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sabato 26 novembre 2016

Norbert Wiener. Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente che adesso dobbiamo modificare noi stessi per sopravvivere nell'ambiente nuovo.

Abbiamo modificato così radicalmente il nostro ambiente
che adesso dobbiamo modificare noi stessi
per sopravvivere nell'ambiente nuovo.
Il 26 novembre 1894 nasceva Norbert Wiener



domenica 20 dicembre 2015

Paolo Gallo. «Mio padre, a tavola, dopo il mio primo giorno di scuola non mi ha chiesto quel che avevo fatto, ma se amavo quel che stavo facendo. Quando entri in un’organizzazione ci sono una serie di variabili per capire le persone. La prima: lavorano per se stesse o per l’organizzazione? La seconda: Conoscono la politica dell’organizzazione o no? Se metti le risposte in una matrice hai quattro tipologie di persone: i polli sono quelli che lavorano per se stessi ma sono anche degli sprovveduti. Non durano molto. Fanno errori da far spavento. Poi ci sono i cani: molto fedeli ma sprovveduti. Riescono a sopravvivere nell’organizzazione, ma non fanno mai carriera. La terza categoria è quella dei serpenti: hanno enorme intelligenza politica, ma seguono solo le loro ambizioni. Gente da evitare. Quella giusta è la quarta categoria. Indovinato? È quella degli elefanti: che lavorano per gli altri e che hanno contezza del posto in cui sono. Ogni volta che entri in un’organizzazione, devi capire chi sono i tuoi colleghi e avere dinamiche di relazione diverse. Aiutare i cani, evitare i serpenti e i polli, frequentare più possibile gli elefanti.

«Le regole per lavorare felici?
Seguite il talento, non la passione.
E non sacrificate la libertà per il successo»

La bussola per avere successo sul luogo di lavoro secondo Paolo Gallo, capo delle risorse umane del World Economic Forum:

«I giovani scappano? Io un’esperienza all'estero la renderei obbligatoria»
di Francesco Cancellato

«Mio padre, a tavola, dopo il mio primo giorno di scuola non mi ha chiesto quel che avevo fatto, ma se amavo quel che stavo facendo.

Quella domanda, apparentemente banale, è diventata la bussola della mia vita. Per venticinque anni l’ho usata per orientare la vita degli altri. Ora mi piacerebbe imparassero a usarla».

Paolo Gallo ha cinquantatre anni ed è il responsabile delle risorse umane del World Economic Forum - quello di Davos, per intenderci - e prima ancora faceva lo stesso lavoro alla Banca Mondiale.

Dire che è un’autorità in materia in tema di colloqui di lavoro e di selezione del personale è quasi limitativo. Ma non è per questo che ha scritto “La bussola del successo” - edito da Rizzoli, sottotitolo: le regole per essere vincenti restando liberi.

A spingerlo, dice, sono state due domande che erano diventate ossessioni: «Da una posizione come la mia vedi passare tanta gente, li assumi, gli dai una posizione in azienda, li segui come dei figli - spiega -. Il problema è che tanti, troppi falliscono. E allora ti chiedi perché. E, soprattutto, che cosa significhi, in fondo, avere successo in un’organizzazione, sul lavoro».


Partiamo dalla prima domanda, Gallo, perché falliscono?
Non sarà mica colpa sua che li ha assunti?
Un po’ sì, in fondo. La cosa buffa dei processi di selezioni, soprattutto nelle grandi realtà americane, è che sono lunghi, sofisticati, analitici. Ma alla fine offrono i medesimi risultati di un processo di selezione superficiale, basato sull’istinto o sull’empatia.


Come mai?
Io la vedo così: in America falliscono il 65% dei matrimoni.
Ma tutti o quasi, il giorno delle nozze, pensano di essere tra quelli che dureranno tutta la vita. Sul lavoro è uguale.

Conta quanto ami davvero il tuo lavoro?
Un po’ sì. Se non ami quello che fai, ad esempio, ma lo stipendio o la stabilità, o la job description, o il prestigio che ti offre sei destinato al fallimento. Esattamente come se ti sposi qualcuno che non ti piace.

