Visualizzazione post con etichetta Carattere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carattere. Mostra tutti i post

giovedì 10 dicembre 2015

L'osservazione dei caratteri e la nascita della psicologia. [...] l'osservazione psicologica dei caratteri si è espressa, in epoca classica, anche nell'arte visuale. Basti pensare non tanto alla statuaria greca, che rappresenta tipi umani molto idealizzat (più simili a dei che a persone), quanto a quella romana.



L'OSSERVAZIONE DEI CARATTERI E LA NASCITA DELLA PSICOLOGIA
Secondo Il critico letterario newyorkese Harold Bloom, la psicologia moderna nasce grazie a William Shakespeare e alla sua brillante osservazione di molteplici caratteri umani.

L'affermazione mi pare tanto apodittica quanto sbagliata; e testimonia del tradimento che gli Stati Uniti d'America e più genericamente il Patto Atlantico hanno inferto da anni all'Europa e alle sue radici, che sono mediterranee prima che atlantiche.

La psicologia moderna non nasce con il pur grandissimo poeta inglese, di cui anche gli americani si fregiano. Nasce piuttosto a cominciare dalla letteratura greca, dai caratteri umani mirabilmente descritti da Omero nell'Iliade e dai grandi tragici: Sofocle, Eschilo, Euripide, e poi dai latini nella loro letteratura epica e tragica: da Virgilio a Seneca. Personaggi come Achille, Ettore, Priamo, Edipo, Antigone, Oreste, Medea, Anchise, Enea, Didone... sono indimenticabili e costituiscono ciascuno una profonda indagine (del tutto psicologica) su un complesso e problematico carattere umano. 

Ma oltre che nella letteratura, l'osservazione psicologica dei caratteri si è espressa, in epoca classica, anche nell'arte visuale. Basti pensare non tanto alla statuaria greca, che rappresenta tipi umani molto idealizzati (più simili a dei che a persone), quanto a quella romana. 

Osservate il volto di Lucio Giunio Bruto (545 a.C. circa – 509 a.C.), che fu il fondatore della Repubblica romana. Dal volto traspare un carattere non solo coraggioso, quanto soprattutto amaro, astuto, indomabile. Secondo la tradizione egli abbattè la monarchia romana per fondare la Repubblica dopo che la sua famiglia subì pesanti angherie da parte della famiglia del re.

Il volto reca impressi l'amarezza e l'odio per il trauma subito.
La scultura, che ha 2.500 anni, è un capolavoro di osservazione "clinica".

E osservate il ritratto di questa donna, ritratto su tavola, sempre romano, ma di epoca molto più tarda, già imperiale. Si tratta di uno delle decine di ritratti romani ritrovati ad Al Fayyum, in Egitto, ritratti funerari fatti per ricordare i parenti morti. In questo volto femminile c'è quasi uno stupore malinconco per la propria morte, uno stupore che suscita commozione e un'attenzione (appunto psicologica!) a quell'entità umana che oggi chiamiamo "persona".

Un po' di analisi della formazione culturale dei grandi psicopatologi moderni confermerà questa mia tesi: Freud era un appassionato lettore tanto di Shakespeare quanto di Sofocle, Jung spaziava da Jakob Boeme a Goethe ma i suoi concetti più importanti sono tratti da Aristotele e Platone, Jaspers aveva una padronanza totale della cultura greca sia filosfica che letteraria, Lacan conosceva i tragici greci tanto quanto sant'Agostino e Heidegger, e Hillman ha fondato la sua psicologia archetipica sulla conoscenza dell'ellenismo e del rinascimento.


martedì 2 dicembre 2014

“Se non fai attenzione, il campo si richiude su di te. Diventi sempre più piccolo, la tua vita si restringe e presto ti dimentichi chi sei”.



“Se non fai attenzione, il campo si richiude su di te. Diventi sempre più piccolo, la tua vita si restringe e presto ti dimentichi chi sei”.

Due anni fa, Eyran ha raggiunto a piedi Dohuk, nel ‪Kurdistan‬ iracheno. Adesso ha 25 anni e si trova con la sua famiglia nel campo ‪rifugiati‬ di Domiz, dove vivono altri 45mila rifugiati ‪siriani‬. Stanca di non fare nulla, ha messo su un salone di bellezza nel campo. Ha iniziato con un piccolo specchio nella sua tenda, ma ora ha una vera poltrona da parrucchiera e molte clienti. Rendere belle e fare felici le ‪donne‬ rifugiate la aiuta a superare un altro giorno nel campo, un altro giorno lontana dalla ‪Siria‬. 






venerdì 16 novembre 2012

Marco Porcio Catone. Valuta sempre attentamente tutto ciò che uno dice: le parole nascondono e nello stesso tempo svelano il carattere degli uomini

‎Non vergognarti di volere che ti sia insegnato ciò che non sai.
Saper qualcosa è fonte di lode, mentre è una colpa non voler imparare nulla.
Catone

Valuta sempre attentamente tutto ciò che uno dice:
le parole nascondono e nello stesso tempo svelano il carattere degli uomini.
Marco Porcio Catone

Non perdere tempo a discutere con gli sciocchi e i chiacchieroni:
la parola ce l'hanno tutti, il buon senso solo pochi
Catone

Non credere sempre a chi ti dà notizie: bisogna avere poca fiducia in chi parla molto.
Catone

