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domenica 6 gennaio 2013

Paola Klug. Mia nonna diceva che quando una donna si sentiva triste il meglio che poteva fare era intrecciarsi i capelli, in questo modo il dolore sarebbe intrappolato tra i capelli e non poteva raggiungere il resto del corpo

Mia nonna diceva che quando una donna si sentiva triste il meglio che poteva fare era intrecciarsi i capelli, in questo modo il dolore sarebbe intrappolato tra i capelli e non poteva raggiungere il resto del corpo; si doveva fare attenzione che la tristezza non entrasse negli occhi altrimenti li faceva piovere, ne anche era buono lasciarli andare nelle nostre bocche da costringerli a dire cose che non erano vere, che non si metta tra le vostre mani – mi diceva-, perché si può arrostire di più il caffè o lasciare cruda la pasta, e che alla tristezza li piace il sapore amaro. 
Quando ti senti triste ragazza, intrecciati i capelli; intrappola il dolore nel gomitolo e lascialo scappare quando il vento del nord picchia con forza.
I nostri capelli sono una rete in grado di catturare tutto, è forte come le radici di Ahuehuete e morbido come la schiuma di Atole .
Che non ti prenda sprovveduta la malinconia piccola mia, anche se hai il cuore rotte o le ossa fredde per una assenza. Non lasciarli entrare in te per i tuoi capelli sciolti, perché fluirà in una cascata attraverso i canali che la luna ha tracciato tra il corpo. Intreccia la tua tristezza , diceva sempre, intreccia sempre la vostra tristezza.
E domani che ti sveglierai con il canto del passero la troverai pallida e sbiadita tra il telaio dei tuoi capelli…
Paola Klug




Vivere spettinata
Oggi ho imparato che bisogna lasciare che la vita ci spettini, perciò ho deciso di vivere la vita con maggiore intensità.
Il mondo è pazzo. Decisamente pazzo...
Le cose buone, ingrassano. Le cose belle, costano. Il sole che ti illumina il viso, fa venire le rughe. E tutte le cose veramente belle di questa vita, spettinano...
- Fare l'amore, spettina.
- Ridere a crepapelle, spettina.
- Viaggiare, volare, correre, tuffarti in mare, spettina.
- Toglierti i vestiti, spettina.
- Baciare la persona che ami, spettina.
- Giocare, spettina.
- Cantare fino a restare senza fiato, spettina.
- Ballare fino a farti venire il dubbio se sia stata una buona idea metterti i tacchi alti stanotte, ti lascia i capelli irriconoscibili ...
Quindi, ogni volta che ci vedremo, avrò sempre i capelli spettinati...
Tuttavia, non dubitare che io stia vivendo il momento più felice della mia vita. E' la legge della vita: sarà sempre più spettinata la donna che scelga il primo vagoncino sulle montagne russe di quella che scelga di non salire...
Può essere che mi senta tentata di essere una donna impeccabile, pettinata ed elegante dentro e fuori.
Questo mondo esige bella presenza: pettinati, mettiti, togliti, compra, corri, dimagrisci, mangia bene, cammina diritta, sii seria...
Forse dovrei seguire le istruzioni però... quando mi ordineranno di essere felice?
Forse non si rendono conto che per risplendere di bellezza, mi devo sentire bella... La persona più bella che possa essere!
L'unica cosa che veramente importa è che quando mi guardi allo specchio, veda la donna che devo essere. Perciò, ecco la mia raccomandazione a tutte le donne:
Abbandonati, Mangia le cose più buone, Bacia, Abbraccia, Balla, Innamorati, Rilassati, Viaggia, Salta, Vai a dormire tardi, Alzati presto, Corri, Vola, Canta, Fatti bella, Mettiti comoda, Ammira il paesaggio, Goditela e, soprattutto, lascia che la vita ti spettini!!!!


Il peggio che può succederti è che, sorridendo di fronte allo specchio, tu ... debba pettinarti di nuovo.
Mafalda


Mi ha accarezzato i capelli e il mio cuore ha martellato così forte che ho pensato:
se mi bacia muoio.
Purtroppo mi ha risparmiato.

Stefano Benni



Maria Pia Casamassa:
Con una decisione repentina come la pioggia in quest'autunno, oggi ho tagliato i capelli
Li ho fatti tagliare a mia figlia. Non tantissimo, ma abbastanza da vedermi un po' diversa. 
Da bambina me li tagliava mia madre ed era sacrificio necessario in nome dell'ordine, familiare e scolastico. Non mi piaceva, ma accettavo anche per la curiosità ingannevole di sapere che aspetto avrei avuto. Per una donna (per un uomo forse meno) tagliare i capelli, ha sempre un che di sacrificale, anche quando viene da un proprio desiderio di rinnovamento. Può sembrare banale ma nei centimetri di chioma recisi c'è qualcosa di simbolicamente vivo, fosse la sola evidenza del trascorrere del tempo, di una stagione vissuta. A un dato momento, si smette di tagliarli o di farli crescere. In passato si conservavano ciocche di capelli in memoria di un amato perduto. In un vecchio cassettone a casa dei miei genitori, c'è una ciocca di capelli rossi, di una prozia morta giovane prima della guerra. Mi dava un brivido arcano scoprirla nel cassetto e sentirne raccontare la storia di amore e morte. Era stata la sorella maggiore, che l'aveva cresciuta, a conservare la ciocca. Queste cose non si fanno più, per paura, credo, per un rifiuto della sostanza di cui siamo fatti e del suo facile dissolversi, perché il corpo è diventato palestra di estetica, di obbligato godimento, piuttosto che persona.



Marina Hristova. Le Prove della Vita: Come il Caffè.
Una giovane ragazza andò dalla madre per lamentarsi di come la vita fosse così dura con lei
Non sapeva più come cavarsela e aveva tanta voglia di mollare tutto; era stanca di combattere contro le vicissitudini della vita. Sembrava che appena un problema fosse risolto, ne sorgesse un altro a complicare ulteriormente le cose. La madre allora la portò in cucina. Riempì tre tegamini di acqua e li depose sul gas a fuoco alto. Nel primo mise una carota, nel secondo un uovo e nel terzo una manciata di chicchi di caffè macinati. Lasciò bollire l’acqua per un certo tempo senza parlare. Dopo circa venti minuti spense il fuoco. Tirò fuori la carota e la depose su un piattino. Così fece anche con l’uovo e versò il caffè, filtrandolo, in una tazza. Rivolgendosi poi alla figlia, le chiese: “Dimmi cosa vedi”. “Una carota, un uovo e del caffè”, rispose allora la figlia. La madre le disse di avvicinarsi e di toccare la carota. Lo fece e notò che era soffice. Poi la madre le disse di prendere in mano l’uovo e di romperlo. Dopo aver tolto il guscio notò l’uovo indurito dalla bollitura. Poi la madre disse alla figlia di sorseggiare il caffè. La ragazza cominciò a sorridere al contatto con il ricco aroma del liquido che beveva.

A questo punto chiese alla madre: “Che cosa significa tutto questo?” 
La madre le spiegò che ciascuna delle tre cose aveva dovuto far fronte alla stessa avversità: l’acqua bollente. E ognuna di esse aveva reagito in modo diverso. La carota era entrata nell’acqua forte e dura ma, dopo aver lottato con l’acqua bollente, si era rammollita e indebolita. L’uovo era entrato nell’acqua fragile. Il guscio sottile proteggeva il suo interno liquido ma, dopo aver lottato con l’acqua bollente, si era indurito. Il caffè macinato, invece, si era comportato in modo del tutto unico. Dopo essere stato gettato nell’acqua bollente aveva interagito con l’acqua trasformandola!

Con quale di questi tre oggetti ti identifichi?” – chiese la madre alla figlia? 
“Quando l’avversità bussa alla tua porta come rispondi? Ti comporti come la carota, come l’uovo o come i chicchi di caffè macinati? Ad ogni situazione della tua vita domandati sempre: “a quale di questi tre oggetti voglio assomigliare?”…”sono come la carota che sembra forte e dura ma poi, a causa delle sofferenze e delle avversità, diventa molle e senza energia? Oppure sono come l’uovo che inizialmente ha un cuore tenero ma che poi con il calore si indurisce?…insomma, avevo un carattere buono e un’indole serena ma poi, a causa delle sofferenze causate dalle prove della vita, mi sono indurita? Forse il mio guscio sembra sempre lo stesso ma all’interno mi sento amareggiata e frustrata, con uno spirito arido ed un cuore duro? Oppure, sono come il caffè macinato? Se guardi bene, esso trasforma l’acqua, cioè proprio quella circostanza che gli ha procurato sofferenza. Quando l’acqua si scalda il caffè comincia ad emanare il suo aroma e la sua fragranza. Se sarai come il caffè quando le cose non andranno come tu vorrai allora sarai in grado di trasformare la situazione come un’opportunità per crescere e diventare migliore.

