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venerdì 21 settembre 2018

Marco Polo: La Via della Seta lo porta in Cina.

Marco Polo: La Via della Seta lo porta in Cina.

Tre uomini sbarcano da una galea su un molo di Venezia. Nessuno corre ad accoglierli. 
Il loro ritorno in patria dopo 24 anni all’estero passerebbe inosservato se non fosse per il loro aspetto bizzarro che attira l’attenzione. Indossano abiti sbrindellati ma di ottima seta, alla moda dei mongoli (o tartari, come si chiamavano allora), e hanno “una certa indescrivibile somiglianza con i tartari sia nel comportamento che nell’accento, avendo dimenticato quasi completamente la lingua veneziana”, afferma una fonte. I viaggiatori sono Marco Polo, suo padre e suo zio. È l’anno 1295.

LE STORIE dei Polo di un viaggio fino al lontano Catai, l’odierna Cina, sembrarono incredibili ai loro contemporanei. Le memorie di Marco Polo, raccolte in un libro intitolato prima Descrizione del mondo e poi Il Milione, parlavano di civiltà sconosciute dai tesori favolosi, ricche di prodotti ricercatissimi dai mercanti occidentali. Il libro ebbe un’enorme influenza sulla fantasia popolare. Entro 25 anni dal ritorno di Marco Polo ne esistevano versioni manoscritte in franco-italiano, francese, latino, toscano, veneziano e probabilmente in tedesco: un successo senza uguali nel Medioevo. Il libro fu copiato a mano per due secoli e dal 1477 ha continuato a essere stampato in molte lingue. Probabilmente Marco Polo è l’europeo più famoso che abbia mai percorso la Via della Seta fino in Cina. Perché fece quel viaggio? E si può credere a tutto quello che sostenne di aver visto e fatto?

Mercanti di Venezia.
Nel XIII secolo molti mercanti veneziani si stabilirono a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, e accumularono ingenti ricchezze. Fra loro c’erano Niccolò e Matteo Polo, padre e zio di Marco. Verso il 1260 essi vendettero le proprietà che avevano lì, investirono il ricavato in gioielli e partirono per la capitale del khanato occidentale dell’impero mongolo: Saraj, sul Volga. Gli affari andarono bene ed essi raddoppiarono il capitale. Siccome la guerra impedì loro di tornare a casa, si diressero verso Oriente, probabilmente a cavallo, e raggiunsero la città di Buchara, un importante centro di scambi commerciali dell’attuale Uzbekistan.

Le agitazioni li trattennero lì per tre anni finché non passarono da Buchara dei messi che si recavano da Qubilai, Gran Khan di tutti i mongoli, i cui domini si estendevano nell’area che oggi andrebbe dalla Corea alla Polonia. I messi invitarono Niccolò e Matteo a unirsi a loro, dato che, stando al racconto di Marco Polo, il Gran Khan non aveva mai visto dei “latini” (intendendo probabilmente abitanti dell’Europa meridionale) e sarebbe stato felice di parlare con loro. Dopo un anno di viaggio i Polo arrivarono alla corte di Qubilai Khan, nipote di Gengis Khan, fondatore dell’impero mongolo.

Il Gran Khan accolse i due fratelli Polo con tutti gli onori e fece loro molte domande sull’Europa. Diede loro una piastra d’oro che doveva servire da salvacondotto per il viaggio di ritorno e affidò loro una lettera per il papa in cui lo pregava di mandargli “cento uomini savi, esperti nella religione cristiana, sapienti nelle sette arti”* per convertire la popolazione.

Marco, che era nato a Venezia, aveva 15 anni quando nel 1269 vide per la prima volta suo padre. Al rientro in paesi “cristiani”, Niccolò e Matteo appresero che papa Clemente IV era morto. Essi attesero un successore, ma quell’interregno, il più lungo della storia, durò tre anni. Dopo due anni, nel 1271, ripartirono alla volta del Gran Khan, portando con sé Marco che aveva 17 anni.

