domenica 28 luglio 2019

Federico da Montefeltro: il naso più famoso d’Italia e la prima rinoplastica.

Il naso d’Italia.
Probabilmente è famoso, molto famoso, per il suo naso. 
Più precisamente, per il pezzetto che manca. La punta non ha nulla di strano. 
Non sporge in modo aristocratico ed effimero verso il mondo, né s’ingrossa come un bulbo. 
Sta nel giusto mezzo, nella mediocritas. Il dorso del naso rivela persino un tratto nobile tendendo dritto alla fronte. Qui però, dove altri nasi si perdono dolcemente senza rialzo, non c’è transizione, non c’è radice, ma soltanto il vuoto. Un taglio netto, un gradino, un’intaccatura interrompe bruscamente l’architettura facciale, crea spazio letteralmente per il nulla. Un nulla che però – è innegabile – rende consapevoli dell’esistenza del resto. Nessun altro ha mai avuto un naso simile e questo è diventato il naso d’Italia. [...] Il pittore non nasconde le quattro piccole verruche sulla guancia del modello, tracce di una malattia della pelle che ha colpito Federico da giovane [...]. Piero vuole essere preciso. Vuole entrare nei particolari, per così dire penetrare nei pori della pelle, con la stessa maestria dei pittori fiamminghi a lui contemporanei. Ha sfidato il loro realismo. L’attenzione ai dettagli dei fiamminghi, la loro arte nel mostrare uomini e cose come se fossero reali suscitavano molta ammirazione anche in Italia. L’arte dei fratelli Van Eyck o di Hans Memling deve avere colpito gli uomini dell’epoca, che non sapevano nulla di fotografia né di cinema.

Tuttavia Piero della Francesca non era una specie di fiammingo toscano.
Se la sua rappresentazione del duca di Urbino è ben informata dell’arte nordica, possiede anche tratti peculiari e molto italiani: il colore luminoso ad esempio, lo scarlatto appena sfumato del mantello e del cappello. Di fronte all’azzurro del cielo è il profilo rigoroso, tutto angoli e curve, a dare pregnanza alla testa e persino a mettere in risalto la rientranza del naso.  [...]

Giovanni Santi narra l’incidente nella sua cronaca in rima.
Il racconto svela tra l’altro le tracce di una cultura cavalleresca tardiva, le cui forme non si addicono all’immagine corrente che si ha del Rinascimento. [...]
Il torneo durante il quale Federico da Montefeltro perse l’occhio si svolse nel 1451.
Il signore di Urbino lo aveva organizzato in onore di Francesco Sforza, da poco diventato duca di Milano. Federico montò in sella, noncurante – pare – dei segni che indicavano la sciagura. Come avversario scelse Guidangelo de’ Ranieri, un distinto giovanotto di Urbino, noto nei tornei e che aveva già vinto un premio a Firenze. A mo’ di saluto, Federico gli fece dono di una catena d’oro.
Non ci furono danni nella prima cavalcata. Nel secondo combattimento però la lancia di Guidangelo rimbalzò contro l’armatura del conte e scivolò attraverso la visiera dell’elmetto; il Montefeltro fu colpito tra le sopracciglia. Il colpo spaventoso tranciò l’osso nasale e penetrò nell’occhio destro. Allora ventottenne, Federico deve aver dimostrato un bel coraggio. Disse che si sarebbe ripreso in fretta, appena superato lo shock. Con l’occhio rimanente avrebbe visto meglio che con altri cento. Ora poteva consolarsi condividendo il destino di Annibale, uno tra i piú grandi generali dell’antichità; anche lui aveva perso un occhio durante una campagna nell’Italia centrale.

Per noi, Federico sarà uno dei condottieri piú valenti dei suoi tempi e un uomo di stato dallo sguardo
acuto anche in senso figurato.

Secondo papa Pio II, il duca ci vedeva meglio con un solo occhio di cento principi con due.



https://www.einaudi.it/content/uploads/estratti/978880619713PCA.pdf



E’ un dipinto a olio in colori brillanti e mostra i volti di un uomo e una donna di profilo, rivolti uno verso l’altro.

A destra Federico da Montefeltro, con cappello e veste rossa, difronte a lui sua moglie Battista Sforza, pallida, con una acconciatura complicata, ricche vesti e gioielli.

[...] Federico, di carnagione più scura, capelli crespi nerissimi, ha un profilo molto strano: la parte del naso all’altezza dell’occhio (il ponte nasale) è schiacciata e rientra in modo innaturale con una forma a L rovesciata.

Non può certo essere un errore del pittore: Piero della Francesca fu uno degli artisti più dotati della sua epoca, e in aggiunta amico personale di Federico.







Lo stesso Piero della Francesca ritrasse un’altra volta Federico di Montefeltro, come donatore, nella Pala d’altare oggi a Brera: lo vediamo inginocchiato ai piedi della Madonna e dei Santi, con addosso l’armatura ma senza l’elmo (e mezzo calvo), a mani giunte. Sempre preso da destra, sempre con il suo profilo sagomato.

Stesso particolare in altri dipinti: in uno Federico è con il figlio Guidobaldo, e sembra forse un po’ più vecchio, con i capelli meno neri, la pelle meno fresca, ma lo stesso inquietante naso.

Sotto, Federico di Montefeltro con alle spalle il Palazzo di Urbino (opera di pittore ignoto, allievo di Pedro Berruguete):

Pedro Berruguete, Federico da Montefeltro con il figlio Guidobaldo, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino:


Ma qual è il motivo di questo particolare anatomico? 
E perché Federico venne ritratto sempre nella stessa posizione?

La spiegazione è che Federico non poteva essere ritratto né di fronte né da sinistra: in un incidente durante un torneo una lancia gli era penetrata nell’elmo e gli aveva perforato l’occhio. Da alcune descrizioni sappiamo che la palpebra gli era rimasta pendente e che si vedeva solo il bianco del bulbo oculare.

Federico avrebbe potuto rimanere ucciso, invece aveva solo perso l’occhio sinistro. 

Secondo le teorie più antiche, pur essendo rimasto sfregiato, non voleva che questa menomazione lo limitasse troppo, soprattutto in battaglia: per avere un campo visivo più ampio, si era fatto rimodellare il naso in modo che opponesse meno ostacolo all’occhio che gli era rimasto.

Queste supposizioni sono state però screditate durante gli studi degli anni ’70 e ’80, che hanno identificato in un unico colpo di lancia il responsabile sia della perdita dell’occhio sia della rottura del naso.

(Ringraziamo per la correzione sopra il Prof. Francesco M. Galassi, che ha allegato anche un interessante lavoro sui suoi studi sulla Gotta del Duca Federico da Montefeltro).

Nonostante la praticità dell’avere un naso modificato, un interrogativo è intrigante:

Perché i pittori di corte invece di dissimulare questo difetto lo dipingono in modo così riconoscibile?

Invece di nascondere il difetto fisico, Federico da Montefeltro lo accentuò e ne fece il suo marchio distintivo.

I suoi contemporanei, che erano al corrente della vicenda, quando vedevano il suo ritratto non solo conoscevano il motivo del naso tagliato, ma richiamavano alla mente (o immaginavano facilmente) il suo intero volto deturpato e non potevano fare a meno di ammirare il suo coraggio.

Anche Federico, però, doveva avere le sue paure: ce lo rivela una lettera scritta al suo medico personale durante una campagna militare. Il duca era tormentato dalla gotta, il dolore a un piede non lo lasciava dormire di notte, era preoccupato, pentito di non avere rispettato la dieta rigida che il medico gli aveva prescritto, deciso a seguirla pur di liberarsi dal tormento.

Fragilità private che non potevano essere mostrate in pubblico, in un’epoca in cui la politica era gestita in modo spregiudicato, in cui un uomo di potere doveva apparire sprezzante di ogni fatica e di ogni pericolo, e doveva essere disposto a fare della ferocia il suo riferimento estetico.



Anche per questo motivo il torneo del 1450, organizzato nella “sua” Urbino e a cui partecipò, gli fu certo molto indigesto. Nella foga della contesa, un avversario penetrò con la punta della lancia la celata dell’elmo di Federico, che perse in questo modo l’uso dell’occhio destro. Dopo aver lottato con la morte per mesi, ecco la stoica decisione, indice del coraggio e dell’incapacità a rassegnarsi: egli si fece tagliare la parte superiore del naso – già ferita, in parte, dallo stesso colpo di lancia -, in modo da poter vedere bene anche a destra e, quindi, combattere come se nulla fosse accaduto. Il duca morirà nel 1482, trentadue anni dopo il torneo, e dopo aver superato indenne numerose battaglie.



