Visualizzazione post con etichetta Jean Baptiste Molière Poquelin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jean Baptiste Molière Poquelin. Mostra tutti i post

lunedì 7 gennaio 2013

Dacher Keltner. i ricchi sono più egoisti e meno capaci di empatia dei meno abbienti



Lo psicologo e sociologo Dacher Keltner della University of California di Berkeley sostiene infatti che i ricchi sono più egoisti e meno capaci di empatia dei meno abbienti e che a renderli diversi sono proprio le diverse esperienze di vita, fatte di agi, comodità e amicizie compiacenti. [...] Le persone di ceto più basso - spiega su Current Directions in Psychological Science - sono più empatiche, portate alla compassione e all'altruismo. Quelle di ceto più alto pensano che il successo economico e l'ideologia politica debbano dettare il loro comportamento ed agiscono eticamente solo per queste ragioni.


I Ricchi Sono Più Egoisti e Insensibili

DI SARA FICOCILLI  

Per realizzare lo studio uno scienziato Usa ha condotto 12 esperimenti, misurando le reazioni cerebrali e il comportamento sociale dei volontari. "Le persone di ceto più basso - spiega - sono più empatiche, portate alla compassione e all'altruismo"

Egoista, insensibile e incredibilmente avaro, l'Arpagone di Molière non avrebbe avuto nessun problema ad ammettere che i ricchi sono diversi dai poveri, e che l'abisso che separa le due categorie non sta tanto nelle possibilità economiche quanto in quelle emozionali. Dura da digerire, la sua teoria è stata snobbata in favore di quella della telenovela più famosa del mondo, anche i ricchi piangono, ma dopo quasi quattro secoli per il commediografo francese è arrivato il momento della rivincita. Lo psicologo e sociologo Dacher Keltner della University of California di Berkeley sostiene infatti che i ricchi sono più egoisti e meno capaci di empatia dei meno abbienti e che a renderli diversi sono proprio le diverse esperienze di vita, fatte di agi, comodità e amicizie compiacenti. 

Per realizzare lo studio Social Class as Culture: The Convergence of Resources and Rank in the Social Realm, Keltner ha condotto 12 esperimenti, misurando i livelli di empatia cerebrale e il comportamento sociale dei volontari. "Le persone di ceto più basso - spiega su Current Directions in Psychological Science - sono più empatiche, portate alla compassione e all'altruismo. Quelle di ceto più alto pensano che il successo economico e l'ideologia politica debbano dettare il loro comportamento ed agiscono eticamente solo per queste ragioni". In uno dei test lo psicologo, aiutato da altri colleghi, ha chiesto a 115 persone di giocare al "dittatore", un esercizio comunemente usato per misurare il comportamento economico di una persona e che consiste nell'affidare ai partecipanti un partner sconosciuto e dieci gettoni (che corrispondono a vero denaro), proponendo loro di dividerli con l'altro a discrezione. I volontari più poveri si sono mostrati i più generosi.

Per il suo studio Keltner ha anche studiato i meccanismi di attivazione del nervo vago, che aiuta il cervello a ricordare e registrare gli input emozionali che arrivano dall'esterno. Alla vista di un bambino affamato, ad esempio, esso si attiva e lo psicologo ha rilevato un'attivazione più intensa nelle persone di ceto basso. Autore del libro Born To Be Good: The Science of A Meaningful Life, Keltner sostiene inoltre che le persone meno abbienti sono più abili di quelle benestanti nel decifrare le emozioni dei volti ritratti in fotografia, e questo appunto perché più empatiche. Una teoria confermata da un altro studio californiano condotto su 300 dipendenti dell'università e pubblicato qualche mese fa su Psychological Science, secondo cui i più ricchi sono meno capaci di "leggere le emozioni degli altri" e posseggono quindi meno "accuratezza empatica". Nessuna ricerca è ancora riuscita a capire fino in fondo il perché di questi limiti. Secondo David Neal della University of Southern California di Los Angeles e Tanya Chartrand della Duke University Fuqua School of Business di Durham, in North Carolina, il colpevole potrebbe essere un farmaco molto caro all'upper class, il botox, che ostacolerebbe la capacità di leggere le emozioni.

