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mercoledì 12 ottobre 2016

L'estetica del sublime - Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo si verifica in Occidente un mutamento radicale del paradigma estetico-figurativo.



Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo si sprigiona nel Nord Europa, in particolare in Inghilterra e in Germania, un mutamento radicale dell'ordine figurativo e del paradigma estetico. 
Per reagire al disorientamento provocato dal nuovo modello cosmologico, affermatosi con la rivoluzione scientifico-filosofica avviata da Galilei, Cartesio e Newton, che aveva mandato in frantumi la rappresentazione cosmica di derivazione classica, la cultura europea della metà del Settecento elabora la categoria del “sublime”o, forse, meglio dire la riscopre. Perché il concetto di sublime era già presente presso gli antichi, nel testo di un anonimo autore, il cosiddetto Pseudo Longino, redatto probabilmente nel I secolo d. C. 
Ma se il sublime antico è sostanzialmente una categoria letteraria e retorica, nel Settecento esso si afferma come categoria filosofica ed estetica: il sublime ha la sua radice nei sentimenti di paura e di smarrimento suscitati dall’infinito, dalla dismisura, da “tutto ciò che è terribile o riguarda cose terribili”. Ed è proprio la natura, nei suoi aspetti più terrificanti, la fonte per eccellenza del Sublime perché "produce la più forte emozione che l'animo sia capace di sentire”. In collaborazione con Milano Platinum.


L'estetica del sublime
Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo si verifica in Occidente un mutamento radicale del paradigma estetico-figurativo.
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Ricordiamo anche la microscopia, che ha fatto fare passi da gigante nell'anatomia comparata (specialmente nel campo dell'entomologia, che ha influenzato talune derive dell'estetica barocca) e la scoperta delle americhe, che ha portato una quantità di nuove specie vegetali e animali in Europa....



Da profano nel leggere il Vostro commento (ed in particolare l'asserzione che "il sublime ha la sua radice nei sentimenti di paura e di smarrimento suscitati dall'infinito ecc") mi viene alla mente Micromegas di Voltaire e tante frasi dello stesso autore sparse nella sua opera. Lo smarrimento di fronte all'infinito ha determinato anche un senso di misura, di relatività dell'importanza delle nostre azioni (confinate "su quel granellino di sabbia dove siamo nati"). Il "sublime dinamico", per citare Kant, fa si che l'uomo prenda coscienza dei propri limiti e si rapporti con i propri simili con la coscienza di essere tutti imbarcati in una "nave sanza nocchiero in gran tempesta".





Il riferimento è alla definizione di Edmund Burke del Sublime.
Le mie conoscenze sulla storia del Sublime derivano dall'introduzione del "Perì Hypsous" che qualche tempo fa ho letto.
Se non ricordo male, il Burke fece l'esempio del vedere eruttare un vulcano da lontano: proviamo paura per un evento così disastroso, ma essendo lontani è una paura "lieve", la quale diventa quasi una sensazione piacevole.
Personalmente non sono d'accordo né con il Burke e né con Kant, e piuttosto mi rifarei alle definizioni di Longino, però sicuramente la "reference" di questo articolo resta comunque un filosofo autorevole.


L’ESTETICA DEL SUBLIME

LA CRISI DEL PRIMATO ANTROPOLOGICO

Tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo si verifica in Occidente un mutamento radicale dell’ordine figurativo e del paradigma estetico. Riprendendo il titolo di un saggio di Renato Barilli, è in questo periodo che occorre ricercare la vera alba del contemporaneo.
La sorgente di questo cambiamento si sprigiona nel Nord Europa, scorrendo dall’Inghilterra alla Germania, negli ultimi decenni del XVIII secolo.
Cos’è che determina tale cambiamento di rotta? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare indietro e considerare il nuovo modello cosmologico affermatosi con la rivoluzione scientifico-filosofica avviata da Galilei, Cartesio e Newton. Quest’ultima aveva mandato in frantumi la rappresentazione cosmica di derivazione classica, intendendo per cosmo un universo chiuso, ordinato, armonico. All’interno di quel modello valeva l’idea, di origine protagorea, dell’uomo “misura di tutte le cose”, e quella umanistica, veicolata dai testi platonici e neoplatonici, di una perfetta corrispondenza tra uomo (inteso come microcosmo) e universo (inteso come megantropo o macrantropo, cioè come “grande uomo”). In termini estetici, quest’idea si traduceva nell’affermazione che uomo e cosmo partecipano della stessa eterna bellezza, della stessa “divina proporzione”, cioè della stessa razionalità; che l’uomo è armonicamente incastonato nel cuore della natura, centro dell’universo e perno del meccanismo perfetto rappresentato dall’ordine cosmico.
Nell’Europa del Seicento, il farsi strada della coscienza dell’infinito manda in frantumi la rappresentazione cosmica (cioè ordinata, armonica e quindi bella) della natura. Il mondo comincia ad estendersi nell’illimitato e non ha più né circonferenza né centro, né ordine né compiutezza. L’uomo perde la sua posizione, è privato della sua stabile dimora nel cosmo, avverte un senso di abbandono e di angoscia e sente la precarietà e l’accidentalità della propria esistenza. Scrive Pascal nei “Pensieri”:

Perché, insomma, che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, qualcosa di mezzo tra il tutto e il nulla. Infinitamente lontano dalla comprensione di questi estremi, il termine delle cose e il loro principio restano per lui invincibilmente celati in un segreto imperscrutabile: egualmente incapace d’intendere il nulla donde è tratto e l’infinito che lo inghiotte.

L’uomo moderno sente la fredda indifferenza del mondo diventato infinitamente grande, da cui si sente inghiottito e nei confronti del quale sperimenta un senso di estraneità e di sospensione.
Cacciato dal centro dell’universo, egli si trova all’improvviso spodestato della sua precedente dignità, sospinto ai margini di un cosmo privo di ordine e di misura, senza più un saldo punto di appoggio, condannato alla solitudine tra gli immensi spazi siderali. La natura, diventatagli estranea, non è più il megantropo che gli corrisponde, lo specchio immutabile del suo microcosmo interiore, compagna con la quale partecipa della stessa divina bellezza. Essa non si rispecchia più allo stesso modo in lui, come lui non si rispecchia in essa.