Potrebbe essere vera la frase leggendaria che molti gli attribuirono poco dopo l’incidente: 
“Pazienza, ci vedrò meglio con un occhio che con cento”. Il taglio del naso è riscontrabile, insieme ad altri segni quali le cicatrici sulla pelle, conseguenze di una vita militare intensa, nel celebre Ritratto di Federico da Montefeltro di Piero della Francesca. Nell’opera, la posizione del volto deriva dalla tradizione medaglistica ma probabilmente anche dall’imperativo del duca, che volle essere effigiato dal lato sinistro in modo da nascondere, in parte, la menomazione all’occhio.

https://www.vanillamagazine.it/federico-da-montefeltro-la-storia-dei-ritratti-del-duca-sfregiato/




Federico da Montefeltro: il naso più famoso d’Italia e la prima rinoplastica.


Al di là del valore artistico del lavoro di della Francesca, il quadro è molto noto perché mette in risalto il profilo, davvero particolare, di Federico e in particolare il suo naso, al quale manca una parte! Che cosa accadde al Montefeltro?

Intorno al 1450 – durante un torneo – venne ferito con una lancia e perse l’occhio destro. Nel XV secolo, una tale ferita poteva portare anche alla morte, ma Federico non si perse d’animo: la leggenda narra che affermò «Pazienza, ci vedrò meglio con un occhio che con cento!». Prese così la decisione di farsi tagliare la parte superiore del naso, per non ostacolare la vista dell’occhio sinistro.

Il vuoto che notiamo nel profilo dipinto da Piero lo ha reso probabilmente uno dei nasi più famosi della storia. Forse è il primo caso di rinoplastica conosciuto, e possiamo solo immaginare il dolore patito da Federico. 

L’incidente e l’operazione non fermarono la sua carriera, che lo portò a diventare Duca di Urbino. Federico, infatti, rimane uno dei personaggi più significativi del Rinascimento italiano: il suo amore per l’arte fa sì che ancora oggi Urbino sia la “sua” città, ricca di bellezza grazie al suo mecenate. 

Piero, Double portrait of the Dukes of Urbino 02 480

Uffizi Firenze
https://www.uffizifirenze.it/federico-da-montefeltro%3A-il-naso-più-famoso-d’italia-e-la-prima-rinoplastica.html




Io sapevo di un " incidente" di guerra; francamente, non so se credere al fatto che si sia fatto tagliare apposta la sommità dell'osso nasale... visto che non esisteva all'epoca nessuna forma di anestesia che gli potesse evitare l' insopportabile dolore dovuto ad una tale " operazione".... 😯😯😯



[...] il volto dai lineamenti marcati e dal piglio volitivo di Federico, è sormontato da un naso non solo voluminoso e sporgente, ma anche di forma bizzarra, che in corrispondenza dell’attaccatura sembra quasi “tagliato”; ebbene, pare che ciò fosse il risultato di un’operazione di chirurgia plastica ante litteram tramite la quale il naso del duca fu sapientemente “limato”, come da espressa richiesta dell’interessato.
Non per ragioni estetiche però, bensì pratiche: grazie all’intervento infatti, Federico poteva godere di una visione più ampia, quasi come avesse avuto ancora l’uso dell’altro occhio [...]

www.pilloledistoria.it/8870/storia-moderna/naso-rifatto-federico-ii-montefeltro




7 GIUGNO 1422: NASCE FEDERICO DA MONTEFELTRO. DIECI CURIOSITÀ SUL DUCA DAL NASO ADUNCO


Il suo profilo è divenuto icona pop grazie al ritratto di Piero della Francesca. Ma cosa c’è da sapere di Federico da Montefeltro, Duca di Urbino, nato il 7 giugno 1422? Ecco dieci curiosità:

1. Federico nacque da una relazione extraconiugale del conte Guidantonio con una giovane rimasta senza nome. Fu ugualmente avviato alla successione, nonostante la moglie di Guidantonio – che nel frattempo aveva avuto un figlio – facesse di tutto per sbarazzarsi del “piccolo bastardo”.

2. Il naso sconciato si deve a un incidente occorso durante un addestramento: la lancia del contendente perforò la visiera dell’elmo, colpendo la sommità nasale e l’occhio destro. Da allora fu guercio e i ritrattisti dovettero sempre ricorrere al profilo sinistro.

3. Come se non bastasse, alcuni anni dopo divenne zoppo a causa di un altro incidente: il pavimento di un palazzo di San Marino nel quale era ospite crollò, facendolo precipitare “per 8 o 9 braccia”. Non morì, ma fu per sempre zoppo e non poté più cavalcare.

[...]

7. A Federico si deve la fondazione di una delle più ricche biblioteche del suo tempo, con oltre 1760 codici manoscritti. Dopo la morte del figlio Guidobaldo, la biblioteca cadde in stato d’abbandono e venne acquistata nel 1657 per soli dieci mila scudi da papa Alessandro VII: da allora costituisce il nucleo più importante della Biblioteca Apostolica Vaticana.

[...]

9. Nel 1475 investì più di trenta mila ducati (sufficienti per costruire una cattedrale) per far miniare “il libro più bello del mondo”. Dopo due anni l’impresa fu compiuta: una bibbia in due volumi, le dimensioni imponenti, realizzata con le pelli di cinquecento pecore e miniata da artisti come Domenico Ghirlandaio. Il manoscritto passò alla storia come “La Bibbia di Federico da Montefeltro.

[...]

Fonte: Ambrogio Piazzoni (a cura di), “La Bibbia di Federico da Montefeltro”, Franco Cosimo Panini Editore.

https://www.foliamagazine.it/7-giugno-1422-nasce-federico-da-montefeltro-dieci-curiosita-sul-duca-dal-naso-adunco/

venerdì 26 luglio 2019

Rumer Godden. C’è un proverbio indiano che dice che ognuno di noi è una casa con quattro stanze: una fisica, una mentale, una emotiva e una spirituale. La maggior parte di noi tende a vivere in una stanza la maggior parte del tempo, ma finché non andremo in ogni stanza ogni giorno, anche solo per arieggiarla, noi non saremo persone complete.

C’è un proverbio indiano che dice che ognuno di noi è una casa con quattro stanze: una fisica, una mentale, una emotiva e una spirituale. La maggior parte di noi tende a vivere in una stanza la maggior parte del tempo, ma finché non andremo in ogni stanza ogni giorno, anche solo per arieggiarla, noi non saremo persone complete.                                                    
Rumer Godden


Quando inizi a fare il coraggioso, poi devi andare avanti.
Rumer Godden, Bambole giapponesi

giovedì 25 luglio 2019

André Aciman, Chiamami col tuo nome. Come vivi la tua vita sono affari tuoi. Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola. La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n’è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore.

Come vivi la tua vita sono affari tuoi. 
Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola
La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n’è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio, questo dolore.
André Aciman, Chiamami col tuo nome



“Questo significa che fra dieci giorni, quando guarderò qui, tu non ci sarai. 
Non so cosa farò. Almeno tu sarai da un'altra parte, dove non ci sono i ricordi.”
Mi strinse la spalla, avvicinandomi a sé. “A volte fai certi ragionamenti…Starai bene, vedrai.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Altro che saggio. Te l'ho detto, io non so niente. Conosco i libri e so come mettere insieme le parole, ma questo non vuol dire che sappia parlare delle cose che più contano per me.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Volevo che quella passeggiata non finisse mai
La via silenziosa e deserta aveva un'aria tetra, e gli antichi ciottoli bucherellati luccicavano per l'umidità. […] Se ne erano andati tutti da Roma. E la città, che ne aveva viste di tutti i colori, adesso apparteneva solo a noi e al poeta che l'aveva plasmata a sua immagine, fosse anche per una notte sola. […] Ci incamminammo lungo la via via buia, proprio come due ombre dantesche, il giovane e il vecchio. Faceva ancora molto caldo e sulla fronte di Oliver colsi lo scintillio della luce di un lampione. Ci inoltrammo in un’altra via estremamente silenziosa, poi in un’altra, come attirati in quei vicoli irreali e appiccicosi, popolati di spiriti maligni, che sembravano condurre in una dimensione diversa, sotterranea, in cui entravi in uno stato di stupore e meraviglia.[…] Potevano essere le tre del mattino, magari anche più tardi. Fatta eccezione per qualche macchina, in città regnava un silenzio di tomba. Quando, per errore, capitammo in piazza della Rotonda, quella del Pantheon, la trovammo stranamente vuota. C’erano qualche turista con zaini enormi, degli ubriachi e i soliti spacciatori. […] A distanza di anni ormai, mi sembra ancora di sentire le voci di due giovani che cantano […] senza rendersi conto, mentre si abbracciano e si baciano nei vicoli bui di Roma, che sarebbe stata l’ultima notte in cui avrebbero fatto l’amore.” 
André Aciman, Chiamami col tuo nome


