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martedì 24 giugno 2014

LO YOGIN E IL FOLLE Nasrudin, il maestro folle della tradizione sufi, passa davanti a una grotta, vede uno yogin immerso in meditazione e gli domanda che cosa stia cercando. - Contemplo gli animali, e da loro ho appreso molte lezioni che possono trasformare la vita di un uomo – dice lo yogin. - Insegnami ciò che sai. E io ti insegnerò ciò che ho appreso, giacché un pesce mi ha salvato la vita – risponde Nasrudin. Lo yogin si meraviglia: solo un santo può avere la vita salvata da un pesce. E decide di insegnargli tutto ciò che conosce. Quando termina, dice a Nasrudin: - Ora che ti ho insegnato tutto, sarei orgoglioso di sapere come un pesce ti ha salvato la vita. - E’ semplice. Stavo quasi per morire di fame quando l’ho pescato, e grazie ad esso ho potuto sopravvivere tre giorni.



LO YOGIN E IL FOLLE
Nasrudin, il maestro folle della tradizione sufi, passa davanti a una grotta, vede uno yogin immerso in meditazione e gli domanda che cosa stia cercando.
- Contemplo gli animali, e da loro ho appreso molte lezioni che possono trasformare la vita di un uomo – dice lo yogin.
- Insegnami ciò che sai. E io ti insegnerò ciò che ho appreso, giacché un pesce mi ha salvato la vita – risponde Nasrudin.
Lo yogin si meraviglia: solo un santo può avere la vita salvata da un pesce. E decide di insegnargli tutto ciò che conosce.
Quando termina, dice a Nasrudin:
- Ora che ti ho insegnato tutto, sarei orgoglioso di sapere come un pesce ti ha salvato la vita.
- E’ semplice. Stavo quasi per morire di fame quando l’ho pescato, e grazie ad esso ho potuto sopravvivere tre giorni.



domenica 25 agosto 2013

Huizinga. LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, È DAPPRIMA GIOCATA. [...] CON QUEI GIOCHI LA COLLETTIVITÀ ESPRIME LA SUA INTERPRETAZIONE DELLA VITA E DEL MONDO. Dunque CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL GIOCO MUTA O SI CONVERTE IN CULTURA, MA PIUTTOSTO CHE LA CULTURA, NELLE SUE FASI ORIGINARIE, PORTA IL CARATTERE DI UN GIOCO, VIENE RAPPRESENTATA INFORME E STATI D'ANIMO LUDICI.




Johan Huizinga. LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, È DAPPRIMA GIOCATA. 
“Parlando dell’ELEMENTO LUDICO DELLA CULTURA, non intendiamo dire che fra le varie attività della vita culturale i giochi occupino un posto importante, e neppure che la cultura provenga dal gioco per un processo di evoluzione, di modo che ciò che in origine era gioco sia passato più tardi in qualcosa che non sia più gioco e che possa portare il nome di cultura. La concezione chiarita qui sotto è la seguente: LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, LA CULTURA È DAPPRIMA GIOCATA. ANCHE QUELLE ATTIVITÀ CHE SONO INDIRIZZATE ALLA SODDISFAZIONE DEI BISOGNI VITALI, COME PER ESEMPIO LA CACCIA, NELLA SOCIETÀ ARCAICA ASSUMONO DI PREFERENZA LA FORMA LUDICA. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme soprabiologiche che le conferiscono maggior valore. CON QUEI GIOCHI LA COLLETTIVITÀ ESPRIME LA SUA INTERPRETAZIONE DELLA VITA E DEL MONDO. Dunque CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL GIOCO MUTA O SI CONVERTE IN CULTURA, MA PIUTTOSTO CHE LA CULTURA, NELLE SUE FASI ORIGINARIE, PORTA IL CARATTERE DI UN GIOCO, VIENE RAPPRESENTATA INFORME E STATI D'ANIMO LUDICI. In tale «dualità-unità» di cultura egioco, gioco è il fatto primario, oggettivo, percettibile, determinato concretamente; mentre cultura non è che la qualifica applicata dal nostro giudizio storico al dato caso. […]
Nel progresso di una cultura il presupposto rapporto originario fra gioco e non gioco non resta invariato. In generale, COL PROGREDIRE DELLA CULTURA, L'ELEMENTO LUDICO VIENE A TROVARSI IN SECONDO PIANO. SPESSO LO TROVIAMO DISSOLTO PER GRAN PARTE NELL'AMBITO DEL SACRO; SI È CRISTALLIZZATO IN SAGGEZZA E POESIA, NELLA VITA GIUDIZIARIA, NELLE FORME DELLA VITA PUBBLICA. Allora di solito LA PROPRIETÀ LUDICA VIENE A ESSERE DEL TUTTO CELATA NEI FENOMENI DELLA CULTURA. In qualunque momento però, anche nelle forme di una cultura molto sviluppata, L’IMPULSO LUDICO PUÒ FARSI VALERE DI NUOVO CON OGNI FORZA E TRASCINARE CON SÉ NELL’EBBREZZA DI UN GIOCO GIGANTESCO TANTO L’INDIVIDUO QUANTO LE MASSE.”
JOHAN HUIZINGA (1872 – 1945), “Homo ludens”, saggio introduttivo di Umberto Eco, trad. di Corinna von Schendel, Einaudi, Torino 1973 (I ed. it. 1946), III. ‘Gioco e gara come funzioni creatrici di cultura’, pp. 55 – 56.



