Visualizzazione post con etichetta Casta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Casta. Mostra tutti i post

sabato 28 giugno 2014

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. La casta. La Casta politica, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare tutta la vita. Un po' in Parlamento, un po' nei consigli di amministrazione, un po' ai vertici delle municipalizzate, un po' nelle segreterie. Basta un po' di elasticità


"La Casta politica, una volta che sei dentro, ti permette quasi sempre di campare tutta la vita. Un po' in Parlamento, un po' nei consigli di amministrazione, un po' ai vertici delle municipalizzate, un po' nelle segreterie. Basta un po' di elasticità."
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, La casta, 2006


venerdì 17 gennaio 2014

giovedì 9 gennaio 2014

Caponnetto. La mafia teme la scuola più della giustizia, l'istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa



La mafia teme la scuola più della giustizia, l'istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa.
A. Caponnetto




lo stato e quindi la mafia ne hanno interesse, dove c'e l'ignoranza c'è più possibilità di navigare nel marcio..



Più c'è sottocultura e più trova manovalanza!


giovedì 16 maggio 2013

Frédéric Bastiat. Lo Stato è la grande entità fittizia attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri.

"Vi sono solo due modi per acquisire le risorse che sono necessarie a conservare, 
e a rendere bella e migliore, l’esistenza: la PRODUZIONE e la SPOLIAZIONE". 
Frédéric Bastiat, “La fisiologia della Spoliazione”, in Sofismi Economici II.

Quando il saccheggio diventa un modo di vita per un gruppo di uomini che vivono insieme nella società, creano per se stessi, nel corso del tempo, un sistema legale che lo autorizza e un codice morale che lo glorifica.
Frédéric Bastiat  1801 - 1850. Tratto da "sofismi economici"


"la nostra storia sarà vista come caratterizzata da sole due fasi: 
i periodi di conflitto per chi prenderà il controllo dello Stato e i periodi di tregua, che costituiranno il regno transitorio di una trionfante oppressione,  presagio di un imminente conflitto".
Frédéric Bastiat, lettera a Mme  Cheuvreux


"Bastiat aveva una visione severa circa questi sviluppi e reputava qualsiasi “servizio pubblico” che andasse al di là del minimo indispensabile per garantire i servizi di polizia e di amministrazione della giustizia come “una forma disastrosa di parassitismo” (“Gli intermediari” in Ciò che si vede e ciò che non si vede) . Usando il suo prisma preferito, Jacques Bonhomme (il Signor Qualunque), per rendere al meglio le sue puntualizzazioni, Bastiat confrontò la “fornitura coatta” dei “servizi pubblici” –  il “parassitismo legale” della burocrazia francese – alle azioni del ladruncolo che indulge nell’ordinario “parassitismo illegale (o extralegale )”, quando si approfitta della proprietà di Jacques irrompendo in casa sua ( “Le imposte” in Ciò che si vede e ciò che non si vede)".

 saggio su “Le due moralità”, Bastiat contrappone il ruolo della “moralità religiosa” e della “moralità economica” nel determinare questo cambiamento nel modo di pensare: 
"Si lasci che la moralità religiosa tocchi pertanto i cuori dei Tartufi, dei Cesari, dei coloni, dei beneficiari di sinecure e dei monopolisti, ecc, se ciò sia possibile. Il compito della politica economica è quello di illuminare i loro gonzi". 
(Nella commedia di Molière “Tartufo”, o “L’impostore”, Tartufo è un ipocrita astuto e Orgone è una vittima ben intenzionata). 

Bastiat, nell’elaborare i saggi che compongono i due volume della raccolta dei Sofismi Economici, intendeva proprio avviare  il lungo processo di demolizione intellettuale dei machiavelli, delle frodi, e  delle fallacie utilizzate dalle élite privilegiate per difendere i propri interessi acquisiti e il loro sistematico taglieggiamento delle persone comuni.

Bastiat era anche alquanto scettico circa il fatto che la moralità religiosa sarebbe riuscita a modificare il punto di vista dei detentori del potere perché, come egli si domandò in più occasioni, quante volte nella storia le elite dominanti avevano mai abbandonato volontariamente la propria condizione e i propri privilegi? Bastiat preferiva di gran lunga colpire il potere dal basso, cercando di far aprire gli occhi ai babbei e agli illusi, per mezzo delle verità che l’economia politica è in grado di fornire, incoraggiando il dubbio e la sfiducia nella giustizia delle azioni dei governanti, e deridendo le follie dell’élite politica  avvalendosi del sarcasmo e  del “mordente del ridicolo”.  
Bastiat sintetizzò il lavoro degli economisti politici nell’indurre ad "aprire gli occhi degli Orgoni, sradicando le idee preconcette, stimolando una giusta ed essenziale disillusione, nonché studiando ed esponendo la reale natura delle cose e delle azioni".
http://vonmises.it/2014/03/07/la-spoliazione-legale-nel-pensiero-di-frederic-bastiat-ii-parte/


Lo Stato è la grande entità fittizia attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri
Frédéric Bastiat 
(Bayonne, 30 giugno 1801 – Roma, 24 dicembre 1850) 
 è stato un economista e scrittore francese, filosofo della politica di ispirazione liberale. 
Viene considerato da molti come un precursore delle teorie della Scuola austriaca d'economia, e uno dei prosecutori della tradizione giusnaturalista nel XIX secolo.


"La legge pervertita! La legge -e dopo essa tutte le forze collettive della nazione- la legge, dico, non solamente sviata dal suo scopo, ma applicata a perseguire uno scopo direttamente contrario! La legge divenuta strumento di tutte le cupidige, invece di esserne il freno! La legge che compie essa stessa l'iniquità che aveva la missione di punire!."
Frederic Bastiat, La legge, 1850


La legge (Frédéric Bastiat)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La legge (La loi) è un saggio dell'economista e politico francese Frédéric Bastiat, scritto nel giugno 1850 a Mugron, pochi mesi prima della sua morte a Roma. In quest'opera Bastiat afferma la propria totale adesione al giusnaturalismo, cioè alla piena affermazione dei diritti naturali individuali, (Vita, Libertà, Proprietà) contro ogni diritto positivo che distrugge ogni libertà e qualsiasi iniziativa e creatività umana, riprendendo con ciò, e dando nuovi e originali sviluppi, ai principi che furono di Ugo Grozio, John Locke, Tommaso d'Aquino e dai filosofi della Scuola di Salamanca. [...] 
Quando la legge e la morale sono in contraddizione, il cittadino si trova nella crudele alternativa o di perdere la nozione di morale o di perdere il rispetto della legge, due disgrazie altrettanto grandi e tra le quali è difficile scegliere.

...Non è perché gli uomini hanno emanato delle leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà preesistono che gli uomini fanno le leggi.

"Esistenza, Facoltà, Assimilazione - in altri termini, Personalità, Libertà, Proprietà, - ecco l'uomo."