“Io mi ricorderò di te 
Tra le luci di Roma, ogni abbraccio per strada 
Mi riporterà da te 
Perché in fondo sai stavamo bene”
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Rimase sbalordito nell'apprendere che, tra tutti i luoghi possibili al mondo, cresceva un albicocco proprio nel nostro frutteto. Nel tardo pomeriggio, quando a casa non c'era nulla da fare, Mafalda gli chiedeva di arrampicarsi sulla scala con un cestino e di raccogliere i frutti che quasi arrossivano di vergogna, come diceva lei.
Oliver allora si metteva a scherzare in italiano, ne sceglieva uno e le chiedeva: Questo qui è rosso di vergogna? No, risponeva lei, quello è ancora troppo giovane, da giovani si è senza vergogna, la vergogna arriva col passare degli anni.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa…che spreco
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Dimmi qualcosa, toccami, non chiedo altro. 
Se mi guardi abbastanza a lungo vedrai che ho le lacrime agli occhi. 
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Mi strinsi nelle spalle come per dire: Fa’ pure, non me ne potrebbe fregare di meno. Ma appena se ne furono andati, salii in camera mia e mi misi a singhiozzare con la faccia contro il cuscino.
André Aciman, Chiamami col tuo nome



Ma questa cosa che quasi non fu mai, ancora ci tenta.
André Aciman, Chiamami col tuo nome

Sapevo che quella sensazione non sarebbe durata a lungo e che, come fanno i drogati, era facile negare la propria dipendenza subito dopo essersi sparati una dose.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Con delicatezza, dolcemente, con la gentilezza che si usa tra ebrei, si insinuava nel mio corpo, con delicatezza, dolcemente, dopo aver ascoltato le parole che ormai provavo da giorni: Ti prego, non farmi male, che in realtà volevano dire: Fammi tutto il male che vuoi.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Sono come te” ha detto. “Mi ricordo tutto.”
Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c'è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Quei due non possono disfarla, né riscriverla, né far finta di non averla vissuta, nemmeno riviverla; è lì, bloccata, come un'apparizione di lucciole in un campo d'estate verso sera, e continua a ripetere a ognuno di loro: Avresti potuto avere questo, invece. Ma tornare indietro è falso. Andare avanti è falso. Far finta di niente è falso. Cercare di rimediare a tutte queste falsità è a sua volta falso.
La loro vita è come un'eco distorta sepolta per sempre in un santuario di Mitra.
Silenzio.
André Aciman, Chiamami col tuo nome

«Oliver era Oliver» dissi, come se questo riassumesse tutto. «Parce que c’était lui, parce que c’était moi» aggiunse mio padre, citando la spiegazione onnicomprensiva data da Montaigne della sua amicizia con Etienne de la Boétie. Io, invece, stavo pensando alle parole di Emily Brontë: perché «lui è me più di me stessa» […] alla fine capivamo entrambi che lui era più me di quanto non fossi mai stato io, perché tanti anni prima, quando a letto lui diventava me e io diventavo lui, Oliver era e sarebbe rimasto per sempre, anche molto dopo che ogni strada imboccata nella vita ci aveva cambiato, mio fratello, mio amico, mio padre, mio figlio, mio marito, il mio amante, me stesso.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


André Aciman, Chiamami col tuo nome


Facevamo finta di niente. Parlavamo di tutto fuorché di quello. Ma l'abbiamo sempre saputo, e che adesso non dicessimo nulla era un'ulteriore conferma. Avevamo trovato le stelle, tu e io. E questo capita una volta sola nella vita.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


Non un fuoco di passione, non un fuoco che ti devasta, ma che ti lascia paralizzato, come il fuoco delle bombe a grappolo che succhia l'ossigeno tutt'intorno e ti lascia lì senza fiato, […]. Fuoco che è paura, che è panico, un altro minuto così e morirò se non bussa alla mia porta, ma piuttosto che bussi adesso è meglio che non bussi mai. Fuoco che è una supplica, ti prego, ti prego, dimmi che mi sbaglio, dimmi che mi sono immaginato tutto, perché non può essere vero anche per te, e se invece è vero anche per te, allora sei l'uomo più crudele del mondo.
André Aciman, Chiamami col tuo nome


È la cosa peggiore è che, con tutta la tua esperienza, la tua ironia e la tua capacità di vincere la timidezza ogni volta che minaccia di presentarsi, ti senti totalmente bloccato. Non parlavo la loro lingua, non parlavo la lingua del loro cuore, nemmeno del mio. Vedevo veli ovunque: quello che volevo, quello che non volevo sapere di volere, quello che avevo sempre saputo di volere. O è un miracolo oppure è l’inferno.
André Aciman, Chiamami col tuo nome




Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo, ci rende migliori di ciò che siamo, perché il desiderio riempie il cuore. Riempie il cuore. 
Così come l’assenza e il dolore e il lutto riempiono il cuore.
André Aciman, Notti bianche


Ogni cosa mi dice che tu mi vuoi bene. Eppure da te mai un segnale.
André Aciman,  Variazioni su un tema originale


Era mai stato amore? E se non era mai stato amore, allora cos'era? Era davvero amore un amore spezzato, malmenato, rovinato, sprecato, che tremava in un gelido vicolo come un animale ferito che ha perso il padrone e per miracolo è sopravvissuto a una lotta con un cagnaccio? Senza cuore, senza gentilezza, senza carità, addirittura senza amore. Il nostro amore era come acqua stagnante dietro una chiusa bloccata. Dentro non ci viveva nulla.
André Aciman,  Variazioni su un tema originale


Sarei sopravvissuto senza troppi problemi, certo, e alla fine non me ne sarebbe importato più nulla e presto avrei imparato a soffocare gli attacchi di rimpianto. Perché è abbastanza facile superare lo struggimento del cuore, come pure l'amore, la febbriciattola, il desiderio di allungare la mano sul tavolo per toccare quella di un altro. Ci sarebbero state altre email e altri “carissimo” -questo lo sapevo- e ogni volta il mio cuore avrebbe sussultato e si sarebbe ritrovato a sperare che sullo schermo fluttuasse il nome di lei, e questo significava che sarei stato ancora vulnerabile, e questo significava a sua volta che sarei riuscito ancora a provare quei sentimenti, e questo era un bene -perfino la perdita e la sofferenza erano un bene.
André Aciman,  Variazioni su un tema originale



Adesso, al buio, col ricordo del suo corpo appoggiato al mio, non dovevo fare altro che pronunciare il suo nome e sarebbe stata sotto le coperte, muovermi di un centimetro e avrei trovato una spalla, un ginocchio, sussurrare ancora il suo nome e ancora e ancora, finché non avrei giurato stesse facendo altrettanto con il mio, al buio le nostre voci unite come quelle di due amanti in una favola antica.
André Aciman


Questo mai-amore che ha cambiato tutto, ma non è andato da nessuna parte.
André Aciman

mercoledì 24 luglio 2019

venerdì 19 luglio 2019

Davy Crockett, autobiografia. Preferisco mantenere la coscienza pulita e il borsellino vuoto, piuttosto che ritrovarmi con una cattiva opinione di me stesso e il borsellino pieno.


Preferisco mantenere la coscienza pulita e il borsellino vuoto,
piuttosto che ritrovarmi con una cattiva opinione di me stesso e il borsellino pieno.
"Better to keep a good conscience with an empty purse,
than to get a bad opinion of myself, with a full one."
 Davy Crockett, autobiografia.

Ricordatevi di queste parole, quando sarò morto.
Prima, assicuratevi di essere nel giusto, poi andate fino in fondo.
"Remember these words when I am dead. First be sure you're right, then go ahead."
 Davy Crockett, autobiografia.

Federica Maneli, Pensieri scomposti. Poi un giorno ti svegli e ti accorgi che è passato tanto tempo, ti accorgi che non sei più tu, ti accorgi che non puoi più giocare ad essere una bambina, ti sei fatta grande e non puoi più permetterti la vita. Hai sprecato gli anni più belli a guardarti morire.