Non fidarti mai delle persone dai discorsi troppo lusinghevoli:
la zampogna suona dolcemente mentre l'uccellatore intrappola gli uccelli.
Marco Porcio Catone

Pensa sempre a quanto è lungo l'inverno.
Catone


Non cercare di sapere, interrogando le stelle,
che cosa dio ha in mente di fare:
quello che decide su di te,
lo decide sempre senza di te
Catone


Cosa difficile concittadini miei, discutere con il ventre, perché non ha orecchie.
Catone il Censore


La vita umana è come il ferro: se lo usi si consuma, se non lo usi lo corrode la ruggine.
Catone (Marco Porcio Catone)




[Catone soleva dire] ch’egli non era mai più occupato come quando non faceva nulla, né mai meno solo di quando era solo. Chi infatti potrebbe davvero credere che Dionisio, quando faceva tanti progetti a danno della libertà della sua patria, facesse qualcosa più grande che il suo concittadino Archimede quando. avendo l'aria di non far nulla, inventava quella sfera di cui or ora si parlava? E chi non vede che sono ben più soli quelli che nel Foro e tra la folla non trovano uno con cui scambiare una parola, che colui che, senza testimoni, o parla con se stesso o ascolta la parola degli uomini colti dilettandosi delle loro invenzioni e dei loro scritti? 
E chi potrà mai esser considerato più ricco di colui cui non manca nulla di quel che occorra ai bisogni naturali, o più potente di colui che ottiene tutto quel che si desideri, o più beato di chi sia libero da ogni agitazione d'animo, o più solidamente fortunato di chi non possieda che quel che porta seco o che, come si dice, abbia solo quel tanto che si possa salvare in qualsiasi naufragio? Qual comando infatti, quale magistratura, quale regno potrebb'essere più insigne di quello assicurato all'uomo che disprezza le cose umane ed, esaltando la sola sapienza, non volge l'animo che al pensiero dell'eterno e del divino? 
Cicerone, La ricchezza spirituale del sapiente, De republica, I, 27s
Mi piace · Rispondi · 28 min · Modificato




 



mercoledì 7 novembre 2012

Franco Giovanni Brasola. il bambino è fluido e ricettivo, solo riportando questa fluidità si può percepire e concettualizzare la realtà...


La libertà è terapeutica!"
Franco Basaglia. Neurologo e psichiatra

Il pensiero si manifesta nella parola;
la parola si manifesta nell'atto;
l'atto si sviluppa in abitudine;
e l'abitudine si solidifica in carattere.
Sorveglia quindi con cura il pensiero e le sue strade,
e fa che esso sgorghi dall'amore
nato dalla premura per tutti gli esseri.
aforisma Buddha

... per questa ragione
il bambino è fluido e ricettivo, solo riportando questa fluidità si può percepire e concettualizzare la realtà
...
Franco Giovanni Brasola


Un giorno, a un luminare della medicina venne chiesto quale fosse la più grave m
alattia del secolo. 

I presenti si aspettavano che dicesse il cancro o l'infarto. 

Grande fu lo stupore generale quando lo scienziato rispose: "L'indifferenza!"

Tutti allora si guardarono negli occhi e ognuno si accorse di essere gravemente ammalato. 

Infine gli domandarono quale ne fosse la cura. E lo scienziato disse: "Accorgersene!










lunedì 3 settembre 2012

James Hillman. Fuochi blu. La scritta "Cucina casalinga" potrà forse servire ad attirare clienti in trattoria, ma per molti il desco familiare é stato il luogo del trauma. Studi condotti su famiglie con problemi individuano nel pasto comune il più importante punto di concentrazione delle tensioni familiari. E' a tavola che tendono a scoppiare le liti su questioni di danaro, di politica o di morale.

"Invece la mia visione del mondo si fonda sull' "attaccamento": viviamo in una "Gemeinschaft", non siamo monadi. Coloro che scelgono l'altra via, la via del distacco, che se ne vadano sul Monte Athos o in Tibet, dove non c'é bisogno di essere coinvolti nelle miserie della vita quotidiana. L'attaccamento al mondo, la continuità con il mondo sono invece molto importanti e, secondo me, le discipline spirituali sono parte del dissesto del mondo. Lo abbandonano al suo inquinamento, ai suoi veleni, alla sua corruzione e se ne stanno al sicuro nelle loro posizioni, protette dalla loro filosofia difensiva."
James Hillman, Fuochi blu


James Hillman si mette a conversare con i mitografi della Grecia arcaica, con il presocratico Eraclito, con il magus rinascimentale Marsilio Ficino, con i filosofi moderni Karl Jasper e A. N. Withehead e, incessantemente, con Freud e Jung e, in questa comunità di sapienti scomparsi, scopre una continua e vitale re-visione della psicologia. Per questa ragione gli psicologi lo trovano più difficile che non i letterati, gli artisti o chi si occupa di teatro, cinema e danza; costoro possiedono l'orecchio metaforico e la sensibilità per la forma necessari ad intenderlo.
Thomas Moore in "Fuochi blu"


"Come mai stiamo diventando una nazione di analfabeti? Diamo la colpa alla televisione e al computer, ma essi non sono cause, bensì effetti di una condizione preesistente che li ha sollecitati. Televisione e computer sono arrivati per colmare un vuoto. Il leggere non dipende soltanto dal saper disporre in ordine le parole o le lettere all'interno delle parole. Il leggere dipende dalla capacità della psiche di entrare nell'immaginario".
James Hillman, Fuochi blu

