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lunedì 3 agosto 2015

Noumeno.

IL NOUMENO KANTIANO: DA PLATONE A SCHOPENHAUER

Con il termine “noumeno” si vuole indicare qualcosa che viene pensata, una specie intellegibile, un’idea. Il termine deriva dal greco “νοούμενoν “, [noumènon], participio presente di forma passiva del verbo “noein”, ( percepire con la mente, pensare) ed indica quindi ciò che è frutto della nostra elaborazione intellettiva, qualcosa che viene pensata.
Il primo ad utilizzare questo vocabolo è Platone; egli vuole indicare una specie intellegibile. Il noumeno, infatti, indica tutto ciò che non può essere soggetto a percezione nella sfera del tangibile, ma a cui si può arrivare solamente in seguito a ragionamento. Questo concetto è alla base della “metafisica” di Platone, la parte di filosofia che si occupa degli aspetti costituenti un fondamento per la realtà, che vanno oltre gli elementi dell’esperienza dei sensi.
Questo termine viene poi ripreso, anche se in chiave diversa, da Immanuel Kant, che ne parla nella Critica della Ragion Pura. Per il filosofo del XVIII secolo, l’ambito della conoscenza umana è limitato al fenomeno, (ovvero l’apparenza sensibile), dal momento che, la cosa in sé non può divenire oggetto di un’esperienza possibile.     
Nella filosofia kantiana non vi è però una totale sovrapposizione fra “noumeno” e “cosa in sé”. 
Il primo indica una rappresentazione della ragione, risiedente nella mente umana; il pensiero cerca, infatti, di trascendere la capacità di conoscere. Nel caso della “ Ding an sich”, (cosa in sé), è un riferimento del noumeno: è la realtà esterna al soggetto.

Nella globale visione legata a questo termine, di origine classica, si può attribuire allo stesso un’ambivalenza di significato. Dal punto di vista negativo, lo si vede come il concetto di un’incognita, che non potrà mai entrare in un rapporto di conoscenza con noi stessi e che si limiterà, di conseguenza, ad essere semplice intuizione. Positivamente si vede il noumeno kantiano, come “ oggetto di un’intuizione non sensibile”, cioè di una conoscenza propria di un intelletto divino, dotato di un’intuizione superiore alla nostra; questa conoscenza è, infatti, preclusa all’uomo.

Nella teoria del filosofo di Konigsberg grazie all’esperienza dei sensi, possiamo raccogliere i dati relativi alla nostra sfera visiva e possiamo, dunque, con l’aiuto dell’intelletto, rielaborarli sotto forma di giudizi, non avendo però, la possibilità di andare oltre l’esperienza (qui si radica il concetto di noumeno).  Possibile è pensare solo le cose in sé; per esempio, le idee di “anima” e “Dio” non sono dimostrabili se non in campo metafisico.

Il concetto di noumeno verrà ripreso dopo Kant da Arthur Schopenhauer, per il quale, la rappresentazione non è costruita con le forme a priori, ma le precede, ponendosi, come fenomeno originario, dal quale si delineano spazio, tempo e causalità. Per il filosofo di Danzica, al “fenomeno” è assegnato il significato di rappresentazione, mentre alla “Ding an sich” quello di volontà, a cui si accede attraverso il corpo. 

Il discorso legato al noumeno, è insomma da secoli alla base degli interrogativi umani: esiste o no la sfera dell’intellegibile puro, non influenzato dalla realtà esterna o dai sensi? L’uomo è dotato di intuizione sentimentale?

A questi, molti, da Platone a Kant, hanno tentato di dare risposta, anche se poco chiaro è il sottile confine tra lo scibile assoluto, puro, privo di condizionamenti esterni e il sapere, colmo di legami con l’esperienza e con la sfera sensoriale.
Forse il noumeno non esiste, o forse, l’eccessiva influenza da parte della sfera sensoriale ce ne impedisce la ricerca; di certo però, questo è un dubbio che perdurerà ancora a lungo nell’uomo e che senza freni, quest’ultimo vorrà di sicuro provare a sciogliere.

