVO DOMESTICO EQUIVALE ALLA SCOMPARSA DELLA VITA PRIVATA. ANDERS DESCRIVE LA NOSTRA IMPOSSIBILITÀ DI AVERE UN'ESPERIENZA DIRETTA DEL MONDO, CHE SIA PRIVA DEI FANTASMI CHE GIUNGONO NELLE NOSTRE CASE ATTRAVERSO LA TELEVISIONE. IL VERO PROBLEMA MORALE CONCERNE IL RISCHIO DEL SOFFOCAMENTO DI OGNI IMPULSO MORALE A OPERA DELLA TECNICA e dei suoi connotati particolari: "le nostre stesse azioni 'morali' e 'immorali', che lo vogliamo o no, vagano prive di radici nell'oceano dell'essere, moralmente indifferente, per così dire sotto forma di 'fiori metafisici recisi'" (v. I, p. 77). "Ancor oggi nelle etiche accademiche gli impianti di sterminio sono un oggetto del futuro non ancora scoperto" (v. I, p. 249). "L'ADDETTO AL CAMPO DI STERMINIO NON HA "AGITO", MA, PER QUANTO ORRENDO CIÒ POSSA APPARIRE, HA LAVORATO. E DATO CHE SCOPO E RISULTATO DEL SUO LAVORO NON LO RIGUARDANO, DATO CHE IL SUO LAVORO IN QUANTO LAVORO È CONSIDERATO SEMPRE 'MORALMENTE NEUTRALE', HA SBRIGATO UNA FACCENDA 'MORALMENTE NEUTRALE'" (ivi, p. 299). VIVIAMO IN UN'EPOCA IN CUI È NEUTRALIZZATA LA DIFFERENZA TRA AGIRE VIOLENTO E MANSUETUDINE, UN'EPOCA CHE CI PRECLUDE IL "DIRITTO ALLA CATTIVA COSCIENZA" E CHE ATROFIZZA LA NOSTRA CAPACITÀ DI PROVARE IL SENSO DI COLPA (v. II, p. 60). L'UOMO È ORMAI TROPPO ANTIQUATO PER POTERE, ANCHE SOLO POTENZIALMENTE E IPOTETICAMENTE, CONDURRE UN'AUTENTICA VITA ETICO-MORALE, E GLI STESSI FILOSOFI SONO TROPPO "ANTIQUATI" PER COMPRENDERE APPIENO QUELLO CHE CI STA ACCADENDO. I NOSTRI APPARATI TESTUALI E CONCETTUALI, IL NOSTRO VOCABOLARIO, SONO INADEGUATI. Di qui il tono provocatorio, spesso "eccessivo" di Anders (come ha detto Pier Paolo Portinaro, "quello della deformazione, dell'esagerazione è anche il metodo di Anders"), e di qui i suoi frequenti riferimenti al suo fondamentale scritto, erede "tecnologico" delle satira swiftiana: il romanzo filosofico Die molussiche Katakombe, pubblicato solo nel 1992 a Monaco.

Quelli di Anders sono gli eccessi di CHI CERCA UNA VISUALE ESTERNA A UN MONDO CAPILLARMENTE TECNICIZZATO anche nelle diramazioni culturali considerate più "elevate" e immuni dalla tendenza fondamentale del tempo. NELLA VISIONE ANDERSIANA, L'UMANITÀ, COME GREGOR SAMSA, SI È LENTAMENTE ADATTATA ALLA MOSTRUOSITÀ DI UN'ALIENAZIONE CHE LA INVESTE IN OGNI ISTANTE E IN OGNI PARTICOLARE DELLA SUA VITA. QUELLA DI ANDERS APPARE UNA DESCRIZIONE "KAFKIANA AL CONTRARIO" NEL SUO INTENTO DI MOSTRARE LA COMPLETA ALIENAZIONE DELLA VITA NELLA NOSTRA QUOTIDIANA "NORMALITÀ". Il metodo di Anders, corrispondente a quella che egli chiama la sua "filosofia d'occasione", è un mirabile TENTATIVO DI SCOPRIRE, A PARTIRE DAI DETTAGLI DEL NOSTRO STILE DI VITA DI OGNI GIORNO, IL PROCESSO SOTTOSTANTE: UNA DISUMANIZZAZIONE IN FASE TALMENTE AVANZATA DA COINVOLGERCI TOTALMENTE E DA IMPEDIRCI DI ESSERNE CONSAPEVOLI (la nostra "cecità all'apocalisse"). A questo proposito è eloquente l'estrema scarsità di traduzioni e studi relativi a Anders in lingua inglese e quindi negli Stati Uniti (il paese in cui Anders ha vissuto a lungo, facendo i lavori più disparati compreso naturalmente l'operaio ai nastri), e che servono per lui da modello principe in cui può essere letto più chiaramente il libro dell'avvenire (tanto che talora sorge il dubbio: in quali passi del testo Anders sta parlando della cultura dell'età della tecnica, e dove invece egli sta parlando degli aspetti più deteriori della cultura e della società statunitense? È possibile una distinzione?). PARLARE DI ANTIQUATEZZA DELL'UOMO E DISUMANIZZAZIONE non è certo espressione di un moralismo superficiale. QUESTA DISUMANIZZAZIONE APPARE UNA REALTÀ RICONOSCIBILE NELLA VITA DI CIASCUNO DI NOI, SENZA ECCEZIONE. Anders propone in quest'opera il controcanto concreto e pratico-morale della filosofia della tecnica di Heidegger, il cui rifiuto di affrontare direttamente il problema morale del nostro tempo è presentato da Anders come la conseguenza (e non come la critica) di un atteggiamento moralistico (v. II, p. 6). La tensione morale sottesa a quest'opera è lontano dal confondersi, come talora in Heidegger, con un atteggiamento da semi-esteta, sebbene presenti diversi punti deboli ed esagerazioni che avrebbero richiesto una maggiore accuratezza.

QUESTO TESTO È UNA TRATTAZIONE SUI LIMITI DI TUTTE LE FACOLTÀ DELL'UOMO ALLA LUCE DELL'ETÀ DELLA TECNICA; sono riconoscibili, espressi in termini assai simili, ma con esempi illuminanti e con meno tecnicismi, quasi tutti i temi di PSICHE E TECHNE, (1999), UN TESTO IN LARGHISSIMA MISURA DEBITORE DELL'OPERA DI ANDERS, COME HA RICONOSCIUTO L'AUTORE GALIMBERTI.
I LIMITI SONO INTERPRETATI COME UNA MOLTEPLICITÀ DI DISLIVELLI TRA L'ANIMA DELL'UOMO E LE FORME DELLA SUA PRASSI: TRA IMMAGINARE E FARE, TRA SENTIRE E AGIRE, TRA COSCIENZA E CONOSCENZA. Questa serie di dislivelli conduce non solo alla totale impossibilità di una personalità armoniosa (v. I, p. 50-52), ma ad UNA SITUAZIONE IN CUI "NESSUNO DI NOI 'SA' IN UN SENSO REALMENTE ADEGUATO ALL'EFFETTIVA REALIZZAZIONE: IL COMANDANTE IN CAPO NÉ PIÙ NÉ MENO DELL'ULTIMO FANTOCCINO, IL PRESIDENTE NÉ PIÙ NÉ MENO DELL'ULTIMO OPERAIO" (v. I, p. 279).
La parte del testo che appare la meno convincente e che fatico a fare combaciare con la mia esperienza personale, stranamente, è la lunga parte prima, che presenta, con un'argomentazione accurata ma tendenziosa, la TESI DEL SOPRAGGIUNGERE DI UNA NUOVA VARIETÀ DI VERGOGNA (la "vergogna prometeica"), LA VERGOGNA DELL'UOMO DI FRONTE AI SUOI STESSI PRODOTTI. Questa tesi dovrebbe costituire uno dei capisaldi del libro. Non sempre convincente appare poi l'associazione diretta tra conformismo ed età della tecnica (non è il conformismo qualcosa di co-originario all'essere umano in quanto tale e alla struttura mimetica del suo sviluppo cognitivo-affettivo?). Ma queste parti non compromettono la solida e coerente struttura interna del testo, che è una ricerca esemplare, che offre un notevole numero di scottanti intuizioni, molte immagini originali e genuinamente provocatorie di noi stessi. UNO SPECCHIO DEFORMANTE, MOLTI DIREBBERO, MA LEONARDO CI HA INSEGNATO CHE UNA CARICATURA PUÒ ESSERE PIÙ VERITIERA DI UN RITRATTO REALISTICO. Quest'opera apre ulteriormente gli spazi problematici esplorati dai precedenti filosofi della tecnica, e lo fa in un linguaggio il più delle volte concretissimo e accessibile anche a un pubblico di non specialisti (quindi è maggiormente triste pensare che quest'opera probabilmente continuerà a restare abbastanza estranea a un pubblico diverso da quello specialistico, per la scarsa attenzione dei media oltre che in ragione del prezzo elevato). Fare tesoro delle intuizioni in essa contenute, potrebbe permetterci di stabilire letteralmente un nuovo quadro della situazione (non solo in filosofia, ma anche in discipline che vanno dalla sociologia alla psicologia alla teologia) una visuale senza precedenti sullo stato degli esseri umani e di ciò che chiamiamo la nostra umanità.

ANDERS, GÜNTHER, L'UOMO È ANTIQUATO

Torino, Bollati Boringhieri, 2003, vol. I, pp. 348, Euro 26,00, ISBN 88-339-1454-2; vol. II, pp. 191, Euro 28,00, ISBN 88-339-1455-0.

(vol. I: Considerazioni sull'anima nell'epoca della seconda rivoluzione industriale, trad. it. di L. Dallapiccola, con saggio introduttivo di C. Preve; vol. II: Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale, trad. it. di M. Adelaide Mori.)