DAL SUBLIME RETORICO AL SUBLIME NATURALE

Per reagire al disorientamento provato di fronte a una natura che si rivela sempre più anomica e indifferente alle esigenze umane, la civiltà europea della metà del Settecento elabora il sentimento del sublime (secondo l’interpretazione etimologica prevalente, dal latino sublimis, composto da sub-, “sotto”, e limen, “soglia”, quindi : “ciò che è al limite”, “ciò che arriva fino alla soglia più alta”). O, forse, meglio dire lo riscopre. Perché il concetto di sublime era già presente presso gli antichi, nel testo di un anonimo autore (il cosiddetto Pseudo Longino o, appunto, Anonimo del Sublime), redatto probabilmente nel I secolo d. C., di certo poco conosciuto dagli altri autori classici. In esso (noto col titolo di Peri Hypsous), il sublime è sostanzialmente una categoria letteraria e retorica, in quanto fa riferimento a quel sentimento d’orgoglio provato da chi, dinanzi a un testo letterario, avverte in sé come “l’eco di una grandezza d’animo [megalophrosyne]”, che accomuna scrittore e lettore e che li rende entrambi partecipi di una straordinaria esperienza spirituale, tesa a trascendere l’esperienza del quotidiano. Il sentimento del sublime è quell’esperienza esaltante che si verifica quando la parola, quella del grande oratore o dell’eccelso poeta, come un fulmine che illumina il cielo nella notte, squarcia le tenebre della nostra ottusità intellettuale e del nostro torpore emotivo, mettendoci in contatto con l’eterno.
L’essenza della natura umana è una tensione ad elevarsi sopra se stessa, trascendendo la mediocrità e la banalità del quotidiano, e sublime è la parola in grado di risvegliarla e di metterla in contatto con l’eterno.
Se il sublime antico è riferito alla parola, quello moderno è sostanzialmente riferito alla natura. Da categoria letteraria e retorica, nel Settecento il sublime si fa categoria filosofica ed estetica: esso “rappresenta, almeno all’inizio, una delle terapie di assorbimento del colpo inferto dalla rivoluzione copernicana e bruniana alla presunzione dell’uomo di rappresentare il beniamino della creazione, insediato direttamente da Dio al centro dell’universo”. (R. Bodei)

Caspar David Friedrich - Donna al tramonto del sole, 1818 - Public Domain via Wikipedia Commons
Caspar David Friedrich – Donna al tramonto del sole, 1818

Se la modernità appare dapprima come un esilio cosmico dell’uomo dal centro dell’universo, una condizione in cui dominano la paura e l’angoscia dinanzi agli spettacoli in cui la natura esibisce la sua smisurata grandezza e la sua devastante potenza, pian piano il sentimento di spaesamento lascia il posto a un atteggiamento di sfida, belligerante e nello stesso tempo malinconico, nei confronti della natura. La debolezza e vulnerabilità fisica dell’uomo viene ora compensata dall’enfasi posta sulla sua superiorità morale e intellettuale.
Scrive Kant nella sua Critica del giudizio (1790):

Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi.

Sul piano della forza la natura avrà sempre la meglio, ma ora l’uomo ha la consapevolezza di poterla sconfiggere sul piano del pensiero.

Joseph Wright of Derby, Cottage on Fire at Night, 1785-93, Yale Center for British Art - Public Domain via Wikipedia Commons
Joseph Wright of Derby, Cottage on Fire at Night, 1785-93, Yale Center for British Art 


E così, dopo lo smarrimento iniziale, l’uomo comincia a misurarsi con i luoghi che l’estetica classica aveva da sempre rifuggito, luoghi inospitali, ostili e desolati che evocano la morte, umiliano con la loro vastità, minacciano con la loro potenza, ricordano ad ognuno la propria condizione precaria ed effimera. Si pone al cospetto di ciò che è indistinto e smisurato, senza forma e senza limite, si misura con l’infinito, sperimenta la solitudine assoluta, affronta i rischi delle montagne impervie, dei vasti oceani e dei mari in tempesta, delle foreste impenetrabili e dei ghiacci desolati, dei vulcani in eruzione e degli aridi deserti. E, non senza sorpresa, scopre allora che l’orrore dinanzi a ciò che è immenso e terribile possiede inattese sfumature di piacere.

Joseph Mallord William Turner, A Coast Scene with Fishermen Hauling a Boat Ashore,1803 ca. - Public Domain via Wikipedia Commons
Joseph Mallord William Turner, A Coast Scene with Fishermen Hauling a Boat Ashore,1803 ca. 


Nel suo A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful, pubblicato nel 1757, Burke espone la prima teoria moderna del Sublime, distinguendolo nettamente dall’idea del bello.
Il bello è un’emozione tranquilla, è godimento non commisto a dolore, un sentimento femmineo che nasce dall’amore, dal piacere della misura e della forma bella dell’oggetto. Lo si rinviene nella grazia di certi corpi umani o animali o nei loci amoeni privi di asperità, popolati da ruscelli e prati in fiore o nelle creazioni artificiali che imitano e addomesticano la natura, come i giardini all’italiana dalle rassicuranti forme geometriche. Il sublime è invece virile, eroico, capace di suscitare emozioni violente, un piacere misto a dolore e sgomento (“delightful horror“, orrore dilettevole).

John Martin, Il grande giorno della Sua collera, 1851-53, Londra, Tate Britain - Public Domain via Wikipedia Commons
John Martin, Il grande giorno della Sua collera, 1851-53, Londra, Tate Britain

Il sublime ha la sua radice nei sentimenti di paura e di smarrimento suscitati dall’infinito, dalla dismisura, da “tutto ciò che è terribile o riguarda cose terribili” (per es. il vuoto, l’oscurità, la solitudine, il silenzio, ecc.). Ed è proprio la natura, nei suoi aspetti più terrificanti, la fonte per eccellenza del Sublime perché “produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire”, un’emozione però negativa, non prodotta dalla contemplazione del fatto in sé, ma dalla consapevolezza della distanza insuperabile che separa il soggetto dall’oggetto.