Paolo Cammarota


https://nautilussperimentale.wordpress.com/2013/11/09/il-noumeno-kantiano-da-platone-a-schopenhauer/

venerdì 30 agosto 2013

Carlo Sini. Fenomenologia. E' il tentativo di tornare alle "cose stesse", mettendo tra parentesi le teorie sulle quali abbiamo edificato i nostri saperi. Si vuole fare ritorno all'essere del mondo così come questo si manifesta, in modo genuino e primario, riesaminando, riosservando e ridescrivendo i fenomeni originali. Secondo Husserl dobbiamo aderire alle cose, non nasconderle, servendoci della lingua che ricostruisca una ragione descrittiva. Questa teoria ha plasmato diversi metodi d'approccio scientifico. Ad essa si è ispirata la fenomenologia psichiatrica, dove il paziente viene descritto così com'è, nel suo apparire, e la terapia trova il proprio motore nei dati immediati dei suoi gesti e dei suoi atteggiamenti

Carlo Sini 
"Tra Hussler e Heidegger frattura che ha inciso sul Novecento"

Parla il professore che ha insegnato Filosofia Teoretica all'Università di Milano ed è un esperto riconosciuto dei due pensatori

La frattura tra Martin Heidegger e Edmund Husserl riflette una divaricazione d'interessi, o un tradimento del primo nei confronti del secondo, che ha inciso profondamente su certe crisi del pensiero nel Novecento. Autore di un'opera significativa come Essere e tempo (1927), Heidegger fu allievo di Husserl, fondatore della fenomenologia. Questo termine può suonare misterioso alle orecchie dei digiuni di filosofia.


Ma non c'è nulla di criptico nella storia della rottura che separò le sorti dei due filosofi: quel tradimento ha una portata la cui vastità tocca territori tutt'altro che specialistici, poiché è giunto a segnare con estrema concretezza lo sviluppo delle prospettive riguardanti il cambiamento del rapporto dell'uomo con la natura e il divorante espandersi della scienza e della tecnologia.



In questa serie di articoli sui traditori e le loro vittime, il contrasto tra Heidegger e Husserl, e l'onda lunga degli effetti che ne conseguirono sul pensiero del mondo manifestato dalla civiltà occidentale, ci vengono raccontati da uno dei massimi filosofi italiani, Carlo Sini, che ha insegnato per molti anni Filosofia Teoretica all'Università di Milano e che è un esperto riconosciuto dei due pensatori.



Perché Heidegger tradì il suo maestro Husserl?

"Sembra che a rompere i rapporti sia stato Husserl, sconcertato dall'adesione di Heidegger al nazismo. Vale comunque la pena di rammentare che Heidegger dedicò a Husserl Essere e tempo e glielo consegnò a Friburgo nel giorno del suo compleanno. Husserl, al momento, non lo aprì nemmeno. Lo fece tempo dopo, quand'era cresciuta la fama del suo allievo. E commentò che si trattava del suo stesso pensiero "ma senza fondamento". Lo considerò un tradimento della fenomenologia, che non fu mai abbandonata da Husser ".



Può spiegare il termine "fenomenologia"?

"E' il tentativo di tornare alle "cose stesse", mettendo tra parentesi le teorie sulle quali abbiamo edificato i nostri saperi. Si vuole fare ritorno all'essere del mondo così come questo si manifesta, in modo genuino e primario, riesaminando, riosservando e ridescrivendo i fenomeni originali. Secondo Husserl dobbiamo aderire alle cose, non nasconderle, servendoci della lingua che ricostruisca una ragione descrittiva. Questa teoria ha plasmato diversi metodi d'approccio scientifico. Ad essa si è ispirata la fenomenologia psichiatrica, dove il paziente viene descritto così com'è, nel suo apparire, e la terapia trova il proprio motore nei dati immediati dei suoi gesti e dei suoi atteggiamenti ".



Qual era la posizione di Heidegger?

"Si convinse che un programma filosofico, pur apprezzabile, che avesse a fondamento l'immediatezza delle cose stesse, fosse già fallito a partire da Platone. Quella filosofia nata per il dominio del logos uccideva se stessa. Da qui la sua critica alla metafisica. Il tentativo fu perciò di ritrovare una verità della realtà in qualcosa che preceda la filosofia, e trovò quel qualcosa nella poesia. Nel "pensiero poetante", come amava ripetere. Non a caso lavorò molto su Rilke".



In che modo Heidegger, in principio, aderì alla fenomenologia?