E tu, come ti comporti nelle avversità? Decidi di essere come la carota, l’uovo o come i chicchi di caffè macinato?

Possa tu avere abbastanza gioia per essere dolce, abbastanza prove per essere forte, abbastanza sofferenza per essere uomo e abbastanza fiducia per essere felice.




COME IL CAFFE'
 Una figlia si lamentava con suo padre circa la sua vita e di come le cose le risultavano tanto difficili.
Non sapeva come fare per proseguire e credeva di darsi per vinta. Era stanca di lottare.
 ... Sembrava che quando risolveva un problema, ne apparisse un altro. Suo padre, uno chef di cucina, la portò al suo posto di lavoro.
 Lì riempì tre pentole con acqua e le pose sul fuoco.
 Quando l'acqua delle tre pentole stava bollendo, in una collocò carote, in un'altra collocò uova e nell'ultima collocò grani di caffè.
 Lasciò bollire l'acqua senza dire parola.
 La figlia aspettò impazientemente, domandandosi cosa stesse facendo il padre.
 Dopo venti minuti il padre spense il fuoco.
 Tirò fuori le carote e le collocò in una scodella.
 Tirò fuori le uova e le collocò in un altro piatto.
 Finalmente, colò il caffè e lo mise in un terzo recipiente.
 Guardando sua figlia le disse: "Cara figlia mia, carote, uova o caffè?" fu la sua domanda.
 La fece avvicinare e le chiese che toccasse le carote, ella lo fece e notò che erano soffici, dopo le chiese di prendere un uovo e di romperlo, mentre lo tirava fuori dal guscio, osservò l'uovo sodo.
 Dopo le chiese che provasse il caffè, ella sorrise mentre godeva del suo ricco aroma.
 Umilmente la figlia domandò: "Cosa significa questo, padre?"
 Egli le spiegò che i tre elementi avevano affrontato la stessa avversità, "l'acqua bollente", ma avevano reagito in maniera differente.
 La carota arrivò all'acqua forte, dura, superba; ma dopo avere passato per l'acqua, bollendo era diventata debole, facile da disfare.
 L'uovo era arrivato all'acqua fragile, il suo guscio fine proteggeva il suo interno molle, ma dopo essere stato in acqua, bollendo, il suo interno si era indurito.
 Invece, i grani di caffè, erano unici: dopo essere stati in acqua, bollendo, avevano cambiato l'acqua.
 "Quale sei tu figlia?" le disse.
 "Quando l'avversità suona alla tua porta; come rispondi?"
 "Sei una carota che sembra forte ma quando l'avversità ed il dolore ti toccano, diventi debole e perdi la tua forza?"
 "Sei un uovo che comincia con un cuore malleabile e buono di spirito, ma che dopo una morte, una separazione, un licenziamento, una pietra durante il tragitto diventa duro e rigido?
 Esternamente ti vedi uguale, ma sei amareggiata ed aspra, con uno spirito ed un cuore indurito?
 "O sei come un grano di caffè? Il caffè cambia l'acqua, l'elemento che gli causa dolore.
 Quando l'acqua arriva al punto di ebollizione il caffè raggiunge il suo migliore sapore."
 "Se sei come il grano di caffè, quando le cose si mettono peggio, tu reagisci in forma positiva, senza lasciarti vincere, e fai si che le cose che ti succedono migliorino, che esista sempre una luce che illumina la tua strada davanti all'avversità e quella della gente che ti circonda."
 Per questo motivo non mancare mai di diffondere con la tua forza e positività il "dolce aroma del caffè".





La storia del caffè.
Tra le tante e controverse leggende che esistono sulle origini del caffè, una in particolare raccoglie consensi tra gli storici.
Si narra che intorno al 1300 un pastore yemenita di nome Kaldi osservò che le sue capre, dopo aver mangiato certe foglie e bacche selvatiche, erano divenute inquiete e insonni. Egli informò subito di ciò il priore del monastero. Il monaco sconcertato dei fatti, decise di gettare nel fuoco quelle bacche che inaspettatamente cominciarono a emanare un intenso e piacevole profumo.
Incuriosito, il religioso recuperò i frutti, ormai anneriti, e dopo averli immersi in acqua ne ricavò una bevanda che, quando veniva presa alla sera, era in grado di far prolungare le veglie. Alla bevanda fu dato il nome di "khawa", che in arabo significa "vino" e in turco "eccitante".
L'arrivo del caffè in Italia risale invece al 1600, quando il veneziano Pietro della Valle (scrittore italiano, 1586-1652) lo introdusse nei salotti della sua città.
Presto il caffè, che inizialmente era conosciuto con il nome di "vino d'Arabia", si diffuse in tutta Europa e nel 1720 venne aperto, sempre a Venezia, lo storico "Caffè Florian", tuttora in attività.
"La bottega del caffè" di Vittorio Emanuele Bressanin (1860-1941).
Bressanin espose il dipinto "La bottega del caffè" alla Biennale di Venezia del 1897 aggiudicandosi il Primo Premio offerto dal pittore Max Liebermann (1847-1935). Il premio consisteva nella somma di 2500 lire, all'epoca una cifra importante.




Un giorno decisi di iniziare a prendere il caffè senza zucchero.
All'inizio non mi piaceva perché aveva un sapore troppo forte e amaro, lo bevevo poco alla volta ma piano piano mi sono abituata. Ecco prendere il caffè senza zucchero è un pò come accettare la realtà delle cose, all'inizio è dura pensi di non riuscirci, ma con il tempo impari a buttar giù tutto e a capire che non tutte le cose hanno un sapore dolce.
N. Ostuni


Giuseppe Biondi
Un giorno decisi di non fumare più, dalla sera alla mattina, mia moglie rideva, pensando che stessi scherzando, ma io dicevo sul serio, all'inizio mi sembrava di impazzire, vivere senza sigaretta pensavo fosse impossibile, i primi giorni mi tenevo costantemente occupato per non sentire il desiderio della sigaretta, ma era peggio, ma pian piano riuscii a sentire meno il desiderio, ora non posso neanche sentirne l'odore, mi nausea, e quando quel Signore nell'appartamento sotto il mio si mette a fumare in balcone e la puzza di fumo sale fino al mio appartamento, divento furioso ma mia moglie mi zittisce dicendomi: " Hai dimenticato quando e quanto fumavi tu, avevo le tende di casa che puzzavano costantemente di fumo "
Aveva ragione.......
Ogni inizio è sempre brutto, ma poi tutto passa...



Una giovane coppia di sposi novelli andò ad abitare in una zona molto tranquilla della città. Una mattina mentre bevevano il caffè, la moglie si accorse, guardando attraverso la finestra, che una vicina stendeva il bucato sullo stendibiancheria. "Guarda che sporche le lenzuola di quella vicina! Forse ha bisogno di un altro tipo di detersivo... Magari un giorno le farò vedere come si lavano le lenzuola!" Il marito guardò e rimase zitto. La stessa scena e lo stesso commento si ripeterono varie volte, mentre la vicina stendeva il suo bucato al sole e al vento. Dopo un mese, la donna si meravigliò nel vedere che la vicina stendeva le sue lenzuola pulitissime, e disse al marito "Guarda, la nostra vicina ha imparato a fare il bucato! Chi le avrà fatto vedere come si fa?" Il marito le rispose "Nessuno le ha fatto vedere; semplicemente questa mattina io mi sono alzato più presto e mentre tu ti truccavi ho pulito i vetri della nostra finestra".
Così è nella vita, tutto dipende dalla pulizia della finestra attraverso cui osserviamo i fatti. Prima di criticare, probabilmente sarà necessario osservare se abbiamo pulito a fondo il nostro cuore per poter vedere meglio. Allora vedremo più nitidamente la pulizia del cuore del vicino....