Da un punto di vista archetipico ciò che conta non é tanto il fatto di sentirsi colpevoli, quanto, piuttosto, "verso chi" ci sentiamo colpevoli: a quale persona della psiche appartiene la mia afflizione, entro quale mito si colloca, e rivela forse un obbligo? Quali figure, e in quali complessi, avanzano in quel momento le loro rivendicazioni?
James Hillman, Fuochi blu


Si é anche al servizio di un'altra, invisibile, famiglia una sorta di forza archetipica. Col passare del tempo cresce dentro la nostra psiche il senso del suo potere, come se avvertissimo muoversi nella nostra carne la sua struttura ossificata, un potere che ci mantiene asserviti a schemi rinchiusi nei nostri atteggiamenti e abitudini più intimi. Da questa famiglia interiore non siamo mai liberi.
James Hillman, Fuochi blu


L'orizzonte della psiche, oggigiorno, si é contratto, si é ridotto al personale e la nuova psicologia dell'umanesimo incoraggia l'omuncolo presuntuoso in riva al grande oceano, che si rivolge a se stesso per domandarsi come si sente oggi e riempie il suo questionario, calcola il suo test della personalità. Egli ha abbandonato l'intelletto e ha interpretato l'immaginazione per potersi identificare tutto con le sue "esperienze viscerali" e i suoi "problemi emotivi"; la sua anima ha finito per assimilarsi ad essi.
James Hillman, Fuochi blu

Mentre ammettiamo che l'illuminazione, la segnaletica e la manutenzione stradali possano riguardare la vita della collettività e vadano finanziati con le tasse, opponiamo resistenza all'idea di pagare per essere trasportati lungo quelle medesime strade pubbliche. Il trasporto pubblico sembra violare la nostra identità di individui semoventi, al punto che, mentre per la "fantasia automobilistica", paghiamo senza protestare ogni sorta di imposta, siamo riluttanti a promuovere e spendere per il trasporto pubblico perché questo ci toglierebbe di mano il volante, la ruota del destino.
James Hillman, Fuochi blu


Gli psicopatici sono bravissimi nel valutare le situazioni e nell'accattivarsi il prossimo. Percepiscono, valutano, connettono, sfruttando tutte le occasioni.
Di qui il loro successo nel manipolare gli altri.
Dove lo psicopatico é molto meno versato é nell'immaginare l'altro al di fuori di una fantasia di utilità: nell'immaginare l'altro come autentica interiorità, con bisogni, intenzioni e sentimenti propri.
Una educazione che, in qualunque modo, trascuri l'immaginazione é una educazione alla psicopatia.
E' una educazione che dà come risultato una società sociopatica di sfruttamento dell'altro.
Impariamo come gestire gli altri e diventiamo una società di manipolatori.
James Hillman, Fuochi blu


La scritta "Cucina casalinga" potrà forse servire ad attirare clienti in trattoria, ma per molti il desco familiare é stato il luogo del trauma. Studi condotti su famiglie con problemi individuano nel pasto comune il più importante punto di concentrazione delle tensioni familiari. E' a tavola che tendono a scoppiare le liti su questioni di danaro, di politica o di morale.
James Hillman, Fuochi blu

Le grandi riunioni di famiglia, più che assomigliare a un raduno, sono in realtà uno spettacolo di una comicità irresistibile, che servono anche a far uscire allo scoperto le nostre personali bizzarrie. Anche noi, dopotutto, sembriamo, e siamo, piuttosto strani agli occhi dei parenti.
James Hillman, Fuochi blu


Ermes-Mercurio oggi è dovunque. Vola per l'etere, viaggia, telefona, è nei mercati, e gioca in borsa, va in banca, commercia, vende, acquista, e naviga in Rete. Seduto davanti al computer, te ne puoi stare nudo, mangiare pizza tutto il giorno, non lavarti mai, non spazzare per terra, non incontrare mai nessuno, e tutto questo continuando a essere connesso via Internet. Questa è Intossicazione Ermetica.
James Hillman



"Se il problema contiene un terzo elemento misterioso, irresistibile, affascinante, questo non può che essere un oggetto d'amore o un punto dove si nasconde l'amore stesso: proprio lì in quel problema. Ciò significa che i problemi sono, contro ogni apparenza, una cosa buona, o, si potrebbe dire, più che problemi sono emblemi, come gli emblemata rinascimentali...I problemi ci tengono in vita, forse per questo non se ne vanno mai. Che cosa sarebbe la vita senza di essi? Totalmente sedata e senza amore. Dentro ciascun problema è nascosto un amore segreto".
James Hillman


"Esse est percipi"
Noi siamo fenomeni offerti alla vista. Essere è in primo luogo essere visibili. Il lasciarsi passivamente vedere apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo amanti e mentori e amici, affinchè possiamo essere visti, ed essere benedetti.
James Hillman


«La parola “idea” trae, probabilmente, origine dalla parola greca eidos, che significa qualcosa visto come una forma, ma anche un modo di vedere, come un punto di vista, una prospettiva. Dunque le idee non sono soltanto delle cose che puoi prendere e ponderare; ti danno anche dei punti di vista, dei nuovi modi di vedere le cose. Le idee sono già operanti nelle nostre prospettive, nel modo in cui guardiamo le cose. Noi diamo per scontate le nostre idee consuete, e quindi non siamo noi ad avere le idee ma le idee hanno noi»
James Hillman, 1992/1998