Ma non è solo amore e passione, sul lavoro. Anzi…
Anzi?
Per me il talento conta molto più della passione.
Io ho una grande passione per il tennis, ma nessun talento.
Mia moglie ha un talento per le lingue, ne parla sei.
Ma prima di riconoscere il proprio talento ci ha messo anni.
La passione offusca il talento. E il talento offusca la passione.


Perché conta di più il talento della passione?
Perché la passione è soggettiva, il talento è oggettivo.

Basta guardare X Factor per capirlo.
È quando ti confronti con gli altri che capisci che la tua passione non è necessariamente il tuo talento.

Certo, bisogna sempre credere ai sogni, ma bisogna anche saperli validare in maniera oggettiva, con persone serie e competenti in grado di dirti la verità. Quando capisci che la tua passione non sarà la tua professione, hai già fatto un passo avanti.


E come si capisce in cosa si ha talento, se nessuno te lo dice?
Te ne accorgi dall’energia con cui fai determinate cose.
Se hai talento, trovi energia e tempo per coltivarlo, anche quando sembra non essercene.

Flavia Pennetta aveva 35 anni quando ha vinto gli Us Open.
L’ultimo punto è stato un longilinea bellissimo. Dopo la partita il giornalista le ha detto che quel colpo era stato un colpo di fortuna Lei si è arrabbiata: gli ha risposto che era vent’anni che lavorava su quel colpo. Non era la sua passione e basta. Era qualcosa di più.

Il talento è per pochi, però…
Non è vero. Non voglio fare retorica spicciola, ma lo dico dopo venticinque anni passati a selezionare persone: io sono convinto che tutti abbiano un talento. Il problema è che i talenti sono tesori nascosti e molto spesso c’è chi non se ne accorge per una vita intera.

Come mai?
Per mille motivi. Perché hai una famiglia o un partner che li soffoca, ad esempio. Molto più spesso, però, è la paura di uscire dalla confort zone che soffoca il talento. E poi ci sono i fallimenti di mercato.

Cosa intendi?
Che c’è chi riesce a convincere il mondo di avere un talento che non ha e lo vende al doppio del prezzo che vale. E chi trova gente che non lo riconosce nemmeno quando ce l’ha davanti.
I Beatles erano stati scartati dalla Decca…

Esatto. Ma non è solo quello.
Cioè?
Faccio un esempio: assumo una persona al World Economic Forum e la metto nel media team, a gestire i social network, perché mi serve quello. E finché mi serve può anche pure dimostrarmi un talento incredibile nel fare altro, ma all’organizzazione quella persona serve lì. E lì rimane.


Se ne deve andare da sola?
Se capisce che il suo talento lo porta altrove, sì.
Io non sono uno di quelli che dice che dopo uno, due o tre anni devi cambiare lavoro. Non esistono regole. Certo, se stai lavorando col pilota automatico, stai perdendo un ottima opportunità per crescere. Se pensi che stando nella posizione in cui sei e il tuo stipendio arriva, ti stai fregando con le tue mani. Le organizzazioni ti organizzano come credono loro. La responsabilità di cambiare il proprio stato di cose appartiene all’individuo. Il mio libro non è per le organizzazioni, infatti. È per le persone. Se non fai un lavoro che ti piace la colpa è solo tua.


L’ultimo rapporto Migrantes racconta che un sacco di giovani italiani se ne stanno andando dall’Italia proprio per questo motivo…

Io ho 53 anni e ho deciso di andarmene dall’Italia nel 1992 quando la mafia uccise Falcone e Borsellino e Berlusconi stava per scendere in campo. Ho pensato che l’Italia era fottuta, me ne sono andato per disperazione. In Italia avevo ricevuto nove offerte di lavoro, dopo la Bocconi. Oggi, forse, ne avrei una a 1200 euro.

Quindi fanno bene…
Non necessariamente. Matteo Achilli, quello che i giornali chiamano il Mark Zuckerberg italiano, ha fondato Egomnia, un’azienda meravigliosa, quando aveva 19 anni. In Italia c’è ancora l’opportunità per coltivare il proprio talento, per chi ha la forza mentale e l’ambizione per farlo. Detto questo, un’esperienza all’estero io la renderei obbligatoria. Perché distruggi i modelli mentali che hai in testa. È come giocare in trasferta. È molto più dura, ma quando vinci è meraviglioso.