Il viaggio di Marco Polo.
Ad Acri, in Palestina, un alto prelato e uomo politico, Tebaldo Visconti, diede ai Polo lettere per il Gran Khan che spiegavano perché non era possibile soddisfare la sua richiesta di cento savi. Giunti in Asia Minore, i Polo seppero che lo stesso Visconti era stato eletto papa, perciò tornarono da lui ad Acri. Invece di cento savi, il nuovo papa, Gregorio X, mandò solo due frati autorizzati a ordinare sacerdoti e vescovi, e fornì loro le dovute credenziali e doni per il Khan. Il gruppo si rimise in viaggio ma, spaventati dalle guerre che devastavano quelle regioni, ben presto i frati tornarono indietro, mentre i Polo proseguirono.

I tre attraversarono i paesi che corrispondono agli attuali Turchia e Iran e scesero verso il Golfo Persico con l’intenzione di proseguire per mare. Tuttavia, constatando che le imbarcazioni erano malfatte e tenute insieme con delle funi e quindi non in grado di tenere il mare, presero la via di terra. Dirigendosi a nord e a est, superarono le immense zone desertiche, le imponenti catene montuose, gli altipiani verdeggianti e i fertili pascoli dell’Afghanistan e del Pamir prima di arrivare nella città di Kashgar, in quella che oggi è la regione autonoma cinese del Sinkiang Uighur. Quindi seguendo antiche carovaniere a sud del bacino del Tarim e del deserto del Gobi, giunsero a Cambaluc, l’odierna Pechino. L’intero viaggio, reso difficile sia dal tempo inclemente che da un’imprecisata malattia di Marco, richiese tre anni e mezzo.

Per via Marco Polo annota delle cose interessanti: la montagna dell’Armenia su cui si diceva si fosse fermata l’arca di Noè, il presunto luogo di sepoltura dei Magi in Persia, paesi dal freddo intenso e dal buio perenne nell’estremo nord. Nella letteratura occidentale Marco Polo è il primo che menziona il petrolio. Rivela che la “salamandra”, lungi dall’essere la lana di un animale resistente al fuoco, come si credeva, è un minerale (l’amianto) che si estrae nella regione del Sinkiang Uighur. Racconta che sassi neri che bruciano (il carbone) sono così comuni in Cina che ogni giorno si possono fare bagni caldi. Ovunque vada, Marco Polo prende nota di ornamenti, cibi, bevande (in particolare il latte fermentato di cavalla amato dai mongoli), come pure di riti religiosi e magici, mestieri e mercanzie. Interamente nuovo per lui è il denaro cartaceo usato nel reame del Gran Khan.

Marco Polo non esprime mai il suo pensiero, ma riferisce obiettivamente quello che vede o sente. Possiamo solo immaginare cosa provò quando fu attaccato da predoni che catturarono alcuni suoi compagni e ne uccisero altri.

Al servizio di Qubilai Khan?
Marco afferma che i Polo rimasero 17 anni al servizio di Qubilai Khan, vale a dire il Gran Khan. In quel tempo Marco Polo venne spesso mandato in missione in distanti parti dell’impero per raccogliere informazioni, e persino governò quella che oggi è la città di Yang-chou, nella provincia di Kiangsu.

Non sappiamo se tutto quello che Marco Polo racconta è vero. I mongoli non si fidavano dei cinesi che avevano sottomesso e si servivano di stranieri per governare l’impero. Tuttavia sembra poco probabile che un illetterato come Marco Polo potesse diventare governatore. Forse egli esagera l’incarico che ricoprì. Comunque gli studiosi sono propensi a riconoscere che potrebbe essere stato “un utile emissario di un certo livello”.

Ad ogni modo Marco Polo fu in grado di fare una splendida descrizione di metropoli ricchissime e di usanze pagane ed esotiche proprie di un mondo completamente ignoto in Europa, o noto solo attraverso favole e dicerie. Potevano esistere davvero paesi civili così popolosi, più ricchi di quelli europei? Sembrava impossibile.