“ Met het spel-element der cultuur wordt hier niet bedoeld, dat onder de verschillende activiteiten van cultuurleven de spelen een belangrijke plaats innemen, ook niet dat cultuur door een proces van evolutie uit spel zou voortkomen, in dier voege dat iets wat oorspronkelijk spel was, later zou overgaan in iets wat niet meer spel was, en cultuur mag heeten. De voorstelling die in het hier volgende wordt ontvouwd is deze: cultuur komt op in spelvorm, cultuur wordt aanvankelijk gespeeld. Ook die activiteiten, welke rechtsstreeks op de bevrediging van levensbehoeften ge-richt zijn, zooals bij voorbeeld de jacht, zoeken in de archaïsche samenleving gaarne den spelvorm. Het ge-meenschapsleven ontvangt zijn bekleeding met supra-biologische vormen, die het hoogere waarde verkenen, in de gedaante van spelen. In die spelen drukt de gemeenschap haar interpretatie van het leven en van de wereld uit. Dit is dus niet zoo te verstaan, dat spel omslaat of zich omzet in cultuur, maar veeleer zoo, dat cultuur in haar oorspronkelijke phasen het karakter van een spel draagt, in de vormen en in de stemming van het spel wordt opge-voerd. In die twee-eenheid van cultuur en spel is het spel het primaire, objectief waarneembare, concreet bepaalde feit, terwijl cultuur slechts de qualificatie is, die ons histo-risch oordeel aan het gegeven geval hecht. […]
In den voortgang eener cultuur blijft de als oorspron-kelijk veronderstelde verhouding van spel en niet-spel niet onveranderd. Het spel-element geraakt in het algemeen bij het voortschrijden der cultuur op den achtergrond. Men vindt het veelal voor een groot deel opgegaan in de sacrale sfeer, het heeft zich gekristalliseerd in wijsheid en dichtkunst, in het rechtsleven, in de vormen van het staatsleven. De spel-qualiteit is dan gewoonlijk in de cultuur-verschijnselen geheel schuilgegaan. Te allen tijde evenwel kan de spel-aandrift, ook in de vormen eener hoog ont-wikkelde cultuur, zich opnieuw in volle kracht laten gelden, en zoowel den persoon als de massa's meesleepen in den roes van een reusachtig spel.”

JOHAN HUIZINGA, “Homo ludens”, Tjeenk Willink & Zoon, Haaelem 1938 (eerste editie), III. ‛Spel en wedijver als cultuurscheppende functie’, ‛Cultuur als spel, niet cultuur uit spel’ - ‛Allen samenspel vruchtbaar voor cultuur’, pp. 66 – 67.

venerdì 23 agosto 2013

Dov'è il nostro io? «nel nome?» suggerisce il vecchio lama che presiede su due lunghe file di tavolini dietro i quali, seduti per terra, stanno gli studenti. No, perché il nome può cambiare senza che l'io cambi. Eppure quante persone si identificano col proprio nome! Ma è chiaro che l'io non può essere «Nel corpo?» insiste il lama mettendosi, divertito, a mimare i tanti modi con cui i vari popoli, dicendo «io» indicano una parte diversa del proprio corpo.