Sono meglio contesti lavorativi sfidanti di quelli accoglienti, quindi?
Dipende dai tuoi valori. Io ho lavorato a Citibank a Milano e in World Bank a Washington. A Citibank c’era gente molto aggressiva e meritocratica, una grande mole di lavoro, possibilità di crescita velocissime e una competizione enorme. Ma era anche un’azienda che dal giorno alla notte poteva mandare via metà della forza lavoro senza battere ciglio, in cui i tuoi colleghi sono i tuoi concorrenti. In World Bank non si può nemmeno parlare di soldi: zero BONUS, età media di vent’anni più alta, gente che sta lì vent’anni, in media. Più in generale è una realtà in cui la cooperazione vale molto più della competizione. Devi capire che tipo di organizzazione ti fa bene. Se sei molto competitiva, in World Bank ti trovi malissimo. Se sei una persona che preferisce la missione dell’organizzazione della crescita professionale individuale, viva World Bank. In casa o all’estero, è sempre meglio assecondare i propri valori che sfidare i propri limiti.

Ne è sicuro?
Tu stai con una donna che condivide i tuoi valori, immagino.
Anche sul lavoro dev’essere la stessa cosa. Nel mio libro mi chiedo come puoi arrivare a capire i valori dell’organizzazione.
E rispondo: guarda i top manager.
Domandati come sono arrivati lì. Perché sono bravi, competenti, integri, con meriti, o perché sono raccomandati? In base a questo, tu capisci se sei fatto per quell’organizzazione o no.
In Sicilia, ho letto di recente, che ci sono 3mila regionali su 15mila che hanno permessi sindacali. Se ti offrono un lavoro a Regione Sicilia, come dirigente, sai in che organizzazione vai a finire. Al Cern, hanno messo a capo Fabiola Giannotti che è la migliore al mondo nel suo campo.

Ma così i peggiori selezionano i peggiori.
Non esiste speranza di miglioramento, per le organizzazioni che non funzionano. Sta dicendo, in pratica, che Diego Piacentini di AMAZON avrebbe fatto bene a restarsene lì, invece che accettare la missione di digitalizzare la pubblica amministrazione italiana…

Dal punto di vista dell’organizzazione è un bene che ci sia gente che prova a cambiare i contesti che non funzionano. Ma io guardo agli individui. A un giovane consiglierei tutta la vita di evitare di fare Don Chisciotte con i mulini a vento.

Nel libro consiglia anche di evitare i patti col diavolo, sul posto di lavoro. Cosa intende?
Intendo dire che non va mai sacrificata la libertà per il successo.

Cosa intende?
Premessa: in Italia l’idea di libertà è un po’ strana:
io faccio quel che voglio, quando voglio.
Questa però non è libertà, è anarchia.

E cos’è la libertà?
È fare le scelte etiche che ti permettono di non essere ricattabile. Pensa alle raccomandazioni. Se entro in un’organizzazione senza qualifiche, divento prigioniero del mio patto col diavolo. Perché ho abdicato alla mia libertà e alla mia etica. Attenzione, non succede solo ai primi ministri o al Ceo di essere corrotti. Quest’anno al World Economic Forum non abbiamo dato aumenti di stipendio. Un mese fa il mio capo mi ha detto che mi voleva dare un aumento, ma l’ho rifiutato. Come capo del personale avrei perso tutta la mia credibilità. La tentazione l’ho avuta, ma se avessi accettato sarebbe stato un disastro. Capire chi fa patti col diavolo è anche una chiave di lettura interessante per valutare chi si ha a fianco, nell’organizzazione.

Spieghi meglio…
Quando entri in un’organizzazione ci sono una serie di variabili per capire le persone.

La prima: lavorano per se stesse o per l’organizzazione?
La seconda: Conoscono la politica dell’organizzazione o no?

Se metti le risposte in una matrice hai quattro tipologie di persone:

i polli sono quelli che lavorano per se stessi ma sono anche degli sprovveduti.
Non durano molto. Fanno errori da far spavento.