Joseph Wright of Derby, Vesuvius from Portici, (Huntington Library, San Marino, California) - Public Domain via Wikipedia Commons
Joseph Wright of Derby, Vesuvius from Portici, (Huntington Library, San Marino, California)


Mentre l’esperienza del bello seduce e avvicina gli uomini, quella del sublime è violenta e travolgente e si consuma nella solitudine dell’individuo di fronte alle forze della natura.
Per Immanuel Kant “sono sublimi le alte querce e belle le aiuole; la notte è sublime, il giorno è bello”. Il Sublime non deriva, come il Bello, dal libero rapporto dialettico tra sensibilità e intelletto, ma dalla tensione conflittuale tra sensibilità e ragione. Si ha pertanto quel sentimento misto di sgomento e di piacere che è determinato sia dall’assolutamente grande e incommensurabile (sublime matematico), sia dallo spettacolo dei grandi sconvolgimenti e fenomeni naturali che rappresentano per l’uomo una minaccia alla sua auto-conservazione e suscitano in lui il senso della sua fragilità e finitezza (sublime dinamico).
Michael Wutky, L'eruzione del Vesuvio, 1779, Vienna, Akademie der Bildenden Künsten - Public Domain via Wikioo.org
Michael Wutky, L'eruzione del Vesuvio, 1779, Vienna, Akademie der Bildenden Künsten 

LA ROTTURA DEL PARADIGMA CLASSICISTICO

La storia dell’estetica occidentale è qui a una svolta: si spezza il nesso tra arte e bellezza che il Rinascimento e il paradigma classicistico avevano imposto alle epoche successive. L’arte del bello (che rispecchiava la bellezza insita nella natura, fatta di proporzione, misura e compiutezza) lascia dunque il posto a un’arte “brutta”, rappresentativa del disordine naturale finalmente svelato, ma soprattutto espressiva dei sentimenti che tale natura suscita nell’animo umano. Se il bello classico è un insieme di qualità oggettive razionalmente e universalmente rinvenibili in quanto rispondenti a delle leggi di misura e di rigore formale, il sublime implica la partecipazione attiva del soggetto, perché riguarda soprattutto le sue emozioni, la sua sfera passionale nonché irrazionale, esperite in una condizione di estrema solitudine. Sono le passioni, gli affetti, le emozioni e i sentimenti che individuano la personalità del singolo ed è proprio all’individuo che guarda la sensibilità del romantico.


Caspar David Friedrich, Il tramonto, 1830-35, Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo - Public Domain via Wikipedia Commons
Caspar David Friedrich, Il tramonto, 1830-35, Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo


La natura oggetto dell’estetica romantica è quella orrifica in grado di generare l’esperienza del sublime; è quella che si manifesta negli spettacoli tremendi, quali tempeste, naufragi, valanghe, eruzioni vulcaniche, tramonti infuocati, o nei loci horridi, paesaggi sconfinati, desertici, o aspri e selvaggi (come quello alpino, assai frequentato dai filosofi, dai letterati e dagli artisti dell’epoca). Essi impauriscono e terrorizzano l’uomo, ma esercitano su di lui un potere ipnotico che non lo fa fuggire, anzi lo inchioda a un prolungato piacere di quelle visioni.

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andreas-achenbach-storm-on-the-sea-at-the-norwegian-coast-1837-stadel-museum


L’Ottocento è il secolo nel quale lo spettacolo della natura primeggia come mai era accaduto nelle epoche precedenti, innalzandosi a un livello altissimo di dignità estetica. La sua rappresentazione romantica, connotata da una forte carica emotiva, spesso drammatica e visionaria, costituisce una modalità di sentire la natura bel al di là dei limiti storici del movimento romantico vero e proprio. L’artista legge e interpreta la natura nei suoi aspetti multiformi, soprattutto quelli più misteriosi e terribili, come specchio di tensioni interiori. Il paesaggio non è la rappresentazione fedele di cielo, rocce, piante e fiumi, ma è l’espressione del sentimento e delle emozioni dell’uomo che vive la vertigine del sublime. Se il bello classico rappresentava una qualità oggettiva della realtà naturale che l’arte, in quanto mimesi, doveva riprodurre, il sublime non appartiene alla natura, ma è uno stato d’animo esclusivo dell’uomo. Su questo terreno si attua il passaggio da una visione oggettiva a una visione soggettiva dell’arte e della natura.

Joseph Wright of Derby, Bridge through a Cavern, Moonlight, 1791 - Public Domain via Wikipedia Commons
Joseph Wright of Derby, Bridge through a Cavern, Moonlight, 1791


Nell’arte che si avvia verso la contemporaneità si impone il senso del tragico, cioè il senso dell’impotenza della ragione umana di decifrare e rappresentare un mondo che ha perduto definitivamente le sue regolarità e la sua bellezza antica. E il senso del tragico diventerà man mano la chiave di lettura nel rapporto con la natura nei secoli a venire e caratterizzerà un nuovo modo di concepire l’artista e la sua solitudine creativa.
Se l’opera d’arte è espressione del sentimento soggettivo, ne deriva che l’artista non può continuare a eseguire lavori su commissione, ma diventa libero creatore di un’opera che non risponde a nient’altro che non sia il suo genio creativo. Il genio è colui che, dotato di sensibilità non comuni, libero da regole e convenzioni, quasi ispirato da un demone interiore, riesce a creare un’opera d’arte che, nascendo dal sentimento, parlerà al sentimento, cercando di dar voce ai tumulti dell’anima.


Joseph Mallord William Turner, Il naufragio, 1805, Londra, Tate Britain - Public Domain via Wikipedia Commons
Joseph Mallord William Turner, Il naufragio, 1805, Londra, Tate Britain 


Il tema del naufragio è particolarmente presente nell’estetica romantica, in quanto il mare in tempesta è una potenza incontrollabile e imprevedibile che scatena caos, morte e distruzione e l’essere in balia delle onde è l’immagine più potente della condizione umana di precarietà.
Quello marino è lo spazio dove si proietta in modo totalizzante l’immaginario della catastrofe in quanto luogo eletto dell’ignoto, dell’incommensurabile e del non modificabile dall’intervento dell’uomo.
Inoltre questo tema figurativo permette di esibire al massimo grado una vasta gamma di effetti luministici e cromatici.
Théodore Gudin, chiamato da Luigi Filippo a decorare la Reggia di Versailles, realizzò questo dipinto di grandi dimensioni prendendo spunto, come aveva fatto Géricault per la sua “Zattera di Medusa“, dal sensazionalismo destato da un fatto di cronaca.
Jean Antoine Theodore de Gudin, Il sacrificio del capitano Desse, 1829-1831, Bordeaux, Musée des Beaux-Arts - Flickr
Jean Antoine Theodore de Gudin, 
Il sacrificio del capitano Desse, 1829-1831, 
Bordeaux, Musée des Beaux-Arts 


