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mercoledì 26 agosto 2015

Zeus non faceva alcuna differenza tra divine e mortali e se qualcuna suscitava i suoi interessi, pur di conquistarla, non esitava a servirsi dei più abili stratagemmi e delle più strane metamorfosi. Per sedurre la sacerdotessa Io, ad esempio, si mutò in una nuvola soffice ed eterea.





Zeus e Io, mitologia greca
Zeus conduceva un’attività erotica extraconiugale tale da far infuriare Hera, sua moglie, provocando scompiglio e vendette sull’Olimpo.
Zeus non faceva alcuna differenza tra divine e mortali e se qualcuna suscitava i suoi interessi, pur di conquistarla, non esitava a servirsi dei più abili stratagemmi e delle più strane metamorfosi. 
Per sedurre la sacerdotessa Io, ad esempio, si mutò in una nuvola soffice ed eterea.
Io era la sacerdotessa d’un tempio vicino a Micene, sacro a Hera
La sacerdotessa Io era giovane e assai bella e quando Zeus la vide la prima volta subito se ne innamorò.
Hera, che ben conosceva il marito, ben presto si insospettì delle sue improvvise e ingiustificate assenze; volle vederci chiaro e scese sulla Terra. Zeus, vedendo arrivare Hera scura in viso, mutò la sacerdotessa Io in una giovenca, ma Hera non si lasciò ingannare e, fingendo ammirazione per l’animale, glielo chiese in dono. Zeus non rifiutò, ma solo per non farla insospettire ulteriormente.
Hera inviò subito la giovenca in un pascolo molto lontano. Il pascolo era custodito da Argo, soprannominato Tutt’occhi, perché aveva ben cento occhi sparsi in giro per tutto il corpo e anche quando dormiva cinquanta dei suoi cento occhi vegliavano a turno.
Zeus, volendo liberare la sacerdotessa Io dalla sua prigionia, ordinò ad Hermes di liberare la giovenca. Hermes assunse l’aspetto di un pastorello e, sedutosi vicino ad Argo, cominciò a suonare con il flauto una noiosissima nenia che, a poco a poco, riuscì ad addormentare tutti i cento occhi del custode. Dopo che Argo fu ben addormentato, Hermes con un colpo di spada gli troncò la testa. Io era liberata. Hera, però, dall’Olimpo aveva visto tutto e mandò alla sfortunata giovenca un tafano, perché la pungesse senza darle un attimo di tregua. La giovenca fuggì disperatamente, ma il tafano le volava dietro senza darle un solo attimo di pace. La sacerdotessa Io, ancora sotto le sembianze di giovenca, oltrepassò il Bosforo, che in greco significa appunto «Passaggio della Giovenca» e giunse in Fenicia, eppoi in Egitto. Qui finalmente Zeus riuscì a fermare Io e, liberatala dal tafano, le restituì l’aspetto di donna. Tuttavia due corte corna le rimasero sul capo, simili alle corna della Luna quando è al primo e all’ultimo quarto. Da Io nacque Epàfo, che fu poi re d’Egitto e costruì la capitale Menfi.



mi chiedevo da adolescente perché mai Zeus dovesse preferire alla potente e perfetta dea Hera la mortale e dunque imperfetta (quantunque bella) Io. La perfezione non è dunque ciò' che ti rende desiderabile al di sopra di tutto ? Elaborai più tardi una risposta: l' imperfezione - che è umana - era ciò che mancava ad Hera e che rendeva la mortale IO desiderabile agli occhi del Dio. L'imperfezione umana , questa incolmabile diversità , fa innamorare gli Dei , perché ci rende speciali. E di tale specialità dovrebbero andare fieri tutti i "diversi" del mondo.



mercoledì 30 luglio 2014

Era, temendo il tradimento di Zeus, pose Io sotto la sorveglianza del gigante Argo che, grazie ai suoi infiniti occhi, riusciva a non dormire mai, chiudendone, per riposare, solo due per volta. Zeus allora incaricò Ermes di liberarla. Quest'ultimo, camuffatosi da pastore, si avvicinò ad Argo suonando una melodia. Il gigante, affascinato dal suono, invitò Ermes a sedersi con sé. Il dio, accompagnandosi col suono, iniziò a narrare la storia di Pan e Siringa, fino a che non riuscì a far chiudere tutti i cento occhi. Ermes uccise il gigante addormentato tagliandogli la testa con la spada, liberando Io. Era prese gli occhi dalla testa di Argo e li pose sulle piume del pavone, l'animale a lei sacro. Ermes, Io ed Argo