Recensione di Beniamino Soressi - 07/07/2003

Filosofia teoretica (filosofia della tecnica)

http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2003-11/anders.htm


Gunther Anders: L’uomo è antiquato.
Autore rimosso, ostico, che richiede a noi lettori una grande disponibilità ad affrontare un pensiero che azzera le abitudini mentali con cui solitamente riflettiamo sui quotidiani rapporti che intratteniamo con la sterminata strumentazione tecnica di cui dispone il mondo contemporaneo. I punti fermi dei nostri processi di affidamento e di sintonia con l’universo tecnologico subiscono, nell’opera di Anders, una specie di crollo, di rovinosa catastrofe intellettuale ed etica. Nelle pagine dei due volumi de “L’uomo è antiquato” cogliamo una ostinata disposizione teorica alla controversia con i quadri concettuali dominanti e un rifiuto radicale, che rasenta il settarismo ideologico, verso ogni principio di conciliazione tra “conditio humana” e “techne”. Una lettura della nostra epoca certamente scomoda e indignata contro l’apocalisse che ci sovrasta, eretica e provocatoria negli accostamenti tra le più gravi infamie compiute nel Novecento, sarcastica verso tutte le forme di filosofia dell’armonia e del progresso : “Neoilluministi e neopositivisti di ogni colore- scrive Pier Paolo Portinaro, autore dell’unico studio apparso in Italia su Anders- avranno buon gioco a considerarlo un guastafeste che ha fatto dell’apocalisse nucleare la sua bandiera e il suo slogan agitatorio”. Gunther Anders (il cui vero cognome è Stern) nasce a Breslavia nel 1902, figlio di un docente universitario di psicologia infantile appartenente alla comunità ebraico-tedesca. La famiglia è di orientamento laico e si considera pienamente assimilata nella Germania del primo Novecento. Anders racconterà in un testo intitolato “Il mio ebraismo” e in una lunga intervista concessa nel 1979, e pubblicata in Italia nel 1981 con il titolo “Opinioni di un eretico”, l’atmosfera di tolleranza, di agiatezza e gli stimoli intellettuali che la famiglia gli aveva dischiuso e indicherà in quella educazione liberale e aliena da ogni dogmatismo religioso la prima fonte della sua disposizione filosofica. Nel 1919 inizia gli studi universitari con Cassirer e con Panofsky e li prosegue poi frequentando diverse università tedesche ed entrando in contatto con Tillich e soprattutto con Heidegger e Hans Jonas con il quale stringe legami di amicizia. Si laurea con Husserl nel 1925 e, a Marburgo, segue i corsi di Heidegger e conosce Hannah Arendt che, nel 29, diverrà sua moglie. Tenta invano la carriera accademica e, dopo avere interrotto l’abilitazione, lavora come giornalista a Berlino. Siamo nel 1930 e da questo momento comincerà a firmarsi con lo pseudonimo di Anders (l'altro, in tedesco). Allarga il giro delle sue conoscenze e frequenta Bloch, Doblin, Brecht con il quale manterrà a lungo rapporti di amicizia. I suoi interessi filosofici sono circoscritti nell’orizzonte della riflessione di Heidegger del quale subisce (come ricorda in “Opinioni di un eretico”) lo “spell”: “ Quello che ha affascinato me -e probabilmente ciò vale anche per Marcuse- e che di Heidegger certamente rimarrà, è, dopo più di duemila anni, l’apertura non solo alla metafisica ma anche all’ontologia”. Nel 1933 lascia la Germania e si rifugia a Parigi dove più tardi lo raggiunge Hannah Arendt. Si dedica alla composizione di testi letterari (poesie, racconti ed un romanzo), tiene qualche conferenza, approfondisce la lettura di Kafka e riflette sulla sua condizione di esiliato la cui esistenza è sempre più precaria: privato dei documenti, avverte la propria situazione simile a quella descritta dallo scrittore praghese. Nel 36, dopo la separazione dalla moglie, parte per gli Stati Uniti. Sopravviverà in America per quattordici anni, tra New York e Los Angeles, sostenendosi con i lavori più occasionali (odd jobs). In fabbrica come operaio sperimenta il taylorismo e la produzione industriale di massaSenza il periodo in fabbrica, in effetti, non sarei mai stato in grado di scrivere la mia critica dell’era della tecnica, ossia il mio libro L’uomo è antiquato”. Cerca collaborazioni con l’industria cinematografica e finisce per lavorare per l’Office for War Information: “Dalla California fui poi richiamato a New York per lavorare all’Office for War Information. Era un ufficio statale nel quale si raccoglievano e si redigevano, in molte lingue, quelle notizie che poi venivano trasmesse ai tedeschi e ai popoli che Hitler aveva sottomesso. Accettai subito la chiamata ma poi lasciai il lavoro, già dopo alcuni mesi, perché il vento politico che tirava là dentro si era fatto gelido”. Scrive qualche articolo di filosofia per la rivista diretta da Horkheimer anch’egli, insieme ad Adorno e Marcuse, emigrato negli Stati Uniti. I suoi rapporti con i “francofortesi” tuttavia sono di sostanziale estraneità o di latente conflitto. La sua condizione di sradicato migliora solo nel 48 quando gli viene affidato un corso di estetica alla New School for Social Research di New York. Due anni dopo lascia gli Stati Uniti, rientra in Europa e si stabilisce a Vienna. L’esperienza americana ha fornito ad Anders alcuni exempla delle ricadute individuali e sociali della tecnologia e del consumismo di massa: i suoi successivi studi sul conformismo, sul potere dei mass media, sul totalitarismo dei prodotti, sulle trasformazioni del lavoro nella fabbrica automatizzata hanno la loro origine proprio nella sua esperienza americana. Stabilitosi in Europa, pubblica un testo su Kafka e fonda, nel 54, il movimento antinucleare. E’ la nuova svolta nel pensiero ma anche nella attività e nel ruolo intellettuale di Anders. La “ scoperta” di Hiroshima segna la quarta cesura nel percorso del filosofo tedesco dopo la giovanile esperienza della Grande guerra, dopo la presa di potere da parte di Hitler, dopo l’olocausto: “Sì, è incontrovertibile che il 6 agosto 1945, vale a dire Hiroshima, abbia significato per me una frattura. E’ stata la cesura più profonda della mia vita ma non certo la prima”. Dopo la scoperta dei Auschwitz, altre terribili rovine sembrano chiudere il cerchio delle infamie del Novecento. Il bombardamento delle città giapponesi è un evento che, come scrive Portinaro, segna una svolta nella storia universale: ”una cesura che non resta senza conseguenze per la definizione della stessa conditio humana. Se un qualche senso si doveva attribuire alla categoria heideggeriana di essere-per-la morte, certo è che ora quella determinazione acquista rilevanza in riferimento non all’esistenza del singolo ma alla sopravvivenza del genere umano”. E’ a questo punto, dopo il riconoscimento della apocalisse atomica, che la filosofia di Anders assume il suo inconfondibile profilo. Nel filosofo tedesco si compie una rivoluzione copernicana: la speranza (il non-ancora) lascia il posto al vivere senza speranza (il non-più). La minaccia nucleare prospetta un “mondo senza uomo”, evidenzia la radicale contingenza della vita umana che ora si definisce come “dilazione”: “siamo quelli che esistono-ancora. L’umanità intera è eliminabile”. La battaglia antiatomica porta Anders al meeting di Tokyo del 58 e in quella occasione tiene un seminario sul tema: “La morale nell’era atomica”. Come i campi di sterminio, la bomba atomica è uno strumento di annientamento che va al di là delle ragioni della guerra. Ad Auschwitz e ad Hiroshima è stata eliminati, con l’ausilio della tecnica, una moltitudine di persone per la quale era preclusa ogni possibilità di resistenza. Anders sostiene dunque una tesi dirompente e controversa: l’equivalenza tra i due mostruosi crimini del XX secolo. Durante il meeting antinucleare di Tokyo Anders visita le due città bombardate e a questa esperienza dedica un libro pubblicato in Italia nel 1961 ed intitolato: “Essere o non essere: Diario di Hiroshima e Nagasaki”. “ E’ andato a Hiroshima- scrive Costanzo Preve nella Introduzione a “L’uomo è antiquato”-, Ha visto i leucemici, i moribondi, verificandone con sgomento la rimozione generalizzata: la vittima è socialmente considerata un colpevole, viene nascosta, relegata, ignorata”. Il filo di continuità tra i due grandi crimini, ripetutamente ribadito da Anders, denuncia il rischio sul possibile ripetersi di analoghe pulsioni distruttive e, al tempo stesso, richiama la mancata coscienza dell’enormità del crimine compiuto dagli uomini che hanno fabbricato Auschwitz e Hiroshima. Anders richiama una drammatica coincidenza: la bomba atomica è stata sganciata sulle città giapponesi in coincidenza con l’istituzione del Tribunale militare internazionale incaricato di giudicare i crimini contro l’umanità compiuti dal nazismo. Sulla questione Auschwitz/Hiroshima si soffermano sia Preve nella sua Introduzione, intitolata “Un filosofo controvoglia”, sia Portinaro nel suo importante libro. Preve afferma che tra i due grandi crimini non solo c’è continuità sostanziale ma che essi hanno un diverso peso nella coscienza occidentale nel senso che il bombardamento delle due città giapponesi è stato in qualche modo giustificato e si è permesso “che non venisse neppure chiesto scusa”. Una asimmetria assolutamente scandalosa- scrive Preve- che finisce per legittimare tutti i bombardamenti futuri: “più esattamente del Bombardamento come azione legittima contrapposta al Campo di sterminio come Azione Illegittima”. Portinaro concentra le sue riflessioni sul revisionismo storico di Anders e, come vedremo, egli riconosce che la tesi Auschwitz/Hiroshima infrange apertamente una verità storiografica, un canone universalmente accettato. Verso la fine degli anni cinquanta, Anders avvia uno scambio epistolare con Claude Eartherly, il pilota americano che il 6 agosto del 45 aveva sganciato la bomba e che si trovava allora internato in un ospedale militare per disturbi mentali. Il carteggio viene reso pubblico e stampato, nel 62, anche in Italia con il titolo “La coscienza al bando”. Nel 64, proseguendo la sua ricerca sugli aspetti tecnici, burocratici e apparentemente neutri delle mostruosità del XX secolo, invia una lettera aperta a Klaus Eichmann il cui padre era stato processato e giustiziato a Gerusalemme due anni prima. Il carteggio con il pilota americano nasce da una notizia letta per caso da Anders su una rivista americana relativa a recenti disturbi psichici sofferti da Eartherly e che lo hanno spinto sino a tentare il suicidio. Il filosofo tedesco intuisce una relazione tra lo stato psichico dell’ex pilota ed il suo senso di colpa: “Il caso di questo giovane americano illustra perfettamente il paradosso dei massacri tecnologici i cui esecutori possono essere a volte dei colpevoli innocenti”. Il carteggio tra il filosofo militante del pacifismo e del rifiuto del nucleare e l’ex pilota, in cui affiorano lettera dopo lettera i sentimenti di comprensione, di rispetto, di amicizia tra due uomini agli antipodi, ebbe probabilmente un effetto terapeutico e liberatorio su Eartherly ma anche sulla evoluzione del pensiero di Anders: ”Tu ed Eichmann -gli scrive Anders- siete due figure emblematiche della nostra epoca. Se non ci fossero di fronte ad Eichmann (che non ha mostrato segni di pentimento), uomini come te, avremmo ben motivo di disperare”. Anche la guerra del Vietnam vede Anders in prima fila: diventa membro del Tribunale Russell contro