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mercoledì 18 ottobre 2017

Editto di Fontainebleau, 18 ottobre 1685. Casse di conversione. Le abiure dei protestanti - soprattutto di notabili, di commercianti e di artigiani che vedevano compromessa la loro attività - s'incrementarono dal 1675 a seguito della creazione, ideata dal ministro Paul Pellisson, delle Casse di conversione, finanziate a loro volta dalla Cassa degli Economati, precedentemente costituita con i proventi derivanti dalle abbazie vacanti: ogni conversione veniva ricompensata con una somma di denaro. L'idea non era nuova, dal momento che già dal 1598 l'Assemblea del clero francese aveva deliberato di ricompensare con denaro i pastori che si fossero convertiti al cattolicesimo. La Cassa di Pellisson seduceva soprattutto gli ugonotti più poveri ma fu sfruttata anche da persone che si dichiaravano falsamente ugonotti convertiti o che ritenevano bene convertirsi più volte. In ogni caso, i risultati ottenuti furono molto inferiori alle attese, ottenendo in tre anni circa diecimila conversioni, vere o presunte, in tutto il regno. I polemisti protestanti non mancarono di sottolineare la mancanza di scrupoli della Chiesa cattolica, che approvava un'iniziativa che ricordava la vecchia e mai abrogata pratica delle indulgenze.

Editto di Fontainebleau, 18 ottobre 1685.
Luigi XIV di Francia promulga l'editto di Fontainebleau, revocando l'editto di Nantes - di Enrico IV - che aveva confermato ai protestanti la libertà di culto e aveva concesso loro diritti politici, militari e territoriali.

Il 18 giugno 1629 Luigi XIII pose l'assedio alla cittadina protestante di Alès che capitolò in nove giorni. Il 17 giugno 1629 Luigi XIII e il cardinale Richelieu, in veste militare, vi entrarono alla testa delle loro truppe e gli ugonotti furono autorizzati a partire per Anduze con la promessa di non prendere più le armi contro il re; il 28 giugno venne siglata, nel vicino campo di Lédignan, la pace, che modificò l'Editto di Nantes, revocando agli ugonotti gli acquisiti diritti politici, militari e territoriali: i protestanti persero il diritto di riunione, di avere un esercito proprio e le loro piazzeforti vennero smantellate; venne ancora mantenuta, tranne che a Parigi, la libertà di culto.

La «religione pretesa riformata» - questa era la formula utilizzata dai cattolici - per una trentina di anni riuscì a mantenere la situazione creatasi, pur dovendo spesso ricorrere in giudizio per non perdere i residui riconoscimenti. Del resto, il cardinale Richelieu rispettò le conclusioni della pace di Alès, dal momento che le contingenze politiche, che lo vedevano alleato con i principi protestanti tedeschi e con la Corona svedese nella guerra dei Trent'anni, gli consigliavano di evitare ogni conflitto interno con gli ugonotti.

La pratica attuazione del progetto di smantellamento dell'Editto di Nantes iniziò nel 1661, con l'emissione di decreti reali che facevano divieto ai pastori di predicare fuori dai templi e perciò anche nelle città che fossero prive di templi dedicati al culto riformato; i divieti furono estesi al canto dei salmi fuori dal luogo di culto

Nel 1663 fu fatto divieto alle chiese protestanti di comunicare fra di loro per lettera e furono permessi i funerali dei protestanti solo all'alba e nelle prime ore della notte, con un numero di partecipanti non superiore a trenta, ridotto a dieci l'anno successivo, salvo revocare il decreto sul numero chiuso dei partecipanti nel 1669.

Fu poi vietato ai protestanti di accedere alle cariche pubbliche di grado elevato e di esercitare un certo numero di mestieri: di fronte ai ricorsi presentati contro tali decreti, ricorsi, del resto, quasi sempre rigettati dalle corti di giustizia, nel 1665 un altro decreto reale proibì a chi fosse protestante di istruire procedimenti giudiziari e nel 1676 furono soppresse le camere comuni di cattolici e protestanti già attive nei Parlamenti di Tolosa e di Grenoble. 

Le abiure dei protestanti - soprattutto di notabili, di commercianti e di artigiani che vedevano compromessa la loro attività - s'incrementarono dal 1675 a seguito della creazione, ideata dal ministro Paul Pellisson, delle Casse di conversione, finanziate a loro volta dalla Cassa degli Economati, precedentemente costituita con i proventi derivanti dalle abbazie vacanti: ogni conversione veniva ricompensata con una somma di denaro. L'idea non era nuova, dal momento che già dal 1598 l'Assemblea del clero francese aveva deliberato di ricompensare con denaro i pastori che si fossero convertiti al cattolicesimo. La Cassa di Pellisson seduceva soprattutto gli ugonotti più poveri ma fu sfruttata anche da persone che si dichiaravano falsamente ugonotti convertiti o che ritenevano bene convertirsi più volte. In ogni caso, i risultati ottenuti furono molto inferiori alle attese, ottenendo in tre anni circa diecimila conversioni, vere o presunte, in tutto il regno. I polemisti protestanti non mancarono di sottolineare la mancanza di scrupoli della Chiesa cattolica, che approvava un'iniziativa che ricordava la vecchia e mai abrogata pratica delle indulgenze.

Alessandra Cortese
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Editto di Fontainebleau

martedì 13 giugno 2017

Costantino. L'Editto di Milano - 13 giugno 313 d.C. non si dovrà [più] negare questa libertà assolutamente a nessuno che abbia aderito in coscienza alla religione dei Cristiani, o a quella che abbia ritenuto la più adatta a sé; così la suprema divinità, al culto della quale ci inchiniamo [pure noi] con animo libero, potrà accordarci in tutte le circostanze il suo continuo favore e la sua benevolenza. Pertanto, conviene che la Vostra Eccellenza sappia che abbiamo deciso di annullare senza eccezione tutte le restrizioni già notificate per iscritto a codesto ufficio e aventi per oggetto il nome dei Cristiani, e di abrogare altresì le disposizioni che possano apparire contrarie ed estranee alla Nostra Clemenza, permettendo [da] ora [in avanti] – a chiunque voglia osservare la religione dei Cristiani – di farlo senz’altro con assoluta libertà, senza essere disturbato e molestato. Abbiamo creduto di dover comunicare per esteso alla tua sollecitudine queste decisioni, perché tu sappia che noi abbiamo concesso ai suddetti Cristiani la facoltà libera e incondizionata di praticare la loro religione.

L'Editto di Milano - 13 giugno 313 d.C.
«Io, Costantino Augusto, come pure io, Licinio Augusto, ci siamo riuniti felicemente in Milano per trattare di tutte le questioni che riguardano il bene e la sicurezza pubblici. E fra tutti gli altri provvedimenti da varare a vantaggio della maggioranza delle persone abbiamo ritenuto doveroso regolare prima di tutto quelli relativi al rispetto della divinità, concedendo sia ai Cristiani sia a tutti la libera possibilità di seguire la religione che ognuno si è scelta; in questo modo tutto quello che c’è di divino nella sfera celeste potrà riconciliarsi e cooperare con noi e con tutti quelli che dipendono dalla nostra autorità. Perciò abbiamo creduto, con spirito salutare e rettissimo, di dover prendere questa decisione: non si dovrà [più] negare questa libertà assolutamente a nessuno che abbia aderito in coscienza alla religione dei Cristiani, o a quella che abbia ritenuto la più adatta a sé; così la suprema divinità, al culto della quale ci inchiniamo [pure noi] con animo libero, potrà accordarci in tutte le circostanze il suo continuo favore e la sua benevolenza. Pertanto, conviene che la Vostra Eccellenza sappia che abbiamo deciso di annullare senza eccezione tutte le restrizioni già notificate per iscritto a codesto ufficio e aventi per oggetto il nome dei Cristiani, e di abrogare altresì le disposizioni che possano apparire contrarie ed estranee alla Nostra Clemenza, permettendo [da] ora [in avanti] – a chiunque voglia osservare la religione dei Cristiani – di farlo senz’altro con assoluta libertà, senza essere disturbato e molestato. Abbiamo creduto di dover comunicare per esteso alla tua sollecitudine queste decisioni, perché tu sappia che noi abbiamo concesso ai suddetti Cristiani la facoltà libera e incondizionata di praticare la loro religione. Vedendo quello che abbiamo concesso ai [Cristiani] stessi, la Tua Eccellenza comprende che una possibilità ugualmente libera e incondizionata di professare la propria religione è stata riconosciuta pure agli altri, come esige la nostra era di pace, sicché ognuno abbia il pieno diritto di prestare il culto che si è scelto. E questo lo abbiamo deciso perché deve risultare chiaro che da parte nostra non si è voluta arrecare la minima violazione a nessun culto e a nessuna religione. Inoltre, per quanto riguarda i Cristiani, abbiamo ritenuto di dover fissare anche un’altra disposizione. I luoghi dove essi avevano in precedenza l’abitudine di riunirsi, e che nelle lettere inviate in passato alla tua amministrazione erano descritti in modo dettagliato, dovranno essere restituiti senza pagamento e senza nessuna richiesta d’indennizzo, evitando ogni frode e ogni equivoco, da parte di quelli che risultano averli acquistati in epoca precedente dal patrimonio statale o da chiunque altro. Anche quelli che abbiano ricevuto in dono [tali proprietà] devono restituirle al più presto ai Cristiani; e se gli acquirenti o chi ha ricevuto donazioni richiederanno qualcosa alla Nostra Benevolenza si rivolgano al vicario, perché dia loro soddisfazione in nome della Nostra Clemenza. È tuo compito inderogabile che tutti questi beni vengano restituiti senza esitazione alla comunità dei Cristiani. E poiché gli stessi Cristiani si sa che possedevano non solo i luoghi per le loro abituali riunioni ma anche altri, appartenenti di diritto alla loro comunità, cioè alle chiese e non a singole persone, ordinerai di restituirli tutti ai Cristiani, ossia alla loro comunità e alle loro chiese, secondo la procedura sopraesposta, senza nessun equivoco o contestazione. Vale solo la riserva enunciata prima: chi restituirà questi beni gratuitamente, come abbiamo detto, potrà contare su un risarcimento dalla Nostra Benevolenza. In tutti questi adempimenti sarà tuo dovere assicurare alla suddetta comunità dei Cristiani il tuo sostegno più fattivo, in modo che il Nostro Ordine venga eseguito al più presto, e in questa faccenda grazie alla Nostra Clemenza sia tutelata la tranquillità pubblica. Solo a queste condizioni si ripeterà quel che si è visto prima: cioè il favore divino da noi sperimentato in circostanze così importanti continuerà a propiziare in ogni occasione i nostri successi, per la prosperità di tutti. Ma per fare in modo che tutti possano essere informati del contenuto di questa nostra generosa ordinanza conviene che tu promulghi le suddette disposizioni con un tuo editto, affiggendolo ovunque e facendolo conoscere a tutti: così queste nostre decisioni, suggerite dalla Nostra Benevolenza, non potranno rimanere ignorate».

