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mercoledì 2 agosto 2017

von Neumann. John von Neumann aveva una memoria eidetica con precisione assoluta. Parlava con facilità varie lingue: ad esempio l’ungherese (lingua madre), l’inglese, il francese, il tedesco, lo yiddisch, il latino e il greco (queste anche quando aveva sei anni). Sapeva citare a memoria cose lette una volta sola, anche a distanza di anni. “Una volta – raccontò il matematico Herbert Goldstine – gli chiesi di ripetermi a memoria l’inizio di Storia di due città, di Dickens. Lui ha cominciato subito, senza esitazione. E abbiamo dovuto fermarlo dopo 15 minuti, altrimenti continuava”.

Se vi credete intelligenti fate un confronto con von Neumann.
Al suo cospetto, Einstein era un rimbambito. 
von Neumann ha fatto importanti scoperte più o meno in quasi tutti i campi, eccellendo comunque in tutti gli altri. In più, era simpatico e vestiva benissimo. Anche se guidava male.

L’intelligenza è, come quasi tutte le cose, un fatto relativo. 
Chi crede di essere intelligente forse è favorito dal fatto che, intorno a sé, ci sono molte persone poco sveglie. Per essere sicuro delle sue capacità intellettuali dovrebbe, allora, cercare confronti con persone più in alto di lui. Come Albert Einstein? Non scherziamo: Einstein era un mezzo sciocco. 

Qui si parla di veri geni. Si parla di John Von Neumann (che, tra le altre cose, era anche amico di Einstein, stava nello studio accanto al suo e amava infastidirlo tenendo la musica ad alto volume).

John Von Neumann, scienziato, matematico, fisico, statistico, economista, poliglotta, e altro ancora, tutto ai massimi livelli. Aveva abilità cognitive molto al di fuori della norma. Alcune quasi da fenomeno da baraccone: poteva fare calcoli complicatissimi a mente, tanto da stupire gli altri matematici. Lo disse anche il collega Edward Teller: “Ha superato tutti. Nessuno può stare al suo livello”. E Hans Bethe, che non era un cretino bensì un premio Nobel, scrisse:“Mi sono chiesto, ogni tanto, se il cervello di von Neumann non appartenesse a una specie superiore a quella dell’uomo”. Così, per dire.

John von Neumann aveva una memoria eidetica (per chi non sapesse cosa vuol dire eidetica, c’è Google. Ma cosideri di essere già fuori dalla gara), con precisione assoluta. Parlava con facilità varie lingue: ad esempio l’ungherese (lingua madre), l’inglese, il francese, il tedesco, lo yiddisch, il latino e il greco (queste anche quando aveva sei anni). Sapeva citare a memoria cose lette una volta sola, anche a distanza di anni. “Una volta – raccontò il matematico Herbert Goldstine – gli chiesi di ripetermi a memoria l’inizio di Storia di due città, di Dickens. Lui ha cominciato subito, senza esitazione. E abbiamo dovuto fermarlo dopo 15 minuti, altrimenti continuava”.

Senza entrare nel dettaglio, è riuscito a fare importanti scoperte nel campo della matematica, della fisica quantistica, della teoria dei giochi, della dinamica dei fluidi, del calcolo comuterizzato (tanto per capirsi, l’architettura alla base dei computer l’ha decisa lui), della statistica, delle previsioni meteorologiche, dell’economia. Però guidava piuttosto male.

Nelle altre materie, quelle in cui eccelleva meno, aveva comunque buoni risultati. Ad esempio, era un appassionato di storia antica. Tanto che superava gli esperti. Lo ammise, un giorno, un anonimo professore universitario di storia bizantina: “von Neumann conosce la storia bizantina meglio di me”.

Era una persona piacevolissima. 
Organizzava feste e cene, invitava amici e faceva battute divertenti. Era simpatico, insomma. 
Sapeva stare a suo agio anche con persone meno intelligenti di lui (ed erano tante), e con i “colleghi” amava fare un sacco di scherzi (appunto, si divertiva a tormentare Einstein con la musica). E poi aveva un’autentica passione per i vestiti: era elegantissimo. Tanto che al giorno della discussione della sua tesi di dottorato, l’unica domanda fu: “chi è il sarto del candidato?”

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/26/se-vi-credete-intelligenti-allora-fate-un-confronto-con-von-neumann/27938/



martedì 4 ottobre 2016

Frans de Waal. Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza animale? Frans de Waal ha avuto modo di mostrare come bonobo e scimpanzé abbiano un’intelligenza per molti versi simile alla nostra. In uno dei suoi primi testi divulgativi, La politica degli scimpanzé, potere e sesso tra le scimmie, de Waal utilizza il termine “machiavelliche” per descrivere le doti politiche degli scimpanzé, capaci di instaurare relazioni sociali complesse, alleanze e gerarchie. “Sono stato criticato per questo, come sono stato criticato addirittura per il fatto di aver parlato e di parlare di risate negli scimpanzé. Ma se fai il solletico agli scimpanzé, gli scimpanzé fanno davvero un suono simile a una risata, e hanno un’espressione simile al sorriso in volto. E non vedo perché non dovrei usare lo stesso termine per descrivere quello che fanno loro e quello che fa un bambino quando gli fai il solletico. La reazione è identica”. L’onere della prova, secondo de Waal, sta agli scettici. “Se qualcuno riuscirà a dimostrare che quella cosa lì non è una risata cambierò parola, ma finché non mi mostreranno le prove non vedo perché dovrei abbandonare la terminologia”.

Le intelligenze animali

Un’intervista a Frans de Waal, primatologo e autore del rivoluzionario 
“Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza animale?”  

[...] Frans de Waal si lancia in una breve imitazione di uno degli scimpanzé che conosce così bene e che studia da ormai quarant’anni. Dopo un paio di sbuffi gutturali, senza scomporsi, riprende poi con tutta calma a parlare in inglese. C’è qualcosa di arcano e di irrisolto nel rapporto tra esseri umani e animali, qualcosa che si perde nell’impossibilità di una comunicazione verbale e che poi prende corpo nelle tante contraddizioni con cui li trattiamo. Ogni tanto, però, chiacchierando con de Waal, si ha quasi l’impressione che sia possibile codificare – almeno in parte – la complessità dei loro comportamenti.

Olandese con passaporto statunitense, biologo e primatologo di fama mondiale, Frans de Waal è in Italia per promuovere il suo ultimo libro, Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? (Raffaello Cortina Editore). Lo abbiamo raggiunto al telefono per parlare dei suoi studi sull’intelligenza sociale dei primati e del posto che gli esseri umani hanno nella mappa del mondo animale.

Troppo umano.
Il 28 maggio 2016 Harambe, un gorilla di pianura occidentale di 17 anni e quasi 200 chili, è stato ucciso nello Zoo di Cincinnati per salvare la vita a un bambino di quattro anni che era caduto nel suo recinto. Il personale dello zoo ha sparato ad Harambe che, agitato dalle urla di terrore dei presenti, aveva iniziato a comportarsi in maniera scomposta trascinando il bambino per una caviglia.

