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giovedì 6 luglio 2017

Simone Weil. commise un errore, di cui si sentì colpevole per il resto della vita. Diventò pacifista. Pensava che qualsiasi male, persino Hitler, sarebbe stato preferibile alla guerra. Ma poi espiò quest'errore; e via via che si avvicinava sempre più al suo Dio sconosciuto, venerando ciò che è puro, i Vangeli, l'Antigone, Platone, la Baghavadgita, la musica gregoriana, - la sua conoscenza dei meccanismi della forza diventò perfetta. Sapeva che era necessario usare tutta la forza contro Hitler: senza limiti, né compromessi; e sacrificò se stessa alla necessità tremenda del suo compito.

"Il sacrificio della forza.
Un tempo, esisteva nel mondo quella qualità atroce, quell'incomunicabile dono di natura, che Simone Weil chiamava "la forza". Amava incarnarsi nel volto di Giulio Cesare: nel viso, stranamente femmineo, di Augusto: nei lineamenti di Napoleone; e trovò forse la sua ultima incarnazione nella figura massiccia di Stalin. 

La forza si proponeva dei fini. 
Aveva immensi progetti: invadere popoli, conquistare nazioni, allargare il potere, possedere l'universo, spostare sempre più lontano i confini dell'orizzonte. Non pensava. Centinaia di servi, sacerdoti e scrittori, elaboravano idee e filosofie di ogni specie che giustificavano il suo potere come se fosse voluto da Dio, anzi lo stesso Dio in terra. Non aveva scrupoli. Non conosceva sfumature, penombre, mezzi termini, e non le importava di costruire i propri trionfi sopra mucchi di cadaveri, teste tagliate e fiumi di sangue. Trovava che nulla era più piacevole di quell'acuto odore di sangue: nulla più sontuoso di quelle montagne di corpi sacrificati per lei e ammucchiati ai suoi piedi.

Mentre gli altri uomini si lasciavano trascinare dalle passioni, il potente era calmo, freddo, distaccato, contemplativo. Dominava le proprie passioni, impediva al proprio io di esibirsi: rinviava, pazientava, attendeva, preciso e oggettivo come lo sguardo che la Stella Polare getta sul mondo. Se conosceva questa calma nella tempesta, questa freddezza nello scatenamento, se dormiva senza sogni la vigilia della battaglia che avrebbe deciso il suo destino, egli non aveva bisogno di combattere. Il potere era già saldo nelle sue mani.

Quando agiva, aveva di fronte centinaia di possibilità che si contraddicevano a vicenda: 
migliaia di particolari sui quali ciascuno degli altri uomini avrebbe posato lo sguardo. 
Egli non scorgeva queste possibilità, né questi particolari. Alzava il braccio, dava inizio alla battaglia, lanciava una parola d'ordine semplicissima, inventava una formula elementare, che coglieva una minima parte della realtà. Gli altri uomini si chiedevano: "Come farà a vincere, se non capisce le cose?". Ma proprio perché non capiva i particolari, il potente sapeva aprire con la violenza le porte, per gli altri ostinatamente chiuse, della realtà. Vi entrava, la possedeva, insediandosi come un sovrano in questo luogo che non capiva.

Quanto gli uomini hanno adorato la forza: 
quanto hanno amato i loro principi, tiranni, spietati massacratori
Nessuna qualità ha mai esercitato più fascino della forza, suscitando una mescolanza ripugnante di terrore e di attrazione: desiderio di adorare, di venire schiacciati, umiliati e sacrificati. Tre massacratori come Napoleone, Hitler e Stalin sono stati idolatrati. In molte città d'Europa vive ancora qualcuno, che ha pianto tutte le sue lacrime quando Stalin - il "padre" mite e buono - è stato portato via dalla morte. Alla fine, la forza ripagava i propri succubi.

Quando il mondo era diventato suo, il potente mutava volto. 
Come il sole allo zenit, lasciava cadere sui milioni di sudditi che si agitavano ai suoi piedi, sui nemici che aveva ucciso, sugli uomini ancora da nascere che avrebbero continuato ad adorarlo, un sorriso stranamente amoroso. Nessun sorriso umano era dolce come questo sorriso nutrito di sangue.

Da cinquant'anni, la forza è quasi scomparsa dal mondo occidentale. 
Gli europei e gli americani moderni non l'amano più. 
Per decine di secoli, hanno conosciuto i suoi orrori, le sue furie, il suo soffocante dominio, il suo logorante potere. Ora vorrebbero vivere nel regno della ragione, dove il commercio, la mediazione, il compromesso, il discorso, forse l'amore sostituiscono l'urto degli eserciti in battaglia. Nella società moderna, qualcosa ripugna profondamente alla forza. Le banche, le industrie, i calcolatori hanno bisogno di essere avvolti e fasciati dalla pace: tollerano, spesso provocano forme terribili di oppressione, degenerazioni che soffocano l'animo quanto la più assoluta delle dittature; ma la realtà della forza - con quell'odore di terra e di sangue - ripugna alle loro narici delicate. Amano l'irrealtà: la televisione e i computer ci introducono in un mondo irreale; mentre nulla è più reale della forza.

Il potere si è diffuso. È immagine televisiva, parola detta o stampata, libro che finge di essere innocente, partito, sindacato, musica ripetuta fino all'ossessione, pubblicità, vestito innocentemente indossato. Tutti ne posseggono una piccola parte; ed è difficile che si produca quella paurosa concentrazione psicologica di potere, dalla quale un tempo nasceva la forza. Quando ricorrono alla forza, gli uomini moderni intervengono tardi, con dubbi e incertezze. Intervengono con un tale accompagnamento di cautele e di riguardi da rendere inefficaci le armi; e alla fine, quando tutto o quasi tutto è ormai perduto, sovente impiegano la forza con un eccesso, che tradisce la loro cattiva coscienza.

Se la Francia e l'Inghilterra avessero obbligato Mussolini ad abbandonare l'Etiopia, se avessero salvato la democrazia spagnola, se avessero impedito a Hitler di annettere Austria e Cecoslovacchia, - l'Europa non avrebbe conosciuto il disastro. 

Questa storia si è ripetuta senza fine nel dopoguerra: in Vietnam, in Ruanda, in Jugoslavia, dove l'Occidente ha inviato i suoi aerei con molti anni di ritardo. Il risultato di queste inquietudini, paure, cautele, improvvisi furori sono state ondate di terrificante violenza.

Qualcuno ci dice: "Rinunciate alla forza", ripetendo agli uomini che si odiano la parola del Vangelo. Certo, la parola del Vangelo deve essere continuamente proclamata e ripetuta: la forza deve essere negata, la violenza deve essere maledetta, nella speranza che il mondo si raccolga alla fine nella nuova Gerusalemme celeste, attorno all'albero della vita. Non dobbiamo mai dimenticare che Cristo sta per giungere: la storia, che crediamo una cosa semplicemente umana, è divorata dall'imminenza divina.