(L. Cecilio Firmiano Lattanzio, De mortibus persecutorum, 48, 2-12)


«Cum feliciter tam ego [quam] Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in sede caelesti nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere. Itaque hoc consilium salubri ac recticissima ratione ineundum esse credidimus, ut nulli omnino facultatem abnegendam putaremus, qui vel observationi Christianorum vel ei religioni mentem suam dederet quam ipse sibi aptissimam esse sentiret, ut possit nobis summa divinitas, cuius religioni liberis mentibus obsequimur, in omnibus solitum favorem suum benivolentiamque praestare. Quare scire dicationem tuam convenit placuisse nobis, ut amotis omnibus omnino condicionibus quae prius scriptis ad officium tuum datis super Christianorum nomine <continebantur, et quae prorsus sinistra et a nostra clementia aliena esse> videbantur, <ea removeantur. Et> nunc libere ac simpliciter unus quisque eorum, qui eandem observandae religionis Christianorum gerunt voluntatem citram ullam inquietudinem ac molestiam sui id ipsum observare contendant. Quae sollicitudini tuae plenissime significanda esse credidimus, quo scires nos liberam atque absolutam colendae religionis suae facultatem isdem Christianis dedisse. Quod cum isdem a nobis indultum esse pervideas, intellegit dicatio tua etiam aliis religionis suae vel observantiae potestatem similiter apertam et liberam pro quiete temporis nostri <esse> concessam, ut in colendo quod quisque delegerit, habeat liberam facultatem. <Quod a nobis factum est ut neque cuiquam> honori neque cuiquam religioni <detractum> aliquid a nobis <videatur>. Atque hoc insuper in persona Christianorum statuendum esse censuimus, quod, si eadem loca, ad quae antea convenire consuerant, de quibus etiam datis ad officium tuum litteris certa antehac forma fuerat comprehensa, priore tempore aliqui vel a fisco nostro vel ab alio quocumque videntur esse mercati, eadem Christianis sine pecunia et sine ulla pretii petitione, postposita omni frustratione atque ambiguitate restituant; qui etiam dono fuerunt consecuti, eadem similiter isdem Christianis quantocius reddant; etiam vel hi qui emerunt vel qui dono fuerunt consecuti, si petiverint de nostra benivolentia aliquid, vicarium postulent, quo et ipsis per nostram clementiam consulatur. Quae omnia corpori Christianorum protinus per intercessionem tuam ac sine mora tradi oportebit. Et quoniam idem Christiani non [in] ea loca tantum ad quae convenire consuerunt, sed alia etiam habuisse noscuntur ad ius corporis eorum id est ecclesiarum, non hominum singulorum, pertinentia, ea omnia lege quam superius comprehendimus, citra ullam prorsus ambiguitatem vel controversiam isdem Christianis id est corpori et conventiculis eorum reddi iubebis, supra dicta scilicet ratione servata, ut ii qui eadem sine pretio sicut diximus restituant, indemnitatem de nostra benivolentia sperent. In quibus omnibus supra dicto corpori Christianorum intercessionem tuam efficacissimam exhibere debebis, ut praeceptum nostrum quantocius compleatur, quo etiam in hoc per clementiam nostram quieti publicae consulatur. Hactenus fiet, ut, sicut superius comprehensum est, divinus iuxta nos favor, quem in tantis sumus rebus experti, per omne tempus prospere successibus nostris cum beatitudine publica perseveret. Ut autem huius sanctionis <et> benivolentiae nostrae forma ad omnium possit pervenire notitiam, prolata programmate tuo haec scripta et ubique proponere et ad omnium scientiam te perferre conveniet, ut huius nostrae benivolentiae [nostrae] sanctio latere non possit».

(L. Cecilio Firmiano Lattanzio, De mortibus persecutorum, 48, 2-12)


Due Augusti. 
Bassorilievo, porfido, inizi IV sec. d.C. 
Roma, Musei Vaticani.

mercoledì 3 maggio 2017

Tolleranza è un termine relativo alla capacità di sopportare, senza esserne danneggiati, qualcosa che di per sé potrebbe essere spiacevole o dannosa

« Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.[1] »

Tolleranza è un termine relativo alla capacità di sopportare, senza esserne danneggiati, qualcosa che di per sé potrebbe essere spiacevole o dannosa[2].

In senso sociologico la tolleranza si manifesta in chi, teoricamente e praticamente, mostra rispetto nei confronti di coloro che pensano e agiscono credendo in diversi principi relativi alla religione, alla politica, all'etica, alla scienza, all'arte e alla letteratura.[3]

La tolleranza non può essere definita in senso positivo come una virtù poiché riguarda una negatività che viene sopportata per una serie di motivi che escludono un'accettazione piena e senza condizioni di ciò che viene tollerato:
« La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.[4] »

Tuttavia la tolleranza esprime una funzione positiva nel senso che fa apparire una diversità di opinioni che dal confronto dialettico possono procurare una più ampia verità.

Voltaire, l'autore del Trattato sulla tolleranza (1763)
Indice  [nascondi] 
1 Origini del principio di tolleranza
2 La storia e la teorizzazione del principio di tolleranza
3 Il paradosso della tolleranza [15]


Origini del principio di tolleranza.
Nelle religioni politeistiche antiche non esisteva il principio di tolleranza poiché la moltitudine degli dei escludeva che vi fossero divinità vere e uniche ed era quindi naturale praticare la libertà religiosa ma, poiché la religione era intesa spesso come fattore di unificazione sociale, veniva condannata l'empietà intesa come attentato all'ordine sociale come accadde per Socrate accusato di non credere agli dei tradizionali della città e quindi condannato per "ateismo".[5] 

La tolleranza venne affermata con forza dallo stoicismo che la fondò sul cosmopolitismo e su un "diritto naturale" appartenente a tutte le genti: Seneca riprese questi principi che, tramite una presunta sua corrispondenza con Paolo di Tarso, passarono al cristianesimo [6]


Nel Medioevo Tommaso d'Aquino sosteneva che si potevano tollerare le differenze di culto fra cristiani, ebrei e musulmani, rifacendosi alla dottrina di Agostino d'Ippona che dichiarava che la fede è opera della Grazia divina e non può quindi essere imposta dagli uomini.[7]. Il Medio Evo, del resto, tendeva a valorizzare le differenze, come si vede anche dalla lettera che Stefano d'Ungheria (santo per la Chiesa cattolica) scrive al figlio, in cui gli dice: "Un regno che abbia una sola lingua e una sola consuetudine di condotta è infermo e fragile"[8].

Nel XIII secolo, in Spagna risalta la figura del re Ferdinando III di Castiglia, detto il Santo, noto come il re delle tre religioni, per la convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani, durante il suo regno.
Dante Alighieri si dibatté sul problema della salvezza dei pagani tra l'affermazione che extra Ecclesia nulla salus e l'apologo, ripreso anche da Giovanni Boccaccio, della "fiaba delle tre anella",[9]. che si rifaceva a quel principio di tolleranza che sarà poi teorizzato dall'Illuminismo che prenderà a modello esemplare «...la figura storica e nello sviluppo leggendario di Yussuf ibn Ayyub Salah al-Din (Saladino), il principe curdo divenuto sultano di Siria e d'Egitto nell'ultimo quarto del 12° sec. e nella letteratura occidentale del Duecento passato, dall'iniziale ruolo di crudele «nemico della croce» (è a lui che si deve la cacciata dei crociati da Gerusalemme, nel 1187) a quello di specchio e modello delle virtù cavalleresche...[espresse nella "cortesia" occidentale]». Il Saladino viene mostrato infatti come l'«eroe della tolleranza nel dramma di G.E. Lessing "Nathan der Weise", scritto nel 1779, in cui si riprende appunto la narrazione delle "tre anella".»[10]

Si cominciò a dibattere sulla tolleranza nel XVI secolo in quegli Stati, come Francia, Inghilterra e Boemia, dove si verificarono cambiamenti religiosi dovuti anche all'indebolirsi di quel fattore unificatore che era stato il potere imperiale in difficoltà ora nel reprimere la diffusione di confessioni religiose, come ad esempio la Riforma, diverse dal cattolicesimo.

La tolleranza dunque nasce nell'ambito religioso come la posizione di coloro che sostengono sia meglio astenersi dal perseguitare le nuove idee religiose che, se represse, potrebbero generare problemi maggiori. È meglio scegliere di tollerare, considerato come il minore dei mali come già in passato aveva sostenuto Marsilio da Padova (1275-1343) che negava ogni validità a un'imposizione con la forza della fede religiosa poiché della legge divina unico giudice è Dio e riconosceva nel suo Defensor pacis che anche nelle diverse religioni possano sussistere principi validi moralmente.
Sulle posizioni di Marsilio sembra essere Martin Lutero (1483-1546) che si oppone a che gli eretici siano condannati al rogo poiché la violenza non può essere strumento di fede. Una concezione questa però negata dallo stesso riformatore che in occasione della guerra dei contadini (1525), scatenata dal predicatore Thomas Müntzer, auspica per i rivoltosi la pena di morte per mano del potere politico concepito come espressione della volontà di Dio nella repressione del male:
« Essi hanno provocato ribellione, hanno rapinato e saccheggiato con grande scelleratezza conventi e castelli che non appartenevano loro, meritandosi così senza alcun dubbio la morte del corpo e dell'anima, perché banditi di strada e assassini.[11] »

Miguel Serveto

Calvino (1509-1564) cadrà nella stessa contraddizione quando si scaglierà contro le posizioni intransigenti della Chiesa cattolica ma poi egli stesso nel 1553 condannò e fece bruciare Michele Serveto, medico spagnolo sostenitore dell'antitrinitarismo che si era rifugiato a Ginevra per scampare all'Inquisizione cattolica.

A Calvino che giustificava la sua intransigenza nel suo testo Defensio orthodoxae fidei affermando che non si poteva essere tolleranti nei confronti di chi bestemmiava Dio, il savoiardo Sébastien Castellion (1515-1563) dopo aver difeso la libertà e la tolleranza religiosa nell'opera "De hereticis an sint persequendi" (Se gli eretici debbano essere perseguitati), scriveva nell'opuscolo Contro il libello di Calvino a proposito della condanna al rogo di Serveto:
« Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava refutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa[12] »

La storia e la teorizzazione del principio di tolleranza.
« Si sbaglierebbe se si cercasse di definire l'idea di tolleranza alla luce esclusiva della ragione: anzi, essa è [...] sostanziata di elementi desunti dall'esperienza, secondo un connotato tipico del pensiero scientifico occidentale moderno che non si appaga di definizioni teoriche ma ne esige la verifica di «laboratorio». E il «laboratorio» nel quale andò maturando [...] fu [quello] dei campi di battaglia e delle stragi, della barbarie, della desolazione del «secolo di ferro» aperto con la Riforma luterana e conclusosi con le paci del 1648-59, alla fine della guerra dei Trent'anni. Fu non tanto dalla comoda e serena prospettiva delle biblioteche in cui lavoravano e discutevano i dotti, ma dalla carne e dal sangue di un'Europa dilaniata ed esausta che scaturì con prepotenza l'ideale della tolleranza[10] »

Le devastazioni delle guerre di religione fecero maturare la mutua inter christianos tolerantia[13] attraverso una serie di tregue che non portarono alla reciproca tolleranza ma che facevano sperare in una definitiva pace religiosa.