“È stato un vero shock per me. Ero molto triste”, ricorda de Waal. In un primo momento, subito dopo la caduta del bambino nel fossato, il gorilla sembrava rilassato, quasi protettivo. “Le sue intenzioni non erano chiare, Harambe era infastidito e confuso dalle grida dei presenti. Non era aggressivo: se avesse voluto, avrebbe potuto uccidere il bambino in un istante. Ma quando lo ha afferrato e ha iniziato ad agitarlo con violenza il pericolo è stato reale. Il personale dello zoo probabilmente ha fatto la cosa giusta”.

Il lieto fine forse era impossibile, ma questo non ha arginato le critiche di animalisti e attivisti che hanno ritenuto ingiustificata l’uccisione di un esemplare di una specie a rischio estinzione. La commozione ha portato a petizioni online che chiedevano azioni penali contro i responsabili dello zoo e contro i parenti del bambino. Altre petizioni chiedevano la chiusura dello Zoo di Cincinnati, che nel frattempo è stato costretto a chiudere i propri account facebook e twitter quotidianamente invasi di messaggi di insulti. L’emotività si è fatta così sopra le righe che è diventata a sua volta oggetto di critiche e prese in giro: in reazione agli eccessi della retorica dell’indignazione online, i ricordi sovreccitati della morte di Harambe sono stati cinicamente portati al parossismo e sono diventati uno dei meme di maggior successo degli ultimi anni.

Istintivamente fatichiamo ancora molto a riconoscere la complessità dei comportamenti animali e dei meccanismi della loro mente.
I dubbi sulla reale necessità dell’uccisione di Harambe rimangono anche oggi, e lo stesso de Waal confessa di aver dovuto guardare più volte video e foto online prima di riuscire a farsi un’idea, per quanto vaga, delle intenzioni e del comportamento del gorilla. Al di là del dibattito – legittimo – sulla sicurezza e l’utilità ecologica degli zoo nel 2016, l’episodio di Cincinnati e i vari piani narrativi della sua coda mediatica sembrano la perfetta illustrazione delle difficoltà del rapporto e della comprensione reciproca tra uomini e animali. Perché esperti ed etologi non sono riusciti a decifrare con certezza le intenzioni del gorilla? E perché la gran parte di noi davanti a quelle immagini ha istintivamente pensato che Harambe non fosse una minaccia, ma fosse in qualche modo benevolo e premuroso nei confronti del bambino? “Ancora non sono sicuro di cosa dimostri davvero questo episodio, e se possa davvero essere preso a emblema di qualcosa”, dice de Waal. “Forse solo del fatto che i gorilla possono essere molto pericolosi e che i bambini non dovrebbero arrampicarsi e sporgersi nelle recinzioni degli zoo”. Di sicuro però, istintivamente fatichiamo ancora molto a riconoscere la complessità dei comportamenti animali e dei meccanismi della loro mente. Secondo de Waal, “il fatto che attribuiamo sentimenti e intenzioni umane agli animali – e specialmente chi ha un animale domestico tende a farlo – è uno degli aspetti maggiormente problematici del rapporto che abbiamo con loro. Pensiamo troppo spesso che gli animali siano buoni”.

Nel 2006 il premio Oscar al miglior documentario andò a La marcia dei pinguini (La Marche de l’empereur), del biologo e regista francese Luc Jacquet, che seguiva le migrazioni dei pinguini imperatore in Antartide. Nella versione originale francese la storia era raccontata in prima persona da tre pinguini doppiati con voci umane – mamma, papà e cucciolo. “Era terribile, e ha creato nel pubblico un’impressione completamente sbagliata della vita di questi animali”, dice de Waal.

Forse in un riflesso di pudore, nella versione per il mercato anglofono si scelse di stravolgere la struttura della storia e di introdurre un racconto in terza persona, inserendo la voce narrante di Morgan Freeman a restituire un’apparente serietà al documentario (serietà che nella versione italiana si perdeva di nuovo: alla voce narrante italiana, quella di Fiorello, era stata lasciata carta bianca per modificare alcune battute del copione con i risultati che sono facili da immaginare anche a chi non ha visto il documentario). “In ogni caso quel film è stato un disastro”, secondo de Waal. Ne è uscita una divulgazione scientifica tanto cattiva che [La marcia dei pinguini] è piaciuto molto alla destra religiosa americana. Predicatori e politici riuscirono infatti a interpretare il documentario in chiave creazionista e anti-darwiniana.

Chi all’epoca si scagliò apertamente contro La marcia dei pinguini fu Werner Herzog. Negli stessi mesi in cui il film di Jacquet vinceva l’Oscar nel 2006, il regista tedesco stava girando, anche lui al Polo Sud, Encounters at the End of the World. Il film di Herzog, che sarebbe uscito un anno più tardi, si apre con la voce fuori campo del regista tedesco che promette che il suo, di documentario, non parlerà di “soffici pinguini”. Herzog in Antartide indugia sul  lato oscuro del comportamento dei pinguini che il film di Jacquet aveva deciso di nascondere: la pazzia, la violenza sessuale, l’isolamento di alcuni membri del gruppo.

L’incapacità di comprensione del mondo animale e il rapporto difficile tra noi e loro, questioni discusse per mesi nei giornali dopo l’incidente dello Zoo di Cincinnati, richiamano alla memoria però un altro film di Herzog, Grizzly Man, che racconta la storia di Timothy Treadwell, l’ambientalista che morì divorato dagli orsi grizzly dell’Alaska con i quali aveva deciso di convivere e con i quali pensava di aver stretto un rapporto di profonda amicizia. Il sottinteso del film è che l’equilibrio tra uomo e natura è impossibile. “Non c’è nessuna armonia così come la intendiamo noi. L’unica armonia è quella di uno scontro collettivo e travolgente”, disse una volta Herzog in un discorso diventato famoso per i toni allucinati e apocalittici.


“Herzog ha ragione su alcune cose, ma esagera su altre”, secondo de Waal, che difficilmente potrebbe fare sua la visione cupa che il regista tedesco ha della natura e delle forze che la agitano. “Nature is not all murder. La natura non è tutta uno scontro”, risponde a tono de Waal. “Se è vero che alcune persone idealizzano gli animali, sbagliando, è vero anche che esistono diverse specie che sono cooperative e che vivono in società nelle quali ogni individuo è legato all’altro, per esempio. Alcuni animali fanno sul serio amicizia tra loro, si aiutano, cooperano, fanno cose insieme. Herzog, invece, dipinge la natura esclusivamente come un luogo di sopraffazione, e questo è scorretto tanto quanto il film sui pinguini”.