Il palazzo del Gran Khan era “il più gran palazzo che si sia mai visto”, dice Marco Polo. “È palazzo tanto bello e maestoso che nessuno al mondo che avesse la facoltà di farlo avrebbe saputo disegnarlo e costruirlo in modo migliore”. Le mura erano ricoperte d’oro e d’argento, adorne di statue di draghi, animali e uccelli dorati, cavalieri e idoli. Il tetto elevato, vermiglio, giallo, verde e blu, splendeva come cristallo. Gli splendidi parchi erano pieni di animali di ogni tipo.

A differenza delle vie tortuose dell’Europa medievale, le strade di Cambaluc erano così ampie e diritte che da un punto delle mura della città si vedevano le mura sul lato opposto. “Cambaluc è la città del mondo dove arrivano più rarità, più cose di pregio e in maggior quantità di ogni altra città del mondo”, dice il veneziano. “Pensate solo a questo: a Cambaluc arrivano ogni giorno non meno di mille carrettate di seta”.

Il numero di imbarcazioni che navigavano lungo lo Yangtze Kiang, uno dei fiumi più lunghi del mondo, era straordinario. Marco Polo giudicò che solo nel porto di Sinju vi fossero 15.000 navi circa.

Fra le usanze dei mongoli che Marco Polo menziona vi è quella del matrimonio di bambini morti. Se una famiglia perdeva un figlio di quattro anni o poco più e un’altra una figlia della stessa età, i padri potevano decidere di farli sposare, facendo poi un regolare contratto di nozze e tenendo una gran festa. Si offrivano cibi e si bruciavano figure di carta raffiguranti schiavi, monete e oggetti di casa, con la convinzione che gli “sposi” avrebbero posseduto queste cose nel cosiddetto altro mondo.

Marco Polo rimane colpito dal valore militare dei mongoli, dai loro sistemi di governo e dalla tolleranza religiosa. Le misure socioeconomiche includevano sovvenzioni per i poveri e i malati, pattuglie antincendio e antisommossa, granai di riserva per alleviare la miseria causata dalle inondazioni e un sistema postale per comunicare rapidamente.

Pur essendo a conoscenza dei tentativi dei mongoli di invadere il Giappone, Marco Polo non afferma di esserci stato. Tuttavia sostiene che in Giappone c’era oro in tale abbondanza che il tetto e il pavimento del palazzo dell’imperatore erano d’oro. Il suo è l’unico riferimento al Giappone nella letteratura occidentale anteriore al XVI secolo.

Il libro di Marco Polo fu sia ammirato che dileggiato per secoli. Oggi gli studiosi, dopo aver soppesato tutte le sue imprecisioni, lo definiscono “la migliore descrizione esistente” del regno di Qubilai nel suo massimo splendore.

Il ritorno a Venezia.
I Polo lasciarono la Cina verso il 1292. Marco dice che la spedizione compì un viaggio di 21 mesi, che partì da quella che oggi è Quanzhou, sostò in Vietnam, nella Penisola Malese, a Sumatra e nello Srī Lanka, quindi seguì la costa dell’India fino in Persia. L’ultima tappa del viaggio li portò a Costantinopoli e infine a Venezia. Poiché erano stati via per 24 anni, non è difficile immaginare che i parenti stentassero a riconoscerli. Ormai Marco aveva 41 o 42 anni.

È difficile calcolare quanto abbia viaggiato Marco Polo. Uno scrittore che recentemente ha cercato di ricalcare le sue orme ha percorso circa 10.000 chilometri fra l’Iran e la Cina soltanto. Anche con moderni mezzi di trasporto è stata un’ardua impresa.