Gli artisti romantici del “paesaggismo catastrofico” trovano inoltre spunto nei tragici resoconti riportanti valanghe, bufere di neve e avventurose spedizioni ad alta quota che colpiscono notevolmente l’opinione del pubblico.
Philippe-Jacques de Louthenburg rappresenta una valanga sulle Alpi svizzere dove inserisce dei piccoli personaggi, indifesi e terrorizzati, che cercano di sfuggire al cataclisma che incombe inesorabile.
Philip James de Loutherbourg, Valanga sulle Alpi, 1803, Londra, Tate Britain- Public Domain via Wikipedia Commons
Philip James de Loutherbourg, Valanga sulle Alpi, 1803, Londra, Tate Britain




UN NUOVO ANTROPOCENTRISMO

Questa radicale inversione del gusto dal “bello” al “sublime”, scrive Remo Bodei, non ha “una rilevanza esclusivamente estetica: implica un nuovo modo di forgiare e consolidare l’individualità grazie alla sfida lanciata alla grandezza e al predominio della natura. Da tale confronto scaturisce un inatteso piacere misto a terrore, che, in maniera ambigua, da un lato rafforza l’idea della superiorità intellettuale e morale dell’uomo sull’intero universo e, dall’altro, contribuisce a fargli scoprire la voluttà di perdersi nel tutto”. Il sublime è la sfida alla natura da parte di una umanità che cerca di sanare l’orgoglio ferito e lo spaesamento dovuti alla perdita del centro dell’universo e, in questo modo, esso contribuisce “a ricostruire un nuovo e rafforzato antropocentrismo, che non si contenta più di situare l’uomo in una posizione astronomicamente privilegiata, ma lo nomina sfidante e vincitore della natura nella lotta per la supremazia”. (R. Bodei)
Carl Gustav Carus, Pellegrino in una gola, 1820 ca., Berlino, Nationalgalerie - Public Domain via Wikipedia Commons
Carl Gustav Carus, Pellegrino in una gola, 1820 ca., Berlino, Nationalgalerie 


Fin dal Cinquecento, l’arte sembra percorsa da un’ombra sottile, un sentimento di malinconia dinanzi alla precarietà e alla caducità di tutte le cose. La morte costituisce un elemento onnipresente, ma celato tra le pieghe della bellezza classica. Si pensi al quadro di Holbein “Gli ambasciatori”, della National Gallery di Londra, dove, davanti a due giovani floridi e ricchi, ornati d’oro e di pellicce, vediamo una piccola ellisse grigia, un’immagine anamorfica che, vista da una particolare angolazione, ci appare essere un teschio, a significare che la morte, benché invisibile, è sempre presente, persino dove non ci si aspetta che sia.
Hans Holbein il Giovane, Gli ambasciatori, 1533, National Gallery, Londra - Public Domain via Wikipedia Commons
Hans Holbein il Giovane, Gli ambasciatori, 1533, National Gallery, Londra 

Se osserviamo un altro quadro famoso, “Les bergers d’Arcadie” di Poussin (nella versione del Louvre, del 1638), vediamo alcuni pastori che, immersi in un paesaggio sereno e bucolico, sono intenti a decifrare la scritta “Et in Arcadia ego”, il cui senso è “Io, la Morte, sono anche in Arcadia”. Per non parlare del sentimento di malinconia che aleggia nelle nature morte, ricche di simboli che rimandano alla vanitas, al sentimento della caducità della vita e della bellezza.
“La morte – che si presenta in forma cifrata dove c’è la bellezza, la ricchezza, la salute o in modo da essere difficilmente interpretata da ignoranti pastori nei loci amoeni – appare invece a volto scoperto nei luoghi del sublime.” (R. Bodei) Si mostra in tutta la sua terrificante potenza nelle scene di naufragi, valanghe ed eruzioni vulcaniche, offre il gelido sembiante di un desolato rudere nel misterioso chiarore lunare, ci proietta al cospetto di paesaggi aspri e rocciosi che ci pongono sull’orlo dell’abisso.
Joseph Mallord William Turner, The Devil’s Bridge, St Gothard c.1803–4, Kunsthaus Zürich - Public Domain via Wikipedia Commons
Joseph Mallord William Turner, The Devil’s Bridge, St Gothard c.1803–4, Kunsthaus Zürich 


Finalmente, nel Settecento, i loci horridi escono dal loro millenario isolamento e diventano soggetto privilegiato dell’arte e dell’estetica. E anche se la malinconia non scompare totalmente dal sentimento del sublime, rimane tuttavia sotto traccia. Ciò che caratterizza l’esperienza del sublime è l’amarezza dello slancio inappagato, il desiderio mai pienamente soddisfatto di infinito, la spinta dell’immaginazione a voler andare sempre al di là dei limiti della percezione, oltre quello che vede e che sente, oltre la “siepe” e “l’ermo colle” del nostro poeta di Recanati.
Caspar David Friedrich, Felsenriff am Meeresstrand, 1824, Staatliche Kunsthalle Karlsruhe - Public Domain via Wikipedia Commons
Caspar David Friedrich, Felsenriff am Meeresstrand, 1824, Staatliche Kunsthalle Karlsruhe

Questo è appunto il sublime: l’impossibilità della rappresentazione di idee come quella di infinito, perché intrinsecamente irrappresentabile, irriducibile a qualsiasi immagine sensibile. Si può definire il sublime solo in termini negativi, come assenza: sublime è la notte perché priva di luce; il silenzio perché privo di suono; il vuoto perché privo di materia; l’infinito perché privo di limiti e, soprattutto, la morte, l’oggetto più sublime, in quanto privazione di tutto. Con l’esperienza del sublime, l’uomo sperimenta la propria piccolezza e la vulnerabilità del proprio corpo, la consapevolezza che dovrà soffrire e morire, ma la sfida ingaggiata, sebbene si concluda in un “dolce naufragio” che lo riconduce e lo dissolve nella totalità del tutto, in realtà lo fortifica e ne alimenta l’autostima. Il confronto con la natura, che lo umilia con la sua immensa grandezza o minaccia di distruggerlo con la sua smisurata potenza, non solo lo ha reso più consapevole dei propri limiti, ma anche della propria capacità di oltrepassarli. Per questo il motivo dominante della poetica romantica del sublime è una tensione costante verso l’elevazione e l’espansione dell’anima (enlargement of the soul), perché l’immaginazione produce incessantemente degli ostacoli che lo slancio interiore anela a oltrepassare.
Caspar David Friedrich, Morgen im Riesengebirge, 1810-11,Alte Nationalgalerie - Public Domain via Wikipedia Commons
Caspar David Friedrich, Morgen im Riesengebirge, 1810-11,Alte Nationalgalerie 



FONTI BIBLIOGRAFICHE

Renato Barilli, L’alba del contemporaneo. L’arte europea da Füssli a Delacroix, Feltrinelli 1996.
Remo Bodei, Paesaggi sublimi, Bompiani 2008.
Giovanna Pinna, Il sublime romantico. Storia di un concetto sommerso, Aesthetica Preprint, 2007.

