venerdì 4 novembre 2016

Emil Cioran. Emil e Friedgard. L’indispensabile maledizione di un amore senile, la punizione della carne. La giovane insegnante di Filosofia che conquistò il cinico Cioran, tempestò la sua recita della saggezza e lo fece dormire piuttosto bene. “Pour rien au monde”

Emil e Friedgard. L’indispensabile maledizione di un amore senile, la punizione della carne. 
La giovane insegnante di Filosofia che conquistò il cinico Cioran, tempestò la sua recita della saggezza e lo fece dormire piuttosto bene. “Pour rien au monde”
di Annalena Benini | 11 Aprile 2015 ore 06:15

Friedgard gli aveva detto, nella sostanza, e con gentili artifici: tu sei vecchio e io sono giovane.
Quando Cioran incontrò a Parigi Friedgard Thoma, nella primavera del 1981, lei indossava un abito nero “non troppo corto” e aveva deciso di piacergli. Gli aveva scritto una lettera in tedesco, pochi mesi prima, da lettrice entusiasta e diffidente: gli disse che, a differenza del resto del mondo, non lo trovava affatto distruttivo. Lui le rispose in fretta e lei ne fu felice, lusingata, eccitata, e allegò alla nuova lettera una sua foto (“al mio solito modo, frivolo ma piuttosto vanitoso”) per mostrargli chi era: una giovane donna attraente, non soltanto una insegnante di Filosofia e Letteratura folgorata dalla lettura de “L’inconveniente di essere nato”. Lui aveva settantadue anni, lei trentasei, lei voleva incontrare “una delle più grandi menti di Parigi” e forse aveva anche progettato di farlo innamorare, di portare scompiglio dentro quello scetticismo, di giocare con la seduzione non solo intellettuale verso l’uomo che aveva per tutta la vita riso dell’amore e dell’insensatezza della vita. Parlavano di suicidio, di solitudine, di ozio disperato, e intanto ridevano, bevevano vino, lui la prendeva sottobraccio, passeggiavano per Parigi di notte, cucinavano insieme. Fu una tale tempesta che Cioran arrivò a scriverle, quella stessa estate: “Lei è diventata il centro della mia vita, la dea di uno che non crede in nulla, la più grande felicità e sventura che mi sia capitata. (…) Dopo che per lunghi anni ho parlato con sarcasmo di tali… cose come l’amore (e simili) dovrei essere punito in qualche modo, e lo sono, ma non importa. Il fallimento è il punto capitale del mio programma”. Friedgard ce l’aveva fatta: con la vitalità della giovinezza, con le gambe lunghe e i vestiti leggeri era entrata nella vita di un uomo che considerava un dio, ne aveva ottenuto la capitolazione amorosa, possedeva perfino le prove scritte di quel corteggiamento disperato che aveva deciso di rifiutare. Diventando “l’indispensabile maledizione” di Cioran, era infine diventata qualcuno. Friedgard Thoma ha raccontato questa storia d’amore (senza amore fisico, i baci solo sulle mani) in un libro intitolato “Per nulla al mondo, un amore di Cioran” (pubblicato in Italia da L’orecchio di Van Gogh qualche anno fa), in cui ha raccolto le lettere, ha infilato fiera le foto di loro due ai giardini del Luxembourg, il tavolo di Cioran nella mansarda a Parigi, i bigliettini che lui le mandava, e una foto triste di lui che le prende la mano, negli ultimi anni. Lui si aggrappa a lei come ci si aggrappa alla vita che sfugge, lei gli sorride.

