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venerdì 14 marzo 2014

Mircea Eliade. Chi presta ascolto ai miti, non importa quale sia il suo livello culturale, dimentica la sua particolare situazione ed è proiettato in un altro mondo, in un altro universo che non è più il suo piccolo povero universo di ogni giorno... I miti sono veri perché sono sacri, perché riguardano esseri ed eventi sacri. Ne deriva che, recitando o ascoltando un mito, si ristabilisce il contatto con il sacro e con la realtà, e facendo ciò si trascende la condizione profana, la situazione 'storica'. In altre parole si va oltre la condizione temporale e la trita autosufficienza che è il destino di ogni essere umano semplicemente perché ogni essere umano è 'ignorante', nel senso che identifica se stesso, e la Realtà, con la sua situazione particolare. E l'ignoranza è, prima di tutto, questa falsa identificazione della Realtà con ciò che ognuno di noi sembra essere o possedere.

Ai livelli più arcaici di cultura, vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, poiché l'alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale.
In altre parole, essere – o piuttosto divenire – un uomo significa essere “religioso”.
Mircea Eliade, "Nostalgia delle origini. Storia e significato nella religione"



Chi presta ascolto ai miti, non importa quale sia il suo livello culturale, dimentica la sua particolare situazione ed è proiettato in un altro mondo, in un altro universo che non è più il suo piccolo povero universo di ogni giorno... I miti sono veri perché sono sacri, perché riguardano esseri ed eventi sacri. Ne deriva che, recitando o ascoltando un mito, si ristabilisce il contatto con il sacro e con la realtà, e facendo ciò si trascende la condizione profana, la situazione 'storica'. In altre parole si va oltre la condizione temporale e la trita autosufficienza che è il destino di ogni essere umano semplicemente perché ogni essere umano è 'ignorante', nel senso che identifica se stesso, e la Realtà, con la sua situazione particolare. E l'ignoranza è, prima di tutto, questa falsa identificazione della Realtà con ciò che ognuno di noi sembra essere o possedere.
Mircea Eliade, nato il 13 marzo 1907, Sole in Pesci, Luna in Capricorno, Ascendente in Acquario




Il mito siamo abituati a circoscriverlo nell'antichità mentre la sua essenza di sacralità è riconducibile ad un punto di partenza della metafisica che fa un tutt'uno con la primitiva idea del sacro. 
Che cos' è il sacro? 

"Il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza" Mircea Eliade.... 
Che continua: "l'esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo dell' uomo per costruire un mondo che ci abbia un significato"

Per tradurre l'atto di questa manifestazione del sacro Mircea Eliade propone l termine ierofania, che è comodo, tanto più in quanto non implica alcuna precisazione supplementare : non esprime niente di più di quanto è intrinseco al suo contenuto etimologico, vale a dire che qualcosa di sacro ci si mostra " E. Boncinelli 


"I miti e i dogmi ne analizzano a modo loro il contenuto, ne utilizzano le proprietà, la moralità religiosa deriva da essa, i sacerdoti la incorporano, santuari, luoghi sacri, monumenti religiosi la fissano al suolo e la radicano. La religione è l'amministrazione del sacro " 
H. Hubert