"La moderna visione del mondo limita l’idea della soggettività alle persone umane. Essa poggia sull’idea cristiana della persona umana come vero centro focale del divino e sola portatrice d’anima. Un altro fondamento dell’idea moderna di persona è la psicologia di Descartes che immagina un universo suddiviso in soggetti viventi e oggetti morti, senza uno spazio per alcunché di intermedio, di ambiguo e di metaforico. L’uomo è in primo luogo un artefice di immagini e la nostra sostanza psichica è formata di (da) immagini; il nostro essere è un essere immaginale, un’esistenza nell’immaginazione. Siamo davvero fatti della sostanza di cui son fatti i sogni". 
James Hillman


".... considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile. I traduttori del greco antico rendono a volte con “trama” la parola mythos.
Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti."
James Hillman, La forza del carattere


"La più gran conquista in assoluto è la padronanza della metafora. Si tratta di qualcosa che non può essere appresa dagli altri ed è anche un segno di genialità, giacché una buona metafora implica la percezione intuitiva delle somiglianze tra oggetti dissimili."
Aristotele
(citato in "Il cervello quantico" di Jeffrey Satinover)


In quel giardino io ero nella Psiche, mi accorgevo che tutto era psicologia intorno a me, tutto parlava psicologicamente. Il mondo è come un giardino in quanto si manifesta; è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti; è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti - a disposizione di ogni anima che passa - dati con la facilità dei riflessi sul lago: il giardino rende più intellegibile e più bella l'interiorità dell'anima."
James Hillman


“Chi ho avuto come insegnante? Parigi o Dublino! Sono convinto, veramente, assolutamente, che ciascuno di noi sia plasmato dai luoghi, dalla cultura, dalle atmosfere, dall’Anima del Mondo in cui mangia e dorme, dalle conversazioni, dagli amori: tutti sono collocati, appartengono a un luogo. Parigi nel 1947-48, Dublino nel 1949-50. Grandi insegnanti. Quando ripenso a quel periodo dopo la guerra e a quelle città e a quelle persone sono portato a credere che sia stato allora che per la prima volta ho sentito i piaceri del pensiero. Nelle scuole e nelle università in cui ero stato prima, c’era apprendimento, ma non c’era molto piacere e non c’era neppure pensiero”.
James Hillman


“[…] quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato,si presentavano a Lachesi. A ciascuno ella dava come compagno il genio (daimon) che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto. E il daimon guidava l'anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino prescelto è ratificato. Dopo il contatto con Cloto, il daimon conduceva l'anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino. Di li', senza voltarsi, l'anima passava ai piedi del trono di Necessità”.
James Hillman



James Hillman, Il gioco della guerra
“ Forse il problema non è tanto il realismo pervasivo dei videogiochi o delle playstations; più importante è l’apprendimento di abilità che essi favoriscono. Quei giochi sono dei maestri migliorano la capacità di controllare più punti contemporaneamente, affinano la coordinazione dito-occhio, ampliano la coscienza periferica e altri aspetti dell’acuità visiva. E la prontezza di riflessi è una qualità indispensabile in combattimento, tanto più quando la guerra vera, sulle corazzate, sui bombardieri, con i lanciamissili o alla guida di carri armati, è condotta con strumenti analoghi. Mettere al bando le armi giocattolo, proibire i programmi violenti non renderà i ragazzi meno preparati per fare la guerra, fintanto che essi avranno accesso alla loro attrezzatura digitale. Lo smanettone fanatico, che passa tutto il tempo libero nella sua cameretta davanti al computer, la punta delle dita guizzante come la lingua di un serpente, si trova al centro addestramento reclute e, benché non scenda mai «in strada» o non abbia mai visto una ferita sanguinante, ha un enorme vantaggio sui ragazzini dei paesi disperati che si addestrano nella loro particolare marca di terrorismo tirando pietre o appostandosi dietro i muri con un bazooka sulle gracili spalle. La guerra vera è condotta virtualmente e la Pax americana sarà garantita da smanettoni diventati adulti.
Le menti portate alla censura non prestano attenzione alla strumentalizzazione; vedono solamente il «che cosa» e non il «come». Per esempio, la tesi di coloro che si schierano contro la violenza nei videogiochi e alla televisione dice che, presentando alle anime impressionabili dei bambini gli orrori della guerra come se fossero un gioco, uno spettacolo, li prepariamo alla guerra. La guerra viene in tal modo resa familiare, eccitante, interattiva e innocua. Perfino se il programma è proposto con l’intento esplicito di scoraggiare la violenza, ciò che vedi è la violenza ed è questa che passa, e che agirai. La violenza, dicono, genera violenza.
Forse è vero che la violenza genera violenza; quello che è certo è che la violenza innocua, in cui nessuno si fa del male, genera innocenza, che letteralmente significa «inoffensività».
Il maggior danno procurato dalle immagini televisive violente consiste nel fatto che esse contribuiscono alla violenza americana ‹indirettamente›, vale a dire mantenendo intatta la nostra endemica malattia nazionale: l’ignoranza del lato d’ombra della vita, anzi il rifiuto ossessivo di conoscerlo, l’innocenza come droga. (Ben diverso è il modo in cui prendono coscienza della violenza i bambini della Palestina, della Cambogia, della Bosnia, dell’Africa o anche del South Central a Los Angeles!). È perché incoraggia l’innocenza che la violenza televisiva contribuisce alla violenza americana. L’americano innocente è l’americano violento (il che è come ci percepiscono di solito le altre nazioni).”
JAMES HILLMAN (1926 – 2011), “Un terribile amore per la guerra”, trad. di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2005 (I ed.), 3. ‘La guerra è sublime’, pp. 162 – 164.


