sabato 5 novembre 2016

Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società.



così inizia 
“Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società” di Susan Sontag (Editrice Einaudi, 2004).
“L’umanità si attarda nella grotta di Platone, continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di semplici immagini della verità. Ma esser stati educati dalle fotografie non è come esser stati educati da immagini più antiche e più artigianali: oggi sono molto più numerose le immagini che richiedono la nostra attenzione; l’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare; questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini; nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa…”: 
Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società.


Insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare. Sono una grammatica e, cosa ancor più importante, un’etica della visione”.
Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società.



Una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini
Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago per stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso. E ha bisogno di raccogliere quantità illimitate d'informazioni, per meglio sfruttare le risorse naturali, aumentare la produttività, mantenere l'ordine, fare la guerra e dar lavoro ai burocrati. La duplice capacità della macchina fotografica, quella di soggettivare la realtà e quella di oggettivarla, è la risposta ideale a queste esigenze e il modo ideale di rafforzarle. Le macchine fotografiche definiscono la realtà nelle due maniere indispensabili al funzionamento di una società industriale avanzata: come spettacolo (per le masse) e come oggetto di sorveglianza (per i governanti). La produzione di immagini fornisce inoltre un'ideologia dominante. 
Al mutamento sociale si sostituisce un mutamento nelle immagini.
 Susan Sontag, Sulla fotografia: realtà e immagine della nostra società, Einaudi 1978, pagina 154.


Gran parte dell’arte moderna si sforza di abbassare la soglia del terribile
Abituandoci a ciò che, un tempo, non sopportavamo di vedere o di udire, perché troppo scandaloso, doloroso o imbarazzante, l’arte modifica la morale, cioè quell’insieme di consuetudini psichiche e di sanzioni pubbliche che traccia un limite tra ciò che è emotivamente e spontaneamente intollerabile e ciò che non lo è. La graduale eliminazione del disgusto ci avvicina a una verità piuttosto formale: quella dell’arbitrarietà dei tabù eretti dalla morale e dall’arte
Ma la nostra capacità di sopportare il crescente grottesco delle immagini (fisse e in movimento) e delle parole scritte ha un prezzo oneroso. Alla lunga, non è una liberazione ma una riduzione dell’io: una pseudofamiliarità con l’orribile rafforza l’alienazione e diminuisce la nostra capacità di reagire ad esso nella realtà.”
Susan Sontag, “L’America in fotografia”, in ead., Sulla fotografia, Einaudi 2004, pp. 36-37


“Lo sviluppo della fotografia s’accompagna a quello di una delle più tipiche attività moderne, il turismo. Per la prima volta nella storia, grandi masse di persone abbandonano regolarmente, per brevi periodi, il loro ambiente abituale. Sembrerebbe loro innaturale partire per un viaggio di piacere senza portarsi una macchina fotografica. Le fotografie dimostreranno in modo indiscutibile che il viaggio è stato fatto, che il programma è stato attuato, che il divertimento è stato raggiunto. Far fotografie, che è un modo di attestare un’esperienza, è anche un modo di rifiutarla, riducendola ad una ricerca del fotogenico, trasformandola in un’immagine, in un souvenir. Viaggiare diventa così una strategia per accumulare fotografie. L’attività stessa del fotografare è calmante e placa quella sensazione generale di disorientamento che i viaggi rischiano di esacerbare. Quasi tutti i turisti si sentono costretti a mettere la macchina fotografica tra se stessi e tutto ciò che di notevole incontrano. Malsicuri delle altre reazioni, fanno una fotografia”.
Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società.



Guardare una vecchia fotografia di se stessi, o di una persona che si conosce, o di un personaggio pubblico molto fotografato, significa per prima cosa pensare: quanto più giovane ero (o era) allora” 
Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società.




Il testo della scrittrice americana, nata a New York nel 1933 in una famiglia di ebrei-americani e morta, per leucemia, a Parigi nel 2004, è molto attuale e un cardine per la comprensione ragionata della fotografia, i suoi effetti sulla società, oltre a fornire molti strumenti a chi si vuole avvicinare alla fotografia con intelligenza e consapevolezza.

Rilevanti le parti che trattano del reportage, del foto-giornalismo, con i riferimenti alle guerre che hanno segnato la generazione della scrittrice, da quella in Vietnam alle prime immagini che si diffondevano dello sterminio nazista, come i riferimenti alle opere di Diane Arbus, ai maestri della storia della fotografia americana come Walker Evans e Robert Frank. 