Capelli lunghi e sesto senso


La storia biblica di Sansone che perdeva i poteri dopo il taglio dei capelli, cela una verità nascosta: i capelli sono un estensione sensoriale che ci tramuta in un ‘antenna sensibile alle energie ambientali e non solo
Questa informazione è stata tenuta nascosta dal tempo della guerra in Vietnam. La nostra cultura porta le persone a pensare che i capelli siano una questione di preferenza personale, che la pettinatura sia una questione di moda e/o convenienza e che il modo in cui le persone tengono i loro capelli sia semplicemente una questione di cosmetica.
Tornando alla guerra del Vietnam, tuttavia, emerge un quadro completamente diverso, un quadro accuratamente celato e tenuto nascosto al grande pubblico. All’inizio degli anni 90 Sally (nome di fantasia per proteggere la privacy) era sposata con uno psicologo che lavorava al VA Medical Hospital e chelavorava con veterani di combattimento che soffrivano di un disturbo da post stress traumatico: la piu’ parte di loro aveva servito in Vietnam.
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Sally: “Mi ricordo benissimo di una sera in cui mio marito tornò a casa portando con sé un raccoglitore ufficiale molto consistente. Dentro c’erano centinaia di pagine di certi studi commissionati dal governo. Era shockato dal suo contenuto. Quel che lesse in quei documenti cambiò radicalmente la sua vita. Da quel momento in poi mio marito, conservatore di mezza età, lascio’ crescere i suoi capelli e barba senza piu’ tagliarseli. Ma on è tutto: il VA Medical Center glielo lasciò fare ed altri uomini molto conservatori del suo staff seguirono il suo esempio. Quando lessi i documenti capii perché”.
indiani-militari
Sembra che durante la Guerra del Vietnam delle forze speciale nel dipartimento della Guerra avessero spedito degli esperti agenti segreti per setacciare le riserve degli Indiani d’America, alla ricerca di talent scouts, giovani forti addestrati a muoversi furtivamente in un aspro terreno. Cercavano soprattutto uomini con abilità di inseguimento eccellenti, quasi sovrannaturali. Prima di essere avvicinati, di questi uomini selezionarti con cura, si aveva documentazione attestante che erano esperti in sopravvivenza ed inseguimento.
Con le solite lusinghe, le frasi ammalianti d’uso per arruolare nuove reclute, si stilava una lista di alcuni di questi indiani abili nell’inseguimento, dopodiché accadeva una cosa incredibile. Qualsiasi fosse il talento o l’abilità che essi possedevano nella riserva … improvvisamente queste sembravano scomparire misteriosamente, poiché recluta dopo recluta fallivano nel compito sul campo.
Fallimenti nelle prestazioni e seri accidenti portarono il governo a stipulare un contratto per un costoso test di queste reclute e questo fu ciò che ne emerse:
Quando alle reclute più vecchie fu chiesto perché avevano fallito nel compito atteso, queste risposero in modo consistente che dal momento in cui furono loro tagliati i capelli, come richiesto dall’esercito, non furono più in grado di “sentire il nemico, né di accedere al loro 6° senso, né fare riferimento alla loro intuizione, né leggere i segni sottili o accedere ad informazioni extrasensoriali”.
Cosi l’istituto di ricerca reclutò altri Indiani con quelle caratteristiche, ai quali non tagliarono i capelli e che vennero poi testati in varie aree. Poi misero insieme due uomini che avevano ricevuto lo stesso punteggio su tutti i tests. Lasciarono i capelli lunghi ad uno dei due, mentre all’altro fecero un taglio militare e li ri-sottoposero ai test. L’uomo con i capelli lunghi ripetutamente mantenne un alto punteggio mentre l’altro fallì i tests in cui precedentemente aveva ricevuto un punteggio alto.
Ecco un tipico test:
“la recluta sta dormendo nel bosco. Un “nemico armato” gli si sta avvicinando. L’uomo coi capelli lunghi viene risvegliato da un forte senso di pericolo, e se ne va molto prima che il nemico sia vicino, molto prima di sentire dei rumori provenienti dal nemico in arrivo.
(…) Lo stesso uomo con i capelli lunghi, viene risottoposto al test questa volta con i capelli tagliati e fallisce i tests che precedentemente aveva passato. Quindi il documento raccomandò che tutti gli Indiani “inseguitori” fossero esentati dal taglio militare.
COMMENTO
Il corpo dei mammiferi si è evoluto nei milioni di anni. Le capacità di sopravvivenza di animali ed umani, a volte sembrano quasi sovrannaturali. La scienza se ne esce sempre piu’ con nuove scoperte sulle sorprendenti abilità di sopravvivenza dell’uomo e dell’animale. Ogni parte del corpo deve eseguire un lavoro altamente sensibile per la sopravvivenza ed il benessere del corpo nel suo complesso. Il corpo ha una ragione per ogni parte di sé.
I capelli sono un’estensione del sistema nervoso, e possono essere visti correttamente come nervi esteriorizzati, un tipo di sensori altamente evoluti, o “antenne” che trasmettono vaste quantità di informazioni importanti perché vengano processate dal cervello , dal sistema limbico e dalla neocorteccia.
Non solo: i capelli e la barba negli uomini, forniscono una informazione che raggiunge direttamente il cervello, ma i capelli emettono anche energia: l’energia elettromagnetica emessa dal cervello nel mondo circostante.
Questo è stato visto nella foto Kirlianquando una persona viene fotografata con i capelli lunghi eppoi rifotografata con i capelli corti . Quando vengono tagliati i capelli, le trasmissioni e l’invio di informazioni da e verso l’ambiente, viene grandemente ostacolato. Il risultato è che c’è un senso di “intorpidimento”.
Il taglio dei capelli è un fattore che contribuisce alla non consapevolezza dello stress ambientale negli ecosistemi locali, ma anche un fattore che contribuisce alle insensibilità nelle relazioni di ogni tipo e alla frustrazione sessuale..
CONCLUSIONE
Nel cercare soluzioni per l’ansia e l’angoscia nel mondo, potrebbe essere arrivato il tempo in cui considerare che molto di ciò che diamo per scontato sulla realtà sia un errore. Potrebbe essere che la parte maggiore della soluzione sia guardarci in faccia ogni mattina allo specchio.
La storia di Dalila e Sansone nella Bibbia contiene molta verità in codice in serbo per noi. Quando Dalila taglia i capelli di Sansone, Sansone, un tempo invincibile- fu sconfitto.
Capelli lunghi e sesto senso


La storia biblica di Sansone che perdeva i poteri dopo il taglio dei capelli, cela una verità nascosta: i capelli sono un estensione sensoriale che ci tramuta in un ‘antenna sensibile alle energie ambientali e non solo…

Questa informazione è stata tenuta nascosta dal tempo della guerra in Vietnam. La nostra cultura porta le persone a pensare che i capelli siano una questione di preferenza personale, che la pettinatura sia una questione di moda e/o convenienza e che il modo in cui le persone tengono i loro capelli sia semplicemente una questione di cosmetica.

Tornando alla guerra del Vietnam, tuttavia, emerge un quadro completamente diverso, un quadro accuratamente celato e tenuto nascosto al grande pubblico. All’inizio degli anni 90 Sally (nome di fantasia per proteggere la privacy) era sposata con uno psicologo che lavorava al VA Medical Hospital e chelavorava con veterani di combattimento che soffrivano di un disturbo da post stress traumatico: la piu’ parte di loro aveva servito in Vietnam.

indiano-e-capelli-lunghi2-772x1024



Sally: “Mi ricordo benissimo di una sera in cui mio marito tornò a casa portando con sé un raccoglitore ufficiale molto consistente. Dentro c’erano centinaia di pagine di certi studi commissionati dal governo. Era shockato dal suo contenuto. Quel che lesse in quei documenti cambiò radicalmente la sua vita. Da quel momento in poi mio marito, conservatore di mezza età, lascio’ crescere i suoi capelli e barba senza piu’ tagliarseli. Ma on è tutto: il VA Medical Center glielo lasciò fare ed altri uomini molto conservatori del suo staff seguirono il suo esempio. Quando lessi i documenti capii perché”.

indiani-militari

Sembra che durante la Guerra del Vietnam delle forze speciale nel dipartimento della Guerra avessero spedito degli esperti agenti segreti per setacciare le riserve degli Indiani d’America, alla ricerca di talent scouts, giovani forti addestrati a muoversi furtivamente in un aspro terreno. Cercavano soprattutto uomini con abilità di inseguimento eccellenti, quasi sovrannaturali. Prima di essere avvicinati, di questi uomini selezionarti con cura, si aveva documentazione attestante che erano esperti in sopravvivenza ed inseguimento.

Con le solite lusinghe, le frasi ammalianti d’uso per arruolare nuove reclute, si stilava una lista di alcuni di questi indiani abili nell’inseguimento, dopodiché accadeva una cosa incredibile. Qualsiasi fosse il talento o l’abilità che essi possedevano nella riserva … improvvisamente queste sembravano scomparire misteriosamente, poiché recluta dopo recluta fallivano nel compito sul campo.

Fallimenti nelle prestazioni e seri accidenti portarono il governo a stipulare un contratto per un costoso test di queste reclute e questo fu ciò che ne emerse:

Quando alle reclute più vecchie fu chiesto perché avevano fallito nel compito atteso, queste risposero in modo consistente che dal momento in cui furono loro tagliati i capelli, come richiesto dall’esercito, non furono più in grado di “sentire il nemico, né di accedere al loro 6° senso, né fare riferimento alla loro intuizione, né leggere i segni sottili o accedere ad informazioni extrasensoriali”.

