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mercoledì 25 giugno 2014

Franco Battiato. Beta. Dentro di me vivono la mia identica vita dei microrganismi che non sanno di appartenere al mio corpo... Io a quale corpo appartengo?


Dentro di me vivono la mia identica vita
dei microrganismi che non sanno
di appartenere al mio corpo...
Io a quale corpo appartengo?
Franco Battiato: "Beta"


sabato 24 maggio 2014

giovedì 30 gennaio 2014

Richard Feynman. L'universo intero in un bicchiere di vino - Richard Feynman Una volta un poeta disse: «L'universo intero è in un bicchiere di vino». Probabilmente non sapremo mai in che senso lo disse, perché i poeti non scrivono per essere compresi. Ma è vero che se osserviamo un bicchiere di vino abbastanza attentamente vediamo l'intero universo. Ci sono le cose della fisica: il liquido turbolento e in evaporazione in funzione del vento e del tempo, il riflesso sul vetro del bicchiere, e la nostra immaginazione aggiunge gli atomi. Il vetro è un distillato di rocce della Terra, e nella sua composizione vediamo i segreti dell'età dell'universo, e l'evoluzione delle stelle. Ci sono i fermenti, gli enzimi, i substrati e i prodotti. Nel vino si trova la grande generalizzazione: tutta la vita è fermentazione. Non si può scoprire la chimica del vino senza scoprire, come fece Louis Pasteur, la causa di molte malattie. Com'è vivido il novello, che imprime la sua esistenza nella consapevolezza di chi lo osserva! Se le nostre fragili menti, per convenienza, dividono il bicchiere di vino, l'universo, in parti (fisica, biologia, geologia, astronomia, psicologia e così via) ricordiamo sempre che la natura non lo sa! Quindi rimettiamo tutto insieme, e non dimentichiamo qual è il suo scopo. Togliamoci un ultimo piacere: beviamo, e dimentichiamo!


Richard Feynman, L'universo intero in un bicchiere di vino
Una volta un poeta disse: «L'universo intero è in un bicchiere di vino». 
Probabilmente non sapremo mai in che senso lo disse, perché i poeti non scrivono per essere compresi.
Ma è vero che se osserviamo un bicchiere di vino abbastanza attentamente vediamo l'intero universo. Ci sono le cose della fisica: il liquido turbolento e in evaporazione in funzione del vento e del tempo, il riflesso sul vetro del bicchiere, e la nostra immaginazione aggiunge gli atomi. Il vetro è un distillato di rocce della Terra, e nella sua composizione vediamo i segreti dell'età dell'universo, e l'evoluzione delle stelle. Ci sono i fermenti, gli enzimi, i substrati e i prodotti. Nel vino si trova la grande generalizzazione: tutta la vita è fermentazione. Non si può scoprire la chimica del vino senza scoprire, come fece Louis Pasteur, la causa di molte malattie.
Com'è vivido il novello, che imprime la sua esistenza nella consapevolezza di chi lo osserva! 
Se le nostre fragili menti, per convenienza, dividono il bicchiere di vino, l'universo, in parti (fisica, biologia, geologia, astronomia, psicologia e così via) ricordiamo sempre che la natura non lo sa! Quindi rimettiamo tutto insieme, e non dimentichiamo qual è il suo scopo. Togliamoci un ultimo piacere: beviamo, e dimentichiamo!
Richard Feynman, L'universo intero in un bicchiere di vino



«In generale, il procedimento per scoprire una nuova legge è questo: per prima cosa tiriamo a indovinare - non ridete è proprio così che facciamo - poi calcoliamo le conseguenze della nostra intuizione per vedere quali circostanze si verificherebbero se la legge che abbiamo immaginato fosse giusta. Infine confrontiamo i risultati dei nostri calcoli con la natura, con gli esperimenti, con l'esperienza, con i dati dell'osservazione, per vedere su funziona. Se non è in accordo con gli esperimenti è sbagliata. In questa piccola affermazione c'è la chiave della scienza. Non importa quanto bella sia la tua intuizione, non importa quanto intelligente sia la persona che l'ha formulata o quale sia il suo nome, se non è in accordo con gli esperimenti è sbagliata. E' tutto qui. Ora immaginate di aver avuto una buona intuizione, e di aver calcolato che tutte le conseguenze della vostra premessa sono in accordo con gli esperimenti, la teoria allora è giusta? No, semplicemente non si è potuto dimostrare che sia sbagliata perché in futuro, un numero maggiore di esperimenti potrebbe scoprire qualche discrepanza e la teoria si rivelerebbe sbagliata. E' per questo che le leggi di Newton per il moto dei pianeti sono rimaste valide per così tanto tempo. Newton ha ipotizzato la legge della gravitazione, con questa ha calcolato i moti dei pianeti e li ha confrontati con gli esperimenti. Ci sono volute diverse centinaia di anni prima che un minuscolo errore nel moto di Mercurio fosse osservato. Durante tutto quel periodo nessuno era stato in grado di dimostrare che la teoria fosse sbagliata e poteva essere considerata temporaneamente giusta. Ma una teoria non può mai essere dimostrata giusta, perché le osservazioni di domani possono svelare che quello che credevamo giusto era in realtà sbagliato. Per cui non abbiamo mai la certezza di essere nel giusto, possiamo essere sicuri solo di esserci sbagliati».