Si dice che il libro di Marco Polo sia stato dettato nel 1298 a un certo Rustichello da Pisa in una prigione di Genova. La tradizione vuole che in una battaglia navale, mentre era al comando di una galea veneziana, Marco Polo venisse fatto prigioniero dai genovesi, che erano in guerra con Venezia. Rustichello da Pisa, suo compagno di prigionia, aveva esperienza come scrittore di storie in prosa in francese o franco-italiano, e la compagnia di Marco Polo evidentemente fu uno stimolo a scrivere.

Con tutta probabilità Marco Polo fu rimesso in libertà nel 1299, quando Venezia e Genova fecero la pace. Tornò a Venezia, si sposò ed ebbe tre figlie. Nel 1324, a 69 anni, morì nella sua città natale.

Nella mente di alcuni permane il dubbio se Marco Polo abbia davvero fatto tutto quello che dice o abbia semplicemente ripetuto storie sentite da altri viaggiatori. Ma qualunque fossero le fonti del Milione di Marco Polo, gli studiosi ne riconoscono il valore. “Mai né prima né dopo”, dice uno storico, “un solo uomo ha fornito all’Europa una tale mole di nuove informazioni geografiche”. Il libro di Marco Polo è una testimonianza dell’interesse dell’uomo per i viaggi, le novità e i paesi lontani.


[Nota in calce]

Le citazioni da Il Milione sono tratte dalla traduzione di M. Bellonci, ERI, Torino, 1982.

[Cartina alle pagine 24 e 25]

(Per la corretta impaginazione, vedi l’edizione stampata)

Viaggio di Marco Polo fino in Cina (vedi l’edizione stampata)

In Cina (vedi l’edizione stampata)

Viaggio di ritorno (vedi l’edizione stampata)

ITALIA

Genova

Venezia

TURCHIA

Istanbul (Costantinopoli)

Trebisonda

Acri

(Saraj)

GEORGIA

M. Ararat

IRAN (PERSIA)

Golfo Persico

AFGHANISTAN

UZBEKISTAN

Buchara

PAMIR

Kashgar

BACINO DEL TARIM

DESERTO DEL GOBI

MONGOLIA

(COREA)

CINA (CATAI)

Pechino (Cambaluc)

Yang-chou

Fiume Yangtze

Quanzhou

MYANMAR

VIETNAM

PENISOLA MALESE

SUMATRA

SRĪ LANKA

INDIA

[Fonte]

Cartina: Mountain High Maps® Copyright © 1997 Digital Wisdom, Inc.

[Illustrazione a pagina 24]

Venezia

[Illustrazione alle pagine 24 e 25]

Il monte Ararat

[Fonte]

Robert Azzi/Saudi Aramco World/PADIA

[Illustrazione a pagina 24]

Donna mongola

[Fonte]

C. Ursillo/Robertstock.com

[Illustrazione alle pagine 24 e 25]

Barcaiolo, Myanmar

[Illustrazione a pagina 25]

La Grande Muraglia cinese

[Illustrazione a pagina 25]

Pechino

[Illustrazione a pagina 25]

Vietnam

[Illustrazione a pagina 25]

Spezie indiane

[Illustrazioni a pagina 26]

Cavalieri cinesi, Qubilai Khan, il fiume Yangtze

[Fonti]

Cavalieri: Tor Eigeland/Saudi Aramco World/PADIA; Qubilai Khan: Collezione del National Palace Museum, Taiwan; fiume Yangtze: © Chris Stowers/Panos Pictures

[Fonte dell’illustrazione a pagina 23]

© Michael S. Yamashita/CORBIS

[Fonte dell’illustrazione a pagina 27]