Ma il regno di Dio scenderà in terra soltanto alla fine dei tempi: prima di allora non conosceremo l'albero della vita. Se vogliamo anticiparlo, realizzando completamente e totalmente il regno di Dio, costruiremo soltanto l'edificio del Male Assoluto, come ci hanno dimostrato tutti i tempi e i paesi. 

Intanto, mentre viviamo in questo tempo intermediario, dobbiamo accontentarci di mete limitate. 
Se gli uomini non si amano tra loro, possiamo indurli (talvolta costringerli) a tollerarsi a vicenda, vivendo gli uni accanto agli altri come coinquilini se non come fratelli
Non è possibile rinunciare alla forza. Altrimenti, sempre nuovi assassini offenderanno i loro cittadini e i loro vicini: costruiranno le loro montagne di teste tagliate: si bagneranno nel sangue, in nome di ideologie sempre diverse e tutte eguali, perché "lo smunto assassinio" sa assumere tutti i nomi.

Giunti alla fine del ventesimo secolo, mi chiedo se in futuro potremo usare la forza con più saggezza che in passato. È soltanto un'utopia infantile? La forza non è che brutalità scatenata, alla quale è necessario sottometterci? Non ci resta che essere succubi e complici?

Penso che sia possibile usarla e domarla. 
Ormai è una qualità del passato: noi non la amiamo, siamo lontanissimi da lei e dalle sue seduzioni, detestiamo i grandi tiranni e massacratori, non proviamo nessuna soggezione psicologica occulta verso di loro. Proprio per questo possiamo studiarla, reimpararla, riapprenderla, come si tenta di apprendere una virtù spirituale. È una specie di esercizio ascetico: il più difficile degli esercizi. 

Lo compiamo contro noi stessi: odiamo la forza mentre la usiamo, esecriamo noi stessi che assumiamo le sue apparenze; non ricorriamo a lei per imporre il nostro dominio, ma soltanto per evitare mali più terribili. Compiamo ogni azione come un sacrificio, del quale siamo le prime vittime.

Simone Weil visitò la Germania giovanissima, l'anno prima che Hitler prendesse il potere. 
Mentre l'Europa era cieca e confusa, mentre nessuno capiva quali drammi e orrori si andavano preparando, lei - quasi sola - comprese cosa avrebbe travolto la Germania di Weimar. 

Negli anni successivi, commise un errore, di cui si sentì colpevole per il resto della vita. 
Diventò pacifista. Pensava che qualsiasi male, persino Hitler, sarebbe stato preferibile alla guerra. Ma poi espiò quest'errore; e via via che si avvicinava sempre più al suo Dio sconosciuto, venerando ciò che è puro, i Vangeli, l'Antigone, Platone, la Baghavadgita, la musica gregoriana, - la sua conoscenza dei meccanismi della forza diventò perfetta. Sapeva che era necessario usare tutta la forza contro Hitler: senza limiti, né compromessi; e sacrificò se stessa alla necessità tremenda del suo compito.

Possiamo imparare da quest'Antigone dei tempi moderni. 
Qualcuno ha già cominciato, come Emma Bonino o Barbara Spinelli che ci ricorda inflessibilmente i doveri dell'Europa mentre guarda i quadri di Vermeer e gli angeli medioevali. Dobbiamo esercitarci, stoicamente, freddamente, a impiegare la forza che non amiamo. Se vogliamo usarla, dobbiamo domare le nostre passioni: impedire al nostro ego di offuscarci lo sguardo: cancellare idee, interessi, sentimenti e fantasticherie che ci turbano l'animo: cercare di conoscere le diverse situazioni storiche, con lucidità e precisione assoluta; sapere che l'azione deve essere rara, ma non conoscere rinvii e compromessi. Solo allora, essa potrà scendere come un angelo dell'Apocalisse e cauterizzare il male e la ferita."

(Repubblica-7 aprile 1999-PIETRO CITATI)

venerdì 27 novembre 2015

Gustave Thibon. Ritorno al reale: nuove diagnosi. la scuola, la caserma e la famiglia sono orribili prigioni per lo scolaro, il soldato o gli sposi senza vocazione. L'uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore



Gustave Thibon definito "il filosofo contadino".
A lui Simone Weil consegna il manoscritto del suo celebre libro La pesanteur et la grace (La pesantezza e la grazia, o L'ombra e la grazia) che lo scrittore pubblica nel 1947, facendo conoscere al mondo la giovane filosofa morta quattro anni prima di tubercolosi.


«Definire la libertà come indipendenza nasconde un pericoloso equivoco
Non esiste per l'uomo indipendenza assoluta (un essere finito che non dipenda da nulla, sarebbe un essere separato da tutto, eliminato cioè dall'esistenza). Ma esiste una dipendenza morta che lo opprime e una dipendenza viva che lo fa sbocciare. La prima di queste dipendenze è schiavitù, la seconda è libertà. Un forzato dipende dalle sue catene, un agricoltore dipende dalla terra e dalle stagioni: queste due espressioni designano realtà ben diverse. Torniamo ai paragoni biologici che sono sempre i più illuminanti. In che consiste il "respirare liberamente"? Forse nel fatto di polmoni assolutamente "indipendenti"? Nient'affatto: i polmoni respirano tanto più liberamente quanto più solidamente, più intimamente sono legati agli altri organi del corpo. Se questo legame si allenta, la respirazione diventa sempre meno libera e, al limite, si arresta. La libertà è funzione della solidarietà vitale. Ma nel mondo delle anime questa solidarietà vitale porta un altro nome: si chiama amore. A seconda del nostro atteggiamento affettivo nei loro confronti, i medesimi legami possono essere accettati come vincoli vitali, o respinti come catene, gli stessi muri possono avere la durezza oppressiva della prigione o l'intima dolcezza del rifugio. Il fanciullo studioso corre liberamente alla scuola, il vero soldato si adatta amorosamente alla disciplina, gli sposi che si amano fioriscono nei "legami" del matrimonio. Ma la scuola, la caserma e la famiglia sono orribili prigioni per lo scolaro, il soldato o gli sposi senza vocazione. L'uomo non è libero nella misura in cui non dipende da nulla o da nessuno: è libero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che ama, ed è prigioniero nell'esatta misura in cui dipende da ciò che non può amare. Così il problema della libertà non si pone in termini di indipendenza, ma in termini di amore.»
Gustave Thibon, Ritorno al reale: nuove diagnosi, traduzione di I. De Giorgi, Volpe, 1972.

lunedì 26 dicembre 2011

Simone Weil. Il cieco non ha più la sua sensibilità nella mano ma sulla punta del bastone. L'universo sia per me, come il bastone per il cieco, il luogo della mia sensibilità

L'attaccamento è il grande costruttore di illusioni;
la Realtà può essere ottenuta solo da colui che è distaccato.
Simone Weil


Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia, o più precisamente lo sarebbe senza la distanza che la mia imperfezione pone tra me ed essa. [...]
Da anni penso a queste cose con tutta l'intensità d'amore e d'attenzione di cui sono capace.
Una intensità miseramente debole, a causa della mia imperfezione, che è molto grande; tuttavia mi sembra che essa cresca sempre di più. E nella misura in cui cresce, i legami che mi uniscono alla fede cattolica diventano sempre più forti, sempre più profondamente radicati nel cuore e nell'intelligenza. Ma nello stesso tempo anche i pensieri che mi allontanano dalla Chiesa acquistano più forza e maggiore chiarezza. Se dunque questi pensieri sono veramente incompatibili con l'appartenenza alla Chiesa, non c'è speranza alcuna che io possa mai partecipare ai sacramenti. Se è così, non vedo come potrei evitare di concludere che la mia vocazione è di essere cristiana fuori della Chiesa.[...] I figli di Dio non devono avere quaggiù altra patria che l’universo intero. Con la totalità delle creature ragionevoli che ha contenuto e contiene e conterrà, il nostro amore deve avere la stessa estensione attraverso tutto lo spazio.
Simone Weil, 'Lettera a un religioso'



Il metodo proprio della filosofia consiste nel concepire chiaramente i problemi insolubili nella loro insolubilità, quindi nel contemplarli senz’altro, fissamente, instancabilmente, per anni, senza nessuna speranza, nell’attesa. Secondo questo criterio ci sono pochi filosofi. Pochi è dire ancora molto.
Il passaggio al trascendente avviene quando le facoltà umane
-intelligenza, volontà, amore umano- urtano un limite, e l’essere umano resta su questa soglia, al di là della quale non può fare un passo, e questo senza lasciarsene distogliere, senza sapere cosa desidera e teso nell’attesa.
È uno stato di estrema umiliazione.
Impossibile a chi non è capace di accettare l’umiliazione.
Simone Weil, Quaderni IV



Il cieco non ha più la sua sensibilità nella mano ma sulla punta del bastone
L'universo sia per me, come il bastone per il cieco, il luogo della mia sensibilità.
Simone Weil, "Quaderni", IV, Adelphi, p. 240


Il sesto senso...
"Sai dove sono adesso i miei occhi?
Sulla punta delle dita e nel cervello.
E il mio cervello disegna immagini assorbendo suoni, parole, sensazioni".
Felice Tagliaferri, scultore non vedente.
dal libro:"E li chiamano disabili. Storie di vite difficili, coraggiose, stupende".
di Candido Cannavò ed. Rizzoli.


Chiacchieravamo nei corridoi della Sorbona. I suoi giudizi senza appello mi disorientavano. Con lei era sempre tutto o niente. La rividi in seguito negli Stati Uniti, dov'era venuta per un breve soggiorno, prima di andare in Inghilterra e morirvi. Si mise lei in contatto con me, mi diede appuntamento sotto il colonnato di un grande edificio [...]. Discorremmo familiarmente seduti sugli scalini. Le intellettuali della nostra generazione erano spesso eccessive: lei non faceva eccezione, ma ha spinto questo rigorismo fino a farsi distruggere.
Claude Lévi-Strauss


Simone Weil trovò che persino un capannone di fabbrica é una tesoreria di metafore per il contemplativo. Diceva:se qualcuno mi prende il guanto della mano sinistra e, passandoselo dietro la schiena, me lo ripresenta come guanto per la mano destra, ho la prova che costui ha accesso alla quarta dimensione.
Elémire Zolla, "Uscite dal mondo"


Simone Weil, lucidamente, notava come il freudismo sia l'opposto speculare del platonismo e che solo un tempo miserabile come il nostro possa prendere per valido Freud al posto di Platone. L'idea di sublimazione, in senso freudiano, scrive la Weil, "non poteva nascere che nella stupidità contemporanea".
Marco Vannini, Lessico mistico


Prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro. Un silenzio che ci permette di cogliere verità che altrimenti resterebbero celate per sempre. Solo allora capiremo che ascoltare non è porgere l’orecchio ma aprirci al mondo che ci circonda.
Simone Weil


La pietà di se stessi non appartiene alla sventura estrema.
Al di sotto di un certo livello di sventura, la pietà si muta in orrore per sé come per gli altri.
Per questo Napoleone diceva che le vere sventure non si raccontano; e gli antichi, che i grandi dolori sono muti.
Simone Weil, Quaderni (IV)


Il lavoro non viene più eseguito con la coscienza orgogliosa di essere utile, ma con il sentimento umiliante e angosciante di possedere un privilegio concesso da un favore passeggero della sorte, un privilegio dal quale si escludono parecchi esseri umani per il fatto stesso di goderne, in breve un posto.
Simone Weil



«Alain richiedeva a noi studenti di scegliere dei temi a nostro piacimento e di svolgerli.
Dei miei, due gli erano piaciuti particolarmente. Uno era sulla favola "I sei cigni" dei fratelli Grimm. Una fanciulla perde i sei fratelli trasformati in cigni selvatici. Solo se cucirà in silenzio sei camice fatte di petali di anemone potrà ridar loro forma umana. È un’impresa impossibile, ma lei ci riesce. La sua forza è il silenzio, la pazienza, la perseveranza. L’altro tema che colpì Alain era su Alessandro Magno e s’intitolava "Il Bello e il Bene". L’imperatore è nel deserto coi suoi soldati e gli viene offerto da bere, ma lui sparge l’acqua a terra. Ha sete, come gli altri uomini, ma, dato che l’acqua non basta per tutti, rifiuta di godere di un privilegio».
"Il TACCUINO DI SIMONE WEIL" di Guia Risari.


Modo errato di cercare. Attenzione legata ad un problema.
Un altro fenomeno di orrore del vuoto. Non si vuol avere perduta la propria fatica.
Accanimento nella caccia. Non bisogna voler trovare;
come nel caso di una devozione eccessiva, si diventa dipendenti dall'oggetto dello sforzo. [...]
Soltanto lo sforzo senza desiderio (non legato ad un oggetto) racchiude infallibilmente una ricompensa. Sfuggire dinanzi all'oggetto che si vuole ottenere. Solo quel che è indiretto è efficace. Non si ottiene nulla se, per cominciare, non si è fatta marcia indietro.
Simone Weil, L'ombra e la grazia


Noi siamo nell’irrealtà, nel sogno. Rinunciare alla nostra illusione di essere situati al centro, rinunciarvi non solo con l’intelligenza, ma anche con la parte immaginativa dell’anima, significa aprire gli occhi alla realtà, all’eternità, vedere la vera luce, sentire il vero silenzio. Allora si produce una trasformazione alla radice stessa della nostra sensibilità … Sono gli stessi colori, gli stessi suoni, ma li vediamo e li sentiamo in modo diverso.
Simone Weil


Un uomo sarebbe totalmente schiavo se tutti i suoi gesti procedessero da una fonte diversa dal suo pensiero, cioè dalle reazioni inconsulte del corpo, oppure dal pensiero altrui; l'uomo primitivo affamato i cui balzi sono sempre provocati dagli spasimi che torcono le sue viscere, lo schiavo romano perpetuamente teso verso gli ordini di un sorvegliante armato di frusta, l'operaio moderno che lavora alla catena di montaggio sono prossimi a questa condizione miserabile.
Simone Weil, "Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale"


