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domenica 15 dicembre 2019

Parmenide. Si deve a Parmenide l’inizio di una nuova fase della filosofia, non più interessata allo studio della natura, del cosmo e della sua origine, ma interessata invece al problema di quale sia la vera conoscenza e la vera realtà. Così, al posto della cosmologia e della filosofia della natura, nasce l’ontologia, ovvero la metafisica dell’essere. - Francesco Lorenzoni.


Francesco Lorenzoni
30 aprile 2015
METAFISICA PREPLATONICA 6

PARMENIDE 1
Nasce ad Elea (a sud di Paestum, nell’attuale Campania) intorno al 510 a.C. 
Ha dato ottime leggi alla sua città ed è stato uomo onorato dai suoi concittadini. 
È considerato il fondatore della cosiddetta “Scuola elatica”, di cui Zenone e Melisso sono stati i più noti allievi. È morto verso la metà del quinto secolo avanti Cristo.

Si deve a Parmenide l’inizio di una nuova fase della filosofia, non più interessata allo studio della natura, del cosmo e della sua origine, ma interessata invece al problema di quale sia la vera conoscenza e la vera realtà. Così, al posto della cosmologia e della filosofia della natura, nasce l’ontologia, ovvero la metafisica dell’essere

La sua dottrina è esposta in un poema di cui ci restano 154 versi.

Due sono i poli attorno a cui si aggira la speculazione di Parmenide: il conoscere e l’esistere

Nel primo ci sono tre possibilità: verità, errore, opinione. 
Altrettante sono le possibilità del secondo: l’essere, il nulla (non essere) e il divenire. 

La singolarità della soluzione parmenidea è l’identificazione del pensiero con l’essere, mentre nella generale mentalità greca antica il pensiero è invece rispecchiamento dell’essere.

La conoscenza.
Prima di occuparsi del principio primo delle cose Parmenide affronta il problema gnoseologico, che costituisce sempre la porta d’ingresso della metafisica, essendo preliminare la necessità di verificare se l’umana conoscenza è in grado di compiere il salto metafisico.

Protagonista del poema di Parmenide è una dea, che simboleggia la verità, la quale, nel prologo, rivela che ci sono due vie lungo le quali l’uomo procede nella conoscenza: la prima via è quella della verità, certa e sicura; la seconda è quella dell’opinione, fallace e mutevole, è la via dell’apparenza

Due sono, dunque, le forme del conoscere: quella della ragione, che si regola esclusivamente secondo le esigenze della logica, e quella dei sensi, che tiene conto anche di ciò che è esperito. La prima via conduce alla certezza, a cui si accompagna la verità, la seconda conduce all’opinione, a cui si accompagna l’errore.

Ma sono due vie alternative e inconciliabili o sono invece due percorsi che si possono intrecciare ed anche integrarsi?

In passato gli studiosi, capeggiati da Aristotele, consideravano antitetiche le due vie. 

Ma già nell’antichità vi sono stati interpreti, come Plutarco e Simplicio, che ne sostenevano la conciliabilità. La tesi della complementarietà è stata ripresa recentemente da Eberhard Jungel e da Virgilio Melchiorre. Questa tesi pare conforme alle battute conclusive del prologo, là dove la dea dice di non rinnegare totalmente quanto procede dalla via dei sensi e dell’opinione, bensì di saper apprendere “come l’apparenza debba configurarsi perché possa apparire verosimile”

Si potrebbe dire, sostengono i due autori citati, che la via dell’opinione corrisponde alla via della scienza, la quale non può andare oltre il mondo della materia, il mondo dei fenomeni; mentre la via della pura ragione è la via della metafisica, la quale non si preoccupa di descrivere e di calcolare il mondo dei fenomeni, ma cerca di scoprire la loro ultima ragione e fondamento

La critica parmenidea della via dell’opinione non andrebbe presa quindi come un rifiuto bensì come una delimitazione di ambito e di valore. È la critica rivolta da un metafisico alla scienza qualora assumi pretese totalizzanti. Ma, invero, vale anche il contrario.

L’essere.
Parmenide giunge a concepire la potenza, la perfezione, il fascino dell’essere tenendosi fermo nella via della ragione: la ragione comprende che solo l’essere è e che al di fuori dell’essere nulla è: “l’essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può essere”. 

Ciò che sta a cuore a Parmenide è soprattutto la ragione, il logos, e i suoi diritti insindacabili. 
Diritto primo della ragione è conoscere la verità, la quale compete esclusivamente all’essere poiché esso solo può sottrarsi all’oscurità del nulla e al precipitare nel nulla del divenire. Essere e ragione si richiamano a vicenda. Per intrinseca necessità (“dike”) la ragione non può pensare che l’essere non sia.