Opera: "Dio Architetto dell'Universo". 
Illustrazione tratta da una Bibbia Francese del XIII secolo
 raffigurante il creatore del mondo come un Architetto 
che con il compasso definisce il cerchio della terra.






http://vimeo.com/58783215

Errata Corrige : Non è chiaramente il neuroscienziato 
Gerard Edelman che parla bensì James Hillman:









venerdì 20 luglio 2012

Ludwig Van Beethoven. La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza.

«Principe, ciò che siete, lo siete in occasione della nascita. Ciò che sono, lo sono per me. 
Principi ce n'è e ce ne saranno ancora migliaia. Di Beethoven ce n'è soltanto uno. »
[Biglietto di Beethoven al principe Lichnowsky, ottobre 1806]


"Ogni vera creazione d'arte è indipendente da colui che l'ha realizzata, più potente dell'artista stesso e ritorna al divino attraverso la sua manifestazione. In questo è un tutt'uno con l'uomo: che è l'espressione del divino in sè."
Ludwig Van Beethoven


Le mie idee le porto a lungo dentro di me, spesso molto a lungo prima di metterle per iscritto... Cambio molto, scarto e tento sempre di nuovo, finché non sono soddisfatto, poi comincio ad elaborare nella mia testa, allargo, restringo, spingo verso l'acuto e verso il grave e, poiché so cosa voglio, la concezione di fondo non mi abbandona mai. 
Ludwig Van Beethoven


La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza.
Chi penetra il senso della Musica potrà liberarsi da tutte
le miserie in cui si trascinano gli altri uomini.
Ludwig Van Beethoven


L'amore è riservarsi le spine e offrire le rose.
Ludwig Van Beethoven




Nuccia Testa

L'uomo che non ha alcuna musica dentro di sé, che non si sente commuovere dall'armonia di dolci suoni, è nato per il tradimento, per gli inganni, per le rapine. I motivi del suo animo sono foschi come la notte: i suoi appetiti neri come l'erebo. Non vi fidate di un siffatto uomo. Ascoltate la musica.
William Shakespeare






  Agostino Degas

sabato 5 maggio 2012

Urie Bronfenbrenner. Il maggiore pericolo della TV non sta tanto in ciò che induce a fare, ma in ciò che impedisce di fare: la conversazione, i giochi e le discussioni


Urie Bronfenbrenner (1917 – 2005), scrittore e psicologo statunitense.

Il maggiore pericolo della TV non sta tanto in ciò che induce a fare, ma in ciò che impedisce di fare: la conversazione, i giochi e le discussioni, tutte cose che contribuiscono moltissimo all'educazione del bambino e alla formazione del suo carattere.
citato in Selezione dal Reader's Digest, marzo 1973

http://it.wikiquote.org/wiki/Urie_Bronfenbrenner

martedì 17 gennaio 2012

Aristofane. Non puoi insegnare al granchio a camminare diritto.


Sostenete quelli che cercano di farvi sentire qualcosa di diverso e conservate i loro pensieri: riponeteli in cassapanca come le mele cotogne, così i vostri panni odoreranno di intelligenza tutto l’anno”
Aristofane, Le Vespe


Non puoi insegnare al granchio a camminare diritto.
Aristofane


Dopo aver inutilmente tentato di convincere gli uomini a cedere loro il potere perché è ormai l'unica cosa che non abbiano ancora provato, un gruppo di donne -attraverso raggiri, inganni e colpi di mano- riesce ad assumere il governo dello Stato. Una volta al potere, promulgano leggi rivoluzionarie in cui il godimento di tutte le proprietà diventa comune sotto la saggia amministrazione femminile. E questo vale anche per i rapporti sessuali: le donne potranno amoreggiare e far figli con chiunque esse desiderino. In quanto agli uomini, per poter accedere a una donna bella, dovranno prima accoppiarsi con una brutta, e nel caso vogliano introdursi nel letto di una giovane, dovranno prima dar prova di saper soddisfare pienamente una donna matura. La depressione maschile incombe... Un bel sogno? Un incubo? Uno scherzo? No, è la trama di "Le donne al parlamento" (Ecclesiazusai), graffiante e utopica commedia del geniale Aristofane, andata in scena per la prima volta ad Atene nel 341 a.C.




