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venerdì 14 febbraio 2014

Castaneda. Don Juan parla di Tonal e Nagual. Il Tonal, per sommi capi, è tutto il conosciuto, ed il Nagual tutto ciò di cui non possiamo dir nulla. Il primo è come un'isola, come una tavola apparecchiata con tutte le cose dentro, è il mondo. Il secondo è tutto ciò che sta intorno all'isola, alla tavola apparecchiata. "Ma allora il Nagual è l'Essere Supremo, Dio?" chiede Carlos. "No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia" risponde don Juan, per il quale Dio è ogni cosa di cui si può pensare. L'uomo alla nascita è totalmente Nagual, poi per vivere in questo mondo sviluppa una parte Tonal che col passare del tempo diviene il padrone, ed ogni qualvolta il Nagual si affaccia, il Tonal con astuzia rappresenta le due parti con due elementi del Tonal: corpo e anima. Gli uomini sono esseri luminosi, bolle di luce, dice don Juan. Per concludere questo saggio riportiamo quanto scrive Carlos alla fine de L'isola del Tonal (pag. 373), a parlare è sempre don Juan: "Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il Tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile ignoto che è pieno di ordine; il Nagual di ciascuno di noi è soltanto il riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa" .

Il Don Juan di Castaneda.

Nel suo ormai classico libro Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi (ed. Mediterranee), Mircea Eliade, nell'introduzione, dopo avere sottolineato come per uno psicologo o uno psichiatra uno sciamano presenti caratteristiche tipiche di psicopatologie a carattere isterico o epilettico, dice chiaro e tondo che "l'assimilazione dello sciamanismo ad una qualsiasi malattia mentale… sembra inaccettabile" (pag. 8 op. cit.). 

Nel capitolo Sciamanismo e psicopatologia, dopo avere riportato il parere di alcuni studiosi che credono esserci forti legami fra malattie mentali e sciamanismo, ribadisce quanto detto nell'introduzione dicendoci che "gli sciamani in apparenza tanto simili agli epilettici e agli isterici danno prova di una costituzione nervosa più che normale: essi riescono a concentrarsi con una intensità sconosciuta ai profani; resistono ai massimi sforzi; controllano i loro movimenti estatici, e così via" (Id. pag. 48).

D'altro lato, in Psicopatologia generale di Karl Jaspers, numerose testimonianze di schizofrenici invitano a non  escludere la possibilità che molti pseudo guru e pseudo mistici possano essere malati mentali. Per smascherarli basta un poco di buon senso ed una acuta osservazione del loro comportamento. Non basta leggerne gli scritti: il contatto personale è fondamentale. Tuttavia, quando da alcuni scritti straripa buon senso e moderazione, possiamo star certi di trovarci davanti a persone cosiddette "normali". Ci rendiamo anche conto che la normalità e la patologia a volte sono divise da una parete sottilissima, tuttavia, non avendo ancora conosciuto la mente umana al cento per cento, essendo tanti i misteri che circondano l'uomo e la sua vera essenza, è meglio essere cauti, e quando si scrive la parola "anormale" o "malato" è consigliabile concedere il beneficio del dubbio.

Abbiamo iniziato con le suddette citazioni per una ragione semplicissima: 
il Don Juan di Castaneda, dal nostro punto di vista, è sia uno sciamano, cioè un uomo di potere, sia un maestro di spiritualità in senso lato.  Egli è un uomo di profonda conoscenza, e per tutto quello che dice e fa, possiamo porlo nella categoria degli anti-psichiatri
mentre tutti gli studiosi della psiche cercano con ogni mezzo di preservare la maschera egoica di ogni loro paziente, Don Juan cerca con ogni mezzo di frantumare tale maschera, per condurre i suoi discepoli alla conoscenza della loro vera identità.

Inquadrare don Juan nelle categorie della Etnologia, non è facile. 
Furio Jesi, nella sua introduzione a L'Isola del tonal di Castaneda, tenta di farlo, ma pur scomodando grandi pernsatori ("Ci si trova di fronte a uno stregone indio che parla come un discepolo di Heidegger… o come un imitatore di Kierkegaard … come un seguace di Dilthey…") non ci riesce. Né, a nostro parere, riesce ad inquadrare il lungo apprendistato di Carlos Castaneda ("Viene spontaneo pensare che Castaneda sia andato in cerca soltanto di quello che aveva già trovato… la propria asocialità tendenziale, il proprio tendenziale gusto del potere personale"). Non si possono liquidare i libri di Castaneda riducendo don Juan ad un briccone bugiardo e Carlos ad un assetato di potere personale. Al di là del fatto letterario non indifferente, al di là del folklore e del romanzo, c'è ben altro. Noi, attraverso una attenta lettura dei testi di don Carlos, tenteremo di conoscere don Juan, cercando di andare oltre la bricconeria e l'eventuale bugia. Cercheremo di capire se fra le pagine di Castaneda sono state nascoste perle di saggezza.