Si innesta qui il rapporto tra essere e conoscere, che si mostra in Parmenide come rapporto di identità: “Lo stesso è pensare ed essere”. Come Eduard Zeller ha parafrasato: “nulla è fuori dell’essere, ed ogni pensiero è pensiero dell’essere”; oppure, secondo Pilo Albertelli, : “se si pensa, si pensa a ciò che è, all’essere”. Parmenide non distingue quindi tra realtà e pensiero né distingue il pensiero come facoltà da un lato e come pensato dall’altro. Sostiene che realtà, pensiero e parola sono i tre aspetti fondamentali dell’essere e tutti obbediscono ad una medesima legge, che è contemporaneamente legge logica e legge della realtà: l’essere coincide con la logica e con il linguaggio che descrive la realtà; l’ordine del mondo coincide con l’ordine del pensiero che lo pensa e del linguaggio che lo esprime. Un’interpretazione idealistica al riguardo è peraltro fuori luogo, poiché Parmenide assegna all’essere attributi di chiara e assoluta obbiettività: “senza l’essere nel quale è espresso, non troverai il pensare”.

Ma allora che cosa Parmenide intende davvero per “essere”? 
L’indagine viene rivolta non più al comune principio delle cose della natura ma all’individuazione di un prioritario principio di verità, sia della realtà fisica che del pensiero e della ragione, nell’intento di superare la barriera fenomenologica riflettendo, per la prima volta nella storia del pensiero occidentale, sulla natura apparente del divenire delle cose

Il principio non è più identificato in un determinato elemento naturale ma nell’essere in quanto tale, ontologicamente concepito come superiore entità trascendente la mutevolezza dell’esperienza sensibile. Nell’essere è posta la realtà autentica, che ha portata più ampia, più vera e stabile rispetto alla realtà sensibile. La conoscenza sensibile si ferma alla superficie delle cose, mentre la conoscenza secondo logica e ragione è basata su principi, regole e concetti che rimangono sempre fissi e immutabili, per cui l’essere, il loro essere, resta tale costantemente e non può diventare anche non essere

In tal senso due sono i meriti di Parmenide.

Il primo sta nell’aver riposto il principio primo in una realtà, l’essere, che trascende ogni altra realtà sia di ordine fisico (acqua, aria, fuoco, ecc.) che matematico (numeri, figure, ecc.)

Si tratta comunque di una trascendenza orizzontale e non verticale: è la trascendenza del tutto rispetto alle parti. Anche a Parmenide, come nei preplatonici in genere, mancavano le categorie proprie del trascendente e dell’immanente: per gli antichi greci il divino non era una dimensione esterna al mondo ma quella migliore.

Il secondo merito sta nell’aver concepito l’universo non più come una somma di enti ma come essere univoco, il quale di tutti gli enti è il principio comune e universale (ogni ente, prima di essere qualcosa di determinato, deve innanzitutto essere, esistere). 

Nel linguaggio degli ionici il reale si esprimeva ancora con un plurale: “tà onta” (le cose che esistono). Per loro l’essere assumeva, qualunque ne fosse l’origine e il principio, la forma visibile di una pluralità di cose. 

Al contrario in Parmenide, per la prima volta, l’essere si esprime con un singolare: “to eòn”. 

Non si tratta più di questi o quegli enti ma dell’essere in generale, totale e unico. 

È un cambio di vocabolario che traduce l’avvento di una nuova nozione dell’essere: non più le cose diverse che l’esperienza sensibile coglie, ma l’oggetto intelligibile del logos, colto dalla ragione e non dai sensi, che si esprime attraverso il linguaggio conformemente all’esigenza della non contraddizione. 

È l’astrazione di un essere puramente intelligibile, che esclude la pluralità, la divisione, il cambiamento e che si costituisce in opposizione al reale sensibile e al suo perenne divenire

È quella tensione all’unità, all’Uno e all’Identico, che si esprime quando alla domanda “come emerge l’ordine dal caos?” si sostituisce la domanda “che c’è di immutabile nella realtà?”.

Dell’essere Parmenide esalta le singolari virtù: l’essere è ingenerato, imperituro, eterno, perfetto, compiuto, immobile, indivisibile; penetra tutto: “è tutto pieno di essere”.

Anche secondo vari studiosi, nella filosofia parmenidea dell’essere la riflessione matematica ha avuto una parte decisiva. Per il suo metodo dimostrativo e per il carattere ideale dei suoi oggetti acquista valore di modello. Applicando il numero all’estensione essa ha incontrato il problema del rapporto dell’uno e del molteplice, dell’identico e del diverso, analizzato con logico rigore. 