Dov'è il nostro io? «nel nome?» suggerisce il vecchio lama che presiede su due lunghe file di tavolini dietro i quali, seduti per terra, stanno gli studenti. No, perché il nome può cambiare senza che l'io cambi. Eppure quante persone si identificano col proprio nome! Ma è chiaro che l'io non può essere «Nel corpo?» insiste il lama mettendosi, divertito, a mimare i tanti modi con cui i vari popoli, dicendo «io» indicano una parte diversa del proprio corpo. Gli studenti ascoltano, alcuni intervengono. La discussione va avanti per un po'. Poi il lama, dal tavolinetto dietro il quale siede, tira fuori una rosa. «Questo è un fiore» e così dicendo ne stacca un petalo. «E questo, è un fiore? No! Questo è un petalo... E questo?» chiede retoricamente, indicando di nuovo la rosa. «Questo è un fiore ». Stacca ancora un petalo, poi ancora uno, poi un altro ancora, sempre chiedendo «E questo cos'è?» Alla fine, sul tavolino c'è un mucchietto di petali e nella mano del monaco il gambo spoglio della rosa. Il vecchio monaco lo mostra a giro e chiede: «E questo è un fiore? No. Questo non è più un fiore... Bene lo stesso vale per una mano» dice, alzando la sua mano sinistra in aria.
«Se cominciassi a staccarmi un dito e poi un altro e un altro ancora, nessuna di quelle dita sarebbe la mia mano. Allora? E' esattamente così con tutto il nostro corpo. Non siamo anche noi fatti di tanti pezzi, ognuno dei quali però non è veramente noi?»
RACCONTO INDIANO

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domenica 7 luglio 2013

EPOPTEIA, LA RIVELAZIONE DELLA SAGGEZZA DIVINA CONCEDE L'ESPERIENZA DEL SÉ, CIOÈ L'ESPERIENZA CHE COMPRENDENDO E REALIZZANDO IL SENSO DELLA PROPRIA VITA, SI RITROVA ANCHE IL SENSO DEL TUTTO DEL QUALE LA PROPRIA SINGOLA VITA FA PARTE


Nelle tradizioni artistiche filosofiche religiose più significative, a qualsiasi orizzonte esse appartengano, al culmine del cammino (si chiami Grande Opera, Grande Mistero o altro) L'EPOPTEIA, LA RIVELAZIONE DELLA SAGGEZZA DIVINA CONCEDE L'ESPERIENZA DEL SÉ, CIOÈ L'ESPERIENZA CHE COMPRENDENDO E REALIZZANDO IL SENSO DELLA PROPRIA VITA, SI RITROVA ANCHE IL SENSO DEL TUTTO DEL QUALE LA PROPRIA SINGOLA VITA FA PARTE. Jung parla di ENTELECHIA che si raggiunge a coronamento del processo di individuazione (in cui IL SINGOLO RICONOSCE LO STATO DI NON SEPARAZIONE, DI NON DIVISIONE DAL TUTTO). L'iniziato, colui che ha ottenuto prima della morte la vera conoscenza, e ha raggiunto così l'individuazione, «... essendo non-diviso , dunque senza le parti o membra che componevano la sua forma terrena (sottomessa alla quantità: contato, pesato, diviso), È LIBERATO DALLE CONDIZIONI DELL'ESISTENZA INDIVIDUALE (...). L'essere non è affatto assorbito quando ottiene la liberazione, anche se così può sembrare dal punto di vista della manifestazione, per la quale la trasformazione appare come una distruzione (...) è invece dilatato oltre ogni limite... poiché ha effettivamente realizzato la pienezza delle sue possibilità.» (R. Guénon , L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, 1925 , tr. it. 1992).
L'INDIVIDUO NON È ALTRO CHE LA SPECIFICA ATTUAZIONE DI UNA POTENZIALITÀ CUSTODITA FIN DALL'INIZIO IN SENO ALL'ASSOLUTO, anche se tale attuazione viene descritta in termini di separazione, caduta, distacco, assunzione di forme sempre più stringenti, sottili prima, materiali poi. E reciprocamente il percorso inverso del ritorno all'unità può essere descritto come perdita progressiva delle determinazioni e delle differenze specifiche assunte in precedenza.
Naturalmente si tratta di espressioni metaforiche. Infatti, mai l'individuo potrebbe realmente uscire e staccarsi dal principio per la semplice insuperabile ragione che oltre il principio non c'è niente e che il principio non ammette un oltre . E l'assunzione di forme individuali (in una parola l'individuo) è dunque un evento completamente interno al principio dal quale non poteva separarsi e al quale di conseguenza non poteva ricongiungersi. Così IL COSIDDETTO PERCORSO DELLA LIBERAZIONE O TRASFORMAZIONE, DEVE ESSERE INTESO SIMBOLICAMENTE COME UNA SORTA DI RIAPPROPRIAZIONE DELLO STATO PRECEDENTE A QUELLO DELLA MANIFESTAZIONE DELLA FORMA. Lo stato della forma non viene distrutto, o riassorbito perché niente si era mai in realtà allontanato. L'unica possibilità è una radicale intensificazione di ciò che si è, rompere ogni argine frapposto alla completa realizzazione, evitare la fissazione a metà strada. Dunque, il singolo individuo in cui si esprime necessariamente una realizzazione del Tutto (o del Principio) senza che con ciò il Tutto (o il Principio) si allontani da sé e si frantumi, può scoprire, riconoscere, vivere il rapporto interno con il Tutto (o con il Principio), proprio a partire da ciò che egli realizza in sé stesso.
Perché sia la formazione sia la tras-formazione risiedono da sempre in seno al Tutto, e la liberazione o la felicità consiste nella raggiunta consapevolezza (che investe tutto l'essere individuale) che l'individuo è nel tempo stesso necessario e non necessario e che egli deve vivere nell'unione con il Tutto il senso di ciò che ogni individuo è.