ARTICOLI CORRELATI  Cioran, il tramonto  “Macbeth porta sfiga”, e altri 29 falsi luoghi comuni su Shakespeare La prima lettera che Cioran scrisse dopo quel primo incontro a Parigi, la domenica di Pasqua, era già esplicita: “Ho compreso in maniera chiara di sentirmi legato sensualmente a Lei solo dopo averle confessato al telefono che avrei voluto sprofondare per sempre la mia testa sotto la sua gonna. Come possono essere letali certe cose” e anche “In genere non provo alcuna attrazione sessuale per le donne per cui provo un’affinità intellettuale. Parlerei volentieri del Lenz con lei a letto”. Lei civettava, gli scriveva che sentiva la sua mancanza, gli proponeva di incontrarsi a Colonia, dove viveva e lavorava, lo supplicava di non telefonarle troppo raramente (“il telefono è l’unico modo per attenuare la ‘catastrofe naturale’ in cui sono coinvolta insieme a lei”). Parlavano della solitudine di lui (che pure viveva con sua moglie, Simone Boué), dell’abitudine a bere tisane la sera, dell’affitto troppo caro, di Ionesco e di quella “perversa attrazione” che Cioran provava per il corpo di lei, della gelosia che gli causava saperla a letto con un altro uomo, quando le telefonava la mattina presto. Lei voleva tutto: le parole, l’amore, la devozione, la presenza, l’ironia, i libri, gli aforismi e le passeggiate, voleva essere la donna che lui amava intensamente, ma non voleva che le si avvicinasse troppo. Nel mese di maggio Cioran andò “improvvisamente”, scrive Friedgard, a Colonia da lei. Ma non era un viaggio improvvisato, era la risposta a una lunga serie di inviti, di richieste e anche di dichiarazioni d’amore senz’altro sincero (“La prego di considerarmi la persona che l’ama, qualunque cosa s’intenda; quella che ha bisogno di più tempo (ci siamo visti solo un pomeriggio e due sere), più lenta e ponderata quando si tratta di infrangere certe soglie”). Andò a prenderlo alla stazione vestita di rosso e di nero, dopo avere ascoltato il quintetto d’archi in Do maggiore di Schubert, e lo ospitò nel suo appartamento. Notò che, nonostante predicasse da sempre l’insonnia (“L’unica forma di eroismo compatibile con il letto”), Cioran dormì piuttosto bene. Lui cercò di starle il più vicino possibile, pianse sulla riva del lago, e infine le scrisse, dal treno che lo riportava a Parigi: “Ho recitato troppo a lungo la commedia della saggezza”.


Era una disfatta, il tumulto del cuore, perfino un’autoridicolizzazione a cui Friedgard rispondeva compassionevole e adorante ma insieme sprezzante: “Dunque, caro: Lei mi ha trascinato nell’immediatezza inequivocabile di una relazione fisica, mentre io cercavo l’erotica ambiguità della relazione ‘intellettuale’”. Cioran non era più scettico, leggero, distaccato, non era più Cioran: era ossessionato da una donna che non voleva lasciarsi toccare da lui. “Sento che tra noi qualcosa si è rotto. Resteremo certamente amici, ma l’ambiguità, il torbido, spariranno irrimediabilmente. Poiché il nostro secondo incontro ha sortito un esito simile, non posso più farmi illusioni su quelli futuri”. Friedgard gli aveva detto, nella sostanza, e con gentili artifici: tu sei vecchio e io sono giovane. Non posso amarti come tu mi ami. E lui aveva perduto il distacco, lo scetticismo, la sua disperazione adesso era diversa, era la disperazione per un rifiuto. “La fortuna di esser cinico mi ha abbandonato, da che l’ho conosciuta”. Durante il loro terzo incontro, a Parigi, sospeso tra ossessione e leggerezza, le scrisse su un tovagliolo la frase di Colette, “Pour rien au monde”, per niente al mondo avrebbe rinunciato a lei. E così è stato fino alla fine, tra gelosia, nostalgia, slanci e altre lacrime, e con lei che gli scriveva: “Oh, se non ci fossero le cosce, ma solo le mani”.