© 1996 Visual Language


https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/102004409#h=28

venerdì 2 dicembre 2011

Marco Polo e Matteo Ricci. durante il suo quasi trentennale soggiorno in Cina Ricci imparò alla perfezione il cinese, che Marco invece non sapeva perché ai suoi tempi la lingua ufficiale dell’impero era il mongolo, e assimilò molti aspetti della cultura del “paese ospitante” arrivando addirittura ad adottarne l’abbigliamento, prima quello di un bonzo, cioè di un monaco buddista con il cranio rasato a zero, e poi quello di un letterato confuciano con le maniche lunghe, il cappello a tre punte e i capelli e la barba lunghi; divenne amico di molti dei più importanti letterati e intellettuali cinesi di quell’epoca e venne pure introdotto alla corte imperiale, anche se non riuscì mai a incontrare l’imperatore; tradusse per la prima volta in latino gli scritti filosofici confuciani e scrisse un vero e proprio trattato sulla Cina e la sua cultura incomparabilmente più ampio, sistematico e dettagliato del Milione; ma soprattutto fu il primo a far conoscere la cultura europea in Cina traducendo in cinese gli Elementi di Euclide, disegnando il primo mappamondo cinese, con la Cina al centro al posto dell’Europa, e introducendo nel Celeste Impero il calendario gregoriano. I cinesi lo stimavano e ammiravano tanto da chiamarlo Li Madou Xitai, il grande saggio d’Occidente, e alla sua morte lo seppellirono nella Città Proibita, primo occidentale a cui fu concesso questo onore. È a Ricci che si riferisce Battiato nella canzone “Centro di gravità permanente” quando parla di “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming”.



Il 15 settembre del 1254 nasceva Marco Polo.
O almeno così sostengono alcuni siti di dubbia affidabilità. In realtà la vera data di nascita è sconosciuta; l’unica cosa certa è che nacque nel 1254. Tuttavia è molto probabile che, come la maggior parte della gente che conosco, sia nato anche lui in un giorno preciso oltre che in un anno e in mancanza di dati più sicuri prendiamo per buono il 15 settembre.
Quella sulla data di nascita non è l’unica controversia che circonda il grande viaggiatore veneziano; in effetti, a dispetto della sua fama mondiale e delle tonnellate di libri che sono stati scritti sul suo conto, di lui sappiamo davvero poco: ignoriamo che aspetto avesse (il ritratto più celebre è del XVI secolo, più di due secoli dopo la sua morte) e anche il luogo di nascita: molto probabilmente Venezia, ma qualcuno di recente ha ipotizzato che in realtà potrebbe essere l’isola dalmata di Curzola (in croato Korcula) allora possedimento veneziano come praticamente tutte le isole del Mediterraneo da Chioggia a Cipro. 
Questa ipotesi ha mandato in brodo di giuggiole i nazionalisti croati che si sono affrettati a rivendicare “MarkoPilic’” come un loro compatriota; per intenderci sarebbe come se considerassimo Rudyard Kipling uno scrittore indiano per il fatto che sia nato a Bombay ai tempi dell’impero britannico. Contenti loro…

Ma soprattutto non abbiamo nemmeno l’assoluta certezza che sia stato in Cina: è la sconvolgente tesi avanzata da una studiosa inglese (ma questi cacchio di albionici non se li sanno proprio fare gli affaracci loro?) secondo cui Marco sarebbe stato in realtà un bugiardo e un millantatore che non si spinse mai più lontano del Mar Nero e che si limitò ad ascoltare, e poi a dettare, i racconti di altri mercanti e viaggiatori che avevano realmente visitato il Celeste Impero.

Questa tesi è stata efficacemente confutata da altri storici, sia occidentali che cinesi, basandosi su numerosi elementi : di questi il più importante è l’estrema precisione di “Le divisiment dou monde” (la descrizione del mondo, questo il titolo originale del manoscritto in francese, anzi in Lingua d’Oil, di Rustichello da Pisa, meglio noto come “Il Milione”); una precisione che solo il racconto di qualcuno che in quei posti c’era stato davvero e che li aveva visti coi suoi occhi poteva avere! Dai monumenti di Pechino alle curiose usanze dei cinesi e degli altri popoli asiatici ai prodotti tipici di ogni regione (che ricevono lo spazio maggiore, non dimentichiamo che Il milione è prima di tutto una guida per mercanti scritta da un mercante), tutto viene descritto con abbondanza di dettagli e straordinario realismo. È proprio questo l’aspetto più straordinario del libro e della personalità di Marco Polo, una straordinarietà che giustifica ampiamente la fama imperitura del mercante veneziano: Marco è un uomo del Medioevo, eppure nel suo modo di pensare e di vedere il mondo, di relazionarsi all’altro, a una cultura sconosciuta e completamente diversa dalla nostra, con curiosità e totale mancanza di pregiudizi o senso di superiorità, è straordinariamente moderno e vicino a noi. Non meraviglia che sia considerato, assieme a Ulisse, l’archetipo del viaggiatore.