Cosi l’istituto di ricerca reclutò altri Indiani con quelle caratteristiche, ai quali non tagliarono i capelli e che vennero poi testati in varie aree. Poi misero insieme due uomini che avevano ricevuto lo stesso punteggio su tutti i tests. Lasciarono i capelli lunghi ad uno dei due, mentre all’altro fecero un taglio militare e li ri-sottoposero ai test. L’uomo con i capelli lunghi ripetutamente mantenne un alto punteggio mentre l’altro fallì i tests in cui precedentemente aveva ricevuto un punteggio alto.

Ecco un tipico test:

“la recluta sta dormendo nel bosco. Un “nemico armato” gli si sta avvicinando. L’uomo coi capelli lunghi viene risvegliato da un forte senso di pericolo, e se ne va molto prima che il nemico sia vicino, molto prima di sentire dei rumori provenienti dal nemico in arrivo.

(…) Lo stesso uomo con i capelli lunghi, viene risottoposto al test questa volta con i capelli tagliati e fallisce i tests che precedentemente aveva passato. Quindi il documento raccomandò che tutti gli Indiani “inseguitori” fossero esentati dal taglio militare.

COMMENTO

Il corpo dei mammiferi si è evoluto nei milioni di anni. Le capacità di sopravvivenza di animali ed umani, a volte sembrano quasi sovrannaturali. La scienza se ne esce sempre piu’ con nuove scoperte sulle sorprendenti abilità di sopravvivenza dell’uomo e dell’animale. Ogni parte del corpo deve eseguire un lavoro altamente sensibile per la sopravvivenza ed il benessere del corpo nel suo complesso. Il corpo ha una ragione per ogni parte di sé.

I capelli sono un’estensione del sistema nervoso, e possono essere visti correttamente come nervi esteriorizzati, un tipo di sensori altamente evoluti, o “antenne” che trasmettono vaste quantità di informazioni importanti perché vengano processate dal cervello , dal sistema limbico e dalla neocorteccia.

Non solo: i capelli e la barba negli uomini, forniscono una informazione che raggiunge direttamente il cervello, ma i capelli emettono anche energia: l’energia elettromagnetica emessa dal cervello nel mondo circostante.

Questo è stato visto nella foto Kirlian, quando una persona viene fotografata con i capelli lunghi eppoi rifotografata con i capelli corti . Quando vengono tagliati i capelli, le trasmissioni e l’invio di informazioni da e verso l’ambiente, viene grandemente ostacolato. Il risultato è che c’è un senso di “intorpidimento”.

Il taglio dei capelli è un fattore che contribuisce alla non consapevolezza dello stress ambientale negli ecosistemi locali, ma anche un fattore che contribuisce alle insensibilità nelle relazioni di ogni tipo e alla frustrazione sessuale..

CONCLUSIONE

Nel cercare soluzioni per l’ansia e l’angoscia nel mondo, potrebbe essere arrivato il tempo in cui considerare che molto di ciò che diamo per scontato sulla realtà sia un errore. Potrebbe essere che la parte maggiore della soluzione sia guardarci in faccia ogni mattina allo specchio.

La storia di Dalila e Sansone nella Bibbia contiene molta verità in codice in serbo per noi. Quando Dalila taglia i capelli di Sansone, Sansone, un tempo invincibile- fu sconfitto.

http://risvegliati.altervista.org/capelli-lunghi-e-sesto-senso/


venerdì 6 gennaio 2012

Marcela Serrano. Il tempo di Blanca. Ai tempi di mia nonna non si buttava via niente. Nemmeno l’esperienza. Un bacio era una cosa rara nella vita di una persona, veniva custodito come un tesoro. Il dolore si conservava gelosamente per non dimenticarlo. E da quello si imparava. Adesso calze, dolori e baci, consumiamo tutto, rompiamo tutto, ci disfiamo di tutto.


E mentre mi salutava,
giurandomi che sarebbe tornato,
aggiunse: “mi rendi così felice”.
Per 30 giorni e più
mi sono ripetuta quella frase,
quelle sillabe
allacciate tra di loro da tanta saliva.
Mi rendi così felice.
Quattro parole.
Diciassette lettere.
L’immensità.
Marcela Serrano


Sapete cos'è che ammazza? Il silenzio.
È questo che ti ammazza. […]
Anni e anni di silenzio.
Dentro ti si forma una specie di nodo,
una matassa, e non c'è modo di sbrogliarla.
Diventa tutto buio.
Cerchi di non pensare alle cose chi ti fanno star male,
ma è uno sbaglio, perché cosi non impari.
Marcela Serrano


Per adesso rimango
nella mia torre di cristallo,
con la luce e il sole davanti,
in attesa che la vita
dica quel che deve dire.
L’importante è che,
quando lei – la vita –
verrà a cercarmi,
in qualunque posto io sia,
non mi trovi sconfitta.
Marcela Serrano


Non ci sono fortezze inespugnabili,
ma solo fortezze che non sono state sufficientemente assediate.
Marcela Serrano




Mi sono sorpresa a correggere i ricordi.
Marcela Serrano

Ricordare tutto significa afferrare ogni giorno un coltello affilato e tirarsi via strati di pelle.
Marcela Serrano

Solo quando il passato non può più ferirti, diventa davvero passato…
Marcela Serrano


Il valore degli esseri umani sta nella loro capacità di separarsi dagli altri,
di essere indipendenti, di appartenere a se stessi e non al branco.
Marcela Serrano


Mi nascondevo dietro quella maschera disegnata con le mie mani, indossavo gonne corte, ballavo davanti allo specchio e poi mi buttavo sul letto, immobile, come un bambola di pezza. A pezzi.
Marcela Serrano



Io non cerco la verità, ma l’immaginazione. Ho la certezza che sia finito il tempo della verità assoluta: adesso non ci credo più e non ne ho più bisogno. Invece la sete d’immaginazione aumenta continuamente, s’ingigantisce con la luce di ogni nuovo giorno in cui apro gli occhi. Certe volte, come Lewis Carrol, vorrei sapere di che colore è la fiamma di una candela quando è spenta.
Marcela Serrano


Una donna è la storia delle sue azioni e dei suoi pensieri,
di cellule e neuroni, di ferite e di entusiasmi, di amori e disamori.
Una donna è inevitabilmente la storia del suo ventre, dei semi che vi si fecondarono, o che non furono fecondati, o che smisero di esserlo, e del momento, irripetibile, in cui si trasforma in una dea.
Una donna è la storia di piccolezze, banalità, incombenze quotidiane, è la somma del non detto.
Una donna è sempre la storia di molti uomini.
Una donna è la storia del suo paese, della sua gente.
Ed è la storia delle sue radici e della sua origine, di tutte le donne che furono nutrite da altre che le precedettero affinché lei potesse nascere: una donna è la storia del suo sangue.
Marcela Serrano


Sei sveglio? Ascolta questi versi di T.S. Eliot:
Non smetteremo di esplorare,
e alla fine di tutto il nostro andare
ritorneremo al punto di partenza
per conoscerlo per la prima volta.
Marcela Serrano, Il giardino di Amelia



È vero, erano passati dieci anni ed eravamo ancora lì, tutte e quattro, sempre noi quattro.
Più grandi, più vecchie, più ferite, più sagge. E il lago, a farci da testimone.
Di cosa? Non lo so... Di tutto. Racconti, discussioni, lacrime, risa .
Marcela Serrano,  Noi che ci vogliamo così bene, 1991


Noi che ci vogliamo così bene.
Dicono che sono malata.
Non so bene perché mi trovi in questa clinica. 
Mi ci ha portato Magda quella notte, pensando che avessi tentato di suicidarmi. 
Ho provato a spiegarle, il giorno successivo, che quella non era la mia intenzione. 
Magda non capisce che ero soltanto stanca. Per questo ho perso conoscenza. 
Avrebbe potuto portarmi in un ospedale qualsiasi. Ma non mi credono. 
Dicono che la miscela di tranquillanti e alcol può essere letale. E che io lo sapevo.
Marcela Serrano, Noi che ci vogliamo così bene.