Poi un giorno ti svegli e ti accorgi che è passato tanto tempo, ti accorgi che non sei più tu, ti accorgi che non puoi più giocare ad essere una bambina, ti sei fatta grande e non puoi più permetterti la vita. Hai sprecato gli anni più belli a guardarti morire.
Federica Maneli, Pensieri scomposti


Ci sono momenti, persone, messaggi, parole, che ti rimarranno incisi in testa per sempre e torneranno a farti compagnia quando sarai solo e fragile. Allora sorriderai ricordandoli, oppure, asciugandoti il viso, lascerai che ti facciano male, ancora.
Federica Maneli


La coerenza ragazzi… 
La coerenza. 
Se non ami non illudere
Se ami non perdere tempo.
Se vuoi giocare c'è la playstation.
Federica Maneli

Caterina de’ Medici. Fu una vera flotta mediceo-papale a salpare. Sessanta navi: quella che portava la sposa aveva le vele color porpora ricamate d'oro e il vascello pontificio si distingueva per un baldacchino di broccato eretto sul ponte che era ricoperto da ricchi tappeti. Caterina portava con sé non solo denaro e il suo corredo, ma anche l'astrologo di fiducia, sarti, ricamatrici, gioiellieri, profumieri e un gran numero di cuochi, pasticceri e sommeliers, scelti fra i migliori di Firenze. Uno specialista in gelati, tale Ruggeri, fu addirittura 'prelevato' dai soldati e caricato a forza su una nave. Non male per una fanciulla quattordicenne vissuta in convento! Questo fu il primo contributo al mondo per la conoscenza sia della cucina che dei vini toscani. A Marsiglia, al banchetto di nozze, il gelataio Ruggeri fece conoscere ai francesi la sua specialità, ghiaccio all'acqua inzuccherata e profumata'.

Caterina aveva quattordici anni. 
Lasciò il convento di Firenze e, per raggiungere Marsiglia, si imbarcò a Livorno.

Fu una vera flotta mediceo-papale a salpare. Sessanta navi: quella che portava la sposa aveva le vele color porpora ricamate d'oro e il vascello pontificio si distingueva per un baldacchino di broccato eretto sul ponte che era ricoperto da ricchi tappeti.
Caterina portava con sé non solo denaro e il suo corredo, ma anche l'astrologo di fiducia, sarti, ricamatrici, gioiellieri, profumieri e un gran numero di cuochi, pasticceri e sommeliers, scelti fra i migliori di Firenze. Uno specialista in gelati, tale Ruggeri, fu addirittura 'prelevato' dai soldati e caricato a forza su una nave.
Non male per una fanciulla quattordicenne vissuta in convento! 
Questo fu il primo contributo al mondo per la conoscenza sia della cucina che dei vini toscani. 
A Marsiglia, al banchetto di nozze, il gelataio Ruggeri fece conoscere ai francesi la sua specialità, ghiaccio all'acqua inzuccherata e profumata'.

La cerimonia di nozze venne officiata dal papa alla presenza della famiglia reale. 
La sera gli sposi furono accompagnati in corteo al talamo nuziale che era stato solennemente benedetto.

Quando Caterina vide Enrico si sentì attratta e il giovane le piacque subito. 
Si dice che lei si innamorò per davvero: era un bel ragazzo alto e snello. Ma aveva un carattere cupo e malinconico. [...] Enrico invece, nel conoscere Caterina, rimase totalmente indifferente e si dice che fu per sempre così. [...]

La 'duchessina', come veniva chiamata, era piuttosto brutta, piccola, goffa. Solo gli occhi erano belli. Si adornava sempre con una ricca collana di perle, tesoro di famiglia, che le era stata donata da Clemente VII.

[...]

http://www.ilsalottodinonnama.it/personaggi-da-conoscere-meglio/130-caterina-de-medici.html

Oscar Travino.

Sei single e ti manca un partner. 
Sei in coppia e ti manca la libertà. 
Lavori e ti manca il tempo. 
Hai troppo tempo libero e vorresti lavorare.
Sei giovane e vuoi crescere per fare le cose degli adulti.
Sei adulto e vorresti fare le cose dei giovani.
Sei nella tua città ma vorresti vivere altrove.
Sei altrove ma vorresti tornare nella tua città.
Forse è tempo di smettere col guardare sempre a ciò che ci manca 
e iniziare a vivere nel presente, apprezzando davvero quello che abbiamo.
Goditi il profumo della tua casa prima di aprire la porta 
ed uscire a cercare i profumi del mondo.
Perchè niente è scontato, e ogni cosa è un dono. 
Dagli valore.
Oscar Travino, Sette secondi


Cosa stai facendo per te? 
Hai cura dei tuoi pensieri e delle tue emozioni? 
Ti fermi mai a chiederti se vivi la vita che desideri? 
Cammini mai a piedi nudi sull’erba, guardando le nuvole in alto nel cielo? 
Lo guardi il mondo in cui vivi, o hai smesso di esplorare e scoprire? 
Ridi? Ti emozioni ancora o corri tra le pieghe dei tuoi impegni fino a sera, 
sfinita, per poi ricominciare? 
La vita non è una corsa.
Oscar Travino, Sette secondi


Cosa stai facendo per te? 
Forse lavori, sistemi casa, accompagni i tuoi figli a scuola, cucini. 
Forse vai dall'estetista, compri un paio di scarpe, fai shopping. 
Forse fai una dieta, forse vai in palestra. 
Forse compri un vestito o un rossetto nuovo. 
Ma sai, non sei certo solo un corpo. 
Non sei certo solo il tuo apparire. 
Cosa stai facendo per te? 
Hai cura dei tuoi pensieri e delle tue emozioni? 
Ti fermi mai a chiederti se vivi la vita che desideri? 
Cammini mai a piedi nudi sull'erba, guardando le nuvole in alto nel cielo? 
Lo guardi il mondo in cui vivi, o hai smesso di esplorare e scoprire? 
Ridi? Ti emozioni ancora o corri tra le pieghe dei tuoi impegni fino a sera, 
sfinita, per poi ricominciare? 
La vita non è una corsa. 
L'unica destinazione è il centro di se stessi. 
Se c'è una meta, è quella: diventare ciò che sei.
Oscar Travino


Cos'è tutto questo accanimento per il ‘tardi’?
Sei arrivato tardi, ormai è tardi, sono in ritardo, l'ho capito tardi.
Nessuno che si preoccupi mai del ‘presto’.
Arrivare in anticipo, bruciare le tappe, 
volere tutto e subito, anticiparsi il lavoro, le paure, la vita intera.
'Presto’ ha la stessa connotazione del 'tardi’.
Sei fuori tempo, comunque.
Esiste un solo tempo giusto: questo momento.
Il tuo presente, e la tua voglia di viverlo davvero, con fiducia, energia, e consapevolezza piena.
Il passato è alle spalle, il futuro è desiderio e guida, il presente è queste tue mani aperte, il tuo respiro, e la tua capacità di andare. Coraggio.
Oscar Travino, Sette secondi 
(sette secondi è il tempo di un respiro completo e profondo. 
Inspirazione, pausa, espirazione. Un respiro)



Ti  voglio bene se fai la brava 
e così cresciamo con l’idea profonda 
di dover fare cose per l’altro per essere riconosciuti e apprezzati. 
Ma nessun uomo o donna ti amerà per quello che fai. 
Ti ameranno perché hai in te elementi che risuoneranno col mondo dell’altro. 
Ti ameranno perchè sei così, unica e irripetibile nella naturalezza di quella che sei.
L’amore non ha niente a che vedere col fare, ha a che vedere con l’essere.
Oscar Travino


La vera grandezza è nell'essere veri, e intimi, con sè e con gli altri. 
I punti di fragilità, spesso nascosti, eclissati, 
relegati nelle proprie zone d'ombra, sono gli stessi che più avvicinano le persone. 
La vera crescita non è mai nell'abbandono di parti di sé, nell'oblio, 
ma nella riappropriazione vera e consapevole dei propri contrasti e delle proprie polarità.
Oscar Travino, L'ora o il mai più


Ed è solo abbandonando ogni certezza che scoprirai di essere molto di più di quanto avevi voluto credere.
Oscar Travino