In questo Marco si dimostra un degno cittadino di Venezia, un luogo unico al mondo e che è stato definito nei modi più disparati: Città sull’acqua, città delle Gondole, delle maschere, Repubblica dei castori (da Goethe). Tutte queste definizioni si adattano perfettamente perché, come dice Italo Calvino proprio per bocca di Marco Polo ne “Le città invisibili”, Venezia è una città inesauribile che può essere descritta in mille modi diversi. Ma forse la definizione migliore e più sintetica è quella di Città sospesa, sospesa tra la terra e l’acqua e tra l’Occidente e l’Oriente, che per natura si adatta, quindi, ad avviare un dialogo tra due mondi diversissimi come potevano essere la civiltà europea e quella cinese nel medioevo.

Soprattutto, e più prosaicamente, Venezia era una città di mercanti la cui legge non scritta era più o meno: “arabi, turchi ebrei, todeschi, armeni, cinesi, mongoi: i xe tuti benvenui, ne va ben tuto, no gavemo miga pregiudisi… basta che i ne porta schei!
Eh, già! I veneziani l’avevano capito molto tempo fa: l’amore per i “schei” è l’unica cosa che praticamente tutte le culture, di tutto il mondo, hanno in comune e sulla base del quale è possibile dimenticare le differenze culturali e religiose e trovare un’occasione di dialogo interessante e proficuo (soprattutto proficuo) per entrambe le parti.


È interessante paragonare la figura di Marco Polo a quella di un altro grande viaggiatore italiano di quasi tre secoli dopo: il gesuita maceratese Matteo Ricci.
La fama di Ricci non si può certo paragonare a quella di Marco Polo, anzi il suo nome è sconosciuto ai più (ma di certo non al sottoscritto cui è toccato passare l’estate a studiarne vita, morte e miracoli per scrivere una tesi su di lui invece di andarmene in vacanza, sigh!).

Eppure anche lui è stato un personaggio estremamente affascinante e la sua importanza storica è stata incomparabilmente superiore a quella del mercante veneziano: durante il suo quasi trentennale soggiorno in Cina Ricci imparò alla perfezione il cinese, che Marco invece non sapeva perché ai suoi tempi la lingua ufficiale dell’impero era il mongolo, e assimilò molti aspetti della cultura del “paese ospitante” arrivando addirittura ad adottarne l’abbigliamento, prima quello di un bonzo, cioè di un monaco buddista con il cranio rasato a zero, e poi quello di un letterato confuciano con le maniche lunghe, il cappello a tre punte e i capelli e la barba lunghi; divenne amico di molti dei più importanti letterati e intellettuali cinesi di quell’epoca e venne pure introdotto alla corte imperiale, anche se non riuscì mai a incontrare l’imperatore; tradusse per la prima volta in latino gli scritti filosofici confuciani e scrisse un vero e proprio trattato sulla Cina e la sua cultura incomparabilmente più ampio, sistematico e dettagliato del Milione; ma soprattutto fu il primo a far conoscere la cultura europea in Cina traducendo in cinese gli Elementi di Euclide, disegnando il primo mappamondo cinese, con la Cina al centro al posto dell’Europa, e introducendo nel Celeste Impero il calendario gregoriano. I cinesi lo stimavano e ammiravano tanto da chiamarlo Li Madou Xitai, il grande saggio d’Occidente, e alla sua morte lo seppellirono nella Città Proibita, primo occidentale a cui fu concesso questo onore.