Ho passato tutta la sera a sentirvi lamentare degli uomini, come se realmente li detestaste.
E basta che ne entri uno solo, che subito cambiate atteggiamento. Come la mettiamo?
Marcela Serrano, Noi che ci vogliamo così bene


Non sono né bella né brutta, né alta né bassa, né grassa né magra.
I capelli non sono né scuri né chiari.
Il mio aspetto rispecchia profondamente il mio essere.
Né eccentrica né invisibile. Emana da me una sorta di equilibrio.
Maria direbbe che questo è maledettamente noioso.
Spero che il tempo la convinca del contrario.
La mia grande conquista è la serenità. E questo mi sembra già abbastanza.
Marcela Serrano, Noi che ci vogliamo così bene


Così adesso la mia vita non è più vita.
Com’è possibile? chiederete voi.
Com’è possibile me lo chiedo anch’io.
Ci sono ancora il giorno e la notte, il freddo e il caldo,
il cuore batte, i reni lavorano, i polmoni respirano,
le gambe sono capaci di camminare.
Ma l’allegria?
Dov’è finita l’allegria?
Marcela Serrano, Dieci donne


Qualcosa si era rotto dentro di lei e ormai era arrivata a un punto di non ritorno,
anche se sul momento nessuno se ne era accorto.
Marcela Serrano, Dieci donne


Mi sono affezionata all’inverno perché sento che è vero, non come l’estate che vola via e sembra così divertente e allegra ma non lo è, perché il sole è sempre di corsa e lascia tutti con l’amaro in bocca.
L’inverno non pretende di confortare, ma in fin dei conti sento che è consolante, perché una si raggomitola su se stessa e si protegge e osserva e riflette, e credo che soltanto in questa stagione si possa pensare per davvero.
Marcela Serrano, Dieci donne


Comunque se Dio ha dotato la gente di un po’ di elasticità,
se la sono accaparrata le donne.
Per gli uomini non ne è rimasta.
Non cambiano.
Marcela Serrano, Dieci donne



Più avanti la vita mi avrebbe regalato tanti cieli azzurri, ma quello fu l’unico paradiso.
Finché, mio malgrado, le sue porte si richiusero.
Lo sapete, no, se c’è una cosa che contraddistingue il paradiso,
è che a un certo punto smette di essere tale,
tutti ne veniamo scacciati, presto o tardi.
Marcela Serrano, I quaderni del pianto



Gli uomini si sentono minacciati dalla nostra indipendenza e questo provoca in loro il rifiuto, 
un senso di impotenza… così comincia un circolo vizioso dai risvolti decisamente drammatici.„
‟E a questo rifiuto maschile seguono il disorientamento e la paura femminili, è così?„
‟Il fatto è che le donne vivono questo allontanamento come un’aggressione, 
e la cosa non fa che allontanare ancora di più gli uomini.
Ti immagini il risultato? Le donne si chiudono sempre più in se stesse 
cercando di affermare il loro io… […] Morale, il risultato non può che essere il disamore...
Marcela Serrano, L’albergo delle donne tristi


Il tuo istinto più forte è quello di proteggerti, ma non hai la fermezza per rinunciare completamente all'amore: c'è qualcosa dentro di te che si sente ancora attratto dal pericolo. Insomma, Floreana, qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarti? Non essere amata.
E’ proprio così grave?
Marcela Serrano, L’albergo delle donne tristi




Ai tempi di mia nonna non si buttava via niente. Nemmeno l’esperienza. Un bacio era una cosa rara nella vita di una persona, veniva custodito come un tesoro. Il dolore si conservava gelosamente per non dimenticarlo. E da quello si imparava. Adesso calze, dolori e baci, consumiamo tutto, rompiamo tutto, ci disfiamo di tutto.
Marcela Serrano, Il tempo di Blanca


Di mestiere papà fa il pensionato, ma anche l’avvocato difensore di oggetti.
Ha un capannone di roba usata, non butta via niente... dice che non è giusto chiamare vecchie le cose..perché vivranno più di noi. Se ce ne sbarazziamo e le sostituiamo troppo presto..soffrono. Quindi lui aggiusta e ripara e rimonta e riavvia. È l’unico in tutta la zona che cura biciclette pedalopatiche, radio afone, lavatrici asmatiche e caffettiere impotenti. Ha una borsa di attrezzi magica. Dice che l’uomo è stato creato padrone della Terra..ma gli manca una cosa fondamentale..una borsa di attrezzi per riaggiustarsi. Ah..sospira..se ci fosse un cacciavite per togliere le idee sbagliate e un martello per fissare le buone intenzioni..una chiave inglese per stringere per sempre l’amore e una sega per tagliare col passato! Ma questa attrezzeria non ce l’hanno data e dopo aver tentennato e scricchiolato, prima o poi ci romperemo..
Stefano Benni, Margherita Dolcevita


Si reciclava di tutto, compreso esperienze e ricordi

se riusciamo a disfarci del dolore, ben venga!!!!!!!!!!

autentica verità...ora tutto sembra acquistare un valore flebile veloce estremamente temporaneo come un fuoco di paglia...ma stà a noi, che abbiamo imparato dai nonni..dai genitori..trasmettere l'importanza anche della quotidianità, soffermarci su quanto ci accade e riflettere senza lasciarci, per forza, ingoiare dal vortice..





Le mamme professano un idealismo nascosto; non sempre conoscono Hegel, ma quella che mettono in pratica è un'autentica Filosofia dello Spirito. Ragionano secondo sillogismi e non importa che la premessa sia sbagliata, la conclusione ha sempre una logica e deve avere riscontro nella realtà.

In tutto il processo naturalmente il loro Io è presente e anche laddove subentri un elemento di disturbo, come può essere un'altra femmina, questa deve comunque rispecchiarle in profondità fino all'assimilazione. Quel che reale non è razionale ma relazionale, e i limiti della relazione sono stabiliti a priori dalle loro necessità. Qualcuno la chiama edipica questa cosa, in realtà affonda le radici nell'ontologia e nella constatazione di un perpetuo ruolo materno nella storia individuale.

E infatti le mamme rimarcano di continuo la loro presenza sottolineando l'assenza del padre; non c'è nichilismo nella visione di una madre e il nulla rimane fuori dalla porta. Non per niente le sentiamo ripetere: "Chi è?" e quando rispondiamo: "Nessuno" le irritiamo mettendo in crisi un sistema filosofico che non riesce ad assorbire il concetto di assenza, del vuoto, del niente.

Le mamme riempiono; sono meravigliosamente sazianti nei loro esercizi quotidiani.
Riempiono i mobili, le stanze, le case con oggetti inutili e di dubbio gusto; ma anche la gondola di Venezia a centrotavola rientra in quell'ordine di cose che conferma la presenza. E che da buone idealiste identificano con la loro. Non si tratta di feticismo per gli oggetti, ma di un bisogno ontologico: il soprammobile è e non può non essere, tertium non datur. La mia ad esempio conservava tutto e nulla valeva il mio desiderio di tornare alle cose stesse; aveva rivestito gli oggetti di un valore affettivo e non vedeva che quello. Io però sono un fenomenologo e devo avere avuto il rifiuto edipico; svuotare gli oggetti del contenuto culturale voleva dire svuotarli da quella presenza.
Cosa che mia madre percepiva inequivocabilmente; sospendevo il giudizio ma era subito pronta a intervenire con il suo. 
"La gondola è una schifezza". 
"Guardala bene, è bellissima".
E insistendo nella disputa aveva vinto lei; non tanto per inettitudine del sottoscritto alla diatriba filosofica con un domestico eleata in bigodini, ma perché i fenomenologi sono così, sospendono il giudizio e quando serve anche le parole. Perché con una madre non puoi dialogare, ti è concesso solo di deporre le armi della dialettica e rinvenire che quel che è reale è anche e sempre matriarcale.
Giancarlo Buonofiglio, gli ITAGLIANI: gentiluomini e mascalzoni



Fenomenologia del soprammobile!
Mia madre, classe '28, figlia di contadini, contadina lei stessa, non ha mai buttato niente.
Persino la cenere del camino: la metteva in un canestro ogni sera e il mattino seguente se la metteva sul capo e, a piedi, col passo leggero e sinuoso la portava in campagna e la versava ai piedi di un ulivo.
Ora conserva anche la carta dei regali insieme ai nastrini che luccicano e ci incarta la pagnotta del pane cotto a legna che compra per me ogni settimana perché ''lo pane de Roma 'n se pó magnà! ' .


Tina Russo
Ah, se si potesse conservare ( o recuperare?) il senso degli affetti racchiuso nelle cose, rispettandole (e rispettandoli) di più! Ora è tutto così " industrialmente fugace"...


Tina Russo:
Te piace 'o presepjo?
- No! Nun me piace! (Natale in casa Cupiello, il padre chiede ed il figlio risponde).



Lucia Porcelli
quando chiedevo a mia madre a cosa servisse quel soprammobile lei rispondeva che stava lì per bellezza ...mi piaceva tanto questa risposta perchè rivelava un amore materno per le cose da accudire e accarezzare quando si spolverano che contrastava con il senso crudo dell'utile a oltranza della nostra epoca efficiente. Gli oggetti simbolici che ci circondano ci ricordano la nostra appartenenza e sopravvivono al tempo che cambia restando lì come reduci di una guerra persa e spoglie sacre di una calda e tenera memoria.





martedì 13 dicembre 2011

Stefano Benni. Mi ha accarezzato i capelli e il mio cuore ha martellato così forte che ho pensato: se mi bacia muoio. Purtroppo mi ha risparmiato.