La Pace di Augusta (1555) trasferiva dall'imperatore ai principi il diritto di riconoscere la confessione religiosa dei loro sudditi; ai dissidenti rimaneva solo la possibilità di emigrare là dove la loro religione era tollerata.

L'Editto di Nantes del 1598 garantiva ai nobili calvinisti il rispetto delle loro libertà ma l'esigenza dell'unità religiosa farà abbattere da Richelieu ogni presidio militare a garanzia della tolleranza pur mantenendo i diritti religiosi e civili degli ugonotti. L'editto sarà poi definitivamente abrogato da Luigi XIV di Francia (1685) in nome del principio monarchico-assolutistico.

Nel principato di Transilvania la Dieta di Turda (1568) assicurò ampia tolleranza alle diverse confessioni religiose e altrettanto avvenne in Polonia con la dieta di Varsavia (1573).

Sul finire del secolo mentre i gesuiti diventavano protagonisti di una restaurazione religiosa nell'Europa centro-orientale[14] Jean Bodin (1530-1596) avanzava la tesi che sosteneva che era dovere dello Stato rimanere estraneo ai conflitti religiosi e proponeva la tolleranza verso i riformati in cambio dell'obbedienza civile.

Baruch Spinoza nel suo Tractatus teologico-politicus nel 1670 faceva discendere il principio di tolleranza dalla libertà di pensiero e il potere dello Stato, che non poteva reprimere la coscienza interiore degli uomini, andava limitato alle cose e azioni esterne.

Nel 1689 John Locke, nella Epistola sulla tolleranza affermava che le credenze religiose non erano dipendenti dalla volontà degli individui e quindi non potevano essere imposte dalla legge civile che non può intervenire nei confronti di quelle società private che sono le singole Chiese nelle quali liberamente si entra e si esce a seconda della propria volontà. Le Chiese, prive di ogni potere politico divenivano quindi strumento di concordia civile tranne il cattolicesimo, che andava vietato poiché obbediva a un'autorità, quella papale, esterna a quella dello Stato.

Nel '700 illuminista il principio di tolleranza troverà una conclusiva definizione nel Traité sur la tolérance (1763) di Voltaire e la sua pratica attuazione nella Costituzione degli Stati Uniti d'America (1791) a cui seguiranno la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino il 26 agosto (1789), il Protocollo finale del Congresso di Vienna (1815); con il primo riferimento anche alla difesa delle minoranze etniche), il Trattato di Berlino del 1878, i Quattordici punti di Thomas Woodrow Wilson (1918), il Patto della Società delle Nazioni (1920), lo Statuto delle Nazioni Unite (1945), Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (1981), Carta di Algeri: Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (1976) ed altre solenni dichiarazioni.

Il paradosso della tolleranza.
Si può ancora sostenere la tolleranza quando degli atti terroristici causano centinaia di morti? Possiamo concedere la libertà a persone che non sono disposte a condividere i nostri valori fondamentali? Tollerare vuol dire anche porre dei limiti.

I numerosi attentati terroristici di matrice islamica che hanno colpito mezza Europa (Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, ecc.) hanno creato un clima di paura, insicurezza, diffidenza in tutta la popolazione. Questo è comprensibile. Gli assassini di domani vivono in mezzo a noi. Gli assassini di oggi prima di passare all’azione hanno vissuto per anni nelle nostre città senza farsi notare. Noi non sappiamo se il prossimo attentato non viene programmato proprio da un nostro vicino, o se il prossimo massacro non coinvolgerà pure noi. Gli attentatori colpiscono la nostra società nel suo punto più debole; la loro violenza è rivolta contro quello che per l’occidente è di centrale importanza: la libertà, la democrazia, l’uguaglianza dei diritti, la tolleranza. Il trionfo dei terroristi sarebbe riuscire a screditare questi valori. La loro vittoria ci sarebbe quando noi, per combattere loro, tradissimo proprio questi valori fondamentali. In effetti noi dobbiamo difendere il nostro ordine sociale ma non dobbiamo rinunciare alle conquiste che hanno portato alla nostra società liberale. Questo dilemma ci porta inevitabilmente al concetto di tolleranza.
La tolleranza attualmente è sotto pressione. Le istanze per una “fine della sopportazione” diventano sempre più insistenti; e non sono del tutto infondate. Ma si può essere tolleranti verso persone che non sono disposte a fare un passo indietro relativamente a questioni che la loro cultura e convinzioni religiose considerano colpevoli? Si può chiedere tolleranza quando delle persone in nome di Allah si dichiarano apertamente nemiche della democrazia e nel contempo rivendicano diritto a libertà che esse stesse poi negano ad altri? Naturalmente non ognuno che abbia un concetto diverso dei valori che regolano la società può essere considerato un nemico. Gli attentati subiti in Europa non potrebbero forse anche essere la conseguenza di un atteggiamento troppo morbido nei confronti di persone che usano in modo indebito le aperture della nostra società? Cosa può tollerare una società che si considera “aperta”?
I problemi si incontrano e si misurano nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo vietare il velo integrale? Possiamo permettere la creazione di società religiose parallele? Deve intervenire lo Stato nei confronti di un disegnatore quando questi pubblica caricature anti-islamiche? Come dobbiamo comportarci nei confronti di genitori che vietano alle loro figlie di stringere la mano all’insegnante o di partecipare a corsi di nuoto o di ginnastica? “Non possiamo vietare tutto quello che noi rifiutiamo” ha affermato il ministro degli interni tedesco De Maizière; ed ha perfettamente ragione. Come cittadini di una società aperta dobbiamo accettare che altre persone facciano o dicano cose che ci disturbano. E che qualcosa corrisponda alle nostre convinzioni o alle aspettative della maggioranza della popolazione, questo non può né deve essere determinante perché essa venga tollerata o meno. Dobbiamo anche accettare il fatto che qualche volta i nostri sentimenti vengano feriti, e che lo Stato non intervenga per difenderli (per esempio nella satira di critica religiosa). Questa è la conseguenza di una cultura che garantisce la libertà di opinione e di parola, anche lì dove essa può far male. Ma dove passa la linea di demarcazione? Del tutto netta essa non è, eccetto quando vengono violate delle leggi.
Determinante è che la tolleranza funziona solo lì dove essa è reciproca. Però essa non consiste semplicemente nel lasciar fare. La società difende le libertà di ogni cittadino, ma pretende anche che ciascuno di essi le riconosca in egual modo agli altri. E questo indipendentemente dal fatto se gli vada a genio o meno quello che fa il suo vicino. Io posso tollerare solo quello che rifiuto ma che sono disposto a sopportare. Tolleranza non vuol dire che io abbia un atteggiamento positivo o anche indifferente verso un fenomeno o una persona: io posso anche combattere quello che tollero. Ma nonostante questo posso protestare quando questo venisse vietato.
Tollerare significa sopportare, e precisamente qualcosa che va contro le proprie convinzioni. Questo è possibile solo in una società che ammette il confronto fra diverse posizioni ed opinioni. La tolleranza necessita di un contrasto, di un dibattito fecondo. Chi non è disposto a tollerare che le sue convinzioni vengano messe in discussione non ha diritto a rivendicare alcuna tolleranza. A questo ha fatto riferimento Karl Popper quando, dopo l’esperienza del fascismo, rammentò l’inevitabile paradosso della tolleranza nella società: che non appena vengono tollerate persone intolleranti, o presto o tardi i tolleranti finiscono. Tolleranza senza limiti porta alla scomparsa della tolleranza. Perché l’intolleranza, per sua natura, tende a sopraffare la tolleranza e ad eliminarla.
La tolleranza non è una ricetta sicura per la pace sociale. Essa è altra cosa che il rispetto. Goethe nelle sue “Massime e riflessioni” scrisse che “La tolleranza, in vero, dovrebbe essere soltanto un modo transitorio. Essa deve portare all’accettazione. Sopportare vuol dire offendere”. Non è neppure un guanciale su cui poter riposare, ma richiede continua vigilanza, da entrambe le parti. La vera tolleranza non scaturisce da una società esitante e insicura, né dalla speranza in un mondo sano, ma da una obiettiva valutazione della realtà. Essa può portare al riconoscimento o al divieto di un gruppo politico o religioso. Chi auspica la fine della tolleranza è in errore. Con i tempi che corrono dobbiamo usare maggiormente la tolleranza che la sopportazione. Essa ci richiede che garantiamo e ci impegniamo per le nostre convinzioni e imponiamo le regole della convivenza. Una tolleranza male intesa è quella che crede che dobbiamo accettare tutto semplicemente perché è altro e straniero. Possiamo essere tolleranti solo fin dove siamo disposti a difendere le nostre posizioni. E sopportare vuol dire anche porre dei limiti.

Note
1^ Questa frase, spesso attribuita a Voltaire, in realtà è opera di Evelyn Beatrice Hall autrice britannica, sotto lo pseudonimo di "S. G. Tallentyre", di una biografia del filosofo intitolata The Friends of Voltaire.
2^ Dizionario Treccani alla voce corrispondente
3^ Ove non indicato diversamente, le informazioni contenute nella voce hanno come fonte Nunzio Angiolilli, Dall'intolleranza religiosa alla tolleranza
4^ Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, a cura di Dario Antiseri, traduzione di Renato Pavetto, Armando Editore, Roma, 1974
5^ A. Pincherle, "Intolleranza", Enciclopedia Italiana Treccani (1933)
6^ Franco Cardini, Intolleranza/tolleranza, Dizionario di storia Treccani (2011)
7^ Margherita Zizi, Tolleranza, Enciclopedia Italiana Treccani (2006)
8^ Stefano d'Ungheria, Esortazioni al figlio. Leggi e decreti, Città Nuova, Roma 2001, pag. 61.


https://it.wikipedia.org/wiki/Tolleranza

domenica 23 aprile 2017

Tolleranza e libertà religiosa. la tolleranza non indebolisce lo stato, ma lo rafforza. Nel 1598 l’editto di Nantes concretizzò le dottrine dei politiques, in antitesi alle convinzioni più diffuse: era l’intolleranza a essere pericolosa per l’ordine pubblico, perché spingeva alla violenza le confessioni discriminate. La difesa degli interessi dello stato (la pace e l’ordine) era più importante della lotta contro l’eresia.


  • Tolleranza e libertà religiosa.
Introduzione.
Il principio di tolleranza religiosa consiste nell’ammettere che il seguace di dottrine che noi consideriamo false o erronee sia mosso da una fede sincera e abbia perciò il diritto di professarle liberamente e pubblicamente. 

Nel suo scritto del 1524 Sul libero arbitrio Erasmo da Rotterdam aveva delineato una doppia strategia della tolleranza: da un lato la necessità della moderazione e la buona disposizione a «contribuire alla chiarificazione della verità», senza scendere a «una lotta fra gladiatori»; dall’altro il riconoscimento che molti punti delle Sacre Scritture sono di difficile interpretazione e non devono cancellare il sostanziale accordo sugli elementi davvero essenziali della fede cristiana. Questo spirito di concordia non riuscì però a sopravvivere al clima sempre più rovente delle dispute di fede. 

Lutero, che era partito da un’idea molto ampia di libertà di coscienza, finì rapidamente per chiedere la pena di morte per gli eretici

Ugualmente le autorità di Ginevra, giustificate da Calvino, mandarono al rogo per eresia Michele Serveto e vietarono la pubblicazione del libro di Sebastiano Castellione a favore della tolleranza.