La non contraddizione è, secondo Parmenide, l’assoluta e univoca ragione immanente nell’essere e nel logos: l’essere è, il non essere non è. Espresso in questa forma categorica il nuovo principio compie un balzo logico, ma nello stesso tempo si trova separato dalla realtà fisica del divenire.



Parmenide è indubbiamente il primo e vero cominciamento della filosofia occidentale. 
Ancor prima di Platone, Parmenide pone in modo perentorio il problema del rapporto di ogni ente con la totalità degli enti, e finisce per dare una risposta che sacrifica la molteplicità ( sia essa intesa come coesistenza o come successione) alla pura luce dell'essere. L' essere di parmenide non è tuttavia trascendente, ma omeomorfo al pensiero. " La stessa cosa è il pensare e l'essere". Il modo esclusivo con cui Parmenide regola i conti col non essere è quanto di più perentorio ci si possa immaginare.In questo modo la negazione del non essere diventa la stessa formulazione del principio di non contraddizione intesa in senso ontologico. La via della verità è dunque per Parmenide la stessa via dell' identità. Tuttavia Parmenide non ha mai negato l'apparire sensibile, ciò che propriamente ha negato è che la verità sia testimoniata dal sensibile.



Francesco Lorenzoni
2 maggio 2015
METAFISICA PREPLATONICA 7

PARMENIDE 2
Il divenire.
Respinto dall’essere e dal vero, il divenire viene ridotto da Parmenide ad apparenza priva di consistenza ontologica. Ma siamo certi di siffatta assoluta negazione del divenire, come gran parte degli interpreti afferma, oppure è più corretto ritenere che ciò che Parmenide rifiuta è piuttosto l’assolutizzazione del divenire quale teorizzata da Eraclito?

Indubbiamente, scrive W. Jaeger, “l’idea fondamentale di Parmenide è che l’eternamente uno della filosofia ionica della natura, che cercava di afferrare nel divenire e nel perire l’origine incessantemente mossa di tutte le cose, non soddisfa il rigoroso concetto dell’essere”. 

Ma questo non implica necessariamente l’eliminazione di un qualsiasi divenire. 
Se è vero che Parmenide non condanna la scienza fisica ma la sua assolutizzazione, si può concludere che ciò possa valere anche per il divenire. In particolare sono le assolutizzazioni di certi contrari che Parmenide contrasta. Gli uomini hanno preteso non solo di dar nome a forme contrapposte del mondo dei fenomeni, ma anche di dar conto del reale ponendosi ora solo da un lato ora solo dall’altro, come se si trattasse di realtà sussistenti separatamente, mentre “l’essere non è divisibile perché è tutto uguale; non c’è un punto in cui meno prevalga, ma è tutto pieno di essere”. L’errore degli uomini, per Parmenide, sta semmai nell’intendere le differenze fenomenologiche come differenze ontologiche.

Limiti.
Significative sono le acquisizioni della filosofia parmenidea. 
Innanzitutto si enunciano per la prima volta, quanto meno indirettamente, i principi di identità, di non contraddizione e del terzo escluso, stabilendo così le basi della logica classica. 

In secondo luogo, Parmenide per primo pensa consapevolmente che il pensiero è l’essere e, a sua volta, l’essere è pensiero. Solo ammettendo la validità di questa identificazione è possibile, secondo Parmenide, conseguire la certezza che nel puro pensiero non si realizza soltanto una riflessione esterna sul pensato, né ci si limita ad operazioni logiche intorno a contenuti dati, ma ci si trova già con il pensiero nell’essere: il pensare, nel senso pieno del “logos”, è la vera realtà in cui si fa da sé presente la totalità dell’essere.

Peraltro, qui si evidenziano anche i limiti della speculazione metafisica parmenidea: le leggi della logica diventano le leggi della realtà. Così la metafisica di Parmenide non è più una metafisica dell’esperienza ma una metafisica inesorabilmente deduttiva, in cui l’essere viene piegato alle esigenze del logos

L’obbiettività dell’essere è davvero tale solo nel puro essere, nell’essere assoluto, eterno, perfetto, immutabile, mentre essa non è più garantita quando l’essere è contingente e caduco. In Parmenide le caratteristiche dell’essere sono considerate solo in funzione di una riflessione logica, ma senza pensare che tali caratteristiche appartengono piuttosto al logos che all’essere.

Un secondo limite attiene all’uso del verbo essere esclusivamente nel senso sostantivato di “esistere”. Parmenide ignora, cosa tipica a quell’epoca, il significato e la funzione anche copulativa del verbo essere, che serve ad attribuire un predicato al soggetto, configurandosi allora, in tal senso, numerosi modi di essere (è bello; è brutto; è giusto; è sbagliato; ecc.). 