Non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore
Stefano Benni


Mi ha accarezzato i capelli e il mio cuore ha martellato così forte che ho pensato:
se mi bacia muoio.
Purtroppo mi ha risparmiato.
Stefano Benni


‎Pensate che per anni abbiamo con tranquillità sostenuto che la libertà era un'automobile, la famiglia una spaghettata, l'aria buona una mentina e così via. [...] 
Abbiamo creato una delle più melense e ripetitive recite della storia del Costume.
Stefano Benni, "La Compagnia dei Celestini"


Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza
L’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso
Perché quando saranno passati amori e battaglie
Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza
Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota
Il poco, il meno, il non abbastanza
Stefano Benni


«Pensò: ora vado a salutarla di nuovo. Poi subito si corresse: no, gli addii non si ripetono, la prima volta sono romantici, la seconda noiosi, la terza ridicoli o tragici».
Stefano Benni, “Di tutte le ricchezze”


Di mestiere papà fa il pensionato, ma anche l’avvocato difensore di oggetti
Ha un capannone di roba usata, non butta via niente. Dice che non è giusto chiamare vecchie le cose: perché vivranno più di noi. Se ce ne sbarazziamo e le sostituiamo troppo presto, soffrono. Quindi lui aggiusta e ripara e rimonta e riavvia. È l’unico in tutta la zona che cura biciclette pedalopatiche, radio afone, lavatrici asmatiche e caffettiere impotenti. Ha una borsa di attrezzi magica. Dice che l’uomo è stato creato padrone della Terra, ma gli manca una cosa fondamentale: una borsa di attrezzi per riaggiustarsi. Ah, sospira, se ci fosse un cacciavite per togliere le idee sbagliate e un martello per fissare le buone intenzioni, una chiave inglese per stringere per sempre l’amore e una sega per tagliare col passato! Ma questa attrezzeria non ce l’hanno data e, dopo aver tentennato e scricchiolato, primo o poi ci romperemo.
Stefano Benni. Margherita Dolce Vita.




Gli uomini sono soggetti alla legge delle tre lancette
Ad alcuni manca la lancetta dei secondi: e costoro non sanno mai godere un singolo attimo, ma pensano sempre a ciò che è stato prima e che sarà dopo, e non si accorgono delle piccole quiete gioie, e delle grandi e rapide gioie che li circondano.
Ad altri manca la lancetta dei minuti. Costoro corrono all’impazzata, gareggiano contro gli attimi inseguendo chissà cosa poi di colpo si fermano delusi, poiché nulla hanno trovato, e lasciano che le ore corrano una più inutile dell’altra. Ad altri manca invece la lancetta delle ore. Ed essi vivono, si agitano, fanno piani, appuntamenti, progetti, ma non sanno se è notte o giorno, o mattina o sera, se sono felici o disperati, non vedono mai la loro vita, solo un rotolare di anni pesanti e inarrestabili.
L’uomo giusto ha tutte e tre le lancette, più la suoneria quando è ora di svegliarsi, più una lancetta conficcata nella sommità del cranio che lo collega a tutti i quadranti stellari.
Elianto di Stefano Benni


‎Le foto durano sempre più di noi,
buffa cosa chiamarle istantanee.
Stefano Benni


Per ribellarsi bisogna saper guardare oltre i muri, oltre il mare, oltre le misure del mondo.
Stefano Benni


Guardali bene. Guardali negli occhi. Hanno bei vestiti, belle etichette, begli incarti, ma sono velenosi
Stefano Benni


Bisogna assomigliare alle parole che si dicono.
Forse non parola per parola, ma insomma ci siamo capiti.
Stefano Benni


Trovo straordinaria la quantità di energia che la gente utilizza per affrontare questi piccoli malesseri transitori. E la facilità che tutti hanno di chiudere gli occhi davanti ai grandi dolori indomabili.
Stefano Benni, "Achille piè veloce"


E se nessuno ti parla, allora ti tocca pensare.
E io non facevo altro, allora.
Pensavo tanto che mi faceva male la gola,
perché è li che si fermano le tristezze
Stefano Benni, La grammatica di Dio

«Lei era tutto ciò a cui il mio silenzio era dedicato.
Le parole, la grammatica, il libro, le nuvole dell’attesa, il tuono del desiderio.
E piansi, davanti alla bellezza, e a tutti gli dèi che mi erano venuti a trovare,
al loro sciame festoso, di cui lei era la regina, l’imperfetta, addolorata regina.
Stefano Benni, La grammatica di Dio


“Guardava le case intorno e pensava: che strane, le persone.
Quante cose hanno adesso che una volta non avevano.
Non sanno più rinunciarvi ma sembra che non le amino, rimpiangono le cose vecchie ma non saprebbero cosa farsene, non conoscono né la storia né il dolore. E’ difficile aiutare gli uomini.”
Stefano Benni, La grammatica di Dio