"con la legge di Bastiat, l'individuo viene riconsegnato a se stesso, alla sua sovranità individuale e autorità morale, responsabile delle sue scelte, e libero di realizzare i suoi obbiettivi, nel rispetto e nell'osservanza reciproca dei diritti degli altri."

Definì il principio di Proprietà e Spoliazione in questi termini:
"L'uomo non può vivere e godere che attraverso un'assimilazione, un'appropriazione perpetua, cioè attraverso una perpetua applicazione delle sue facoltà alle cose, o attraverso il lavoro. Da qui la Proprietà. Ma,in effetti, egli può vivere e godere assimilando e appropriandosi del prodotto delle facoltà del suo simile. Da qui la Spoliazione".



"Laissez faire! Io comincio con il dire, per evitare qualunque equivoco, che lasciate fare si applica qui alle cose oneste, dal momento che lo stato è stato istituito proprio per impedire le cose disoneste. Posto questo, per quello che riguarda le cose innocenti in se stesse, come il lavoro, lo scambio commerciale, l’insegnamento, l’associazione, la banca, eccetera, bisogna comunque scegliere. Bisogna che lo stato lasci fare o impedisca di fare.
Se lascia fare, noi saremo liberi ed amministrati a basso costo, perché nulla costa meno del lasciar fare.
Se impedisce di fare, disgrazia alla nostra libertà e al nostro portafoglio. 
Alla nostra libertà, perché impedire è come legare le braccia; al nostro portafoglio, perché per impedire ci vogliono degli incaricati, e per avere degli incaricati, ci vogliono dei soldi.
I socialisti rispondono: lasciar fare! orrore! 
– E perché, di grazia? – Perché, quando si lascia fare, gli uomini fanno male e agiscono contro i loro interessi. E’ giusto che uno stato li governi.
Ecco cosa c’è di divertente. I socialisti hanno una tale fede nella sagacità umana che vogliono il suffragio universale ed il governo di tutti dappertutto; e poi, quegli stessi uomini che giudicano adatti a governare gli altri, li proclamano inadatti a governar se stessi".
Frédéric Bastiat, Laissez faire, 1850 
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/003_laissez_faire.htm




La Legge. (Giugno 1850)
La Legge pervertita ! La Legge – e dietro di lei tutte le forze collettive della nazione, la Legge, dico io, non solo deviata dal suo scopo, ma applicata ad ottenere un obiettivo del tutto opposto! La Legge divenuta strumento di tutte le cupidigie, anziché esserne il freno! La Legge che realizza essa stessa quella iniquità che avrebbe come missione di punire! Certo, questo è un fatto assai grave, se esiste, e sul quale mi deve essere consentito di attirare l’attenzione dei miei concittadini.
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/007_lalegge1.htm


LO STATO.
( Journal des Débats, 25 settembre 1848).

Mi piacerebbe che si fondasse un premio, non di cinquecento franchi, ma di un milione di franchi, con corona, croce e nastro, in favore di colui che fosse capace di dare una buona, semplice e intelligibile definizione di una parola: lo stato.

Che immenso servizio avrebbe reso alla società! Lo stato: che cosa è? dove sta? che cosa fa? che cosa dovrebbe fare? Tutto quello che sappiamo, è che si tratta di un personaggio misterioso; ma il più sollecitato, il più tormentato, il più affaccendato, il più consigliato, il più accusato, il più invocato e il più provocato, che ci sia al mondo.

Perché, Signor Tale, anche se non ho l’onore di conoscervi, scommetto dieci contro uno che da sei mesi voi fabbricate alle utopie; e se voi fate utopie, io scommetto dieci contro uno che voi incaricate lo stato di realizzarle. Anche voi, Signora Tal’altra, sono certo che anche voi desiderate dal fondo del cuore di guarire tutti i mali di questa triste umanità, e che non vi sentireste per niente imbarazzata se lo stato volesse prestarsi a farlo.

Ma, lo sfortunato stato, come Figaro, non sa né chi ascoltare, né da che parte girarsi
Le centomila bocche della stampa e delle tribune gridano tutte insieme:
«Organizzate il lavoro ed i lavoratori.
Estirpate l’egoismo.
Reprimete l’insolenza e la tirannia del capitale.
Fate delle esperienze sul letame e sulle uova.
Coprite il paese con delle ferrovie.
Irrigate le pianure.
Rimboscate le montagne.
Fondate delle fattorie modello.
Fondate delle officine armoniche.
Colonizzate l’Algeria.
Allattate gli infanti.
Istruite la gioventù.
Soccorrete la vecchiaia.
Mandate nelle campagne gli abitanti delle città.
Equilibrate i profitti delle industrie.
Prestate denaro senza interesse a chi lo chiede. 
Liberate l’Italia, la Polonia e l’Ungheria.
Allevate e perfezionate il cavallo da sella.
Incoraggiate l’arte, formateci dei musicisti e delle ballerine.
Proibite il commercio e contemporaneamente date vita ad una marina mercantile.
Scoprite la verità e gettate nelle nostre teste un granello di ragione. 
Lo stato ha come missione di illuminare, sviluppare, ingrandire, rafforzare, spiritualizzare e santificare l’anima dei popoli

«Ehi, Signore e Signori, un poco di pazienza – risponde lo stato con aria penosa – io proverei a soddisfarvi tutti, ma per farlo mi servono un poco di risorse. Io ho predisposto dei progetti su cinque o sei imposte del tutto nuove e tra le migliori del mondo. Vedrete che piacere a pagarle.»

Allora un gran grido si alza: «Dagli, Dagli! Bel merito fare le cose con delle risorse! Non varrebbe la pena di chiamarsi stato. Non solo non mettete su nuove tasse: noi vi imponiamo di ritirare le vecchie. Sopprimete l’imposta sul sale, l’imposta sulle bevande, l’imposta sulle lettere, il dazio, le autorizzazioni; le prestazioni obbligatorie

In mezzo a questo tumulto, e dopo che il paese ha cambiato due o tre volte il suo stato per non aver soddisfatto tutte queste richieste, io ho voluto far osservare che esse erano contraddittorie. Di cosa sono andato ad impicciarmi, buon Dio! Non potevo tenere per me questa malaugurata osservazione? Eccomi discreditato per sempre; ed è ormai noto che io sono un uomo senza cuore e senza viscere, un filosofo asciutto, un individualista, un borghese e, per dire tutto in una parola, un economista della scuola inglese o americana. Perdonatemi, sublimi scrittori che nulla ferma, neppure le contraddizioni. Io ho torto, senza dubbio, e mi faccio indietro di gran cuore. Io non chiedo meglio, siatene certi, che voi abbiate davvero scoperto, fuori di noi, un essere beneficente e inesauribile, di nome stato, che ha pane per tutte le bocche, lavoro per tutte le braccia, capitali per tutte le imprese, credito per tutti i progetti, olio per tutte le piaghe, balsami per tutte le sofferenze, consigli per tutte le perplessità, soluzioni per tutti i dubbi, verità per tutte le intelligenze, distrazioni per tutte le noie, latte per gli infanti, vino per gli anziani, che provvede a tutti i nostri bisogni, che previene tutti i nostri desideri, che soddisfa tutte le nostre curiosità, raddrizza tutti i nostri errori, tutti i nostri sbagli, e ci dispensa ormai previdenza, prudenza, giudizio, sagacità, esperienza, ordine, economia, temperanza, attività.