"Per molti versi vi restò ancorato fino all'ultimo. Negli anni Sessanta (Husserl era morto nel '38), Heidegger scrisse di considerarsi legato alla rivelazione fenomenologica, che doveva in gran parte a Husserl. Ma è grande il divario tra i due filosofi, a partire dalle rispettive formazioni. Heidegger proveniva da studi classici, mentre Husserl era un frutto delle scienze matematiche. I suoi riferimenti erano l'illuminismo e Cartesio: era un ebreo votato al culto della ragione

Heidegger invece prendeva le mosse da Aristotele, che arrivava a considerare un fenomenologo più profondo del suo maestro. In sostanza Heidegger è un romantico, e vede la modernità come un pericolo enorme che ha preteso di sostituirsi a Dio e d'impadronirsi della natura. Il suo è un pensiero genialmente reazionario".


Husserl, a sua volta, non ebbe forse un rapporto problematico con la modernità?

"Sì. Nella sua ultima opera rimasta incompiuta, La crisi delle scienze europee, Husserl evoca i rischi della specializzazione scientifica, che può far perdere il senso della ragione umana e portare l'Europa a divenire un fenomeno meramente antropologico, come la Cina o ciò che ha determinato la filosofia occidentale attraverso l'impresa della modernità, da Galileo a Cartesio, si mostra solo come volontà di potenza. Anche per Heidegger è necessario abbandonare la ragione devastatrice che rende la terra un deserto. Ma la divergenza dei due filosofi coincide con un'opposizione epocale. Per Husserl il nichilismo, cioè la caduta nella barbarie della scienza che ha perso l'unità del potere, diventa un impegno ulteriore per la ragione, da ricondurre ai suoi compiti veri, in quanto l'illuminismo ha promulgato una ragione incapace d'imporsi

Secondo Heidegger invece, lo svelamento di un essere enigmatico che si sottrae alla ragione occidentale rischia di gettarci nel "futuro della bomba atomica". L'uomo che si autoproclama signore della natura ha compiuto un sacrilegio nei confronti dell'essere, e ci sospinge verso la devastazione".


Heidegger è convinto che l'uomo, con un eccesso d'uso della scienza, abbia tradito il proprio ruolo nella vita?

"Esatto. E legge l'avvio di tale tradimento nella filosofia platonica. Si comincia a scambiare l'essere delle origini con una sorta di entificazione, riducendo la rivelazione degli esseri a cose che si possono manovrare, misurare, produrre. Husserl e Heidegger concordano nel sostenere che ridurre l'ente alla sua misura matematica, come fa Galileo, è insufficiente. Però l'uno vuol scavare sotto e andare all'indietro, mentre l'altro si propone di scavare avanti e andare oltre. 



Heidegger aveva intuito una cosa non chiara a Husserl, e cioè la natura tecnologica della vita moderna: aveva compreso che la tecnica non è un'applicazione della scienza, ma che quest'ultima è una conseguenza della tecnica, laddove Husserl era ancora della vecchia idea che prima si fa la teoria e poi si costruisce la pratica. Per Heidegger il porre l'uomo al centro della natura e farne il suo legislatore è la tragedia dell'Occidente, mentre per Husserl la filosofia equivale alla ragione, che in fin dei conti genera la democrazia. Le correnti nazionalistiche, infatti, tradiscono questo modo di pensare".



Non a caso Heidegger aderì al nazismo.

"Questa è stata una vergogna e una rovina per la filosofia. Un vero tradimento: uno dei più influenti filosofi del Novecento ha tradito l'essenza di libertà e umanità che la filosofia incarna. Husserl sosteneva che i filosofi sono i funzionari dell'umanità. Una visione democratico-illuministica intollerabile per Heidegger".



Ma Heidegger fu davvero nazista? Nella famosa intervista concessa alloSpiegel, "Ormai solo un Dio ci può salvare", prende le distanze dal nazismo.

"Era un seguace del nazismo della prim'ora, un simpatizzante delle camicie brune. Da figlio di contadini, scorse nel nazismo delle origini una rivolta popolare che tornava alle forze della natura contro quelle che considerava le due degenerazioni della democrazia occidentale, cioè l'illuminismo e il marxismo. Ma quando ci fu "la notte dei lunghi coltelli" capì la pericolosità dell'hitlerismo.