Di tolleranza si può parlare anche in un senso diverso, pensando al rapporto fra lo stato e gli individui. Può lo stato tollerare l’esistenza di più confessioni quando si è, purtroppo, dovuto constatare che ciò conduce alla guerra civile? 
La risposta fu a lungo negativa e il principio del cuius regio eius religio, per cui i sudditi avrebbero dovuto conformarsi alla religione del loro principe, fece da fondamento a una pratica di intolleranza essenzialmente indirizzata a salvare la pace all’interno dello stato. 

Le guerre di religione francesi suonarono come una pesante smentita per chi aveva pensato che lo stato fosse in grado di far convivere confessioni diverse. Nel 1598 l’editto di Nantes fece della Francia un caso eccezionale di grande stato che concedeva la pace religiosa a una consistente minoranza. Ma l’idea di tolleranza che in tal modo si era affermata conteneva ancora un giudizio di riprovazione nei confronti di ciò che veniva tollerato. Quella che veniva chiamata “pretesa religione riformata” era, appunto, soltanto tollerata, perché si riconosceva che tentare di sopprimerla provocava mali maggiori che concederle delle garanzie.

L’affermazione del moderno principio della libertà di coscienza in materia religiosa – non più soltanto “tollerata” ma affermata come un valore in sé – fu un passo ulteriore e più difficile. Un ruolo decisivo fu giocato in ciò dagli anabattisti (protestanti tedeschi che sostenevano la non validità del battesimo impartito ai neonati), dopo che questi ebbero abbandonato l’originario fanatismo. Fu da questo anabattismo pacifista che all’inizio del XVII secolo nacquero, in Olanda, in Inghilterra e in alcune delle colonie inglesi in America, chiese come quelle dei battisti, che praticano tuttora il battesimo in età adulta, e dei quaccheri il cui fondatore George Fox, invitando i fedeli a “tremare” (to quake, in inglese) davanti alla parola di Dio, li esortava a una vita semplice e a rinnegare il lusso e l’uso delle armi

Dalla dottrina della separazione fra chiesa e stato queste chiese ricavarono, accanto al rifiuto della guerra e di ogni violenza, la totale autonomia della coscienza di fronte a qualsiasi potere costituito. Diventava alla fine possibile teorizzare come un fatto positivo l’esistenza di molte dottrine religiose.

https://keynes.scuole.bo.it/siti_tematici/farestoria/percorsi/p04_02_00.html



  • Libertà di coscienza e repressione dell’eresia.
Sin dai suoi primi scritti Lutero rivendicò l’autonomia della fede da ogni potere esterno, fosse lo stato o la chiesa organizzata. Poiché nessuna forza materiale, ma solo lo Spirito Santo, poteva suscitare la fede, non poteva esistere alcun potere legittimo in grado di costringere gli eretici a credere

Fra le affermazioni di Lutero condannate dalla bolla papale di scomunica del 1520 vi era anche questa: «Mandare al rogo gli eretici è contro la volontà dello Spirito». In seguito, di fronte al movimento anabattista e ai suoi incitamenti alla violenza, Lutero tenne fermi i suoi princìpi: 
in quanto rivolta armata l’anabattismo andava represso dallo stato, ma in quanto eresia andava combattuto con armi spirituali. Ma nel 1530, quando in Germania si erano affermate le chiese protestanti di stato, Lutero rovesciò del tutto le sue posizioni: anche gli eretici non sediziosi vanno condannati a morte.

1525
Quanto agli eretici e ai falsi dottori, non dobbiamo sradicarli né sterminarli. 
Il Cristo dice apertamente che bisogna lasciarli crescere. La Parola di Dio è il nostro unico soccorso e in questo campo colui che è cattivo oggi può diventare buono domani. Chissà se la parola di Dio non potrà toccare il suo cuore? Ma se egli viene bruciato o distrutto la sua conversione è resa impossibile […]. Ecco perché il Signore dice che il buon grano rischia di essere strappato con la zizzania. Ciò è avverso agli occhi di Dio ed è assolutamente insostenibile.

1527
Non è giusto, e io sono profondamente turbato, che quei poveretti [gli anabattisti] siano miseramente messi a morte, bruciati e crudelmente assassinati. Lasciamo che ognuno creda quello che vuole: se è nell’errore avrà abbastanza punizione nel fuoco dell’inferno. A meno che non vi sia sedizione, si dovrebbe mettere loro di fronte la Scrittura e il Verbo di Dio. Con il fuoco non otterremo nulla.

1530
[Accanto agli eretici sediziosi] vi sono altri eretici, che pretendono insegnare contro un articolo pubblico della fede, chiaramente fondato sulla Scrittura e professato nel mondo intero da tutta la Cristianità, come gli articoli che si insegnano ai bambini nel Credo. Questi eretici pretendono insegnare in particolare che il Cristo non è Dio, ma soltanto un uomo; che non è, in conseguenza, se non un profeta come un altro, come dichiarano i Turchi e gli anabattisti. Questi individui non devono venir tollerati ma puniti come bestemmiatori pubblici [...]. Mosè nella Legge comanda di lapidare tali bestemmiatori e anche tutti i falsi dottori.

da J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. I, p. 180; 

R. Bainton, La lotta per la libertà religiosa, Il Mulino, Bologna 1963, p. 56; J. Lecler, op. cit., p. 189.

Come si evolve la posizione di Lutero dal 1525 al 1530 nei confronti degli eretici e della tolleranza religiosa? (max 5 righe)




  • Il caso Serveto.
Teologo e medico, l’umanista spagnolo Michele Serveto, che aveva negato nei suoi scritti il dogma trinitario, si trovò a essere osteggiato come eretico sia dai cattolici che dai protestanti. Dopo aver girovagato per vent’anni in Europa, nell’estate del 1553 Serveto commise l’errore di cercare rifugio a Ginevra. Qui fu arrestato e, avendo rifiutato di ritrattare le sue dottrine antitrinitarie, fu condannato a morte e messo al rogo il 27 ottobre. Nel febbraio 1554, Calvino giustificò la condotta tenuta dalle autorità di Ginevra dando alle stampe, in latino e in francese, un libro dal titolo Difesa della fede ortodossa sulla Santa Trinità. In esso il riformatore biasimava chi per troppa misericordia accettava che «si desse voga a qualsiasi errore per tollerare un uomo» e si richiamava al Dio terribile e vendicatore della Bibbia. In maniera che non può non sembrarci contraddittoria, Calvino non ammetteva che l’esecuzione di Serveto fosse paragonata alla prassi dell’Inquisizione cattolica, che metteva l’esercizio della coercizione al servizio dell’errore e non della verità.
Sebbene riconosca che non è in mano dei principi il potere di entrare nel cuore degli uomini per mezzo dei loro editti e di toccarli in modo che essi si assoggettino a Dio e si accordino con la verità, tuttavia la loro vocazione li costringe a non sopportare che il nome di Dio venga vituperato e che le cattive e velenose lingue riducano a brandelli la sua santa parola […].

I papi non hanno nessun altro motivo per infierire con i loro roghi, se non il fatto che non tollerano che si deroghi in alcunché alle loro false leggi. Non bisogna stupirsi se essi, essendo spenta la luce della vera dottrina, si scatenano così furiosamente [...]. Ben diversa è la Chiesa di Dio [...]. Non c’è alcun dubbio che noi dobbiamo osservare perfettamente sia la prudenza che la mitezza e che, inoltre, l’azione processuale deve aprirsi con un sereno e pio esame della dottrina religiosa. Ma ciò non impedisce che il dovere del magistrato sia quello di reprimere con la spada e con le punizioni coloro che, avendo essi stessi apostatato dalla retta fede, sollecitano altri a ribellarsi e, comportandosi in modo blasfemo, con i loro inganni seducono anime deboli, sconvolgono la pace della chiesa e lacerano profondamente il tessuto della concordia religiosa.

da J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. I, p. 377; 
M. Firpo, Il problema della tolleranza religiosa nell’età moderna, Loescher, Torino 1978, p. 108.
Perché il giudizio espresso da Calvino sulla condanna a morte inflitta a Michele Serveto appare contraddittorio? (max 5 righe)




  • La spada e la dottrina.
Originario di un villaggio della Savoia, l’umanista Sebastiano Castellione (1515-63) aveva aderito alla Riforma ed era vissuto fra il 1541 e il 1544 a Ginevra, scontrandosi con l’intransigenza di Calvino. Si era poi trasferito nella città riformata (ma più tollerante) di Basilea, dove nel 1554 pubblicò (sotto falso nome) l’opuscolo Se gli eretici debbano essere perseguitati

Riprendendo gli argomenti del primo Lutero, Castellione affermava: 
«la religione non risiede nel corpo ma nell’anima, che non si può raggiungere con la spada dei principi». Nella dedica al duca del Württemberg egli presentava in una sorta di parabola la degenerazione che aveva fatto precipitare la discussione religiosa in guerra tra fazioni armate. 
Era come se il duca si fosse allontanato per qualche tempo e durante la sua assenza i sudditi avessero cominciato a disputare su come sarebbe tornato. «“Verrà a cavallo!”, dice uno; “Macché, sul cocchio!”, dice un altro. “Tu menti”. “Sei tu che menti”. “E allora piglia su questo pugno!”. “E tu prenditi questo pugnale nella pancia!”» Più espressamente diretto contro l’intolleranza di Calvino era il Contra libellum Calvini, scritto da Castellione alla fine del 1554 e rimasto inedito fino al 1612.
Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo
Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. 
Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? 
Ad essa provvede chi insegna. Certo, la funzione del magistrato è di proteggere chi insegna, come deve proteggere l’artigiano, il contadino, il medico, tutti i cittadini, se si fa ad essi un torto. Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con scritti e con ragioni bisognava refutarlo [...]. Uccidere un uomo non è amputare un membro della Chiesa. Amputare un membro indegno del corpo di Cristo vuol dire escludere l’eretico dalla Chiesa (ed è ufficio del pastore), non vuol dire escluderlo dalla vita.

S. Castellione, Contra libellum Calvini, in Idem, Fede, dubbio, tolleranza, a c. di G. Radetti, La Nuova Italia, Firenze 1960, pp. 19-20.

In che modo i ginevrini avrebbero dovuto combattere le tesi di Serveto secondo Sebastiano Castellione? Per quali motivi? (max 5 righe)




  • Le tesi dei “politici”.
Durante le guerre di religione francesi il partito dei politiques (“politici”) un “terzo partito” che non si identificava né con la Lega cattolica né con gli ugonotti, cercò di influenzare la monarchia perché favorisse il compromesso religioso in nome del superiore obiettivo della pace. Michel de l’Hospital (1505-73), cancelliere del regno dal 1560 al 1568, fu riconosciuto come uno dei maggiori esponenti del partito che poneva la politica al di sopra della fede. Nel discorso agli Stati generali del 1560 lo troviamo ancora oscillante fra il principio del cuius regio eius religio e l’invito al compromesso. In una lettera al re scritta verso il 1570 mostra molto più apertamente che la tolleranza non indebolisce lo stato, ma lo rafforza

Nel 1598 l’editto di Nantes concretizzò le dottrine dei politiques, in antitesi alle convinzioni più diffuse: era l’intolleranza a essere pericolosa per l’ordine pubblico, perché spingeva alla violenza le confessioni discriminate. La difesa degli interessi dello stato (la pace e l’ordine) era più importante della lotta contro l’eresia.