Maria Pia Rosati da il filo di atopon


entelechia è un termine aristotelico ripreso dai neoplatonici e poi da Leibniz che conciliò l'entelechia aristotelica con la visione neoplatonica, facendone una proprietà essenziale della monade, cioè di ogni "centro di energia", capace di svilupparsi autonomamente verso la propria meta: ogni monade non riceve alcun impulso dall'esterno, ma tutte insieme formano un complesso unitario, retto al suo interno da un'armonia prestabilita da Dio, Monade suprema. Esse sono infatti coordinate al pari di tanti orologi, funzionanti per conto proprio ma sincronizzati tra di loro
(Wikipedia)


la rappresentazione della monade è interessante perché descrive bene un'energia pulsante dall'interno, in grado di autoalimentarsi... Quando ne è stato raggiunto un discreto livello si può anche rivolgersi all'altro, senza fagocitarne l'energia, ma sincronizzandosene soltanto. E' ciò a dar vita a processi creatori interessanti, infiniti e soddisfacenti

venerdì 4 gennaio 2013

ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell'altra città, troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perchè, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore. Nella vita si trova sempre ciò che si aspetta di trovare...




C'era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un'oasi all'entrata di una città del Medio Oriente. 
Un giovane si avvicinò e gli domandò: 
"Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città? "L'uomo rispose a sua volta con una domanda: "Come erano gli abitanti della città da cui venivi?" "Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là". "Così sono gli abitanti di questa città!", gli rispose il vecchio saggio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all'uomo e gli pose la stessa domanda: 
"Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?" L'uomo rispose di nuovo con la stessa domanda:"Com'erano gli abitanti della città da cui vieni?" "Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!" "Anche gli abitanti di questa città sono

così!", rispose il vecchio saggio. 
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all'abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: 
"Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
"Figlio mio", rispose il saggio, "ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell'altra città, troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perchè, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore. Nella vita si trova sempre ciò che si aspetta di trovare...
(dal web)




domenica 25 novembre 2012

Un uomo saggio si adatta alle circostanze come l'acqua si modella al vaso che la contiene



Un uomo saggio si adatta alle circostanze come l'acqua si modella al vaso che la contiene
Proverbio cinese

 E se il contenitore è una fogna? La massima è parziale, manca una specifica: L'uomo saggio si adatta alle circostanze che considera giuste, ma dimostra ancora più saggezza rifiutandosi di adattarsi alle circostanze che considera sbagliate! Infatti chi si adatta a determinate circostanze è solo una pecora stupida.

 ci ho provato ad adattarmi ma quel vaso perdeva da per tutto


 questa è la vita, ci si deve adattare in ogni modo che tu lo voglia o meno


lunedì 19 novembre 2012

Omar Falworth. Ricordati che oggi incontrerai uno stolto che metterà a dura prova la tua bontà e la tua pazienza, un maldicente che sparlerà di te, un furbo che cercherà di usarti, un presuntuoso che pretenderà di aver ragione ad ogni costo, un prepotente che cercherà di sopraffarti, un iracondo che ti trasmetterà rabbia. Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto, perché sarai in compagnia di un moderato che frenerà le tue reazioni, un buono che tramuterà in bene tutto il male che riceverai, un saggio che ti guiderà sulla retta via e ti farà prendere delle buone decisioni, ovvero sarai in compagnia di te stesso



Ricordati che oggi incontrerai uno stolto che metterà a dura prova la tua bontà e la tua pazienza, un maldicente che sparlerà di te, un furbo che cercherà di usarti, un presuntuoso che pretenderà di aver ragione ad ogni costo, un prepotente che cercherà di sopraffarti, un iracondo che ti trasmetterà rabbia. Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto, perché sarai in compagnia di un moderato che frenerà le tue reazioni, un buono che tramuterà in bene tutto il male che riceverai, un saggio che ti guiderà sulla retta via e ti farà prendere delle buone decisioni, ovvero sarai in compagnia di te stesso.
Omar Falworth

domenica 4 novembre 2012

Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo. Cervello. Un apparato col quale pensiamo di pensare

I grandi avvenimenti del mondo hanno luogo nel cervello.
the great events of the world take place in the brain
Oscar Wilde

La saggezza è l’abilità di disimparare quello che hai imparato.
La capacità di fare silenzio ed ascoltare quello che hanno da dire gli altri.
Sanjit Bunker Roy