A scuola dallo stregone - una via yaqui alla conoscenza (ed. Astrolabio) è il primo libro di Carlos Castaneda. L'autore, narra di come nell'estate del 1960, quando ancora era studente di Antropologia, si imbatte in don Juan ed inizia con lui un lungo apprendistato. Fin dalle prime battute ci troviamo di fronte ad un uomo estremamente pratico: allorché Carlos gli manifesta il desiderio di voler imparare tutto quello che può, il "vecchio indiano dai capelli bianchi" (è così che lo qualifica per la prima volta) gli fa subito notare che, sì, "la conoscenza è potere" ma che "il potere si basa sul tipo di conoscenza che si ha" aggiungendo: "che senso c'è nel sapere cose inutili?"(pag. 18 op. cit.). 
Queste parole, apparentemente banali, contengono già il senso, la direzione, la traiettoria degli insegnamenti di don Juan: la via della conoscenza comporta la direzione della volontà verso un unico punto, e pertanto tutte le energie devono essere impiegate per la vera conoscenza. Conoscere non è sapere quanto più cose si può, ma sperimentare le cose essenziali della via della conoscenza e la conoscenza stessa
In Deuteronomio VI, 5 è detto: "Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze", e questo è un principio generale della ricerca: chi si lascia distrarre dalle sirene, perde la sua battaglia. Non per nulla don Juan dice a Castaneda che "un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto, e con assoluta sicurezza. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro modo è un errore, e chiunque lo fa vivrà per rimpiangere i suoi passi" (Op. cit. pag. 42). Da queste ultime parole possiamo capire come  don Juan, ad una via mistica, preferisca una via attiva, eroica: la via del guerriero. Ma come vedremo, tale via non è certo molto diversa dalla più sicura e lenta via mistica, perché vincere se stessi, combattere i propri vizi, sconfiggere il proprio ego è punto di partenza di entrambe le vie. Ed in fin dei conti chiunque vinca se stesso è un eroe, a prescindere dalla via impiegata. Né possiamo pensare che don Juan seguisse la via direttissima, quella che comporta l'uso di sostanze corrosive (droghe, sesso ecc.). Perché, come afferma lo stesso Carlos, la vita di gruppo che conducono i discepoli di don Juan (i toltechi) è molto casta e mira alla completa disintegrazione dell'ego, puntando alla vera essenza dell'uomo. Ed anche perché lo stesso don Juan afferma che l'uso di piante allucinogene non è necessario per acquisire potere e conoscenza, e che a Carlos le ha fatte provare per via della sua cocciutaggine. Né possiamo imputare agli scritti di Castaneda la marea di drogati che li hanno fraintesi: non hanno saputo cogliere il nocciolo degli insegnamenti toltechi.

Come sappiamo tutti, la collera è uno dei problemi di più difficile gestione dell'uomo
Andiamo su di giri per un nonnulla. A questo proposito don Juan afferma che "si va in collera con le persone quando si pensa che i loro atti siano importanti" (pag. 59 op. cit.). Il tutto è ovviamente legato alla stima che ognuno ha di sé, ovvero alla stima di ciò che crede sia la sua vera natura: 
la maschera! A questo proposito, Carlos Castaneda, nel libricino Interviste a Carlos Castaneda - ed. Eretica-stampa alternativa, ci spiega come lui ed un'altra discepola di don Juan andassero in giro per la nazione a lavorare in incognito come persone di fatica presso locali pubblici notoriamente gestiti da cosiddetti piccoli tiranni, cioè gente estramamente prepotente, offensiva, arrogante, grazie ai quali è possibile sbriciolare il proprio ego. Se non è ascetismo questo!

Ma torniamo alla conoscenza. Perché diventi di conoscenza un uomo deve "sfidare e sconfiggere" i suoi quattro nemici naturali: Paura, lucidità, potere e vecchiaia. Quando un uomo si mette sulla via della conoscenza scoprirà che presto i suoi pensieri entreranno in conflitto: quello che impara non corrisponde a quello che immaginava dovesse imparare, ed ecco che nasce la paura e con essa la fuga dai problemi. Per vincere la paura deve sfidarla senza fuggire. Ecco, però, che nel momento in cui vince la paura, compare il secondo nemico: la lucidità. Egli comincia a sentirsi sicuro di sé, sceglie cosa desiderare e come soddisfare tali desideri
Si sente una specie di superman e non dubita più di se stesso. Ciò lo porta ad agire sconsideratamente, e gli dà la convinzione di essere arrivato. Solo nel momento in cui capirà che la lucidità non è la meta, l'avrà vinta. A questo punto il suo desiderio sarà la regola, ed il terzo nemico gli si presenta davanti: il potere. Diventa padrone, crudele e capriccioso: non è più in grado di controllarsi. Se capirà questo avrà vinto il potere, che sarà tenuto sotto controllo. Ecco però che arriva l'ultimo dei nemici: la vecchiaia. Nasce un irresistibile desideerio di riposare. Se si adagia nella stanchezza avrà perso la battaglia. Quindi bisogna affrontare il proprio destino e non fermarsi mai.

Ma il cammino è fatto sia di andare che di strade, e "una strada è solo una strada" dice don Juan a Carlos, ma prima di imboccarne una, aggiunge, bisogna porsi una domanda fondamentale: "questa strada ha un cuore?"  (Id. pag. 87). Bisogna guardare la strada attentamente, metterla alla prova tutte le volte che si vuole. Se la strada ha un cuore, essa è buona, se non ce l'ha, non serve a niente. La strada che ha un cuore procura un viaggio lieto, l'altra "ti farà maledire la tua vita". 
Inoltre un sentiero che ha un cuore è facile e "amarlo non ti costa fatica" (id. pag. 131).