1560
La causa di Dio non ha bisogno di essere difesa con le armi
“Rimetti la tua spada nel fodero”. La nascita, la continuazione, la conservazione della nostra religione non sono dipese dalla forza delle armi [...]. 
È follia sperare la pace, il riposo e l’amicizia tra persone di religione diversa. 
Non vi è opinione che penetri tanto addentro ai cuori degli uomini come l’opinione religiosa, né altra che li separi tanto gli uni dagli altri [...]. Un francese e un inglese che siano della stessa religione hanno fra loro più amicizia che due cittadini di una stessa città, sudditi di uno stesso signore, che fossero di religioni diverse [...]. Di qui nasce l’antico proverbio “una fede, una legge, un re”. Ed è difficile che gli uomini essendo di una tale diversità e contrarietà di opinione, si possano trattenere dal venire alle armi [...].
Il coltello non serve contro lo spirito, se non vogliamo uccidere insieme al corpo l’anima [...]. 
La dolcezza reca maggiori benefici del rigore. Sbarazziamoci di queste parole diaboliche, nomi di partiti, fazioni, ribellioni, luterani, ugonotti, papisti: lasciamo immutato il nome di cristiano.


1570
Proprio come un padre che avendo due figli in discordia non fa combattere, ma cerca di farli riconciliare fra loro, in modo che essi siano come due forti pilastri della sua vecchiaia; così il nome del re, pieno di amore e di carità fraterna, non può sopportare una così sanguinosa e fellona [scellerata] ostinazione nello sterminare una così gran parte dei sudditi, se vi è il mezzo di ricondurli al loro dovere e di riconciliarli fra loro, poiché in questo sta la salvezza della Repubblica [...]. Ora vediamo che cosa offre il re con i trattati [gli accordi fra cattolici e ugonotti]. Dona loro lo Stato o delle terre? Li alleggerisce di qualche tributo o sussidio? Li esonera da qualche carica o da qualche dovere? Nulla di tutto questo. Che cosa offre loro? Egli dona una libertà di coscienza o piuttosto lascia in libertà le loro coscienze. Voi chiamate questo capitolare [arrendersi]? È una capitolazione quando un suddito promette, per convenzione, che riconoscerà il suo principe e resterà suo fedele suddito?

da H. Kamen, Nascita della tolleranza, Il Saggiatore, Milano 1967, p. 134; 
J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. II, pp. 54-55 e 96-97.
Perché Michel de l’Hospital considera particolarmente gravi i conflitti religiosi? 
A suo avviso, come potrebbero essere superati e risolti? (max 5 righe)

https://keynes.scuole.bo.it/siti_tematici/farestoria/percorsi/p04_02_04.html




  • La separazione fra stato e chiesa

Gli sviluppi verso il più compiuto diritto di libertà religiosa avvennero nei primi decenni del Seicento in Inghilterra, a opera di gruppi religiosi che si staccarono sia dalla religione di stato anglicana sia dal fanatismo dei puritani. Accanto ai dissenzienti calvinisti comparvero le sette più diverse, spesso derivate dal vecchio tronco dell’anabattismo, come quella dei battisti, sorta verso il 1610, o quella dei quaccheri, comparsa negli anni della guerra civile. I loro adepti furono spesso costretti all’esilio, nella più tollerante Olanda o nelle colonie nordamericane. Trasferitosi nel 1630 nel Massachusetts, il battista Roger Williams (1604-81) aveva potuto constatare come fra i calvinisti della colonia americana vigesse un clima di intolleranza peggiore che in Inghilterra (controllo della vita privata, obbligo di assistere ai servizi religiosi). Espulso nel 1635, Williams fondò allora insieme a un gruppo di dissidenti la città di Providence, primo nucleo del Rhode Island e prima città americana nella quale si praticasse la più totale libertà religiosa. Nel 1644 Williams indirizzò contro il fanatico predicatore puritano di Boston John Cotton l’opuscolo La sanguinosa dottrina delle persecuzioni per causa di coscienza; in questo scritto e nella successiva Lettera alla città di Providence (1655) Williams ricorreva a efficaci immagini per rappresentare la separazione fra stato e chiesa.


1644
La Chiesa o società di adoratori, sia essa vera o falsa, è assimilabile a un corpo o a un collegio di medici in una città, a una cooperativa, società o compagnia di commercio con le Indie orientali o con la Turchia. Queste società possono tenere le loro riunioni, possedere dei registri, organizzare delle discussioni; negli affari che le riguardano, esse possono disunirsi, scindersi, dividersi in scismi e fazioni, citarsi in giudizio, dissolversi e sparire, senza che la pace della Città ne sia turbata minimamente. Il benessere e la pace di quest’ultima sono essenzialmente distinti da quelli delle società particolari. I tribunali, le leggi, le sanzioni della Città sono distinti dai loro. La Città è a loro anteriore: essa rimane intatta e perfetta anche se una o l’altra corporazione viene a dividersi o a dissolversi.

1655
Sono tante le navi che vanno sul mare, ognuna delle quali, con centinaia d’anime a bordo, accomunate nel benessere e nel dolore, offre un vero ritratto di una comunità di cittadini [...]. È accaduto talvolta che su una stessa nave fossero imbarcati papisti e protestanti, ebrei e turchi: ammesso tale presupposto, affermo che tutta la libertà di coscienza per la quale io abbia mai perorato è imperniata su due soli cardini, e cioè che papisti, protestanti, ebrei o turchi non vengano costretti a intervenire alle preghiere o alle funzioni della nave, né siano costretti ad astenersi dalle proprie preghiere o funzioni, se ne praticano. Aggiungo inoltre di non aver mai negato che, nonostante la libertà, il comandante di quella nave debba comandare la rotta della nave, e comandare anche affinché giustizia, pace e temperanza siano osservate e praticate tanto fra i marinai quanto fra i passeggeri.

da J. Lecler, Storia della tolleranza nel secolo della Riforma, Morcelliana, Brescia 1967, vol. II, p. 509;
H. Kamen, Nascita della tolleranza, Il Saggiatore, Milano 1967, p. 190.



A quale metafora ricorre Roger Williams per illustrare il funzionamento di una società basata sulla tolleranza religiosa? Quali sono per lui i cardini della libertà di coscienza? (max 5 righe)



  • L’affermazione della libertà religiosa

I dibattiti religiosi ebbero un peso preponderante nei primi anni della guerra civile inglese e tornarono di attualità anche al momento della rivoluzione del 1688. Fu in questo clima che il letterato John Milton (1608-74) pubblicò nel 1644 l’Areopagitica, mentre nel 1689 il filosofo John Locke pubblicava la Lettera sulla tolleranza. L’opera di Milton non solo conteneva una difesa della libertà di stampa divenuta presto classica ma anche nuovi argomenti a favore della libertà religiosa, ponendo in particolare la libera discussione al di sopra dell’immutabilità del dogma. Anche Locke, riprendendo tesi difese con poca fortuna da Erasmo e Castellione, considerava le sottili questioni teologiche, sulle quali potevano esistere verità opposte, come secondarie rispetto a uno stile di vita cristiano fatto di mitezza e benevolenza.


John Milton: il valore positivo della discussione religiosa
Ci sono quelli che non finiscono mai di lamentarsi degli scismi e delle sette e che riguardano come una grande calamità che si possa dissentire dalle loro proprie massime. Sono l’orgoglio e l’ignoranza loro le vere cause di tutto il disordine; son loro che non vogliono ascoltare pazientemente gli altri, né son capaci di convincerli [...].
Dove vivo è il desiderio di apprendere, lì molto sarà, necessariamente, il discutere, molto lo scrivere, molte le opinioni [...]. In preda a questi fantastici terrori di sette e di scismi, noi facciamo torto alla sincera e ardente sete di sapere e di vero che Iddio ha suscitato in questa nostra città. Di quello che altri deplorano noi dovremmo invece gioire [...]. D’altra parte non è forse possibile che la verità possegga più di un aspetto? Come spiegarci, se no, il gran numero di cose indifferenti, per le quali la verità può trovarsi dall’un lato o dall’altro senza cessare d’essere sempre la stessa? [...]. Se non possiamo pensare tutti allo stesso modo (e chi mai s’aspetta tanto?) vi è bene un consiglio, sicuramente più saggio e più cristiano: quello di tollerare molti, piuttosto che costringere tutti.

J. Milton, Areopagitica, Laterza, Bari 1933, pp. 100, 105 e 121-122.


John Locke: vita cristiana e ortodossia
Per quanto alcuni possano vantare l’antichità dei luoghi di culto e dell’autorità o la magnificenza di riti; altri le riforme cui è sottoposto il loro insegnamento; e tutti infine l’ortodossia della loro fede (perché ciascuno è ortodosso per se stesso): tuttavia, uno che possegga tutte queste doti non è ancora cristiano se manca di carità, di mitezza e di benevolenza verso tutti gli uomini in generale, anche quelli che non professano la fede cristiana [...].
Perché mai uno zelo così grande per Dio, per la Chiesa, per la salvezza delle anime – che arde fino a bruciare delle persone vive, ma lascia impuniti, senza neppure accorgersene, quei delitti e quei vizi morali che sono, per ammissione generale, diametralmente opposti alla professione del Cristo – si attacca soltanto, dedicandovi tutte le sue forze, all’introduzione di riti e alla correzione di opinioni, che per giunta riguardano per lo più questioni sottili che sorpassano la capacità di comprensione della gente comune? [...].
La cura delle anime non può riguardare il magistrato civile, perché la sua autorità consiste interamente nella costrizione. Ma, consistendo la religione vera e salutare nella fede interiore, senza la quale nulla ha valore presso Dio, la natura dell’umano intelletto è tale che esso non può essere costretto da alcuna forza estrinseca.

J. Locke, Lettera sulla tolleranza, in Idem, Scritti sulla tolleranza, Utet, Torino 1977, pp. 131-136.



Milton sostiene che non bisogna aver paura del dissenso e delle opinioni diverse. Per quali ragioni? (max 4 righe)

Quali rimproveri rivolge John Locke a molti cristiani del suo tempo? In che cosa consiste, secondo l’autore, la religione vera e salutare? (max 5 righe)


Tolleranza e libertà religiosa
Esercitazioni
 
Dopo aver confrontato i testi di Lutero, Calvino e Castellione (documento 1documento 2 e documento 3) scrivi un breve elaborato evidenziando analogie e differenze nelle posizioni assunte dai tre autori sul problema della libertà religiosa e dei rapporti con le altre fedi. (max 20 righe)
 
Dopo aver letto i testi di Michel de l’Hospital, Roger Williams e John Locke (documento 4documento 5 e documento 6), illustra sinteticamente le tesi sostenute dai tre autori a proposito dei rapporti tra stato e chiesa, evidenziando analogie e differenze. (max 20 righe)
 
Con opportuni riferimenti alle tue conoscenze, ai materiali di questo Percorso e alle informazioni contenute nel Manuale, sviluppa sotto forma di saggio breve destinato a studenti di scuola media superiore il seguente argomento: “Dall’intolleranza religiosa alla libertà di coscienza: i rapporti tra stato e chiesa nell’età della Riforma”.
La tua trattazione, che puoi anche dividere in paragrafi, non deve superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.

sabato 26 settembre 2015

Maurizio Bettini. Elogio del politeismo. I Greci e i Romani non hanno mai fatto una guerra per affermare la propria religione su un’altra. Per quanto la nostra cultura affondi le radici in quella classica, a noi mancano parole che ne indichino direttamente la religione. La chiamiamo idolatria o paganesimo, termini coniati dal cristianesimo vincente. Mai gli antichi li avrebbero usati. E neppure avrebbero usato politeismo o politeistico, che hanno senso solo in una prospettiva monoteistica. Per i Greci e i Romani era ovvio che gli dèi fossero plurali, e non c’era alcun bisogno di ribadirlo con un sostantivo o un aggettivo.