Ogni pensiero costituisce un'eccezione a una regola generale, quella di non pensare.
Paul Valéry

Cervello. Un apparato col quale pensiamo di pensare
Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911

Il mio cervello è la chiave che mi rende libero
Harry Houdini

Umuntu ngumuntu ngabantu"
Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti
UBUNTU -
detto zulu

Scopriamo così una verità semplice e doppia:
primo, siamo una comunità di popoli che parlano la stessa lingua;
secondo, parlarla è un modo, tra i tanti, di essere umani.
Octavio Paz. Città del Messico, 1914 - 1998




mercoledì 26 settembre 2012

mercoledì 30 maggio 2012

Maestro. sebbene non possa insegnare "ciò che non può essere detto", può tuttavia mostrarci la Via per raggiungerlo

 
Una riflessione sul significato di "Maestro" nelle arti marziali.
Il termine maestro, che di per sè è utilizzato per indicare un esperto di qualsiasi attività, nel contesto marziale assume di certo un significato speciale che va al di là della semplice maestria in un certo campo del sapere. Nelle arti marziali il maestro si può considerare un po’ come un padre che guida gli allievi nella loro crescita tecnica ma soprattutto morale, impartendo lezioni di saggezza in ogni suo gesto o parola.
Un Maestro quindi è una persona che non solo ci insegna qualcosa di tecnico relativo ad una arte o disciplina, ma è qualcuno che ci serve da esempio e al tempo stesso ci indica, con il suo esempio, come superare i nostri limiti personali. Difficilmente un Maestro sarebbe in grado di insegnare ai propri allievi quali sono i movimenti da eseguire per acquisire una maggiore coscienza di sé, però egli sa bene che la pratica costante dell’arte marziale, se condotta in modo ordinato, conduce proprio a questo. Egli, quindi, sebbene non possa insegnare "ciò che non può essere detto", può tuttavia mostrarci la Via per raggiungerlo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

domenica 11 marzo 2012

Erasmo da Rotterdam. Elogio alla follia. La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia

Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo.
Erasmo da Rotterdam


"Poniamo che un tizio volesse strappare la maschera a degli attori che sostengono la loro parte su di un palcoscenico e rivelare agli spettatori le loro facce vere e reali. Non guasterà costui tutta la finzione scenica e non meriterà d'esser preso per matto furioso e cacciato dal teatro a sassate? D'improvviso lo spettacolo assumerà un nuovo volto: prima c'era una donna, ora c'è un uomo, prima un vecchio, ora un giovane; chi era re, d'un colpo è divenuto una canaglia e chi era un dio, lì per li ci appare un omiciattolo. Ma togliere l'illusione significa mandare a monte tutto quanto il dramma, poiché proprio l'inganno della finzione scenica incanta l'occhio dello spettatore. Orbene! Che cos'è la vita dell'uomo, se non una commedia, in cui ognuno va coperto d'una maschera sua particolare e ognuno recita la sua parte, sinché il regista lo allontana dalla scena? Sempre il regista affida al medesimo attore il compito ora di mettersi addosso la porpora regale e ora gli stracci d'un miserabile schiavo. Dunque sul palcoscenico tutto è posticcio, ma la commedia della vita non si svolge in un modo diverso".
Erasmo da Rotterdam


Erasmo da Rotterdam, La leggerezza all’origine della stirpe umana.
“Innanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l’asta di Pallade dal padre possente, né l’egida di Giove adunator di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l’Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così vicini agli dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille colte! Anche lui dovrà deporre, se non la barba che è l’insegna della sapienza (comune, a dir vero, con i caproni), certamente il suo sussiego; dovrà spianare la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero divenire padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.”
ERASMO da ROTTERDAM (1446 – 1536), “Elogio della Follia”, a cura, trad., introd. e nota bibliografica di Eugenio Garin, Mondadori, Milano 2011 (ristampa, I ed. 1992), XI, p. 18.
“ Principio quid esse potest uita ipsa vel dulcius, vel pretiosius? At hujus exordium cui tandem acceptum ferri convenit, nisi mihi? Neque enim aut ὀβριμοπάτρης hasta Palladis, aut νεφεληγερέτου Jovis ægis hominum genus vel progignit, vel propagat. Verum ipse Deum pater atque hominum Rex, qui totum nutu tremefactat Olympum, fulmen illud trisulcum ponat oportet, et vultum illum Titanicum, quo, cum lubet, Deos omneis territat, planeque histrionum more, aliena sumenda misero persona, si quando velit id facere, quod numquam non facit, hoc est παιδοποιεῖν. Jam vero Stoici se Diis proximos autumant. At date mihi terque quaterque, aut si libet, sexcenties Stoicum, tamen huic quoque, si non barba insigne sapientiæ, etiam si cum hircis commune, certe supercilium erit ponendum, explicanda frons, abjicienda dogmata illa adamantina, ineptiendum ac delirandum aliquantisper. In summa, me, me inquam, sapiens accersat oportet, si modo pater esse velit.”
DESIDERII ERASMI ROTERDAMI “Μωρίας Εγκώμιον sive Stultitiæ Laus Declamatio”, cum Commentariis Gerardi Listrii, ineditis Oswaldi Molitoris, et Figuris Johannis Holbenii, Guil. Gottl. Beckerus Basileæ M.DCC. LXXX (I ed. Gilles de Gourmont, Parisiis 1511, incompleta e all’insaputa dell’A.), pp. 27 – 39.