Nel secondo libro di Carlos, Una realtà separata, don Juan ci informa che "ogni uomo è in contatto con tutte le altre cose… attraverso un fascio di lunghe fibre che spuntano dal centro dell'addome". Quest' affermazione apparentemente stramba, costituisce un attacco mortale all'ego ed un implicito invito al rispetto di tutte le cose. L'ego, la più grande bestemmia verso il noi, si illude di essere staccato da ogni altra cosa, e secondo la strategia dell' avere, del possedere, cerca di ingrassarsi fino alla com-prensione di tutte le cose. Ma come ogni palloncino, quando si esagera con la gonfiatura, prima o dopo esplode
L'altro importante aspetto è che, se la teoria di don Juan è vera, anche quando l'ignoranza (intesa come mancanza della vera conoscenza) di una persona fa trascurare l'aspetto illusorio dell'ego, invita comunque al rispetto di ogni cosa ed alla pacificazione col resto del mondo. Se un uomo comprende di essere solo un semplice atomo di un corpo infinito o quanto meno grandissimo, comincerà sicuramente ad avere, prima maggiore considerazione per tutto il suo prossimo, poi per tutto il remoto, ed infine minore considerazione di sé, un ridimensionamento automatico del proprio ego, e tutto anche in assenza di ricerca. Il mondo diventa un enorme teatro dove ci si può divertire, a condizione che si comprenda che tutto ciò che vi accade è follia. Sapendo di essere folli, si può condurre un'esistenza di follia controllata. Insomma, si diventa consapevoli del proprio vero stato di folli. In Una realtà separata (ed. Astrolabio) Carlos fa dire al suo istruttore: "Dobbiamo sapere da prima che i nostri atti sono inutili e tuttavia dobbiamo procedere come se non lo sapessimo. Questa è la follia controllata di uno stregone" (opera appena citata pag. 68). Ma l'immancabile obiezione di Castaneda scatta puntuale: se si agisce sempre con follia controllata, ogni singolo nostro atto diventa falso, insincero. La risposta di don Juan arriva subitanea: "I miei atti sono sinceri, ma sono solo gli atti di un attore". Ma se per voi non conta più nulla, come potete continuare a vivere? Gli chiede Carlos. "Continuo a vivere perché ho la mia volontà.  Ho temprato la mia volontà durante  tutta la vita fino a farla diventare pulita e integra, e ora non mi importa che nulla importi. La mia volontà controlla la follia della mia vita".

Quello di attore è un concetto molto importante se accoppiato a quello di volontà. In sostanza don Juan ha un centro, un nucleo "perfetto" attorno a cui regola tutta la rappresentazione della sua vita. Agire da attore vuol dire recitare di volta in volta, e nel modo migliore possibile, la parte che la vita richiede di rappresentare. Stiamo lavorando sempre su quell'effimero centro di gravità che vorrebbe essere l'ego: spostando l'attenzione sulla volontà la recita annulla ogni gratificazione dell'ego, riducendo questi ad un personaggio inconsistente, ad un fantoccio, ad un bluff.

Piano piano ci stiamo avvicinando al nucleo della conoscenza di don Juan
l'uomo non si riduce ad un ego inconsistente, né al solo corpo-mente, esso in essenza è qualcos'altro.

L'importanza che diamo alle cose e a noi stessi deriva dal fatto - secondo don Juan - che guardiamo le cose nel modo in cui le pensiamo. Ma nel momento in cui riusciamo a vedere, le cose cambiano: non è più possibile pensare le cose che guardiamo. Allora tutto diventa senza importanza e si rimane solo in compagnia della propria follia. Quindi la scoperta della propria follia è una sorta di conseguimento, dopo avere imparato a vedere. In sostanza, don Juan non solo rifiuta di essere etichettato come nichilista da Carlos, ma afferma pure che l'uomo che vede sceglie la parte da recitare solo dopo avere appurato che quella parte (quella via) ha un cuore. Quindi la recita nel migliore dei modi dirigendo la sua attenzione su le cose buone. Un uomo di conoscenza, semplicemente sa che nessuna cosa ha più importanza dell'altra, che tutti gli uomini non vanno da nessuna parte. E' il suo vedere che gli fa capire tutto questo, quindi sceglie un atto da compiere ed agisce come se quell'atto contasse qualcosa, cioè con quella controllata follia che è molto simile al vedere. Insomma, un uomo di conoscenza non pensa, vive agendo.

Quello del vedere è un punto su cui don Juan insiste parecchio. Il mondo come lo si vede comunemente non è come il mondo visto da un uomo di conoscenza. Questo è "un mondo fugace che si muove e cambia". La fisica moderna ha molto studiato le particelle elementari ed ha confermato la dinamicità del mondo, delle cose e dell'uomo. A questo proposito, rileggere le antologie divulgative di F. Capra non farebbe male. Ma torniamo al discorso. In un mondo simile la volontà acquista un'importanza capitale. Ma la volontà dello stregone è "una forza che viene dall'interno e che si attacca al mondo esterno" (Id. pag. 130). Quanto al vedere, esso permette di vivere in un mondo sempre fresco, nuovo, incredibile ed impensabile perché mai accaduto prima.

Un'altra cosa importante su cui don Juan si sofferma è la sospensione del discorso interiore. Parlando a noi stessi non facciamo altro che mantenere il mondo così come lo abbiamo pensato. Smettendo di parlare a noi stessi invece, noi riaccendiamo il mondo, gli ridiamo vita.