Zeus e Io, mitologia greca
Zeus conduceva un’attività erotica extraconiugale tale da far infuriare Hera, sua moglie, provocando scompiglio e vendette sull’Olimpo.
Zeus non faceva alcuna differenza tra divine e mortali e se qualcuna suscitava i suoi interessi, pur di conquistarla, non esitava a servirsi dei più abili stratagemmi e delle più strane metamorfosi. 
Per sedurre la sacerdotessa Io, ad esempio, si mutò in una nuvola soffice ed eterea.
Io era la sacerdotessa d’un tempio vicino a Micene, sacro a Hera
La sacerdotessa Io era giovane e assai bella e quando Zeus la vide la prima volta subito se ne innamorò.
Hera, che ben conosceva il marito, ben presto si insospettì delle sue improvvise e ingiustificate assenze; volle vederci chiaro e scese sulla Terra. Zeus, vedendo arrivare Hera scura in viso, mutò la sacerdotessa Io in una giovenca, ma Hera non si lasciò ingannare e, fingendo ammirazione per l’animale, glielo chiese in dono. Zeus non rifiutò, ma solo per non farla insospettire ulteriormente.
Hera inviò subito la giovenca in un pascolo molto lontano. Il pascolo era custodito da Argo, soprannominato Tutt’occhi, perché aveva ben cento occhi sparsi in giro per tutto il corpo e anche quando dormiva cinquanta dei suoi cento occhi vegliavano a turno.
Zeus, volendo liberare la sacerdotessa Io dalla sua prigionia, ordinò ad Hermes di liberare la giovenca. Hermes assunse l’aspetto di un pastorello e, sedutosi vicino ad Argo, cominciò a suonare con il flauto una noiosissima nenia che, a poco a poco, riuscì ad addormentare tutti i cento occhi del custode. Dopo che Argo fu ben addormentato, Hermes con un colpo di spada gli troncò la testa. Io era liberata. Hera, però, dall’Olimpo aveva visto tutto e mandò alla sfortunata giovenca un tafano, perché la pungesse senza darle un attimo di tregua. La giovenca fuggì disperatamente, ma il tafano le volava dietro senza darle un solo attimo di pace. La sacerdotessa Io, ancora sotto le sembianze di giovenca, oltrepassò il Bosforo, che in greco significa appunto «Passaggio della Giovenca» e giunse in Fenicia, eppoi in Egitto. Qui finalmente Zeus riuscì a fermare Io e, liberatala dal tafano, le restituì l’aspetto di donna. Tuttavia due corte corna le rimasero sul capo, simili alle corna della Luna quando è al primo e all’ultimo quarto. Da Io nacque Epàfo, che fu poi re d’Egitto e costruì la capitale Menfi.



mi chiedevo da adolescente perché mai Zeus dovesse preferire alla potente e perfetta dea Hera la mortale e dunque imperfetta (quantunque bella) Io. La perfezione non è dunque ciò' che ti rende desiderabile al di sopra di tutto ? Elaborai più tardi una risposta: l' imperfezione - che è umana - era ciò che mancava ad Hera e che rendeva la mortale IO desiderabile agli occhi del Dio. L'imperfezione umana , questa incolmabile diversità , fa innamorare gli Dei , perché ci rende speciali. E di tale specialità dovrebbero andare fieri tutti i "diversi" del mondo.


venerdì 13 gennaio 2012

Eschilo, Prometeo incatenato, Tragedie. Io non cambierei la mia dura condizione con la tua servitù. Meglio, giacere schiavo di questo dirupo Che essere il nunzio zelante del padre Zeus.