E perché io non dovrei desiderare tutto ciò? Dio mi perdoni, ma più ci rifletto, più trovo che la cosa sia ben comoda, e non vedo l’ora, anch’io, di avere alla mia portata questa fonte inesauribile di ricchezza e di conoscenza, questo medico universale, questo tesoro senza fondo, questo consigliere infallibile che chiamate lo stato.

E’ per questo che io chiedo che me lo si mostri, che me lo si definisca; è per questo che propongo la fondazione di un premio per il primo che scoprirà questa fenice. Perché, infine, mi si concederà bene che questa scoperta preziosa non è ancora stata fatta, poiché, fino ad oggi, tutto ciò che si presenta con il nome di stato, il popolo lo condanna ben presto, precisamente perché non assolve alle condizioni un poco contraddittorie del programma. Bisogna dirlo? Io temo che noi siamo, a questo riguardo, i gonzi vittime di una delle più bizzarre illusioni che mai abbiano abitato lo spirito umano.

L’uomo rifiuta la fatica e la sofferenza. E tuttavia è condannato per natura alla sofferenza della privazione, se non assume la fatica del lavoro. Non vi è dunque scelta che tra due mali. Come fare per evitarli entrambi ? Fino ad oggi non si è trovato, e non si troverà mai, che un solo mezzo: godere del lavoro altrui; è come riuscire a fare sì che la fatica e la soddisfazione non tocchino ad ognuno secondo la proporzione naturale, ma che tutta la fatica sia per alcuni e tutta la soddisfazione per altri. Da qui proviene la schiavitù, da qui proviene la spogliazione, qualunque forma essa assuma: guerre, menzogne, violenze, razionamenti, frodi, abusi mostruosi, ma coerenti con il pensiero che ha dato loro nascita. Gli oppressori, bisogna combatterli: non si può dir loro che sbagliano nel ragionare. La schiavitù, grazie al Cielo, se ne va; d’altra parte, la nostra disposizione a difendere i nostri beni, fa sì che la spogliazione diretta e semplice non sia proprio facile. Una cosa tuttavia è rimasta. E’ questa malaugurata tendenza primitiva, che portano in sé tutti gli uomini, a far due parti del destino della vita, gettando la fatica su altri e conservando la soddisfazione per se stessi. Rimane da vedere sotto quale forma nuova si manifesta questa triste tendenza.

L’oppressore non agisce più con le proprie forze sull’oppresso. No, la nostra coscienza è divenuta troppo meticolosa per quello. Ci sono ancora il tiranno e la vittima, ci sono: ma tra di loro si piazza un intermediario che è lo stato, vale a dire la legge stessa. Che cosa è più adatto a far tacere i nostri scrupoli e, cosa forse più apprezzata, che cosa è più adatto a vincere le resistenze? Dunque, tutti, a qualunque titolo, con un pretesto o l’altro, tutti noi ci rivolgiamo allo stato

Noi gli diciamo: «Io non trovo che ci sia, tra le mie felicità e il mio lavoro, una proporzione che mi soddisfiIo vorrei, per stabilire l’equilibrio che desidero, prender qualcosa dei beni altrui. Ma questo è pericoloso. Non potrebbe, lei stato, rendermi la cosa più facile? Non potrebbe darmi un buon posto? Oppure mettere in difficoltà l’industria dei miei concorrenti? Oppure prestarmi gratuitamente dei capitali che ha preso dai loro possessori? O allevare i miei figli a spese pubbliche? O accordarmi dei premi di incoraggiamento? O assicurarmi il benessere quando avrò cinquanta anni? In questo modo, io raggiungerò il mio obiettivo in tutta tranquillità di coscienza, perché la stessa legge avrà operato per mio conto, ed io avrò della spogliazione tutti i vantaggi, senza incorrere né nei rischi né nel detestabile.

Poiché mi sembra certo, da un lato, che noi tutti indirizziamo allo stato qualche richiesta credibile, dall’altro lato, che lo stato non può dare soddisfazione agli uni senza aggiungere qualcosa al lavoro degli altri, in attesa di una nuova definizione dello stato, mi ritengo autorizzato a dare qui la mia. Chissà che non ottenga il premio. Eccola: lo stato è quella grande finzione per mezzo della quale tutto il mondo si sforza di vivere a spese di tutto il mondo.

Perché, oggi come sempre, ognuno di noi, un poco più, un poco meno, vorrebbe approfittare del lavoro altrui. Di questo desiderio, non osiamo fare pubblicità, lo dissimuliamo persino a noi stessi; e allora cosa facciamo? Immaginiamo un intermediario, ci rivolgiamo allo stato, ed ogni classe sociale a proprio turno gli dice: «Voi che potete prendere legittimamente, onestamente, prendete al pubblico, e noi divideremo». Lo stato non ha bisogno di molta spinta per seguire il consiglio diabolico: perché è composto di ministri, di funzionari, di uomini, alla fine, i quali, come tutti gli uomini, portano nel proprio cuore il desiderio colgono sempre con premura l’occasione di veder ingrandire le proprie ricchezze o la propria influenza. Lo stato capisce perciò in fretta e bene il vantaggio che può trarre dal ruolo che il pubblico gli affida. Esso sarà l’arbitro, il padrone di tutti i destini: prenderà molto, perciò molto resterà a lui stesso; moltiplicherà il numero dei suoi agenti, allargherà il cerchio delle sue competenze; finirà per acquisire delle dimensioni schiaccianti.

Ma ciò che bisogna rimarcare, è l’incredibile cecità del pubblico su tutto questo. Quando dei soldati felici riducevano i nemici in schiavitù, erano dei barbari, ma non erano assurdi. Il loro obiettivo, come il nostro, era quello di vivere a spese degli altri, e, come a noi, gli altri non mancavano. Che cosa dobbiamo pensare di un popolo al quale non passa per la testa di dubitare che il saccheggio reciproco non sia meno saccheggio perché è reciproco; che non è meno criminale perché viene eseguito legalmente e con ordine; che non aggiunge nulla al benessere totale; che al contrario lo diminuisce di tanto, quanto costa quell’intermediario spendaccione che chiamiamo stato?