mercoledì 29 gennaio 2014

Zagrebelsky. La felicità della cultura. E se davvero ci fossimo ridotti come FUNES “EL MEMORIOSO”, CHE RICORDAVA TUTTO MA NON CAPIVA NIENTE? Il sospetto è avanzato dal nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura, che SCEGLIE IL PERSONAGGIO DI BORGES COME EMBLEMATICO DELLE DISSENNATEZZE PRESENTI (Einaudi, pagg. 110, euro 10). CAPACE DI RICORDARE OGNI DETTAGLIO, ANCHE IL PIÙ INSIGNIFICANTE, FUNES PERÒ NON SA PENSARE. LE IDEE GENERALI GLI SFUGGONO. NELLA SUA MENTE SOVRACCARICA DI ELEMENTI INFINITESIMALI, NON C’È SPAZIO PER CONCETTI COMPIUTI. E CHE C’ENTRIAMO NOI CON QUESTO PRODIGIOSO MATTO, CHE «SAPEVA LE FORME DELLE NUBI ASTRALI DELL’ALBA DEL 30 APRILE 1882 E POTEVA CONFRONTARLE NEL RICORDO CON LA COPERTINA MARMORIZZATA D’UN LIBRO VISTO UNA SOLA VOLTA»? C’entriamo eccome, ci dice Zagrebelsky. QUESTA È LA CONDIZIONE IN CUI CI CONDUCE IL SAPERE IPERSPECIALIZZATO, SUDDIVISO IN COMPETENZE DIFFERENZIATE E SEMPRE PIÙ PICCOLE, E SOPRATTUTTO SPROVVISTE DI UNA CORNICE COMUNE. E A QUESTO CI COSTRINGE ANCHE UNA POLITICA INCAPACE DI UNO SGUARDO GENERALE, UNA POLITICA CHE RISPONDE ALLA DISGREGAZIONE SOCIALE PERSEGUENDO L’INTERESSE DI OGNI MINIMA CATEGORIA E RINUNCIANDO A UN QUADRO D’INSIEME. «Le ideologie», scrive lo studioso, «sembrano cose d’altri tempi. Crediamo che ciò sia perché hanno dato cattiva prova di sé, nel secolo scorso. Forse, invece, è perché STENTIAMO A RAFFIGURARE LA STRAORDINARIA FRAMMENTAZIONE SOCIALE IN QUALCHE IDEA COMPLESSIVA». Una singolare forma di miopia colpisce il nostro sguardo, che è poi LA MALATTIA DEL “MEMORIOSO”. LA VISTA DIVENTA «ACUTA, ACUTISSIMA SUI PARTICOLARI», MA «CIECA DI FRONTE A CIÒ CHE LI DOVREBBE TENERE INSIEME, CIOÈ A CIÒ CHE È GENERALE».





"Una singolare forma di miopia colpisce il nostro sguardo, che è poi la malattia del “memorioso”. La vista diventa «acuta, acutissima sui particolari», ma «cieca di fronte a ciò che li dovrebbe tenere insieme, cioè a ciò che è generale»."



è quando manca un pensiero proprio che "il male" può diventare persino "banale" (Arendt). 
Ma quanti sono gli omologati, i cloni... quelli che non si sono mai staccati dai propri padri (intendo quei maestri di riferimento) e ne riproducono, come in una moviola, i motivi e spesso senza neanche averli, almeno, elaborati (come motivi comuni, identificazioni...)?