Conservando invece l’abitudine di sostantivare il verbo essere, esso diventa “l’essere” come reificazione di un concetto, scambiando il concetto astratto con l'oggetto concreto e dimenticando, come dice Fuerbach, che “gli oggetti sono dati ma i concetti sono posti”. 

La copula si applica ad un sostantivo e non ha senso applicarla ad un verbo, in questo caso al verbo essere. Dire che un ente possiede certi attributi ha senso, ma è mera tautologia dire che l’essere è. In effetti, interrogandosi sul non essere, ovvero ponendo la domanda “che cos’è il nulla?”, Parmenide si imbatte nel “paradosso del non essere”: da un lato il non essere è niente per sua stessa definizione; dall’altro lato esso è però anche qualcosa, è appunto il non essere, è negazione logica della negazione. Affascinato dall’assoluto e dall’immutabile, sfugge a Parmenide l’alterità dell’essere la quale, accanto all’univoca totalità del reale, di per sé veritieramente contrapposta al nulla (o l’una o l’altro, il terzo escluso), consente la pluralità e il divenire degli esseri relativi, tra loro diversi (Platone), e la diveniente molteplicità predicativa dei modi di essere (Aristotele).

Le teorie di Parmenide, per il loro carattere innovativo e poiché assolutamente contrarie all’evidenza del senso comune, provocarono enorme stupore e suscitarono vivaci polemiche. 

I discepoli di Parmenide, soprattutto Zenone e Melisso, si proposero allora, per rafforzare la tesi del loro maestro, di dimostrare con esempi concreti, ricorrendo a paradossi, che davvero la molteplicità e il divenire degli enti non sono reali ma solo apparenti, mentre il reale è solo l’essere unico e immutabile, come da Parmenide sostenuto

Senonché i paradossi addotti sono validi nel quadro delle grandezze infinite matematiche e non già nella natura fisica ove, come dirà Aristotele, “esiste solo il finito e solo distanze finite”.



Patrizia Tomba
28 gennaio 2018

SU PARMENIDE
Secondo Parmenide se di una qualsiasi cosa si dice o si pensa che "è", di ciò che è diverso ed opposto ad essa si dovrà dire o pensare che "non è": e com'è possibile riconoscere realtà alcuna a ciò che non è, se non si vogliono violare le leggi immutabili del discorso e del pensiero? 

La grandezza della filosofia di Parmenide, che costituì un fecondo punto di partenza per il pensiero successivo e anche un difficile problema la cui soluzione era tuttavia indispensabile per poter progredire, sta proprio qui: nell'aver posto in primo piano il problema della verità del linguaggio e del pensiero, il problema della "via", cioè del metodo, che linguaggio e pensiero dovevano percorrere per giungere alla realtà. Il metodo vero costruisce conoscitivamente la realtà, l'essere, perchè elimina gradualmente dal pensiero tutti i contrassegni di irrealtà, di non-essere, che vi si erano infiltrati: la molteplicità nello spazio, intesa come differenziazione di parti, la molteplicità nel tempo, intesa come differenziazione di momenti, il vuoto inteso come assenza di realtà, la generazione e la distruzione intese come limiti dell'essere. Partito dal riconoscimento logico e metodologico delle esigenze del pensiero e del discorso, Parmenide giunge al culmine della "via" a dichiarare l'impensabilità, l'inesprimibilità e l'inesistenza del non-essere, e la parimenti assoluta esistenza dell'essere, che condiziona la possibilità di pensare e di dire il vero.