La visione del mondo animale come teatro di competizione e lotta è stato a lungo popolare anche nell’ambiente accademico. Negli anni Sessanta e Settanta scienziati di varie discipline, biologi, etologi, antropologi ed economisti hanno cercato di rintracciare nel comportamento animale le radici dell’egoismo umano. “Dal gene egoista di Dawkins in giù, quella era la visione dominante all’epoca”. Ma secondo de Waal le cose sono cambiate. “Recentemente sono stato a un convegno in Svizzera dove abbiamo parlato del comportamento altamente cooperativo e sociale dei pesci. E comportamenti simili sono stati registrati ormai da anni in uccelli, mammiferi e primati”.

Affinità e divergenze
Non c’è bisogno di andarle a rintracciare nei casi più o meno drammatici di cronaca: le contraddizioni del nostro rapporto con il mondo animale sono evidenti nella nostra vita quotidiana. Le differenze nei modi in cui trattiamo un cane e un maiale sono così grandi che è impossibile trovarci una logica di qualsiasi tipo. “È sotto gli occhi di tutti ma allo stesso tempo è molto strano a pensarci”, dice de Waal, “abbiamo un grande pregiudizio positivo ma solo verso certi animali, quelli che per qualche motivo pensiamo siano carini.”

Nel modo in cui trattiamo gli animali siamo forse destinati a essere moralmente incoerenti. Some We Love. Some We Hate. Some We Eat è il titolo (e il riassunto perfetto, vagamente fatalista) del libro di un altro Herzog, Hal Herzog, professore di psicologia alla Western Carolina University (in Italia è pubblicato per i tipi di Bollati Boringhieri con il titolo Amati, odiati, mangiati. Perché è così difficile agire bene con gli animali). Quando si tratta di animali il nostro comportamento si fa eticamente farraginoso. Forse è un risultato inevitabile, forse no, ma il libro di Herzog tocca un nervo scoperto, secondo de Waal. “Il modo in cui trattiamo gli animali non è corretto. Non c’è bisogno di una enorme discussione filosofica a riguardo”. De Waal non è vegetariano, ma su un punto non ha dubbi: “credo che il modo giusto di agire sia pensare a come ridurre le sofferenze degli animali, partendo dagli allevamenti. Dobbiamo pensare a migliorare le condizioni degli zoo, è vero, e a cercare alternative possibili alla sperimentazione animale. Ma è chiaro come i numeri più grandi della sofferenza animale provengano dall’allevamento industriale”.

De Waal descrive come “machiavelliche” le doti politiche degli scimpanzé, animali capaci di instaurare relazioni sociali complesse, alleanze e gerarchie.
Riconoscere la complessità della mente animale, e riconoscere allo stesso tempo che gli animali ci somigliano in alcuni tratti essenziali: su questo dobbiamo far leva, secondo de Waal, per cambiare le cose. “Idealizzare la natura e proiettare costantemente il nostro comportamento su quello animale è un errore, ma negare le similitudini tra noi e loro è un errore ancora più grande”. De Waal lo precisa appena finiamo di parlare della Marcia dei pinguini, e continuerà a farlo ogni volta che durante la nostra conversazione si lascerà andare a qualche critica di troppo all’antropomorfismo.

Per il primatologo indugiare sulle somiglianze tra uomini e animali d’altra parte non è di per sé un problema poi così grande, e per capirlo basta mettere in fila titoli e sottotitoli di alcuni dei suoi saggi di maggiore successo: Naturalmente buoni, il bene e il male nell’uomo e in altri animali; La scimmia e l’arte del sushi, la cultura nell’uomo e negli altri animali; La scimmia che siamo, il passato e il futuro della natura umana; L’età dell’empatia, lezioni dalla natura per una società più solidale e soprattutto Il bonobo e l’ateo, in cerca di umanità fra i primati.

Durante la sua carriera Frans de Waal ha avuto modo di mostrare come bonobo e scimpanzé abbiano un’intelligenza per molti versi simile alla nostra. In uno dei suoi primi testi divulgativi, La politica degli scimpanzé, potere e sesso tra le scimmie, de Waal utilizza il termine “machiavelliche” per descrivere le doti politiche degli scimpanzé, capaci di instaurare relazioni sociali complesse, alleanze e gerarchie.

“Sono stato criticato per questo, come sono stato criticato addirittura per il fatto di aver parlato e di parlare di risate negli scimpanzé. Ma se fai il solletico agli scimpanzé, gli scimpanzé fanno davvero un suono simile a una risata, e hanno un’espressione simile al sorriso in volto. E non vedo perché non dovrei usare lo stesso termine per descrivere quello che fanno loro e quello che fa un bambino quando gli fai il solletico. La reazione è identica”. L’onere della prova, secondo de Waal, sta agli scettici. “Se qualcuno riuscirà a dimostrare che quella cosa lì non è una risata cambierò parola, ma finché non mi mostreranno le prove non vedo perché dovrei abbandonare la terminologia”.

Una vasta gamma di specie animali è in grado di prendersi cura del benessere di un altro individuo anche in assenza di una qualche ricompensa.

La situazione si fa più scivolosa quando si vanno ad analizzare animali decisamente diversi da noi come gli elefanti – che pure sono mammiferi – o gli uccelli e i pesci. “Il rischio di dare per scontato delle somiglianze comportamentali dove non ci sono in questi casi aumenta, è vero. Ma se due animali sono simili ritengo corretto assumere che il loro comportamento abbia le stesse radici, le stesse cause. Significa che l’evoluzione li ha modellati nella stessa maniera. Se due scimpanzé si baciano e si abbracciano dopo un litigio, possiamo permetterci di chiamare quei gesti bacio e riconciliazione, perché il processo che li scatena è molto simile a quello che facciamo noi quando ci baciamo e ci riconciliamo”.

Nei suoi libri de Waal prende spesso di mira la storica mancanza di volontà dell’ambiente accademico nel riconoscere le affinità tra esseri umani e animali. Una resistenza che continua anche ai giorni nostri, naturale conseguenza di quella gerarchia cognitiva che abbiamo costruito negli anni e nella quale ci siamo auto-assegnati il gradino più alto, quello dei più intelligenti di tutti. “Non siamo poi così speciali o unici”, sostiene invece de Waal, e le linee di confine tra noi e loro sono molto più sfumate di quanto spesso ci ostiniamo a credere. “È stato dimostrato che alcuni uccelli hanno un certo grado di consapevolezza del futuro, abbastanza da programmare alcuni loro comportamenti. Ci sono studi molto articolati sugli scimpanzé che mostrano come a volte siano capaci di conservare degli strumenti sapendo di doverli riutilizzare più avanti, in un luogo diverso: raccolgono magari qualche ramo, camminano per ore e poi lo usano in un posto particolare”. Non è unicamente umana neanche la trasmissione culturale: le megattere insegnano le proprie tecniche di caccia ai nuovi arrivati all’interno di una popolazione. Nei capodogli gruppi diversi utilizzano vocalizzazioni con sfumature diverse, un po’ come i nostri dialetti, e la diffusione di questi “dialetti” avviene con dinamiche simili a quelle umane.