Lisistrata, colei che scioglie gli eserciti.
Atene, 411 a.C.
A quale genio, se non ad Aristofane (445 a.C. – 380 d.C.), poteva mai venire in mente una commedia dove si ricorre ad uno sciopero dell’Amore nel tentativo di fermare una guerra.
Sono passati due anni dal fallimento e dalla sconfitta subita dalla democrazia ateniese in Sicilia nel 413. Il partito oligarchico ha sospeso la costituzione democratica e messo lo Stato sotto la tutela di una giunta di trenta probuli, ossia commissari. La guerra del Peloponneso scoppiata nella primavera del 431 a.C. a causa della rivalità crescente tra Atene e Sparta, fu tra le guerre più lunghe e sanguinose, a cui parteciparono quasi tutte le popolazioni greche, portando morte e distruzione, non solo gli uomini ne pagarono tale prezzo, ma anche le donne come madri, mogli, figlie e sorelle dei combattenti. Questo conflitto segnò la fine dell’egemonia ateniese.
In questo clima, mentre il conflitto contro Sparta sembra non trovare tregua, la pungente satira del teatro greco è un’arma potente, idonea a stimolare il pensiero critico degli abitanti della polis. Particolare curioso, ad Atene in quegli anni, la sacerdotessa del tempio di Atena Poliade si chiamava Lisimaca, cioè “Colei che scioglie le guerre”, pressoché identico, nel suo significato, a Lisistrata. Forse proprio questa figura ispirò Aristofane portandolo a scrivere un dramma, che ancora oggi appare illuminante, dove il pacifismo dell’opera è assai evidente, oltre alla forza motrice del sesso, ritenuto dai Greci tanto potente da poter condurre alla soluzione di una guerra.

La vita sociale delle donne libere nell’Atene del V secolo, era fortemente limitata: esse non avevano accesso alle cariche pubbliche, né ad un’istruzione adeguata. I loro compiti principali erano in effetti quello di procreare (funzione estremamente importante in un tempo in cui le guerre con le città nemiche erano molto frequenti) e badare alle questioni domestiche, con o senza l’ausilio di schiavi. Passavano quindi la quasi totalità del loro tempo in casa e non erano mai presenti nei luoghi pubblici ateniesi, come l’agorà e il ginnasio. Non è chiaro, invece, se potessero assistere alle rappresentazioni teatrali. Diversamente per le donne di famiglie meno abbienti che avevano spesso la necessità di trovarsi un lavoro esterno come lavandaie, tessitrici, nutrici, se costituiva senz’altro un aggravio di fatica, poteva però essere un’occasione di maggiori relazioni sociali.
Dunque Lisistrata è pronta a sacrificare il proprio piacere e quello delle sue concittadine pur di convincere gli uomini alla pace duratura.
Riunisce in una assemblea tutte le donne di Atene, e di altre città, tra cui la spartana Lampitò, dicendo di essere finalmente riuscita a trovare un mezzo per porre fine a ciò che provoca loro tanto dolore e tanta solitudine: uno sciopero dell’amore, rifiutarsi dunque ai mariti, finché questi non concludano la pace.

“Siamo noi a portare il peso della guerra, più del doppio. Partoriamo i nostri figli e li mandiamo a fare gli opliti. Quando avremmo potuto essere felici e goderci la nostra giovinezza, per colpa della guerra siamo costrette a dormire sole. E lasciamo anche perdere il nostro caso, ma io soffro al pensiero delle ragazze che invecchiano nelle loro camere”.

Lisistrata è una donna intelligente, passionaria e determinata a ottenere ciò che desidera, ma più che altro è una figura energica in grado di convincere le sue alleate a combattere una grande e faticosa battaglia.
Dopo le prime rimostranze, Lisistrata riesce a convincere le donne dell’impresa e insieme occupano l’Acropoli per bloccare l’accesso al tesoro (che serve a finanziare la guerra). Grazie alle donne più anziane che riescono a respingere un gruppo furioso e ostinato di vecchi, ma l’astuzia e la fermezza di Lisistrata hanno la meglio. 
Anche gli uomini desiderosissimi di amplessi, sfiniti e “con un grosso peso da portare”, convocano gli ambasciatori e alla fine concordano la pace con Lisistrata. 
La commedia si conclude con una grande festa di riconciliazione.

Tra i temi rappresentati da Aristofane ci sono chiaramente la guerra e la pace, temi questi che si ritrovano in molte delle sue commedie più famose.
Guerra presa questa volta dal punto di vista delle donne, non quindi rappresentata nella sua figura “distruttrice” ma come “privazione” di figli, mariti, della famiglia, della quotidianità, del corso naturale della vita, anche la pace non ha nulla di etico o morale ma solo di ristabilizzare il “modus vivendi”.
Ma la grandezza della commedia si rivela soprattutto nella figura rivoluzionaria della donna e del sesso.
Visto il posto che aveva la figura femminile nel mondo greco, le protagoniste di Lisistrata sono delle mirabili eccezioni letterarie: donne che prendono il comando, che rivendicano il loro ruolo nella società, nella politica, nella famiglia, nell’amministrazione del denaro:

Commissario: E che farete?
Lisistrata: E me lo chiedi? Lo amministreremo noi.
Commissario: Voi amministrerete il denaro?
Lisistrata: Che c’è di strano? Non siamo noi ad amministrare tutto il bilancio di famiglia?

Lisistrata è dunque un’opera di una modernità impressionante. 
Aristofane qui pone le donne sullo stesso piano degli uomini inneggiando all’eguaglianza. È un riscatto di genere, o meglio una vera e propria guerra tra i generi, animata dall’intenzione più nobile: ristabilire la quiete e la tranquillità. Il sesso è il vero punto focale di tutta l’opera, descritto dall’autore con tutta la sua forza e naturalezza, riconosciuto dagli uomini e ancora meglio dalle donne, viste per secoli come figure asessuate.