Tu non temesti Zeus.
Nel tuo pensiero profondo adori gli uomini, Prometeo
Eschilo


Io non cambierei la mia dura condizione con la tua servitù. 
Meglio, giacere schiavo di questo dirupo
Che essere il nunzio zelante del padre Zeus.
Eschilo, Prometeo incatenato, Tragedie


Essi [gli uomini], prima, pur vedendo non vedevano,
pur udendo non udivano: simili a larve di sogni
passavano nel tempo una loro esistenza confusa. [Prometeo]
Eschilo, Prometeo incatenato (Episodio II)


- Io tolsi ai mortali la preveggenza della propria morte. -
- E quale rimedio trovasti a questa malattia? -
- Insinuai in loro cieche speranze.
Eschilo, Prometeo Incatenato


CORO: Chi governa la necessità? [Ananke]
PROMETEO: Le Moire che tessono il filo e le Erinni dalla memoria implacabile.
CORO: E Zeus è più debole [asthenésteros] di loro?
PROMETEO: Anche Zeus non può sfuggire a ciò che è destinato [peproménen].
ESCHILO, Prometeo incatenato, vv. 515-518.


"Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore". 
Eschilo, Prometeo


Insegna ogni cosa il tempo che passa
Eschilo, Prometeo

Puoi sapere il domani solo quando diventa passato.
Eschilo


Tutto quanto il futuro io conosco perfettamente fin d'ora,
né mi giungerà inatteso alcun dolore.
Bisogna sopportare il meglio possibile la porzione di sorte che ci è assegnata,
sapendo che invincibile è la forza della necessità.
Eschilo


So come gli uomini in esilio si nutrano con sogni di speranza..
φεύγοντας άνδρας έλπίδας σιτουμένους.
Eschilo, Agamennone (v.1668)


E io parlo volentieri a chi sa:
con chi non sa, tutto dimentico.
Eschilo, Agamennone


È nella natura dei mortali calpestare ancor di più chi è caduto.
Eschilo di Eleusi, Agamennone.


Come un'immagine dipinta, voleva parlare.
Eschilo, Agamennone


Τόν πάθει μάθος
Conoscenza attraverso dolore.
Eschilo, Agamennone



La saggezza si conquista attraverso la sofferenza
Eschilo


Zeus ha aperto ai mortali le strade della ragione secondo questa legge:
Si impara attraverso il dolore”.
Il cuore non è infuso dal sonno ma da un doloroso rammemorare.
La saggezza raggiunge anche chi non la desidera.
Violenta è la grazia degli dei.
Eschilo, Agamennone



…Mentre noi dormiamo, il dolore
- che è sempre presente in noi -
cade goccia a goccia sul nostro cuore,
finché contro la nostra stessa volontà,
la maestosa grazia di Dio
non converte in saggezza la nostra disperazione…
William Peter Blatty, Eschilo L'esorcista



Perché i figli salvano e tengono vivo
il nome dei morti, come i sugheri, reggendo la rete,
preservano il filo di lino dal fondo
del mare.
Eschilo, Coefore




Nel male non abbandoneremo chi abbiamo di più caro.
Eschilo, I Persiani


La prima vittima della guerra è la verità.
Eschilo


Non conviene che il debole abbia lingua audace.
Eschilo


Pochi uomini hanno la dote di onorare senza invidia l'amico che gode di buona fortuna
Eschilo


Chi può tutto è facilmente portato a credere di poter osare tutto.
Eschilo



Eschilo fu il più grande tragediografo del 500 a. C., considerato anche il padre della tragedia greca. Questa sua fama non lo rese immune dall’aneddoto che iniziò a circolare sulla sua morte e che lo rese un pò più umano. Si narra che le aquile fossero solite divorare le tartarughe, dopo aver lanciato ripetutamente i piccoli animali, contro delle rocce per romperne il carapace e poi gustare tranquillamente il pasto.
Eschilo, ritiratosi nel deserto (anche se il luogo del suo eremitaggio è indicato più realisticamente nelle zone montane della Grecia), si era dedicato alla meditazione dopo i grandi successi ottenuti dalle sue tragedie.
Durante una di queste meditazioni un’aquila, che aveva catturato una tartaruga, cercò di rompere il carapace lasciandola cadere su una roccia. Peccato che quella roccia fosse la testa calva del grande tragediografo, che morì per il gran colpo in testa.













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