Caricato in data 11/gen/2010
Friedgard Thoma, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran. "Lei è diventata il centro della mia vita, la dea di uno che non crede in nulla, la più grande felicità e sventura che mi sia capitata." (dalla lettera del 17 Luglio 1981). Finalmente esce anche in Italia (l'Orecchio di Van Gogh Edizioni) il controverso e censurato libro che narra la storia d'amore tra l'Autrice e il pensatore rumeno, su cui hanno già scritto Der Spiegel, Frankfurter Allgemeine, Neues Deutchland e, in Italia, Franco Volpi su La Repubblica.

http://youtu.be/VHvCYsUfrY4

FOTO: Emil Cioran e Friedgard Thoma, Parigi, 1985

            Primi mesi del 1981, Friedgard Thoma, allora giovane insegnante tedesca di filosofia e letteratura, folgorata dalla lettura dei Sillogismi dell’amarezza e, soprattutto da L’inconveniente d’essere nati, scrive una lettera d’ammirazione al settuagenario autore di quei taglienti aforismi, che al pari d’un tonico rigenerante hanno rinvigorito il suo animo. Cioran le risponde a stretto giro di posta, invitandola, se mai dovesse passare dalle sue parti, a fargli visita a Parigi. Segue un convulso intreccio epistolare, che culminerà in un romantico incontro parigino, tra boulevards, musei, ristoranti ed Hotel a buon mercato. Nel vecchio filosofo si risveglia una vorace sensualità, evidentemente mai del tutto sopita, un’attrazione carnale verso una donna, che rappresenta per lui un inebriante quanto fatale miscuglio di fascino ed intelligenza. In una parola è amore, senile, ma non per questo meno bruciante e coinvolgente. Costellato da tutti i sintomi del morbo sacro proustiano – telefonate ossessive, versi di poesie, scenate di gelosia – il rapporto s’incanalerà negli anni lungo i binari d’una tenera ed affettuosa amicizia, grazie soprattutto alla saggezza tutta femminile di Friedgard, che coinvolgerà anche la compagna di Cioran, Simone Boué. La narrazione del crepuscolo di vita di Cioran, una delle menti più lucide del secolo, lo seguirà fin nella sua tomba, che tra l’altro visiterà in maniera surreale, ante mortem, accompagnato dalla stessa autrice.