Gustavo Zagrebelsky. La felicità della cultura.
E se davvero ci fossimo ridotti come FUNES “EL MEMORIOSO”, CHE RICORDAVA TUTTO MA NON CAPIVA NIENTE? Il sospetto è avanzato dal nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura, che SCEGLIE IL PERSONAGGIO DI BORGES COME EMBLEMATICO DELLE DISSENNATEZZE PRESENTI (Einaudi, pagg. 110, euro 10). CAPACE DI RICORDARE OGNI DETTAGLIO, ANCHE IL PIÙ INSIGNIFICANTE, FUNES PERÒ NON SA PENSARE. LE IDEE GENERALI GLI SFUGGONO. NELLA SUA MENTE SOVRACCARICA DI ELEMENTI INFINITESIMALI, NON C’È SPAZIO PER CONCETTI COMPIUTI. E CHE C’ENTRIAMO NOI CON QUESTO PRODIGIOSO MATTO, CHE «SAPEVA LE FORME DELLE NUBI ASTRALI DELL’ALBA DEL 30 APRILE 1882 E POTEVA CONFRONTARLE NEL RICORDO CON LA COPERTINA MARMORIZZATA D’UN LIBRO VISTO UNA SOLA VOLTA»?
C’entriamo eccome, ci dice Zagrebelsky. QUESTA È LA CONDIZIONE IN CUI CI CONDUCE IL SAPERE IPERSPECIALIZZATO, SUDDIVISO IN COMPETENZE DIFFERENZIATE E SEMPRE PIÙ PICCOLE, E SOPRATTUTTO SPROVVISTE DI UNA CORNICE COMUNE. E A QUESTO CI COSTRINGE ANCHE UNA POLITICA INCAPACE DI UNO SGUARDO GENERALE, UNA POLITICA CHE RISPONDE ALLA DISGREGAZIONE SOCIALE PERSEGUENDO L’INTERESSE DI OGNI MINIMA CATEGORIA E RINUNCIANDO A UN QUADRO D’INSIEME. «Le ideologie», scrive lo studioso, «sembrano cose d’altri tempi. Crediamo che ciò sia perché hanno dato cattiva prova di sé, nel secolo scorso. Forse, invece, è perché STENTIAMO A RAFFIGURARE LA STRAORDINARIA FRAMMENTAZIONE SOCIALE IN QUALCHE IDEA COMPLESSIVA».
Una singolare forma di miopia colpisce il nostro sguardo, che è poi LA MALATTIA DEL “MEMORIOSO”. LA VISTA DIVENTA «ACUTA, ACUTISSIMA SUI PARTICOLARI», MA «CIECA DI FRONTE A CIÒ CHE LI DOVREBBE TENERE INSIEME, CIOÈ A CIÒ CHE È GENERALE». Da qui la missione che investe tutti, a partire dagli intellettuali di professione: RESTITUIRE LA VISTA ALLA POLITICA. E RESTITUIRE ALLA CULTURA LA SUA FUNZIONE ORIGINARIA, OSSIA FUNGERE DA COLLANTE DI UNA SOCIETÀ. Una funzione ribadita anche dalla carta costituzionale, nell’articolo 33, formulato per difenderne l’autonomia dal potere e dal mercato.
Quella del RAPPORTO TRA POLITICA E CULTURA è una lunga e travagliata storia, che è andata esaurendosi in Italia tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. UN DIVORZIO PROGRESSIVO CHE HA IMPOVERITO LA POLITICA, SCHIACCIATA SUL “GIORNO PER GIORNO”. E ha messo ai margini la figura del maître à penser, caricaturizzata dallo ZEITGEIST contemporaneo in pallone gonfiato o in accademico polveroso, incapace di misurarsi con la cultura di massa. Un nome, quello di INTELLETTUALE, che oggi è perfino imbarazzante pronunciare, scrive Zagrebelsky. Ma NON È SUA PREOCCUPAZIONE RIABILITARE LA CATEGORIA, COPROTAGONISTA NON CERTO INNOCENTE DEL GRADUALE DECADIMENTO. Ciò che sembra stargli più a cuore è “la felicità delle idee”, senza le quali non esiste la libertà dal senso comune e dal conformismo. FONDATA SULLA CULTURA può essere letto anche come un trattato sul piacere delle idee, in un’epoca che sembra farne volentieri a meno. E sulla gioia della conoscenza, in un paese che non ci crede più.