Per il guerriero di don Juan le battaglie sono tante, anzi, non finiscono mai.   
Una di queste è la "riduzione dei desideri": 
"E' il volere che ci rende infelici.  Eppure, se imparassimo a ridurre a nulla i nostri desideri, la più piccola cosa che otterremmo sarebbe un vero regalo" (Id. pag. 125). 
Ancora una volta si combatte contro l'ego, perché solo la persona, la maschera è convinta di avere continuità nel tempo. L'apparato egoico crea traiettorie temporali inesistenti: 
al fine di alimentare l'illusione della propria esistenza e continuità, ecco quindi che con l'immaginazione crea un futuro che lo vede protagonista e cerca in tutti i modi di realizzarlo. E siccome l'immaginazione così usata è una serva fedele di Maya, riesce a creare l'illusione, la magia: un futuro pensato diventa un futuro incarnato in un falso presente. Sì, falso, perché quello vero, spontaneo, fresco, libero da zavorre, da possesso, da maschere, viene perso irrimediabilmente. Il desiderio crea una fuga in avanti che da un lato ingrassa il personaggio e dall'altro mortifica l'attore. E' il personaggio che desidera, non l'attore, che rimane sempre ben consapevole delle sue illimitate possibilità di calarsi in tutti i personaggi immaginabili. Ma a questo punto sorge spontanea la domanda: chi è l'attore? Esso è l'uomo totale, l'uomo di conoscenza, il tolteco, come lo chiama don Juan. Tolteco è chi è impeccabile e senza macchia, chi conosce il suo doppio, chi conosce l'arte del sognare, chi sa vedere, chi conosce la vera essenza dell'uomo: l'uovo di luce che lo avvolge, chi conosce la sua parte destra e la sua parte sinistra
il Tonal e il Nagual, chi riesce a trasformare la consapevolezza in fuoco dal profondo, chi conosce le emanazioni dell' aquila, ecc.  A volte, per il suo pittoresco vocabolario don Juan ci ricorda Paracelso, il medico alchimista che si prendeva gioco dei dotti ignoranti medici del suo tempo, riuscendo a guarire grazie ad una saggezza profonda e strana. Quello stesso Paracelso a cui Carl Gustav Jung ha dedicato alcuni saggi nella sua opera. Don Juan sembra possedere davvero la saggezza di cui parla, e secondo noi ha regalato a Carlos Castaneda alcune perle di essa. Un mondo fatto di campi di energia anziché di oggetti, ci stuzzica… Questo breve saggio non consente certo di fare uno studio approfondito di tutto quanto ha detto don Juan, pertanto rimandiamo l'interessato alle opere di Castaneda se volesse saperne di più. Qui ci limitiamo all'essenziale.

Un'altra delle cose essenziali è per esempio l'interruzione della storia personale. Don Juan insiste tanto su questo punto. Bisogna diventare imprevedibili e non una cosa scontata, perché le persone, coi loro pensieri, creano legami con chi è scontato. Per tradurlo in termini psicanalitici, esse proiettano le loro aspettative sulla persona di cui conoscono le reazioni e i pensieri, e così facendo rafforzano i comportamenti dell' altro. Questo va a braccetto con l'invito a non creare abitudini (in questo caso è la stessa persona che rafforza i suoi comportamenti automatici) e quello a diventare inaccessibili (nel qual caso il guerriero-cacciatore deve sfiorare il mondo, lievemente, lasciando appena un segno).

 La consapevolezza, su cui don Juan si sofferma spesso non va esercitata solo nello stato di veglia, ma anche in quello di sonno: occorre diventare consapevoli di star sognando. "Una volta che ha imparato a sognare il doppio, l'io arriva al suo bivio fatale, e viene il momento in cui ci si rende conto che è il doppio che sogna l'io" (L'isola del Tonal - Bur - pag. 124). Noi siamo solo un sogno sognato dal nostro doppio. Una simile teoria (esposta da don Juan con la sicurezza tipica di chi sa quel che dice) ci potrebbe far capire perché mai negli onirodrammi (rappresentazioni "teatrali" di sogni) avviene che gli "attori - provocatori" riescano a toccare corde note solo al sognatore
la rappresentazione diventa "sogno reale" perché guidata dal doppio di tutti i partecipanti. 
E' ovvio che la parte di "attori-provocatori" spetta solo a persone di estrema sensibilità che hanno lavorato su se stesse, che hanno da tempo smascherato il proprio ego e che intuiscono di essere non solo corpo-mente.

Ma il pensiero di don Juan va oltre i confini della "stregoneria", dello sciamanismo, della "magia". 
Esso diventa anche filosofico. Ciò accade quando il maestro di Carlos parla di Tonal e Nagual
Il Tonal, per sommi capi, è tutto il conosciuto, ed il Nagual tutto ciò di cui non possiamo dir nulla
Il primo è come un'isola, come una tavola apparecchiata con tutte le cose dentro, è il mondo
Il secondo è tutto ciò che sta intorno all'isola, alla tavola apparecchiata
"Ma allora il Nagual è l'Essere Supremo, Dio?" chiede Carlos. 
"No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia" risponde don Juan, per il quale Dio è ogni cosa di cui si può pensare. L'uomo alla nascita è totalmente Nagual, poi per vivere in questo mondo sviluppa una parte Tonal che col passare del tempo diviene il padrone, ed ogni qualvolta il Nagual si affaccia, il Tonal con astuzia rappresenta le due parti con due elementi del Tonal: corpo e anima.

