Cartesio, Non può esserci nessun vuoto.
“ 16. ‹Che non può esserci nessun vuoto nel senso in cui i filosofi prendono questa parola›.
Per quanto riguarda il vuoto, nel senso in cui i filosofi prendono questa parola, cioè per uno spazio dove non c’è sostanza, è evidente che non c’è spazio nell’universo che sia tale, poiché l’estensione dello spazio o del luogo interiore non è differente dall’estensione del corpo. E come, dal fatto solo che un corpo è esteso in lunghezza, larghezza e profondità, abbiamo ragione di concludere che esso è una sostanza, poiché concepiamo che non è possibile che quello che non è nulla abbia dell’estensione, dobbiamo concludere lo stesso dello spazio che si suppone vuoto: cioè che, poiché c’è in esso estensione, c’è necessariamente anche della sostanza.
17. ‹Che la parola di vuoto presa secondo l’uso ordinario non esclude ogni sorta di corpo›.
Ma quando prendiamo questa parola secondo l’uso ordinario, e diciamo che un luogo è vuoto, è costante che noi non vogliamo dire che non c’è nulla affatto in quel luogo o in quello spazio, ma solo che non c’è niente di ciò che presumiamo doverci essere. Così, poiché una brocca è fatta per tenere dell’acqua, noi diciamo ch’essa è vuota, quando non contiene che dell’aria; e se non ci sono pesci in un vivaio, diciamo che non c’è nulla dentro, benché sia pieno d’acqua: così diciamo che un vascello è vuoto, quando invece delle mercanzie di cui lo si carica d’ordinario non lo si è caricato che di sabbia, affinché potesse resistere all’impetuosità del vento: ed è in questo stesso senso che diciamo che uno spazio è vuoto, quando non contiene nulla che ci sia sensibile, benché contenga una materia creata ed una sostanza estesa. Poiché noi non consideriamo ordinariamente i corpi che sono vicini a noi, che in quanto essi producono negli organi dei nostri sensi delle impressioni così forti, che possiamo sentirle. E se, invece di ricordarci di quello che dobbiamo intendere con queste parole di vuoto o di nulla, noi pensassimo dopo che un tale spazio, ove i nostri sensi non ci fanno nulla percepire, non contiene nessuna cosa creata, cadremmo in un errore sì grossolano che se, perché si dice ordinariamente che una brocca, nella quale non ci è che dell’aria, è vuota, noi giudicassimo che l’aria che essa contiene non è una cosa o una sostanza.
18. ‹Come si può correggere la falsa opinione di cui si è preoccupati riguardo al vuoto›.
Quasi tutti siamo preoccupati di questo errore fin dal principio della nostra vita, poiché, vedendo che non c’è legame necessario fra il vaso e il corpo che lo contiene, ci è sembrato che Dio potrebbe togliere tutto il corpo che è contenuto in un vaso, e conservare questo vaso nel suo medesimo stato, senza che vi fosse bisogno che alcun altro corpo succedesse nel posto di quello che avesse tolto. Ma affinché possiamo adesso correggere una sì falsa opinione, osserveremo che non c’è legame necessario tra il vaso ed un tal corpo, che lo riempie, ma che esso è tanto assolutamente necessario tra la figura concava che ha questo vaso e l’estensione che dev’essere compresa in questa concavità, che non v’ha maggior repugnanza a concepire una montagna senza vallata, che una tal concavità senza l’estensione che essa contiene, e questa estensione senza qualcosa di esteso, poiché il nulla, com’è stato già notato più volte, non può avere estensione. Ecco perché, se ci si domanda ciò che accadrebbe in caso che Dio togliesse tutto il corpo che è in un vaso, senza che permettesse che ce ne entrasse un altro, noi risponderemo che i lati di questo vaso si troverebbero sì vicini da toccarsi immediatamente. Poiché è necessario che due corpi si tocchino fra loro, quando non c’è nulla fra loro due, poiché sarebbe contraddittorio che questi due corpi fossero lontani, cioè che vi fosse distanza dall’uno all’altro, e che, non di meno, questa distanza non fosse nulla: poiché la distanza è una proprietà dell’estensione, che non potrebbe sussistere senza qualcosa di esteso.”