Le idee celebrate da Zagrebelsky non sono però “beni in commercio”. Non si traducono in valore economico. E non sono un fattore produttivo. Qui la sua analisi si distingue dalla nutrita saggistica che combatte l’INFELICE SLOGAN DELLA DESTRA “CON LA CULTURA NON SI MANGIA”. Con la cultura certo si mangia, ma non è questo che interessa a Zagrebelsky. Anzi, VIENE DENUNCIATA L’OSSESSIONE ECONOMICISTICA con cui oggi, in ogni luogo della geografia culturale, anche a sinistra, si soppesano invenzione e creatività. «IL FINE È SEMPRE E SOLO ECONOMICO: LE IDEE SONO STRUMENTALI ALLA FELICITÀ E AL BENESSERE CHE QUESTA IDEOLOGIA CONTINUA A COLLOCARE NELL’ECONOMIA DELLA RICCHEZZA DI BENI MATERIALI». Ne consegue che un’idea incapace di produrre innovazione nel mercato delle merci – ma SOLO CONSAPEVOLEZZA O ARRICCHIMENTO SPIRITUALE – DI PER SÉ NON VALE NIENTE. Mentre, PROPRIO SULLA BASE DELLA VIVACITÀ DELLE IDEE, POTREMMO STABILIRE CLASSIFICHE DELLA FELICITÀ: sia per le vite dei singoli, sia per ciascuna collettività.
Pur nella forma del trattato classico – e della riflessione intellettuale – il libro di Zagrebelsky parla dell’attualità. Delle IDEE CHE SONO DI PER SÉ “DIVISIVE” – categoria bandita nella stagione delle larghe intese – e dei GOVERNI TECNICI, CHE COME GLI IDRAULICI POSSONO AL PIÙ RIPARARE IL DANNO MA NON CERTO INCIDERE SUL CAMBIAMENTO. Degli intellettuali di servizio – al potere, al mercato, ma soprattutto alle personali carriere – e di quelli scettici che tutto comprendono e tutto giustificano, abilissimi nel destreggiarsi tra i vari poteri. Di quelli apocalittici, in attesa del messia (che non arriva mai, e se arriva sono dolori), e degli ETERNI CONSENZIENTI, PER PAURA DI RESTARE ESCLUSI DAL “CERCHIO FORMIDABILE” DI CUI PARLAVA TOCQUEVILLE. Una ricca FENOMENOLOGIA DELL’INTELLETTUALE SMARRITO che resta quasi sempre innominata, ma non è difficile riconoscervi i vari personaggi del teatrino pubblico.
Ora però si pone il PROBLEMA: COME RESTITUIRE INTEGRITÀ ALLA FUNZIONE CULTURALE? Qui Zagrebelsky introduce la categoria del “tempo”. «SE LA CHAT E I SUOI FRATELLI APPARTENGONO AL MONDO DELL’ISTANTANEITÀ, I LIBRI RICHIEDONO DURATA». DA UNA PARTE LA COMUNICAZIONE, DALL’ALTRA LA FORMAZIONE. «LA COMUNICAZIONE VIVE NELL’ISTANTE, LA FORMAZIONE SI ALIMENTA NEL TEMPO». NON UNA CONTRAPPOSIZIONE, MA UNA NECESSARIA INTEGRAZIONE. «NON SI COSTRUISCE SOMMANDO ISTANTI ISOLATI, MA COLLEGANDOLI IN UN SENSO CHE CREA COMUNANZA. IL COLLEGAMENTO È COMPITO DELLA CULTURA».
E chi l’ha detto che sia un compito facile? «Io voglio che il mio lettore», scrive Petrarca, «pensi solo a me, e non stia a pensare alle nozze della figlia, alla notte che ha passato con l’amante, alle trame dei suoi nemici, alla causa in tribunale, alla terra e ai soldi». No, IL LETTORE DEVE CONCENTRARSI SUL TESTO, PERCHÉ «NON VOGLIO S’IMPADRONISCA SENZA FATICA DI CIÒ CHE NON SENZA FATICA IO HO SCRITTO». Il monito di Petrarca, fatto proprio da Zagrebelsky, vale ancora oggi. Soprattutto oggi. COSTANZA E DEDIZIONE. TEMPO E DURATA. L’UNICO MODO – CI AVVERTE L’AUTORE – PER SALVARCI DALLA SINDROME DI FUNES, CHE PENSAVA DI SAPER TUTTO MENTRE ERA SOLO UN DEMENTE.