E questa grande chimera, noi l’abbiamo piazzata, per edificazione del popolo, in testa alla Costituzione. Eccovi le prime parole del preambolo: «La Francia si è costituita in Repubblica per … chiamare tutti i cittadini a un grado sempre più elevato di moralità, di lumi e di benessere». Così è “la Francia”, l’astrazione, che chiama “i francesi”, la realtà, alla moralità, al benessere, eccetera. Non è esagerare il senso di questa bizzarra illusione che ci conduce ad attenderci tutto da un’altra forza che non la nostra? Non è dare ad intendere che ci sia, a fianco e al di fuori dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può e deve versare su di loro la sua benevolenza? Non è supporre, e ben gratuitamente, che vi sia tra la Francia ed i Francesi, tra la semplice denominazione abbreviata, astratta, di tutte le individualità, e quelle stesse individualità, un rapporto da padre a figlio, da tutore a pupillo, da professore a scolaro? So bene che talvolta si dice metaforicamente che la Patria è una tenera madre. Ma per sorprendere in flagrante reato di insignificanza la proposizione costituzionale, sarà sufficiente dimostrare che può essere capovolta, non dico senza inconvenienti, ma addirittura con dei vantaggi. Ne avrebbe a soffrire l’esattezza se il preambolo dicesse «I Francesi si sono costituiti in repubblica per chiamare la Francia ad un grado sempre più elevato di moralità, di lumi e di benessere»? Ora, quale è il valore di una proposizione nella quale il soggetto e il predicato possono essere reciprocamente scambiati senza inconvenienti? Tutto il mondo può comprendere: si dice; la madre allatterà il bambino. Ma sarebbe ridicolo dire: il bambino allatterà la madre.

Gli Americani avevano altre idee sulle relazioni tra i cittadini e lo stato, mentre mettevano in testa alla loro Costituzione queste semplici parole: «Noi, il popolo degli Stati Uniti, per formare una unione perfetta, stabilire la giustizia, assicurare la tranquillità interna, provvedere alla difesa comune, aumentare il benessere e assicurare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri figli, decretiamo….». Qui nessuna creazione chimerica, nessuna astrazione alla quale i cittadini domandino di tutto: non si aspettano nulla, se non da se stessi e dalla loro propria forza.

Se io mi sono permesso di criticare le prima parole della nostra Costituzione, è perché non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io affermo che questa personalizzazione dello stato sia stata nel passato e sarà nell’avvenire, una fonte feconda di calamità e di rivoluzioni. Ed ecco il Pubblico da una parte, lo stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il secondo tenuto a espandersi sul primo, il primo con il diritto di richiedere al secondo il torrente delle umane felicità. Che cosa deve capitare? Di fatto lo stato non è disattento e non lo può essere. Ha due mani, una per ricevere e l’altra per dare, o come si dice, la mano rude e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima. A rigore, lo stato potrebbe prendere e non rendere. Ciò si è ben visto, e si spiega con la natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talora tutto quello che toccano. Ma quello che non si è mai visto, che non si vedrà mai e neppure si riesce a concepire, è che lo stato renda al Pubblico più di ciò che gli abbia preso. E’ dunque folle assumere di fronte a lui l’attitudine dei mendicanti. Gli è radicalmente impossibile assegnare un vantaggio particolare a qualcuna delle individualità che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla intera comunità.

Lo stato si trova dunque, a causa delle nostre esigenze, in un circolo vizioso evidente. Se rifiuta il bene che si esige da lui, è accusato di impotenza, di cattivo volere, di incapacità. Se prova a realizzarlo, si riduce a colpire il popolo con tasse raddoppiate, a far più di male che di bene, e ad attirarsi, da un’altra parte, la disaffezione generale. Così è: nel pubblico le speranze, nel governo due promesse: tanti benefici e poche imposte. Speranze e promesse che, essendo in contraddizione, non si realizzeranno mai.

Non è lì la causa di tutte le nostre rivoluzioni? Perché tra lo stato, prodigo di promesse impossibili, ed il pubblico, pieno di speranze irrealizzabili, si mettono in mezzo due categorie di uomini: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo è tutto tracciato dalla situazione. A questi cortigiani della popolarità è sufficiente gridare alle orecchie del popolo: «Il potere si sbaglia; se noi fossimo al suo posto, noi ti riempiremmo di benefici e ti libereremmo dalle tasse». E il popolo crede, il popolo spera, il popolo fa una rivoluzione. I suoi amici non sono mai così pronti agli affari, che quando ricevono l’ordine di obbedire. «Datemi dunque del lavoro, del pane, dell’aiuto, del credito, dell’istruzione, delle colonie, dice il popolo, e inoltre, secondo le vostre promesse, liberatemi dalle tenaglie del fisco».

Lo stato nuovo non è meno imbarazzato che lo stato vecchio, perché, in fatto di cose impossibili, può ben promettere, ma non può mantenere. Cerca di guadagnare del tempo, che gli serve per maturare i suoi vasti progetti. Poi, fa qualche timida prova: da una parte, estende un poco l’istruzione primaria; dall’altra, modifica un poco l’imposta sulle bevande (1830). Ma la contraddizione si innalza sempre di fronte a lui: se vuole essere filantropo, deve rimanere fiscale; se rinuncia alla fiscalità, deve rinunciare anche alla filantropia. Queste due promesse si ostacolano reciprocamente sempre e necessariamente. Impiegare del credito, cioè divorare l’avvenire, è certamente un mezzo di moda per conciliarle, cercando di fare un poco di bene nel presente a spese di molto male nell’avvenire. Ma questo sistema evoca lo spettro della bancarotta che allontana il credito. Che fare allora? Allora il nuovo stato prende le proprie difese con ardimento; riunisce delle forze per mantenersi, soffoca l’opinione, fa ricorso all’arbitrio, tratta da ridicole le sue vecchie idee, dichiara che non può amministrare senza essere impopolare; in breve, si dichiara governativo.

Ed è là che altri nuovi cortigiani della popolarità lo attendono. Essi sfruttano la stessa illusione, passano per la stessa via, ottengono lo stesso successo, e vanno ben presto a gettarsi nello stesso baratro. E’ così che noi siamo arrivati a Febbraio. A quell’epoca, l’illusione di cui si parla in questo articolo era andata più avanti che mai, nelle idee del popolo, condottavi dalle idee socialiste. Più che mai, ci si attendeva che lo stato, in forma repubblicana, aprisse al massimo la fonte dei benefici e chiudesse quella delle imposte. «Mi sono sbagliato spesso, ma starò attento a me, di non sbagliarmi ancora una volta», diceva il popolo. Che cosa poteva fare il governo provvisorio? Quello che si fa in simili congiunture: promettere e guadagnare tempo. Non gliene manca; e per dare alle sue promesse più solennità, le fissa entro dei decreti. «Aumento del benessere, diminuzione del lavoro, aiuto, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, dissodamenti; nello stesso tempo, riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sulle lettere, sulla carne, tutto sarà accordato… arriva l’Assemblea Nazionale». L’Assemblea Nazionale è arrivata, e poiché non può realizzare due contraddizioni, il suo compito, il suo triste compito, si è ridotto a ritirare, il più silenziosamente possibile, uno dopo l’altro, tutti i decreti del governo provvisorio. Tuttavia, per non rendere la delusione troppo crudele, è stato necessario transigere un poco. Alcuni impegni sono stati mantenuti, altri hanno avuto un minimo avvio di esecuzione. Così l’attuale amministrazione si sforza di immaginare nuove tasse.