Poi ci sono i cani: molto fedeli ma sprovveduti. Riescono a sopravvivere nell’organizzazione, ma non fanno mai carriera.

La terza categoria è quella dei serpenti:
hanno enorme intelligenza politica, ma seguono solo le loro ambizioni. Gente da evitare.

Quella giusta è la quarta categoria. Indovinato?
È quella degli elefanti: che lavorano per gli altri e che hanno contezza del posto in cui sono.

Ogni volta che entri in un’organizzazione, devi capire chi sono i tuoi colleghi e avere dinamiche di relazione diverse.

Aiutare i cani, evitare i serpenti e i polli, frequentare più possibile gli elefanti.

https://www.facebook.com/linkiesta/?hc_ref=NEWSFEED&fref=nf

domenica 1 settembre 2013


Nella formulazione netta della legge di causalità
<<Se conosciamo esattamente il presente, possiamo calcolare il futuro>>, è falsa non la conclusione, ma la premessa. Noi non possiamo in linea di principio conoscere il presente in ogni elemento determinante. Perciò ogni percepire è una selezione da una quantità di possibilità e una limitazione delle possibilità future. Poiché il carattere statistico della teoria quantistica è così strettamente legato all'imprecisione di ogni percezione, si potrebbe essere indotti erroneamente a supporre che al di là del mondo statistico percepito si celi un mondo <<reale>>, nel quale è valida la legge di causalità. Ma tali speculazioni ci sembrano, insistiamo su questo punto, infruttuose e insensate. La fisica deve descrivere formalmente solo la connessione delle percezioni. Si può caratterizzare molto meglio il vero stato delle cose in questo modo: poiché tutti gli esperimenti sono soggetti alle leggi della meccanica quantistica [...] viene stabilita definitivamente la non validità della legge di causalità.
Werner Heisenberg, Cinematica e meccanica quantoteoriche, in Indeterminazione e realtà, p. 66

giovedì 15 marzo 2012

Jean Giono. L’uomo che piantava gli alberi. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall'anima di quell'uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione

Piantava querce.
[…] Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla
Da “L’uomo che piantava gli alberi” Jean Giono (1953)  


Agostino Degas:
“Ho messo alberi sul campo, storie ne ho scritte che se ne vanno in giro tra le mani, ma i semi della vita non li ho rimessi al mondo. Sono in debito, ho mancato in spargimento.”
da “Sulla traccia di Nives” - Erri De Luca


Graziano Salvadore:
il racconto ha pure ispirato una canzone de I Ratti della Sabina 


Luigi Luciano Piscitelli:
‎... molto bello il film d'animazione di Frédérick Back tratto dal romanzo di Jean Giono; vincitore del premio Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione nel 1988 ... Buona visione :-)


"L'arte è la scienza resa chiara"
Jean Cocteau

Masanobu Fukuoka:

 “Quando un contadino lavora fa cultura”

“La vera cultura nasce dalla natura, ed è semplice, umile, pura.”

I principi rivoluzionari dell'agricoltura del non fare del metodo Fukuoka sono:
- non arare
- non diserbare
- non concimare
- non potare.
Masanobu Fukuoka
     
"Aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 19 10 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l'intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall'anima di quell'uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall'anima di quell'uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione."

"L'uomo che piantava gli alberi" è un racconto di Jean Giono, pubblicato nel 1953, ma è anche un film d'animazione che nel 1987 vinse il Premio Oscar come migliore cortometraggio di animazione. Ma è soprattutto una favola dedicata all'ambiente per bambini ed adulti, un messaggio di riconciliazione dell'uomo con madre natura, un messaggio di rinascita della foresta e della vita là dove erano state incoscientemente annientate.
Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Jean Giono incontra un uomo straordinario, un pastore solitario e tranquillo, di poche parole, che prova piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane.