Simonetta Fiori. la Repubblica. 28 gennaio 2014

http://www.libertaegiustizia.it/2014/01/28/la-felicita-della-cultura/

sabato 20 ottobre 2012

Il diavolo è nei dettagli. In mancanza di un chiodo si perse il ferro di cavallo In mancanza del ferro di cavallo si perse il cavallo In mancanza di un cavallo si perse il cavaliere In mancanza di un cavaliere si perse la battaglia In mancanza di una battaglia si perse il regno


Gli uomini che desiderano conoscere il mondo, devono imparare a conoscerlo nei particolari.
Eraclito

La verità sta nelle sfumature
Charles Bukowsky

Dio è nei dettagli
Gustave Flaubert 

Il diavolo è nei dettagli: origine, significato e applicazione nella quotidianità

Il detto “il diavolo è nei dettagli” è forse uno dei meno diffusi poiché di origine straniera o perché, come tanti altri detti, se ne è perso nei tempi moderni un uso intensivo o quasi quotidiano.
L’origine è antichissima, e deriva dal detto precedente “Dio è nei dettagli” che esprimeva l’idea che qualsiasi cosa uno faccia deve farla in maniera accurata, vale a diresenza tralasciare i dettagli che sono importanti.
Questo detto originale è stato attribuito ad un certo numero di individui diversi, in particolare all’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe (1886-1969) ma è stato accertato che non ha avuto origine con lui poiché l’espressione sembra essere stata una delle preferite dellostorico dell’arte tedesco Aby Warburg (1866-1929) anche se il biografo di Warburg, E.M. Gombrich, era molto incerto che abbia avuto origine con Warburg stesso.
Una forma precedente del detto e cioè “le bon Dieu est dans le détail” (il buon Dio è nei dettagli) è generalmente attribuita a Gustave Flaubert (1821-1880).
Quest’ultima versione in francese è stata più e più volte attribuita anche a Michelangelo che con molta probabilità l’avrà fatta sua a discapito di qualcun’altro.
Per tagliare la testa al toro il Bartlett Familiar Quotations pone l’autore del detto comeanonimo.
Secondo uno studio da parte di Google il detto “il diavolo è nei dettagli” non sarebbe comparso in stampa prima del 1975 e sarebbe ormai assodato che si tratti di una variante del detto “Dio è nei dettagli“.
Spesso in giro si trova anche scritto che il detto “il diavolo è nei dettagli” sia una massima delmusicista pop tedesco Blixa Bargeld. Questo è smentito da Lutz Röhrich, autore di Lexikon der sprichwörtlichen Redensarten.
Quello che forse ci interessa sapere di più, non è quando si è passati da Dio al Diavolo ma il perché. Probabilmente perché questa seconda versione è molto più applicabile alla nostra vita quotidiana, il che probabilmente spiega il motivo per cui ha superato l’altra in popolarità. Dio potrebbe essere stato nei dettagli precedentemente, ma attualmente il diavolo ha sicuramente preso il sopravvento.
Il detto “Dio è nei dettagli” vorrebbe dire che più si esamina qualcosa, più si guarda neiparticolari o nei dettagli, più si apprezza la complessità, più si vedrà il Divino.
Mentre “il diavolo è nei dettagli” significa che un progetto, un evento o un piano può sembrare piuttosto semplice all’inizio o in superficie, ma quando si arriva a dover organizzare e risolvere tutti i dettagli, la situazione diventa molto più complicata, richiede molto più tempo e forse diventapiù frustrante di quanto si pensava all’inizio.
Anche se qualcosa ci sembra buono in superficie, è necessario guardare da vicino i dettagli per scoprire spesso le parti “cattive” perché appunto sono proprio i dettagli che sono la parte “diabolicamente” difficile del compito, dove l’ultimo 10% del lavoro prende il 90% dello sforzo.
Se vogliamo mettere il significato del detto sotto una luce ancora più negativa possiamo dire che per quanto bene intenzionato è un progetto o un’idea, eventi cattivi o eventi inaspettatiinevitabilmente accadranno e porteranno a inclinare la portata originaria del progetto o dell’idea.
Per andare sul concreto possiamo dire che eventi come produzioni teatrali e matrimoni tendono ad essere buoni esempi di “il diavolo è nei dettagli” dove praticamente bisogna sempre risolvere un sacco di piccoli dettagli, molti dei quali non li avevamo previsti o li avevamo sottovalutati nella pianificazione dell’evento.
Il detto “il diavolo è nei dettagli” si usa in moltissime occasioni diverse e con leggere sfumatureanche di significato.
In genere assume sempre lo stesso significato, cioè che è prestando attenzione alle piccole cose e ai lati apparentemente insignificanti che si capisce veramente una determinata situazione.
In generale la maggior parte dei significati del detto, si riducono al fatto che spesso sono i piccoli dettagli di qualcosa che rendono difficile o impegnativo il portare avanti o il completare questo qualcosa.
Questi dettagli possono prolungare i tempi necessari per portare a termine il compito che ci si era prefissato, facendoci rendere conto che l’obiettivo non era così semplice da raggiungere o non era possibile raggiungerlo in un tempo ragionevole.