Scelgo di essere.
Scelgo di imparare qualcosa di nuovo.
Scelgo di dedicarmi ad un hobby, 
con la stessa passione con la quale un bambino gioca con una pallina di gomma.
Scelgo di eliminare i ‘se avessi’, i 'come sarebbe stato’, i 'se solo’.
Scelgo di abbracciare il mio passato nella misura in cui mi ha reso quel che sono. 
Tutto il resto lo lascio andare: non mi serve.
Scelgo di smettere di togliermi energia 
perdendomi nei meandri colmi di rimpianto di ciò che non è stato, 
e di guardare con fiducia e rispetto al mio oggi.
Scelgo di smettere di angosciarmi con inutili ansie anticipatorie 
per un futuro che, per fortuna, non posso conoscere. Oggi sono, ed è tutto quello che conta.
Scelgo di lasciare libero chi amo, 
consapevole che sia l'unico modo possibile di amare davvero qualcuno.
Scelgo di affrontare le mie paure, invece di scaricarle su chi mi sta accanto: non ne è responsabile.
Scelgo di lasciar andare chi vuole andare. Anche questo è amore.
Scelgo di guardare negli occhi i miei genitori, 
e di vederli come persone e non come un ruolo. 
Scelgo la gratitudine: se sono qui è grazie a loro.
Scelgo di sorridere dei miei errori, 
e di non lasciarmi angosciare dalle altrui opinioni. 
Siamo esseri umani, la perfezione non ci appartiene.
Scelgo di tentare, piuttosto che lasciarmi bloccare da insensate paure. 
E scelgo di riprovarci ancora, se non dovessi riuscire.
La soddisfazione si guadagna a piccoli passi.
Scelgo di perdonare, e di smettere di tormentarmi con inutili risentimenti.
Scelgo di darmi valore. 
E di darlo al mio tempo, consapevole che sia il mio bene più prezioso. 
È la mia vita, l'unica che ho, e la farò come desidero.
Scelgo di conoscermi, di scoprirmi e meravigliarmi ogni giorno.
Scelgo di sperimentare, sempre. 
Una nuova strada, un nuovo cibo, un nuovo libro, 
un nuovo sguardo su quanto non conosco 
e su quanto penso di conoscere, ma mi sbaglio.
Scelgo i dubbi più che le certezze.
Scelgo i piedi nudi e meno scarpe.
Scelgo l'autenticità e abbandono le inutili maschere. 
Non posso piacere a tutti, e va bene così.
Scelgo il rispetto dei miei valori più veri.
Scelgo l'impegno ma anche lo svago. 
Scelgo di scegliere un tempo per ridere, 
per condividere, ma anche un tempo per me, 
per il silenzio, e per sentirmi.
Scelgo me, prima di tutto il resto.
Scelgo di essere.
Qui, adesso, ogni istante delle mie giornate.
Oscar Travino, via vulnerabile


Amore non è controllo, non è sopraffazione.
Non è volere l'altro secondo le proprie aspettative.
Amore è rispetto.
Dal latino ‘respicere’, guardare.
Amore è dunque la capacità di vedere una persona così com'è 
(e non come vorremmo che fosse), di conoscerne l'essenza e l'individualità.
Amore è volere che l’altro sia quello che è.
Oscar Travino


Sii fedele a te stessa, prima che agli altri.
Falle, le cose che desideri.
Razionalizza le tue paure, non corri poi in fondo questi grossi rischi.
Liberati dal giudizio altrui, è il principale ostacolo al tuo splendere. 
Nessuno è perfetto: siamo esseri umani e siamo belli per questo.
Piaci a te stessa: non devi essere “brava”, devi essere vera.
Perché ogni giorno volge alla fine, e al calar della luce sarai sola, 
spettatrice e giudice delle tue scelte. 
Solo un giudice resisterà alla fine di questo nostro tempo: 
“ho vissuto la vita che volevo?”. 
Scegli il tuo modo, scegli la tua strada. 
è la tua vita, falla come tu desideri.
Oscar Travino


Ciascuno ha diritto ad essere quel che desidera.
‘Volo ut sis’, diceva sant'Agostino 
a proposito dell'Amore: voglio tu sia quel che sei.
Lascia libero chi ami. E non avere paura.
Perché le persone quando sono davvero libere 
non ritornano, restano: non sono mai andate via.
Oscar Travino 


Smetterla di inseguire affannosamente uno schema, 
e dipingere con le nostre mani il profilo del nostro sorriso.
Oscar Travino


Pensateci.
Siamo tutti malati, di un male sottile e persistente. 
Una malattia che agisce in sordina, 
che apparentemente non fa alcun rumore.
Io la chiamo ‘la malattia dell'altrove’.
Siamo sempre in un indefinito altrove: 
un altro tempo, un altro luogo, altre persone.
Al tavolo con amici e siamo al cellulare a scrivere all'amica 
(e poi, quando siamo con quell’'amica, magari scriviamo a qualcun altro).
Relazioniamo il nostro tempo ad un tempo andato. 
“Si stava meglio prima”, “quando ero più giovane”, “se solo avessi”, “chissà come sarebbe stato”..
Oppure siamo in proiezioni future. 
Gli impegni del giorno dopo, le preoccupazioni per il lavoro, l'attesa spasmodica e persistente di una felicità posticipata, sempre, ad un momento “da venire”.
Quando avrò la macchina,
Quando avrò la laurea,
Quando avrò il lavoro,
Quando avrò una relazione,
Quando avrò una casa,
Quando avrò dei figli.
Per poi, inevitabilmente, spostarci in un ulteriore “altrove” quando li avremo ottenuti.
È così che schiacciamo e mortifichiamo ogni giorno il nostro tempo, la nostra vita, il respiro del nostro Adesso.
Un 'oggi’ che ogni giorno perde energia ed entusiasmo.
Ecco. È un modo eccellente per rendersi infelici, 
delegando aspettative e attese ad uno spazio “oltre” che ha la consistenza di un puro pensiero. 
Domani non esiste. Domani sarà, tra 24 ore, un nuovo oggi. 
E oggi sarà quello che domani chiamerai ieri. 
Lo osserverai con nostalgico rammarico e dirai “se solo avessi..”, “chissà come sarebbe stato se..”.
E allora?
Vogliamo ancora prenderci in giro, 
perdendoci nei meandri degli “altrove” e delle possibilità perdute o scegliamo di agire, oggi?
Ovunque siate, siateci davvero.
Ciascun momento è unico e, croce e delizia, non ritornerà più.
È il vostro tempo, la vostra vita.
Ed è Adesso
Oscar Travino 


Paura di fare quella telefonata.
Paura di quel colloquio, paura di quell'esame.
Paura di lasciarsi andare.
Paura di innamorarsi.
Paura di sentire troppo, paura di non sentire più niente. 
Paura della delusione, paura di sbagliare. Paura di pentirsi.
Smettiamola di affrontare ogni cosa come se fossimo al fronte. 
Non stiamo rischiando la vita.
Chiediamoci sempre cosa stiamo rischiando davvero, 
e impariamo a distinguere tra rischi concreti e paure infantili che ci portiamo dietro.
Non tutto è pericolo, non oggi che sei un adulto.
Sbagliare è umano. 
Ti insegna a tentare nuove strade, a perseverare, a sorridere di te, a non abbandonare ciò in cui credi.
Scegliere le proprie paure è scegliere di non vivere. Tutto, tutto ha un rischio, ma è un rischio relativo rispetto a quello di smettere di vivere e sentire. E rischiare è emozionarsi, è sentire pulsare il sangue nelle tue vene. Si ride, si piange, si sbaglia, si ottiene, si impara, si perde, ci si arrabbia, si ricomincia. Vivere è bello per questo.
Lascia cadere il pensiero, e muovi i tuoi passi.
L'azione è il miglior antidoto ad un pensiero paralizzante.
Una stanza buia può far paura finchè non decidi di accendere quella luce. E vedere davvero.
Respira, sei vivo.
E nient'altro conta.
Oscar Travino

giovedì 18 luglio 2019

Samuel Ullman. La gioventù non è un periodo della vita: è una forma del pensiero, è una condizione della volontà, una facoltà dell’ immaginazione, una forza pura dei sentimenti, un predominio del coraggio sulla timidezza e della aspirazione di avventura sull’amore di comodità.