"I Greci e i Romani non hanno mai fatto una guerra per affermare la propria religione su un’altra. La circostanza è sotto i nostri occhi, ma non la vediamo. È bene stupirsene, sia della circostanza, sia del fatto che non la vediamo. Questo ci ricorda e ci suggerisce Maurizio Bettini in un libro dal titolo trasparente: Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche.
Per quanto la nostra cultura affondi le radici in quella classica, a noi mancano parole che ne indichino direttamente la religione. La chiamiamo idolatria o paganesimo, termini coniati dal cristianesimo vincente. Mai gli antichi li avrebbero usati. E neppure avrebbero usato politeismo o politeistico, che hanno senso solo in una prospettiva monoteistica. Per i Greci e i Romani era ovvio che gli dèi fossero plurali, e non c’era alcun bisogno di ribadirlo con un sostantivo o un aggettivo.
D’altra parte, l’intento di Bettini non è solo liberare la religione classica dal peso fuorviante e spregiativo del lessico cristiano. Il suo intento è anche e soprattutto indicare nella sua visione del mondo, nel suo vivere e procedere un concreto valore d’esperienza, una capacità di far fronte a problemi e a conflitti sociali e politici più e meglio del monoteismo.
Centrale in questa prospettiva è la nozione di tolleranza. Nata dalle guerre di religione che hanno coperto di sangue l’Europa, nella tolleranza c’è comunque l’impronta dell’intolleranza. Essere tolleranti significa astenersi dall’azione violenta nei confronti dell’altro e della sua fede, ma sempre considerando questa un errore e quello un peccatore.
Al di fuori del proprio dio, e anzi al di fuori del proprio modo di intendere quel dio, per il tollerante non c’è verità. La fede e la verità si identificano, per lui come per l’intollerante. I due abitano uno spazio religioso e umano comune: il primo astenendosi con prudenza dal trarne conseguenze più o meno violente, il secondo pronto a farlo anche con passione omicida.
Non erano tolleranti, i Greci e i Romani. Non essendo intolleranti, non ne avevano bisogno. I secondi, in particolare, consideravano gli dèi degli altri non una minaccia – e neppure una falsità –, ma una risorsa (prima di conquistare una città, per esempio, con il rito dell’evocatio ne chiamavano fuori con pio rispetto il dio, pronti a integrarlo nel loro pantheon).
Nessun dio romano si professava geloso, come invece quello monoteistico, che nasce pretendendo signoria totale sulla complessità della vita e degli esseri umani. Piuttosto, ognuno partecipava a un sistema multiforme, in movimento. 
Per spiegarlo, Bettini propone un parallelo con il linguaggio.
Come accade alle parole che usiamo nei nostri discorsi, anche fra gli dèi romani c’erano un rapporto e un confronto ininterrotti. E se dai nostri discorsi nascono nuove parole, dal rapporto e dal confronto tra dèi nascevano dèi nuovi, che andavano ad arricchire l’intero pantheon.
Questo non valeva solo dentro i confini del mondo romano, ma anche fuori, nell’incontro con dèi stranieri. Era questa l’interpretatio: una mediazione interpretativa, un compromesso raggiunto mediante valutazioni e congetture tra un dio straniero e quello romano che più sembrava essergli vicino. Il risultato era un nuovo dio, o una modificazione e un arricchimento del vecchio.
Al pari di una lingua ben viva, la religione romana si modificava, si muoveva, cresceva. Che bisogno avrebbe mai potuto avere d’esser tollerante? Era invece curiosa, attenta alla relazione con gli dèi degli altri, aperta al loro valore d’esperienza. Attenzione e apertura, queste, che l’assolutismo monoteistico rende impossibili.
Se dio e la verità si identificano, ogni altro dio e ogni altra verità non potranno essere che falsi, perciò da combattere, vincere, eliminare. Per proseguire nella metafora linguistica, i monoteismi sono lingue bloccate: lingue in cui il discorso – la progressione di parola in parola, verso parole e idee nuove – è negato dalla fissità di un testo dato una volta per tutte, e sottratto a ogni interpretatio. Questo loro “blocco” li rende solidi, ma anche aggressivi.
In termini politici contemporanei, si può sospettare che lasciati a sé, in assenza di limiti e correttivi, i monoteismi tendano a opporsi alla laicità e alla democrazia, nel senso che alla pluralità delle opinioni, al loro confronto aperto e “discorsivo” preferiscono l’assoluto di una verità unica e gelosa.
E se anche così non fosse, resterebbe il fatto increscioso che, al contrario del mondo greco e romano, quello cristiano e quello islamico sono stati e restano zeppi di guerre fatte nel nome di dio. Se non altro, dalle religioni antiche dovremmo imparare almeno questo.
Maurizio Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino, Bologna, pagg. 156
(Roberto Escobar,“Il Sole 24 Ore – Domenica”, 5 ottobre 2014.Maurizio Bettini, Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino, Bologna, pagg. 156.Greci e Romani non hanno mai fatto una guerra per affermare la propria religione su un’altra. È quello che ci suggerisce nel suo libro Maurizio Bettini)


Un bellissimo monito del filologo e classicista Maurizio Bettini.




martedì 24 febbraio 2015

Spinoza, riepiloga Nadler, fu il primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo di Dio, ma era piuttosto un «frutto letterario dell'ingegno umano»; che la «vera religione» nulla aveva a che vedere con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale, quella che si riassume in «ama il prossimo tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche «non spettava alcun ruolo nella gestione di uno Stato moderno». Spinoza sosteneva altresì che la «divina provvidenza» non era altro che «l'insieme delle leggi di natura»; che i miracoli (intesi come infrazioni all'ordine naturale delle cose) erano «impossibili» e che la fede in essi era solamente l'espressione «della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni»; che i profeti del Vecchio Testamento erano «semplici individui, come tanti altri», i quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano «un'immaginazione particolarmente fervida».


La solitudine di Spinoza il precursore scandaloso

Fondò il pensiero laico, ma tutti lo tennero a distanza


Paolo Mieli



"Corriere della Sera",  30 aprile 2013



Spinoza fu un valido divulgatore delle teorie del filosofo francese René Descartes, detto in italiano Cartesio, ma le sue idee sulla religione e sulla Bibbia lo avvicinavano piuttosto al pensatore inglese Thomas Hobbes, autore del «Leviatano», da cui però lo dividevano le posizioni politiche

Tra gli studiosi di Spinoza vissuti nel Novecento, uno dei maggiori è il filosofo Leo Strauss, autore del libro «La critica della religione in Spinoza» (Laterza) 

Quando diede alle stampe il Trattato teologico-politico, Baruch Spinoza era consapevole dei guai a cui sarebbe andato incontro e non trascurò nessuna precauzione: scrisse il saggio in latino, lo destinò a una circolazione limitata e, soprattutto, lo pubblicò anonimo. Ma erano trascorse poche settimane da quell'inizio del 1670 in cui il Trattato era stato messo in circolazione da un piccolo editore olandese, che contro quel libro si scatenarono tempeste. A dispetto delle sue cautele, Spinoza fu presto identificato come autore del libro: in una lettera del giugno 1670, Friedrich Ludwig Mieg, professore dell'Università di Heidelberg, metteva in guardia un suo collega dicendogli di esser certo che il Trattato era opera di «Spinoza, un tempo ebreo», già «conosciuto per essersi occupato dell'opera di Descartes». Nell'agosto di quello stesso anno, Johan Melchior, pastore di un piccolo villaggio nei pressi di Bonn, scrisse una pesante «confutazione» del libro, in cui dava conto di voci che lo attribuivano a Spinoza. Sempre in quell'estate, un altro professore, stavolta di Groningen, Samuel Desmartes, rivelò che quel testo «atroce» andava ricondotto a «Spinoza, un tempo ebreo, empio e ateo dichiarato».
Prima di loro, in ogni caso, si era già messo in moto il concistoro di Utrecht, che il 6 aprile del 1670, pur senza fare riferimento diretto a Spinoza, aveva definito quel volume «profano e blasfemo» e aveva chiesto che fossero prese «appropriate misure preventive» contro la diffusione dell'opera. Un mese dopo fu la volta del concistoro riformato di Leida, che si pronunciò in termini ancora più severi. In maggio intervennero anche gli organi ecclesiali di Haarlem e in giugno quelli di Amsterdam. Sempre in maggio il teologo tedesco Iacob Thomasius lo definì un «testo senza Dio» e il suo collega olandese Regnier Mansveld, docente all'Università di Utrecht, scrisse che sarebbe stato giusto seppellire il Trattato nell'«oblio eterno». In luglio si passò al sinodo distrettuale dell'Aja, che si rivolse al sinodo dell'Olanda meridionale perché decretasse essere il Trattato un libro «osceno e blasfemo, quale, a nostra conoscenza, il mondo non ha mai conosciuto». In agosto si conformò a tale giudizio il sinodo dell'Olanda settentrionale, che annunciò di essere «profondamente disgustato» da quel tomo nuovamente definito «osceno». Ma non è tutto.
Nella primavera del 1673 fu pubblicato La Religion des Hollandoisdi Jean-Baptiste Stouppe, uno svizzero di fede riformata che partecipava all'occupazione francese dei Paesi Bassi (ne parleremo più avanti). Il libro di Stouppe era molto aggressivo contro gli olandesi, messi sotto accusa per la loro «fiacca devozione religiosa» e per la loro «irragionevole tolleranza verso le differenze confessionali». Stouppe si diceva scandalizzato per la mancanza di iniziativa nel contrastare Spinoza, «un uomo nato ebreo che non ha né ripudiato la religione ebraica, né abbracciato la religione cristiana, ed è pertanto un pessimo ebreo e di certo non è un cristiano migliore». «Questo Spinoza», scriveva Stouppe, «ha prodotto alcuni anni fa un libro in latino, il cui titolo è Tractatus Theologico-Politicus, nel quale sembra porsi come obiettivo principale di distruggere tutte le religioni, in particolare quella ebraica e quella cristiana, e di introdurre l'ateismo, il libertinismo e la libertà di tutte le religioni». A quel punto toccava alle autorità politiche procedere contro Spinoza. Queste però — come ha ben ricostruito in uno studio accurato Jonathan Israel — procedettero a rilento, quanto meno fino all'uccisione del grande statista Johan de Witt (e anche su questo torneremo). Sicché il Trattato fu ufficialmente messo al bando nella Repubblica delle Sette Province Unite solo nell'estate del 1674.
L'intera vicenda è adesso raccontata dal più grande biografo del filosofo di Amsterdam, Steven Nadler (docente all'Università del Wisconsin), in Un libro forgiato all'inferno. Lo scandaloso «Trattato» di Spinoza e la nascita della secolarizzazione, che esce oggi da Einaudi nell'eccellente traduzione di Luigi Giacone. La violenta reazione sollevata dalTrattato teologico-politico, scrive Nadler, fu senza dubbio «uno degli eventi più significativi della storia intellettuale europea, specie considerando che si verificò agli albori dell'Illuminismo». Dai contemporanei di Spinoza, il Trattato fu considerato «il libro più pericoloso che fosse mai stato pubblicato». Ai loro occhi, «quell'opera minacciava di minare dalle fondamenta la fede religiosa, l'armonia sociale, politica e perfino la morale di ogni giorno». Era loro convinzione che il suo autore — la cui identità, come abbiamo visto, non rimase segreta a lungo — fosse «un sovversivo, impegnato a diffondere l'ateismo e il libero pensiero in tutta la Cristianità».