Come molti proverbi o modi di dire che coinvolgono il diavolo, è destinato a una nota di cautela o un invito alla prudenza. Esso può anche essere usato per giustificare o spiegare l’oscuramento o il fallimento di un progetto dovuto al trascurare dei dettagli o delle considerazioni che possono, appunto, portare al fallimento dell’idea iniziale.
In un certo senso, si potrebbe ricorrere all’uso di “il diavolo è nei dettagli” per fare riferimento a componenti molto piccoli, ma in ultima analisi, importanti di un compito più grande.
Ad esempio, l’esecuzione di un esperimento scientifico in un laboratorio è un compito estremamente delicato, che a volte può essere compromesso da un piccolo errore effettuato all’inizio che può tradursi nel rendere l’esperimento inutile o a volte anche dannoso poiché potrebbe mutare il risultato finale.
Agli sperimentatori si ricorda quindi che “il diavolo è nei dettagli” e questo promemoria è destinato a incoraggiare gli scienziati a verificare il loro lavoro, di approfondire per bene ogni singolo passaggio e di lavorare in maniera accurata in laboratorio.
In alcuni altri casi, questo detto è usato per spiegare perché un compito ha richiesto più tempo del previsto. Chi doveva portare a termine il compito potrebbe dire che aveva previsto un minor tempo di completamento, non rendendosi conto, procedendo col lavoro, che appunto “il diavolo è nei dettagli“.
Le persone utilizzano generalmente questo detto come una scusa in questo senso, quando si sta cercando di disinnescare la rabbia o le conseguenze causate dal ritardo.
Pochi detti si adattano così bene al mondo giuridico come “il diavolo si nasconde nei dettagli“, infatti chi studia diritto sa bene che il significato e il senso di qualsiasi testo giuridico (sia esso di natura legislativa, giurisprudenziale o privatistica-contrattuale), può essere determinato da uno o più “dettagli” del testo, come possono esserlocommi e sottocommibrevi incisi, o anchesingoli aggettivi
Oppure alcune persone dicono anche che “il diavolo è nei dettagli” o nelle minuzie quando si esamina un contratto o un accordo. In generale, l’accordo appare ragionevole, a prima vista, maun più attento esame dei termini e delle note, spesso scritte in piccolorivela un problema o una trappola. Persone che abitualmente firmano accordi di tale genere hanno imparato a guardare o a leggere ogni piccolo dettaglio con molta attenzione, cercando l’intoppo o il problema che potrebbe in ultima analisi, rendere l’operazione insostenibile. Questa attenzione per i dettagli è di solito il segno distintivo di avvocati e commercialisti in particolare.
Un altro uso di questo detto avviene quando si parla di un qualsiasi accordo internazionale, in cui i principi generali sono chiari, ma le difficoltà spesso nascono dall’interpretazione dettagliata.
Ancora un altro contesto in cui si usa tale detto è quando ci si riferisce ad una persona cheprobabilmente sta mentendo poiché è classico di tale persone raccontare un fatto inventato o modificato a proprio favore riempiendo tale racconto con una serie numerosa di dettagli molto precisi che difficilmente possono rimanere impressi nella mente con un tale grado di precisione se il fatto o episodio fosse realmente accaduto.
Non c’è dubbio che i dettagli sono la parte più importante infatti il funzionamento di un’idea dipende non solo dal concetto stesso, ma da quanto e come i numerosi piccoli dettagli vengono gestiti.
Ignorando i piccoli dettagli spesso in seguito ci si ritrova in grossi guai.
Per farvi capire l’importanza dei dettagli vi riporto una citazione da un vecchio poema:
In mancanza di un chiodo si perse il ferro di cavallo
In mancanza del ferro di cavallo si perse il cavallo
In mancanza di un cavallo si perse il cavaliere
In mancanza di un cavaliere si perse la battaglia
In mancanza di una battaglia si perse il regno
In definitiva un chiodo di un ferro di cavallo poteva sembrare un semplice dettaglio!
Anche il più grande progetto dipende il successo delle componenti più piccole.
Concludo dicendovi che è presente anche una interpretazione che possiamo considerareopposta a quelle descritte prima: molti usano tale detto per indicare che il perfezionismo non è la strada da percorrere e quindi “il diavolo è nei dettagli” è usato in tal senso, dove troppi dettagli potrebbe distoglierci dal fuoco principale, quindi non vanno considerati.
Per alcuni, inoltre, prestare attenzione alle piccole cose è eccessivo e contrasta pesantemente il progresso. Credo che questo prenda il nome di “paralisi da analisi“.
Insomma secondo questa filosofia bisogna prendersi i propri rischi…
Per come la penso io l’attenzione ai piccoli dettagli della vita è generalmente una buona pratica, in quanto riduce notevolmente il rischio di sorpresa. Mentre alcune sono sorprese piacevoli, quelle previste dal diavolo in genere non lo sono, quindi vale la pena di evitare di finire in situazioni poco piacevoli, situazioni prevedibili se ci ricordiamo che “il diavolo è nei dettagli“.
Questo comportamento è spesso premiato dagli altri perché potrete ottenere la reputazione di essere attento e premuroso, nonché difficile da ingannare.

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