GALLERY L’ESTETICA DEL SUBLIME
http://www.milanoplatinum.com/lestetica-del-sublime.html

sabato 5 settembre 2015

Caspar David Friedrich. Nel suo dipinto più noto: “Monaco in riva al mare”, considerato vero e proprio manifesto del romanticismo, Friedrich va a mettere in discussione il rapporto uomo natura, in linea con il nuovo sentimento del sublime. L'uomo si rende conto della sua piccolezza quando si mette a confronto con l'infinito. L'artista dà più spazio alla natura che all'uomo, segno dell'infinitezza della natura e della piccolezza e l'isolamento dell'uomo



241 anni fa oggi nasceva a Greifswald il pittore tedesco Caspar David Friedrich. 
Sulla scorta di una premessa filosofica che vedeva la natura la manifestazione del divino, in Germania ebbe particolare sviluppo la pittura di paesaggio, in cui emerse la figura di Friedrich stesso; egli fu artista che si formò a livello accademico a Copenaghen, per poi trasferirsi a Dresda. Nel suo dipinto più noto: “Monaco in riva al mare”, considerato vero e proprio manifesto del romanticismo, Friedrich va a mettere in discussione il rapporto uomo natura, in linea con il nuovo sentimento del sublime.
L'uomo si rende conto della sua piccolezza quando si mette a confronto con l'infinito. L'artista dà più spazio alla natura che all'uomo, segno dell'infinitezza della natura e della piccolezza e l'isolamento dell'uomo. La linea dell'orizzonte non è marcata, in maniera tale da simboleggiare l'infinito. Quest'opera va a sottolineare come la natura diventa l'espressione per portare avanti le sue teorie romantiche. La figura umana qui non è più il soggetto principale; emerge il senso della precarietà della vita umana.
L'innovazione portata avanti da Friedrich si realizzò in chiave paesaggistica: 
Friedrich intendeva far evolvere la concezione classica di paesaggio, inteso solo come scenario bello da vedere, aggiungendovi un istante di sublime, una riunione con il sé spirituale attraverso la contemplazione della natura. L'artista fu un personaggio chiave per trasformare il paesaggio, sino ad allora un fondale sottomesso al dramma umano, in un argomento delicato autosufficiente: non a caso, i dipinti di Friedrich includono spesso una Rückenfigur, ovvero una persona vista di spalle, assorta nella contemplazione della veduta. L'osservatore, quindi, si identifica nella Rückenfigur, il che significa assimilare il potenziale sublime della natura, che con il pennello di Friedrich diventa pieno di ideali romantici.
E' il caso di "Donna al tramonto del sole" e "Viandante sul mare di nebbia", Friedrich dimostra di essere molto attento a momenti di luce, non privilegia la luce zenitale ma l'alba, il tramonto o il notturno, momenti del giorno dove la luce è alterata e può celare una sensazione di sublime.




mercoledì 11 settembre 2013

Rosanna Pizzo Rappresentazione che immediatamente non può non evocare l'amore tormentato e sublime, strano binomio tra l'amore e la morte e dell'amore oltre la morte, che legò l'imperatore Adriano a questo splendido giovane che si chiamava Antinoo, narrato con appassionata partecipazione, tanto, secondo me da prendere il lettore, quasi tirandovelo dentro, da Marguerite Yourcenar


Parigi , Museo del Louvre
Antinoo Mondragone - 130 d.C. Così denominato poichè posseduto dal XIX secolo dalla famiglia Borghese che lo custodiva nella villa Mondragone a Frascati, vicino Roma. Il busto è di dimensioni notevoli, misura in altezza 95 cm.




Rappresentazione che immediatamente non può non evocare l'amore tormentato e sublime, strano binomio tra l'amore e la morte e dell'amore oltre la morte, che legò l'imperatore Adriano a questo splendido giovane che si chiamava Antinoo, narrato con appassionata partecipazione, tanto, secondo me da prendere il lettore, quasi tirandovelo dentro, da Marguerite Yourcenar




lunedì 19 novembre 2012

Ipazia. NON ESISTONO GUERRE PIÙ CRUDELE E VIOLENTE CHE QUELLE FATTE NEL NOME DI DIO. [...] “Agorà” è un duro atto d’accusa contro tutti i fanatismi religiosi e gli estremismi.


Alessandria: come il cristianesimo ha distrutto la cultura pagana del mondo ellenistico.

"Che cosa è rimasto di questa nostra città? Ciò che viene ripreso nella parola di Alessandria? In un lampo gli occhi della mente mi mostrano un migliaio di strade polverose e tormentate, mosche e mendicanti la possiedono oggi".
Lawrence Durrell, JUSTINE, libro uno del Quartetto di Alessandria

Fondata nel 331 aC da Alessandro Magno, Alessandria è stata governata da Tolomeo, figlio di un generale di Alessandro il Macedone. In quanto tale, Alessandria divenne una delle più grandi città del mondo. La dinastia tolemaica durò fino alla morte di Cleopatra VII avvenuta durante la conquista romana dell'Egitto nell'anno 30. Alessandria in quel momento capitale dell'Egitto, era conosciuta per il Faro (Pharos), una delle sette meraviglie del mondo antico. Il suo importante porto, la fece diventare il principale centro della civiltà ellenistica durata mille anni, fino alla conquista musulmana dell'Egitto del 641 D.C..

Il destino di molti libri dell'antichità-ellenica, romana, bizantina, è stato deciso ad Alessandria, sede della più grande biblioteca del mondo antico, ospitata in un edificio meraviglioso e unico conosciuto come "il Museo", eretta nel centro della città. Ad enormi costi, con grande tenacia il Museo era venuto a contenere l'eredità intellettuale del mondo greco, latino, babilonese, egiziano, ed ebraico prima di soccombere alle devastazioni delle guerre dell'uomo, al fanatismo religioso e al trascorrere del tempo.