A queste differenze "interiori" si sommano naturalmente anche quelle di fatto, esasperate dalla crisi economica. Proprio la scorsa settimana il New York Times ha messo in evidenza che l'aumento dei prezzi dei beni di lusso non ha particolari effetti sulle vendite: "Se il costo di un paio di scarpe passa dagli 800 agli 860 dollari, chi vuoi che se ne accorga?", ha dichiarato uno dei responsabili della fashion boutique Saks. E secondo l'agenzia Gallup oltre l'80% del benessere negli Usa è controllato dal 20% della popolazione, ma gli americani che guadagnano più di 90 mila dollari l'anno si rifiutano di contribuire al superamento della crisi pagando più tasse. Il divario tra ricchi e poveri è sempre più marcato anche in Italia: stando ai dati dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) il nostro è uno dei Paesi industrializzati con la maggiore disparità dei redditi, al quinto posto tra i 17 che hanno segnato un ampliamento del gap tra il 1985 e il 2008, davanti a Messico, Stati Uniti, Israele e Regno Unito.

index

http://eccocosavedo.blogspot.it/2013/01/i-ricchi-sono-piu-egoisti-e-insensibili.html

lunedì 9 gennaio 2012

Molière, L'avaro. Il verbo «dare» gli è tanto in odio che non dice mai «Ti dò il buon giorno», ma «… te lo impresto».

Il verbo «dare» gli è tanto in odio che non dice mai 
«Ti dò il buon giorno», ma «… te lo impresto»
"L'avaro" "Molière" Jean-Baptiste Poquelin 
(Parigi, 15 gennaio 1622 – Parigi, 17 febbraio 1673), 
è stato un commediografo e attore teatrale francese.



Ogni cosa ha il valore che le viene dato.
Jean-Baptiste Molière Poquelin

L'intreccio si svolge intorno alla figura di Arpagone, l'avaro, padre di due figli, Cleante ed Elisa, e noto uomo "d'affari". Ha un carattere schivo ed introverso. Le sue uniche amicizie sono i soldi, dei quali è gelosissimo e grazie ai quali è conosciuto come ottimo speculatore.

Il figlio Cleante è invece un abile spendaccione, che si attornia di tutti gli sfarzi e i pizzi che vanno tanto di moda nel Seicento.

Sia Cleante sia Arpagone sono innamorati di una giovane dama, Mariana, che diverrà in seguito anche motivo di ricatto tra i due. Arpagone vede in lei quella bellezza e quella semplicità che non richiedono eccessive spese di mantenimento; inoltre, mira ad una cospicua dote, che gli sarà data negli anni dopo il matrimonio attraverso servigi e parsimonia nell'uso del denaro. Cleante, invece, è perdutamente innamorato di Mariana, del suo sguardo e dei suoi sorrisi e mira ad un matrimonio vero e ricco di sentimenti.

All'inizio, si crea un vero e proprio intrigo, visto e considerato che i due contendenti non sanno l'uno delle intenzioni dell'altro; ma il nodo si scioglie con l'invito a cena di Arpagone, in cui presenta Mariana alla sua famiglia e Cleante viene a conoscenza dell'enorme intoppo che si è venuto a creare col passare del tempo. Ma decide di non riferire nulla al padre, troppo determinato nelle sue scelte, e di agire su strade secondarie, magari con una fuga d'amore.

A questo punto comincia ad avere più spessore anche la figura di Elisa, che interferisce magistralmente cercando di avvicinare Mariana a Cleante, fingendo di essere interessata ad una profonda conoscenza della sua futura matrigna.

Finora, dunque, Arpagone non sospetta nulla delle pianificazioni amorose dei figli, anche perché nel frattempo era insorto un altro problema molto più importante: gli era stata rubata una cassetta contenente un'ingente somma in denaro, che lui aveva precedentemente nascosto con cura in giardino. Il suo morboso attaccamento ai soldi lo distoglie momentaneamente dai loschi piani tramati contro di lui da Cleante ed Elisa.

Anche quest'ultima, infatti, promessa in sposa dal padre ad un vecchio amico parsimonioso, Anselmo, si ribella agli obblighi di famiglia e si innamora perdutamente di un baldo giovane, Valerio, il quale si rivela furbo ed astuto, soprattutto nel tentare un approccio con Arpagone e nell'abbindolarlo pure, con l'unico scopo di ottenere le sue simpatie e poter sposare Elisa.

Arpagone non rifiuta l'attaccamento di Valerio, perché riesce a sentire nelle sue parole quell'avarizia che andava cercando ovunque e che riusciva a trovare solo in se stesso; lo vede quindi quasi come quel figlio che non ha mai avuto.

Tra la marea di impegni per la futura sposa e per la ricerca del ladro della sua amata cassetta, Arpagone riesce a trovare il tempo per allacciare un rapporto d'affari al buio, dove gli viene proposta una forma particolare di contratto: lui finanzia un uomo che necessita immediatamente di soldi e questi ultimi gli saranno risarciti con gli interessi.