Una vasta gamma di specie animali è poi in grado di prendersi cura del benessere di un altro individuo, anche in assenza di una qualche ricompensa. E quindi neanche la reciprocità o l’empatia, che ci appaiono caratteristiche così intimamente legate alla nostra specie, sembrano essere esclusive umane. “Le cose stanno cambiando ultimamente”, secondo de Waal,  “l’intelligenza animale è ormai vista come un continuo di quella umana, magari come qualcosa di diverso ma non come qualcosa di estraneo o di meno prezioso”. Alla luce di queste nuove consapevolezze, secondo de Waal, prima o poi dovremo cambiare qualcosa nel modo in cui ci relazioniamo alla natura. Probabilmente eliminare le incongruenze e risolvere completamente il nostro rapporto con il mondo animale sarà impossibile, ma “con l’empatia e la compassione umana abbiamo l’obbligo di cambiare il modo in cui trattiamo gli animali”.



Matteo De Giuli collabora con RAI Radio3, in voce e in redazione a Radio3 Scienza. Ha scritto per National Geographic, Wired e Rivista Studio. Fa parte del comitato di redazione del Tascabile.

http://www.iltascabile.com/scienze/le-intelligenze-animali/





grazie mi sono regalata un momento di lettura leggera, interessante e stimolante a riflessioni sulla "vecchia" antropologia (umanesimo...) e la nuova etologia applicata al regno animale e vegetale..... Si avevo scordato in genere la geologia.. ma preferisco parlare semplicisticamente di Pietre o Sassi, mi hanno accompagnato decenni fin ad arrivare (forse solo mio e paranoico) dialogo con esse...ma fonti di energia e sono i miei soprammobili....per la bellezza di forme e colori, rotondità e contorsioni...ciao, sei sempre un'occasione per mollare problematiche





Anche questo molto interessante Ivano Paolo, grazie :) .
Anch'io non sono d'accordo con una eccessiva idealizzazione degli animali e anche "antropomorfizzazione", ma di nuovo come De Wal penso che, poiché sono esseri senzienti e sofffrono (soprattutto quelli che hanno sviluppato un sistema limbico), abbiamo l'obbligo “con l’empatia e la compassione umana di cambiare il modo in cui li trattiamo”.




Comunque bisogna pure dire che il concetto dell' antropomorfizzazione ha bisogno di una nuova stratificazione culturale alla luce di quello che si sta scoprendo soprattutto su la socializzazione e sistema nervoso dei mammiferi.  Mi spiego spesso si parla di antropomorfizzazione come se fosse una specie di vizio umano a proiettare sull'animale sentimenti e comportamenti umani al punto da indurli ad avere determinati comportamenti e spesso si usa questa parola quasi per sottolineare uno snaturamento dell'animale stesso soprattutto se si tratta di PET casalinghi.

Ecco questo concetto sta essendo rovesciato dalle nuove scoperte e dagli nuovi indirizzi di ricerca della scienza ufficiale che sta pubblicando come il cervello e la socialità della maggior parte dei mammiferi sembra essere programmato ad essere antropomorfizzato nel senso dell'apprendere processi di apprendimento e questo è molto interessante.

Questo in qualche modo discolpa se vogliamo dire così il discorso dell' antropomorfizzazione.
Pare che si possa fare una metafora o un analogia anche neurofisiologica con la predisposizione che la natura crea nell'area di Broca e di Wernicke e per gli esseri umani alla nascita per l'apprendimento del linguaggio... ecco i mammiferi studiati con le nuove risonanze a un positrone e con le stratigrafie delle risonanze durante gli esperimenti hanno dimostrato che non si limitano ad imparare ma attivano processi di apprendimento esattamente come noi esseri umani.

Questo significa che è come se la natura li avessi presi pronti a questo rapporto millenario con gli esseri umani. Per cui sì certo è naturale che rimangano gestiti da comportamenti quasi esclusivamente istintuali finché non entrano in contatto con noi ma poi appena hanno relazioni ricche di scambi e che veicolano affetti con noi esseri umani cominciano a produrre apprendimento per se stessi ossia forme primitive di cultura.




Leggendo questa nota mi viene da dire solo una cosa!
Che con la solita presunzione umana pensiamo di misurare l'intelligenza degli animali prendendo come parametro il nostro punto di vista. Io credo che non si possa minimamente mettere in dubbio l'intelligenza degli animali e la loro capacità empatica! D'altronde non si è mai visto un animale che abbia costruito armi per uccidere i suoi simili. O sia stato così crudele da uccidere per sete di potere o per divertimento!!! Ma forse l'intelligenza umana si misura da questo!

"Ognuno è un genio.
Ma se giudichiamo un pesce dalla sua capacità di scalare un albero,
passerà la sua intera vita a sentirsi stupido."
Albert Einstein





Il mondo animale è bellissimo quanto il mondo umano. Entrambi complicati....affascinanti....e unici... Penso che per convivere tutti dovrebbero ricordare che cosa significa la parola RISPETTO..... Credo che il gorilla non fosse intenzionato a far male al bimbo, come sono certa che si potevano prendere altre decisioni. Come ad esempio un tranquillante. Ma queste sono semplici scelte. Giuste o sbagliate, sono scelte. Personalmente mi infastidiscono le persone che a tutti i costi umanizzano il proprio animale, ma odio molto di più chi fa male solo per il gusto di farlo. Mangio carne, quindi anche io sono un'assassina........ Forse.......o forse è solo una condizione del mio mondo nel quale son cresciuta. Nel mondo animale si caccia, il più forte vince ......ma non lo si fa per sport e per cattiveria.....semplicemente per fame. Sono convinta però che gli animali siano più umani degli umani stessi.

martedì 19 gennaio 2016

Entanglement. E’ il termine inglese usato in maniera standard dai fisici quantistici e tradotto alla lettera in italiano significa “intreccio”. Diciamo che il termine è abbastanza azzeccato perché denota uno stato prettamente fisico di legame indissolubile tra due particelle elementari – come ad esempio due elettroni o due fotoni – che hanno interagito almeno una volta. Il legame è di natura quantistica e significa che entrambe le particelle si comportano come un tutt’uno...


Entanglement.

E’ il termine inglese usato in maniera standard dai fisici quantistici e tradotto alla lettera in italiano significa “intreccio”. Diciamo che il termine è abbastanza azzeccato perché denota uno stato prettamente fisico di legame indissolubile tra due particelle elementari – come ad esempio due elettroni o due fotoni – che hanno interagito almeno una volta. Il legame è di natura quantistica e significa che entrambe le particelle si comportano come un tutt’uno...



Entanglement: Il più grande mistero della Fisica

Intervista di Scienza e Conoscenza a Massimo Teodorani, astrofisico.