All'essere non potrà venir riferito alcun attributo, che possa in qualche modo diminuirne la positività, assimilandolo al non-essere. 
Ci si dovrà limitare a dire che esso è uno, invariabile, immobile, eterno..............,.
Come possiamo conciliare la concezione parmenidea dell'essere col fatto incontrovertibile che l'esperienza ci presenta continuamente degli esseri molteplici, variabili, temporanei? 
Di fronte a questo stato di cose, risponde Parmenide, non vi è altro da fare che respingere la nostra spontanea fiducia nell'esperienza, riconoscendo che essa costituisce per l'uomo una via di conoscenza fallace e illusoria.....................
Parmenide non rinuncia tuttavia a costruire una propria spiegazione di questo mondo, di cui aveva dichiarato l'assoluta inconsistenza di fronte all'assoluto essere........................
Se ne può concludere che per lui solo la ragione è un mezzo di conoscenza veramente efficace; solo essa, rompendo la crosta delle apparenze, può farci cogliere l'unità profonda del reale. L'opposizione tra razionalismo ed empirismo, che tanti sviluppi avrà nella storia della filosofia, trova proprio qui la sua prima radice.
L'essere di Parmenide è stato interpretato da taluni in senso idealistico, da tal altri in senso materialistico. Entrambe queste interpretazioni travisano però il pensiero dell'eleata, non tenendo conto che esso antecede in realtà, ogni consapevole distinzione tra idealismo e materialismo. L'affermazione di Parmenide che più si presta ad una interpretazione materialistica è quella che ci presenta l'essere come sferico (cioè come una sfera piena); evidentemente Parmenide pensò alla sfera, perchè la superficie sferica non è limitata da alcun perimetro nè interrotta da alcuno spigolo. Non si può tuttavia negare che la sfericità vada accolta con la massima cautela; se infatti la interpretassimo alla lettera, cadremmo in contraddizione con tutto l'insegnamento di Parmenide, perchè saremmo costretti ad ammettere l'esistenza di un non-essere (o vuoto), che è al di là dell'essere sferico e lo limita. Essa va intesa invece come identità e assolutezza dell'essere lungo tutte le direzioni; ...la sfera di Parmenide è più simile allo spazio curvo einsteiniano che al solido euclideo che siamo portati a ragfigurarci. L' interpretazione idealistica è d'altra parte esclusa perchè se il pensiero scopre l'essere, certamente non lo crea; anzi è pouttosto l'esistenza dell'essere a rappresentare la possibilità e la condizione del pensiero, che in esso culmina e con esso deve identificarsi.
(Da L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol I)

lunedì 24 marzo 2014

Le 11 morti più assurde nell’antica Grecia. Eschilo fu il più grande tragediografo del 500 a. C., considerato anche il padre della tragedia greca. Questa sua fama non lo rese immune dall’aneddoto che iniziò a circolare sulla sua morte e che lo rese un pò più umano. Si narra che le aquile fossero solite divorare le tartarughe, dopo aver lanciato ripetutamente i piccoli animali, contro delle rocce per romperne il carapace e poi gustare tranquillamente il pasto. Eschilo, ritiratosi nel deserto (anche se il luogo del suo eremitaggio è indicato più realisticamente nelle zone montane della Grecia), si era dedicato alla meditazione dopo i grandi successi ottenuti dalle sue tragedie. Durante una di queste meditazioni un’aquila, che aveva catturato una tartaruga, cercò di rompere il carapace lasciandola cadere su una roccia. Peccato che quella roccia fosse la testa calva del grande tragediografo, che morì per il gran colpo in testa.







Le 11 morti più assurde nell’antica Grecia


Come tutti sanno, la Grecia antica era famosa per i suoi miti e le sue leggende, nei quali si narrava di divinità ed eroi, di grandi battaglie, amori impossibili, tradimenti e congiure. Oltre a questi grandi temi, si possono trovare anche aneddoti, forse reali, forse leggendari, che ridicolizzano grandi personalità come filosofi, eroi, scrittori o politici.
Vi propongo, quindi, le 11 morti più assurde narrate dagli scrittori e storiografi antichi.

1 – Eschilo

Eschilo fu il più grande tragediografo del 500 a. C., considerato anche il padre della tragedia greca. Questa sua fama non lo rese immune dall’aneddoto che iniziò a circolare sulla sua morte e che lo rese un pò più umano. Si narra che le aquile fossero solite divorare le tartarughe, dopo aver lanciato ripetutamente i piccoli animali, contro delle rocce per romperne il carapace e poi gustare tranquillamente il pasto.
Eschilo, ritiratosi nel deserto (anche se il luogo del suo eremitaggio è indicato più realisticamente nelle zone montane della Grecia), si era dedicato alla meditazione dopo i grandi successi ottenuti dalle sue tragedie.

Durante una di queste meditazioni un’aquila, che aveva catturato una tartaruga, cercò di rompere il carapace lasciandola cadere su una roccia. Peccato che quella roccia fosse la testa calva del grande tragediografo, che morì per il gran colpo in testa.
Per uccidere un grande filosofo, ci vuole un grande pestello.
Per uccidere un grande filosofo, ci vuole un grande pestello.