Resosi conto delle sue implicazioni, lo rinnegò e fu perseguitato per questo. L'anima nera di Heidegger fu la consorte Elfride, antiebraica e iscritta fin da giovane nei movimenti nazisti. E tanto per inseguire ancora il tema del tradimento, con una digressione in ambito privato, c'è da dire che Heidegger tradì molto sua moglie. Al di là della sua maschera di severa rispettabilità, il grande filosofo non solo visse una tormentata storia d'amore con la più illustre tra le sue allieve, Hanna Arendt, ma ebbe numerose relazioni clandestine".



La nozione di tradimento è frequentata dalla filosofia?

"Lo è nella forma nobilitata e un po' idealistica del motto Amicus Plato sed magis amica Veritas. Ovvero: inevitabile che il buon discepolo tradisca. Sono amico di Platone, ma la verità è più amica. Il discepolo fedele è un ripetitore, ma ogni cosa ripetuta muore. L'eccesso di fedeltà produce un'imbalsamazione delle idee".





lunedì 25 giugno 2012

Lenau. poesia di ‘I tre zingari’: O che, sono io forse al mondo per attuare delle idee? Per contribuire con il sacrificio del mio io a incarnare il concetto di ‘Stato’, o a dar corpo all’idea di famiglia ammogliandomi e procreando figli? Che importa a me di tale missione? Io vivo tanto poco per una vocazione, quanto il fiore per il profumo



Max Stirner.  La storia è proprietà del singolo.
“Ma che il singolo sia per sé solo una storia del mondo e che il rimanente delle storia universale sia cosa sua, è concetto che oltrepassa l’idea cristiana
  • Per il cristiano la storia rappresenta qualcosa di superiore all’individuo, perché essa è la storia di Cristo, ossia ‘dell’uomo’ per eccellenza; 
  • per l’egoista invece non ha valore che la storia propria, perché egli non intende svolgere l’idea dell’umanità, non i progetti divini, non le intenzioni della provvidenza, non la libertà. Egli non vede in se stesso uno strumento dell’idea, un vaso divino; egli non riconosce a sé prefissa alcuna missione; egli non ritiene di esistere per contribuire allo sviluppo della società umana; egli vive per sé senza curarsi se per l’umanità sia un bene o un male.
Se non temessi di essere frainteso, facendo credere che io intenda lodare lo ‘stato di natura’, vorrei ricordare qui la poesia di Lenau, ‘I tre zingari’:
"O che, sono io forse al mondo per attuare delle idee? Per contribuire con il sacrificio del mio io a incarnare il concetto di ‘Stato’, o a dar corpo all’idea di famiglia ammogliandomi e procreando figli? Che importa a me di tale missione? Io vivo tanto poco per una vocazione, quanto il fiore per il profumo". 
L’ideale ‘dell’uomo’ non si attuerà se non quando si sarà invertita la tesi del concetto cristiano. Io, l’ ‘Unico’, sono l’uomo. La questione ‘che cos’è l’uomo?’ si muta così nella questione ‘chi è l’uomo?’ Nel ‘che cosa’ si cercava il concetto; nel ‘chi’ la questione è senz’altro risolta, perché la risposta è data da quello stesso che interroga. La risposta a quella domanda viene da sé.
Si dice a proposito di Dio: <Non v’ha nome che valga a definirti>. La stessa cosa è dell’ ‘Io’; nessun ‘concetto’ può esprimerlo, nessuna parola definirlo adeguatamente. E si dice ancora di Dio, che egli è perfetto e che perciò non gli incombe alcuna missione che miri alla perfezione. Ebbene, la stessa cosa si deve pur dire dell’ ‘Io’.
Padrone della mia forza sono ‘io’, nel momento in cui acquisto consapevolezza di essere ‘unico’. Nell’ ‘unico’ il possessore si dissolve nel nulla creatore, dal quale è nato. Qualunque essere superiore a me, sia Dio o l’uomo, impallidisce al sole di questa mia coscienza di essere l’ ‘Unico’. ‘Se in me stesso, nell’Unico’, io faccio convergere la mia causa, essa diventa proprietà del singolo da cui tutto si crea e che ogni cosa e se stesso consuma; io potrò dire: Io ho riposto la mia causa nel nulla.”
MAX STIRNER (1806 – 1856), “ L’Unico e la sua proprietà.”, presentazione di L. Michelini, trad.it. di Costantina Fiorini, Demetra, Bussolengo (VR) 1996, Parte Seconda – ‘Io’, ‘LUnico’, pp. 413 – 414.