Nonostante la sua semplicità e la totale solitudine in cui vive, quest'uomo inizia a compiere una grande azione, un'impresa che avrebbe cambiato la faccia della sua terra e la vita delle generazioni future: trasforma una terra desolata in uno spazio verde e fertile.
Ecco un brevissimo estratto del libro.
"Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise a esaminarle l'una dopo l'altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Gli proposi di aiutarlo. Mi rispose che era affar suo. In effetti, vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo, eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire".
Scarica libro pdf: http://www.webalice.it/orsettovirtuale/libro.pdf





Film d'animazione di Frédérick Back tratto dal romanzo di Jean Giono. Vincitore del premio Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione nel 1988.


Questo cortometraggio è meraviglioso. Lo rivedrei all'ìnfinito. Quell'inciso descrittivo del cane del pastore, "affettuoso senza bassezza" (5:55 circa), dice tutto, e molto di più.

L'uomo che piantava gli alberi. Un racconto di Jean Giono.
Una quarantina circa di anni fa stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza. Si trattava, quando intrapresi la mia lunga passeggiata in quel deserto, di lande nude e monotone, tra i 1200 e 1300 metri di altitudine, l'unica vegetazione che vi cresceva era la lavanda selvatica. Attraversavo la regione per la sua massima larghezza e dopo tre giorni di marcia mi trovavo in mezzo ad una desolazione senza pari. Mi accampai di fianco allo scheletro di un villaggio abbandonato, non avevo più acqua dal giorno prima e avevo necessità di trovarne. Quell'agglomerato di case, benché in rovina, simile ad un vecchio alveare, mi fece pensare che dovevano esserci stati, una volta, una fonte o un pozzo; c'era difatti una fonte, ma secca. Le cinque o sei case senza tetto, corrose dal vento e dalla pioggia, e la piccola cappella col campanile crollato, erano disposte come le case e le cappelle dei villaggi abitati, ma la vita era scomparsa. Era una bella giornata di giugno, molto assolata; ma, su quelle terre senza riparo e alte nel cielo il vento soffiava con brutalità insopportabile. I suoi ruggiti nelle casse delle case erano quelli di una belva molestata durante il pasto; dovetti riprendere la marcia.
Cinque ore più tardi non avevo ancora trovato acqua e nulla mi dava speranza di trovarne, dappertutto la stessa aridità, le stesse erbacce lignose. Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi; la presi per il tronco di un albero solitario. Ad ogni modo mi avvicinai. Era un pastore,  una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui. Mi fece bere dalla sua borraccia, e poco più tardi mi portò nel suo ovile in una ondulazione del pianoro. Tirava su l'acqua, ottima, da un foro naturale, molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello.
L'uomo parlava poco, com'è nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di sé e confidente in quella sicurezza.

 
Dipinto di Gustave Courbet – La quercia di Flagey (1864) 

lunedì 9 gennaio 2012

Charles Darwin. Non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno quella più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento.


DARWIN CONTRO PLATONE
Se veramente esistono questi esseri di cui andiamo ragionando continuamente, e il buono e il bello e ogni altro simile; e a ciascuno di questi noi riportiamo e compariamo tutte le impressioni che ci vengono dai sensi, riconoscendo che essi sono gli esemplari primi già posseduti dal nostro spirito; non è necessario, per la stessa ragione onde questi esistono, che anche esista la nostra anima prima ancora che noi siamo nati? E se questi non esistono, non sarà vano il nostro ragionamento? Non è così, non dipende da una necessità eguale che esistano questi esseri e al tempo stesso esistano le nostre anime, prima ancora che noi siamo nati? e che, se l’una cosa non è, neanche l’altra può essere?
Platone, “Fedone”, 76 d-e, tr. it. Laterza

Platone dice nel Fedone che le nostre “idee necessarie” derivano dalla preesistenza dell'anima, e non sono originate dalla esperienza. – leggi scimmie al posto di preesistenza –
C. Darwin, “Taccuini filosofici”, M, 128, tr. it. UTET

DARWIN CONTRA PLATONE: Chi ha ragione?