Erasmo da Rotterdam, “L’educazione precoce e liberale dei fanciulli” (1529)
Con i loro figli gli uomini possono sbagliare in tre modi:
perché trascurano del tutto la loro educazione,
perché si accorgono troppo tardi dell’importanza di questa
o perché i maestri ai quali li affidano insegnano
cose che non servono.
Vi sono persone il cui animo gretto
impedisce loro di assumere un insegnante qualificato;
e sempre avviene che si paga più uno scudiero
che l’educatore del proprio figlio.
Volesse il cielo che fossero meno numerosi coloro
che spendono di più per i loro capricci
che per l’educazione di un figlio.


I Potenti sono sfortunati perché attorno a loro ci sono solo elogiatori,
pronti a velare ogni verità che risulti sgradita al padrone.
Erasmo da Rotterdam

La mente umana è fatta in modo tale che è molto più suscettibile alla menzogna che alla verità
Erasmo da Rotterdam


Ciò che l'occhio è per il corpo, la ragione lo è per l'anima.
Erasmo da Rotterdam

A forza di sterminare animali, si capì che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.
Erasmo Da Rotterdam



Per qual motivo io sia venuta innanzi a voi in questa insolita acconciatura, lo sentirete fra breve, se non vi è grave prestar orecchio alle mie parole. Non certo come lo porgevate ai predicatori sacri, ma piuttosto come facevate con i ciarlatani di piazza, con gli scrocconi e con i buffoni [...]. Mi piacerebbe con voi fare un pò il sofista, non però di quella razza che oggi inculca nei ragazzetti quisquilie da togliere il fiato comunicando loro una ostinazione a disputare peggio delle femmine; ma imiterò quegli antichi che, pur di evitare il nome malfamato di sapienti, preferiscono dieci sofisti. L’occupazione di costoro consisteva nel celebrare con i loro elogi gli dèi e gli eroi. Sentirete dunque l’elogio, non già di Ercole o di Solone, ma di me in persona, la Pazzia.
Erasmo, Elogio della Pazzia


Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia


La via della saggezza passa per la follia. Le passioni non soltanto fanno da piloti nel porto della saggezza, ma si trovano in tutte le azioni secondo virtù, come degli sproni stimolanti a fare del bene
Erasmo da Rotterdam


La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia. Secondo i Peripatetici invece le passioni sono le navi che ci conducono al porto della saggezza, ci stimolano e ci spronano sul cammino della virtù, esortandoci ad agire correttamente.
Elogio alla follia, Erasmo da Rotterdam



Follia è libertà degli affanni. Qualunque cosa dicano di me i mortali (so bene, signori miei, troppo bene, che la pazzia gode di pessima reputazione anche tra i folli più folli) ebbene, sono io la sola, proprio io in carne ed ossa, grazie ai miei poteri sovrannaturali, a infondere serenità nel cuore degli uomini e degli dei.
Erasmo Da Rotterdam, Elogio della Follia


Ma per non seguitar all'infinito e per offrirvi il succo della cosa, a parer mio tutta la religione cristiana ha una specie di parentela con la pazzia e non va punto d'accordo con la sapienza. Ne volete le prove? Osservate anzitutto che quelli che piú trovano piacere nelle funzioni sacre e in tutte le cose di religione, che si strofinano sempre agli altari sono ragazzi, vecchi, donne, ignoranti. È madre natura che ve li spinge, si sa; nient'altro. In secondo luogo vedete tutti quei primi fondatori di religione: costoro abbracciavano una vita di straordinaria semplicità ed erano della cultura nemici irriconciliabili. Infine non si trovano pazzi piú dissennati di coloro che si son lasciati prendere una volta da ardore di pietà cristiana: eccoli profondere i loro averi, non curarsi di offese, lasciarsi ingannare, non far differenza fra amici e nemici, aver in orrore il piacere, ingrassare a forza di digiuni, veglie, lagrime, lavori e ingiurie, aver in uggia la vita, non bramar che la morte; in una parola son diventati pare assolutamente ottusi ad ogni senso comune, come se il loro animo vivesse altrove non dentro il corpo. E questa che cos'altro è se non pazzia? Non c'è da meravigliarsi se gli Apostoli sembravano briachi di vin dolce o se san Paolo parve addirittura al giudice Festo un pazzo. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