Di questo trattato al buio ben presto disvela ogni risvolto e Arpagone si trova di fronte al suo futuro debitore, che risulta essere proprio suo figlio Cleante, il quale avrebbe usato il denaro per sposarsi e fuggire con Mariana.

Sconvolto dalla notizia, Arpagone deve far fronte anche ad un altro dramma: la cassetta di cui non si hanno più notizie. Lo sconforto generale porta l'avaro a nutrire sospetti nei confronti di tutti, anche del fidato Valerio, che, messo alle strette, ammette un reato ancora sconosciuto, ovvero il suo amore per Elisa.

A questo punto, Arpagone è al massimo della collera e non guarda in faccia a nessuno, mostrando il suo attaccamento al denaro in ogni minimo particolare.

Le acque si calmano nel giro di poco tempo, perché Cleante lo rincuora, dicendogli di aver trovato la sua cassetta; ma qui scatta anche il ricatto. Conoscendo l'avarizia del padre, Cleante, infatti, approfitta del suo punto debole e propone la restituzione dei soldi solo in cambio dell'approvazione del suo matrimonio con Mariana.

Arpagone non appare eccessivamente turbato, anche perché la sua attenzione è rivolta soprattutto verso il denaro e della donna alla fine non gliene importa molto; l'unica cosa che lo intimorisce è la spesa cui dovrà far fronte per le nozze del figlio. Ma anche questo nodo viene sbrogliato, grazie ad Anselmo, che nella baraonda precedente aveva avuto modo di rivedere i suoi figli persi tanti anni prima in un naufragio; questi figli sono proprio Mariana e Valerio, quindi le questioni finanziarie per i matrimoni risultano risolte.

Il finale si rivela perciò del tutto inaspettato, un finale quasi commovente, dove due famiglie ritornano ad essere finalmente unite e felici.

Credo che sia proprio quest'ultima parte de L'avaro a non averne permesso un grande successo ai suoi tempi: tempi in cui la psicologia seicentesca imponeva maschere fisse, come Arpagone il burbero avaro, e soprattutto commedie di scarso spessore e scontate, in modo da garantire l'apprezzamento del pubblico e il relativo successo.

Molière in questo delude le aspettative del suo pubblico barocco, che in una commedia apprezza gli standard e che quando si reca a teatro o nelle regge vuole vedere ciò che già sa e che gli piace.

Paragonata a quella del mondo moderno, la mentalità barocca può risultare assurda, se non addirittura l'esatto opposto.

Leggendo L'avaro ci si può accorgere infatti di come l'intreccio sia scontato, in quanto segue perfettamente il carattere dei personaggi (l'avaro, lo spendaccione, l'astuto, .); risulta talmente evidente da diventare quasi noioso. Le battute stesse girano sempre intorno al proprio personaggio e rendono la commedia molto simile ad un telefilm dei nostri giorni, dove i buoni sono sempre buoni, i cattivi sempre cattivi, ..

Molière sconvolge invece con il finale, dove stravolge la tensione e gli intrighi creati in precedenza e li porta in un clima di amore, affetto e felicità. Arrivati a questo punto, si può notare come anche Arpagone l'avaro non risulti più essere la solita maschera fissa, ma sveli qualche lato umano, lasciando per un attimo da parte l'ostinazione e la cocciutaggine e accettando le decisioni dei figli.

E credo che la vera bellezza dell'opera stia proprio in questo punto saliente, dove le storie subdole portate avanti finora lasciano spazio ad una storia reale e ricca di pathos.

La commedia risulta leggera e scorrevole e lascia al finale il compito di arricchire il copione vuoto che si trova alle spalle.

Ne L'avaro Molière riesce a fare quello in cui i suoi contemporanei falliscono: aprire il proprio cuore e avere fiducia nei sentimenti; non cerca il particolare nelle cose, ma lo cerca nelle persone. Per questo motivo l'avaro non è una maschera fissa dove si debba cercare solo il carattere burbero e tirchio, ma è anche un padre che nutre sentimenti sì di amore solo per i soldi, ma anche di rispetto nei confronti delle scelte altrui (il matrimonio dei figli).

La sua rassegnazione rappresenta la caduta dello standard e la riscoperta di un lato di se stessi che nel seicento si tende a coprire per non apparire soli ed indifesi. 

http://www.inftub.com/letteratura/LAVARO-Di-JeanBaptiste-Poqueli35146.php

Elenco blog personale