Photo: Max Stirner.  
- La storia è proprietà del singolo -
“ Ma che il singolo sia per sé solo una storia del mondo e che il rimanente delle storia universale sia cosa sua, è concetto che oltrepassa l’idea cristiana. Per il cristiano la storia rappresenta qualcosa di superiore all’individuo, perché essa è la storia di Cristo, ossia ‘dell’uomo’ per eccellenza; per l’egoista invece non  ha valore che la  storia propria, perché egli non intende svolgere l’idea dell’umanità, non i progetti divini, non le intenzioni della provvidenza, non la libertà. Egli non vede in se stesso uno strumento dell’idea, un vaso divino; egli non riconosce a sé prefissa alcuna missione; egli non ritiene di esistere per contribuire allo sviluppo della società umana; egli vive per sé senza curarsi se per l’umanità sia un bene o un male.
Se non temessi di essere frainteso, facendo credere che io intenda lodare lo  ‘stato di natura’, vorrei ricordare qui  la poesia di Lenau, ‘I tre zingari’. O che, sono io forse al mondo per attuare delle idee? Per contribuire con il sacrificio del mio io a incarnare il concetto di  ‘Stato’, o a dar corpo all’idea di famiglia ammogliandomi e procreando figli? Che importa a me di tale missione? Io vivo  tanto poco per una vocazione, quanto il fiore per il profumo. 
L’ideale ‘dell’uomo’ non si attuerà se non quando si sarà invertita la tesi del concetto cristiano. Io, l’ ‘Unico’, sono l’uomo. La questione ‘che cos’è l’uomo?’ si muta così nella questione ‘chi è l’uomo?’ Nel  ‘che cosa’  si cercava il concetto; nel  ‘chi’  la questione è senz’altro risolta, perché la risposta è data da quello stesso che interroga. La risposta a quella domanda viene da sé.
Si dice a proposito di Dio: <Non v’ha nome che valga a definirti>. La stessa cosa è dell’ ‘Io’; nessun  ‘concetto’  può esprimerlo, nessuna parola definirlo adeguatamente. E si dice ancora di Dio, che egli è perfetto e che perciò non gli incombe alcuna missione che miri alla perfezione. Ebbene, la stessa cosa si deve pur dire dell’  ‘Io’.
Padrone della mia forza sono  ‘io’, nel momento in cui acquisto consapevolezza di essere  ‘unico’. Nell’ ‘unico’  il possessore si dissolve nel nulla creatore, dal quale è nato. Qualunque essere superiore a me, sia Dio o l’uomo, impallidisce al sole di questa mia coscienza di essere l’ ‘Unico’. ‘Se in me stesso, nell’Unico’, io faccio convergere la mia causa, essa diventa proprietà del singolo da cui tutto si crea e che ogni cosa e se stesso consuma; io potrò dire:
Io ho riposto la mia causa nel nulla.”
MAX STIRNER (1806 – 1856), “ L’Unico e la sua proprietà.”, presentazione di L. Michelini, trad.it. di Costantina Fiorini, Demetra, Bussolengo (VR) 1996, Parte Seconda – ‘Io’, ‘LUnico’, pp. 413 – 414.