E poi ci sono i filosofi, venerandi per barba e mantello: affermano di essere i soli sapienti; tutti gli altri sono soltanto ombre inquiete. Ma com'è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli; quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna, le stelle, le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti, delle eclissi e degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima esitazione, come se fossero a parte dei segreti della natura artefice delle cose, come se venissero a noi dal consiglio degli Dèi! La natura, intanto, si fa le grandi risate su di loro e sulle loro ipotesi. A dimostrare che nulla sanno con certezza, basterebbe quel loro polemizzare sulla spiegazione di ogni singolo fenomeno. Loro, pur non sapendo nulla, affermano di sapere tutto; non conoscendo se stessi e non accorgendosi, a volte, della buca o del sasso che hanno sotto il naso, o perchè in molti casi ci vedono poco, o perchè sono altrove con la testa, sostengono di vedere idee, universali, forme separate, materie prime, quiddità, ecceità, e cose tanto sottili da sfuggire, credo, persino agli occhi di Linceo. Disprezzano in particolare il profano volgo, quando confondono le idee agli ignoranti con triangoli, quadrati, circoli, e figure geometriche siffatte, disposte le une sulle altre a formare una specie di labirinto, e poi con lettere collocate quasi in ordine di battaglia e variamente manovrate. Nè mancano, fra loro, quelli che, consultando gli astri, predicono l'avvenire promettendo miracoli che vanno al di là della magia; e, beati loro, trovano anche chi ci crede. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


D'altra parte quale città ha mai voluto applicare le leggi di Platone o Aristotele e le massime di Socrate? E così qual impulso persuase i Deci a offrirsi spontaneamente in olocausto agli dèi Mani? Qual istinto ha trascinato Curzio nell'abisso se non la gloria, ch'è vana? Ella è una sirena dolcissima davvero, ma con quanto accanimento la condannano questi sapienti! Dicono essi: non v'è pazzo più grande del candidato alle elezioni, il quale umilmente si presta ad adulare il popolo, ne compra il favore con donativi, va in caccia degli applausi d'una massa di pazzi, è tutto contento quando lo acclamano, si lascia portare intorno in trionfo perchè il popolo lo ammiri, come si fa per le immagini dei santi, e infine ammette di star ritto nella pubblica piazza effigiato nel bronzo.
Con tali buaggini fanno il palo le adozioni di nomi e soprannomi, gli onori divini offerti ad uomini da nulla, e le pubbliche cerimonie con cui tiranni scelleratissimi vengono elevati al rango di divinità. Queste son davvero mattie belle e buone e non basterebbe un sol Democrito a farsene le dovute beffe. C'è qualcuno che dice di no? Eppure proprio a questa sorgente gli eroi attingono l'ispirazione per le audaci imprese che tanti uomini eloquenti levano sino al cielo nei loro scritti. Una tal forma di pazzia fa nascere le città e su di essa si fondano gli imperi, le repubbliche , la religione, le assemblee e i tribunali. E in definitiva la vita degli uomini nient'altro è che un gioco della pazzia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




“…è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei giardini di Tantalo”.
Erasmo da Rotterdham, Elogio della follia, cap. 30


...Colui che afferra il timone dello stato si fa amministratore del pubblico non dei suoi privati, non deve allontanarsi neppur di un mignolo dalle leggi, delle quali lui è autore ed esecutore, deve rispondere lui della correttezza dei suoi amministratori . Lui solo infatti è continuamente esposto agli occhi di tutti e, come un astro benigno, con la sua integrità, può influire molto favorevolmente sulle cose umane, e può anche, come funesta cometa, recar la più grande rovina; chè dei vizi di privati non ci si risente allo stesso modo, ne si diffondono con ugual virulenza, laddove Lui si trova in tal posizione che, per poco che si allontani dal retto, immediatamente il suo malo esempio serpeggia, contagiando un numero infinito di uomini....
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


“Perciò, visto che fra i molti meriti di Bacco è considerato a ragione il più importante quello di ripulire l’animo dalle preoccupazioni (e questo soltanto per un tempo molto breve: infatti, appena smaltito il caro vino, subito su bianche quadrighe, come si dice, ritornano le ansie), quanto è più completo e più efficace il beneficio che procuro io riempiendo la mente, per mezzo di una specie di perpetua ebbrezza, di gioie, di piaceri, di esplosioni di allegria, e per di più senza alcuna fatica? E non permetto a nessun mortale di non prendere parte al mio dono…”
Erasmo da Rotterdam, “L’elogio della follia”