Galileo lo abbiamo perdonato, Darwin è ancora nei nostri incubi.
Abbiamo accettato di essere solo un sasso vagante che gira attorno ad una stella qualunque nella periferia di una galassia qualunque, ma non siamo ancora pronti ad accettare di essere un ramoscello qualunque di un cespuglio frastagliato in un immenso e disarticolato albero della vita.
Possono solo le credenze religiose giustificare questo rigetto? O c'è qualcos'altro che viola un tabù interiore? Perché Darwin ci da così fastidio? In effetti bisogna ammettere che vanità, antropocentrismo ed essenzialismo sono caratteristiche umane, ancor prima che religiose. Darwin non ha solo un problema con i credenti, ma li ha anche con chi tiene una mentalità più aperta. Di recente, grazie alla propaganda dei creazionisti, sembra svilupparsi anche un preoccupante antievoluzionismo laico. Ho timore che debbano passare altri 150 anni prima di perdonare anche lui.
Knight of Cydonia


Charles Darwin, La rarità precede l’estinzione.
“È piuttosto difficile ricordare sempre che l’incremento numerico di qualsiasi organismo è continuamente ostacolato da fattori nocivi, non percepibili, e che questi fattori non percepibili sono largamente sufficienti a provocare la rarità e infine l’estinzione. Nelle più recenti formazioni terziarie vediamo come in molti casi la rarità precede l’estinzione. Sappiamo anche che così si sono svolti gli eventi con gli animali che sono stati distrutti, localmente o dovunque, per opera dell’uomo. Posso ripetere quanto ho pubblicato nel 1845, cioè che ammettere che, in genere, le specie diventano rare prima di estinguersi, non provare sorpresa di fronte alla rarità di una specie, eppure stupirsi grandemente quando detta specie cessa di esistere, è quasi come ammettere che la malattia nell’individuo precede la morte, non stupirsi della malattia e poi, quando il malato muore, meravigliarsi e sospettare che sia morto per qualche ignota azione violenta.”
CHARLES DARWIN (1809 – 1882), “L’origine delle specie per selezione naturale o la preservazione delle razze nella lotta per la vita” (1859), introduzione di Pietro Omodeo, trad. di Celso Balducci, in ID. “L’origine della specie e altri scritti sull’evoluzione”, Newton Compton, Roma 2011 (III ed., I ed. 1994), 10. ‘Successione geologica degli organismi viventi’, ‘Estinzione’, pp. 757 – 758.


Non è la specie più forte a sopravvivere e nemmeno quella più intelligente, ma la specie che risponde meglio al cambiamento.
Charles Darwin


E’ crudele ed umiliante constatare che le opere umane, costate tanti anni di lavoro e sacrificio, possano venir distrutte in pochi secondi… la terra, simbolo stesso di solidità, può muoversi sotto i nostri piedi come una sottile pellicola su un liquido.
Charles Darwin, dopo il terremoto cileno del 1835


"La perdita degli interessi per la musica, la pittura, la poesia costituiscono una perdita di felicità e non è escluso che possa risultare lesiva per l'intelletto e, più probabilmente ancora, per il carattere morale, perché indebolisce il risvolto emozionale della nostra natura."
Charles Darwin


L'uomo nella sua arroganza si crede un'opera grande, meritevole di una creazione divina. 
Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente degli animali. 
Charles Darwin



Charles Darwin, "L'origine delle specie" (1859)
È interessante contemplare una plaga lussureggiante, rivestita da molte piante di vari tipi, con uccelli che cantano nei cespugli con vari insetti che ronzano intorno e con vermi che strisciano nel terreno umido e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l’una dall’altra, e dipendenti l’una dall’altra in maniera così complessa, sono state prodotte da leggi che agiscono intorno a noi. Queste leggi, prese nel loro più ampio significato, sono la legge dell’accrescimento con riproduzione; l’eredità che è quasi implicita nella riproduzione; la variabilità per l’azione diretta e indiretta delle condizioni di vita, e dell’uso non uso; il ritmo di accrescimento così elevato da condurre a una lotta per l’esistenza, e conseguentemente ad una selezione naturale, che comporta la divergenza dei caratteri e l’estinzione delle forme meno perfette. Così dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, direttamente deriva il più alto risultato che si possa concepire cioè la produzione degli animali superiori.
Charles Darwin, "L'origine delle specie" (1859), cap. XV, tr. it. Bollati Boringhieri