Il libro affronta approfonditamente il problema dell’ambiguità della fotografia come strumento di conoscenza, ovvero del potere che ha la nuova arte di intrappolare una quantità sempre maggiore di informazioni, oggetti, persone e luoghi del mondo

L’immagine fotografica non è solo tramite di comunicazione, ma anche “bene di consumo”, rilevando che “una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini. Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago per stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso”.

Innanzitutto, «la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini. Collezionare fotografie è collezionare il mondo». Nelle fotografie e nell’atto fotografico è insita una qualità predatoria che si manifesta a partire dal vocabolario con cui si esprime qualsiasi fotografo, anche il più sprovveduto.

Caricare l’otturatore, puntare il mirino, catturare l’evento sono tutte azioni che evocano immediatamente una partita di caccia, una caccia fotografica.
Molti riferimenti sul perché oggi i “turisti” fotografino così tanto (simulacro dell’attività d’ufficio, tra gli altri motivi): [...] 

Fondamentale il discorso sull’etica del fotografo, secondo Susan Sontag il fotografo vive una condizione simile a quella del turista che s’immerge in una realtà, anche dolorosa, con la consapevolezza di poterne uscire in qualsiasi momento, perché c’è un confine rassicurante che si può sempre attraversare tra “l’io” che osserva e “loro” che soffrono, una condizione di privilegio esistenziale.

Tutto può essere visto, anche ciò che era un tempo sconveniente e illecito: ma a quale prezzo? Se la fotografia gode di un rapporto consustanziale con il reale, l’esposizione prolungata alle fotografie comporta una de-realizzazione dell’esperienza del mondo che diminuisce la nostra capacità di interagire con esso. La visione abituale dell’orribile ci anestetizza e ci paralizza: abituati a vederlo nell’immagine, non sappiamo più reagire a esso nella realtà. Questa tesi provocatoria, almeno in quest’opera degli anni Settanta, investe la capacità di denuncia politica e sociale della fotografia stessa, fino a sollevare una serie di problemi ancora di grande attualità. Possono le fotografie, mostrandoci le atrocità e le ingiustizie del mondo, generare una risposta individuale, una presa di coscienza sociale che possa anche scaturire in interventi concreti? Secondo la Sontag non possono, perché le fotografie agiscono sempre in un contesto politico-sociale determinato, il quale definisce le possibilità dei loro significati. Le fotografie, semmai, possono rafforzare e consolidare una serie di valori già in via di formazione. Se l’atrocità dell’evento che l’immagine fotografica testimonia non è sentita come tale, l’immagine di per sé non può nulla: sarà vista come un qualcosa di irreale. Per tutti questi motivi, Sulla fotografia, seppur nato all’interno di una società attraversata e sconvolta da eventi a noi lontani (dal Vietnam al ’68), resta ancora oggi una lettura capace farci interrogare sulle infinite sfaccettature del rapporto fra realtà e immagine fotografica.
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A proposito di Susan Sontag. Un’intellettuale antiaccademica

DI ROSA MARIA PUGLISI
Le riflessioni sul Camp, dedicate ad Oscar Wilde e scritte in forma d’appunti, danno a Sontag un’improvvisa notorietà: definendo questa forma di sensibilità “inconfondibilmente moderna”, questo gusto snob per l’artificio e l’eccesso, “distintivo di riconoscimento tra piccole cricche urbane”, come una sorta di moderno dandismo, che afferma l’esistenza di “un buon gusto del cattivo gusto”, la scrittrice colpisce immediatamente l’immaginazione di un pubblico che va al di là degli addetti ai lavori.
Lo stile epigrammatico asciutto – che sempre caratterizzerà i suoi scritti, sia pure in una forma più distesa e riflessiva – si presta in quel momento ad un largo successo, ma anche a letture superficiali, che faranno etichettare il saggio come un trattato sull’estetica omosessuale e ne ridurranno i molti spunti possibili allo slogan: “è bello, perché è orribile”.
In realtà, in quelle argomentazioni c’è molto più; c’è il preludio del sistematico attacco che l’intellettuale americana avrebbe sferrato contro la critica tradizionale – da lei tacciata d’eccessivo intellettualismo – nella raccolta di saggi pubblicata l’anno dopo.
Se, infatti, negli appunti sul Camp si era limitata a descrivere un particolare gusto, e ad affermare che il gusto “governa ogni libera reazione umana, usando l’aggettivo ‘libera’ in contrapposizione all’aggettivo ‘automatica’”, e che “la sensibilità dell’alta cultura non ha il monopolio della raffinatezza”, con il suo “Against interpretation” si sposta più decisamente verso una “estetica dei sensi”.