Riportiamo solamente questa concezione, senza approfondirla, perché i limiti di questo breve saggio non ce lo consentono. Certo è un concetto stimolante, che il lettore può ampliare per proprio conto.

Gli uomini sono esseri luminosi, bolle di luce, dice don Juan. Per concludere questo saggio riportiamo quanto scrive Carlos alla fine de L'isola del Tonal (pag. 373), a parlare è sempre don Juan: "Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il Tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile ignoto che è pieno di ordine; il Nagual  di ciascuno di noi è soltanto il riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa" . 

Grazie, Natale Missale.


Testi di Castaneda consultati:

-          A scuola dallo stregone

-          Una realtà separata

-          Viaggio a Ixitlan

-         L'isola del Tonal

-         Il secondo anello del potere

-         Il dono dell'aquila

-         Il fuoco dal profondo

-          Il potere del silenzio

-         L'arte di sognare.


Altri autori


-    Victor Sanchez - Gli insegnamenti di don Carlos - Punto d'incontro

-    Interviste a Carlos Castaneda - Stampa alternativa

-    Mircea Eliade -Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi - Mediterranee.

http://www.taozen.it/saggi/donjuan.htm




nella prospettiva dell'evoluzione, gli ostacoli e tutte le situazioni di sofferenza sono veri regali, perché ci regalano occasioni incredibili. E' una cosa su cui mi sono sentito 'vibrare' qualche giorno fa, non mi ricordo se leggendo una cosa di Aurobindo o di Aivanhov.

mercoledì 15 gennaio 2014

Binswanger. LA MALATTIA MENTALE NON È NÉ UNA MALATTIA MENTALE NÉ UNA MALATTIA TOUT COURT MA UNA MODALITÀ, TRA ALTRE POSSIBILI, DELL'ESISTENZA, ribadisce che IO PSICHIATRA, PER POTER ACCEDERE A UN COLLOQUIO EFFETTIVO CON IL MALATO, NON DEVE SOFFERMARSI SULLA RACCOLTA DEI SINTOMI-SEGNI, MA OPERARE UNA SORTA DI EPOCHE RADICALE DEL SAPERE PSICHIATRICO E DELLE SUE STRUMENTAZIONI. Da queste tesi generali derivano almeno tre conseguenze: la prima concerne la SEPARAZIONE TRA SPIEGARE (ERKLÄREN) E COMPRENDERE (VERSTEHEN), la seconda il SUPERAMENTO DELLA DISTINZIONE TRA SOGGETTO E OGGETTO, la terza il RIFIUTO DELL'INCONSCIO FREUDIANO.

[…] Il livello della comprensione del significato esistenziale, umano, della sofferenza psichica viene abolito dall'esigenza medico-scientifica di rintracciare obiettivamente l'eziologia organica della malattia. Secondo Jaspers l'errore fondamentale della psichiatria tradizionale consiste nel sopprimere il carattere esistenziale della follia. L'ESSERE FOLLE NON HA, INFATTI, LO STESSO STATUTO DI UNA MALATTIA ORGANICA, PERCHÉ L'ESSERE FOLLE È, INNANZITUTTO, UN MODO D'ESSERE DELL'UOMO. Così, la tesi fondamentale di Binswanger, secondo la quale LA MALATTIA MENTALE NON È NÉ UNA MALATTIA MENTALE NÉ UNA MALATTIA TOUT COURT MA UNA MODALITÀ, TRA ALTRE POSSIBILI, DELL'ESISTENZA, ribadisce che IO PSICHIATRA, PER POTER ACCEDERE A UN COLLOQUIO EFFETTIVO CON IL MALATO, NON DEVE SOFFERMARSI SULLA RACCOLTA DEI SINTOMI-SEGNI, MA OPERARE UNA SORTA DI EPOCHE RADICALE DEL SAPERE PSICHIATRICO E DELLE SUE STRUMENTAZIONI. Da queste tesi generali derivano almeno tre conseguenze: la prima concerne la SEPARAZIONE TRA SPIEGARE (ERKLÄREN) E COMPRENDERE (VERSTEHEN), la seconda il SUPERAMENTO DELLA DISTINZIONE TRA SOGGETTO E OGGETTO, la terza il RIFIUTO DELL'INCONSCIO FREUDIANO.
La differenziazione tra la vita e la patologia mentale come fatti e oggetti di natura, e come eventi di senso, comporta la DIFFERENZIAZIONE TRA DUE MODALITÀ DI CONOSCENZA: MENTRE LA SPIEGAZIONE È ADATTA ALLO STUDIO DEI FENOMENI NATURALI E SI FONDA SUL PRINCIPIO DETERMINISTICO DI UNA CAUSALITÀ LINEARE per la quale esiste un rapporto proporzionale tra una causa e gli effetti che essa produce, LA COMPRENSIONE È PROPRIA DELLA CONOSCENZA DEI FENOMENI UMANI, DELLA VITA DELLO SPIRITO, E SI FONDA SU UN PRINCIPIO DI IMMEDESIMAZIONE EMPATICA CON L'OGGETTO. Questa differenziazione capitale attraversa sia la Psicopatologìa generale (1982) jaspersiana sia, anche se con accenti diversi, l'opera di Binswanger, e trova la sua origine nella riflessione filosofica di WILHELM DILTHEY. E, infatti, proprio a Dilthey (1985) che si deve la DISTINZIONE CATEGORIALE TRA SPIEGAZIONE E COMPRENSIONE: se LA SPIEGAZIONE DETERMINA IL RAPPORTO CAUSALE TRA FENOMENI SECONDO UNA LOGICA PURAMENTE MECCANICISTICA di cui la fìsica offre il paradigma, LA COMPRENSIONE COGLIE IL SENSO CHE ABITA LE FORMAZIONI CULTURALI, SOCIALI, STORICHE, DUNQUE PROPRIAMENTE UMANE, DELLA VITA DELLO SPIRITO. LA PRIMA È ESPRESSIONE DELLE SCIENZE DELLA NATURA, LA SECONDA DELLE SCIENZE UMANE. Come definire dunque la malattia mentale: come un fatto di natura o come un'espressione della vita dello spirito? La diversità dell'oggetto d'indagine (i fatti di natura e la vita dello spirito) determina, in effetti, una DIVERSA MODALITÀ DI CONOSCENZA: LA SPIEGAZIONE MECCANICISTICO-DETERMINISTICA E LA COMPRENSIONE ERMENEUTICA.