La gioventù non è un periodo della vita: è una forma del pensiero, è una condizione della volontà, una facoltà dell’ immaginazione, una forza pura dei sentimenti, un predominio del coraggio sulla timidezza e della aspirazione di avventura sull’amore di comodità. Nessuno diviene vecchio semplicemente perché vive un certo numero di anni: gli individui invecchiano solo perché disertano i loro ideali. Gli anni rendono rugosa la pelle, ma rinunciare all’entusiasmo rende rugosa l’anima. Preoccupazione, dubbio, mancanza di fiducia, paura e disperazione, fanno piegare il capo e rigettare nella polvere lo spirito che vuole elevarsi. Sia a sessant’anni che a sedici, vi è nel cuore di ogni essere umano l’amore per la meraviglia, la dolce sorpresa delle stelle e delle cose e dei pensieri che assomigliano alle stelle, indomabile sfida agli eventi, l’inesauribile giovanile appetito per il “poi” e la gioia del gioco della vita. Siamo giovani quanto la nostra fede, vecchi quanto il nostro dubbio; giovani quanto la fiducia di noi stessi, vecchi quanto la nostra paura; giovani quanto la nostra speranza, vecchi quanto la nostra delusione. Rimarrete giovani finché il vostro cuore sarà recettivo ai messaggi di bellezza, gioia, coraggio, grandiosità e forza della natura, dall’uomo e dall’infinito. Quando tutto sarà a terra, quando il più recondito angolo del vostro cuore sarà ricoperto dalla neve del pessimismo e dal ghiaccio del cinismo, allora e solo allora sarete veramente vecchi.
Samuel Ullman


L’anima nasce vecchia, ma ringiovanisce. 
E’ la commedia della vita. 
Il corpo nasce giovane e invecchia. 
E’ la tragedia della vita.
Oscar Wilde

Nessuno invecchia semplicemente perché gli anni passano. 
Si invecchia quando si tradiscono i propri ideali.
Gli anni possono far venire le rughe alla pelle, ma la rinuncia agli entusiasmi riempie di rughe l’anima.
Samuel Ullman

sabato 13 luglio 2019

Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia.

1. Dio.
Dio esiste?
Questa è una domanda fondamentale, che la maggior parte di noi primo o poi si pone nel corso della propria vita. [...]

Nigel Warburton, Il primo libro di filosofia.

giovedì 11 luglio 2019

Martin Heidegger.

Heidegger diceva che uno dei modi d’essere attraverso cui l’uomo esplica la sua natura e persegue l’obbiettivo di rispondere ai suoi interrogativi ontologici è prendersi cura.
Delle cose, di se stessi, ma soprattutto degli altri.
Una parafrasi esistenzialista della potenza dell’amore.
https://c-brescia.tumblr.com/post/185498814255/heidegger-diceva-che-uno-dei-modi-dessere




Per quanto frantumata possa apparire la vita quotidiana, nondimeno essa mantiene ancor sempre l’ente, anche se nell’ombra, in un’unità del “tutto”. Anche quando e proprio quando, non siamo particolarmente occupati dalle cose e da noi stessi, ci soprassale questo “tutto” , per esempio nella noia autentica. Essa è ancora lontana quando ad annoiarci è solo questo libro o quello spettacolo, quell’occupazione o quest’ozio, ma affiora quando “uno s’annoia”. La noia profonda che va e viene nella profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza. Questa noia rivela l’ente nella sua totalità.
Martin Heidegger, Che cos'è la metafisica, 1929


«Ci troviamo, per esempio, in una insulsa stazione di una sperduta ferrovia secondaria. Il primo treno arriverà tra quattro ore. La zona è priva di attrattive. E’ vero, abbiamo un libro nello zaino – dunque leggere? No. Oppure riflettere su una questione, su un problema? Non va. Leggiamo gli orari oppure studiamo l’elenco delle varie distanze di questa stazione da altri luoghi che non ci sono noti altrimenti. Guardiamo l’orologio – è appena passato un quarto d’ora. Allora usciamo fuori, sulla strada maestra. Camminiamo su e giù, tanto per fare qualcosa. Ma non serve a niente. Contiamo gli alberi lungo la strada, guardiamo nuovamente l’orologio: appena cinque minuti da quando l’abbiamo consultato. Stufi di andare su e giù, ci sediamo su una pietra, tracciamo ogni sorta di figure sulla sabbia, e ci sorprendiamo nuovamente a guardare l’orologio; è passata una mezz’ora; e così di seguito. Una situazione quotidiana, con le ben note, banali ma del tutto spontanee, forme di scaccia tempo».
Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica. Mondo-finitezza-solitudine, 1929.



«Siamo invitati da qualche parte per la sera. Non siamo obbligati ad andarvi. Ma siamo stati tesi e impegnati tutto il giorno,  e per la sera abbiamo del tempo libero. Così ci andiamo. C’è la solita cena con la solita conversazione a tavola, tutto è non soltanto molto buono, ma anche di buon gusto. Poi, come si dice, si sta insieme in allegria, si ascolta magari della musica, si chiacchiera, l’atmosfera è simpatica e divertente. E’ già ora di andare via. Le signore, non solo al momento dei saluti, ma anche a piano terra e per strada, quando ci si ritrova per proprio conto, assicurano che tutto è stato veramente molto piacevole, oppure che è stato incredibilmente incantevole. In effetti è così. Non si trova proprio nulla che in questa serata possa essere stato noioso, né la conversazione né la gente né i locali. Si ritorna dunque a casa pienamente soddisfatti. Si dà ancora una rapida occhiata al proprio lavoro, interrotto la sera, si fa un calcolo approssimativo e una rapida previsione per il giorno successivo,– ed ecco qui: questa sera mi sono proprio annoiato di questo invito. Ma come? Con tutta la buona volontà non riusciamo a trovare nulla che ci abbia annoiato. Eppure io mi sono annoiato. Ma di che cosa? Io mi sono annoiato; per caso, in qualche modo, ho annoiato me stesso? Sono stato io la causa della mia noia? Ci ricordiamo però in modo inequivocabile che non solo non c’era nulla di noioso, ma che io non mi sono neppure per un attimo occupato di me stesso, in una qualche estemporanea riflessione fra me e me, che abbia potuto far da presupposto alla noia. Al contrario ero completamente presente nella conversazione e in tutto il resto. Ma non diciamo neanche: mi sono annoiato di me, bensì della serata a cui sono stato invitato. O forse tutto questo dire a posteriori che mi sono veramente annoiato, è soltanto un inganno, che deriva da  una tardiva irritazione dovuta al fatto che ho sacrificato e perduto questa serata? No, è chiarissimo: ci siamo annoiati, anche se tutto è stato così piacevole. O forse è proprio di questa piacevolezza della serata che ci siamo annoiati?»
Martin Heidegger,  Concetti fondamentali della metafisica. Mondo-finitezza-solitudine, 1929.



Heidegger , Il linguaggio è la casa dell'essere. 
Per Heidegger il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo. Il filosofo compie un’analisi critica della téchne e della conoscenza di tipo epistemico, che si fonda sulla logica e perde l’essere.

[...] nel pensiero l'essere viene al linguaggio.
Il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell'essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono. Il pensiero non si fa azione perché da esso scaturisca un effetto o una applicazione. Il pensiero agisce in quanto pensa. Questo agire è probabilmente il piú semplice e nello stesso tempo il piú alto, perché riguarda il riferimento dell'essere all'uomo. Ma ogni operare riposa nell'essere e mira all'ente. Il pensiero, invece, si lascia reclamare dall'essere per dire la verità dell'essere. Il pensiero porta a compimento questo lasciare. [...] Se vogliamo imparare a esperire nella sua purezza, e cioè nello stesso tempo a portare a compimento, la suddetta essenza del pensiero, dobbiamo liberarci dall'interpretazione tecnica del pensiero i cui inizi risalgono fino a Platone e ad Aristotele. In tale interpretazione, infatti, il pensiero è inteso come una téchne, come il procedimento del riflettere al servizio del fare e del produrre. Ma già qui il riflettere è visto in riferimento alla práxis e alla poíesis. Per questo il pensiero, se lo si prende per se stesso, non è “pratico”. La caratterizzazione del pensiero come theoría e la determinazione del conoscere come atteggiamento “teoretico” avvengono già all'interno dell'interpretazione “tecnica” del pensiero. Essa è un tentativo di reazione per salvare ancora un'autonomia del pensiero nei confronti dell'agire e del fare. Da allora la “filosofia” si trova nella costante necessità di giustificare la propria esistenza di fronte alle “scienze”. Essa pensa che ciò possa avvenire nel modo piú sicuro elevandosi a sua volta al rango di una scienza. Ma questo sforzo è l'abbandono dell'essenza del pensiero. La filosofia è perseguitata dal timore di perdere in considerazione e in valore se non è una scienza. Questo fatto è considerato una deficienza ed è assimilato alla non scientificità. Nell'interpretazione tecnica del pensiero, l'essere come elemento del pensiero, è abbandonato. La “logica” è la sanzione di questa interpretazione che prende l'avvio dalla sofistica e da Platone. Si giudica il pensiero con una misura a esso inadeguata. Questo modo di giudicare equivale al processo che tenta di valutare l'essenza e le facoltà del pesce in base alle sue capacità di vivere all'asciutto. Già da molto, anzi da troppo tempo, il pensiero si trova all'asciutto. Ora, si può chiamare “irrazionalismo” lo sforzo di portare di nuovo il pensiero nel suo elemento?
M. Heidegger, Lettera sull’umanesimo, Adelphi, Milano, 1987, pagg. 267-269