Proclama la necessità di una lettura immediata, non ermeneutica ma “erotica” dell’arte: 
ciò che è importante ora è riscoprire i nostri sensi. Dobbiamo imparare a vedere di più, ad ascoltare di più, a sentire di più”; queste asserzioni vengono recepite da molti come un tentativo di appropriarsi della rivoluzione sessuale per trasformarla in teoria estetica. 

E siffatta teoria viene applicata indifferentemente a testi letterari o artistici nel senso più ampio e vario: da Artaud ad Harpo Marx, da Sartre ai romanzi di fantascienza.

Gli interessi di Sontag, infatti, sin da allora sono variegati, e la inducono a soffermarsi su ogni genere di comunicazione contemporanea, indagandone l’impatto sulla società.

In una serie di saggi, dapprima pubblicati su “The New York Review of Books”, decide di indagare “certi problemi, estetici e morali, posti dall’onnipresenza delle immagini fotografate”. 

Ne verrà fuori nel ’71 il libro “On Photography”, pietra miliare nella riflessione sul linguaggio fotografico.

Fino ad allora gli studi sull’argomento erano stati pochi, e punto di riferimento nell’indagine sontagiana sulla fotografia è sicuramente Walter Benjamin, la cui analisi sociologica viene da lei ampliata e superata, mettendo oltretutto in luce le contraddizioni, provocate dall’attrito fra la sensibilità surrealista, soffusa d’ironia, e i principi moralisti, marxisti e brechtiani, dell’autore tedesco. Di Benjamin, Sontag rivela pure la passione di collezionista di citazioni, che “sembra una versione sublimata dell’attività fotografica”, in quanto quest’ultima è vista come un modo di collezionare indiscriminatamente immagini; surreale, perché crea duplicando il mondo “una realtà di secondo grado, più limitata ma più drammatica di quella percepita dalla visione naturale”: una realtà parallela, attraverso la quale si ha un’illusoria sensazione di conoscenza e di potere.

Come Benjamin, fra l’altro, Sontag cita Atget quale precursore del surrealismo fotografico, per il suo “atteggiamento inflessibilmente egualitario di fronte a qualsiasi oggetto”, e per la predilezione verso soggetti marginali e bizzarri, tipica della corrente artistica promossa da Breton. 

E prende in esame l’opera di August Sander che – mentre agli occhi del tedesco, grazie alla contemporaneità rispetto al suo saggio, appare soprattutto carica di significato politico, perché sposta l’attenzione sulla funzione sociale piuttosto che estetica della fotografia – per l’intellettuale americana è rappresentativo di un interesse nuovo, neutrale e “pseudoscientifico”, verso il volto umano, scelto non più perché oggetto di celebrazione, o di curiosità verso le miserie e le stranezze (a tal proposito, fa riferimento anche a Diane Arbus), ma scelto con un intento che “partiva dal corretto presupposto che la macchina fotografica non può fare a meno di rivelare i visi come maschere sociali”.

Riguardo al valore della fotografia come ambiguo strumento di conoscenza, la scrittrice rimarca l’idea benjaminiana dell’opportunità della didascalia, “che”, com’egli afferma, “include la fotografia nell’ambito della letteralizzazione di tutti i rapporti di vita, e senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimativa”. Riprende inoltre anche l’assunto che l’immagine fotografica non è solo tramite di comunicazione, ma anche “bene di consumo”, rilevando che “una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini. Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago per stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso”.

Non soltanto “oppio dei popoli”, tuttavia, la fotografia trova pieno riscatto già in Benjamin come medium capace di allargare il nostro “inconscio ottico” e la nostra ricettività visiva e, di conseguenza, la possibilità di comprendere

In Sontag arriva infine ad essere risorsa contro il nostro sempre più acuito “senso oppressivo della caducità di ogni cosa”: le immagini consumano ma, in qualche modo, rigenerano la realtà, divenute esse stesse reali. A questo punto urge, però, una “ecologia delle immagini”.
Non diversamente da quello che era avvenuto negli scritti precedenti, in “On Photography” la scrittrice esamina l’argomento trattato in una molteplicità d’aspetti, qui difficili da esaurire, proponendo una personale visione antidogmatica.

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