Tutte le volte che gli oppressi hanno voluto costituire dei raggruppamenti capaci di esercitare un reale influsso, questi gruppi, o siano essi partiti o sindacati, hanno riprodotto integralmente nel loro seno tutte le tare del regime che pretendevano di riformare o di abbattere, e cioè l'organizzazione burocratica, il rovesciamento del rapporto tra i mezzi e i fini, il disprezzo dell'individuo, la separazione tra il pensiero e l'azione, il carattere meccanico del pensiero stesso, l'utilizzazione dell'instupidimento e della menzogna come strumenti di propaganda, e così di seguito.
Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale


L'uomo si é emancipato dalla servitù alla natura solo per sottomettersi ad una oppressione ancora più oscura e incontrollabile: quella esercitata dalla società stessa. Sembra quasi che l'uomo non riesca ad alleggerire il giogo delle necessità naturali senza appesantire, nella stessa misura, quello della oppressione sociale, come per il gioco di un equilibrio misterioso.
Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale


A partire da un certo grado di oppressionei potenti arrivano necessariamente a farsi adorare dai loro schiavi. Perché il pensiero di essere assolutamente costretto, zimbello di un altro essere è un pensiero insostenibile per l’essere umano. Allora […] non gli resta altra alternativa se non persuadersi che le cose stesse a cui lo si costringe le compie volontariamente.
Simone Weil

I partiti sono organismi costituiti pubblicamente, ufficialmente, in modo da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia. La soppressione dei partiti politici sarebbe un bene quasi assoluto.
Simone Weil. Parigi 1909 – Ashford 1943


Per apprezzare i partiti politici secondo il criterio della verità, della giustizia, del bene pubblico, conviene cominciare distinguendone i caratteri essenziali:
– un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva
– un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte
– il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite Per via di queste caratteristiche ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni”
Simone Weil, da “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”


"Quando in un Paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco. Chiunque si interessi alla cosa pubblica desidera interessarsene efficacemente. Così, chiunque abbia un'inclinazione a interessarsi al bene pubblico o rinuncia a pensarci e si rivolge ad altro, o passa dal laminatoio dei partiti. Anche in questo caso sarà preso da preoccupazioni che escludono quella per il bene pubblico.I partiti sono un meraviglioso meccanismo in virtù del quale, in tutta l'estensione di un Paese, non uno spirito dedica la sua attenzione allo sforzo di discernere, negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità.
Ne risulta che - eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite - vengono decise e intraprese soltanto misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità. Se si affidasse al diavolo l'organizzazione della vita pubblica, non saprebbe immaginare nulla di più ingegnoso". 
✰ ✰ ✰ ✰ ✰
Simone Weil. Manifesto per la soppressione dei partiti politici




Qualsiasi istituzione col tempo si irrigidisce e comunque tende principalmente alla propria sopravvivenza, non solo i partiti, a mio parere.


L'enigma sociale non viene nemmeno intravisto come tale se non ci si stupisce del fatto che una minoranza riesca a dominare su una maggioranza, fino al punto da imporre alla collettività sofferenza e morte. Il 'numero', qualunque cosa l'immaginazione possa portarci a credere, è una debolezza. Non bisogna concludere che l'organizzazione delle masse capovolgerebbe i rapporti; perchè è impossibile. Non si può stabilire della coesione che fra una piccola quantità di uomini. Oltre non c'è che giustapposizione di individui, ossia debolezza. L'abitudine ad obbedire determina quel genere di senso d'inferiorità e di umiliazione che più volte ho letto sui volti di contadini ed operaiè questa abitudine a far credere a coloro che obbediscono che qualche misteriosa inferiorità li abbia predestinati dall'eternità ad obbedire. Per questo tutto ciò che contribuisce a dare a coloro che sono in basso nella scala sociale il sentimento che essi hanno un valore, è, in una certa misura, sovversivo.
Simone Weil


Al di sopra delle istituzioni destinate a proteggere il diritto, le persone, le libertà democratiche, occorre inventarne altre destinate a discernere e abbellire tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto l'ingiustizia, la menzogna e la bruttezza. Occorre inventarle, perché esse sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili.
Simone Weil, La persona e il sacro


"La grande pena del lavoro manuale consiste nel fatto che si é costretti a sforzarsi per tante e così lunghe ore, soltanto per esistere. Lo schiavo é colui cui non é proposto nessun bene, come scopo delle proprie fatiche, eccetto la nuda esistenza."
Simone Weil, "L'ombra e la grazia"



Immaginarsi di poter orientare la storia in una direzione diversa trasformando il regime a colpi di riforme o di rivoluzioni, riporre la speranza della salvezza in un'azione difensiva o offensiva contro la tirannia e il militarismo, significa sognare ad occhi aperti. Non esiste nulla su cui fondare anche solo semplici tentativi. La formula di Marx secondo cui il regime genera i suoi propri affossatori riceve tutti i giorni crudeli smentite; e ci si chiede come Marx abbia potuto credere che la schiavitù potesse formare uomini liberi. Mai sin'ora nella storia un regime è caduto sotto i colpi degli schiavi. La verità è che, secondo una formula celebre, la schiavitù avvilisce l'uomo fino al punto di farsi amare dall'uomo stesso; che la libertà è preziosa solo agli occhi di chi la possiede effettivamente; e che un regime del tutto inumano, com'è il nostro, lungi dal forgiare esseri umani capaci di edificare una società umana, modella a sua immagine tutti coloro che gli sono sottomessi, tanto gli oppressi quanto gli oppressori.
Simone Weil


L’esperienza mostra che i nostri antenati si sono ingannati credendo nella diffusione dei lumi, poiché NON SI PUÒ DIVULGARE FRA LE MASSE CHE UNA MISERABILE CARICATURA DELLA CULTURA SCIENTIFICA MODERNA, caricatura che, LUNGI DAL FORMARNE LA CAPACITÀ DI GIUDIZIO, LE ABITUA ALLA CREDULITÀ.  […] LA VITA FAMILIARE È DIVENTATA SOLO ANSIETÀ, A PARTIRE DAL MOMENTO IN CUI LA SOCIETÀ SI È CHIUSA AI GIOVANIProprio quella generazione per la quale l’ATTESA FEBBRILE DELL’AVVENIRE costituisce la vita intera VEGETA IN TUTTO IL MONDO CON LA CONSAPEVOLEZZA DI NON AVERE ALCUN AVVENIRE, che PER ESSA NON C’È ALCUN POSTO NEL NOSTRO UNIVERSO. Del resto questo male, al giorno d’oggi, se è più acuto per i giovani, è comune a tutta l’umanità. VIVIAMO IN UN’EPOCA PRIVA DI AVVENIRE.
Simone Weil. da Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale 1943


TRASCENDENZA
"L'uomo non sfugge alle leggi di questo mondo che per la durata di un lampo.
Istante di arresto, di contemplazione, di intuizione pura, di vuoto mentale, di accettazione.
E' grazie a questi istanti che é capace di soprannaturale.
Simone Weil