i crimini di guerra e denuncia le atrocità di quel conflitto. Dopo la pubblicazione del secondo volume de “L’uomo è antiquato” (1980), raccoglie in un libro pubblicato anche in Italia i suoi scritti sulla questione atomica; nel 1982 rompe i rapporti con la comunità ebraica di Vienna che sostiene l’invasione del Libano e trascorre l’ultimo decennio della sua vita (Anders si spegnerà a Vienna nel dicembre del 92) scrivendo e pubblicando raccolte di saggi e difendendo il suo punto di vista personale ed anticonformista. “Come definirlo in conclusione? - si chiede Costanzo Preve- Non disperato, nonostante la sua propensione a coltivare la categoria della disperazione. E neppure profetico. Certo, veniva dalla tradizione ebraica della voce-sale-della-terra, un ebraismo lontano dal sionismo, cui non si è mai veramente interessato sia dall’assimilazionismo. E allora chi è Anders? Suo malgrado, e indipendentemente dallo stile che non ha nulla da spartire con l’andamento classico della filosofia dell’università, Anders è stato un filosofo, uno dei più grandi del Novecento e se i manuali di storia della filosofia non se ne sono accorti, tanto peggio per loro”. Il primo volume de “L’uomo è antiquato” (1956) comprende quattro saggi di notevole ampiezza, il primo è intitolato “Della vergogna prometeica” ; ad esso segue “Il mondo come fantama e come matrice” dedicato alla radio, alla televisione; il terzo saggio è dedicato a Beckett e si intitola “Essere senza tempo”; il quarto saggio, infine, è dedicato alla bomba atomica: “Della bomba e delle sue radici. Della nostra cecità all’Apocalisse”. Il secondo volume (1980) ha, rispetto al primo, una struttura completamente diversa in quanto è costituito da una importante introduzione intitolata “Le tre rivoluzioni” e da ventotto saggi di diversa lunghezza che affrontano numerosi temi: il lavoro, le macchine, l’individuo, la libertà, la storia. Sostanzialmente si tratta di un’opera unitaria poiché tra i due volumi, sul piano filosofico, intervengono solo delle correzioni di tiro la più importante delle quali riguarda il riconoscimento da parte dell’autore della forzatura da lui stesso impressa al concetto di “vergogna prometeica” ampiamente discusso nel primo volume. Perché l’uomo è antiquato? La risposta dell’autore a questa domanda capitale mette in campo le questioni fondamentali affrontate nell’opera. L’uomo è antiquato- risponde Anders- rispetto alla perfezione dei prodotti della tecnica che lo pone in una condizione di inferiorità in cui egli avverte tutta la sua inadeguatezza e il dislivello tra la sua natura di essere finito e precario e l’infinita progressione e potenza dell’apparato tecnologico mondiale. Lo scarto è avvertito anche come divaricazione tra due facoltà dell’uomo: la sua capacità limitata di immaginare (vorstellen) e la sua capacità illimitata di produrre (herstellen); detto in altre parole, c’è uno squilibrio tra la condizione umana e la perfezione della macchina, squilibrio che si risolve nel dominio dell’apparato tecnologico sull’uomo. Ma c’è anche uno squilibrio all’interno dell’uomo tra la sua limitata capacità di prevedere e di interpretare le ricadute dei processi tecnologici avviati e quindi di assumerne la piena responsabilità. In questa prospettiva si cela il rischio, gravissimo, della ininfluenza dell’uomo rispetto a ciò che lui stesso produce. Per restare ancora nell’ambito del titolo, dobbiamo qualche cenno al significato di seconda e di terza rivoluzione industriale. Ciò a cui si riferisce l’autore ha solo una vaga attinenza ai termini storicamente accettati delle fasi della rivoluzione industriale. La prima rivoluzione industriale coincide, per Anders, con il macchinismo ossia con la produzione di macchine per mezzo di macchine, una rivoluzione che non mette ancora al centro del suo programma la manipolazione dei bisogni; la seconda rivoluzione industriale è quella in cui anche i bisogni vengono prodotti mentre la terza rivoluzione industriale è quella dell’uomo-massa che vive in un mondo in cui il lavoro sta perdendo la sua centralità ed evolve verso la robotica. Anders è un autore radicale, con qualche cosa di estremo; la sua filosofia della tecnica va ben al di là delle posizioni critiche espresse nel Novecento da filosofi che hanno denunciato l'ambiguità della tecnica, i rischi della riduzione della vita ad una evento meccanico e strumentale, il suo potere soverchiante. Egli si allontana di molto da tutte quelle forme di pensiero, che vanno dal senso comune alla filosofia e alla scienza, che riconoscono alla tecnica un esclusivo significato strumentale. Per il filosofo tedesco la strumentalità è una caratteristica della tecnica elementare, della tecnica artigianale non certo della tecnica della seconda e delle tre rivoluzioni industriali. C’è la massima lontananza tra il senso classico di “techne” e quello andersiano che si è formato ed è cresciuto non sulle pagine di qualche testo di filosofia ma, lo abbiamo visto, sul terreno del capitalismo americano. Il mondo greco-romano ha trasmesso una concezione della tecnica come dotazione strumentale utile alla sopravvivenza dell’uomo; l’età moderna eredita questo quadro concettuale ed enfatizza il carattere strumentale e progressivo della tecnica: per Bacone essa realizza il “regnum hominis”. Solo nel corso del Novecento viene avvertito il rischio di scivolamento della tecnica verso il non-umano, e la sottomissione della natura a principi e metodi di sfruttamento intenso e squilibrato; anche il carattere “totalitario” della macchina viene chiaramente intuito e segnalato da una composita corrente di pensiero che va da Spengler ad Heidegger, dai “francofortesi” agli esistenzialisti atei e cattolici. Il mondo delle macchine viene avvertito da costoro come responsabile di una eterogenesi dei fini in quanto, andato perso il carattere liberatorio e progressivo della tecnica, altro non rimane se non l’impoverimento spirituale ed intellettuale e il predominio dell’artificiale e del meccanico. L’uomo è minacciato, essi avvertono, nel suo tessuto di individuo e di persona plurale. Bisogna dunque porre dei limiti e valorizzare l’antropologia della persona o la liberazione delle classi sociali asservite alla logica della scienza e della tecnologia capitalista. Anders si discosta da questo orizzonte anche se recepisce alcune tematiche come quella dell’oltrepassamento dell’uomo da parte dell’apparato tecnico-scientifico e la sua riduzione a cosa priva di soggettività. Il suo quadro concettuale reste comunque distante. Basta pensare ai suoi temi: il dislivello prometeico, il totalitarismo dei prodotti, l’apocalisse atomica e il suo potere di “reductio ad nihil”, il carattere finale della nostra epoca, la dissociazione tra mezzo e fine, l’imperativo secondo cui tutto ciò che è tecnicamente realizzabile deve essere realizzato, la mutazione antropologica dell’uomo trasformato in ente plasmabile dai meccanismi del consumo e della informazione, il primato ontologico delle cose rispetto agli uomini. Prometeo ha riportato sull’uomo una vittoria troppo trionfale, sostiene Anders illustrando il tema della “vergogna prometeica”, e da questa vittoria degli apparati , delle funzioni, degli strumenti ne deriva una perdita del mondo da parte dell’uomo ed un più elevato livello ontologico delle cose rispetto agli uomini stessi. Da queste premesse discende, tra l’altro, la tesi della inversione mezzi-fini. Nessun mezzo è mai soltanto un mezzo. I cosiddetti strumenti in realtà sono “decisioni preliminari” che condizionano i cosiddetti fini. Non è vero, inoltre, che la tecnica dipende dall’uso che ne facciamo: questa tesi ottimistica è drasticamente respinta da Anders “La credenza- egli scrive- che esistano porzioni del nostro mondo che non sono altro che mezzi a cui si possono assegnare ad libitum scopi buoni è pura illusione… La nostra esistenza in cui la tecnica ha una parte tanto importante non si divide in tratti di strada ben delimitati e separati l’uno dall’altro, di cui gli uni sono contraddistinti dal cartello stradale “mezzi” e gli altri da quello “scopi”. Questa divisione è legittima solo per azioni singole e per procedure meccaniche isolate”. L’evento più esemplare di inversione mezzi/fini è la costruzione della bomba atomica: essa non è un mezzo perché se venisse impiegata il più piccolo dei suoi effetti supererebbe di gran lunga qualsiasi scopo. “effectus trascendit finem”. Il processo degenerativo della coppia mezzo/fine è approdato oggi al risultato che la fabbricazione dei mezzi è diventata lo scopo della nostra esistenza; mezzo e fine si sono scambiati le parti. Di grande interesse sono anche le riflessioni di Anders sulle trasformazioni del lavoro umano nella fabbrica robotizzata, sul decadere del “fabbricare” (ossia del lavoro delle manifatture) a “fare” e poi del “fare” in “servire” la macchina. Il libro di Pier Paolo Portinaro rimane ancora l’unica opera pubblicata in Italia sul pensiero di Anders. Ciò appare sbalorditivo a chiunque abbia letto qualche saggio del filosofo tedesco. Non si può non pensare ad un silenzio intenzionale attuato verso un pensatore che non è né di destra né di sinistra ma che ha sempre seguito una strada personalissima ed è stato un implacabile avversario dei sistemi di pensiero autoreferenziali. Il lavoro di Portinaro comunque è un ottimo strumento per avvicinare criticamente Anders poiché traccia una illuminante e acuta presentazione del filosofo tedesco nel primo dei tre saggi che costituiscono il libro e offre nei restanti due importanti spunti di approfondimento. Particolarmente importante è il terzo ed ultimo intervento intitolato: “Tecnica ed etica ad una dimensione” in cui l’autore esamina il pensiero di Anders in rapporto a Marx, ad Heidegger, ai “ francofortesi” e ad Hannah Arendt. Ma soprattutto è interessante in questo saggio la riflessione sulla convergenza tra la tesi andersiana della equivalenza tra Auschwitz ed Hiroshima e le tesi del revisionismo storico. Il pensiero di Anders è debitore nei confronti di Marx da cui deduce alcune importanti tesi quali il tema della alienazione, quello del feticismo delle merci (che in Anders diventa la priorità ontologica del prodotto), e il tema del dominio dei mezzi di produzione rispetto al lavoratore. Con il pensiero di Heidegger, Anders manterrà nel tempo un rapporto prevalentemente conflittuale. “Il suo rapporto con Heidegger va -scrive Portinaro- dalla identificazione al rigetto, passando attraverso la parodia”. Heideggeriana è la tesi sulla inversione mezzi/fini e sull’ oltrepassamento compiuto da Anders della concezione “strumentale” della tecnica. Portinaro riconosce l’estremizzazione e l’enfatizzazione che sono implicate e sottese alle analisi di Anders ma non sono pochi i meriti della antifilosofia andersiana che trovano nel saggio di Portinaro una adeguato riconoscimento. Su Anders anticipatore del revisionismo il giudizio di Portinaro tende a mettere in luce la rottura compiuta dal filosofo tedesco del canone storiografico impostosi quasi unanimemente nel secondo dopoguerra. L’accostamento Auschwitz-Hiroshima è destinato a sollevare scandalo, afferma Portinaro che riconosce comunque che l’intento del “revisionismo” andersiano “non è minimizzare le colpe dei totalitarismi storici quanto ingigantire quelle delle democrazie occidentali”.