2 – Zenone di Elea

Zenone fu contemporaneo di Eschilo ma si occupò di filosofia. Fu prima la “spalla” del grande Parmenide, poi si prodigò per creare un pensiero filosofico tutto suo, oscurato però dalla sua grande abilità politica, che fu la sua rovina. In quel periodo, infatti, sembra che la città di Elea fosse sotto la dittatura del tiranno di Siracusa Nearco e che Zenone, insieme ad altri rivoluzionari, avesse ordito una congiura contro di lui. Il tentativo fallì e i congiurati furono sterminati prima ancora di giungere sulle spiagge di Elea. Zenone venne trascinato in catene davanti a Nearco che lo torturò in vari modi per farsi dire i nomi degli ultimi sopravvissuti, ma ottenne solo i nomi dei politici più vicini al tiranno.
Ad un certo punto il filosofo sembrò pronto a cedere e chiese di rimanere solo con Nearco per poter vuotare il sacco. Rimasti soli Zenone gli morse un orecchio e lasciò la presa solo quado venne trafitto dalle spade delle guardie. Ma non era morto! Fu torturato di nuovo e, per non lasciarsi sfuggire una sillaba, si staccò la lingua a morsi. Nearco, per l’esasperazione, ordinò che fosse costruito un gigantesco mortaio e che Zenone fosse ucciso a colpi di pestello. Solo a questo punto il filosofo morì. La vicenda risulta assai assurda ma i miti greci si sa, non sono famosi per il loro realismo.

3 – Empedocle

Anche Empedocle ebbe il piacere di conoscere Zenone, per quanto tra i due non scorresse buon sangue.  L’individuo di cui vi parlo non era un semplice “filosofo”; era considerato un ciarlatano, un mezzo mago dedito a sortilegi e orazioni dissennate, costruttore di macchine innovative e medico. In pratica faceva qualunque cosa avrebbe potuto portargli qualche denaro e tanta gloria. Empedocle voleva essere idolatrato più per la sua esistenza che come filosofo. Infatti dopo essersi scontrato con Parmenide e Zenone, entrò a far parte dell’accademia pitagorica ma, essendo questa più una setta politico-religiosa che una scuola filosofica, il giovane raccolse le sue cose e se ne andò nelle “università” orientali dei caldei e dei Magi per imparare le tecniche della metempsicosi, della telecinesi e dell’ipnosi, che i pitagorici gli avevano negato.
Ora che si ha un quadro chiaro della sua personalità sarà più facile capire il perché di svariati aneddoti sulla sua morte. Ne esistono almeno sei diversi. Qualcuno scrive che sia morto per autostrangolamento, altri parlano di morte naturale durante l’esilio (tra le ipotesi più pacate). Demetrio di Trezene afferma che sia morto per impiccagione; Neante di Cizico che sia caduto da un carro mentre si recava ad una festa, mentre Telauge, che sia morto scivolando in mare a causa dell’età. La versione più eclatante e conosciuta, però, è quella di Eraclide Pontico, secondo cui Empedocle, dopo aver risuscitato una donna ad Agrigento e aver capito di essere giunto al culmine della popolarità, decise di gettarsi nel cratere dell’Etna e che quest’ultimo, abbia poi rigettato uno dei calzari. L’aneddoto è abbastanza fuori controllo per vari motivi, tra cui la lontananza tra Agrigento e l’Etna, tuttavia un simile personaggio non poteva rimanere nell’ombra.

4 – Democrito

Democrito fu un dei filosofi più celebri del suo tempo e, tuttora, gode di grande fama per essere stato il primo uomo antico ad ipotizzare e cercare di sostenere la teoria degli atomi e per aver pronunciato il famoso postulato “Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.”
Riguardo alla sua morte sappiamo che in un suo libro il filosofo afferma che “Spesso il vivere a lungo non è un lungo vivere ma un lungo morire.” Appunto per questo, arrivato oltre la soglia dei cent’anni (cosa molto particolare e tipica dei filosofi), decise di suicidarsi, diminuendo mano a mano il cibo. Un giorno la sorella, anche lei avanti con gli anni, gli disse che non avrebbe dovuto morire in quei giorni, perché il lutto le avrebbe impedito di partecipare alle feste Tesmoforie. Democrito si fece portare dei pani caldi e li annusò. L’aneddoto dice che sopravvisse per altri tre giorni e, infine, chiese alla sorella se le feste fossero finite. Ricevuta la conferma chiuse gli occhi e spirò in pace. Non c’è nulla di eclatante nella morte di Democrito, ma l’ironia posta in questo aneddoto che lo vede dominare la morte per rendere felice la sorella, ha un suo fascino.