“ Dass der Einzelne für sich eine Weltgeschichte ist und an der übrigen Weltgeschichte sein Eigentum besitzt, das geht übers Christliche hinaus. Dem Christen ist die Weltgeschichte das Höhere, weil sie die Geschichte Christi oder <des Menschen> ist; dem Egoisten hat nur seine Geschichte Wert, weil er nur sich entwickeln will, nicht die Menschheits-Idee, nicht den Plan Gottes, nicht die Absichten der Vorsehung, nicht die Freiheit u. dgl. Er sieht sich nicht für ein Werkzeug der Idee oder ein Gefäss Gottes an, er erkennt keinen Beruf an, er wähnt nicht, zur Fortentwicklung der Menschheit dazusein und sein Scherflein dazu beitragen zu müssen, sondern er lebt sich aus, unbesorgt darum, wie gut oder schlecht die Menschheit dabei fahre. Liesse es nicht das Missverständnis zu, als sollte ein Naturzustand gepriesen werden, so könnte man an Lenaus <Drei Zigeuner> erinnern. - Was, bin Ich dazu in der Welt, um Ideen zu realisieren? Um etwa zur Verwirklichung der Idee <Staat> durch mein Bürgertum das Meinige zu tun, oder durch die Ehe, als Ehegatte und Vater, die Idee der Familie zu einem Dasein zu bringen? Was ficht Mich ein solcher Beruf an! Ich lebe so wenig nach einem Berufe, als die Blume nach einem Berufe wächst und duftet. 
Das Ideal <der Mensch> ist realisiert, wenn die christliche Anschauung umschlägt in den Satz: <Ich, dieser Einzige, bin der Mensch>. Die Begriffsfrage: <was ist der Mensch?> - hat sich dann in die persönliche umgesetzt: <wer ist der Mensch?> Bei <was> suchte man den Begriff, um ihn zu realisieren; bei <wer> ist's überhaupt keine Frage mehr, sondern die Antwort im Fragenden gleich persönlich vorhanden: die Frage beantwortet sich von selbst. 
Man sagt von Gott: <Namen nennen Dich nicht>. Das gilt von Mir: kein Begriff drückt Mich aus, nichts, was man als mein Wesen angibt, erschöpft Mich; es sind nur Namen. Gleichfalls sagt man von Gott, er sei vollkommen und habe keinen Beruf, nach Vollkommenheit zu streben. Auch das gilt allein von Mir. 
Eigner bin Ich meiner Gewalt, und Ich bin es dann, wenn Ich Mich als Einzigen weiss. Im Einzigen kehrt selbst der Eigner in sein schöpferisches Nichts zurück, aus welchem er geboren wird. Jedes höhere Wesen über Mir, sei es Gott, sei es der Mensch, schwächt das Gefühl meiner Einzigkeit und erbleicht erst vor der Sonne dieses Bewusstseins. Stell' Ich auf Mich, den Einzigen, meine Sache, dann steht sie auf dem Vergänglichen, dem sterblichen Schöpfer seiner, der sich selbst verzehrt, und  Ich darf sagen: 
Ich hab' mein' Sach' auf Nichts gestellt.” 
MAX STIRNER, “Der Einzige und sein Eigenthum” (Otto Wigand, Leipzig 1845),  Reclam, Leipzig 1972, Zweite Abteilung: ‘Ich’, III ‘Der Einzige’, Seiten  411 - 412.

mercoledì 15 febbraio 2012

Anacleto Verrecchia. Tutti parlano dell'imprinting delle oche a opera di Konrad Lorenz. Ma i preti che imprimono i loro dogmi metafisici nel tenero cervello dei bambini fanno forse qualche cosa di diverso? L'unica differenza sta nella qualità dell'imprinting, perché le oche imprintate da Lorenz si mettono al seguito di un'intelligenza geniale, mentre i bambini imprintati dai preti diventano più oche delle oche



Tutti parlano dell'imprinting delle oche a opera di Konrad Lorenz. Ma i preti che imprimono i loro dogmi metafisici nel tenero cervello dei bambini fanno forse qualche cosa di diverso? L'unica differenza sta nella qualità dell'imprinting, perché le oche imprintate da Lorenz si mettono al seguito di un'intelligenza geniale, mentre i bambini imprintati dai preti diventano più oche delle oche


Anacleto Verrecchia (1926 – 2012)

venerdì 2 dicembre 2011

Andrè Compte. Inesistenza di Dio.


L’inesistenza di Dio mi pare molto più verosimile della sua esistenza. 
L’idea che l’uomo sia stato creato da Dio a sua immagine mi pare poco credibile, poiché l’essere umano come immagine di Dio è nullo, e questa è una delle ragioni per cui sono ateo. La vita umana può essere completa solo avendo una spiritualità. Ne abbiamo tutti bisogno. Questo dipende dalla libera scelta di ognuno, sia esso co...n o senza Dio. LA SPIRITUALITA' E' LA VITA DELLO SPIRITO, IL POTERE DI PENSARE, DI VOLERE, DI AMARE, DI RIDERE. 
Abbiamo tutti, in noi, questi poteri. Gli atei non hanno meno spirito dei credenti! Perché dunque dovrebbero avere meno spiritualità? 
Preferirei che Dio esistesse, questo desidero sopra ogni cosa. 
Sarebbe più facile e piacevole. 
Nessuna esistenza è più rassicurante dell’esistenza di Dio.
André Comte-Sponville, filosofo francese

Robert Hood: io credo in Manitù la grande aquila
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