Michele Del Vecchio sito web: delvecchiomichele.interfree.it

Gunther Anders : L’uomo è antiquato.

Vol.1.Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale. Pagg. 348, euro 26

Vol. 2. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale. Pagg. 428, euro 28

Torino, Bollati Boringhieri, 2003


Pier Paolo Portinaro : Il principio disperazione, pagg. 179, euro 13

Torino, Bollati Boringhieri, 2003

mercoledì 29 febbraio 2012

Manipolazione Manipolatore


Definizione dettagliata di MANIPOLAZIONE e di colui che manipola ovvero il MANIPOLATORE

http://it.wikipedia.org/wiki/Manipolazione
Etimologia:
manipolare da manipolo nel senso d manata, pugno (v. Manipolo), dal lat. manus = mano e pilare - premere, onde nacque Compilare.
Operare qualche cosa con la mano; usato specialmente parlando di sostanze chimiche o di farmacia; Manipolare leggi, programmi e simili.
Deriv. Manipolatore-trice; Manipolazione.
http://www.etimo.it/?term=manipolare
manipolare:
[ma-ni-po-là-re] v.tr. (manìpolo ecc.) [sogg-v-arg]
1 Lavorare un impasto mescolando sostanze diverse: m. gli ingredienti della pasta
2 Trattare oggetti e materiali con le mani o con strumenti appositi (manipolatori): m. denaro; in fisioterapia, massaggiare qlcu.
3 fig. Condizionare qualcuno: es. l'opinione pubblica
4 Alterare, contraffare un prodotto: m. il vino; in senso fig., falsificare dati o notizie: m. le elezioni
http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/M/manipolare.shtml


MANIPOLAZIONE MENTALE (PLAGIO)
E' ormai noto che i manipolatori mentali si servono di tecniche psicologiche subdole e sofisticate, spesso abbinate alla somministrazione di sostanze chimiche (come allucinogeni, droghe, psicofarmaci "depersonalizzanti", eccetera), come dimostrano gli studi compiuti da Margareth Singer, G. De Gennaro, M. Gullotta, Jania Lalich e gli scritti di Randall Watters, G. Flick, Ted Patrick. Ma è sbagliato pensare che il plagio avviene solo nelle sette organizzate. Può verificarsi anche in un piccolo gruppo deviato, nella coppia, o addirittura in famiglia. Secondo lo psicologo Steven Hassan, il controllo mentale può essere compreso analizzando le tre componenti descritte dallo psicologo Leon Festinger. Si tratta del controllo del comportamento, controllo dei pensieri e controllo delle emozioni. Ogni componente influenza profondamente le altre: modificandone una anche le altre tenderanno a cambiare. Se si riesce a cambiarle tutte e tre, l'individuo sarà spazzato via (tratto dal libro Releasing the Bonds).
Controllo del comportamento
Il controllo del comportamento è ciò che regola la realtà fisica di un individuo. Include il controllo del contesto in cui si trova, vale a dire dove abita, quali vestiti indossa, che cibo mangia, quanto dorme, come pure il suo lavoro, le abitudini e le altre attività.
In alcuni dei gruppi più restrittivi i membri devono chiedere il permesso per qualsiasi cosa. A volte l'individuo viene reso dipendente dal punto di vista finanziario cosicché la sua facoltà di scelta comportamentale si restringe. Un adepto deve chiedere i soldi per il biglietto dell'autobus o per comprarsi i vestiti, o il permesso per recarsi dal medico. Il seguace deve essere autorizzato a telefonare a un amico o a un parente fuori dal gruppo e deve rendere conto di ogni ora della sua giornata. In questo modo il gruppo può tenere saldamente le redini del suo comportamento e controllarne anche pensieri ed emozioni. Il comportamento individuale è spesso assoggettato alla richiesta di eseguire in gruppo ciascuna azione. In molte sette le persone mangiano assieme, lavorano assieme, partecipano a riunioni di gruppo e talvolta dormono nella stessa casa. L'individualismo è disincentivato. Ognuno vede assegnarsi degli "amici" fissi. La struttura del comando è autoritaria: il processo decisionale parte dal capo e, passando per i luogotenenti, arriva ai diretti inferiori fino ai ranghi più bassi. In un ambiente così strutturato, tutti i comportamenti possono essere premiati o puniti.
Controllo del pensiero
Il controllo del pensiero, la seconda importante componente del controllo mentale, prevede l'indottrinamento dei membri in maniera così pervasiva da far loro interiorizzare la dottrina del gruppo. Per diventare un buon seguace una persona deve prima imparare a manipolare i propri processi mentali. Tutto ciò che è buono si incarna nel leader e nel suo gruppo. Tutto ciò che è cattivo è nel mondo esterno. I gruppi più totalitari dichiarano che la loro dottrina è stata scientificamente dimostrata. La dottrina sostiene di poter esaudire tutte le domande, di rispondere a tutti i problemi e a tutte le situazioni. Un altro aspetto chiave del controllo del pensiero prevede l'addestramento specifico dei soggetti a bloccare e respingere qualsivoglia informazione critica nei confronti del gruppo.
I basilari meccanismi di difesa di una persona vengono confusi a tal punto da farla arrivare a difendere l'identità acquisita nel culto a scapito dell'identità originaria, che soccomberà nello scontro. Se un'informazione trasmessa al membro di un culto viene percepita come attacco al capo, alla dottrina o al gruppo stesso, per tutta risposta viene immediatamente eretto un muro di ostilità.
Controllo delle emozioni
Il controllo delle emozioni, la terza componente del controllo mentale, mira a manipolare e limitare la sfera dei sentimenti. Sensi di colpa e paura sono gli strumenti impiegati per tenere le persone sotto controllo. Il senso di colpa è forse l'unica e più importante leva emozionale capace di indurre conformismo e accondiscendenza. La maggior parte degli affiliati non è affatto consapevole che i sensi di colpa e le paure vengono usati al fine di controllarli: sono stati condizionati a colpevolizzare sempre e soltanto se stessi, quindi rispondono con gratitudine ogni qual volta si fa loro notare una "mancanza". La paura mira a tenere unito il gruppo: un modo è la creazione di un nemico esterno che ti perseguita. Molti gruppi esercitano un controllo completo sulle relazioni interpersonali. I capi dicono ai membri chi devono frequentare e chi evitare. Alcuni leader di setta arrivano a indicare ai propri affiliati chi possono sposare e chi no. La confessione di peccati commessi nel passato o di comportamenti errati è anch'esso un potente mezzo per il controllo delle emozioni. Ma la tecnica più potente per il controllo emozionale è l'induzione di fobie. Si tratta, in sostanza, di indurre una reazione di paura alla sola idea di abbandonare il gruppo. È impossibile per un seguace ben indottrinato sentirsi al sicuro fuori dal gruppo. Se un gruppo riesce ad avere pieno controllo sulle emozioni di una persona, riuscirà a controllarne anche pensieri e azioni.
Controllo dell'informazione
Il controllo dell'informazione è l'ultima componente del controllo mentale. L'informazione è il carburante che usiamo per il buon funzionamento della nostra mente. Se a una persona viene negata l'informazione necessaria a formulare giudizi fondati, non sarà più in grado di formarsi opinioni proprie.
Le persone rimangono intrappolate nelle sette non solo perché viene loro negato l'accesso a informazioni di carattere critico, ma anche perché vengono a mancare quegli appropriati meccanismi interni che servono a elaborarle. Tale controllo dell'informazione ha un impatto drammatico e devastante. In molte sette le persone hanno un accesso limitato ai mezzi d'informazione (giornali, riviste, televisione o radio) che non siano di pertinenza del gruppo. Ciò si ottiene anche impegnando i membri al punto da non avere tempo da dedicare ad altro. Il controllo dell'informazione avviene a tutti i livelli relazionali. Non sono permesse conversazioni critiche nei confronti dei capi e dell'organizzazione. I seguaci devono spiarsi a vicenda e riportare immediatamente ai leader attività improprie e critiche. Ai nuovi adepti non è consentito comunicare tra loro, se non alla presenza di un membro anziano. E, cosa più importante, viene proibito loro di avere contatti con chi è critico nei confronti della setta. Comportamento e pensiero, emozioni e informazioni, ogni forma di controllo ha grande potere sulla mente umana. Insieme formano una rete totalizzante che può manipolare anche le persone più forti. Di fatto, sono proprio gli individui più forti a trasformarsi in membri più devoti e coinvolti. Nessun gruppo mette in atto tutte queste tecniche insieme, ma senz'altro sono le pratiche più diffuse nell'ambito di ciascuna componente del controllo mentale, poiché esistono anche altri metodi in uso in certe sette.
La riforma del pensiero secondo Singer
Negli Anni '50, la psicologa del Walter Reed Army Hospital, Margaret Singer, ha studiato gli effetti del controllo mentale settario.
Singer ha riassunto cinquant'anni del suo lavoro nel libro Cults in Our Midst, in cui spiega le sei condizioni per ottenere la riforma del pensiero:
1. acquisire il controllo sul tempo personale individuale, in particolare quello dedicato alla riflessione e all'ambiente fisico;
2. Creare senso di impotenza, paura e dipendenza, fornendo contemporaneamente modelli del comportamento che la leadership vuole produrre;
3. premi, punizioni ed esperienze al fine di sopprimere precedenti comportamenti e atteggiamenti sociali, compreso l'utilizzo di stati alterati di coscienza;
4. manipolazione di premi, punizioni ed esperienze per provocare comportamenti e atteggiamenti voluti dalla leadership.
5. creazione di un sistema controllato, in cui chi dissente viene fatto sentire come se i suoi interrogativi indicassero che esiste qualcosa di intrinsecamente sbagliato in lui.
6. mantenere i membri inconsapevoli e non informati sul fatto che esiste un piano per controllarli e modificarli.
Secondo la dottoressa Singer, l'individuo crede di prendere decisioni autonome quando in realtà è socialmente influenzato a disinserire la mente critica e la capacità di prendere decisioni indipendenti. Nel giro di breve tempo le reclute immerse nel nuovo ambiente iniziano a pensare in modo diverso senza rendersene conto. Le sette giocano su normali sentimenti di ambivalenza, cosa facile con i giovani che hanno meno esperienza di vita. Ad esempio, è quasi impossibile che adolescenti e giovani adulti non abbiano sentimenti contrastanti nei confronti dei genitori. Anche la madre o il padre più amati hanno avuto scontri con i figli che lasciano ricordi di rabbia o delusione, e la maggioranza dei genitori ha almeno qualche abitudine o peculiarità irritante. Molte sette si preoccupano di battere su questi sentimenti irrisolti e li sfruttano per legare i membri al gruppo. Oltre ad essere indotti a condannare famiglia e relazioni personali, vengono portati a credere che essi stessi erano "persone cattive" prima di entrare nel gruppo.
[…]
Manipolatori emotivi che giocano con i nostri sentimenti:
I manipolatori emotivi sono persone che bisogna imparare a conoscere e dalle quali bisogna stare alla larga: i manipolatori emotivi. In un articolo in inglese trovato grazie a StumbleUpon vengono individuati 8 indizi che ci aiutano a riconoscere questo tipo di persone con seri problemi psicologici. Ecco la mia traduzione.
1.Ti fanno passare la voglia di essere onesto. Se fai un’affermazione, viene rigirata. Per esempio, potresti dire: ”Mi dispiace molto che hai dimenticato il mio compleanno“. Ti potrebbero rispondere in questo modo: ”Mi rattrista pensare che secondo te io potrei dimenticarmi del tuo compleanno, avrei dovuto dirti dello stress che subisco in questo periodo ma come vedi non ho voluto coinvolgerti. Hai ragione, avrei dovuto mettere da parte questa sofferenza e concentrarmi sul tuo compleanno. Mi dispiace“. Potresti vedere anche delle lacrime. Anche se mentre senti le parole hai la sensazione angosciante che essi non siano affatto dispiaciuti, a questo punto non sai più cosa dire. Se ci provi, ti trovi a fronteggiare la loro ansia. Ogni volta che subisci questa sceneggiata, non cedere. Non ti preoccupare, non accettare scuse insulse: se percepisci la falsità forse è proprio così. Regola numero uno: quando hai a che fare con un manipolatore emotivo, fidati del tuo intuito e delle tue percezioni. Una volta che un manipolatore trova uno dei suoi polli, lo aggiunge alla lista e dovrà sempre sorbirsi questa immondizia.
2.Vogliono far credere di essere dei volenterosi aiutanti. Se tu chiedi a loro di fare qualcosa, la maggior parte delle volte sono d’accordo. Ma appena dici “grazie“, iniziano a sospirare o a dimostrare senza usare parole che non hanno proprio piacere nel fare quella cosa. Se provi a farglielo notare, ti diranno in tutti modi che ti sbagli e che loro vogliono aiutarti. Questo fa impazzire le persone ed è la loro specialità. Regola numero due: se un manipolatore emotivo ti dice di sì, tieni conto solo della sua risposta verbale. Non fare caso alle altre espressioni. Fa’ in modo che ti dicano in faccia che a loro non fa piacere aiutarti, oppure indossa un paio di cuffie, vatti a fare un bagno rilassante e lasciali recitare il loro teatrino.
3.Negano di aver detto una cosa che tu ricordi bene. Se stai vivendo una relazione che ti porta a desiderare di registrare le conversazioni, stai sperimentando una manipolazione emotiva. Si tratta di persone esperte nel ribaltare, razionalizzare, giustificare e spiegare le cose. Sanno mentire in un modo così raffinato che potrebbero chiamare “bianco” il nero, e sostenere in maniera così persuasiva le proprie convinzioni a tal punto da farti dubitare dei tuoi sensi. A lungo andare questo può alterare il tuo senso della realtà. La manipolazione emotiva è pericolosissima. Può essere sconcertante per loro vederti prendere nota durante le conversazioni: digli che per te è un periodo in cui tendi a dimenticare le cose e che hai bisogno di segnarle. Questo fatto ti dovrebbe far capire che è meglio stare alla larga: a questo punto il campanello d’allarme dovrebbe suonare con insistenza.
4.Sono specialisti nel far sentire in colpa. Ti possono far sentire in colpa se parli o se non parli, se sei sensibile o se non lo sei, se ti preoccupi o se non ti preoccupi abbastanza. Possono far leva su qualunque cosa per acuire il tuo senso di colpa. I manipolatori emotivi raramente manifestano i loro desideri o bisogni apertamente, riescono ad ottenere ciò che vogliono in altri modi. La colpa è uno di questi, ma ce ne sono pure altri, magari meno potenti, perché le persone in genere sono disposte a tutto pur di ridurre il proprio senso di colpa. Un’altra potente emozione che viene usata è la compassione. Un manipolatore emotivo fa la vittima. Manifestano un bisogno di aiuto, cure e attenzioni. Raramente combattono le proprie lotte o fanno da soli il lavoro sporco. La cosa buffa è che quando tu fai qualcosa per loro (una cosa che loro non ti avevano espressamente chiesto), cambiano d’espressione e dicono che sicuramente non volevano e non si aspettavano che tu facessi qualcosa! Impegnati a non combattere le lotte di altre persone e a non fare il loro gioco. Una buona risposta è “Ho piena fiducia nella tua capacità di far riuscire questa cosa”; controlla la risposta e il tuo rivelatore di baggianate.
5.Giocano sporco. Non affrontano le cose direttamente. Parlano dietro le spalle e fanno in modo che altri ti dicano le cose che loro non hanno il coraggio di dire. Sono degli aggressori passivi, nel senso che trovano modi subdoli per farti capire che non approvano quello che fai. Dicono quello che secondo loro ti fa piacere sentire, ma poi non compiono azioni per sostenerlo. Per esempio, nel caso tu volessi tornare all’università, ti direbbero una cosa del genere: ”Tesoro, mi fa piacere che tu voglia riprendere gli studi, sappi che ti sosterrò“. Poi la sera prima dell’esame, mentre sei al tavolo che studi, compaiono alla porta i loro amici per giocare a poker, i bambini piangono, la TV urla e il cane vuole uscire. Il manipolatore se ne sta seduto tranquillo e ti guarda stranito. Prova a dirgli qualcosa e ti dirà: ”Oh, non pretenderai mica che il mondo si fermi perché tu hai un esame, amore!“ A questo punto puoi piangere, gridare o strozzarlo/a: solo quest’ultima azione ha dei benefici a lungo termine, ma ti porta dritto in galera.
6.Se hai il mal di testa, loro hanno un tumore al cervello! Non importa quale sia la tua situazione, il manipolatore l’ha già passata o la sta vivendo, e pure 10 volte peggio. E’ difficile avere un rapporto alla pari con loro perché dirottano la conversazione e spostano l’attenzione su loro stessi. Se glielo fai notare, si offendono o si lamentano, e ti chiamano “egoista”, o affermano che sei tu quello che vuole sempre essere al centro dell’attenzione. Magari sai che non è così, ma ti trovi nell’impossibilità di dimostrarlo. Non perderci tempo, non è detto che stiano peggio di te.
7.Riescono in un modo o in altro ad influenzare le emozioni di chi gli sta intorno. Quando un manipolatore è triste o arrabbiato, tutte le persone intorno a lui lo sono. Istintivamente gli altri cercano di riportare un po’ di serenità, e la via più breve è cercare di far sentire meglio il manipolatore, cercando di porre rimedio a ciò che per lui è sbagliato. A furia di stare con una persona del genere, sarai così coinvolto e invischiato che ti dimenticherai che anche tu hai dei bisogni: abbandona il manipolatore, tu hai i tuoi problemi e i suoi stessi diritti.
8.Non si riesce a metterli davanti alle conseguenze delle loro azioni. Non si ritengono responsabili di sè stessi o del proprio comportamento, sono sempre gli altri che fanno del male a loro. E’ facile riconoscere un manipolatore emotivo, se rivela prematuramente dettagli molto personali e tu provi pena per lui. All’inizio del rapporto ti sembrerà di trovarti di fronte ad una persona sensibile, emotiva e magari vulnerabile. Credimi, un manipolatore emotivo è vulnerabile quanto un cane rabbioso, e con lui ci saranno sempre problemi e crisi da superare.
Pubblicato da § Margherita § a 12:01
http://unpdipsicologia.blogspot.com/2011/09/manipolazione-emotiva.html