Si dice che Diogene si sia suicidato trattenendo il respiro ...
Si dice che Diogene si sia suicidato trattenendo il respiro …

5 – Diogene

Diogene visse tra il 400 e il 300 a.C circa e entrò a far parte del gruppo dei cinici. Di Diogene sono famosi vari aneddoti comici, più che il pensiero filosofico. Chi conosce un po’ di filosofia, sentendo questo nome, lo ricollega immediatamente al filosofo che girava nudo in una botte e con una lanterna in mano alla ricerca dell’ “Uomo”. In realtà la maggior parte delle sue polemiche erano dirette contro Platone perché poteva fare una bella vita e vivere nel lusso, cosa che i cinici cercarono di allontanare. In uno scontro con Platone, Diogene decise di prendersi gioco di lui, entrando in casa sua, insozzando e calpestando tappeti e tessuti pregiati. Alla fine di tutto questo gridò: “Sto calpestando l’orgoglio di Platone.” A questo punto l’altro, rimasto impassibile, rispose: “Con altrettanto orgoglio.” In un’altra occasione entrò in casa di un nobile molto ricco e, vedendo tutte le meraviglie e le ricchezze di quella casa, sputò in faccia al padrone di casa, giustificandosi con il fatto che non aveva trovato un altro punto della casa abbastanza brutto dove poter sputare.
Visti i precedenti, ci si aspetterebbe che Diogene abbia fatto una brutta fine per via della sua lingua lunga. In realtà, gli storiografi ci raccontano che decise di suicidarsi trattenendo il respiro.




Il Dio Apollo in un oracolo disse a Diogene il Cane: "Conia la tua moneta". Questo responso completa "il conosci te stesso": solo chi è arrivato a comprendersi, conosce il dio che lo governa, il dio che marchia ogni sua azione. Allora come oggi nemico degli dèi è chi falsifica se stesso, chi impone il proprio conio all'economia del mondo.


6 – Metrocle

Anche Metrocle faceva parte della corrente dei cinici, ma la sua semplicità di pensiero gli permise di sopravvivere senza grandi problemi. L’unico suo inconveniente avvenne quando, molto giovane, venne mandato alla  scuola di Cratete, cinico dal carattere d’acciaio.
Durante gli esercizi ginnici al giovane Metrocle scappò un peto inaspettato e decise di lasciarsi morire d’inedia per la vergogna. Se voleva essere un cinico, doveva esserlo fino in fondo. Cratete non voleva saperne di queste sciocchezze e, a modo suo lo convinse a tornare alla vita senza troppe cerimonie. Il cinico visse fino a tarda età quando, stanco della vecchiaia, decise di strangolarsi con le proprie mani

7 – Platone

Platone fu un grande filosofo, che rinnovò il pensiero greco e, insieme ad Aristotele, influenzò tutta l’evoluzione filosofica occidentale successiva. Due della teorie più famose sono l’aneddoto della Caverna, che inganna l’uomo mostrando una realtà che è solo un riflesso,  e la teoria delle Idee, per cui ciò che noi vediamo nella realtà è solo una versione materiale e imperfetta di ciò che è eterno, perfetto e irraggiungibile. Come ho già detto, parlando di Diogene, non era una persona usuale, non si lasciava influenzare dalle azioni altrui e andava dritto per la propria strada. Fu allievo del grande Socrate e ne trascrisse alcune teorie (la cosa è tuttavia dubbia, visto che Socrate non volle mai lasciare nulla di scritto).
Per quanto famoso, importante, onorato e rispettato fosse, non morì in modo dignitoso ne lasciando una frase ad effetto. Una notte, alla veneranda età di ottantadue anni, camminando verso non si sa quale meta, inciampò e morì affogato in una tinozza d’acqua


8 – Eraclito

Si narra che Eraclito, dopo aver passato l’ultima parte della sua vita in mezzo alla natura, si ammalò di idropisia, una malattia che lo fece gonfiare, perché il corpo non poteva più eliminare i liquidi.
Eraclito detestava i medici e, messosi a parlare con loro tramite enigmi, quando questi non capirono cosa volesse li mandò a quel paese e cercò di curarsi da se. Secondo alcune fonti si immerse nello sterco per far evaporare l’acqua, secondo altri si fece spalmare di sterco e rimase al sole.
In ogni caso, così conciato, i suoi cani non lo riconobbero e lo sbranarono.


9 – Zenone

Zenone fu uno dei filosofi stoici più famosi e visse tra il 300 e il 200 a.C. La filosofia stoica prevedeva che il filosofo fosse in grado di resistere ai colpi bassi e alle sventure della vita. Appunto per questo, quando si parla di una persona stoica, si intende una persona forte, determinata, che sa andare avanti in ogni situazione. Zenone non fece eccezione. Infatti detestava i banchetti e le serate mondane e quando era costretto a partecipare, si sedeva sempre nell’angolo più lontano giustificandosi dicendo che “Almeno da un lato, potrò sentirmi solo.”
Il grande stoico morì a settantadue anni, cadendo dalle scale della scuola. Si narra che, prima di morire, disse: “Visto che mi chiami, vengo!”. Ovviamente non si sa a chi si stesse rivolgendo, complice forse la fame e l’età avanzata.