Adesso io mi trasporto con il pensiero a qualche mese avanti nel futuro; e mi domando, con la tristezza nell’anima, che cosa accadrà quando degli agenti fiscali di nuova creazione andranno per le campagne a prelevare le nuove imposte sulle successioni, sui redditi, sui profitti dello sfruttamento agricolo. Che il Cielo smentisca i miei presentimenti, ma io ci vedo ancora un ruolo da giocare per i cortigiani della popolarità. Leggete l’ultimo manifesto dei Montagnardi, quello che hanno emesso a proposito della elezione presidenziale. E’ un poco lungo, ma, dopo tutto, si riassume in due parole: lo stato deve dare molto ai cittadini e prendere poco. E’ sempre la stessa tattica; se volete, lo stesso errore. 

«Lo stato deve fornire gratuitamente l’istruzione e l’educazione a tutti i cittadini. Deve «un insegnamento generale e professionale il più appropriato possibile ai bisogni, alle vocazioni e alle capacità di ogni cittadino». Deve «insegnargli i suoi doveri verso Dio, verso gli uomini e verso se stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue attitudini e le sue facoltà, dargli infine la formazione per il suo lavoro, la comprensione dei suoi interessi e la conoscenza dei suoi diritti». Deve «mettere alla portata di tutti le lettere le arti, il patrimonio del pensiero, il tesoro dello spirito, tutte le gioie intellettuali che elevano e fortificano l’anima». Deve «riparare tutti gli incidenti, gli incendi, le inondazioni, ecc. (eccetera dice ben di più di quanto è scritto) subiti da un cittadino». Deve «intervenire nei rapporti tra capitale e lavoro e farsi regolatore del credito». Deve «all’agricoltura seri incoraggiamenti e una efficace protezione». Deve «nazionalizzare le ferrovie, i canali, le miniere» e senza dubbio amministrarle con quella capacità industriale che le caratterizza. Deve «sostenere le imprese generose, incoraggiarle e aiutarle con tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, finanzierà largamente le associazioni industriali e agricole, al fine di assicurarne il successo». Lo stato deve tutto ciò, senza pregiudizio dei servizi ai quali fa fronte già oggi; e, per esempio, occorre che nei confronti degli stranieri abbia sempre un atteggiamento minaccioso; perché, dicono i firmatari del programma «legati da questa sacra solidarietà e dai precedenti della Francia repubblicana, noi portiamo i nostri voti e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo alza tra le nazioni: il diritto che noi vogliamo per noi, noi lo vogliamo per tutti coloro che sono oppressi dal giogo delle tirannie; noi vogliamo che il nostro glorioso esercito sia ancora, se ve ne fosse bisogno, l’armata della libertà».

Vedete che la mano dolce dello stato, quella mano che dona e che distribuisce, sarà assai occupata sotto il governo dei Montagnardi: credete che possa capitare che sia lo stesso per la mano rude, di quella mano che penetra e prende nelle nostre tasche? Disilludetevi. I cortigiani della popolarità non conoscerebbero il loro mestiere, se non possedessero l’arte, mostrando la mano dolce, di nascondere quella rude. Il loro regno sarà sicuramente il giubileo del contribuente. «E’ il superfluo, non il necessario, quello che l’imposta deve colpire», dicono. Non sarebbe un bel momento, quello nel quale il fisco, per colmarci di benefici, si contenterà di intaccare il nostro superfluo?

Ma non è tutto. I Montagnardi aspirano a che «l’imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia più che un atto di fraternità». Bontà del cielo! Io sapevo bene che è di moda cacciare la fraternità ovunque, ma non avrei mai pensato che la si potesse mettere sul conto di chi la riceve. In dettaglio, i firmatari del programma dicono: «noi vogliamo l’abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera. Noi vogliamo la riforma dell’imposta fondiaria, dei dazi e delle licenze. Noi vogliamo la giustizia gratuita, vale a dire la semplificazione delle formalità e la riduzione delle spese». Così imposta fondiaria, dazi, licenze, bolli, sale, bevande, poste, tutto vi rientra. Questi signori hanno scoperto il segreto di dare una attività forsennata alla mano dolce dello stato, mentre ne paralizzano la mano rude.

Ebbene, io chiedo al lettore imparziale, non è questo infantilismo, e infantilismo pericoloso? Come smetterà il popolo di fare una rivoluzione dopo l’altra, se una volta per tutte si è deciso a non fermarsi che quando realizzerà questa contraddizione «non dare nulla allo stato ma riceverne molto»? Qualcuno pensa che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero le vittime dei mezzi che impiegano per impadronirsene?

Cittadini, in tutti i tempi due sistemi politici sono esistiti, ed entrambi possono sostenersi con delle buone ragioni. 
Secondo il primo, lo stato deve fare molto, ma molto deve anche prendere
Secondo il secondo, la sua doppia azione deve farsi sentire il meno possibile
E’ tra questi due sistemi che bisogna scegliere. 
Ma quanto al terzo sistema, che combina gli altri due, e che consiste nell’esigere tutto dallo stato senza dargli nulla, è un sistema chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo portano avanti, per avere il piacere di accusare tutti i governi di impotenza e per poterli così esporre ai vostri colpi, quelli vi blandiscono e vi ingannano, o quanto meno si sbagliano.

Quanto a noi, noi pensiamo che lo stato, che non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza comune istituita, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spogliazione reciproche, ma al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la sicurezza.
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/004_lo_stato.htm

L'immagine può contenere: 1 persona






lunedì 7 gennaio 2013

Italo Calvino. Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti.