Una seconda parte della collezione della biblioteca è stata ospitata in una meraviglia architettonica adiacente, il Serapeon o Serapeo, che era il Tempio di Giove o di Serapide, per la popolazione pagana della città. Secondo gli storici successivi, "il Serapeon era secondo in magnificenza  solo al Campidoglio a Roma". Il museo ha avuto anche una sala da pranzo, sale riunioni, aule e giardini, qualcosa di simile al tipico campus universitario americano.

"Fondata dai re tolemaici nel terzo secolo A.C., ha funzionato come un importante centro di cultura in generale, con i suoi circa mezzo milione di rotoli di papiro sistematicamente organizzati, etichettati, e archiviati in base a un nuovo sistema intelligente: l'ordine alfabetico."
Stephen Greenblatt, Il Swerve.

Le fonti antiche descrivono la Biblioteca Alessandrina come comprendente una raccolta di pergamene conservate su ripiani per contenere rotoli di papiro in una sala nota come bibliothekaiSopra gli scaffali era scritta la seguente frase: "LUOGO DELLA CURA DELL'ANIMA".

Gli studiosi migliori, gli scienziati e poeti del mondo antico che sono stati attratti dall'Eden intellettuale di Alessandria hanno in tale luogo realizzato alcuni dei più grandi progressi dell'umanità: Archimede ha scoperto il pi greco, ponendo le basi per il calcolo; Galeno ha rivoluzionato la medicinaEratostene ha stabilito che la terra era rotonda e calcolato la circonferenza con estrema precisione, entro l'1%; i geografi capirono che era possibile raggiungere l'India navigando verso ovest dalla Spagna; i geometri calcolarono che l'anno consisteva di 365 ¼ giorni e proposero l'anno bisestile ogni quattro anni; gli anatomisti capirono che il cervello e il sistema nervoso erano una unità. La versione dei Settanta, la versione greca della Bibbia ebraica, Tanakh, è stata scritta ad Alessandria.

Molte di queste scoperte scientifiche stavano cambiando la vita umana, la Biblioteca di Alessandria era diventata il più significativo centro culturale del mondo antico.

Umberto Eco ha notato che un libro sia una creatura fragile, che subisce l'usura del tempo, teme i roditori, gli elementi e le mani maldestre; così il bibliotecario protegge i libri non solo contro l'umanità, ma anche contro la natura e dedica la sua vita a questa guerra con le forze di oblio. La storia in generale sottolinea la fragilità del libro. E così è stato con la grande biblioteca di Alessandria, che secondo alcuni cronisti malevoli è stata distrutta dai conquistatori arabi quando Alessandria è stata conquistata da eserciti islamici nell'anno 641. Tuttavia, secondo Philip K. Hitti in realtà la grande biblioteca tolemaica fu bruciata già nel 48 A.C. dal conquistatore romano, Giulio CesareLa seconda Biblioteca situata nel Serapeon è stata invece distrutta nel 389 D.C. per editto di un fanatico pazzo neo-cristiano, l'imperatore Teodosio. Pertanto, al momento della conquista araba nessuna libreria di grande importanza esisteva in Alessandria.

E i libri? Quindi, che è accaduto ai libri?
Che cosa è successo alle testimonianze scritte delle epoche ellenistica, romana, bizantina, civiltà ebraica fino a quel momento? I fanatici religiosi hanno bruciato i libri di dimostrare di avere ragione e gli altri torto.

Un certo numero di scrittori romani, Cicerone, Livio, Seneca, Plutarco etc., hanno confermato che la Biblioteca e 700.000 libri sono stati bruciati durante la conquista di Giulio Cesare di Alessandria nell'anno 48. Altri storici tuttavia dubitano che i libri di Alessandria siano tutti scomparsi in una volta; altrimenti una distruzione così orrenda sarebbe stata più ampiamente condannata.
Nei primi secoli del periodo tolemaico, ad Alessandria, pagani, cristiani ed ebrei avevano convissuto in pace politeista fino a quando nel quarto secolo la religione ha sollevato la sua brutta testa e l'imperatore romano Costantino ha deciso di rendere il cristianesimo l'unica religione ufficiale dell'imperoDopo secoli di pluralismo religioso in Alessandria, "i cristiani" insorsero contro gli adoratori pagani di Mitra e delle antiche divinità romane, Giove e le divinità egizie di Osiride e Api, uccidendo, diffondendo caos e distruggendo i loro luoghi di culto.
I pagani hanno risposto alle aggressioni fino a quando non sono stati sottomessi. Poi i cristiani accusato gli ebrei, attaccando abitazioni private e negozi in una sorta di notte dei cristalli e chiedendo la loro espulsione dalla città.
La religione aveva svolto il suo compito: la vittoria del cristianesimo su tutte le altre religioni della grande città ha portato alla distruzione della grande scuola di apprendimento che era la biblioteca di Alessandria, il Museo, determinando così la caduta e poi la morte della vita intellettuale di Alessandria. E' stata la vittoria della religione ignorante e del fanatismo sull'umanità che progrediva, già 1700 anni fa.
L'ostilità del cristianesimo contro il mondo pagano era così intensa che altri storici ritengono che la completa distruzione avvenne quando il neo convertito imperatore Teodosio ordinò la distruzione del tesoro dei libri di Alessandria nel 391 d.c..

Come l'impero romano crollò, la cultura scomparve.
Altre librerie antiche subito la stessa sorte durante la transizione dal paganesimo al cristianesimo. E' stato riferito che intorno la fine del IV secolo, Roma avesse ventotto biblioteche pubbliche e  innumerevoli collezioni private.
L'epurazione del cristianesimo contro la pericolosa eredità pagana e pre-cristiana ha portato alla distruzione dell'istruzione e dell'antico apprendimento, così come del suo simbolo: i libri. (Libri che offrivano una cultura pagana, dopo tutto!).

Tuttavia, alcune sacche di cultura avevano resistito.
I monasteri quasi nascosti con difficoltà, tramite l'opera dei monaci, hanno sviluppato l'arte della copiatura a mano e conservando quelle grandi opere intellettuali, alcune delle quali sarebbero poi ri-emergerse dopo un periodo buio che durò quasi fino al Rinascimento.

Il poeta del XVII secolo, teorico filosofo e politico, John Milton, (Paradise Lost) i cui libri sono stati bruciati pubblicamente in Inghilterra e Francia, offre un'ottima spiegazione del perché le autorità nel corso dei secoli hanno visto il pericolo in alcuni libri. "Chiunque uccide un uomo", ha detto Milton, uccide "una creatura ragionevole, l'immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa ".