Il termine "Gaslighting" deriva dal titolo del film "Gaslight" del 1944 del regista americano Georg Cukor con Ingrid Bergman e Charles Boyer.Il film si svolge nell'Inghilterra vittoriana dove un gentiluomo persuade la giovane moglie ad abitare nella vecchia casa dove è cresciuta e dove fu assassinata (da lui, naturalmente) sua zia e con una diabolica strategia psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, la spinge sull'orlo della pazzia.
Da qui, il termine gaslighting è utilizzato per definire un crudele comportamento manipolatorio messo in atto da una persona abusante per far si che la sua vittima dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, cominci a sentirsi confusa, creda di stare impazzendo.
Il gaslighter, così viene definito colui che mette in atto tale manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello. La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono relazionalmente vicini, quasi sempre partner o parenti stretti.
Il comportamento di gaslighting attraversa tre fasi fondamentali:
1) Incredulità: la vittima non crede a quello che sta accadendo nè a ciò che vorrebbe farle credere il suo "carnefice"
2) Difesa: la vittima inizia a difendersi con rabbia e a sostenere la sua posizione di persona sana e ben "piantata" nella realtà oggettiva
3) Depressione: la vittima si convince che il manipolatore ha ragione, getta le armi, si rassegna, diventa insicura e estremamente vulnerabile e dipendente.
Esistono tre categorie fondamentali di manipolatore:
1) il bravo ragazzo che sembra avere a cuore solo il bene della vittima ma in realtà antepone ad ogni altra cosa i propri bisogni
2) l'adulatore che attua la manipolazione in maniera strategia lusingando la vittima
3) l'intimidatore che utilizza il rimprovero continuo, il sarcasmo, l'aggressività diretta
Lo scopo del comportamento di gaslighting, comune alle tre categorie di manipolatori, è ridurre la vittima a un totale livello di dipendenza fisica e psicologica, annullare la sua capacità di scelta e responsabilità.
Si tratta di una grave forma di perversione relazionale che rende le vittime talmente assuefatte e dipendenti da essere nella maggior parte dei casi inconsapevoli rispetto a ciò che sta loro accadendo. La violenza si cronicizza non appena la vittima entra nella fase depressiva, quella in cui si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore (che si prende cura di lei, la capisce, la sostiene) che non a caso è spesso addirittura idealizzato. Ecco che si crea così il paradosso, in cui la vittima idealizza il proprio carnefice. Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, cosa ancor più vera se si pensa che essa diventa così dipendente da isolarsi anche a livello sociale per la paura di essere inadeguata o giudicata pazza. Più spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far "aprire gli occhi" alla vittima arriva da chi le sta intorno, altri familiari, amici o colleghi. E' allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sè che porti la donna a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa.
http://www.psicoterapiapsicologia.it/articoli-psicologia-psicoterapia/il-gaslighting-o-manipolazione-mentale
Manipolazione e psicologia 
Si è parlato di pratiche manipolatorie in due ambiti psicologici ben distinti.
Uno di questi è la psicoterapia, dove capita che un terapeuta venga accusato di abusare del ruolo professionale e in particolare del transfert: una condotta simile, se comprovata, violerebbe l'etica professionale, per esempio in vista di un profitto (vedi plagio).
L'altro è la programmazione neuro linguistica, o meglio l'applicazione di questo metodo ai processi di comunicazione (per controbattere alcuni distinguono, sottilmente, fra manipolazione e influenza o persuasione). Diversamente dalle obiezioni teoriche alla disciplina in sé (per le quali vedi la voce specifica), non se ne discute l'efficacia ma la correttezza etica. Come per la retorica, si cerca di distinguere fra una tecnica e l'uso che se ne fa.
Un approccio sociologico
Dal punto di vista della microsociologia la manipolazione si riscontra in numerose situazioni, dalla vendita alla seduzione, al punto che può essere parte del rituale: un comportamento non manipolatorio potrebbe sembrare, al limite, deviante.