C’era un paese dove erano tutti ladri. La notte ogni abitante usciva, coi grimaldelli e la lanterna cieca, e andava a scassinare la casa di un vicino. Rincasava all’alba, carico, e trovata la casa svaligiata.
E così tutti vivevano in concordia e senza danno, poiché l’uno rubava all’altro, e questo a un altro ancora e così via, finché non si rubava a un ultimo che rubava al primo. Il commercio in quel paese si praticava solo sotto forma d’imbroglio e da parte di chi vendeva e da parte di chi comprava. Il governo era un’associazione a delinquere ai danni dei sudditi, e i sudditi dal canto loro badavano solo a frodare il governo. Così la vita proseguiva senza inciampi, e non c’erano né ricchi né poveri. Ora, non si sa come, accadde che nel paese di venisse a trovare un uomo onesto. La notte, invece di uscirsene col sacco e la lanterna, stava in casa a fumare e a leggere romanzi. Venivano i ladri, vedevano la luce accesa e non salivano.
Questo fatto durò per un poco: poi bisognò fargli comprendere che se lui voleva vivere senza far niente, non era una buona ragione per non lasciar fare agli altri. Ogni notte che lui passava in casa, era una famiglia che non mangiava l’indomani. Di fronte a queste ragioni l’uomo onesto non poteva opporsi. Prese anche lui a uscire la sera per tornare all’alba, ma a rubare non ci andava. Onesto era, non c’era nulla da fare. Andava fino al ponte e stava a veder passare l’acqua sotto. Tornava a casa, e la trovava svaligiata.
In meno di una settimana l’uomo onesto si trovò senza un soldo, senza di che mangiare, con la casa vuota. Ma fin qui poco male, perché era colpa sua; il guaio era che da questo suo modo di fare ne nasceva tutto un cambiamento. Perché lui si faceva rubare tutto e intanto non rubava a nessuno; così c’era sempre qualcuno che rincasando all’alba trovava la casa intatta: la casa che avrebbe dovuto svaligiare lui. Fatto sta che dopo un poco quelli che non venivano derubati si trovarono ad essere più ricchi degli altri e a non voler più rubare. E, d’altronde, quelli che venivano per rubare in casa dell’uomo onesto la trovarono sempre vuota; così diventavano poveri. Intanto, quelli diventati ricchi presero l’abitudine anche loro di andare la notte sul punte, a veder l’acqua che passava sotto. Questo aumentò lo scompiglio, perché ci furono molti altri che diventarono ricchi e molti altri che diventarono poveri.
Ora, i ricchi videro che ad andare la notte sul punte, dopo un po’ sarebbero diventati poveri. E pensarono: – Paghiamo dei poveri che vadano a rubare per conto nostro -. Si fecero i contratti, furono stabiliti i salari, le percentuali: naturalmente sempre ladri erano, e cercavano di ingannarsi gli uni con gli altri. Ma, come succede, i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. C’erano dei ricchi così ricchi da non avere più bisogno di rubare per continuare a esser ricchi. Però se smettevano di rubare diventavano poveri perché i poveri li derubavano. Allora pagarono i più poveri dei poveri per difendere la roba loro dagli altri poveri, e così istituirono la polizia, e costruirono le carceri.
In tal modo, già pochi anni dopo l’avvenimento dell’uomo onesto, non si parlava più di rubare o di esser derubati ma solo di ricchi e poveri; eppure erano sempre tutti ladri. Di onesti c’è stato solo quel tale, ed era morto subito, di fame”.
Italo Calvino


C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.
da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori
Italo Calvino, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti






lunedì 29 ottobre 2012

Guénon. Allo stato attuale del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò si vuole esprimere dicendo che le caste non esistono più, poiché la casta, intesa nel suo senso vero e tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con l'insieme delle attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni uomo all'adempimento di una data funzione e non di un'altra. Quando l'accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato. La funzione che egli avrà nella società sarà determinata, se non dal caso, giacché il caso in realtà non esiste, da qualcosa che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di ogni specie. L'ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini

Vi sono certi ignoranti i quali si immaginano che ci "si inizi" da sé, il ché è in qualche modo una contraddizione dei termini; dimenticando, seppur l'hanno mai saputo, che la parola "initium" significa "entrata" o "principio" ; essi confondono il fatto stesso dell'iniziazione, intesa nel senso strettamente etimologico, col lavoro da compiersi ulteriormente affinché questa iniziazione, da virtuale nel primo momento, divenga più o meno completamente effettiva.
L'iniziazione, compresa in tal modo, è ciò che tutte le tradizioni si accordano nel designare come "seconda nascita"; come un essere potrebbe agire da se stesso prima ancora di essere nato? Non siamo più in un'Epoca Primordiale, quando tutti gli uomini possedevano normalmente e spontaneamente uno stato spirituale che oggi può dipendere solo da un alto grado di iniziazione. Stato spirituale e sviluppo spirituale che si compiva in essi tanto naturalmente quanto lo sviluppo corporeo.
René Guénon "Considerazioni sulla via iniziatica"



Allo stato attuale del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò si vuole esprimere dicendo che le caste non esistono più, poiché la casta, intesa nel suo senso vero e tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con l'insieme delle attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni uomo all'adempimento di una data funzione e non di un'altra. Quando l'accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato. La funzione che egli avrà nella società sarà determinata, se non dal caso, giacché il caso in realtà non esiste, da qualcosa che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di ogni specie. L'ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini.
René Guénon, "La crisi del mondo moderno" - 1927



La civiltà occidentale moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia; fra tutte quelle che sono più o meno completamente conosciute, questa civiltà è la sola a essersi sviluppata in un senso puramente materiale, e questo sviluppo mostruoso, il cui inizio coincide con quello che si è convenuto chiamare Rinascimento, è stato accompagnato, come fatalmente doveva, da una regressione intellettuale corrispondente; se non diciamo equivalente, è perché si tratta di due ordini di cose tra i quali non può esistere nessuna misura comune.
René Guénon

La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio d'ordine superiore. Tale sviluppo materiale, che prosegue ormai da parecchi secoli e va accelerandosi sempre più, è stato accompagnato da un regresso intellettuale che esso è del tutto incapace di compensare. Intendiamo qui, beninteso, parlare della vera e pura intellettualità, che si potrebbe anche chiamare spiritualità. La decadenza non s'è prodotta d'un sol colpo; se ne potrebbero seguire le tappe attraverso tutta la filosofia moderna. È stata la perdita o l'oblio della vera intellettualità a rendere possibili quei due errori che solo in apparenza si oppongono, ma sono in realtà correlativi e complementari: razionalismo e sentimentalismo. La nozione di verità, dopo essere stata abbassata ormai a una semplice rappresentazione della realtà sensibile, è infine identificata dal pragmatismo con l'utilità, il che equivale alla sua soppressione pura e semplice; che importa infatti la verità in un mondo le cui aspirazioni sono unicamente materiali e sentimentali?"
Renè Guènon, Simboli della Scienza Sacra


Contrariamente a quel che pensano i moderni, un lavoro qualsiasi, compiuto indistintamente da chiunque, e unicamente per il piacere d’agire o per la necessità di “guadagnarsi la vita”, non merita per niente d’essere esaltato, e pure non può essere considerato che come una cosa anormale, opposta all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, al punto che, nelle condizioni della nostra epoca, arriva troppo sovente ad assumere un carattere che si potrebbe, senza esagerazione alcuna, qualificare come “infra-umano”. Quel che i nostri contemporanei sembrano ignorare completamente, è che un lavoro non ha reale valore se non quando è conforme alla natura stessa dell’essere che lo compie, se ne risulta in modo diciamo spontaneo e necessario, sì da essere per tale natura il mezzo per realizzarsi il più perfettamente possibile.
René Guenon