Entanglement, che significa?
A cura di Elsa Nityama Masetti

Scienza e Conoscenza: Entanglement, una parola esotica o un termine tecnico? E’ uno di quei termini che sembra non trovare una traduzione “stabile” nel vocabolario italiano. Inoltre indica un fenomeno al primo approccio altrettanto sfuggente, inafferrabile. In poche parole fruibili a tutti, che cosa si intende per entanglement?

Massimo Teodorani: E’ il termine inglese usato in maniera standard dai fisici quantistici e tradotto alla lettera in italiano significa “intreccio”. Diciamo che il termine è abbastanza azzeccato perché denota uno stato prettamente fisico di legame indissolubile tra due particelle elementari – come ad esempio due elettroni o due fotoni – che hanno interagito almeno una volta. Il legame è di natura quantistica e significa che entrambe le particelle si comportano come un tutt’uno. La prova cruciale di questa specie di miracolo della natura la ebbe per la prima volta il fisico francese Alain Aspect con un epocale esperimento effettuato in laboratorio nel 1982. Si osservò che se si cambiava una proprietà (come ad esempio lo spin o la polarizzazione) della prima particella anche la stessa proprietà dell’altra cambiava istantaneamente. Questo cambiamento avviene semplicemente all’atto della misura, dove sulla scala quantistica, l’osservatore interagisce ineluttabilmente con l’osservato: l’atto della misura perturba la prima particella e istantaneamente influenza anche la particella gemella ...



Più che sfuggente, il fenomeno dell’entanglement è tanto inquietante quanto reale, soprattutto se si pensa che esso si realizza a qualunque distanza le particelle si trovino l’una dall’altra, sia essa anche di miliardi di chilometri. Questo fenomeno quantistico è ufficialmente confermato solo nel caso del mondo microscopico. In realtà, modelli teorici recenti molto sofisticati accoppiati ad uno studio attento del cervello, come ad esempio quello di “neurodinamica quantistica” proposto dal matematico Roger Penrose e dall’anestesiologo Stuart Hameroff, prevedono che i microtubuli che costituiscono l’ossatura dei neuroni cerebrali funzionino su tutta la massa cerebrale in uno stato di “entanglement orchestrato” tra loro, proprio quello che genera un atto di coscienza. Ma non sembra che ci si debba fermare a questo: secondo certi modelli di cosmologia quantistica, l’universo prima della sua nascita era in realtà un “multiverso”, costituito da un numero sconfinato di universi paralleli coesistenti che si trovavano in stato di entanglement tra loro. E non è finita. Fisici teorici come Brian Josephson, fisici sperimentali come Robert Jahn, e psicologi sperimentali come Dean Radin e Roger Nelson, ritengono che i cosiddetti “poteri telepatici” e i casi di “coscienza collettiva”, non solo siano eventi reali ma anche che essi rappresentino uno stato di entanglement tra le coscienze di due o più persone separate, le quali così riescono a comunicare in maniera istantanea in base ad un meccanismo fisico simile alla risonanza. In sintesi, l’entanglement è una proprietà teoricamente e sperimentalmente dimostrata delle particelle elementari, ma alcuni indizi piuttosto recenti fanno ritenere che esso si realizzi in una forma speciale anche nella scala biologica, nella scala psichica e nella scala cosmologica.

SeC: Dal mondo delle particelle a quello della coscienza quali sono le variazioni sul tema?
Per es. nel campo della fisica si predilige il significato d’intreccio, nel campo della coscienza – che include il quotidiano, le relazioni – si preferisce il significato di irretimento, nel senso di essere impigliati, magari con la vita e il destino di qualcun altro. Partendo dal comportamento dell’entanglement nelle particelle, si è secondo te davvero liberi di scegliere i propri legami?


MT: Direi proprio che, allo stato attuale delle conoscenze, le uniche variazioni sul tema dell’entanglement passando dalle particelle alla coscienza sono puramente differenze di dominio, non di significato o di sostanza: il significato fisico (che è l’unico che conta) è esattamente lo stesso per entrambi gli aspetti, e con ogni probabilità è in tutti i casi governato da proprietà quantistiche. Per quello che riguarda il modello biologico e psichico (entrambi interagenti e di pertinenza alla coscienza), si sta cercando tuttora una teoria matematica derivata dalla meccanica quantistica, ma più complessa.
Per quanto concerne il “libero arbitrio” nelle nostre azioni e interazioni personali, ciò vale per quello che riguarda la nostra coscienza, non la nostra “volontà” in termini razionali e convenzionali. E’ il nostro inconscio semplicemente a “ricordarsi” (e non a “decidere”) improvvisamente che esiste ad esempio un’anima gemella che vive da sempre in simbiosi con noi, e allora tutto accade in maniera sincronica, anche se a noi appare che questo avvenga per caso. Capire una cosa è meno importante di averne coscienza, eppure sono necessarie entrambe per farne una scienza. Il giorno che capiremo scientificamente le cose con coscienza allora saremo arrivati alla fisica ultima, che appunto comporta una interazione perfetta tra la coscienza e il dominio della materia-energia.



Per riassumere, vorrei dire che sembra che ci devono essere delle connessioni molto profonde tra la psiche e la materia e, quindi, tra la fisica e la psicologia del futuro, che non sono ancora state concettualmente espresse dalla scienza moderna. [...] Tali connessioni devono sicuramente esistere, perché altrimenti la mente umana non sarebbe in grado di scoprire i concetti che si adattano a tutta la natura .
lettera di Wolfgang Pauli a Ralph König, 10 Marzo 1946.


La Scienza è a un passo dalla scoperta di Dio

La principale differenza che esiste tra la materia vivente e la materia inerte è nell’opposta interazione che esse esplicano nei confronti dell’Energia (comportamento entalpico) e del grado di Ordine (comportamento entropico) quando la materia stessa si  aggrega e si struttura a formare tutto ciò che esiste.

La Fisica e la Chimica descrivono con grande accuratezza le strutture composte da materia inerte e sono in grado di prevedere e spiegare praticamente tutti i principali fenomeni che, in natura, riguardano  i sistemi composti da questo tipo di materia.

La materia inerte ha, nei confronti dell’energia, sempre un comportamento “dissipativo” e “passivo” ovvero essa tende a perdere energia restituendola all’ambiente circostante, in altre parole si può  grossolanamente affermare che la materia inerte tende sempre a “raffreddarsi” e, quindi, a raggiungere il <<minimo livello di energia possibile>>.

Allo stesso tempo, man mano che l’energia viene rilasciata nell’ambiente, la materia inerte tende a destrutturarsi e disorganizzarsi nel tempo perdendo quindi ordine, in altri termini la materia inerte tende sempre a raggiungere il <<massimo disordine possibile>>.

Questo comportamento è in linea con le previsioni che si traggono dai tutti i modelli fisico-matematici tradizionali e in particolare dalle leggi della termodinamica.