“L'incredulità si insinuò nel mio spirito, e finì per diventare totale.
Il suo sviluppo fu tanto lento che non ne soffersi, e da allora non ho mai più avuto un dubbio sull'esattezza della mia conclusione. In realtà non posso capire perché ci dovremmo augurare che le promesse del cristianesimo si avverino: perché in tal caso, secondo le parole del Vangelo, gli uomini senza fede come mio padre, mio fratello, e quasi tutti i miei amici più cari sarebbero puniti per l'eternità........ E questa è un'odiosa dottrina. L'uomo nella sua arroganza si crede un'opera grande, meritevole di una creazione divina. Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente degli animali......È interessante contemplare una plaga lussureggiante, rivestita da molte piante di vari tipi, con uccelli che cantano nei cespugli, con vari insetti che ronzano intorno, e con vermi che strisciano nel terreno umido, e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l'una dall'altra, e dipendenti l'una dall'altra in maniera così complessa, sono state prodotte da leggi che agiscono intorno a noi."
Charles Darwin

Nel 1835 Darwin si trovava nelle isole Galapagos, nel suo viaggio con il brigantino Beagle, e osservò la presenza nell'arcipelago di 13 specie diverse di fringuello.
La maggior differenza fra questi uccelli era riscontrabile nel becco, diversamente specializzato in ognuna delle 13 specie. Questa osservazione contribuì alla stesura dell'opera del naturalista britannico, Darwin infatti dedusse che le 13 specie erano tutte discendenti da un antenato comune giunto sull'isola tempo addietro.
Questi volatili erano specie presenti solo in quell'arcipelago, e la loro diversità era scaturita possibilmente da un cambiamento delle condizioni ambientali che aveva diminuito l'abbondanza di cibo, portando vari gruppi di fringuelli a spostarsi da un'isola all'altra e ad adattarsi alle diverse disponibilità di cibo. Da qui la differenziazione dei becchi, da quelli larghi e tozzi per mangiare semi duri a quelli con un becco appuntito e sottile adatto a cacciare piccoli insetti.
Questo fenomeno chiamato "irradiazione adattativa" si verifica quando una singola specie sviluppa adattamenti (creati dalla casualità delle mutazioni genetiche e selezionati dall'ambiente) che le permettono di occupare nuovi habitat. La specie di fringuello originale che per prima era giunta in quell'arcipelago si era adattata perciò al nuovo ambiente, sviluppando una serie di caratteristiche nuove che portarono alla nascita di nuove specie.
[Alberto]








Un giorno allo zoo di Torino molti anni fa. Era un pomeriggio e passando davanti alla gabbia delle scimmie ne vidi una che aveva lo sguardo malinconico. Allora le presi come per istinto la manina......Passavano i minuti poi le ore .. Sono riuscito ad andarmene con rabbia e fatica... Ed ora quando guardo queste foto piango....E vorrei con tutta l'anima poterla stringere di nuovo in un luogo dove io e lei siamo uno.......



10 cose che credi di sapere sull'evoluzione.
Il 12 febbraio 1809 nasceva Charles Darwin, il padre della teoria dell'evoluzione per selezione naturale. Oggi tutto il mondo festeggia questo evento con il Darwin Day. Per l'occasione vi raccontiamo che cos'è la teoria dell'evoluzione e quali sono le convinzioni comuni (e scorrette) su di essa.

   
I principi della teoria dell’evoluzione scoperti da Charles Darwin sono chiari.
Le specie viventi si modificano nel tempo, quando la selezione naturale agisce sulle popolazioni, costituite da individui tutti diversi. [...]

La teoria dell'evoluzione, oltre alla selezione naturale, comprende anche altri aspetti, come la selezione sessuale e la deriva genetica, che la completano.

È la legge del più forte!
NO. Si sente spesso dire che l’evoluzione giustifica l’aggressione e la sopraffazione perché è “la legge del più forte. Il concetto è assolutamente estraneo alla scienza: i più “adatti” in una popolazione non sono i più forti fisicamente, o i più aggressivi, ma gli individui che si riproducono più e meglio. Per esempio i roditori o i lagomorfi, come lepri e conigli, non si può dire che siano aggressivi, né più forti di un predatore. Eppure sono tra le specie di mammiferi più diffuse sulla Terra.