L'immaginazione costituisce sempre il tessuto della vita sociale e il motore della storia. Le vere necessità, i veri bisogni, le vere risorse, i veri interessi agiscono solo in modo indiretto perchè non arrivano alla coscienza delle folle. Occorre attenzione per prendere coscienza delle più semplici realtà e le folle umane non hanno attenzione. La cultura, l'educazione, il posto occupato nella gerarchia sociale non fanno a questo riguardo che una debole differenza. Cento o duecento capi d'industria riuniti in una sala costituiscono un gregge quasi altrettanto incosciente di un meeting di operai o di piccoli commercianti. Chi inventasse un modo che permettesse agli uomini di riunirsi senza che si spegnesse il pensiero in ciascuno di essi, produrrebbe nella storia umana una rivoluzione comparabile a quella apportata dalla scoperta del fuoco, dalla ruota e dai primi utensili. Nel frattempo, l'immaginazione è e resterà negli affari umani un fattore di cui è pressocchè impossibile esagerare l'importanza reale. 
Simone Weil


Colui che pensa "sono io che agisco", costui ha la mente fuorviata dal senso dell'ego. Nella "Baghavad Gita" si legge: "Dire: "io sono libero" é una contraddizione perché a dire "io" é ciò che non é libero in me.
Simone Weil


[...] rimane solo sospesa sull'essere che essa in ogni istante può uccidere.
Comunque essa muta l'uomo in pietra.
Dal potere di trasformare un uomo in cosa, facendolo morire,
deriva un altro potere, altrimenti prodigioso:
quello di trasformare in cosa un uomo che pur è vivo.
Egli è vivo, ha un'anima, tuttavia è una cosa.
Un essere ben strano: una cosa che ha un'anima;
che strana condizione per l'anima.
Chi potrà dire quanto ci metterà ad adattarvisi in ogni istante,
a torcersi e ripiegarsi su se stessa?
Essa non è fatta per abitare una cosa;
quando vi è obbligata non v'è più nulla in essa che non patisca violenza.
Un uomo disarmato e nudo, minacciato da un'arma,
diventa cadavere ancora prima di essere toccato. [...]



Non lasciarti imprigionare da nessun affetto. Preserva la tua solitudine. Il giorno, se mai esso verrà, in cui ti fosse dato un vero affetto, non ci sarebbe opposizione fra la solitudine intima e l’amicizia; anzi, tu potrai riconoscerla proprio a quel segno infallibile. La solitudine è il crogiolo dell’amore. E’ la prova per la quale passano, a livelli diversi, lo sposo, l’amico, il mistico. Essa non è sterile ripiegamento, ma realizzazione della costante novità del desiderio: desiderio dell’altro, desiderio di aprire all’altro quella parte di noi stessi che sfugge al nostro stesso sguardo, a quest’altro che ci è più intimo di noi stessi. Essa è fedeltà al desiderio unico la cui realizzazione non è possibile che nell’invincibile speranza che ne costituisce la forza e che, di supplica in supplica, ci conduce al cuore invisibile del mondo.
Simone Weil


Prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all’altro.
Un silenzio che ci permette di cogliere verità che altrimenti resterebbero celate per sempre.
Solo allora capiremo che ascoltare non è solo porgere l’orecchio ma aprirci al mondo che ci circonda.
Simone Weil


“Meccanica umana. Chiunque soffre cerca di comunicare la sua sofferenza [...]. Tendenza ad espandere il male fuor di sé: e io l’ho ancora! Gli esseri e le cose non mi sono sacri abbastanza. Così potessi non macchiare io nulla, quand’anche fossi tutta trasformata in fango. Non insozzare nulla, nemmeno il pensiero. Nemmeno nei momenti peggiori potrei distruggere una statua greca o un affresco di Giotto. Perché lo farei dunque con un’altra cosa? Perché, per esempio, con un istante della vita d’un essere umano, che potrebbe essere un istante felice?”
Simone Weil


Così è l’amore umano. Si ama solo ciò che si può mangiare. Quando qualcosa cessa di essere commestibile, non lo si ama più e lo si lascia a chiunque può a sua volta trovarvi un alimento.
Noi non amiamo un essere umano in quanto fame ma in quanto nutrimento. Amiamo da cannibali. […] Gli esseri amati, con la loro presenza, le loro parole, le loro lettere ci apportano conforto, energia, uno stimolo. Hanno su di noi lo stesso effetto di un buon pasto dopo una giornata spossante di lavoro.
Li amiamo dunque come nutrimento. Si tratta proprio di un amore da antropofagi.
Simone Weil


Più il progresso della scienza accumula le combinazioni precostituite di segni, più il pensiero è schiacciato, impotente a fare l'inventario delle nozioni che manipola.
Simone Weil


"La parola sradicamento (Simon Weil) guarda dal lato terribile un fenomeno che osservato da un altro lato costituisce il grande orgoglio dell'Europa e dell'occidente, la libertà. E' di qui che nasce quella immanente tensione con il confine che attraversa la nostra cultura: ogni confine ci lega, ogni radice ci tiene, soffoca la nostra libertà di esseri umani."
Franco Cassano

L’attaccamento è il più grande fabbricatore di illusioni.
La realtà può essere percepita solo da chi sia capace di restarne leggermente distaccato.
Simone Weil

Gli uomini riescono a compiere le azioni più ripugnanti, separando l'uno dall'altro i singoli atti che costituiscono la trasgressione. In realtà ben poche persone della nostra società resterebbero carnivore, se dovessero uccidere da sé gli animali di cui si nutrono. Ma l'atto dell'uccidere e quello del mangiare sono tenuti accuratamente separati. I macelli sono costruiti lontano dai centri abitati, vi sono adibiti pochi operai, spinti dal bisogno di guadagnare, abbrutiti, assuefatti al sangue. Le persone sensibili possono poi sedersi a tavola con animo sereno davanti alle loro bistecche.
Simone Weil - mistica e sociologa francese

Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell’altro.
Simone Weil

Quelli che sono infelici non hanno bisogno di niente a questo mondo,
eccetto di persone capaci di concedere loro la propria attenzione
Simone Weil



"Così è l’amore umano. Si ama solo ciò che si può mangiare.
Quando qualcosa cessa di essere commestibile, non lo si ama più e lo si lascia a chiunque può a sua volta trovarvi un alimento.
Noi non amiamo un essere umano in quanto fame ma in quanto nutrimento. Amiamo da cannibali. […] Gli esseri amati, con la loro presenza, le loro parole, le loro lettere ci apportano conforto, energia, uno stimolo.
Hanno su di noi lo stesso effetto di un buon pasto dopo una giornata spossante di lavoro. Li amiamo dunque come nutrimento. Si tratta proprio di un amore da antropofagi."
Simone Weil



Se il Vangelo omettesse ogni menzione della risurrezione del Cristo, la fede mi sarebbe più facile. [...] Per me la prova, la cosa veramente miracolosa [sono] alcune parole folgoranti di Isaia: «Ingiuriato, maltrattato, non aprì la sua bocca», e di san Paolo: «Non ha considerato l’uguaglianza con Dio come un bottino»… «Egli si è svuotato»… «Si è fatto obbediente sino alla morte di croce», «È stato fatto maledizione». È questo che mi costringe a credere
Simone Weil