Per un approccio più di tipo storiografico-sociologico si può indicare il libro di  SALVATORE NATOLI, Stare al mondo, Escursioni nel tempo presente, Universale Economica Feltrinelli
Produrre, consumare, distruggere.
“La storia evolutiva mostra come l'uomo, in quanto specie e fin dalla sua apparizione, ha soddisfatto i suoi bisogni attraverso l'utilizzo delle cose della natura al modo di utensili. La produzione di utensili segna, infatti, la linea di confine tra le abilità animali e quelle umane. La tecnica non è dunque qualcosa di estraneo all'uomo, ma, al contrario, ne è il segno distintivo, il suo tratto originario e originale. La specie umana, a differenza delle altre specie animali, si e selezionata non solo adattandosi all'ambiente, ma adattando l'ambiente a se stessa, modificandolo a suo vantaggio. L'uomo è il solo animale che è riuscito a sopravvivere, a specializzarsi nelle sue funzioni, a perfezionarsi nel suo essere unicamente attraverso l’”Artificio". Tanto basta per potere dire che l'uomo è un animale artificiale per natura, quello che, a differenza degli altri animali - o magari solo meglio di essi - ha manipolato la natura piegandola alle sue necessità. E quando dico "manipolare" uso il termine nel senso etimologico di FORZARE CON LE MANI. D'altra parte, che il tratto peculiare della specie umana risieda proprio in questo è cosa di cui si era già accorto l'antico Anassagora quando scriveva che l'uomo è il più sapiente dei viventi perché ha le mani.
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Nel manipolare l'uomo spinge la natura oltre le sue possibilità; la forza e forzandola trae da essa oggetti che essa da sola non avrebbe mai generato. In questo senso la tecnica è quel genere di fare che, appunto, fa essere qualcosa che mai esisterebbe senza un intervento diretto e creativo dell'uomo. Questo tipo di attività viene definita comunemente produrre. E dal momento che il produrre pone in essere un qualcosa di assolutamente nuovo, quel che si produce è effettivamente non naturale, ma, appunto, artificiale. Non ve dubbio che la tecnica è certo un trasformare - nulla si crea dal nulla - ma è anche e soprattutto un portare all'essere. Quanto qui si viene dicendo, è noto pressoché
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da sempre; infatti era già del tutto chiaro ad Aristotele quando nel VI libro dell'Etica Nicomachea scriveva che "ogni arte (techne) riguarda la produzione, e il cercale con l’abilità e la teoria come possa prodursi qualcuna delle cose che possono sia esserci sia non esserci e di cui il principio è in chi crea e non in ciò che è creato; infatti l'arte non riguarda le cose che sono o che si producono necessariamente, né per natura, in quanto queste hanno il loro principio in se stesse" (E. N., 1140a 10-15).
La tecnica è dunque produzione nel senso del "trar fuori", del "condurre a esistenza" oggetti che non sarebbero mai apparsi in natura senza l'intervento determinalo dell'uomo. Se così è, nel produrre l'uomo denaturalizza di fatto la natura e la considera perciò unicamente come materiale da trasformare: in senso stretto, la fa valere come pura materia. LA TECNICA, PER DIRLA CON HEIDEGGER, SPINGE L'UOMO A TRATTARE LA NATURA COME QUALCOSA DI DISPONIBILE A ESSERE IMPIEGATO (“In quanto esercita la tecnica, l’uomo prende  all’impiegare come modo del disvelamento" M. Heidegger, Voträge und Aufsätre, Verlag Gunther Neske, Pfullingen 1954; trad. it. Saggi e discorsi, Mursia. Milano 1976, p. 13) e perciò come qualcosa che è a disposizione. Di chi? Appunto dell'uomo, dell'arbitrio della sua volontà.
L'uomo tramite la tecnica è venuto a mano a mano allentando le catene delle necessità che lo costringevano. In questo senso la tecnica è figlia del bisogno e si formula fin dall'inizio come "espediente", "scoperta". Da questo punto di vista ha di nuovo ragione Aristotele quando scrive che l'arte e il caso riguardano le stesse cose. La techne, infatti, è "una disposizione creativa accompagnata da ragione vera [...] intorno a quelle cose che possono essere diversamente da quel che sono" (E. N. 1140a 20-23).
L'uomo è animale artificiale fin dall'origine e la tecnica si è sviluppata in uno con quella che chiamiamo civiltà. Né, d'altra parie, questa civiltà sarebbe quel che è stata senza la tecnica. In che cosa dunque il "nuovo" della tecnica su cui tanto oggi s'indugia? Molte sono state le epoche del mondo, ma mai prima d'ora la tecnica aveva caratterizzato lo spirito del tempo, mai aveva contrassegnalo un'epoca né definito un'età, Oggi si parla invece di età della tecnica. La formula, a fronte dei secoli, è tutto sommato recente e non è detto che durerà per molto. A ogni modo è necessario domandarsi perché questo è avvenuto. E perché proprio adesso? Quali le ragioni?
Nel corso del XIX secolo la TECNICA celebrava già i suoi fasti e i suoi successi cominciavano a essere ampiamente sperimentati. In quel tempo, però, essa veniva associala alla SCIENZA fino al punto da esserne assorbita interamente. […]
Heidegger dice che l'essenza della tecnica moderna consiste nell'imposizione. Il dominio fa parte del suo destino. Ma i pericoli che la tecnica apporta all'uomo non dipendono tanto dalle macchine o dagli apparati, ma dal fatto che la tecnica tocca l'uomo nella sua essenza, "il dominio dell'imposizione - scrive Heidegger - minaccia fondando la possibilità che all'uomo possa essere negato di raccogliersi ritornando in un disvelamento più originario e di esperire così l'appello a una verità più principale." (Ivi. p. 21) LA TECNICA E DUNQUE PERICOLO NON TANTO PER QUEL CHE METTE IN OPERA - DICIAMO PER LE SUE CONSEGUENZE - MA PER IL FATTO CHE NASCONDE L'UOMO A SE STESSO, LO TRATTIENE NELL'ORIZZONTE DEL DOMINIO COME SUO UNICO ORIZZONTE E POSSIBILITÀ. Non voglio qui discutere la posizione di Heidegger, né quello che lui intende per "più originario", ma voglio solo mostrare sotto quali condizioni la TECNICA, DA SEMPRE NOTA COME PRATICA, si è venuta trasformando in epoca.
Nel corso del secolo xix la scienza aveva già preso a manifestarsi come un potere crescente di manipolazione. Ciò era accaduto per il semplice fatto che in quella fase slorica era stato possibile introdurre "per la prima volta" innovazioni veloci, una quantità elevata di trasformazioni in tempi brevi e comunque tali se confrontali ai periodi precedente.....etc... 
http://books.google.it/books?id=D0Lh4NDkcRUC&pg=PA63&dq=%22manipolare%22+etimologia&hl=it&sa=X&ei=HCQsT6bGG8aA-waf1qH-DQ&ved=0CGIQ6AEwCQ#v=onepage&q=%22manipolare%22%20etimologia&f=false