BOOMERANG
Improvvisamente, un giorno, il signor Remo iniziò a odiare il suo cane.
Non era un uomo cattivo. Ma qualcosa si era rotto dentro di lui quando era rimasto vedovo. 
Aveva perso la moglie e gli era restato il cane, un botolo salcicciometiccio. grasso e nerastro, con orecchioni da pipistrello. Si chiamava Bum. ovvero Boomerang, perché riportava indietro qualsiasi cosa gli tirassero, con prontezza e perseveranza.
Un tempo il signor Remo e Bum avevano fatto lunghe passeggiate insieme e conversato del mondo umano e canino, di Cartesio e Rin Tin Tin. C'era grande intesa tra loro. Ma ora non si parlavano più. Il signore stava seduto in poltrona guardando il vuoto e Bum si accucciava ai suoi piedi, guardandolo con smisurato affetto.
Era quello sguardo di assoluta dedizione e totale fiducia che il signor Remo soprattutto detestava.
Il mondo non era che perdita, solitudine e dolore. Che senso aveva in questo pianeta orribile quella creatura incongrua, che scodinzolava e uggiolava di gioia, e riempiva del suo peloso, sovrabbondante amore una casa desolata?
Il padrone iniziò a non dar più da mangiare al cane. Lo lasciava anche due giorni senza cibo. Ma Bum continuava a seguirlo amorosamente. Quando il signor Remo si sedeva a tavola per il suo pasto, il cane non chiedeva nulla, né si avvicinava. Guardava con mite curiosità, e negli occhi aveva scritto: se tu mangi, ebbene anche io mi sazio. E più il padrone si ingozzava, ostentatamente e rumorosamente, più tenero diveniva lo sguardo di Boomerang. E quando finalmente il cane veniva sfamato, non correva frenetico alla ciotola, no... scodinzolava composto e riconoscente come per dire: avrai le tue buone ragioni se mi hai fatto digiunare, ti ringrazio oggi che ti sei ricordato.
Il padrone, forse avvelenato dall'ultima stilla di rimorso, si ammalò. Gli venne la febbre alta e Bum lo vegliò. Nella notte, quasi nel delirio, il signor Remo si destava e vedeva gli occhi spalancati e amorevoli del cane, e le lunghe orecchie dritte, come antenne. 
E sembrava dire: anche la morte morderò, padrone imo, se si avvicina a te.
Nell'anima ormai riarsa del signor Remo, l'odio per quell"amore smisurato crebbe. 
Non portò fuori il cane per quattro giorni.
Bum aprì con la zampa la porta del terrazzo e lì pisciò con discrezione. Contrasse il suo metabolismo a venti socce di urina e un cece fecale ogni due giorni. Non guaì, né diede segni di nervosismo, solo ogni tanto guardava il giardino fuori dalla finestra emettendo un piccolo sbuffo, come un sospiro di nostalgia, ma niente più.
Il padrone guarì e. appena rimessosi in piedi, senza una ragione, tirò un calcio al cane.
Bum si nascose sotto il letto e il signor Remo si vergognò.
Lo chiamò, il cane venne. Il padrone gli fece una carezza falsa e forzata e disse:
- Bum. devo abbandonarti. Mi dispiace. Non riesco più a occuparmi di te. 
Anzi, ma questo tu non lo puoi capire, ti detesto.
Il cane lo guardò con infinito affetto e dedizione.
Perché non lo affidò a un canile o a qualche conoscente? 
Per pigrizia, anzitutto. Ma anche perché ricordava una frase della moglie. 
Gli aveva detto: Remo, se io morissi, mi raccomando, non lasciare solo il nostro Bum.
Allora Remo si era arrabbiato per quella frase: come si poteva dubitare di questo?
E invece, povera Dora, lei conosceva bene il grumo di cattiveria dentro al cuore del marito.
Lei lo aveva abbandonato.
E abbandonando il cane, ora lui si prendeva una folle rivincita sul destino.
Così il signor Remo prese la macchina e portò Boomerang fuori città, in un grande prato dove spesso giocavano insieme.
Il padrone camminava dietro e il cane davanti.
Remo notò la caratteristica camminata aritmica di Bum. 
Ogni dodici passi ne zoppicchiava uno. alzando la zampetta posteriore come se il terreno bruciasse.
Spesso lui e la moglie avevano trovato buffa e irresistibile questa andatura.
Ora il padrone guardava ondeggiare il grasso sedere di Bum con disgusto.
Perciò, quando furono lontani da occhi indiscreti, legò il cane a un albero e senza voltarsi se ne andò. Tornò a casa, e cucinò con cura, come non faceva da tempo.
Calciò la ciotola di Bum in un angolo.
Prese il guinzaglio e la museruola, e li buttò nella spazzatura. 
Ma quella notte verso le tre, sentì grattare alla porta. Era Boomerang.
Un po' sporco e bagnato, gli saltò addosso festoso, e fece il giro della casa per manifestare la sua gioia. Non sospettava nulla. Non c'era posto per il tradimento, nel suo cuore semplice e quadrupede.
Il signor Remo quasi non dormi per la rabbia. 
Sognò massacri di foche e colbacchi di carboncino.
La notte dopo caricò Bum in macchina, percorse cento chilometri di autostrada e abbandonò il cane nel parcheggio di un autogrill.
Tornò indietro e andò al cinema. Vide un film con un mostro preistorico che usciva dai ghiacci e terrorizzava tutta l'America. Notò che. in una scena, il mostro sbatteva la coda proprio come Boomerang. Il mostro fu liquidato a micidiali colpi di missile e di dialogo. 
Il signor Remo dormì saporitamente. Il giorno dopo al supermercato incontrò una signora, proprietaria della cagnina Tommasina. amica di Boomerang.
- Dov'è Bum?
- Ahimè - disse il signor Remo, e spalancò le braccia. 
La signora si mise una mano sulla bocca teatralmente. 
Non chiese nulla, rispettò quel riserbo. Sfiorò con la mano la mano del signore.
- Immagino sia un grande dolore per lei. -Non sa quanto - rispose il signor Remo.
Tornò a casa. Mentre saliva le scale, sentì un minore lieve ma inconfondibile. 
Unghie sul marmo. Era Boomerang, sul pianerottolo.
Il signore si chiuse in bagno, seduto sul water tutta notte. 
Attraverso il vetro smerigliato della porta, intravedeva la sagoma inconfondibile di Bum in attesa.
Verso l'alba il cane grattò al vetro, preoccupato.
- Vattene, bastardo - ringhiò l'uomo.
Il cane dimenò la coda. Il suo padrone era vivo, dopo tutto.
Due giorni dopo il signor Remo prese nuovamente la macchina, guidò tutto il giorno e col cane arrivò in riva al mare. Lì salì su un traghetto. Alcuni bambini giocavano con Boomerang, e un signore disse:
- Beato lei che può portarlo in vacanza. Il mio è troppo grosso. Si vede che siete uniti.
- E proprio cosi - disse il signor Remo.
Era il tramonto. Il signore portò Boomerang sulla spiaggia, e gli tirò un legnetto nel mare.
Bum nuotò, addentò, tornò a riva e naturalmente il padrone non c'era più.
Il signor Remo, sul traghetto del ritorno, trangugiò due cognac ed ebbe la nausea.
Passò una settimana, La signora, che aveva visto tornare Boomerang la prima volta, chiese notizie della nuova sparizione.
- Ahimè, - disse il signor Remo - si era ripreso, poi una ricaduta.
La signora fece una faccia compunta, e anche la cagnina Tommasina versò una lacrima, forse di pena forse di cimurro.
Fu una settimana triste per il signor Remo, ma non certo per la mancanza di Boomerang. 
Anzi, si accorse che nella casa il tappeto e il divano puzzavano di cane, e li deodorò.
Il signor Remo era triste perché si era rotto il televisore.
Il tecnico finalmente venne.
Armeggiò, parlò del più e del meno, e vide la ciotola di Boomerang.
- Lei ha un cane? - disse. -Non più.
- Io invece adesso ne ho uno. ed è proprio un problema.
Pensi- ero in vacanza ai mare. Al ritorno, sul traghetto, un cane grassottello e brutto mi salta dentro la macchina. I miei figli dicono: dai papà, è un cagnolino abbandonato, teniamolo, teniamolo. 
Sa come sono i bambini...
- Certo - disse il signor Remo.
- Insomma, adesso ce l'ho qui sotto in macchina, cerco qualcuno a cui darlo. 
Lei non conosce nuca nessuno?
- Di che colore è il cane? - chiese il signor Remo con un brivido.
-Nero. Con due orecchie come un pipistrello.
Il tecnico uscì. Il televisore funzionava. 
Il signor Remo si sedette, ma non guardava lo schermo. Guardava la porta.
Dopo un istante, sentì le unghie raspare.
Al signor Remo tornò in mente un vecchio film della sua infanzia, con sepolti vivi e cadaveri che uscivano dalla tomba. Ma era nulla, in confronto al terrore di quel momento.
Boomerang il dolce zombie era tornato. Ancora più grasso, perché i bambini lo avevano rimpinzato. E lo guardava, con immutato amore, fedeltà e fiducia e altri sentimenti nobili.
- Ma lo vuoi capire che ti ho abbandonato? - urlò il signor Remo.
- Ci sarà un perché. Tu sei il mio saggio padrone, e ti voglio più bene di prima - rispose il cane con l'alfabeto della coda.
Allora il signore preparò un piano perfetto.
Avrebbe cambiato paese, addirittura continente, per un lungo viaggio. 
Lo rimuginava da tempo. Prelevò i risparmi, si comprò una giacca bianca e un cappello di paglia. Una mattina chiuse a chiave Boomerang in terrazza, e partì.
Prese un aereo e volò quattordici ore.
Quando scese dall'aereo, già si sentiva diverso e tropicale. 
Al ritiro bagagli si mise accanto a una ragazza abbronzata e le sorrise.
Sì, era lontano, lontano da tutto. Odore di mare e sole, non di cane.
Fu allora che si accorse di una strana scena. Una signora stava piangendo tra due poliziotti. 
Indicava una gabbia per cani, appena sbarcata dall'aereo.
- Ma non è possibile! - gridava con voce stridula - dov'è il mio Rufus?
- Signora, si calmi - diceva un poliziotto grattandosi la testa. 
-Non può essere successo quello che lei dice... 
Incuriosito, il signor Remo si avvicinò.
Senti il poliziotto che parlava con l'addetto ai bagagli smarriti.
-E accaduto qualcosa di molto strano. 
La signora ha inviato regolarmente il suo cane, in una gabbia nella stiva. 
Ma adesso dice che quello non è il suo animale.
-Impossibile...
- Il mio cane è un setter irlandese, - disse la signora piangendo - questo è un botolo grasso e orrendo. Mi ricordo benissimo che. alla partenza, stava girando libero per l'aeroporto.
-Vuole dire, signora, che qualcuno le ha sostituito il cane?
- Ma si - rise l'addetto ai bagagli - ...oppure il botolo ha aperto la gabbietta e si è sostituito al suo.
-Non faccia l'ironico. - disse la signora - lei non sa quanto sono intelligenti i cani!
Il signor Remo non aspettò che la gabbia venisse aperta. 
Di corsa, trascinando la valigia a rotelle, scappò per i corridoi dell'aeroporto, e sentì alle spalle il galoppo frenetico di Boomerang che lo inseguiva. Al volo salì sul taxi e disse:
-All'Hotel Tropicana, subito, di corsa.
-Non posso, senor- disse il tassista. - Davanti all'auto c'è un brutto cane sdraiato che non mi fa passare.
Il signor Remo sali nella sua camera, all'ultimo piano dell'hotel. 
Aprì il finestrone della terrazza. Boomerang annusava la moquette, soddisfatto.
Il signor Remo si tolse la giacca bianca e il cappello. 
Guardò il mare e l'orizzonte lontano. 
Prese la rincorsa e saltò.
L'ultima cosa che vide fu Boomerang, grasso e compatto come un proiettile, che precipitava al suo fianco, con uno sguardo di adorazione. Un gioco nuovo, padrone?
La stampa locale dedicò anche un titolo alla triste e commovente storia.
Li seppellirono insieme.
Stefano Benni, La grammatica di Dio


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giulia 11/02/2008 23.02.27
Gente rendiamoci conto che bisogna fare tanto di cappello ad uno scrittore che come dite era nella categoria "comici", ed ha saputo allontanarsi da questa etichetta con un libro veramente bellissimo! Nella vita purtroppo non ci sono solo le cose che fanno ridere, e Stefano Benni in questo libro, ci ha raccontato delle grandi attualità attraverso semplici storie che nascondo anche molta verità. Certo non è lo Stefano Benni di sempre ma ci sono anche queste cose che devono essere raccontate! E' un libro che reputo tra i più belli di Stefano Benni. 