L'età oscura
La dottrina indù insegna che la durata di un ciclo dell'umanità terrestre, al quale essa dà il nome di "Manvantara", si divide in quattro età, che segnano altrettante fasi di un oscuramento progressivo della spiritualità primordiale. Si tratta degli stessi periodi che, da parte loro, le tradizioni dell'antichità occidentale designarono come le età dell'oro, dell'argento, del bronzo e del ferro. 
René Guenon, La crisi del mondo moderno, Ed. Mediterranee


Di tutti i problemi che costantemente hanno preoccupato gli uomini, ve ne è uno, quello dell’origine del male, che pare esser sempre stato il più difficile da risolvere, tanto da rivelarsi un ostacolo insormontabile per la maggior parte dei filosofi e soprattutto dei teologi: 
Si Deus est, unde Malum? Si non est, unde Bonum? Il dilemma è effettivamente insolubile per coloro che considerano la Creazione come l’opera diretta di Dio e che, di conseguenza, sono obbligati a ritenerlo responsabile sia del Bene che del Male
Si dirà senza dubbio che questa responsabilità è in una certa misura attenuata dalla libertà delle creature; ma se le creature possono scegliere tra il Bene ed il Male, è segno che entrambi esistono già, almeno in principio, e se esse talvolta sono piuttosto propense a decidersi per il Male invece di essere sempre portate al Bene, ciò è dovuto al fatto che sono imperfette; ma come ha potuto Dio, se è perfetto, creare esseri imperfetti?
René Guénon, Il Demiurgo


“Per la verità, l’origine dell’espressione è assai più remota dei tre filosofi qui nominati (Pitagora, Socrate e Platone). Anzi, essa è più antica della storia della filosofia e oltrepassa anche l’ambito della filosofia. Si dice che quelle parole fossero scritte sopra la porta del Tempio di Apollo a Delfi. […] Essa significa innanzitutto che nessun insegnamento essoterico è in grado di donare la conoscenza reale che l’uomo deve trovare solo in se stesso, poiché in realtà qualsiasi conoscenza può essere acquisita unicamente tramite una comprensione personale. […] Quando l’uomo conosce se stesso nella sua essenza profonda, ossia nel centro del proprio essere, allora conosce il suo Signore. E conoscendo il suo Signore, conosce al tempo stesso tutte le cose, che vengono da Lui e a Lui ritornano.”
René Guénon, Il Demiurgo e altri saggi.


Daniele Nogarin
Beh per intendere il motto delfico, senza ricorrere a Guenon, il cui esoterismo mi trova molto diffidente, mi rifarei più semplicemente all' "Edipo re" di Sofocle.

Carlo Saviani
sul quel portale vi era scritto anche 'udèn àgan'.
Nella tradizione occidentale il primo detto è stato per lo più frainteso, il secondo ignorato.

Adele Porcaro
kài mè lìan...


La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia: fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio d'ordine superiore.
 Renè Guenon

La civiltà occidentale moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia; fra tutte quelle che sono più o meno completamente conosciute, questa civiltà è la sola a essersi sviluppata in un senso puramente materiale, e questo sviluppo mostruoso, il cui inizio coincide con quello che si è convenuto chiamare Rinascimento, è stato accompagnato, come fatalmente doveva, da una regressione intellettuale corrispondente; se non diciamo equivalente, è perché si tratta di due ordini di cose tra i quali non può esistere nessuna misura comune.
René Guénon

Il mondo occidentale privo di aspirazioni intellettuali, e ridotto alle sole aspirazioni materiali e sentimentali, senza 'principi', e senza 'stabilità, va sprofondando alla deriva trascinato dalla smania di cambiare, di progredire, travolto verso qualche oscuro e pauroso abisso o cataclisma.
Rene Guenon

Invece di cercare di innalzarsi fino alla verità, l'uomo moderno pretende di farla scendere fino al proprio livello.
Renè Guenon. La Crisi del Mondo Moderno

Nell'iniziazione è di fondamentale importanza un collegamento ad una Organizzazione Tradizionale, che non può, beninteso, dispensare in alcun modo dal lavoro interiore che ognuno deve compiere da se stesso, ma che è richiesto come condizione preliminare perché questo lavoro stesso possa effettivamente dare i suoi frutti.
René Guénon (1886-1951)


È il processo della manifestazione universale: tutto ha origine dall'unità e all'unità ritornanell'intervallo si produce la dualità, divisione o differenziazione da cui risulta la fase dell'esistenza manifesta. L'ordine appare solo se ci si eleva al di sopra della molteplicità, si smette di considerare ogni cosa isolatamente e "distintamente", per contemplare tutte le cose nell'unità. La "grande guerra santa" è la lotta dell'uomo contro i nemici che egli ha in se stesso, vale a dire contro tutti gli elementi che, in lui, si oppongono all'ordine e all'unità.
Renè Guenon





Carmen Barone:
[...] sono molto contenta del fatto che tu conosca il grande René Guénon,
sconosciuto alla maggioranza delle persone.
Gli stralci del Demiurgo che tu hai pubblicato sono stupendi e commentano da sé il pensiero di Guénon. Per Guénon l'origine del male è dovuta ad una scissione, frattura dell'uomo con il Principio divino, causa prima del Tutto. Il male è un "prodotto" dell'uomo che con la libertà, riconosciutagli dal Creatore, può, a suo piacere, propendere per il bene o per il male.
Alle origini dei tempi, l'uomo domenicale era l'uomo signore del cosmo, perché manteneva in sé l'immagine di Dio sulla terra : era l'uomo perfetto che partecipava della forza divina. Insomma era un piccolo Dio sulla Terra, era una PORZIONE DI DIO. Secondo me se noi non comprendiamo la genesi della vita, dell'uomo, del tempo e dello spazio, non possiamo farci una ragione del nostro esistere, né della realtà metafisica che governa il mondo.
Riallacciandomi a quanto detto prima, alle origini, anche l'ambiente esterno era il riflesso della condizione interiore dell'uomo. Infatti, all'origine, poiché esisteva l'uomo primordiale o adamico che era incontaminato, puro e manifestazione diretta ed essenziale di Dio, anche l'ambiente primordiale era perfetto, incontaminato, rassicurante, privo di pericoli e anche i climi erano perfetti, perché tutto epifania di Dio perfetto.

Oggi che l'uomo è interiormente devastato, contaminato, corrotto, perché lontano anni siderali da Dio, produce ambienti esterni squassati, corrotti, inquinati, pericolosi dove , di frequente, si manifesta la catastrofe, l'apocalisse e l'attualità ce ne dà continue testimonianze, basti ricordare al cataclisma dell'India che causò migliaia di morti.