Gaither Stewart, con sede a Roma è un giornalista veterano e saggista su una vasta gamma di argomenti, dalla cultura alla storia e la politica, è anche l'autore del Europa Trilogy, celebrata thriller di spionaggio il cui volume più recente, Tempo di Exile, è stato recentemente pubblicato da Punto Press.

http://www.countercurrents.org/stewart090316.htm



[...] nonostante le siano stati cavati gli occhi mentre ancora respirava, la chiesa non ha mai chiesto perdono a Ipazia né ha mai messo in discussione la santità di Cirillo, anzi, il 3 ottobre del 2007 Ratzinger lo ha celebrato lodando "la grande energia del suo governo ecclesiastico", parole testuali, senza mai menzionare la fine che fece fare ad Ipazia.


Agora, film del 2009 diretto da Alejandro Amenábar, interpretato da Rachel Weisz. 
Il prefetto di Alessandria, Oreste, seppure cristiano e battezzato, rifiuta di inginocchiarsi dinnanzi alle Sacre Scritture durante una pubblica messa. Questo scatena pesanti maldicenze sull'influenza negativa che la filosofa e scienziata Ipazia avrebbe su Oreste, in quanto dichiaratasi non cristiana di fronte al Concilio. Ipazia viene accusata di empietà e stregoneria. I parabolani, ora fuori di sé, decidono di linciarla. Ipazia si reca al Concilio, dove Oreste le ha offerto un'ultima possibilità di scampare alla furia del popolo: battezzarsi, come hanno già fatto, seppur di malgrado, tutti i membri del Concilio non cristiani. Ipazia rifiuta, ma sulla via per tornare alla propria dimora viene sequestrata da un gruppo di zelanti, che la portano in una chiesa isolata per scorticarla viva, ma Davo, che si è unito al gruppo strada facendo, propone invece di lapidarla per evitare il contatto con il suo sangue impuro.


CON QUALE INTELLIGENZA SI E' MAI PENSATO CHE LA DONNA NON FOSSE INTELLIGENTE?
La giovane Ipazia, figlia del filosofo e geometra Teone, una donna di rara intelligenza e coraggio, astronoma e filosofa che alla fede cieca ha preferito la verità della scienza. "Sono convinta che se le religioni non avessero avuto tutto questo potere saremmo stati mentalmente più liberi di progredire, e il problema della parità dei sessi non si sarebbe posto, perchè prima di tutto si è mente e poi sesso, oggi si è solo sesso e niente mente.. una donna viene ancora oggi valutata per la sua bellezza e per le doti che può avere sotto le lenzuola, non per la sua testa, e questo ci porta pericolosamente indietro di secoli"

UNA VERA MARTIRE SUGLI ALTARI DELLE COSCIENZA UMANA
Ipazia aveva tutte le caratteristiche per essere odiata dai cristiani: donna, pagana, scienziata di grande fama e guida e maestra quindi insegnante della scuola filosofica neoplatonica di Alessandria. Nel 415 i cristiani di Alessandria, mossi dal proprio vescovo Cirillo, l'aggredirono, la tormentarono crudelmente, la trascinarono per le vie della città, la fecero a pezzi ed infine la bruciarono.


NON ESISTONO GUERRE PIÙ CRUDELE E VIOLENTE CHE QUELLE FATTE NEL NOME DI DIO.

Quando la religione sublimizza la morte come un martirio quando auto convince e sacralizza la violenza come fervore divino quando fa della vittoria una conquista morale, allora non esiste guerra che possa essere più crudele violenta e sanguinaria che quelle fatte in nome di Dio. “Agorà” è un duro atto d’accusa contro tutti i fanatismi religiosi e gli estremismi. Come ha dichiarato lo stesso regista, durante la conferenza stampa che si è tenuta nella bellissima cornice dell’Ara Pacis a Roma in occasione della presentazione del film alla stampa:
“Ipazia è la versione femminile di Gesù. Agora non è un film contro il cristianesimo ma contro tutti i fondamentalismi”.
Quindi anche contro il cristianesimo fondamentalista sia dell'era imperiale romana sia di quella inquisitoria del rinascimento e qualunque essa sia.


https://youtu.be/6tvIjZXGo7s


lunedì 19 marzo 2012

Salvador Dalì. Gli errori hanno quasi sempre una natura sacra. Non cercare di correggerli. Al contrario: razionalizzali, comprendili totalmente. Dopodiché, sarà possibile per te sublimarli

Gli errori hanno quasi sempre una natura sacra. Non cercare di correggerli.
Al contrario: razionalizzali, comprendili totalmente. Dopodiché, sarà possibile per te sublimarli.
Salvador Dalì


Così lei mi levò l’abitudine a delinquere e guarì la mia follia. Grazie! Voglio amarti!
Volevo sposarla. I miei sintomi isterici scomparvero uno dopo l’altro come per magia.
Fui nuovamente padrone della mia risata, del mio sorriso, della mia mimica.
Al centro del mio spirito crebbe una nuova forma di salute, fresca come un bocciolo di rosa.
Salvador Dalì


A sei anni volevo diventare cuoco. A sette anni volevo essere Napoleone.
Ma l'età della ragione mi ha insegnato che non c'era ambizione più alta del diventar Dalì.
Salvador Dali - "La Droga sono Io"

Dipingere non è mai difficile. O è facile o è impossibile.
Salvador Dalí

Le nostre parole più profonde vanno dette nei momenti più semplici della giornata non in fin di vita.
Salvador Dalì


"Non sono io il pagliaccio, ma lo è questa società mostruosamente cinica e così ingenuamente incosciente che gioca a fingere di essere seria per meglio nascondere la propria follia."
Salvador Dalì

"Mi porto sempre dietro un prezioso apparecchio con il quale realizzo la maggior parte dei miei dipinti. Somiglia più a un minuscolo e fragile apparecchio Tv a colori che a uno spaventoso, sgradevole e meccanico apparecchio fotografico. Ma la cosa più stupefacente è che è interamente molle! Sì, un occhio!" 
Salvador Dalì


Invece di rendermi duro, come la vita in realtà aveva progettato, Gala riuscì a costruirmi un guscio che proteggeva la sensibile nudità del paguro bernardo che vi era insediato, cioè io stesso, sicché mentre io esternamente acquistavo sempre più l'aspetto di una fortezza internamente potevo continuare a invecchiare molle, ipermolle. E il giorno in cui decisi di dipingere orologi li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all'ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala però uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un Camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi ancora a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico della "ipermollezza" di quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier e, com'è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto su cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una vista del paesaggio di Port Lligat. Sapevo che l'atmosfera che mi era riuscito di creare in quel quadro doveva servirmi come sfondo ad un'idea ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce quando, d'un tratto, 'vidi' la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell'ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi a lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei miei più famosi, era terminato.
Salvador Dalì