domenica 12 febbraio 2012

Karl Jaspers. Ogni volta che ammiriamo una perla dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia


"Ogni volta che ammiriamo una perla
dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia"
Karl Jaspers


"Viviamo in un epoca in cui ogni spiritualità si converte in profitto. Tutto, viene fatto in vista di un guadagno. Un epoca in cui la vita stessa è una mascherata. Che la felicità del vivere, è falsa, come l'arte che la esprime. In una simile epoca di perduta genuinità è forse la follia, la soluzione per la nostra esistenza?" 
Jaspers


"Il silenzio che ha luogo nella comunicazione autentica non è il 'silenzio che si ostenta' per provocare la parola dell'altro, né il silenzio altero che si impiega per darsi importanza, per assumere un tono di superiorità, per far intendere che ci sarebbe qualcosa che si potrebbe sapere o dire, non è neppure il silenzio che nasce dalla compassione quando non si vuol dire la verità, o , quando, senza comunicazione, si agisce e si aiuta tacendo; infine non è il silenzio con cui interrompo bruscamente la relazione. Il silenzio è il 'momento di tacere' nella continuità di un processo comunicativo. Questo silenzio è tanto un'oppressione quanto una colpa. Se l'altro lo nota, ci soffre. Solo la comune sospensione della parola che tace per rinviare la comunicazione potrebbe giustificare il silenzio. Nell'intervallo, che in questo modo inevitabilmente si crea, ci si dispone ad un'attesa, si attende, cioè, che giunga l'ora della reciproca apertura."
Karl Jaspers, Philosophie II, 'Comunicazione', pp. 545-546



Come la musica ha bisogno di pause, così la comunicazione ha bisogno di silenzio, che è attesa, discrezione, rispetto.


"Tragico è quel conflitto in cui le forze che si combattono tra loro hanno tutte ragione, ognuna dal suo punto di vista. La molteplicità del vero, la sua non-unità, è la scoperta fondamentale
della coscienza tragica. Ecco perché nella tragedia è viva la domanda: Che cosa è vero? E come sua conseguenza: Chi ha ragione? Il diritto si afferma, nel mondo? La verità trionfa? Il manifestarsi di una verità in ogni forza che agisca e, insieme, i limiti di tale verità e quindi la rivelazione di
un’ingiustizia in ogni cosa è il processo della tragedia."
Karl Jaspers


“Nelle scienze naturali noi cerchiamo di afferrare soltanto un tipo di relazioni: le relazioni di causalità. Mediante l’osservazione e la sperimentazione o la raccolta di molti casi cerchiamo poi di trovare le regole dell’evento. A un livello più alto rinveniamo inoltre anche le leggi che possiamo esperire in formule matematiche [...]. In psicologia mai e poi mai possiamo stabilire equazioni di causalità come in fisica o in chimica perché questo presupporrebbe una completa quantificazione dei processi indagati. Ma nello psichico, che per sua natura precipua è sempre qualitativo, questa quantificazione per principio non è mai possibile, senza che vada perduto il vero oggetto di indagine, cioè lo psichico”
Karl Jaspers, Psicopatologia generale




Lucia Porcelli 
meravigliosa citazione , condivido in pieno questo delicatissimo pensiero, la tragedia greca era colma di questa bellezza che abbiamo dimenticato o voluto dimenticare.
La coscienza tragica non aveva nulla in comune con il relativismo.



"Cosa è che fa "grande" un filosofo? Se lo chiedeva Karl Jaspers nella sua monumentale ricerca dedicata appunto ai "Grandi Filosofi", dove senza timore inseriva accanto a Platone, Agostino e Kant, anche Buddha, Confucio e Gesù.

Certo un pensatore non è grande per la mole delle indagini che ha compiuto e neppure per le altezze speculative che ha elaborato, quanto piuttosto per la sua capacità di essere insieme legato al proprio tempo e di superarlo, mostrando il carattere sovrastorico del suo pensare, che ce lo rende nostro contemporaneo.