Queste terribili manifestazioni sono, a detta anche di molti studiosi, la conseguenza dell'azione egoistica e distruttiva dell'uomo. Ora è quantomeno da sprovveduti, ritenere che tutte le disgrazie dell'uomo siano opera Di Dio, attribuendogli una caratteristica puramente sentimentale e antropomorfica. Mi sento continuamente chiedere, scioccamente :

"Perché Dio ha permesso questo
Perché non aiuta i più deboli? 
Perché non mi aiuta e non mi ascolta?".

A queste stolide e sciocche domande rispondo sempre che
Dio non è un uomo, 
non è un'assistente sociale, 
non è custode badante, 
così come lo vorremmo noi uomini.

Va da sé che una concezione di Dio di questo tipo è alquanto ridicola e grottesca.
Dio è l'essere, forza generatrice del Tutto visibile e invisibile, mentre noi siamo enti e quindi destinati, dopo una determinata evoluzione, all'estensione, alla morte; al contrario di Dio che è moto perpetuo e infinito.

L'umanità primordiale, quella che ha vissuto all'inizio di questo ciclo della Terra, o l'uomo adamico aveva ricevuto la luogotenenza sul mondo, ossia era il garante dell'equilibrio cosmico; equilibrio che s'infrange irreversibilmente nel momento in cui l'uomo perde l'immagine divina che ha dentro di sé. Cosa non abbiamo perso con la nostra fede incrollabile in noi stessi, nella nostra, ragione, nel nostro megalomane desiderio di sostituirci a Dio!

Ad esempio all'inizio della "creazione" il tempo scorreva molto lentamente perché era un tempo qualitativo e non quantitativo, ossia era un riflesso di Dio e di un uomo divino e quindi era un tempo perfetto. Poi mano a mano che l'uomo decade e si corrompe, il tempo si fa progressivamente accelerato e diventa un tempo quantitativo, difatti ad un certo punto della storia l'uomo comincia a misurare il tempo.

La mentalità moderna ha la tendenza, come afferma René Guénon, radicata del tutto nelle concezioni e spiegazioni  "scientifiche", per cui la nostra epoca può definirsi il "regno della quantità".

Guénon continua
" ... le scienze profane , di cui il mondo moderno è così orgoglioso, altro non siano se non "residui" degenerati di antiche scienze tradizionali, così come la stessa quantità, a cui esse si sforzano di tutto ricondurre, non è, nella loro visione delle cose, se non il "residuo" di un'esistenza svuotata di tutto ciò che costituiva la sua essenza; è così che queste scienze, o pretese tali. .. eliminando di proposito tutto ciò che è veramente essenziale, si rivelano in definitiva incapaci di fornire la spiegazione reale di qualsiasi cosa".

Guénon, nel libro "Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, dimostra in maniera radicale, limpida e coerente, quale sia la vera natura delle scienze tradizionali, e per conseguenza "quale abisso le separi dalle scienze profane che ne sono una caricatura ed una parodia".

Per concludere riporto qui di seguito la considerazione di Guénon,
riguardo la sua convinta posizione mentale:
"Se nonostante tutto qualcuno troverà certe mie considerazioni forse un po ' oscure, è soltanto perché queste sono troppo lontane dalle sue abitudini mentali, troppo estranee a tutto ciò che gli è stato inculcato dell'educazione ricevuta e dall'ambiente in cui vive; in tal caso non possiamo farci niente, in quanto vi sono cose per le quali il solo modo possibile d'espressione è quello simbolico, e che, per conseguenza, resteranno incomprensibili a coloro per cui il simbolismo è lettera morta".
[...]


Lucia Porcelli
anche io penso Ivano che le tue sono parole sante, penso che non si possa mai risolvere un problema con gli stessi strumenti che ne furono la causa ....troppa testa e troppe parole vanno risolte con una rivoluzione copernicana partendo per esempio dall'equilibrio del corpo come del resto lo stesso Lowen psicologo bioenergetico sostiene.
L'occidente è malato di parole come icone da adorare e la parola è un potente seduttore




Grazie Ivano Paolo, sempre interessante quello che pubblichi.
Carmen offre molti eccellenti spunti.
Lucia individua, a mio avviso giustamente, un limite nella psicoterapia della parola che non tiene conto del corpo. Un argomento davvero ampio... Provo a sintetizzare alcune cose che leggervi mi ha suscitato.

Il lavoro su di sé non solo serve, ma è necessario e la psicoterapia, nella mia esperienza, è uno strumento valido in tal senso. 

Per coltivare nella propria interiorità i semi positivi e non annaffiare quelli negativi
(ultima citazione, ed è questo uno dei temi cari al maestro zen Thich Nhat Hanh, come anche al maestro vedantino Arnaud Desjardins, per citarne solo alcuni) è necessaria una trasformazione interiore, è necessario conoscere di più se stessi, essersi pacificati con il proprio passato, avere una certa disidentificazione dalle emozioni e da vari condizionamenti , ecc.

La psicologia si è molta evoluta dopo Freud e Jung,
vari approcci sono molto più integrali, 
coinvolgono il corpo, il respiro e i blocchi emotivi, 
pratiche di consapevolezza (mindfulness), il transpersonale/spirituale.

La concezione della psiche si è ampliata, ciò che è propriamente attinente alla propria biografia non esaurisce il lavoro, ma si considera che ci sono potenzialità positive da sviluppare, parliamo di "livelli evolutivi della coscienza". E qui la conoscenza occidentale si apre alla saggezza orientale (buddhista in particolare). L'evoluzione della coscienza oltre il nostro livello medio egoico non solo è possibile, ma è urgente. La spiritualità ha bisogno della psicologia e la psicologia della spiritualità.

Concordo con te sull'importanza della relazione, chi diceva che solo il 30% è tecnica e il 70% è la persona del terapeuta? Molti sono quelli che ci ricordano che se cura è possibile, essa avviene grazie a ciò che si è non a ciò che si sa e fa.

E qui introduco Irvin Yalom, 
stupendo psicoterapeuta umanistico-esistenziale e gestaltico, filosofo e romanziere statunitense, i cui libri (molti tradotti in italiano) sono una fonte di conoscenze, commozione, piacere e sono molto utili per chi si occupa di "relazioni d'aiuto".

Yalom nei vari libri in cui riporta i casi di pazienti e lo svolgimento delle sedute ci fa capire cosa siano veramente l'ascolto, l'empatia, il rispetto, l'accettazione dell'altro, la profonda comprensione umana. E come possano avvenire delle vere rivoluzioni interiori grazie a un incontro autentico.

"Esiste in tutti gli individui un'inclinazione innata alla crescita e all'autorealizzazione.
Il terapeuta non deve fornire queste qualità ai pazienti (come se potessimo farlo!);
deve invece rimuovere gli ostacoli che bloccano il processo di crescita, e uno dei modi in cui operiamo in tal senso è cercando di creare un'atmosfera terapeutica ideale."
IY "La storia della psicoterapia abbonda di guaritori che furono efficaci, 
ma non per le ragioni da loro supposte." IY








Elenco blog personale