“La mia convinzione è che solo a partire dallo stesso luogo del mondo, nel quale è sorto il moderno mondo tecnico, possa prepararsi anche un rovesciamento, e che esso non può avere luogo tramite l’assunzione del buddismo zen o di altre esperienze orientali del mondo. Per cambiare modo di pensare è necessario l’aiuto della tradizione europea e di una sua riappropriazione. Il pensiero viene modificato solo da quel pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione.” 
Martin Heidegger, Ormai solo un Dio ci può salvare, Edizioni Guanda, 1987, p. 136, 149.



«Gioisca!» - questo è diventato il mio saluto per lei.
E soltanto se lei gioisce potrà diventare la donna capace di donare gioia, e intorno alla quale tutto è gioia, sicurezza, rilassamento, ammirazione e gratitudine verso la vita.
Martin Heidegger ad Hannah Arendt, 10 novembre 1925


Heidegger era interessato alla libertà. In ciò sta il suo tentativo di superare la metafisica
In "che cos'è metafisica" Heidegger fa un bellissimo paragone. Afferma che se la metafisica sono le radici di un albero, il suo tentativo è quello di partire dal suolo in cui affondano le radici, e quindi dall'esserci, da colui che si pone la domanda sul senso dell'essere.
Da qui cambia radicalmente la prospettiva del discorso filosofico, che non vede più l'essere e la sua verità come un qualcosa da porre su un tavolo operatorio e vivisezionare in modo freddo.
Ogni discorso parte dall'esserci, dall'esserci in quando cura, dall'esserci in quanto gettato storicamente e in relazione con gli enti, enti che, partendo dall'esserci, altro non possono essere visti che come strumenti, rispetto ai quali spicca ciò che, appunto, va oltre gli enti.
Secondo me la critica alla differenza ontologica di Heidegger non tiene in sufficiente considerazione tutto ciò: è come se si volesse criticare Heidegger guardando insieme a lui il tavolo operatorio, non avvedendosi che Heidegger, quando intendeva la differenza ontologica, partiva da chi sul tavolo operatorio non è, ovvero da chi guarda.
Maurizio Gambett

domenica 7 luglio 2019

Wolf Erlbruch, La grande domanda. Più che fare una domanda questo libro dà tante risposte. Perché alla grande domanda, ognuno dà una risposta diversa. "Il pilota: “Sei qui per baciare le nuvole”. Il cane: “Siamo qui sulla terra per abbaiare, credo. Ma certe volte anche per ululare alla luna”. La morte: “Sei qui per amare la vita”."


Wolf Erlbruch, La grande domanda.
Più che fare una domanda questo libro dà tante risposte. 
Perché alla grande domanda, ognuno dà una risposta diversa.

"Il pilota: “Sei qui per baciare le nuvole”.
Il cane: “Siamo qui sulla terra per abbaiare, credo. 
Ma certe volte anche per ululare alla luna”.
La morte: “Sei qui per amare la vita”."
Wolf Erlbruch, La grande domanda 

Anatra, padre, sorella e fratello, gatto, panettiere, mamma, il numero tre e molti altri personaggi si avvicendano di pagina in pagina per rispondere alla grande domanda, fatta da un bambino forse, ma ciascuno di noi avrebbe potuto porla. La propria risposta arriva col tempo, si trova crescendo.




Ci sono libri come "la storia della libellula coraggiosa" e "la nonna in cielo" che hanno aiutato i miei bambini di 2 e 4 anni ad affrontare il tema del lutto che stavano vivendo con la perdita della nonna: se li fanno sempre rileggere e sono libri pieni di sorrisi e poesia. Questo libro ha delle illustrazioni meravigliose e per un adulto anche l'originale punto di vista ha del poetico (la morte come una compagna, l'anatra che ci si affeziona), ma si parla chiaramente di Morte (con la M) che può sopraggiungere dopo un RAFFREDDORE (contrario di quello che si deve fare coi bimbi che poi associano il primo disturbo alla fine), la morte ritratta come un omino-scheletro, alla fine per di più incoerentemente quando l'anatra muore (all'improvviso!) la Morte la lascia pure sola... parametri e paure da adulti che un bambino non credo sia cognitivamente pronto per affrontare. Lo regalo alla biblioteca comunale, magari nel settore adulti. Le immagini sono splendide

Wolf Erlbruch,
il suo libro L’anatra, la morte e il tulipano (edizioni E/O, 2007) che vede come protagonista una tenera anatra e la sua presa di coscienza della propria mortalità. È una storia triste, certamente, raccontare la morte ai bambini è sempre doloroso, ma non deve diventare un tabù da evitare. La delicatezza narrativa e del disegno dell’autore ci mostra come è possibile trattare un così complesso argomento cambiando il punto di vista. Senza evidenziare esclusivamente il concetto di perdita, capiamo che affrontare e accettare la mortalità ci permette di sentirci più vivi e di apprezzare le piccole cose che ci circondano.



Già da molto tempo l'anatra aveva come un presentimento. 'Chi sei? E perché mi strisci alle spalle di soppiatto?' 'Bene, finalmente ti accorgi di me' disse la morte. 'Sono la morte.' L'anatra si spaventò. Non la si può certo rimproverare per questo. 'E adesso vieni a prendermi?'.
Wolf Erlbruch, L'anatra, la morte e il tulipano.
https://www.amazon.it/Lanatra-morte-tulipano-Ediz-illustrata/dp/8876417745/ref=sr_1_2?qid=1562517924&refinements=p_lbr_books_authors_browse-bin%3AWolf+Erlbruch&s=books&sr=1-2


La storia narra l'incontro tra l'anatra e la morte. Inizialmente l'anatra è molto diffidente e preoccupata ma col passare del tempo si instaura tra le due un legame che permette loro di riflettere sul senso della vita e della morte. Da grande pericolo, la morte poco per volta diventa una saggia e delicata compagna di cammino che aiuta l'anatra ad accettare e affrontare la naturale inevitabilità di questo evento.

https://images-na.ssl-images-amazon.com/images/I/61ztIuHTxwL._SY88.jpg


L'autore Wolf Erlbruch ha vinto il premio Hans Christian Andersen nel 2006, da molti considerato il Nobel alla letteratura per ragazzi.



Dylan Thomas. Voglio credere alla magia di questo ardente e stupefacente universo, al significato e al potere dei simboli, al miracolo di me stesso e di tutti i mortali, alla divinità che è così vicina a noi e che tanto anela ad essere più vicina, alla sbalorditiva, dannata meraviglia del cielo che io posso vedere sopra di me e pensare sotto di me.


Tutto ciò che facciamo evoca un demone.
Dylan Thomas, Lettere


Voglio credere alla magia di questo ardente e stupefacente universo, al significato e al potere dei simboli, al miracolo di me stesso e di tutti i mortali, alla divinità che è così vicina a noi e che tanto anela ad essere più vicina, alla sbalorditiva, dannata meraviglia del cielo che io posso vedere sopra di me e pensare sotto di me.
Dylan Thomas


Si dice che Robert Allen Zimmerman si ispirò a Dylan Thomas quando nel 1961 adottò il nome d'arte Bob Dylan. Il cantante ha sempre negato che ci fosse un nesso col nome del poeta, ma nella recente autobiografia Chronicles ha riconosciuto questa fonte d'ispirazione.
^ Bob Dylan, Chronicles, Feltrinelli, 2005, ISBN 978-88-07-49036-1


Nel 1986 lo scrittore Tiziano Sclavi diede il nome di Dylan Dog al personaggio dei suoi fumetti in omaggio al poeta gallese.