CARTESIO (1596 – 1650), “I princìpi della filosofia” (1644), trad. di Adriano Thilger, in ID., “Opere”, a cura e introduzione di Eugenio Garin, Laterza, Bari 1967 (I ed.), 2 voll., vol. I, Parte seconda ‘Dei princìpi delle cose materiali’, 16., 17., 18., pp. 81 – 83.
“ XVI. ‹Repugnare ut detur uacuum, siue in quo nulla plane sit res›.
Vacuum autem philosophico more sumptum, hoc est, in quo nulla plane sit substantia, dari non posse manifestum est, ex eo quod extensio spatii, uel loci interni, non differat ab extensione corporis. Nam cum ex hoc solo quod corpus sit extensum in longum, latum et profundum, recte concludamus illud esse substantiam, quia omnino repugnat ut nihili sit aliqua extensio, idem etiam de spatio, quod uacuum supponitur, est concludendum: quod nempe, cum in eo sit extensio, necessario etiam in ipso sit substantia.
XVII. ‹Vacuum ex uulgi usu non excludcre omne corpus›.
Et quidem ex uulgi usu, per nomen uacui non solemus significare locum uel spatium in quo nulla plane sit res, sed tantummodo locum in quo nulla sit ex iis rebus, quas in eo esse debere cogitamus. Sic, quia urna facta est ad aquas continendas, uacua dicitur, cum aÎre tantum est plena. Sic nihil est in piscina, licet aquis abundet, si in ea desint pisces. Sic inane est nauigium, quod comparatum erat ad uehendas merces, si solis arenis, quibus frangat impetus uenti, sit onustum. Sic denique inane est spatium, in quo nihil est sensibile, quamuis materia creata et per se subsistente plenum sit: quia non solemus considerare, nisi eas res quae a sensibus attinguntur. Atqui si postea, non attendentes quid per nomina uacui et nihili sit intelligendum, in spatio quod uacuum esse diximus, non modo nihil sensibile, sed omnino nullam rem contineri existimemus: in eundem errorem incidemus, ac si ex eo quod usitatum sit dicere urnam, in qua nihil est nisi aÎr, uacuam esse, ideo iudicaremus aÎrem in ea contentum non esse rem subsistentem.
XVIII. ‹Quomodo emendandum sit praeiudicium de pacuo absolute sumpto›.
Lapsique sumus fere omnes a prima aetate in hunc errorem, propterea quod, non aduertentes ullam esse inter uas et corpus in eo contentum necessariam coniunctionem, non putauimus quicquam obstare, quominus saltem Deus efficiat, ut corpus, quod uas aliquod replet, inde auferatur, et nullum aliud in eius locum succedat. Iam autem, ut errorem illum emendemus, considerare oportet nullam quidem esse connexionem inter uas et hoc uel illud corpus particulare quod in eo continetur, sed esse maximam, ac omnino necessariam, inter uasis figuram concauam et extensionem in genere sumptam, quae in ea cauitate debet contineri. Adeo ut non magis repugnet nos concipere montem sine ualle, quam intelligere istam cauitatem absque extensione in ea contenta, uel hanc extensionem absque substantia quae sit extensa: quia, ut saepe dictum est, nihili nulla potest esse extensio. Ac proinde, si quaeratur quid fiet, si Deus auferat omne corpus quod in aliquo uase continetur, et nullum aliud in ablati locum uenire permittat: respondendum est, uasis latera sibi inuicem hoc ipso fore contigua. Cum enim inter duo corpora nihil interiacet, necesse est ut se mutuo tangant; ac manifeste repugnat ut distent, siue ut inter ipsa sit distantia, et tamen ut ista distantia sit nihil: quia omnis distantia est modus extensionis, et ideo sine substantia extensa esse non potest.”
RENATI DES-CARTES “Principia philosophiæ”, apud Ludovicum Elzevirium, Amstelodami 1644, Pars secunda ‘De Principiis rerum materialium’, XVI – XVIII, pp. 41 – 43.