Bisogna essere grezzi e ignoranti per piacere prima di tutto a sé stessi e poi per riscuotere l'ammirazione altrui. Solo uno sciocco può ambire alla cosiddetta vera cultura, perché in primo luogo acquisirla è assai gravoso e in secondo luogo non offre alcun vantaggio. L'uomo dotto si ritrova solo, respinto e isolato dal mondo.
Erasmo, Elogio della Follia


“Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno?
Chi è interiormente combattuto, potrà forse andare d’accordo con altri?
Potrà, chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro?
Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della Follia stessa.”
Erasmo da Rotterdam, "Elogio della follia"




Ho conosciuto una volta un tale, dotto in svariati campi: 
sapeva di greco, di latino, di matematica, di filosofia, di medicina, e questo a livello superiore. Ormai sessantenne, messo da parte tutto il resto, da oltre vent'anni si tormenta sulla grammatica, ritenendo di poter essere felice se vivrà abbastanza da stabilire con certezza come vadano distinte le otto parti del discorso; finora nessuno, né dei Greci né dei Latini, ci è riuscito pienamente. Di qui quasi un caso di guerra se uno considera congiunzione una locuzione avverbiale. A questo modo, pur essendovi tante grammatiche quanti grammatici, anzi di più se solo il mio amico Aldo Manuzio ne ha pubblicate più di cinque, questo tale non tralascia di leggerne ed esaminarne minuziosamente nessuna, per barbara o goffa che sia nello stile. Guarda infatti con sospetto chiunque faccia in materia un tentativo, sia pure insignificante, attanagliato com'è dalla paura che qualcuno lo privi della gloria, rendendo vane così annose fatiche. Preferite chiamarla follia o stoltezza? A me poco importa, purché siate disposti a riconoscere che, per mio beneficio, l'animale più infelice di tutti può attingere una tale felicità da non volere scambiare la propria sorte neppure con quella dei re persiani.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




ERASMO DA ROTTERDAM. IL DENARO.
C’è chi si prodiga con ogni cura per gli affari degli altri mentre trascura i propri, e chi, preso nel giuoco dei debiti, prossimo a fallire, si crede ricco del denaro altrui; un altro pone all’apice della sua felicità morire povero pur di arricchire l’erede.

Questi per un guadagno modesto, e per giunta incerto, corre tutti i mari, affidando la vita, che il denaro non ricompra, alle onde e ai venti; quello preferisce cercare di arricchirsi in guerra piuttosto che starsene al sicuro in casa sua. Ci sono di quelli che credono si possa arrivare alla ricchezza senza la minima fatica andando a caccia di vecchi senza eredi; nè manca chi, in vista dello stesso risultato, opta per un legame con vecchiette danarose. Gli uni e gli altri offrono agli Dei che stanno a guardare uno spettacolo oltremodo divertente, quando si fanno abbindolare proprio da coloro che vogliono intrappolare.

La razza più stolta e abietta è quella dei mercanti che, pur trattando la più sordida delle faccende e nei modi più sordidi, pur mentendo, spergiurando, rubando, frodando a tutto spiano, si credono da più degli altri perché hanno le dita inanellate d’oro.

Nè mancano di adularli certi fraticelli che li ammirano e li chiamano apertamente venerabili, senza dubbio perché una piccola parte degli illeciti profitti vada a loro.

Altrove puoi vedere dei Pitagorici, a tal segno convinti della comunanza dei beni, che, se trovano qualcosa d’incustodito, tranquillamente se ne appropriano come l’avessero ricevuto in eredità.

C’è chi, ricco solo di speranze, sogna la felicità, e già questo sogno, per lui, è la felicità.

Taluni si compiacciono di essere creduti ricchi, mentre a casa loro muoiono di fame.

Uno si affretta a dilapidare tutto quello che possiede; un altro accumula con mezzi leciti e illeciti. Questo si fa portare candidato perché ambisce a pubbliche cariche, quello è contento di starsene accanto al fuoco. E sono tanti quelli che intentano interminabili cause e che, portatori di opposti interessi, fanno a gara per arricchire il giudice che accorda rinvii, e l’avvocato che è in combutta con la parte avversa.

Uno ha la mania di rinnovare il mondo, un altro propende per il grandioso. C’è chi, senza nessuna ragione d’affari, lascia a casa moglie e figli e se ne va a Gerusalemme, a Roma, a San Giacomo di Compostella.”

Erasmo da Rotterdam, L’elogio della pazzia


http://youtu.be/L6Ktzj2xpXo














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