Salvador Dalì porta a spasso il suo formichiere a Parigi.
La foto fu pubblicata sul Paris-Match del 26 luglio 1969 e fu scattata da Patrice Habans.
La didascalia che accompagnava la foto recitava:
"Salvador Dalì che esce dal sottosuolo del subcosciente tenendo al guinzaglio un formichiere gigante romantico, l'animale che André Breton aveva scelto come ex-libris", cioè come timbro da apporre sui propri libri per indicarne il proprietario. Breton, un surrealista amico di Dalì, paragonava le tentazioni che insidiano l'animo umano a "ciò che la lingua del formichiere offre alla formica". Questo animale fu molto significativo anche per il pittore spagnolo, tanto che lo ritrasse in forma stilizzata nel celebre quadro "Il grande masturbatore".
Grazie a Jennifer Courson Guerra per foto e didascalia!



"Persistenza della Memoria" (1931)

Salvador Dalì e Gala: un amore surreale
di Laura Corchia

“Grazie Gala! E’ per merito tuo che sono un pittore. 
Senza di te non avrei creduto ai miei doni.”
(Salvador Dalì)

Parigi, 1929. Due strade si incrociarono, due anime si incontrarono e decisero di vivere il resto della vita in simbiosi, animate da un amore che ardeva come un fuoco sacro.
Salvador Dalì era in città per presentare il suo film Un chien andalou, realizzato insieme a Luis Buñuel. In quell’occasione gli venne presentato il poeta Paul Eluard, marito di Gala.
Gala-and-Salvador-Dalí-c.-1933

Dalì invitò il gruppo a trascorrere l’estate nella sua casa di Cadaqués e, una volta incrociato lo sguardo di lei, ne rimase quasi folgorato.

Così lei mi levò l’abitudine a delinquere e guarì la mia follia. Grazie! Voglio amarti! Volevo sposarla. I miei sintomi isterici scomparvero uno dopo l’altro come per magia. Fui nuovamente padrone della mia risata, del mio sorriso, della mia mimica. Al centro del mio spirito crebbe una nuova forma di salute, fresca come un bocciolo di rosa.”

Lei non era bella. I tratti arcigni del suo volto erano mitigati da un fascino irresistibile, una specie di calamita per l’eccentrico artista.

Lasciato Eluard, Gala divenne, moglie, amante, madre e musa. Lui invece fu compagno devoto, amico e servo. “Amo Gala più di mia madre, più di mio padre, più di Picasso e perfino più del denaro […] Poteva essere la mia Gradiva (colei che avanza), la mia vittoria, la mia donna. Ma perché questo fosse possibile, bisognava che mi guarisse. Lei mi guarì, grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore: la profondità di pensiero e la destrezza pratica di questo amore surclassarono i più ambiziosi metodi psicanalitici”.

Helena Diakonova, nota come Gala, era di origini russe. Colta, raffinata e sicura, portò Dalì a raggiungere una sorta di equilibrio mentale. Con lei accanto, si senti libero di esprimere la sua personalità e la sua vena artistica. “Se Gala diventasse piccola come un’oliva, io vorrei mangiarla”, raccontò l’artista in un’intervista, “L’unica maniera di conoscere l’oggetto è quella di mangiarlo. È per questo che la religione cattolica è la più perfetta che sia mai esistita, poiché pratica la cerimonia liturgica del mangiare Dio, vivo”. Gala come Dio, in un’equivalenza perfetta. E ancora, in un’altra intervista: “Io non ho mai fatto l’amore con nessun’altra a parte Gala. Sono molto cattolico e credo che si debba fare l’amore con la compagna legittima. Nella mia vita ciò che amo di più sono la liturgia e il sacro”.

Al di là dell’enfasi mistica, Gala esercitava su Dalì un forte dominio e lui ne fu completamente sottomesso, definendola il suo sosia, il suo doppio, il suo gemello.

Nel 1972 le regalò un castello a Púbol che, dopo la morte dell’amata, divenne per lui una sorta di prigione dorata, un luogo dove attendere la morte, intesa come unico modo per poterla raggiungere. E la morte inesorabile arrivò dopo una lunga depressione. Era il 1989.

RIPRODUZIONE RISERVATA
http://restaurars.altervista.org/salvador-dali-e-gala-un-amore-surreale/




Un pò come diceva Oscar Wilde.. "Sii te stesso, tutti gli altri sono già occupati".




è una vita che cerco di correggerli ma più ne penso e più ne commetto...chi non li comprende non ne è degno...





Ma diventare per compiacere o compiacersi? Io preferisco essere nulla agli occhi degli altri, quel nulla che diventa nessuna aspettativa, nessun bisogno di recita sull'assurdo palcoscenico della vita
Un modo come un altro per diluire l'amarezza della vita in un salvifico vaffa...



credo che sia più giusto dire..io mi piaccio..nonostante..e in " quel " nonostante che c'è la droga.. si...




Rosa, dunque un accettare compromessi?




no nessuno forza nessuno.. manco il dottore..ognuno per la sua.. nessun compromesso.. se non mi piaci e ritengo che non sei vero..cambio strada.. tutto qui...


Interessante, in pratica una forma di egoismo baricentrico e capace di una forza e centripeta per attirare e centrifuga per allontanare. Il limite,tuttavia, è la necessità, per funzionare, della presenza di un altro, un secondo che è oltre me e proprio perchè tale, un limite e un ostacolo al mio divenire. Non so, ma se i samana indiani preferiscono la solitudine delle montagne per il loro percorso di realizzazione, allora la massa, sia anche uno solo, è un limite perchè costringe ad interpretare una parte, a diventare questo o quello ma mai me stesso.




E, ricollegandomi al ragionamento di Dalì, se sottotraccia penso che "io esisto, ma per esistere ho bisogno degli altri perchè è in loro che riconosco me stesso come vivente", beh, poveretto, ritorno al preferire la condizione del nulla di fronte al mondo. Sono i poveri di cuore che, a mio avviso, ragionano in questo modo:esistono sino a quando le luci sono accese e la giostra ha clienti che fanno il loro giro o attendono il loro turno









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