È grande, insomma, il filosofo che è in grado di tradurre le sue esperienze di pensiero in forze vive per il presente, che è capace di arrecare al mondo un contenuto comunicabile prima inesistente, che esprime non tanto l'originalità delle sue intuizioni teoretiche, quanto la sua tensione a toccare la fonte dell'origine perenne del vivere e del pensare. Singolare e tragica appare, in tal senso, l'inequivocabile grandezza di Edith Stein, irrigidita nel tempo in icone stereotipate che l'hanno vista ora pensatrice pedissequamente allineata al maestro Husserl, ora fenomenologa "tomista", ora teorica della mistica, ed ancora filosofa del pensiero femminile ed anche espressione di una nuova filosofia cristiana. Morta da ebrea ad Auschwitz nel pieno delle sua maturazione intellettuale, è celebrata oggi da santa nel mondo cattolico che la riconosce, grazie a Giovanni Paolo II, con il titolo di Dottore della Chiesa.

Quanti volti per un'unica persona! È forse l'impossibilità di vederla irripetibile e presente in tante vie, apparentemente inconciliabili, che la rende inafferrabile e lontana, se è vero che la sua grandezza stenta ad imporsi nel panorama, peraltro misero, della filosofia contemporanea. A tale questione cerca di rispondere Ripartire da Edith Stein. La scoperta di alcuni manoscritti inediti, bellissimo volume a cura di Patrizia Manganaro e Francesca Nodari (Morcelliana, pp. 492, euro 35), dove un nutrito drappello di studiosi di varie nazioni si incontrano per rileggerne la grandezza, partendo da prospettive assai diversificate, eppure tenute insieme dalla tenacia di valorizzarne la imponente statura intellettuale.

Né si pensi che i molti contributi, che appaiono in questa opera, siano il risultato di ricerche episodiche ed indipendenti fra di loro: l'originalità della "scuola fenomenologica" è proprio quella di aver creato, sin dai primi decenni del Novecento, una comunità di studiosi che insieme condividono riflessioni e scoperte, che amano incontrarsi intorno alle questioni essenziali, che creano perciò una autentica comunità spirituale, in grado di riaccendere - sempre e di nuovo, come diceva Husserl - l'autentica passione del pensare, mettendo in moto energie antiche e nuove, sorte dall'incontro delle diverse generazioni di studiosi.

Concepito inizialmente come pubblicazione degli Atti del convegno, tenuto a Bari nell'aprile del 2013 e curato ottimamente dalla due studiose, il volume si è arricchito di un notevole repertorio di studi critici, inaugurato l'anno precedente dall'imponente lavoro di Francesco Alfieri (Die Rezeption Edith Steins. Intemationale Edith Stein Bibliographie. 1942-2012), che ha senza dubbio segnato una ripresa entusiasta degli studi steiniani. Raccogliendo in cinquecento pagine i quasi tremila titoli, relativi alle ricerche sull'illustre fenomenologa, l'instancabile ricercatore italiano non ha certo inteso presentare una neutra raccolta di studi sul tema, quanto riaccendere l'entusiasmo sulle nuove piste di lavoro, che qui si intravedono e che richiedono nuovi sforzi per rileggere le pagine dense e ricche delle opere della Stein.

Un esempio su tutti: il lavoro sull'empatia, scritto dall' allora giovanissima fenomenologa nel 1917, contiene alcune profonde intuizioni su questo vissuto soggettivo, che solo in questi ultimi anni ha avuto riscontro anche in alami importanti risultati delle scienze neurologiche. Il carattere innovativo di questa dissertazione è ancora tutta da valorizzare nella sua pienezza e certo la scoperta di alcuni inediti sul tema fanno pensare a quanto di prezioso contiene questa opera, tradotta in Italia negli anni 80 del secolo scorso e valorizzata in prevalenza all'interno della eccellente scuola fenomenologica italiana, diretta da Angela Ales Bello.

Ma le sorprese non finiscono qui, perché è dalla scoperta di numerosi carteggi inediti, che sembra riproporsi con forza, quasi come un fiume sotterraneo sempre colmo di acque che riemergono improvvisamente, la grandezza di questa protagonista del pensiero novecentesco. Vale la pena raccontare un episodio significativo: si deve ancora al giovane Alfieri il ritrovamento di un prezioso carteggio intercorso tra Edith Stein e il fenomenologo polacco Roman Ingarden, un plico di 164 lettere per un totale di 354 pagine stenografate, di proprietà della filosofa americana Anna-Theresa Tymieniecka, recentemente scomparsa.

Il progetto filosofico di quest'ultima, purtroppo rimasto incompiuto, mirava a ricostruire le origini del movimento fenomenologico che si andava costituendo intorno al maestro Husserl, così che attraverso la lettura di questo e di altri documenti an-cora inediti se ne può tracciare «una immagine vivente, la vita filosofica vista dall'interno», secondo le parole della stessa Tymieniecka. Compito affascinante ed unico che rimane in preziosa eredità a quanti oggi potranno rivedere e reimpostare le loro ricerche su Edith Stein e sul suo insostituibile contributo all'interno della allora giovane comunità fenomenologica".

http://www.filosofilungologlio.it/rassegna-stampa-ok/item/667-edith-stein-un-pozzo-di-sorprese-infinite








venerdì 20 gennaio 2012

Un'ostrica che non è stata ferita non produce perle. Perle sono prodotti del dolore, risultati dell'entrata di una sostanza estranea o indesiderabile nell'interno dell'ostrica, come un parassita o un granello di sabbia. Nella parte interna della conchiglia esiste una sostanza luccicante chiamata nácar. Quando il granello di sabbia penetra, le cellule di nácar cominciano a lavorare e coprire il granello con strati per proteggere il corpo indifeso dell'ostrica. Come risultato, una bella perla si formerà lì nel suo interno. Un'ostrica che non è stata ferita, mai produrrà perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata.