La nostra concezione della Grandezza è quella medesima che ha ispirato tutta la vita di Hitler.[...]  [...]Hitler voleva una cosa sola e l'ha avuta: essere nella storia. Sia che lo si uccida, o lo si torturi, o lo si imprigioni, o lo si umili, la storia sarà presente a proteggerne l'anima contro ogni colpo della sofferenza e della morte. Qualunque cosa gli si infligga, si tratterà sempre di una morte storica, di una sofferenza storica; sarà storia. [...] Tutto quello che si vorrà imporre a Hitler, non gli impedirà di sentirsi una creatura Grandiosa. E soprattutto non impedirà, fra venti, cinquanta, cento o duecento anni, a un piccolo ragazzo sognatore e solitario, tedesco o no, di pensare che Hitler è stato un essere Grandioso, che ha avuto dal principio alla fine un destino Grandioso, e di desiderare con tutta l'anima un eguale destino. In questo caso, guai ai suoi contemporanei.
La sola punizione capace di punire Hitler e di distogliere dal suo esempio i ragazzi affamati di Grandezza che vivranno nei secoli avvenire è una così completa trasformazione del senso della Grandezza, che necessariamente lo escluda. (…)
Simon Weil, La prima radice, Preludio a una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana, traduzione di Franco Fortini







OLTRE LO PSICOLOGICO E AL DI LÁ DELLA COSCIENZA
"Nulla é più importante della nozione di piani verticalmente sovrapposti nella vita dell'anima, il piú alto dei quali è al di sopra della coscienza e dello psicologico".
Simone Weil






Simone Adolphine Weil (1909 – 1943) è stata una filosofa, mistica e scrittrice francese, la cui fama è legata, oltre che alla vasta produzione saggistico-letteraria, alle drammatiche vicende esistenziali che ella attraversò, dalla scelta di lasciare l'insegnamento per sperimentare la condizione operaia, fino all'impegno come attivista partigiana, nonostante i persistenti problemi di salute. La sua complessa figura è divenuta celebre anche grazie allo zelo editoriale di Albert Camus, che dopo la morte di lei, a soli 34 anni, ne ha divulgato e promosso le opere, i cui argomenti spaziano dall'etica alla filosofia politica, dalla metafisica all'estetica, comprendendo alcuni testi poetici.