Ciò che, invece, i modelli matematici non riescono in alcun modo a prevedere è il comportamento paradossale dei sistemi viventi che, nei confronti dell’Energia e dell’Ordine, mostrano caratteristice diametralmente opposte.

Ogni sistema vivente, infatti, sottrae energia dall’ambiente e la utilizza per organizzare e riorganizzare la sua struttura, ovvero la converte in ordine.

E’ proprio in questo paradosso temodinamico che la Scienza mostra  il suo principale limite che consiste nella totale incapacità di spiegare e prevedere il fenomeno “Vita”.

Occorre, a questo punto, osservare che l’aumento del grado di ordine dei sistemi viventi appare come una sorta di “processo intelligente” nel senso che la Vita sembra mostrare l’esistenza di una sorta di “progetto”  che riguarda non solo l’evoluzione delle singole specie, ma anche l’evoluzione complessiva e relazionale tra i vari esseri viventi che popolano il pianeta.

In pratica negli esseri viventi la natura tende a realizzare un progetto di organizzazione e continua riorganizzazione e miglioramento della materia che presuppone la capacità di invertire il processo di degrado cui inesorabilmente la materia stessa sarebbe destinata secondo i modelli della fisica tradizionale.

Ciò appare ancor più  inspiegabile se si pensa al fatto che, dal punto di vista atomico, le catene di molecole che formano la materia vivente, e che contengono notoriamente sempre l’elemento Carbonio, sono formate da atomi che sono alla base anche della materia inerte.

Di fronte a questa carenza e impotenza della biochimica nel motivare, individuare e modellare scientificamente il processo “intelligente” che organizza la materia vivente, e che si cela dietro il fenomeno Vita, lo Scientismo più che la Scienza vera e proria, ha mantenuto un atteggiamento “fideistico” e del tutto antiscientifico.

In tal senso lo Scientismo ha unilateralmente deciso, senza averlo né dimostrato né dichiarato mai apertamente, che la natura non esplica alcun comportamento “intelligente”.

Questo  postulato irrazionale viene, paradossalmente, posto alla base di qualunque affermazione o ricerca ambisca a essere definita “scientifica” e porta a scartare tutto  ciò che, anche lontanamente, può suggerire l’esistenza di un qualche substrato “intelligente” nel comportamento complessivo della Natura.

Verrebbe da chiedersi, dunque, come può una “macchina” come quella Naturale, produrre qualcosa di complesso e articolato come il nostro cervello e le capacità intellettive dell’Uomo basandosi unicamente su processi meccanici non “intelligenti”, ma tralasciamo questo dubbio amletico e andiamo oltre.

Di fronte a questa incapacità di comprendere i meccanismi organizzativi della natura e dell’Universo, la Scienza ha ideato una vera e propria Fisica del paradosso, il cui scopo non dichiarato è ammettere scientificamente il paradosso stesso come regola pur di escludere  l’esistenza dell’intelligenza che genera quello stesso paradosso: la Fisica Quantistica.

In effetti, a ben guardare, l’unico motivo per cui esiste questa disciplina è la volontà di non indagare quello che Prigogine chiamava il “Mondo di Retroscena”.

Lo stesso Einstein era stato costretto a riconoscere indirettamente l’esistenza di una “matrice” invisibile che aveva esorcizzato e trasferito nell’idea delle “variabili nascoste”.

Allo stesso modo quelle variabili, quella “matrice” e la visione unificante dell’evoluzione del Cosmo pur senza mai, neppure lontanamente, presupporre l’esistenza di una <<intelligenza>>, hanno preso storicamente molteplici diverse altre forme come quella a fondamento della teoria olografica dell’Universo formulata dal fisico David Bohm.

In sintesi, la Scienza è riuscita a individuare il confine fisico e microscopico entro il quale avvengono questi fenomeni “inspiegabili” e, non volendo ammettere che vi è una causa nascosta per essi all’interno di quei confini, ha finito per dare vita a una nuova scienza basata sulla probabilità che questi fenomeni paradossali si manifestino in natura a livello microscopico e dentro precisi e misurabili limiti.
Volendo mostrare lo stesso concetto con un esempio possiamo pensare che, non volendo verificare se un dado è o meno truccato, ci limitiamo ad affermare che, con assoluta certezza, i numeri che possono uscire lanciandolo vanno da 1 a 6. In questo modo, il giocatore e l’eventuale trucco o destrezza con cui  egli lo lancia non hanno alcuna influenza.

Fin qui non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che questa affermazione “statistica” viene usata per presupporre che non esistono né il giocatore né tanto meno la partita e che, quindi, l’unica cosa certa è che di tanto in tanto c’è la probabilità che un dado si muova, non si sa perché, in momenti e tempi non prevedibili.

Questa “furbata”, che è frutto di un postulato mai ufficialmente riconosciuto (appunto quello secondo cui l’intelligenza in natura non esiste) fa evidentemente acqua da tutte le parti.

Infatti l’avere individuato il “confine fisico” al di sotto del quale questi paradossi si verificano, non ha risolto il problema del perché, nonostante il fatto che il confine di validità della quantistica è sub-microscopico, la vita si presenta in sistemi microscopici e  macroscopici, dagli esseri unicellulari fino agli animali e all’Uomo.

In pratica è come se, in modo coordinato e fuori da ogni previsione quantistica, la Vita fosse un macroscopico e coordinato fenomeno quantistico che però resta impossibile per le stesse regole della quantistica.

Non ha neppure senso appellarsi, come si fa da più parti in modo più o meno consapevole, al fenomeno di correlazione a distanza tra le particelle subatomiche  noto come  Entanglement, per spiegare la Vita.

Anche questo fenomeno infatti  raro, esiste solo a livello submicroscopico e quantistico, di conseguenza non può essere invocato per spiegare il coordinamento su vasta scala tra molecole, che è necessario per giustificare la Vita.

Il paradosso nel paradosso, diviene ancor più evidente quando si osserva che l’intero nostro pianeta appare un unicum nell’Universo, non solo perché ha sviluppato la Vita, ma perché esso stesso si comporta come un enorme organismo in via di continua evoluzione, come mostrano chiaramente le fasi geologiche di crescita e modifica evolutiva della struttura della Terra che sembra quasi avere migliorato se stessa per accogliere al meglio la Vita.

Numerosi sono stati gli eretici di questa nuova forma di religione scientifica che io chiamo Scientismo; tra essi va, ad esempio, ricordato  il matematico italiano Luigi Fantappiè.

Egli provò a far accettare il paradosso dell’intelligenza della natura, mostrando come dalle equazioni di Einstein, veniva fuori in maniera palese qualcosa che poteva essere spiegato solo ammettendo che esistono fenomeni nei quali vi è una inversione del principio di causa-effetto: ovvero fenomeni nei quali gli effetti registrati oggi hanno una causa che non è ancora apparsa e  che potremo osservare solo in futuro.