Per l'approccio Filosofico, come punto di riferimento prenderei Heidegger e Umberto Galimberti.
Umberto Galimberti: Psiche e Techne
In breve
Una delle opere teoriche più imponenti degli ultimi decenni. Un testo filosofico che ha l'ambizione di accompagnarci a varcare la soglia della nuova età della tecnica.
Il libro
Psiche e techne, che di Umberto Galimberti è sicuramente il libro più importante, è un imponente tentativo di descrivere l'uomo, nei suoi diversi aspetti, in rapporto alla tecnica. Continuiamo a pensare, scrive Umberto Galimberti, che la tecnica sia uno strumento del quale noi deteniamo le chiavi. In realtà la tecnica ha sostituito la natura che ci circonda e costituisce oggi l'ambiente nel quale viviamo. Noi però ci muoviamo nell'ambiente-tecnica con i tratti tipici dell'uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi, con un bagaglio di idee proprie e di sentimenti in cui si riconosceva. Ma la tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non svela verità, la tecnica "funziona". Questo libro si propone di ridefinire i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia. Concetti che nella nuova età della tecnica vanno appunto riconsiderati, abbandonati o rifondati alle radici. Il punto cruciale sta nel fatto che tutto ciò che finora ci ha guidato nella storia - sensazioni, percezioni, sentimenti - risulta inadeguato nel nuovo scenario. Come "analfabeti emotivi" assistiamo all'irrazionalità che scaturisce dalla perfetta razionalità dell'organizzazione tecnica, priva ormai di qualunque senso riconoscibile. Ciò di cui necessitiamo è un ampliamento psichico capace di compensare la nostra attuale inadeguatezza. Il valore più profondo di questo libro consiste appunto nel tentativo di fondare una nuova psicologia dell'azione che ci consenta, se non di dominare la tecnica, almeno di evitare di essere da questa dominati.
L'autore:
Umberto Galimberti insegna Filosofia della storia all’Università di Venezia. Ha pubblicato: Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente (Marietti 1975, e ora il Saggiatore 1996), Linguaggio e civiltà (Mursia 1977), Psichiatria e fenomenologia (Feltrinelli 1979), Il corpo (Feltrinelli 1983), La terra senza il male (Feltrinelli 1984), Invito al pensiero di Heidegger (Mursia 1986), Gli equivoci dell’anima (Feltrinelli 1987), Il gioco delle opinioni (Feltrinelli 1989), Dizionario di psicologia (Utet 1992, e ora Garzanti 1999), Idee: il catalogo è questo (Feltrinelli 1992), Parole nomadi (Feltrinelli 1994), Paesaggi dell’anima (Mondadori 1996), Psiche e techne (Feltrinelli 1999), Le orme del sacro (Feltrinelli 2000). Da alcuni anni firma una rubrica settimanale sull’inserto "D" della "Repubblica", giornale che ospita anche numerosi suoi interventi su temi sociali e culturali.
Intervista a Umberto Galimberti di Caterina Falomo (tratto da La Critica: www.lacritica.net):
“Il progresso tecnico-scientifico provoca a quanto pare l'irreversibile DECADENZA DELL'UMANESIMO. Ciò vorrebbe dire che IL PENSIERO VIENE SOTTOMESSO ALLA POTENZA DELLA TECNICA. Una VOLONTÀ DI DOMINIO che tutto può "volere" in quanto VUOLE IN PRIMO LUOGO IL PROPRIO INFINITO POTENZIAMENTO. Una potenza che dunque, innanzi tutto, "vuole se stessa". Non potendo comunque cambiare il corso alla storia, queste critiche-osservazioni alla SUPERPOTENZA DELLA TECNICA non nascono dall'ammissione nostalgica di un qualcosa che non c'è più per cui l'umanesimo non sarebbe stato in grado di perpetuare il proprio dominio e proprio allora LA TECNICA AVREBBE PRESO IL SOPRAVVENTO SU TUTTO: SULL'ETICA, SULLA MORALE E ANCHE SUI SENTIMENTI?
CHE L'UMANESIMO SIA FINITO È UNA STORIA VECCHIA ALMENO DI CENT' ANNI NEL SENSO CHE GIÀ LO DICEVA HEIDEGGER NEL 1930. COSA VUOL DIRE UMANESIMO FONDAMENTALMENTE? CHE L'UOMO PUÒ GOVERNARE LA TERRA: ecco oggi questa proposizione non è più praticabile. PER "TECNICA" INTENDO L'OGGETTIVAZIONE DELL'INTELLIGENZA UMANA, la quale è decisamente superiore a qualsiasi uomo, per cui non è più possibile pensare l'uomo come colui che dispone della terra ma bisogna pensare a quei PROCESSI DI OGGETTIVAZIONE DELLA SUA INTELLIGENZA CHE SI CHIAMANO TECNICA e che, essendo superiori alla capacità di tutti gli uomini (intesi sia come individui, sia come gruppi), governano la tecnica, ossia governano la terra. IL PROBLEMA GROSSO È CHE LA TECNICA NON HA UNO SCOPO. Nel senso che, NELLE ETÀ PRETECNOLOGICHE, LA TECNICA È SEMPRE STATA PENSATA COME UN MEZZO. E GLI SCOPI LI ASSEGNAVANO GLI UOMINI.
OGGI LA TECNICA NON È PIÙ UN MEZZO PERCHÉ, ESSENDO DIVENTATA LA CONDIZIONE UNIVERSALE PER REALIZZARE QUALSIASI SCOPO, ESSA DIVENTA IL PRIMO SCOPO: ciò cui ci si rivolge, innanzitutto, e alla cui conquista tutti gli uomini tendono. Solo che, QUANDO UN MEZZO DIVENTA SCOPO, SI RIVELA ANCHE UN MEZZO SENZA SCOPI. Per cui LA TECNICA A QUESTO PUNTO È DIVENTATA SCOPO. QUINDI LA COSA SI FA ANCORA PIÙ DRAMMATICA, POICHÉ ESSA TENDE ESCLUSIVAMENTE AL PROPRIO POTENZIAMENTO. Io produco ad esempio una leva: in seguito farò una leva più potenziata, poi ancora più potenziata. Ma questa descrizione vale finché la leva è un mezzo: però SE LA LEVA NON È PIÙ UN MEZZO MA DIVENTA LO SCOPO, allora resta la struttura del mezzo che è quella di POTENZIARSI SEMPRE DI PIÙ SENZA ALCUNA FINALITÀ.
Ora, siccome LA POLITICA PUÒ REALIZZARE I SUOI SCOPI SOLO SE SI DISPONE DELL'APPARATO TECNICO, siccome LA STESSA RELIGIONE PUÒ REALIZZARE IL SUO UNIVERSALISMO SOLO DISPONENDO DI MEZZI TECNICI, è chiaro che TUTTI VOGLIONO LA TECNICA, la quale però è un fare afinalizzato, un potenziamento afinalizzato, per cui L'UOMO OGGI SI TROVA IN UNO SCENARIO SENZA ORIZZONTI. E NON LI PUÒ CERTO ASSEGNARE ALLA TECNICA QUESTI ORIZZONTI, APPUNTO PERCHÉ LA TECNICA È PIÙ FORTE DI LUI. Questa è una persuasione diffusa anche a livello elementare: ad esempio LA GENTE OGGI DI FRONTE AD UN INCIDENTE STRADALE O A UNO SCONTRO FRA DUE TRENI SPESSO COSA DICE? CHE È STATO UN "ERRORE UMANO", PER CUI L'UOMO È GIÀ PENSATO COME UN ERRORE, E LO SI PENSA DUNQUE SOLO IN RELAZIONE ALLE ESIGENZE DELL'APPARATO TECNICO.
Sì, la cosa strana è che SEMBRA DI ESSER DI FRONTE AD UN NUOVO INDIVIDUO...
Questa è la nostra VISIONE ANTROPOMORFICA: non avendo altro linguaggio L'ASSUMIAMO COME SOGGETTO. Però LA TECNICA PUÒ ESSERE DEFINITA COME LA FORMA PIÙ ALTA DI RAZIONALITÀ UMANA, più alta ancora dell'economia — che è pure una forma razionale — perché L'ECONOMIA È ANCORA CORROTTA DA UNA PASSIONE UMANA, OVVERO LA PASSIONE PER IL DENARO; mentre LA TECNICA È LA FORMA PIÙ ALTA DI RAZIONALITÀ, QUINDI È ASSOLUTAMENTE ANONIMA E INDIFFERENZIATA.
Un'altra cosa che a me pare strana: NON È COMUNQUE LA TECNICA UN PRODOTTO DELLA MENTE DELL'UOMO?
SÌ, PERÒ IL PRODOTTO HA SUPERATO IL PRODUTTORE, per cui sono convinto che tutti quelli che usano il computer sono inferiori al computer che usano, nel senso che non sono capaci di "manipolarlo" come un semplice strumento...
Sì, ma questo è il problema di coloro che non hanno voglia — non dico di pensare, perché pensare non ti risolve i problemi della macchina — però di sforzarsi, di essere convinti che si può approfondire la conoscenza del mezzo...
E' vero quando parliamo di un computer, ma l'apparato tecnico è un complesso di sottoapparati. Ora, IL FATTO È CHE L'APPARATO TECNICO RISULTANTE DALLA SOMMA DI TUTTI GLI APPARATI È DECISAMENTE SUPERIORE A TUTTE LE COMPETENZE. Per cui BISOGNA ANCHE SMOBILITARE L'IDEA CHE ESISTA UN POTERE, UN PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI CHE POSSA CONTROLLARE LA TECNICA. No. Anche perché le competenze tecniche sono arrivate ad un livello tale che, per esempio, in America sono nate delle tv divulgative non per far capire le cose alla gente comune ma per far capire al fisico A, che sta studiando una certa cosa, come poter intendersi col fisico B... per cui tra di loro già non si intendono più... dunque, PURE A LIVELLO DI SPECIALIZZAZIONE NON C'È PIÙ NESSUNO CHE È DAVVERO "COMPETENTE". E non è solo il caso della fisica. Lo stesso avviene nel mondo dell'informazione. OGGI LA POLITICA GUARDA ALL'ECONOMIA PER DECIDERE, QUINDI LA POLITICA NON È PIÙ IL LUOGO DELLA DECISIONE. L'ECONOMIA A SUA VOLTA GUARDA ALLE RISORSE TECNICHE PER INVESTIRE. QUINDI LA TECNICA FINISCE PER ESSERE IL LUOGO DELLA DECISIONE PRIVA DI EFFETTIVO "DISCERNIMENTO", perché non ha in vista scelte, scopi, che non siano il suo mero potenziamento.
Se la tecnica è lo stadio ultimo di questo discorso, se però poi lei dice che non siamo ancora nel pieno svolgimento dell'età della tecnica, cosa sta succedendo?
Direi che la tecnica non è ancora la forma universale del mondo, innanzitutto per una ragione geografica, perché LA TECNICA È UN EVENTO SOLO OCCIDENTALE. Inoltre, anche all'interno dell'occidente ci sono dei residuati antropologici, nel senso che oggi ancora il potere politico può dire alla tecnica ti potenzio qua e non ti potenzio là... Perché si arrivi all'egemonia totale ci vuole ancora un po' di tempo: in questo senso dico "non si è ancora fatta sera", però non vedo l'alternativa.