10 – Crisippo

Anche Crisippo si unì alla corrente degli stoici e fu allievo, prima di Zenone poi di Cleante. Fu il padre dei sillogismi estremi, tra cui il più famoso.
Hai ciò che non perdesti.
Non perdesti le corna.
Hai le corna.
Un aneddoto racconta che un giorno un asino si mangiò un’intera cesta di fichi. Per scherzo il filosofo disse ai servi di dargli anche una bottiglia di vino. Vedendo l’animale barcollare per il cortile, rise così tanto che cadde stecchito.
Mai mettere un filosofo davanti al carro.
Mai mettere un filosofo davanti al carro.

11 - Pirrone

LO SAPEVI CHE…
Pirrone, il fondatore dello scetticismo, poiché negava la verità dei fenomeni sensibili, se un cavallo o una vettura si dirigevano verso di lui, egli non deviava il cammino, e se aveva di fronte un muro correva fino a sbatterci contro. https://www.facebook.com/gazzettafilosofica/

Pirrone fu uno dei più imperturbabili filosofi scettici e, appunto per questa sua caratteristica, non mancano aneddoti sulla sua insensibilità nei confronti della vita. Il più famoso riguarda una sua passeggiata con il maestro Anassarco. Mentre i due stavano discutendo il maestro cadde in un fosso melmoso. Pirrone non si scompose e continuò a camminare parlando come se nulla fosse. Quando Anassarco lo raggiunse, si complimentò con lui per l’impassibilità dimostrata. Riguardo alla sua morte non vi sono degli aneddoti precisi. Si dice, infatti, che Pirrone sia sopravvissuto fino alla veneranda età di novanta anni perché i suoi discepoli non lo perdevano di vista un solo istante. La sua imperturbabilità era tale che agiva senza curarsi minimamente di ciò che lo circondava, fossero carri, animali, persone o altro. Nell’unico momento in cui venne lasciato solo morì, probabilmente investito da un carro. Più che alla sua filosofia, la sua condizione dovrebbe essere imputata all’età.



Pirrone di Elide, filosofo greco, sosteneva, oltre 2300 anni fa, che noi possiamo avere opinioni, ma la certezza e la conoscenza sono impossibili. Il suo pensiero è espresso nella parola - acatalepsia - che implica l'impossibilità della conoscenza delle cose nella loro intima natura.
http://www.lundici.it/2014/02/le-11-morti-piu-assurde-nellantica-grecia/

sabato 21 gennaio 2012

Parmenide, Il poema sulla natura, o Della natura. … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l'altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. ...Infatti lo stesso è pensare ed essere.

La posizione di Parmenide è singolare perché è anche il punto di maggiore contatto con l'Oriente.[...] 
La soluzione radicale di Parmenide è questa: il divenire non minaccia più, non può essere nocivo perché non esiste. [...] Tutto l'angosciante, tutto il terribile, tutto l'orrendo del mondo è illusione. Ebbene questa è anche la strada percorsa dall'Oriente: i Veda, le Upanishad, la ripresa buddista del bramanesimo sono tutti grandi motivi che convergono su questo punto: l'uomo è infelice perché non sa di essere felice, perché non sa che il dolore è al di fuori di lui, e che lui è un puro sguardo che non è contaminato dal dolore che gli passa innanzi, così come lo specchio non è contaminato dall'immagine che si riflette in esso. 
Emanuele Severino


La vera conoscenza non nasce dai sensi, ma dalla ragione
Parmenide


La ragione codifica ed organizza le informazioni che i sensi raccolgono.
Parmenide

L'essere è, il non essere non è, pensare ed essere sono la stessa cosa 
Parmenide


« … Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l'altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo.  ...Infatti lo stesso è pensare ed essere. » 
Parmenide, Il poema sulla natura, o Della natura; II, III. Parmènide di Elea (in greco Παρμενίδης; Elea, 515 a.C. – 450 a.C.) è stato un filosofo greco antico, presocratico. Fu il maggiore esponente della scuola eleatica.

« Εἰ δ' ἄγ' ἐγὼν ἐρέω, κόμισαι δὲ σὺ μῦθον ἀκούσας, αἵπερ ὁδοὶ μοῦναι διζήσιός εἰσι νοῆσαι· ἡ μὲν ὅπως ἔστιν τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι, Πειθοῦς ἐστι κέλευθος - Ἀληθείῃ γὰρ ὀπηδεῖ - ,
ἡ δ' ὡς οὐκ ἔστιν τε καὶ ὡς χρεών ἐστι μὴ εἶναι, τὴν δή τοι φράζω παναπευθέα ἔμμεν ἀταρπόν· οὔτε γὰρ ἂν γνοίης τό γε μὴ ἐὸν - οὐ γὰρ ἀνυστόν - οὔτε φράσαις.
... τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι. » 





 

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