La lezione di SIMONE.
Morì a 34 anni nel letto di un ospedale di Londra.
Era il 1943. Simone Weil concluse il breve tragitto terreno non immaginando che il suo pensiero sarebbe diventato straordinariamente fecondo tra coloro che ebbero in odio dottrine sicure e ideologie trionfanti. Abbracciò con pari entusiasmo il pensiero religioso e quello scientifico. Ma di entrambi privilegiò l'aspetto meno ortodosso. Oggi ci si interroga se fu una mistica. Non c'è dubbio che su quella strada trovò spesso le ragioni del suo pensare e agire. Nel nome di una purezza assoluta scandagliò le passioni umane e le grandi storie. L'antica Grecia e i suoi protagonisti e l'altra, riferita al Cristianesimo. Ci fu davvero continuità tra i due eventi, come la Weil provò a raccontarci nei saggi raccolti nel libro La rivelazione greca (Adelphi)? Per discuterne abbiamo invitato il matematico Paolo Zellini e lo storico delle religioni e, in particolare, del pensiero mistico Marco Vannini.
In che senso si può parlare di un pensiero mistico della Weil?
Marco Vannini: Farei una premessa. L'attenzione della Weil per il mondo greco nasce dalla lettura dei poemi, delle tragedie e da alcune opere filosofiche. Con questa idea di fondo: qualunque cosa l'uomo faccia nel nome della verità rivela la potenza divina. È un segno di Dio.
Anche se il mondo greco è pagano?
Vannini: Certamente. Del resto, un grande mistico contemporaneo di Dante, Meister Eckhart, disse che i maestri pagani conobbero la verità prima della rivelazione cristiana. Non c'era ai suoi occhi una rottura sul senso della verità. I due mondi si parlavano. La Weil non farà altro che riprendere quella straordinaria intuizione fino ad estenderla alla scienza greca.
Quando si dice "scienza greca" cosa dobbiamo intendere?
Paolo Zellini: Per la Weil è la scienza vera e propria. Tutto quello che successivamente accadrà nel pensiero scientifico fu una continuità o un tradimento di quel nucleo originario.
In cosa consiste questo nucleo?
Zellini: I greci stabilirono dei criteri e crearono delle teorie che permisero la nascita di una episteme, cioè di un modo peculiare di pensare che non aveva precedenti. La grande innovazione greca fu di cogliere nella varietà dei fenomeni — nel mutamento delle cose ma altresì nel mutamento dell'anima — delle invarianti. Scoprire, ad esempio, che la stella del mattino è uguale a quella della sera, perché è sempre Venere, consentì ai greci di darsi, pur nel mutamento, dei punti fermi.
Vannini: La scienza greca in un certo senso stabilizzò il mondo dei fenomeni.
Zellini: Permise che quel mondo potesse essere conosciuto. Non a caso furono i greci a mettere a punto il concetto di dimostrazione, di cui la geometria di Euclide fu la più classica delle realizzazioni. D'altronde, sono stati sempre i greci, attraverso l'analisi e la sintesi, a inventare un nuovo modo di ragionare. E quel ragionamento per analisi e sintesi, via via che si procedeva, si estese ad altri ambiti che non erano solo quelli della scienza o, più in particolare, della matematica. Fu a questa estensione che la Weil guardò con interesse. Quando prese concetti come forza, equilibrio, misura, numero, rapporto e simmetria, lo fece consapevole di trasferirli nell'ambito ristretto della matematica a quello più generale del mondo dello spirito.
La scienza greca, diversamente dalla scienza moderna, era per la Weil un modo originale per accostarsi alla religione?
Vannini: Più che un modo di accostarsi, un modo di essere religione. Fu la sua grande intuizione, discutibile quanto si vuole, ma certamente in grado di aprire a una lettura originalissima del mondo greco. Da questo punto di vista, è chiara la lontananza della Weil dalla scienza moderna che vide soggetta alla categoria dell'utile ed esposta allo scientismo. Ai suoi occhi la scienza doveva avere per oggetto la verità.
Anche le scienze moderne hanno come oggetto la verità.
Vannini: Certo, ma non era a quel tipo di verità che la Weil faceva riferimento. Non era alle verità sperimentali che lei pensava. Piuttosto si riferiva a quella verità che l'uomo razionale cerca e non trova nella semplice correttezza o accordo con i fatti, bensì gli si impone attraverso la rivelazione. È ciò che i greci chiamavano aletheia, un concetto che apre a un modo di pensare religioso.
Zellini: Per Simone Weil, e su questo è molto esplicita, fu la religione a innescare in qualche modo i problemi della scienza e, in particolare della matematica. Le figure della geometria, i numeri, secondo lei, erano immagini divine. E di una intensità tale che richiedevano, per forza di cose, un'esattezza del pensiero. Di qui la necessità della dimostrazione rigorosa.
Non può apparire sconcertante questo accostamento?
Zellini: Non più di tanto. Perché gli storici della matematica hanno recentemente mostrato come effettivamente non solo in Grecia, ma anche in altre civiltà, possa essere stata proprio la religione a introdurre dei problemi matematici. Ad esempio, in India, la costruzione di certi altari per i rituali religiosi richiedeva competenze matematiche notevoli.
Tornerei alla questione religiosa e alla relazione che la Weil stabilì tra mondo greco e cristianesimo. Si può far partire questa relazione dal saggio bellissimo, compreso in questo libro, che lei dedica all'Iliade come poema della forza?
Vannini: Porrei la questione in questi termini: la Weil vide nei Vangeli l'espressione estrema di quello spirito greco che nell'Iliade aveva già una sua compiutezza. Il testo omerico va interpretato a partire dalla forza, cioè dalla sottomissione dell'uomo alla necessità. È la comprensione della forza che apre alla "regina delle virtù", ovvero all'umiltà.
Insomma la forza non è solo quella che si esercita ma anche quella che si subisce?
Vannini: Meglio: che si accetta. Già nei Sermoni di Meister Eckhart troviamo declinata l'umiltà non come espressione di generica virtù o di devozione, ma come sapere. L'umiltà è allora il sapere che noi siamo quasi in tutto e per tutto soggetti alla necessità — o a ciò che oggi chiamiamo determinismo — cioè al fatto che le circostanze, l'educazione, la disciplina, in una parola l'imperio della forza, ci dominano.
Ma questa assunzione della forza in che modo si traduce nel messaggio evangelico?
Vannini: La Weil ci dice che nessun poema ha saputo, come l'Iliade, mettere sullo stesso piano nemici e amici. La stessa comprensione, lo stesso dolore, la stessa trascendenza si rivolgono tanto alla morte dell'uno quanto alla morte dell'altro. E questo senso di eguaglianza, starei per dire di compassione, lo si ritroverà pienamente nei Vangeli.
Zellini: È giusto il richiamo di Vannini all'idea di equità presente nell'Iliade. Equo ci dice la Weil è Ares, il dio della guerra, che uccide coloro che uccidono. Quindi l'Iliade non è solo il poema della forza ma anche della debolezza e del rapporto che si stabilisce tra il forte e il debole. Perché quando la forza è senza limiti, quando è esercitata in tutta la sua hybris, diviene problematica. Colui che esercita la forza senza limiti perde il pensiero e smarrisce anche il senso di giustizia ed espone se stesso a una condizione psichicamente caotica.
La forza gli si ritorce contro?
Zellini: Egli stesso finisce col diventare vittima della forza degli altri. Il gioco della guerra, nota Simone Weil, è pendolare. È un'oscillazione dove il forte non vince mai in maniera definitiva. Il simbolo di questa oscillazione è la bilancia. E viene in mente la bilancia d'oro di Zeus che pesa le sorti dei contendenti. Ma anche il numero si può definire come una bilancia, ci ricorda la Weil. Per calcolarne le cifre si usava, nel mondo arabo, una "regola dei piatti della bilancia" E quando, in ambito cristiano, incontriamo un Clemente Alessandrino che dice che Dio è bilancia, misura e numero di tutti noi, è alla Grecia che occorre risalire per spiegare l'origine di questa immagine.
Vannini: Nel mondo medievale anche la croce è vista come una bilancia.
Quello che l'Iliade rappresenta sul piano della narrazione epica, Platone lo rappresenterà sul piano filosofico. È convincente la lettura che la Weil fa dei Vangeli come diretta emanazione del pensiero platonico?
Vannini: A mio parere è una lettura persuasiva. La Weil interpreta la Repubblica, in particolare il "Mito della caverna", e altri testi come il Convito, con la necessità che per accedere al bene e alla verità l'uomo abbia una conversione. Il "prigioniero" della caverna deve girarsi e volgersi indietro e per far questo deve essere liberato dalle catene, non si libera da solo. Per la Weil la natura umana è corrotta, cieca. I prigionieri vedono solo ombre. Solo la conversione, cioè la grazia, può portarli alla luce. Ecco dove l'idea platonica si salda con il messaggio cristiano.
In che misura la mistica, con cui la Weil interpretò Platone e predilesse una certa via del cristianesimo, diventò esperienza personale?
Vannini: Tutta la filosofia della Weil porta con sé un problema di conversione e di testimonianza. Ed è una filosofia segnata profondamente dal misticismo perché il suo pensiero è esercitato con tutta l'anima, con tutta se stessa, mettendo in discussione la sua vita. Fu una donna che provenendo dall'École Normale decise, per scelta, di fare l'operaia alla Renault, di partecipare alla Guerra di Spagna, di entrare nella Resistenza e finì con l'ammalarsi gravemente. È abbastanza raro imbattersi, con quella coerenza, in una vita rivolta alla verità.
Zellini: C'è da dire che la Weil non ebbe mai uno spiccato temperamento pratico e non riuscì poi a fare tutto quello che avrebbe voluto. Non riuscì, più di tanto, a lavorare nelle fabbriche.
Cosa ritrovava nel lavoro di fabbrica?
Zellini: A parte i temi dello sfruttamento credo che la cosa che la interessasse era ancora una volta il rapporto con la scienza. Addirittura arrivò a dire che la geometria nasce dal coraggio dell'operaio, perché è il lavoro manuale che ci mette a contatto con lo spazio e col tempo. Più tardi cambiò idea. E proiettò la scienza nel contesto religioso. Ci si potrebbe a questo punto chiedere se la verità matematica è la stessa verità religiosa o sono due cose diverse. E la risposta non sarebbe facile. Certamente no, in senso assoluto. Perché Dio non è fatto di cerchi o triangoli. D'altro canto certe forme geometriche sono in qualche modo immagini divine.
Vannini: Si potrebbe attribuire alla Weil una specie di galileismo per cui la matematica è il linguaggio privilegiato di Dio.
Zellini: Sì, ma per lei la rivoluzionaria legge di inerzia di Galileo era già un tradimento: se un mondo dove c'è un corpo che conserva indefinitamente la sua velocità e la sua direzione era equivalente a un mondo in stato di quiete, veniva a cadere la stessa nozione di equilibrio.

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REPUBBLICA.IT
Oggi su Repubblica.it il video del dialogo tra Marco Vannini e Paolo Zellini su Simone Weil coordinato da Antonio Gnoli
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Paolo Zellini matematico e saggista
Marco Vannini storico delle religioni
Simone Weil da "Discesa di Dio"
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IL LIBRO
La rivelazione greca di Simone Weil (a cura di Sala e Gaeta, Adelphi, pagg. 489 euro 28)
Antonio Gnoli

22 marzo 2014







Simone Weil, Quaderni. 