Dylan Thomas conclude una sua pagina con il verso:
Le mani non versano lacrime
(Hands have no tears to flow).
Non possono, è vero, ma quelle giuste sono capaci di asciugarle.
Erri De Luca, L’arte della scrittura

Ribellati alla leggi della luna 
E al parlamento del cielo, 
Al governo del mare perverso, 
Alla tirannia del giorno e della notte, 
Alla dittatura del sole.
Dylan Thomas


Contengo in me una bestia, un angelo e un pazzo. E la mia ricerca riguarda la loro azione, e la mia difficoltà consiste nel loro soggiogamento e nella loro vittoria, negli abbassamenti e nei sollevamenti, e il mio sforzo è la loro autoespressione.
Dylan Thomas




Non scrivo per l’uomo orgoglioso
che si ritrae nella furia di luna
su questo zampillo di pagine,
non per i morti che torreggiano
con i loro usignoli e salmi
ma per gli amanti che abbracciano
i dolori di tutte le età.
Dylan Thomas





Lo scopo di una poesia è il segno che essa stessa produce: è la pallottola e il centro del bersaglio; il bisturi, il tumore, il paziente. Una poesia si muove soltanto verso la propria fine, che è l'ultimo verso. 
Dylan Thomas, Lettere

Quello che mi piace è trattare le parole come un artista il suo legno o pietra o quello che volete, per tagliarle, scolpirle, avvolgerle, spianarle e lucidarle in disegni, sequenze, sculture, fughe di suoni.
Dylan Thomas
 [Da Poetic Manifesto, nel "Texas Quarterly", inverno 1961]

Tu puoi fare a pezzi una poesia per vederne la sua consistenza... Ma ti ritrovi nel mistero dell'essere commosso dalle parole. Il miglior artigianato lascia sempre buchi e vuoti... per permettere a qualcosa che non è nella poesia di strisciare, arrampicarsi, guizzare o tuonare dentro.
Dylan Thomas

Un poesia è, o dovrebbe essere, un tratto impermeabile del fiume che sta scorrendo in tutte le direzioni, e tutte le immagini in conflitto entro di esso dovrebbero essere riconciliate per quel breve fermarsi del tempo.
Dylan Thomas, Lettere

La poesia, per un poeta, è il lavoro più remunerativo del mondo. Una buona poesia è un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso dopo che una buona poesia gli si è aggiunta. 
Dylan Thomas
[Da Sulla poesia, trasmissione radiofonica alla BBC, giugno 1946]

Una bella poesia è un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso quando gli si è aggiunta una bella poesia. Una bella poesia aiuta a cambiare la forma e il significato dell’universo, aiuta ad estendere la conoscenza di tutti del proprio io e del mondo che lo circonda.
Dylan Thomas


Una mia poesia ha bisogno di una schiera di immagini... 
Io creo un'immagine – sebbene "creo" non sia la parola giusta; lascio, forse, che un'immagine "si crei" in me emozionalmente, e poi vi applico quel tanto di potere intellettuale e critico che posseggo – lascio che ne generi un'altra, lascio che questa nuova immagine contraddica la prima, faccio, della terza immagine, generata dalla contraddizione delle altre due, una quarta immagine contraddittoria, e le lascio tutte, nei limiti formali che mi sono imposto, cozzare insieme. Ciascuna immagine contiene in sé il germe della propria distruzione, e il mio metodo dialettico, così come io lo intendo, è un costante ergersi e crollare delle immagini che si sprigionano dal germe centrale, che è esso stesso distruttivo e costruttivo allo stesso tempo... Dall'inevitabile conflitto delle immagini cerco di concludere quella pace momentanea che è la poesia.
Dylan Thomas, Lettere






A prima vista, sembra che non vi sia alcuna realtà in questa vita: è tutta un'enorme facciata di rapidità ed efficienza e potenza dietro la quale milioni di piccoli individui stanno lottando, invano, alle prese con le loro ansie.
Dylan Thomas

La vita scorre davanti alle finestre e io la odio ancor più di minuto in minuto. Vedo i gesti triti e ritriti, i sorrisi compiti, le cellule grigie che girano intorno al nulla sotto le pie bombette. [...] I passanti sono spaventosi. Li vedo in tutti i loro piccoli orrori.
Dylan Thomas

Nella vita devi tirare avanti mediocremente con la routine del guadagno, innamorarti, accoppiarti e morire. L'artista differisce dai suoi simili in questo: per lui non si tratta dell'unico mondo, lui ha la luminosità interiore.
Dylan Thomas

Nulla a questo mondo è privo di interesse. Come può non rivestire interesse una cosa che sia a questo mondo, che abbia il mondo intorno a sé, che abbia incluse in sé le associazioni di milioni e milioni di menti?
Dylan Thomas



Il Galles è la terra dei miei padri. E i miei padri possono tenersela.
Dylan Thomas


Sono un gallese, sono un ubriacone, e amo il genere umano, specialmente la parte femminile. [Rispondendo alla dichiarazione di Thomas S. Eliot: 
«In politica sono un monarchico, in religione un anglocattolico, in letteratura un classicista».]
Dylan Thomas



È ingiusto tutto ciò che vieta la libertà dell'individuo. 
I governi sono ingiusti perché sono i comitati dei proibenti; le rotative sono ingiuste perché ci nutrono di ciò con cui vogliono nutrirci, e non di ciò che desideriamo mangiare; le chiese sono ingiuste perché standardizzano i nostri dei, perché etichettano la nostra morale, perché lodano la morte di un Cristo scomparso e temono il pianto di un nuovo Cristo nel deserto; i poeti sono ingiusti perché la loro visione non è una visione, ma uno strabuzzare gli occhi; guardano il mondo d'oggi e tuttavia i loro occhi sono rivolti all'indietro lungo le strade dei secoli trascorsi, mai verso l'enorme, elettrica promessa del futuro.
Dylan Thomas, Lettere



Non importa se i tuoi scritti saranno pubblicati o no. È meglio un fascio di fogli sui quali ti sei sforzato per qualcosa per cui valeva la pena di lottare, che un racconto in ogni rivista e la fama internazionale.
Dylan Thomas, Lettere

L'artista non ha alcuna necessità di fare qualsiasi cosa: egli è una legge di per sé, e la sua grandezza o la sua modestia salgono e scendono in base a ciò.
Dylan Thomas, Lettere


Questa è l'arte d'oggi: posa, simulazione, plagio, e tutti gli artifici di una generazione condannata.
Dylan Thomas, Lettere



L'idea che lo sforzo creativo e le sostanze che alterano la mente siano strettamente legati è una delle grandi mistificazioni pop-intellettuali del nostro tempo. I quattro scrittori del ventesimo secolo il cui lavoro è soprattutto responsabile di questa mitologia sono probabilmente Hemingway, Fitzgerald, Sherwood Anderson e il poeta Dylan Thomas. [...] Lo scrittore tossicodipendente è nient'altro che un tossicodipendente, sono tutti in altre parole comunissimi ubriaconi e drogati. La pretesa che droghe e alcol siano necessari per sopire una sensibilità più percettiva non è che la solita stronzata autogiustificativa. [...] Hemingway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti. Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altri all'alcolismo e alla dipendenza dagli stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada. 
Stephen King, Citazioni su Dylan Thomas




La forza che attraverso il càlamo sospinge il fiore
E’ quella che sospinge la mia verde età;
Quella che spacca le radici agli alberi
E’l la mia distruttrice
E io non ho parole per dire alla rosa incurvata
Che la mia giovinezza è piegata da identica febbre
invernale.

La forza che spinge le acque attraverso le rocce
Spinge il mio rosso sangue;
Quella che le correnti prosciuga alla foce
Le mie trasforma in cera:
E io non ho parole per gridare alle mie venerdì

Che alla sorgente montana la stessa bocca sugge.

La mano che mùlina l’acqua sul fondo dello stagno
Agita sabbie mobili
Quella che allaccia il soffiare del vento
Tende la vela del mio sudario.
E io non ho parole per dire all’impiccato
Che la mia creta è fatta con la calce del carnefice.

Al getto della fonte le labbra del tempo sorseggiano;
L’alore stilla a gocce e si condensa, ma il sangue versato
Addolcirà le piaghe di colei che amo.

E io non ho parole per dire a tutto l’impeto del vento
Come attorno alle stelle il tempo ha scandito un suo cielo.

E sono muto per dire alla tomba di colei che amo
Come lo stesso verme tortuoso si avvia al mio sudario.
Dylan Thomas

Elenco blog personale