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xavor 21/03/2008 10.46.07


    
La grammatica di Dio siamo noi, come vuole sottolineare Benni nel racconto di “Frate Zitto", noi le parole, noi gli errori, voluti o involontari, noi con le nostre storie, noi che a suo piacimento, come uno scrittore miscela i vocaboli più desueti e ammiccanti, veniamo mescolati, accostati, abbandonati, flagellati e in taluni casi alla fine salvati. Come i protagonisti di un best seller. Come i protagonisti di quell’eccelso best seller che è la Vita. Così ti capita di incontrare il tizio che ha ben poco da offrire, ma cerca l’amore, ed il riscatto sentimentale sembra averlo quando acquista il cellulare. Sente d’averlo e come lui il lettore, salvo poi vedere come va a finire (“ Mai più solo “). Oppure la ragazzina sbandatella, che sa meglio di molti come funziona il mondo, che ha vissuto più di tanti, sola in mezzo ad una strada, confinata fra i pregiudizi ed il cinismo sociale (“ Alice “). Cinismo come quello degli imprenditori, che inventano di tutto pur di vendere un prodotto fallimentare (“ Una rosa rossa “) o della politica, che non guarda in faccia a nessuno, fra lotte fratricide a tavolino pianificate e omicidi programmati per decreto (“ Una soluzione civile “). Ma nelle vite, fra le parole dal creato create, c’è anche la “nostalgia”, di quello che era e non è più, perché in questa fretta tutto si consuma senza nemmeno far la fiamma (“ Lo spirito del camino “) e c’è il “delirio d’onnipotenza” elevato all’ennesima potenza d’un dirigente che improvvisamente cominciò col tempo a non contare niente, fino a quando riprese si a contare, ma gli istanti che lo separavano dalla sua morte (“ Dottor Zero “)… La realtà che ci circonda, creativamente rappresentata, i mostri del nostro tempo sotto forma di storie verosimili a tal punto di esser più reali del vero
Questo è “ La grammatica di Dio “ di Stefano Benni, per Feltrinelli. 
Come è anche un palliativo ricreativo, leggere questo libro: 
un altro modo per sentirsi, in fondo, meno soli. 
Meno soli fra milioni di altri soli che cercano, solo, un po’ di compagnia.


Giovannino:
LA SOLITUDINE E L'ALLEGRIA.
[...] Il libro è di circa 180 pagine e all'interno ci sono ben 24 racconti, ognuno indipendente dall'altro (quindi si possono tranquillamente leggere anche non in sequenza e in tempi diversi) ma tutti vertono su due temi specifici: la solitudine e l’allegria (non sempre collegate). Ogni racconto di questa antologia segue uno schema preciso: breve descrizione iniziale per presentare il personaggio e il luogo e poi via con la storia che si conclude quasi sempre con una riflessione simpatica ed intelligente. [...] Ho apprezzato molto due racconti: “I due pescatori” e “Frate Zitto”, scritti molto bene e con un significato molto profondo. [...]




F.Angeli 
STORIE DI SOLITUDINE E ALLEGRIA
Una serie di racconti che sono accomunati da un senso di solitudine e situazioni tragicomiche plasmano la grammatica di Dio. [...] "Boomerang" ci dice quanto è diverso il cane dall'uomo, "Mai più solo" offre una triste prospettiva del nostro mondo invaso dai cellulari, "Una rosa rossa" ci insegna quanto possa essere subdolo un uomo per i soldi... [...]





Recensioni:
Un cane troppo fedele che torna sempre come un boomerang dal padrone che lo vuole abbandonare; un potentissimo manager pronto a tutto pur di riunire i Beatles per un concerto; un terzino fantasioso e romantico su uno spelacchiato campo di periferia; un arrogante e irredimibile uomo d'affari; un frate che sceglie il silenzio per sentirsi più vicino a Dio ma viene vinto dalla bellezza di una muta; una perfida vecchietta divorata dall'invidia e dal livore sono solo alcuni dei protagonisti di questa raccolta di racconti, nella quale Benni mostra il lato più curioso, imprevedibile e misterioso della vita.
https://www.ibs.it/grammatica-di-dio-storie-di-libro-stefano-benni/e/9788807017339


La grammatica di Dio.
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1. I racconti
1.1 Mai più solo
1.2 Lo scienziato
1.3 L'Orco
1.4 Alice
1.5 Una rosa rossa
1.6 Pari e patta
1.7 Le lacrime
1.8 Orlando furioso d'amore (L'orlando impellicciato)
1.9 L'istante
1.10 L'eutanasia del nonnino

"Boomerang" ci dice quanto è diverso il cane dall'uomo...
Nella notte, quasi nel delirio, il signor Remo si destava e vedeva gli occhi spalancati e amorevoli del cane, e le lunghe orecchie dritte, come antenne. E sembrava dire: anche la morte morderò, padrone mio, se si avvicina a te. Nell’anima ormai riarsa del signor Remo, l’odio per quell’amore smisurato crebbe…”

I racconti
Il signor Remo, sconvolto dalla perdita della moglie ed afflitto dalla solitudine, inizia ad odiare profondamente il suo cane, un grasso botolo di nome Boomerang. Ma più il signor Remo palesa con numerose vergognose azioni il suo disprezzo nei confronti dell'animale, più quest'ultimo si mostra assolutamente amorevole e devoto nei confronti dell'uomo. L'adorazione del cane cresce a tal punto che a nulla servono gli estenuanti tentativi di abbandono messi in atto da Remo: in un modo o nell'altro, Boomerang riesce infallibilmente a trovare il modo per tornare a casa. Disperato ed ossessionato, Remo decide infine di partire per un lungo viaggio in un paese tropicale, col sogno di cambiare radicalmente vita e, soprattutto, di star lontano dal cane. Quando tutto sembra andare finalmente secondo i suoi piani, l'uomo scopre che il quadrupede è riuscito, intrufolandosi nel vano bagagli dell'aereo, a seguirlo anche in quel paese remoto. Impazzito, il signor Remo si lancia dal balcone del suo hotel trovando la morte, non prima però di vedere, come ultima cosa, Boomerang al suo fianco: il cane aveva infatti seguito il padrone anche in quell'ultimo folle gesto. Gli abitanti del luogo, commossi ed addolorati dall'accaduto, contribuiranno a far continuare il connubio tra cane e padrone per l'eternità, seppellendoli insieme.

Mai più solo
È la storia di un uomo senza nome, narrata in prima persona, che conduce una vita solitaria non avendo amici né compagna. Un giorno, proprio sotto casa sua, apre un nuovo negozio specializzato nella vendita di telefonini. L'uomo non ha mai posseduto un simile aggeggio ma, spinto anche dalla bravura e dallo charme delle commesse, decide di comprare un cellulare ultimo modello, per sentirsi un po' più simile agli altri. Ma dal momento che avere un telefonino è inutile se non si ha nessuno con cui comunicare, il nostro inizia a far finta di parlare, soprattutto per strada ed al bar (è difatti invaghito della barista), con numerosi quanto variegati interlocutori, simulando, agli occhi di chi lo vede, una vita sociale attivissima ed invidiabile. Per simulare la chiamata in arrivo, l'uomo arriva ad acquistare un altro cellulare con cui chiama in continuazione, tenendolo occultato in una tasca, il suo cellulare "ufficiale", producendosi in ore ed ore di conversazioni immaginarie. La situazione precipita quando il protagonista scopre di essere debitore, nei confronti del suo gestore telefonico, di una cifra spropositata e che, per precauzione, il suo numero è stato bloccato. Sentendosi profondamente ridicolo ed umiliato, l'uomo perde la testa e, procuratosi una pistola, spara a due passanti di origine cinese impegnati in una conversazione con i cellulari (invidioso del fatto che "a me non telefona mai nessuno, a loro dalla Cina"), non prima però di aver distrutto la vetrina del negozio di telefonini colpevole di aver cambiato la sua vita.

Lo scienziato.
Un ambizioso e famoso scienziato decide di condurre una ricerca per scoprire chi sia "l'uomo più solo del mondo". Parte così per i luoghi più remoti ed isolati, al fine di incontrare improbabili eremiti che immancabilmente si finiscono per rivelare impostori o comunque non solitari come vorrebbero in realtà far credere. Scoraggiato e deluso dall'infruttuosità della ricerca, lo scienziato conclude che "nessun uomo può essere veramente solo". Tuttavia il racconto si conclude mostrandoci che in realtà è proprio il luminare a costituire l'esempio di una vita svolta in condizione di profonda ed estrema solitudine. Proprio quell'esempio da egli affannosamente ricercato ai quattro angoli del mondo.




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https://youtu.be/R-uOz6a1iI4








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