Volume Primo, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 403.

 Vogliamo oggi presentare il PRIMO DEI QUATTRO QUADERNI DELLA WEIL, pubblicati postumi e che costituiscono una preziosa miniera di informazioni, circa il sentire e l’inquietudine di Simone negli ultimi mesi del suo purtroppo breve passaggio su questa Terra. Il quaderno, raccolta di appunti scritta in parte su fogli sparsi e non solo, traccia l’itinerario della Weil da New York all’esperienza londinese di France Combattente e fu consegnato ai genitori dopo la sua morte. Allentatasi la morsa dell’angoscia che l’attanagliava, la scrittura in esso riprende finalmente a fluire in maniera continua e incessante.
Leggere, riflettere, scrivere: questo il compito cardine di Simone, la quale nutrì spesso l’impressione di esser venuta meno al suo dovere e volle fermare in un taccuino gli ultimi pensieri: testimonianza del fatto che ebbe sempre il presentimento della fine. Il timore di mancare la propria morte sembrò per un attimo avverarsi. Chiusa nel ruolo di intellettuale cui la costrinsero le autorità, ella non poté corrispondere all’aspettativa dirimente del suo pensiero, vale a dire quella di voler vivere nella propria carne la tragedia di milioni di esseri umani e di esperire la loro sofferenza.
Perrin e Thibon ebbero sentore di trovarsi davanti a una “personalità eccezionale, anomala nel modo di instaurare rapporti personali, intransigente nelle proprie convinzioni pervenute a un grado estremo di purificazione”. In lei, si fa strada sin da subito l’esigenza, l’URGENZA ANZI DI RIPENSARE I PRINCIPI SOCIALI, POLITICI E COSTITUZIONALI SU CUI RICOSTRUIRE L’EUROPA. La Weil possiede una capacità di analisi e costruzione teorica, una riflessione razionale senza pari, e fu conosciuta negli ambienti sindacali e politici della Sinistra. Thibon parla di una dimensione del tutto ignota che potrebbe andare incontro a incomprensioni e strumentalizzazioni, mentre padre Perrin appare preoccupato del fatto che il suo volersi porre a tutti i costi al servizio della Verità e dell’amore potesse richiedere un esercizio di distacco e attenzione per ogni minima manifestazione dell’amore divino di per sé “incompatibile con gli anatemi dei corpi sociali costituiti”. L’idea della partenza si accompagnò sempre alla certezza del non ritorno: solo nella prospettiva di un impegno diretto nella tragedia bellica avrebbe potuto realizzare le condizioni interiori per riversare sulla carta con crescente intensità e senza concedersi pause quanto si andava accumulando in lei. La scrittura più intensa si accompagna al crollo fisico.
Manca, nei Quaderni, un criterio sistematico, e il carattere dello scritto è frammentario. Se solo avesse avuto più tempo, Simone avrebbe probabilmente conferito un ordine a quella massa disordinata di appunti, pensieri; ella sapeva quale forma ben precisa dare loro, la forma a lei più congeniale resta il testo breve. E se invece fossero stati definitivi, quale il continuo fluire in un processo atemporale, con un ritmo che esclude ogni sistematicità, riflesso di una esistenza intima travagliata?  Le molteplici letture che dell’opera sono possibili si riferiscono alla contraddittorietà dell’esistente, al distacco di ogni fine determinato, alla necessità inerente al suo stesso pensiero, pensieri non coordinati gerarchicamente e che fluiscono – liberi – fino a quando non emerge l’equilibrio, in un rapporto che è tensione inesauribile, dialettica di finito e infinito. La verità sta nel rapporto, nella mediazione (la parola greca cui ricorre in tal caso è methaxiù), cogliere l’insieme che non sussisterebbe senza tutti i tasselli che lo compongono, riempire lo spazio con l’amore, sintesi di conoscenza scientifica e metafisica, di natura e soprannaturale, con l’Amore che è Dio e ci parla nel silenzio. Ciò che colpisce è la luce che irradiano questi Quaderni rispetto alla precedente produzione letteraria, DALL’INCONTRO CON I TESTI SANSCRITI EMERGONO IN TUTTA LA LORO FORZA E VIRULENZA TERMINI COME AMORE, NECESSITÀ, FORZA, EQUILIBRIO, BENE, DESIDERIO, SACRIFICIO, VUOTO, LIMITE, BELLEZZA, SVENTURA: AFFIORA IN PIENO LA MISERIA DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE. “Nella bocca di quasi tutti, quelle parole sono carcasse deformi da cui nessuno ne esce illeso nel pronunciarle; sotto la penna di Simone Weil, tornano a essere cristalli misteriosi” per dirla con Gaeta, e solo un matematico dell’anima come lei poteva essere in grado di riassumere e esprimere mirabilmente. Ancora oggi alcune sue espressioni si rivelano in tutta la loro lungimiranza e attualità disarmante al tempo stesso, come quando leggiamo:
A PARTIRE DA UN CERTO GRADO DI OPPRESSIONE, I POTENTI ARRIVANO NECESSARIAMENTE A FARSI ADORARE DAI LORO SCHIAVI. PERCHÉ IL PENSIERO DI ESSERE ASSOLUTAMENTE COSTRETTO, ZIMBELLO DI UN ALTRO ESSERE È UN PENSIERO INSOSTENIBILE PER L’ESSERE UMANO. ALLORA […] NON GLI RESTA ALTRA ALTERNATIVA SE NON PERSUADERSI CHE LE COSE STESSE A CUI LO SI COSTRINGE LE COMPIE VOLONTARIAMENTE”.
Simone fu davvero una pensatrice eclettica, versatile e originale, così giovane e attiva, così “viva” mentalmente, così filosofica e pregnante nel pensiero. Oltre a disquisire di matematica con l’amato fratello André, vengono riportate le riflessioni sull’universo, il senso del mondo, della creazione, l’interrogazione sul tempo, sulla realtà o irrealtà di tutte le cose. Tema costante che sottende l’intero suo pensiero rimane la sofferenza degli oppressi, la volontà di farsi tutt’uno con gli ultimi della Terra. La morte, la vita, l’amore, l’odio, le sensazioni, accettare quel che si è, amare l’altro, l’obbedienza a Dio fino a “leggere nelle stelle che si è mortali”. L’oltrepassamento del limite, l’amore della necessità, accettare tutto ciò che accade. Non si sa se sapesse dello sterminio. Quel che ricorre con costanza nei suoi scritti è la consapevolezza di dover contemplare a lungo il tramite e accettarlo, dal momento che prendere atto del vuoto significa aprire le porte alla Grazia. Leggendo queste pagine, non c’è un rigo che non vorreste sottolineare, una frase che non vi colpisca e che non vorreste incidere nei cuori e nelle menti. E qui concludo, auspicando di aver instillato la curiosità di mettersi alla ricerca di questo meraviglioso libro che purtroppo non si trova più se non a fatica frugando negli scaffali delle biblioteche.
Simone Weil, Quaderni. Volume Primo, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 403.

di Emanuela Catalano










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