«COME FA L'ETICA CHE NON PUÒ, A DIRE ALLA SCIENZA E ALLA TECNICA, CHE POSSONO, DI NON FARE CIÒ CHE POSSONO?» A me sembra che L'ATTENZIONE SIA SEMPRE RIVOLTA VERSO L'ESTERNO, COME PER DIRE CHE È TUTTO INEVITABILE. L'etica non ha forse delle colpe?
Io non farei una critica all'umanesimo, perché L'UMANESIMO HA GESTITO UN'ETICA FINCHÉ SI PENSAVA CHE IL BENE E IL MALE FOSSERO FACCENDE CHE RIGUARDAVANO LA SFERA UMANA. Nessuno pensava che l'aria o l'acqua rientrassero nella responsabilità umana, perché ce n'era tanta e gli uomini erano pochi, per cui LE VISIONI ETICHE CHE FINORA ABBIAMO COSTRUITO AVEVANO NEL BENE E NEL MALE LIMITATO LA SFERA UMANA. Noi sostanzialmente possiamo distinguere TRE ETICHE NELLA STORIA DELLA CULTURA OCCIDENTALE: LA PRIMA È QUELLA DELL'INTENZIONE, PER CUI IO SONO COLPEVOLE O NON COLPEVOLE A SECONDA DELL'INTENZIONE CHE AVEVO NEL COMPIERE UN'AZIONE. Su questo si è fondato tutto l'ordine giuridico dell'Europa: di fronte a un fatto si dice SE IL DELITTO ERA INTENZIONALE, PRETERINTENZIONALE, eccetera. Ora, a me sapere le intenzioni di uno scienziato, ad esempio di Fermi che inventa la bomba atomica, non interessa niente sul piano etico, mi interessano piuttosto gli effetti della bomba atomica. Per cui L'ETICA DELL'INTENZIONE DI ORIGINE CRISTIANA NON MI SERVE PIÙ.
Abbiamo poi UN'ETICA LAICA CHE TROVA IN KANT IL SUO MAGGIORE ESPONENTE: AFFERMA CHE L'UOMO DEVE ESSERE TRATTATO SEMPRE COME UN FINE E MAI COME UN MEZZO, LASCIANDO IMPLICITO CHE TUTTE LE ALTRE COSE POSSANO INVECE ESSERE TRATTATE COME UN MEZZO. SOLO CHE OGGI POSSO DAVVERO TRATTARE COME UN MEZZO GLI ANIMALI, I PESCI, LE PIANTE, L'ARIA, L'ACQUA, CIOÈ TUTTO QUEL CHE È FUORI DALL'UMANO? NO, PERCHÉ LA TECNICA MI STA DISFACENDO L'HABITAT IN CUI VIVO, PER CUI DEVO COSTRUIRE UN'ETICA CHE SI FACCIA CARICO DI SFERE EXTRAUMANE DI CUI ANCHE L'ETICA LAICA NON AVEVA FORMULATO IL PRINCIPIO.
POI C'È UNA TERZA ETICA, MESSA IN CIRCOLAZIONE DA MAX WEBER, CHE È L'ETICA DELLA RESPONSABILITÀ (1910). WEBER DICE CHE NON BISOGNA GUARDARE L'INTENZIONE DEGLI UOMINI, BISOGNA GUARDARE GLI EFFETTI DELLE LORO AZIONI. Poi però apre una parentesi e dice: «QUANDO GLI EFFETTI SONO PREVEDIBILI». Ora, È PROPRIO DELLA TECNICA PRODURRE EFFETTI IMPREVEDIBILI, ad esempio gli organismi geneticamente modificati hanno degli effetti che non conosciamo ancora, però la tecnica biogenetica va avanti. Ecco allora che ANCHE QUESTA ETICA DELLA RESPONSABILITÀ NON FUNZIONA. ALTRE NON NE ABBIAMO INVENTATE. E allora ci troviamo nella posizione patetica per cui L'ETICA INVOCA LA TECNICA DI NON FARE CIÒ CHE PUÒ. Ad esempio, si può fecondare in mille maniere: si può fare o non si può fare? L'etica può dire quello che vuole la tecnica va avanti e fa. Perché il motto della tecnica è che «si deve fare tutto quello che si può fare». Questa è l'etica della tecnica, prescindendo da tutte le conseguenze.
«INQUIETANTE NON È CHE IL MONDO SI TRASFORMI IN UN UNICO APPARATO TECNICO – ANCORA PIÙ INQUIETANTE È CHE NON SIAMO AFFATTO PREPARATI A QUESTA RADICALE TRASFORMAZIONE DEL MONDO» (Heidegger). La consapevolezza di ciò a cosa porta? IO PERSONALMENTE VIVO QUEST'ANSIA DA TECNICA (CELLULARI, COMPUTER… ) ma il sapere quali sono i danni miei e della civiltà non mi consola, anzi mi intristisce ancora di più perché sento la frustrazione e l'impotenza del NON POTER FARE NULLA, ANCHE PERCHÉ SE IO DICO NO ALLA TECNICA, A PARTE IL VIVERE MALE, VIVO COMUNQUE IN UN MONDO TECNICIZZATO.
Qui HEIDEGGER STA DICENDO CHE LA TECNICA NON SOLO HA DEGLI EFFETTI SUL MONDO ESTERNO MA HA DEGLI EFFETTI ANCHE SU DI NOI; DICE ANCHE UN'ALTRA COSA CHE È INQUIETANTE: IL FATTO PER CUI NOI NON DISPONIAMO DI UN PENSIERO CHE NON SIA IL PENSIERO DEL CALCOLO. OGGI PER NOI OCCIDENTALI PENSARE SIGNIFICA FAR DI CONTO, CALCOLARE, PREVEDERE, FARE PIANI, ORGANIZZARE, MA QUESTO È PIENAMENTE IL PENSIERO TECNICO. ALLORA LA TECNICA È GIÀ ENTRATA A MODIFICARE IL NOSTRO MODO DI PENSARE: QUESTO È L'INQUIETANTE. ALLORA LA DOMANDA È QUESTA, NON È INQUIETANTE CHE IL MONDO SI TRASFORMI IN UN APPARATO TECNICO, non è inquietante abbastanza il fatto che noi non siamo preparati, ma È INQUIETANTE IL FATTO CHE NON DISPONIAMO NEPPURE DI UNA RISORSA DI PENSIERO ALTERNATIVA, PERCHÉ LA TECNICA HA GIÀ CONDIZIONATO IL NOSTRO MODO DI PENSARE TRASFORMANDO IL PENSIERO IN CALCOLO E QUINDI NOI SIAMO ORGANICI ALLA TECNICA GIÀ NEL NOSTRO STESSO MODO DI PENSARE.
LA GENTE NON ACCETTA QUESTE COSE: CONTINUA A PENSARE DI VIVERE IN UN'EPOCA UMANISTICA E HA, SÌ, UNA CERTA ANSIA DELLA TECNICA, MA È SEMPRE PERSUASA CHE L'UOMO POSSA CONTROLLARE CON LA VOLONTÀ LA TECNICA MEDESIMA. E INVECE BISOGNA RENDERSI CONTO CHE LA TECNICA MODIFICA RADICALMENTE LE FIGURE CON CUI L'UMANITÀ HA PENSATO SE STESSA. PER ESEMPIO, MODIFICA IL CONCETTO DI VERITÀ. Per cui È VERO QUELLO CHE È EFFICACE, QUELLO CHE FA EFFETTO: questo non si era mai detto, MODIFICA IL CONCETTO DI LIBERTÀ PERCHÉ IO POSSO SCEGLIERE ALLA SOLA CONDIZIONE DI POTER ESSERE TECNICAMENTE COMPETENTE, perché se invece non ho una competenza non posso affatto scegliere...
Quindi, LA LIBERTÀ È CADENZATA DALLA COMPETENZA TECNICA. L'INDIVIDUO VA IN CRISI PERCHÉ NELL'ETÀ DELLA TECNICA, PER EFFETTO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE, CIASCUNO PENSA QUELLO CHE PENSANO TUTTI, e allora a questo punto anche la storia dell'individuo deve essere rivisitata. Le rivoluzioni non sono più possibili nell'età della tecnica perché LE RIVOLUZIONI SONO POSSIBILI QUANDO CI SONO DUE VOLONTÀ, IL SIGNORE E IL SERVO, MA NELL'ETÀ DELLA TECNICA SIA IL SIGNORE SIA IL SERVO SONO SUBORDINATI ALL'ACCADERE TECNICO. Nel senso che NON È SOLO L'OPERAIO A DOVER SOTTOSTARE ALLE LEGGI DEL MERCATO, MA ANCHE IL CAPITALISTA. Quindi, la tecnica riduce i contendenti a subordinati, per cui la rivoluzione è impossibile. CON CHI ME LA PRENDO? CON LA TECNICA CHE È LA CONDIZIONE DELLA MIA VITA? E allora, in questo senso, DICIAMO CHE PARLARE DELLA TECNICA SIGNIFICA OGGI SVEGLIARE LA GENTE E DIRE: RENDETEVI CONTO CHE SIAMO NELL'ETÀ DELLA TECNICA E SE CONTINUATE AD ABITARE QUESTO NUOVO PAESAGGIO CON CATEGORIE UMANISTICHE VIVETE IN UN ALTRO MONDO, NON SIETE ALL'ALTEZZA DEL MONDO IN CUI VI MUOVETE. Quindi si tratta di una sorta di EDUCAZIONE ALLE CONSAPEVOLEZZA CHE LE CATEGORIE UMANISTICHE OGGI NON FUNZIONANO PIÙ, CIOÈ SONO DISADATTE AD INTERPRETARE QUESTO MONDO.
E per quelli che già se ne rendono conto?
Oggi la TECNICA funziona ancora come MEZZO DI VOLONTÀ CONTRASTANTI, poi arriverà ad un punto in cui eliminerà anche le volontà contrastanti. Prendiamo ad esempio IL CAPITALISMO: IL CAPITALISMO PER ESPANDERSI, PER SEGUIRE LA SUA LOGICA ESPANSIONISTICA FINISCE PER DISTRUGGERE LA TERRA CHE È L'ELEMENTO DELLA SUA RICCHEZZA E ALLORA COSA FA PER RALLENTARE LA DISTRUZIONE DELLA TERRA? DEVE RICORRERE ALLA TECNICA. E la tecnica pone le sue leggi indipendentemente dalle leggi del capitale. Per cui anche la conceria di Treviso per fare il profitto deve distogliere parte del suo profitto per realizzare il depuratore. Questo vuol dire che IL CAPITALISMO STA COMINCIANDO A PAGARE DEI COSTI ALLA TECNICA. In qualche modo OGGI È IPOTIZZABILE UN RISCATTO DELL'UMANITÀ PROPRIO GRAZIE ALLA TECNICA. 
Può secondo LEI L'ARTE — INTESA IN SENSO AMPIO COME "ESPRESSIONE ARTISTICA" — ESSERE UNA VIA DI FUGA PER QUEL MONDO PERDUTO DELLA PSICHE, DELLA FANTASIA, DELLE EMOZIONI E DEI SOGNI? E come vede in tal caso il RAPPORTO TRA ARTE E TECNICA?
L'ARTE È L'ORNAMENTO DEL CAPITALE. L'arte può essere sì un'ALTERNATIVA ALLA TECNICA, ma dal punto di vista, appunto, della VIA DI FUGA. La tecnica è efficentistica e incide anche nelle pratiche quotidiane della vita. L'ARTE ESISTE, MA PUÒ ESSERE UN CONTRALTARE ALLA TECNICA SOLO SE IL MONDO SI ORGANIZZA ARTISTICAMENTE. Ma non mi pare che il mondo si organizzi in questo senso. Non dovremmo forse sempre vedere qual è la parola senza la quale non si può spiegare ciò che succede? SE IO TOLGO LA PAROLE "ARTE" QUESTO MONDO VA AVANTI LO STESSO? MI PARE DI SÌ. SE TOLGO LA PAROLA "TECNICA"? NO. Allora L'ARTE NON È UN CONTRAPPUNTO DELLA TECNICA, È UN RIFUGIO ESTETICO ED EMOTIVO. Qualcosa come il weekend più nobile rispetto ad un weekend ormai tecnicizzato, poiché ormai assistiamo anche alla tecnicizzazione del tempo libero. Dopodiché, c'è l'ultima speranza da affidare al terzo o quarto mondo, nel senso che la tecnica è un elemento solo occidentale che investe 800 milioni di persone che consumano l'80% delle risorse del mondo. La tecnica in sé è una struttura fortissima ma anche debolissima. Ad esempio, il terrorismo capta la debolezza della tecnica. La sua fragilità.
Venezia, 12 Giugno 2002

http://www.kore.it/caffe2/intergalimebrti.htm

Galimberti su You Tube: http://www.youtube.com/watch?v=HYaOwyYsycU


Testo interessante: "Il potere dell'intenzione " di Wayne Dyer

Luigi Pirandello. Sei Personaggi in cerca d'autore.
Abbiamo tutti dentro un mondo di cose:
ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro?  Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!

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