È un processo con un fine
NO. Molti vedono l’evoluzione come una lunga strada che comincia nel lontano passato e ha un obiettivo preciso, cioè la nascita della nostra specie, o di altre specie più evolute. Ma il processo stesso, per come l’ha spiegato Charles Darwin e l’hanno approfondito gli evoluzionisti, si basa solo sul successo di comportamenti o altri adattamenti che permettono la sopravvivenza in un particolare ambiente, e solo in particolari momenti storici. Non ci sono quindi specie più evolute di altre o particolarmente “preferite” dalla selezione naturale. Che non può neppure funzionare prevedendo quello che potrebbe accadere nel futuro.

Esistono specie intermedie.
NO. Il concetto di specie intermedia, o anello di congiunzione, è scorretto, perché queste specie sarebbero a metà strada tra un passato imperfetto e un presente in cui l’evoluzione ha raggiunto la perfezione. Inoltre, l'idea degli anelli di congiunzione, come l'Homo naledi, farebbe supporre la presenza di una lunga catena o una scala di forme viventi che vanno dai meno perfetti ai più perfetti; ora sappiamo che le specie formano un complesso e intricato cespuglio, senza una linea precisa che va dal passato al presente.


Ci sono "fossili viventi".
NO. È solamente un "modo di dire": anche se molte forme di vita, sia animali sia vegetali, sono simili a quelle del passato, ciò non significa che siano rimaste immutate per milioni di anni, come se per loro l'evoluzione non fosse mai neppure iniziata. Un esempio noto è quello del celacanto, un pesce le cui forme più simili risalgono a circa 400 milioni di anni fa: ma la somiglianza con il passato è solo superficiale, e queste specie erano molto diverse da quelle di oggi.

Si affida solo al caso.
NO. L'intero processo dell'evoluzione per selezione naturale comprende almeno due passaggi fondamentali:


  • il primo è la generazione di variabilità attraverso le mutazioni o altre modifiche del genoma (il DNA di un individuo)
  • Il secondo è la selezione naturale vera e propria, che elimina gli individui che non riescono a riprodursi in quel determinato ambiente
Le mutazioni, insieme a ricombinazione e immigrazioni da altri luoghi, possono essere considerate generate a caso. Ma la selezione naturale è un processo perfettamente deterministico, molto lontano dalla scelta casuale.

È sempre progresso.
NO. Si pensa che le specie del passato fossero meno evolute di quelle odierne, meno perfette e adattate all'ambiente. Invece, poiché l'evoluzione seleziona solo gli individui che riescono a sopravvivere in un momento e un luogo preciso, nel passato vivevano specie che non erano né migliori né peggiori di quelle di oggi, ma solo diverse. Insieme all'aumento di complessità ci sono molti esempi di diminuzione della complessità stessa, come quelli che coinvolgono per esempio i parassiti, che hanno struttura e metabolismo molto semplificati.

È una teoria sull'origine dell'universo e della vita.
NO. L'evoluzione descrive e spiega solo quello che è accaduto, accade e accadrà alle specie viventi.
I processi chimici e fisici che hanno portato alle prime forme di vita, così come il Big Bang e molti altri fenomeni fisici non hanno niente a che fare con l'evoluzione per selezione naturale. L'evoluzione è "entrata in azione" solo nel momento in cui sono esistite cellule, anche molto semplici, che si sono riprodotte.


È un guida per il comportamento.
NO. L'evoluzione non detta le linee guida per i comportamenti umani.
Questi ultimi, a nostro parere, si fondano su altre basi: la socialità, le convenzioni, la morale, la cultura... che cambiano nel tempo e da popolo a popolo. Non ha nulla a che fare con lo schiavismo o il razzismo, che sono comportamenti umani, né con pseudoscienze come la fisiognomica, che a fine '800 pretendeva di associare i caratteri fisici ai comportamenti. Nella foto, i dittatori Franco e Hitler.


http://www.focus.it/scienza/scienze/10-cose-sull-evoluzione?gimg=74096&gpath=#img74096




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