Le seguaci di Lisistrata, invece, hanno una completa vita sessuale, rivendicando anche lì il proprio ruolo e il proprio piacere. 
“L’uomo non può godere se non gode anche la donna”.

La concretezza di questa commedia è la sua vicinanza alla realtà, antica come contemporanea, insita nell’arma che Lisistrata utilizza per vincere la sua battaglia: la libido, il desiderio sessuale. 

Lisistrata: […] Vi tirano i mariti: ma tu credi che non gli tiriamo? So che passano notti tremende. Belle mie, resistete pazientate ancora un po’ di tempo: che c’è una profezia propizia, se non ci scanniamo. E questa così dice. […] “Se le passere volano via in un solo lotto fuggendo i richiami, lungi dagli augelli finiranno i malanni e il dio degli ombrelli farà un quarantotto…”

Gli uomini dunque sembrano addirittura sminuiti nella parte finale, quando la protagonista pronuncia il suo discorso di riconciliazione, da grande oratrice e i personaggi maschili non fanno altro che ammirare estasiati il corpo della bella Lisistrata.

Addirittura si parla, senza inutili vergogne, dell’uso dell’olisbo, fallo artificiale.

Lisistrata: E non c’è rimasto neanche uno straccio d’amante. E da quando i Milesi ci hanno tradito non si vede più nemmeno l’olisbo lungo otto dita, il nostro sollievo di cuoio […]

Non mancano certamente scene divertenti come quella dove Mirrina finge di assecondare i desideri del marito ma per un motivo o per un altro non arriva mai all’atto, o dove sia gli spartani che gli ateniesi sono costretti ad indossare lunghi mantelli per nascondere la loro natura a dir poco troppo sacrificata, tutto condito con un linguaggio molto colorito ma che rende veramente l’opera di sublime genialità. L’aspetto sorprendete, oltre che il risvolto maggiormente esilarante, è quello di vedere come anche il desiderio femminile sia considerato potente e naturale. Le donne dimostrano così di essere utili allo Stato che, come e al pari degli uomini, hanno il diritto e il dovere di proteggere. 

Le congiuranti dunque hanno raggiunto il loro scopo. L’abilità che le donne quotidianamente sperimentano, ha fatto sì che l’aggrovigliato gomitolo della guerra è stato sciolto, tessendo la trama di una pace duratura, e dunque anche il sacrificio adesso può terminare.

Fonti:
Il teatro greco. Commedie – Guido Paduano Bur Rizzoli
Passi tratti da: Lisistrata Aristofane, Bur Rizzoli

 https://www.inchiostronero.it/filosofia-lisistrata-colei-che-sciolse-gli-eserciti/comment-page-1/




  I sentieri della filosofia

venerdì 16 dicembre 2011

Esopo. LA RANA E LO SCORPIONE. Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda." La rana gli rispose "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!" "E per quale motivo dovrei farlo?" incalzò lo scorpione "Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!" La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura



Bada di non perdere la sostanza quando cerchi di afferrare l'ombra.
Esopo, Favole


I malvagi non mutano indole neanche quando vengono trattati bene.
Esopo


Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: "Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull'altra sponda." La rana gli rispose "Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!" "E per quale motivo dovrei farlo?" incalzò lo scorpione "Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!" La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell'obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura.
Favola di Esopo. LA RANA E LO SCORPIONE



La storia è questa. Uno scorpione vuole attraversare un fiume, ma non sa nuotare. Chiede a una rana di traghettarlo. La rana non si fida, ma lo scorpione la rassicura: “se ti pungessi annegherei”. La rana generosamente accetta, ma a metà percorso lo scorpione la colpisce con il suo aculeo velenoso. La rana, disperata e morente, gli chiede“Perché?”. Lo scorpione, prima di morire annegato, risponde “È la mia natura”.
Esopo, Lo scorpione e la rana



Esopo - La Cicala (Italiana) e le Formiche (tedesche)
Era d'inverno, e le formiche stavano asciugando il loro grano, che si era bagnato. Ed ecco che una cicala affamata andò a chiedere loro del cibo. Ma le risposero le formiche: "Perché durante l'estate non hai fatto anche tu provviste?" Rispose la cicala: "Non ne avevo tempo, ma cantavo armoniosamente". E quelle, ridendole in faccia, le dissero: "Beh, se nel tempo estivo cantavi, d'inverno balla".



Uno "stravolgimento" della cicala e la formica...
niente male come "altra prospettiva" sulla quale riflettere...



Il dualismo giusto/sbagliato.


C'erano una volta un Orso e un'Ape che vivevano in un bosco ed erano grandi amici. Per tutta l'estate l'Ape raccolse il nettare dalla mattina alla sera, mentre l'Orso sdraiato sul dorso tra l'erba alta si crogiolava al sole. All'approssimarsi dell'inverno l'Orso vide che non aveva nulla da mangiare e pensò: "Spero che quell'Apina operosa dividerà un po' del suo miele con me". Ma l'Ape era introvabile - era morta di una patologia coronarica causata dallo stress.