Questa, pur intigante teoria ci pare, in fondo,  un modo elegante per presupporre una intelligenza in natura pur senza menzionarla.

Il pensiero frutto dell’intelligenza è, infatti, quel meccanismo  in grado di prefissarsi un fine e di ideare un progetto  per conseguirlo, in questo senso l’intelligenza disegna in una sorta di mondo virtuale, quello del pensiero, un futuro che non esiste ancora e che diviene la causa stessa delle nostre azioni.

Per dirla in altre parole osservando dall’esterno le azioni di un uomo non possiamo sapere cosa stà pensando, ma possiamo solo registrare le sue azioni.

Quelle azioni possono essere viste come l’effetto di una causa che non è l’obiettivo che l’uomo si è posto, ma il suo avere riflettuto ed elaborato un piano per raggiungerlo e avere, poi, compiuto le azioni necessarie per realizzarlo.

Sarebbe come ritenere che i nostri obiettivi si realizzano autonomamente nel modo giusto e funzionale, solo pensando di averli già raggiunti (seppure c’è chi pensa che ciò sia possibile senza alcuno sforzo)!

Ancora una volta il paradosso nasce nel non volere ammettere che alcune cose in natura, sono legate ad un processo “intelligente” e che quelle stesse cose sono, tutte insieme, associate al processo della Vita.

Ecco perché qualunque ricercatore abbia operato e studiato, anche se in modo massimamente rigoroso, i fenomeni paradossali dell’auto-organizzazione in  natura, è stato dapprima guardato con sospetto e poi messo ai margini senza mai lanciare una vera e propria scomunica.

Si pensi, ad esempio, al caso dei fenomeni auto-organizzativi e dinamici nell’acqua e agli studi di Giuliano Preparata e di Emilio Del Giudice  insieme a tutti gli studi sulla cosiddetta “Memoria dell’Acqua”.

Anche in questa scelta del termine si ci è guardati bene dall’inserire la parola “intelligenza”.

Eppure esistono branche della Scienza che non solo hanno studiato i fenomeni auto-organizzativi ed evolutivi prodotti dall’intelligenza, ma hanno, con successo, costruito e sperimentato modelli intelligenti: si pensi, ad esempio, alle reti neurali di John Hopfield.

reti neurali di John Hopfield
reti neurali di John Hopfield

Questi modelli matematici  emulano il funzionamento dei neuroni del cervello e consentono di realizzare sistemi in grado di apprendere attraverso l’esperienza e migliorare la qualità della loro conoscenza e rappresentazione interna del mondo.

Ma lo Scientismo e i moderni tribunali dell’inquisizione scientifica dei valutatori cui è affidato il giudizio sugli articoli sottoposti a pubblicazione (il cosiddetto peer-review), non ha bloccato e non potrà mai bloccare del tutto la Scienza.

Giorno per giorno, e a ritmo sempre più rapido, si aprono falle enormi nel postulato della non esistenza dei fenomeni “intelligenti” a fondamento della Natura e si rende sempre più evidente la necessità di un “cambio di paradigma”.

Siamo, a mio avviso, giunti al punto di “non ritorno” grazie all’elaborazione delle teorie che vanno, prudenzialmente, sotto il nome di Teorie della Complessità.

Tra queste teorie la più interessante è, nuovamente frutto di un’intelligenza tutta italiana, quella del fisico Giorgio Parisi: la teoria dei Vetri di Spin.

Con questo nome esotico viene indicato un particolare modello matematico che si occupa della descrizione di sistemi naturali che si comportano come una sorta di materiale vetroso.

In questi particolari sistemi fisici, la materia tende progressivamente ad accumulare informazione e a trasformarla in forme di auto-organizzazione delle strutture interne.

É’ un fenomeno intelligente, direte? 
Certo, purtroppo non sperate di trovare questo termine nei lavori di Parisi.

Il modello a Vetri di Spin, che nasce proprio per descrivere il comportamento dei cosiddetti “sistemi complessi” in natura, è la estensione di un altro modello matematico, quello di Ising, a sua volta estensione del già menzionato Modello di Hopfield e, dunque, per la proprietà transitiva, è un modello che descrive i processi “Intelligenti” anche se non li si chiama mai con questo termine.

Siamo, a questo punto, giunti alle soglie del secondo grande postulato e paradosso da  sempre legato all’idea illogica e scientista che in Natura non esiste un’intelligenza nascosta: 
la non esistenza dell’Etere.

Mi direte: e adesso cosa c’entra l’Etere?

Ebbene l’Etere è tutto ciò che resta quando abbiamo tolto tutto ciò che esiste, ovvero l’Etere è quella “sostanza” che riempie il Vuoto.

 Ora, se ipotizziamo che esiste qualcosa di intelligente nell’Universo è naturale dedurre che questa “sostanza” deve riempirlo tutto sin dall’origine quando non esisteva ancora nulla e, quindi, questa sostanza non può che essere il Vuoto stesso ed il ”tessuto” che lo compone.

Ebbene, secondo la scienza ufficiale, l’Etere non esiste.

Quest’altra grande ed antiscientifica decisione unilaterale si deve al più blasonato genio del ventesimo secolo: Albert Enistein e al famoso esperimento di Michelson e Morley.

Purtroppo la non esistenza dell’Etere, seppure è un dogma  sostenuto con più assoluta intransigenza dallo scientismo, è anche una di quelle verità di fede che non hanno mai smesso di risultare indigeste ai fisici più “sagaci”.

Molti di essi,  rischiando l’accusa di eresia e il rogo mediatico, non solo hanno notato che Einstein fece uscire l’etere dalla porta per farlo rientrare dalla finestra con il nome di “spazio-tempo”, ma hanno avuto la sfrontatezza di riprendere gli studi e osservare che l’esperimento di Michelson-Morley, che ne sancì definitivamente la morte, non era poi così “preciso” e inappellabile come si è sempre sostenuto.

Ma perché è così importante che l’Etere non esista?

Ovviamente perché senza l’etere viene a mancare quel substrato comune a tutto ciò che esiste nel quale potrebbe risiedere proprio quell’intelligenza nei processi naturali che è alla base della Vita e che lo Scientismo intende negare con fermezza.

Ancora una volta, e molto di recente, due italiani, i fisici Stefano  Liberati e Luca Maccione, hanno rotto le uova nel paniere dimostrando, dati alla mano, che quello che Einstein chiamava spazio-tempo potrebbe essere un fluido particolare, seppure a viscosità quasi nulla: un “superfluido”.

Qualunque sia la viscosità di questo fluido, seppure piccolissima, la sua esistenza ci dice che anche il Vuoto, non è vuoto ma è pieno di “qualcosa”.

Facciamo, ora, una digressione che ci avvicina alla conclusione della nostra analisi.