È a Ricci che si riferisce Battiato nella canzone “Centro di gravità permanente” quando parla di “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming”.

Anche se poco conosciuto in Occidente Li Madou è ricordato con affetto e gratitudine in Cina dove, per contro, Marco Polo è una figura relativamente oscura; non c’è un solo documento cinese risalente al regno di Kublai Khan in cui lui, suo padre e suo zio siano anche solo nominati (la tesi del Marco Polo contaballe si basava principalmente su questo); ma è normale che sia così, in fin dei conti erano solo tre dei tanti mercanti venuti da chissà dove che visitavano la Cina in quel periodo, non fecero nulla di importante o straordinario tale da attirare l’attenzione e meritare di essere scritto su un documento. Marco racconterà, è vero, di essere stato un confidente di Kubilai e addirittura di aver governato una regione e di aver svolto un’importante missione diplomatica scortando, nel viaggio di ritorno una principessa mongola in Persia; ma questi sono probabilmente abbellimenti che aggiunse di sana pianta quando dettò le sue avventure a Rustichello. In questo senso sì, un po’ contaballe lo era.
Ma c’è un punto in cui Marco si dimostra, a mio avviso, superiore a Matteo Ricci, ed è nella tolleranza e nella comprensione verso le fedi e le credenze degli altri: Ricci bollava infatti le religioni orientali come sette superstiziose e fu particolarmente duro nei confronti del buddismo da lui ridotto a una scopiazzatura del cristianesimo (pur essendo più antico di cinquecento anni) che insegnava assurdità come la reincarnazione e la pietà verso gli animali; salvò invece il confucianesimo ma perché lo considerava una filosofia più che una religione.

Marco invece parlando, primo europeo a farlo, del fondatore del buddismo gli fece il più grande elogio che un cristiano del Medioevo potesse fare:
«certo se fosse stato cristiano sarebbe stato un grande santo in compagnia di Nostro Signore Gesù Cristo».

Questa differenza di vedute aveva un’origine professionale: Matteo Ricci, per quanto curioso e aperto, era comunque un missionario venuto in Cina con un solo scopo: convertire i pagani alla vera fede; tutto il suo operato, compresa l’assimilazione dei costumi cinesi, va vista tenendo a mente questo obiettivo da lui riassunto in questa frase «Mi sono fatto barbaro per amor di Cristo».

Marco invece non voleva convertire nessuno: era un mercante venuto in Cina esclusivamente per commerciare, vendere e comprare. Se gli occhi di Ricci erano sempre rivolti al cielo quelli di Marco erano ben fissi alla terra, se Ricci era animato dall’ “amor di Cristo” Marco, da buon veneziano lo era dall’ “amor dei schei”. 

El so dio se ciama schei”, questa frase del grande poeta veneziano Sir Oliver Skardi si adatta benissimo a Marco e a tutti i veneziani di quell’epoca.

Il fascino della figura di Marco Polo è stato così riassunto da Marco Paolini che al mercante veneziano si è ispirato per “Il milione” uno dei suoi migliori spettacoli: «Marco Polo non è come il genovese Colombo che dove arriva pianta bandiere, battezza e conquista. Marco Polo apprende, scambia, mangia cinese, si adatta. Nessuno avrebbe saputo dei suoi viaggi se non avesse scritto un diario».

Tra le innumerevoli biografie di Marco Polo la migliore è, a mio parere, quella di Alvise Zorzi “Vita di Marco Polo veneziano”. Non sono abbastanza esperto per dire se sia quella più storicamente accurata ma come appassionato di letteratura trovo che sia senza dubbio la più piacevole da leggere; lo stile di Zorzi è quello di un romanziere più che di uno storico; ha una capacità assolutamente unica di raccontare gli eventi storici in modo avvincente e di catturare l’attenzione del lettore, senza con questo rinunciare al rigore scientifico e alla scrupolosità della documentazione.



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