Che cosa contenesse di così minaccioso quel libro è stato ben messo in luce (comprese le innumerevoli sfumature) da Leo Strauss in La critica della religione in Spinoza (Laterza).

Spinoza, riepiloga Nadler, fu il primo a sostenere che la Bibbia non rappresentava alla lettera il Verbo di Dio, ma era piuttosto un «frutto letterario dell'ingegno umano»; che la «vera religione» nulla aveva a che vedere con la teologia, le cerimonie liturgiche o i dogmi settari, ma era costituita unicamente da una semplice regola morale, quella che si riassume in «ama il prossimo tuo»; che alle gerarchie ecclesiastiche «non spettava alcun ruolo nella gestione di uno Stato moderno». Spinoza sosteneva altresì che la «divina provvidenza» non era altro che «l'insieme delle leggi di natura»; che i miracoli (intesi come infrazioni all'ordine naturale delle cose) erano «impossibili» e che la fede in essi era solamente l'espressione «della nostra ignoranza sulle vere cause dei fenomeni»; che i profeti del Vecchio Testamento erano «semplici individui, come tanti altri», i quali, seppure dotati di qualità etiche superiori, possedevano «un'immaginazione particolarmente fervida».
Assai irridenti i passaggi del Trattato dedicati ai profeti nell'Antico Testamento: «Se il profeta era allegro, gli si rivelavano le vittorie, la pace, e in genere le cose che generano letizia, poiché simili cose tali temperamenti sogliono più spesso immaginare; mentre, se era triste, gli si rivelavano guerre, castighi e ogni sorta di mali; così a seconda che il profeta fosse di indole misericordiosa, mite, iraconda, severa eccetera, era più adatto a questo o a quel genere di rivelazioni». In materia di miracoli, poi, (laddove Maimonide, in quanto rabbino e capo religioso, era stato, qualche tempo prima, maggiormente cauto) la posizione di Spinoza fu più radicale addirittura di quella che sarebbe stata assunta mezzo secolo dopo dallo scozzese David Hume, per il quale quei prodigi divini erano «talmente poco verosimili da rasentare l'incredibile». Per Spinoza, invece, «il miracolo, sia esso inteso come fatto contrario o come un fatto superiore alla natura, è soltanto un'assurdità». Un'assurdità. Più netto di quel «rasentare l'incredibile». La vera remunerazione della virtù, diceva infine il filosofo di Amsterdam, «non sta in qualche ricompensa ultraterrena per un'anima immortale, dal momento che non esiste nessuna immortalità della persona; è soltanto un'invenzione usata da un clero manipolatore per costringerci in un eterno stato di paura e di speranza e in tal modo controllarci». La «beatitudine» e la «salvezza» consistono piuttosto nel «benessere e nella pace della mente che la conoscenza riesce a offrirci in questa vita».
I capitoli del Trattato dedicati alla politica, scrive Nadler, «rappresentano il più accorato appello alla tolleranza (soprattutto alla "libertà di filosofare", senza che qualcuno fosse costretto a subire interferenze da parte delle autorità) che sia mai stato scritto». Anche se il filosofo era assai diffidente nei confronti della gente comune: «So», scriveva in un passaggio che attirò l'attenzione di Leo Strauss, «che è impossibile sottrarre le masse alla superstizione e alla paura e so che per il volgo è perseveranza l'ostinazione, e che non è guidato dalla ragione, ma dalla passione è trascinato ora alla lode ora al vituperio... Il volgo, dunque, e tutti coloro che ne condividono le passioni non sono da me invitati alla lettura di questo libro; preferirei anzi che lo trascurassero del tutto, piuttosto che interpretarlo, come fanno sempre, tendenziosamente, allo scopo di creare difficoltà». È vero che, prima del Trattato, Spinoza aveva scritto l'Etica, un libro altrettanto importante. Ma, a differenza del tono freddo e distaccato dell'Etica, il Trattato, scrive Nadler, «è un'opera appassionata, perfino rabbiosa, non si può fare a meno di notare un fervore e una sorta di urgenza che percorrono in modo impercettibile (e a volte nemmeno così impercettibile) tutti i capitoli del libro». Inoltre, prosegue Nadler, il Trattato appare, ben più dell'Etica, «un'opera polemica che esamina i fondamenti storici, psicologici, testuali e politici della religione tradizionale o popolare». E in quanto tale, assai più dell'Etica, si prestava a essere «interpretato» da un maggior numero di lettori. Cosa che preoccupava e infastidiva l'autore.
Quando diede alle stampe il Trattato, Spinoza aveva 38 anni. Era nato nel 1632 da un'agiata famiglia di mercanti della comunità ebraico-portoghese di Amsterdam. Una comunità di sefarditi, fondata dai cosiddetti «nuovi cristiani», oconversos — ebrei che in Spagna e Portogallo, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del secolo successivo, erano stati costretti a convertirsi al cattolicesimo. Questi conversos, messi in difficoltà dall'Inquisizione spagnola che non credeva al loro cambio di religione, all'inizio del Seicento avevano abbandonato la penisola iberica e si erano trasferiti ad Amsterdam (o in qualche altro centro dell'Olanda settentrionale). Città che avevano offerto a questi profughi l'opportunità di «ritornare alla fede degli avi e di riprendere la loro vita secondo le consuetudini ebraiche».
L'ebreo Spinoza — il quale, contrariamente a quel che è stato più volte scritto, non cercò mai di diventare un'autorità religiosa — ebbe come insegnanti tre rabbini: Menasseh ben Israel, che all'epoca era probabilmente l'ebreo più famoso di tutta Europa, Isaac Aboab da Fonseca e il «sapientissimo» Saul Levi Mortera della comunità di Amsterdam, sotto la cui guida ebbe accesso alle opere di Maimonide, autore nel XII secolo dell'opera più importante di tutta la filosofia ebraica, La guida dei perplessi. Per Maimonide — altro pensatore che, come Spinoza, avrebbe attirato l'attenzione di Leo Strauss — il contenuto della profezia sarebbe, almeno in parte, filosofico, sicché sia il filosofo sia il profeta sono «veicoli di verità»; e poiché «una verità deve essere di necessità coerente con le altre verità», filosofia e profezia, se correttamente intese, «devono sempre concordare». Cosicché «la verità filosofica e la verità rivelata non entreranno mai in conflitto». Spinoza si sofferma su Maimonide, che userà nel Trattato a proprio vantaggio per polemizzare contro la tradizione («I profeti della Bibbia ebraica», sostiene Spinoza, «erano in effetti, come dice Maimonide, personaggi dotati di grande forza d'immaginazione ma non filosofi, né uomini particolarmente dotti»). 

Successivamente, per dedicarsi al latino e ai classici, Spinoza sarà allievo anche di Franciscus Van den Enden, un ex gesuita di idee politiche radicali destinato a finire sul patibolo per aver preso parte a un complotto repubblicano contro il re di Francia Luigi XIV. E Van den Enden lo avrebbe introdotto ai Princìpi della filosofia di René Descartes, a cui il giovane dedicò in seguito una delle prime sue importanti opere. Un intreccio, quello della sua formazione, che dà conto della complessità del personaggio. E che ci aiuta a capire i guai a cui, da uomo libero, andrà incontro.
Statue of Baruch de Spinoza by Nicolas Dings in 2008.
Zwanenburgwal, Amsterdam.
A 23 anni, il 27 luglio del 1656, Spinoza subì il primo grande trauma. Quel giorno gli ebrei di Amsterdam gli inflissero un herem, cioè un provvedimento di messa al bando: «(lo) espelliamo, malediciamo e danniamo... Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra... La collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest'uomo, e tutte le maledizioni penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo», sentenziò contro di lui la comunità a cui, fin lì, apparteneva. Fu il cosiddetto «herem del mistero», dal momento che gli fu inflitto per non meglio identificate «abominevoli eresie da lui compiute e insegnate», nonché per «atti mostruosi» (anch'essi non definiti). La virulenza era del tutto inconsueta, quasi assurda, nelle righe che chiudevano il documento di messa al bando: «Nessuno comunichi con lui, neppure per iscritto, né gli accordi alcun favore, né stia con lui sotto lo stesso tetto, né si avvicini a lui più di quattro cubiti, né legga alcun trattato composto o scritto da lui». Terribile. Tanto più che, fino a quel momento, il filosofo non aveva dato alle stampe neanche un libro. Per di più il bando, a differenza di numerosi altri provvedimenti dello stesso genere e della stessa epoca, non fu mai revocato.

Secondo Jean-Maximilien Lucas, il primo biografo di Spinoza che scrisse poco dopo la sua morte, all'origine dell'herem era la testimonianza di due giovani, i quali avrebbero udito Spinoza mentre diceva che, «non essendoci nella Bibbia nessun riferimento al non materiale o all'incorporeo, non c'è motivo di credere che Dio non abbia un corpo»; che «per quanto riguarda gli spiriti, le Scritture non dicono che essi sono sostanze reali e permanenti, bensì semplici fantasmi, chiamati angeli poiché Dio li adopera per annunciare il suo volere; sono fatti in modo tale da restare invisibili, come gli angeli e ogni altra sorta di spiriti, dal momento che la loro materia è assai fine e diafana, tanto che li si può vedere solo come si vedono i fantasmi, negli specchi, in sogno, oppure di notte»; e che «ogni qual volta le Scritture ne parlano, la parola "anima" è usata solo per significare vita, o qualche essere vivente... Si cercherebbe invano un solo passo che parli di immortalità, mentre l'ipotesi contraria è confermata da centinaia di brani, ed è piuttosto facile da dimostrare». Inoltre, sempre secondo i due delatori, Spinoza avrebbe definito gli ebrei «gente superstiziosa, nata e cresciuta nell'ignoranza, che non conosce Dio e tuttavia ha l'impertinenza di considerarsi il Suo popolo, mettendosi al di sopra di tutte le altre nazioni».