Uno dei risutati più interessanti degli studi di Parisi è che le strutture e i fluidi hanno un comportamentlo magnetico, o più precisamente polare, in pratica le strutture fluide che sono fatte di molecole che si comportano come microscopici magneti, possono essere descritte con modello a Vetri di Spin e, di conseguenza, sono “Intelligenti”.

Ci  viene subito in mente l’acqua.

L’acqua è, notoriamente, fatta di molecole composte da due atomi di idrogeno ed una di ossigeno, che formano dei minuscoli triangoli (con un angolo di 105 gradi circa) e che si comportano come piccolissimi magneti. E’ proprio questo magnetismo che da un lato “tiene insieme” l’acqua ma dall’altro la qualifica come un fluido polare.

La  natura polare dell’acqua come fluido, consente di applicare ad essa il modello a  Vetri di Spin e, automaticamente, affermare che l’acqua è una “struttura intelligente” in grado non solo di immagazzinare informazione (memoria dell’acqua) ma anche di elaborarla!

Ecco, in maniera incontrovertibile e logica, spiegata la natura intelligente dei cluster dell’acqua scoperti da Emilio del Giudice e Giuliano Preparata andando ben al di là del presupposto fenomeno quantistico che dovrebbe garantire il meccanismo di memoria.

E allora cosa manca all’individuazione della “intelligenza” che sottende alla Vita e che esiste ovunque nell’Universo?

Mancano da un lato, ulteriori conferme alla scoperta di Liberati e Maccione, ovvero che l’Etere esiste e si comporta come un fluido a bassissima viscosità,  dall’altro occorre dimostrare che esso è è un fluido “polare”, ovvero che nella parte più intima e ultra-microscopica della sua struttura, l’Etere, o se preferite il Vuoto, è tenuto insieme da forze “magnetiche” simili a quelle presenti nelle molecole d’acqua.

Ebbene l’elettrodinamica quantistica prevede l’esistenza di una “polarizzazione” del vuoto associata alla creazione temporanea di coppie particella-antiparticella, fenomeno che è stato osservato anche sperimentalmente già nel 1947 e in varie sperimentazioni successive fino all’ultima effettuata con l’acceleratore TRISTAN in Giappone nel 1997. Purtroppo il fenomeno, in quanto temporaneo, non possiede l’attesa caratteristica strutturale che confermerebbe la natura “Intelligente” del vuoto.

Esistono, però, numerosi altri studi teorici che propongono una distribuzione assai più vasta ed importante del fenomeno di polarizzazione del vuoto come, ad esempio, il modello fluidodinamico polare proposto nel 2011 dal fisico Slavkov Hajdukovic che affianca all’esistenza di un vuoto contenente coppie particella-antiparticella, la contemporanea creazione di dipoli gravitazionali in grado di spiegare la materia oscura. In questo senso, ricordando che la materia oscura occupa il 90% della materia che compone l’Universo, avremmo qualcosa di molto più vicino alla nostra ipotesi, ovvero che la natura intima dell’Universo è polare ed intelligente.

La fisica di dio.
In questa direzione ci piace ricordare, oltre la teoria da noi proposta nel testo “La Fisica di Dio” per UNO Editori,  il modello teorico completo avanzato nel 2014 dal fisico Carlo A. Trugenberger, che propone un universo quadridimensionale basato su un tessuto di interconnessione nel vuoto di tipo neurale.

Dulcis in fundo, vogliamo segnalare che nel 2000 i fisici Perus e Key dimostrarono che l’Equazione di Shroedinger che è alla base della quantistica, scritta adoperando il formalismo del cosiddetto Propagatore di Feyman, prende una forma matematica identica a quella delle reti neurali di Hopfield, detto grossolanamente anche nella più importante delle equazioni della propagazione quantistica c’è il segno inequivocabile di un meccanismo intelligente.

In conclusione comunque la pensino gli scientisti e gli atei, siamo davvero a un passo dalla dimostrazione dell’esistenza di Dio e dalla scoperta delle equazioni che governano l’intelligenza dell’Universo e che sono alla base della Vita: il modello a reti neurali di John Hopfield, o se preferite il modello a Vetri di Spin di Giorgio Parisi.

Dal Vuoto come fluido neurale, all’Anima e alla sua permanenza dopo la morte, fino alla reincarnazione passando attraverso i fenomeni che in modo dispregiativo si insiste a chiamare paranormali il passo è davvero breve, ma questa è materia che ci porterebbe fuori dai limiti di questo lavoro.

Sabato Scala
sabato
Sabato Scala è Ingegnere elettronico e ricercatore indipendente ha elaborato e sperimentato nuove teorie e modelli matematici nei campi della Fisica dell’Elettromagnetismo, delle Teorie dell’Unificazione, dei modelli di simulazione neurale. In quest’ultimo ambito ha condotto ricerche e proposto una personale teoria dei processi cognitivi e immaginativi suggerendo, sulla base della teoria di Fisico tedesco Burkhard Heim e del paradigma olografico, la possibilità di adozione del suo nuovo modello neurale per la rappresentazione di qualunque processo fisico classico o quantistico. Negli ultimi anni, ha approfondito il fenomeno della coscienza (individuale e collettiva) e il relativo legame con la meccanica quantistica riprendendo il lavoro pionieristico di Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli sulla base dei nuovi modelli da lui proposti, giungendo alla elaborazione di una vera e propria scienza del simbolo e degli archetipi collettivi. Ha, altresì, compiuto ricerche innovative nell’ambito storico-umanistico, interessandosi ai movimenti iniziatici del cristianesimo primitivo. Ha all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche e a carattere divulgativo e svolge un’intensa attività di conferenziere in Italia e all’estero. Autore del libro “La Fisica di Dio“ e del “Manuale Scientifico per l’Interpretazione dei Sogni e dei Simboli” per Infinito Editori di Torino.


La scienza è a un passo dalla scoperta di Dio 2

http://www.altrogiornale.org/la-scienza-e-a-un-passo-dalla-scoperta-di-dio/





giovedì 10 settembre 2015

Daniela Lucangeli. L’intelligenza numerica non è un dono divino destinato solo agli eletti, ma una capacità del nostro cervello che può essere potenziata e migliorata. Un pò come si va in palestra per mantenere in forma e in allenamento il nostro corpo, esistono tecniche per tenere in esercizio il nostro cervello. Tutti abbiamo infatti delle abilità numeriche innate... che vanno esercitate, fin da piccoli


"L’intelligenza numerica non è un dono divino destinato solo agli eletti, ma una capacità del nostro cervello che può essere potenziata e migliorata. Un pò come si va in palestra per mantenere in forma e in allenamento il nostro corpo, esistono tecniche per tenere in esercizio il nostro cervello. Tutti abbiamo infatti delle abilità numeriche innate... che vanno esercitate, fin da piccoli". 
Parola di Daniela Lucangeli, attesissima relatrice al Convegno ‪qualitàintegrazione‬ il 13,14 e 15 novembre a Rimini.

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