Possiamo immaginare le nostre ferite profonde non semplicemente come lacerazioni da rimarginare, ma come cave di sale dalle quali ricavare un'essenza preziosa e senza le quali l'anima non può vivere.
Hillman, J., Psicologia alchemica, p. 72

Quando ammiriamo lo splendore di una perla non pensiamo mai che essa nasce dalla malattia di una conchiglia
Karl Jaspers

Un'ostrica che non è stata ferita non produce perle.
Perle sono prodotti del dolore,
risultati dell'entrata di una sostanza estranea o
indesiderabile nell'interno dell'ostrica,
come un parassita o un granello di sabbia.
Nella parte interna della conchiglia esiste una sostanza luccicante chiamata nácar.
Quando il granello di sabbia penetra, le cellule di nácar cominciano a lavorare e coprire il granello con strati per proteggere il corpo indifeso dell'ostrica.
Come risultato, una bella perla si formerà lì nel suo interno.
Un'ostrica che non è stata ferita, mai produrrà perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata.

Nell'amore bisogna fare come l'ape che ama i fiori non per la loro bellezza, ma per trarne il nettare necessario al miele; nel dolore, come l'ostrica che sa ricucire la propria ferita con una perla. Ma se l'amore non dà miele e il dolore non mostra una perla, siamo di fronte a due surrogati dell'amore e del dolore...
Nino Salvaneschi "Consolazioni"

Scienze Naturali
Lo sapevi che...le perle comunemente usate in gioielleria non sono prodotte dalle ostriche?


Nonostante nello scenario collettivo le perle siano prodotte dalle ostriche propriamente dette (famiglia Ostreidae), a generarle sono principalmente vari bivalvi del genere Pinctada (famiglia Pteriidae), impropriamente definiti "ostriche" nel gergo comune, ma di fatto abbastanza distanti tassonomicamente. La specie più utilizzata è Pinctada maxima, il più grande e più importante mollusco da perla del mondo. Ha una conchiglia di colore beige e priva di marcature radiali; alcune varietà presentano nei pressi dell'umbone colori che possono variare dal verde al marrone scuro e al viola. All'interno lo spesso strato di madreperla mostra al margine una banda di colore dorato o argenteo; la valva destra è leggermente più convessa di quella sinistra, che può essere anche piatta. La specie non è provvista di una cerniera a denti. Alcuni individui possono arrivare a un diametro di 305 mm e a un peso di 6,3 kg.
Si tratta di una specie diffusa dall'Oceano Indiano al Pacifico e dal Tropico del Cancro al Tropico del Capricorno. È coltivata in Australia, in Indonesia, nelle Filippine, inMalaysia, in Birmania e nell'isola di Okinawaper la produzione delle perle. Pur vivendo fino a 90 m di profondità, l'ambiente ideale per la sua crescita rimane attorno ai 30-40 m sotto la superficie del mare. Gli individui di questa specie possono vivere fino a oltre 40 anni.
Ma cos'è una perla? 
È una struttura sferica costituita da carbonato di Calcio in forma cristallina (aragonite) deposto in strati concentrici, prodotta dai tessuti viventi, in particolare dal mantello, dei molluschi. Il termine "perla" deriva dal latino "pernula", il nome con cui si indicava la conchiglia che la contiene, e la cui forma ricorda la "coscia del maiale".
Una perla si forma quando un corpo estraneo, come parassiti o pezzi di conchiglie, si ferma nella cavità palleale. Esso viene ricoperto da strati successivi di madreperla allo scopo di difendere i tessuti dell'animale dall'irritazione. Si depositano vari strati di calcio che, in combinazione con altri minerali, creano queste particolari strutture. Ovviamente la produzione di perle è unl stress per l'animale, che muore molto più facilmente rispetto agli individui che non sono stimolati a generarla.



non da una malattia..ma da un "corpo estraneo"...dal quale l'ostrica cerca di difendersi...circondando l'intruso di madreperla.....ma il senso va comunque bene...


No, io ci penso..eccome!!! E' un tumore dell'ostrica..Non mi piacciono le perle...Si mettono ai funerali..Portano male se ti vengono regalate..Quando il re d'Inghilterra la regalo' ad Anna Bolena ..la perla Peregrina..(famosa perla a goccia nera)...dopo poco le fece tagliare la testa...


si ho sentito che non si mettono ai matrimoni. Mi piace guardarle, ma non le comprerei mai, preferisco la bigiotteria bella, quella che compri pagandola ma non è oro che ti strappano al collo, e i fili sottili di collane o quelli enormi colorati, non ho mai mezze misure.E poi le perle sono da signora, le ha mia mamma, io sarò una vecchia signora naif che metterà foulards colorati:)


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