Esopo - Il Cavallo e l'Asino
C'era un uomo che aveva un asino e un cavallo. Un giorno che stavano viaggiando per la strada, l'asino disse al cavallo: "Prendi un pò del mio carico se non vuoi vedermi morto". Ma l'altro non volle saperne. L'asino, sfinito dagli stenti, stramazzò e morì. Allora il padrone trasferì sul dorso del cavallo tutto il carico e in più la pelle dell'asino. Il cavallo allora piangendo esclamava: "Ahimè disgraziato! Che cosa mi è mai successo, povero infelice! Per aver rifiutato parte di quel peso, ora sono costretto a portarlo tutto, e in più anche la pelle". 




Esopo - La zanzara e il leone
"Io non ho paura di te, e tu non sei più forte di me; e allora di che genere è la forza che hai? Che graffi con le unghie e che mordi coi denti? Ma questo lo fa anche una donna che litiga col marito! Io sono davvero molto più forte di te. Se tu vuoi, misuriamoci anche in combattimento." E, dopo aver suonato la tromba, la zanzara si avventò trafiggendo l'avversario intorno alle narici, nelle parti senza peli della faccia.
Il leone, usando gli artigli, non riusciva ad altro se non a graffiare se stesso, finché decise di abbandonare la lotta. Allora la zanzara, che aveva vinto il leone, suonando la tromba e cantando vittoria volò via; ma impigliatasi in una ragnatela, mentre stava per essere mangiata, si lamentava che essa, abituata a lottare con animali più grandi di lei, doveva morire per via di un insetto insignificante come il ragno. 




Esopo - Il lupo e l'agnello
Un lupo che aveva visto un agnello intento a bere presso un fiume volle divorarlo, accampando una motivazione che fosse plausibile. Perciò, nonostante si trovasse più a monte, prese ad accusare l'agnello dicendo che gli intorbidiva l'acqua, impedendogli di bere. Ma il lanuto rispose che stava bevendo a fior di labbra e che peraltro, trovandosi più a valle, non poteva sp...orcare l'acqua a lui.
Il lupo, allora, visto fallire il pretesto addotto, disse: "Però l'anno scorso tu offendesti mio padre!". E come l'agnello gli ebbe risposto che a quell'epoca non era ancora nato, gli fece il lupo: "Guarda che, pure se hai facili gli argomenti per scagionarti, non per questo rinuncerò a mangiarti!".
La favola dimostra che di fronte a coloro che hanno la propensione a commettere ingiustizie non può nulla neppure la difesa più giusta.




Esopo - Il leone e il topo
Mentre un leone dormiva in un bosco, topi di campagna facevano baldoria. Uno di loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su quel corpo sdraiato. Povero disgraziato! Il leone con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo. Il topo supplicò clemenza: in cambio della libertà, gli sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta scoppiò a ridere e ...lo lasciò andare.

Passarono pochi giorni ed egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza del piccolo topo. Cadde, infatti, nella trappola dei cacciatori e fu legato al tronco di un albero. Il topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo averlo restituito alla libertà, gli disse: "Tempo fa hai riso di me perché credevi di non poter ricevere la ricompensa del bene che mi hai fatto. Ora sai che anche noi, piccoli e deboli topi, possiamo essere utili ai grandi."

La favola mostra come, col mutar delle circostanze, anche i potenti possono aver bisogno dei deboli.Una zanzara, avvicinatasi a un leone. 



Era d'inverno, e le formiche stavano asciugando il loro grano, che si era bagnato. Ed ecco che una cicala affamata andò a chiedere loro del cibo. Ma le risposero le formiche: "Perché durante l'estate non hai fatto anche tu provviste?" Rispose la cicala: "Non ne avevo tempo, ma cantavo armoniosamente". E quelle, ridendole in faccia, le dissero: "Beh, se nel tempo estivo cantavi, d'inverno balla".
Esopo - La Cicala e le Formiche.



Esopo: La volpe e l'uva
Una volpe che aveva fame, come vide su una vite dei grappoli sospesi, volle impadronirsene ma non poteva.
Allontanandosi disse fra sé: "Sono acerbi". Così anche alcuni uomini, non potendo raggiungere i propri scopi per inettitudine, accusano le circostanze.





Esopo - La volpe e la cicogna.
"La volpe e la cicogna erano buone amiche. Un tempo si vedevano spesso, e un giorno la volpe invitò a pranzo la cicogna; per farle uno scherzo, le servì della minestra in una scodella poco profonda: la volpe leccava facilmente, ma la cicogna riusciva soltanto a bagnare la punta del lungo becco e dopo pranzo era più affamata di prima. "Mi dispiace" disse la volpe "La ...minestra non è di tuo gradimento?" "Oh, non ti preoccupare: spero anzi che vorrai restituirmi la visita e che verrai presto a pranzo da me" rispose la cicogna. Così fu stabilito il giorno in cui la volpe sarebbe andata a trovare la cicogna.
Sedettero a tavola, mai i cibi erano preparati in vasi dal collo lungo e stretto nei quali la volpe non riusciva ad infilare il muso: tutto ciò che poté fare fu leccare l'esterno del vaso, mentre la cicogna tuffava il becco nel brodo e ne tirava fuori saporitissime rane. "Non ti piace, cara, ciò che ho preparato?"
Fu così che la volpe burlona fu a sua volta presa in giro dalla cicogna.
 




http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/esopo/leone-moscerino.htm


 

Elenco blog personale