  L’Autrice: Friedgard Thoma nasce a Colonia dove frequenta la scuola e l’Università, fino a conseguire ’abilitazione all’insegnamento in filosofia e in letteratura tedesca. Nel teatro ginnasiale di Colonia, cura la messinscena di molti classici della drammaturgia tedesca. Da tempo i suoi interessi sono rivolti in particolare agli autori Heinrich von Kleist e Franz Kafka, sui quali ha pubblicato degli articoli di critica letteraria (www.friedgard-thoma.de). Dal 1981 inizia a scrivere su E.M. Cioran, con cui stabilisce subito un contatto personale, diventato col tempo un legame d’amicizia.
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           Dopo l'edizione tedesca e quella rumena, esce ora anche in Italia, Per nulla al mondo. Un amore di Cioran, di Friedgard Thoma (edizioni l'Orecchio di Van Gogh, a cura di Massimo Carloni, 14 euro). Molti anni fa, senza sapere chi fosse, conobbi l'autrice di questo libro. Era l'8 aprile 1988. Cioran compiva 77 anni. Per non smentire il cliché, da buon italiano mi presentai a casa sua, nella famosa mansarda al sesto piano di Rue de l'Odéon 21, nel cuore del quartiere latino a Parigi, con pasta, pomodoro, parmigiano e una bottiglia di Recioto. Eravamo infatti d'accordo così: avremmo cucinato noi. Cioran e Simone, la sua compagna di una vita, ci accolsero calorosamente, non ci fu alcun bisogno di rompere il ghiaccio: era già intercorsa fra noi una fitta corrispondenza. In un batter d'occhio eravamo nella minuscola cucina a preparare la cena. In realtà, quella sera, inaspettatamente, non eravamo solo in quattro, ma c'era una quinta persona, una giovane signora tedesca, che Simone ci presentò come una carissima amica di Cioran. Si stabilì quasi subito che la lingua della serata sarebbe stata il tedesco. Dopo la cena e il Recioto che Cioran apprezzò moltissimo, toccava il mio momento, il motivo per cui ero lì. Avrei mostrato a Cioran, proiettandole sulla parete, le immagini dei luoghi della sua infanzia in Transilvania, che egli non vedeva da più di cinquant'anni. Ero uno studente in Filosofia che si apprestava a discutere una tesi di laurea sul suo pensiero e per meglio documentarmi avevo deciso di fare un viaggio, l'estate precedente, nel suo paese d'origine, la Romania. Là, a Sibiu, mi ero intrattenuto a lungo con suo fratello Aurel, visitando con lui la casa natale e ogni luogo a loro caro. A ogni diapositiva Cioran esplodeva in fragorosi versi di stupore. Esaurite le immagini da proiettare ci intrattenemmo ancora un po' scattando qualche fotografia. Poi Cioran e la sua giovane amica ci accompagnarono giù dai sei piani di scale. In strada ci salutammo e Cioran rimase a passeggiare con lei. Lei era Friedgard Thoma, amante-amica di Cioran, ma allora e per molti anni non ho saputo chi fosse. Solo nel 2002, un'amica romena mi disse che in Germania era uscito il libro di un'amante di Cioran. Immediatamente collegai i miei ricordi all'informazione e ben presto fu una certezza: Friedgard Thoma, autrice del libro Um nichts in der Welt. Eine Liebe von Cioran, era proprio l'amica di Cioran conosciuta quella sera d'aprile del 1988. Attraverso l'editore tedesco riuscii a entrare in contatto con lei, che si ricordava benissimo quella serata. Scoprire che Cioran ebbe questa passione senile, non mi stupì, fu anzi la conferma che egli era la persona esuberante, che anch'io avevo conosciuto, diverso quindi da come i suoi cupi aforismi lasciano immaginareL'espunzione dell'amore dall'intera sua opera mi era sempre sembrata una cosa strana. Mi si perdoni questo paragone che non c'entra nulla, ma è la stessa cosa che provo nei confronti dell'assenza dell'amore fra uomo e donna nel Nuovo Testamento: nel Vangelo, il libro d'amore per eccellenza, mancano spunti sulla principale forma dell'amore umano. Non ho mai capito perché, ma la colpa in questo caso è senz'altro mia. Il libro della Thoma invece ci racconta che Cioran, diversamente da come appare nella sua opera, era come tutti, s'innamorava, anche a 70 anni. È una raccolta di lettere commentate con gli occhi di lei; è la descrizione della rassegnata trasformazione dell'eros in un'amicizia, diversamente interessata, da parte dei due protagonisti; è la cronaca della sapiente e discreta regia di quella meravigliosa donna che era Simone, la compagna di sempre di Cioran, che riuscì a incanalare questa relazione su un buon binario a tensione controllata. Questo libro, come è giusto che sia, non aggiunge né toglie nulla all'opera di Cioran, soltanto ce lo rende più autentico. Ci provoca un effetto simile a quello dei suoi meravigliosi Cahiers (Quaderni 1957-1972 editi da Adelphi) un'opera di 1100 pagine, non destinata alla pubblicazione, ma edita postuma grazie alla volontà e alla cura di Simone, dove assieme al pensatore spicca l'uomo nella sua quotidianità, illuminata d'ironia.


Si può affermare quindi che, solo grazie alle sue donne, abbiamo questi due libri, dove egli si manifesta senza censure. Si tratta forse di filosofia spiata dal buco della serratura? Se lo chiese Franco Volpi, quando nel 2002 recensì per Repubblica il libro della Thoma, che usciva allora in Germania. La risposta che si diede rimane un punto fermo: «Qui Cioran», scrisse Volpi, «sotto la spinta della passione, esce allo scoperto. Mette in gioco tutto sé stesso per avere partita vinta. Svela angoli remoti della sua psiche, risvolti sorprendenti del suo carattere... Attirato dalla sfida dell'eterno femminino, lascia che siano lumeggiati a giorno i fondali segreti del suo pensiero: un pensiero nudo di fronte allo sguardo femminile che lo penetra...». Fa piacere, infatti, che l'autrice dedichi l'edizione italiana del suo libro, alla memoria di Volpi, un filosofo, un'intelligenza che ci è stata strappata lo scorso anno, da un balordo destino che lo ha ucciso, in una bella giornata di sole, in bicicletta sui colli vicentini.
Renzo Rubinelli

http://www.culturaromena.it/Home/tabid/36/articleType/ArticleView/articleId/366/language/ro-RO/Default.aspx

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