A quanto riferisce Lucas, Spinoza accolse l'espulsione dalla comunità ebraica senza battere ciglio: «Meglio così», avrebbe detto, «non mi costringono a fare nulla che non avrei fatto di mia spontanea volontà se non avessi temuto lo scandalo... Ma dal momento che è questo che vogliono, imbocco volentieri la strada che mi si apre davanti». Strada che lo porterà ad avere nuovi scontri, stavolta con la Chiesa cattolica e con quella riformata.

Spinoza, dunque, non si perse d'animo e, come s'è detto, si dedicò alla filosofia di Descartes. Nel 1663 diede alle stampe l'unico volume che avrebbe pubblicato con il suo nome in copertina: Renati Des Cartes principia philosophiae more geometrico demonstrata, che gli conferì (a ragione) la fama di divulgatore del pensiero cartesiano e (a torto) la reputazione di suo seguace. Forte fu invece la sua sintonia con Thomas Hobbes e con il suo Leviatano, pubblicato in inglese nel 1651, tradotto in olandese nel 1667 e in latino nel 1668. Hobbes e Spinoza avrebbero avuto, sì, idee diverse sull'organizzazione della società: mentre Hobbes riteneva che la sovranità dovesse essere affidata a un singolo individuo e che la monarchia costituisse la forma di governo più stabile ed efficace, Spinoza riteneva che all'efficienza dello Stato fosse più funzionale la democrazia. Laddove compito della democrazia, per Spinoza, era quello di «evitare gli assurdi dell'istinto» e di «contenere gli uomini per quanto è possibile entro i limiti della ragione, affinché vivano nella concordia e nella pace». Ma, per tornare ai nostri discorsi, l'approccio di Hobbes e di Spinoza all'Antico Testamento fu simile.
Già Hobbes aveva analizzato la natura delle profezie e la veridicità dei miracoli, sollevando dubbi sulle Sacre Scritture. «Considerate dalla prospettiva di un sacerdote del Seicento e dei fedeli della sua congregazione», scrive Nadler, «le opinioni di Hobbes su molti problemi non potevano che apparire assai lontane dall'ortodossia e perfino blasfeme; nella sua visione materialista della natura e dell'uomo, Hobbes si spingeva fino a negare che potesse esistere una qualsiasi "sostanza immateriale", escludendo così la possibilità di un'anima incorporea, ma anche di un Dio incorporeo». Tutto ciò con un tono (da parte del filosofo inglese) «spesso beffardo, che lasciava intendere di non nutrire troppo rispetto per le religioni settarie, prima di ogni altra il cattolicesimo». E fu per questo che molti dei detrattori di Spinoza lo accomunarono all'autore del Leviatano. Eppure Hobbes, quando ebbe in mano il Trattato, disse di esserne rimasto «profondamente turbato» e che lui «non si sarebbe mai permesso di scrivere simili insolenze». Insolenze? La verità è che sia i seguaci di Descartes (morto a Stoccolma vent'anni prima della pubblicazione del Trattato), sia Hobbes ebbero paura di rimanere vittime degli stessi anatemi che, avvertivano, sarebbero stati scagliati contro Spinoza. Il quale si risentì per queste prese di distanza. Soprattutto nei confronti di alcuni allievi di Descartes, come Regnier Van Mansvelt e Lambert Van Velthuysen che lo avevano apertamente criticato: in una lettera a Henry Oldenburg nel 1675, si disse indignato del fatto che «certi sciocchi cartesiani, i quali hanno fama di condividere le mie idee, per allontanare da sé questo sospetto non abbiano cessato e non cessino tuttora di screditare ovunque le mie opinioni».
Amsterdam non fu tenera con Spinoza. Singolare, perciò, appare a Nadler l'elogio che il filosofo fa della sua città. Una città, scrive, dove «convivono in perfetta concordia uomini di tutte le nazionalità e di tutte le religioni; e, per affidare i propri beni a qualcuno, i cittadini di questo Stato si preoccupano soltanto di sapere se costui sia ricco o povero, o se sia solito agire in buona o in mala fede... La religione o la setta cui egli appartiene non li interessa affatto, perché ciò non contribuisce per nulla a far loro vincere o perdere la causa dinnanzi al giudice... E non vi è alcuna setta così odiata, i cui seguaci (quando non rechino danno ad alcuno, rendano a ciascuno il suo e vivano onestamente) non siano protetti e tutelati dall'autorità dei pubblici magistrati». Parole sorprendenti, dal momento che, quando furono scritte, uno dei più cari amici di Spinoza, Adriaan Koerbagh, era da poco morto in prigione, «condannato per le sue idee filosofiche e religiose proprio dalla città di Amsterdam, con un brutale atto di intolleranza istigato dal Concistoro calvinista».
Il fatto era accaduto tra il 1668 e il 1669 (pochi mesi, anzi, poche settimane prima che Spinoza vergasse l'«elogio di Amsterdam»). Koerbagh aveva dato alle stampe, proprio ad Amsterdam, un libro dal titolo Un giardino di fiori con ogni sorta di bellezze, in cui negava la paternità divina della Bibbia, attaccava l'elemento irrazionale presente nella maggior parte dei culti, con i loro dogmi, riti e «cerimonie superstiziose», e prendeva in giro tutte le religioni istituzionalizzate, compresa quella della Chiesa riformata. Per sovraccarico Koerbagh scriveva in olandese, rendendo la sua opera accessibile al grande pubblico, e firmava il libro con il suo nome. Risultato: nel 1668 fu imprigionato, si ammalò gravemente e il 5 ottobre del 1669 morì. Per Spinoza fu un colpo durissimo. Ma ciò non gli impedì di trattare in modo assai benevolo la città in cui tutto questo era accaduto.
Nadler sospetta che l'«elogio di Amsterdam» contenga, opportunamente dissimulata, «una buona dose di amara ironia». Più probabilmente si trattò di parole dettate dal calcolo, calcolo politico. Il filosofo, come Nadler ha ricostruito in un altro grande libro, Baruch Spinoza e l'Olanda del Seicento (Einaudi), era un estimatore del più grande statista dell'epoca, Johan de Witt. Non è provato che i due abbiano avuto rapporti diretti (anche se il coevo Lucas sostiene di sì e lo stesso affermarono a fine Ottocento Jacob Freudenthal e, all'inizio del Novecento, Carl Gebhardt), ma tutti e due ebbero, scrive Nadler, «il privilegio di essere maltrattati e spergiurati dalle autorità religiose olandesi ed entrambi furono vilipesi e disprezzati dagli stessi nemici».
I democratici radicali come Spinoza e Koerbagh, radicalmente laici e difensori di una concezione più ampia della libertà, racconta Nadler, erano fermi oppositori degli «orangisti» e, a dispetto di non poche diversità di vedute, alleati naturali di de Witt. Un nemico dell'uomo politico giunse addirittura a dire che si avvertiva la presenza di de Witt nella stesura del Trattato teologico-politico. E questo nella battaglia tra orangisti (sostenitori della causa di Guglielmo I), «voetiani» (seguaci di Gisbertus Voetius, grande oppositore di Cartesio, nemici di de Witt), «cocceiani» (discepoli del teologo di Leida Johannes Cocceius, amici di de Witt) e perfino «sociniani» (ultimi adepti di una setta fiorita in Polonia alla fine del Cinquecento sotto la guida del teologo Fausto Sozzini, che continuò a battersi contro il dogma della trinità anche nella prima metà del Seicento) fu un elemento di destabilizzazione.
Uno dei nemici di de Witt arrivò a denunciare che, tra i libri presenti nella biblioteca dell'uomo politico, figurava anche quel Trattato, «forgiato all'inferno (di qui il titolo del libro di Steven Nadler) dall'ebreo apostata a quattro mani con il diavolo, e pubblicato con la consapevolezza e la connivenza di M. Jan (de Witt, ndr)». Al punto che anche de Witt — come Hobbes e gli allievi di Descartes — si sentì in dovere di prendere le distanze dal Trattato. Sostiene Abraham Gronovius, ricercatore all'Università di Leida, che quando a Spinoza fu riferito che de Witt aveva gradito assai poco il Trattato, «egli inviò qualcuno da Sua Eccellenza per dirgli che voleva parlare con lui, ma gli fu risposto che Sua Eccellenza non voleva vederlo varcare la soglia di casa». Nonostante ciò, il grande protagonista politico del «secolo d'oro olandese» non riuscì a salvarsi dagli odi che aveva accumulato per via del supposto rapporto con quel filosofo in odore di zolfo.

Luigi XIV, re di Francia, fece il resto. Nell'aprile del 1672 dichiarò guerra alle Province Unite e il 23 giugno i francesi entravano a Utrecht. De Witt fu la principale vittima di quel disastro militare. Fu accusato da pamphlet anonimi di «essere del tutto incompetente», di essersi messo in tasca parte dei fondi pubblici, di volere «vendere la Repubblica ai nemici, per continuare a governare su loro mandato». Il tutto accompagnato dalle consuete insinuazioni sui suoi rapporti con il «malvagio» autore del Trattato. La notte del 21 giugno 1672 de Witt fu ferito in modo abbastanza grave da un gruppetto di giovani di buona famiglia. Il 23 luglio suo fratello, Cornelis, fu arrestato con l'accusa di cospirazione. E quando Cornelis, a fine agosto, uscì di prigione, una folla si impadronì dei fratelli de Witt, li uccise, denudò i cadaveri, li appese a testa in giù e poi squartò i loro corpi. Spinoza ne fu sconvolto. Nel corso di un soggiorno all'Aja, quattro anni dopo, Gottfried Wilhelm Leibniz così annotò sul diario una visita al filosofo olandese: «Dopo cena, ho chiacchierato a lungo con Spinoza; mi ha raccontato che il giorno dell'orrenda uccisione dei de Witt voleva uscire di notte per andare a riporre una lapide sul luogo del massacro, con sopra scritto ultimi barbarorum (più o meno «i peggiori dei barbari», ndr); ma il suo padrone di casa era poi riuscito a impedirglielo, chiudendo la porta a chiave, per timore che anch'egli fosse fatto a pezzi».
Quelli erano i tempi. Del resto, osserva Nadler, «se la Repubblica delle Sette Province fosse stata davvero libera come Spinoza sembra voler far credere, non ci sarebbe stato alcun bisogno di scrivere il Trattato». Trascorsero pochi mesi da quell'incontro con Leibniz, e Spinoza, uno dei più grandi filosofi della storia, morì. Aveva 44 anni. Le idee contenute nel Trattato, scrive Nadler, ispirarono rivoluzionari di fede repubblicana in Inghilterra, America e Francia. E, agli inizi dell'Età moderna, incoraggiarono la comparsa di movimenti contrari a una concezione settaria della religione che avrebbero cambiato la storia dell'umanità. Talché tutti dobbiamo in qualche modo considerarci eredi di quello scandaloso Trattato teologico-politico.







http://illuminations-edu.blogspot.it/2013/05/la-solitudine-di-spinoza-il-precursore.html





Molto bello il libro di I.Yalom
"Il problema Spinoza"una biografia , un po'romanzata , di B.Spinoza e di Rosemberg (ideatore del nazismo).
....nel libro di Yalom ci sono degli spunti davvero interessanti (se veritieri) che porterebbero ad analisi differenti rispetto a quel che leggo nel post.
Comprero'il libro di Nadler !! Grazie per l'informazione!!!



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