Richard Phillips Feynman (1918 – 1988), scienziato statunitense, premio Nobel per la fisica.




venerdì 16 agosto 2013

Osiride. Testo dei Sarcofagi. Io sono te e tu sei me, e dovunque tu sia, là io sono, e sono disseminato in tutte le cose, e da qualsiasi parte tu voglia tu puoi raccogliermi, ma raccogliendo me raccoglierai te stesso

Io sono te e tu sei me,
e dovunque tu sia, là io sono,
e sono disseminato in tutte le cose,
e da qualsiasi parte tu voglia tu puoi raccogliermi,
ma raccogliendo me, raccoglierai te stesso.
Osiride, Testo dei Sarcofagi


Osiride.
Grande valenza ha il concetto di resurrezione: il dio, infatti, dopo essere stato ucciso, sorge a nuova esistenza grazie alla mediazione della compagna Iside, dea incarnazione del principio femminile, opposto al principio maschile osirico. L'intera vicenda sintetizza dunque tutto il processo di nascita, vita e morte, il ciclo dell'esistenza nella sua interezza, e sottolinea la salvezza cui l'uomo va incontro dopo la morte, nonché la certezza in una vita nell'aldilà. In numerose comunità kemetiche, la vicenda viene interpretata anche come una metafora del processo di trasmigrazione delle anime, la reincarnazione, ovvero la rinascita ad una nuova vita.
https://it.wikipedia.org/wiki/Misteri_di_Osiride


Osiride.
Osiride - Libro dei morti
Osiride – Libro dei morti
All’origine Osiride era un modesto dio della fertilità e dello sviluppo vegetale. Il ciclo annuale della vegetazione che muore quindi riappare, concretizzò l’idea della resurrezione ed egli diventò il dio della morte e del risorgere alla vita eterna. Osiride era il padrone, il protettore ed il giudice del defunto.
Osiride, Iside e Netis
Osiride, Iside e Netis
Osiride era il primo figlio di ut e Geb, il fratello di Seth, Nefthi ed Iside, che era anche sua moglie. Con Iside generò Horo e, secondo alcune leggende, Nefthi sotto forma di Iside, lo avrebbe sedotto e della loro unione sarebbe sorto Anubi.
Osiride aveva numerosi nomi come, ad esempio, Ounennéfer o Ounnéfer che significa “essere perfetto” ed anche sotto questo nome che regnò e portò la pace e la prosperità al suo popolo, affiancato dal dio delle arti e della scienza Thot, inventò i segni della scrittura e si adoperò per civilizzare il resto del mondo, lasciando al governo dell’Egitto la moglie Iside.
Bisogna ricordare, a questo punto, la leggenda del MITO DI OSIRIDE che ci è stata tramandata, sotto forma di un resoconto omogeneo, da Plutarco verso 100 d.C., poiché gli scritti egiziani contengono soltanto allusioni.
Secondo questa versione, Geb e Nut misero al mondo, come riferisce la cosmogonia di Eliopolis, Osiride, Seth, Nefthi ed Iside, come Haroeris, che proveniva già da una relazione prenatale tra Osiride ed Iside.
Osiride sposò sua sorella Iside e ricevette da Geb la valle ricca del Nilo mentre Seth e Nefthi ereditarono i vasti deserti circostanti. Diventato re, Osiride portò la civilizzazione agli egiziani. Insegnò loro a coltivare i campi e diede loro le prime leggi. Suo fratello e nemico, Seth, non poteva spodestarlo dal trono, poiché Iside sorvegliava attentamente il regno del suo coniuge.
osiris_3Seth ordì un inganno: con settantadue cospiratori, preparò una cassa splendida esattamente alle misure di Osiride. Durante un banchetto, promise di offrire la preziosa cassa a chiunque fosse riuscito ad entrarci del tutto. Nessuno dei partecipanti soddisfece a questa condizione, allora Osiride stesso si mise nella cassa. Immediatamente, Seth ed i suoi chiusero il coperchio, inchiodarono la cassa  e lo gettarono nel fiume. Dopo lunghe ed inutili ricerche, Iside finisce per trovare la cassa a Biblos, riportò il corpo in Egitto. Seth lo scoprì in un momento di distrazione di Iside, tagliò il corpo di Osiride in quattordici (o sedici) pezzi che sparse per tutto l’Egitto. Dopo la morte divenne il sovrano dell’oltretomba e simboleggiava la continuazione della vita dopo la morte. Seth prese il potere ed il trono.
In barche di papiro, Iside e Nefthi navigarono nelle paludi alla ricerca dei pezzi del corpo che raccolsero poco a poco. Ogni città rivendicava un pezzo di Osiride: così a Philae, si trovava una gamba, l’isola di Biggeh riparava una tomba di Osiride, Busiris possedeva la colonna vertebrale (pilastro djed), la spalla sinistra si trovava a Letopolis, ed a Abydos si trovava la sua testa. Eccetto il fallo che era stato gettato nel Nilo ed inghiottito dal pesce, Oxyrhynchus.
Iside fabbricò la prima mummia quindi, grazie alla magia, riuscì a renderle la vita agitando le sue ali di falcone sopra di essa. Quindi scese sul corpo del coniuge il tempo necessario per concepire il loro figlio Horus.
Dinanzi alle persecuzioni incessanti di Seth, Iside si nascose con il figlio nelle paludi del delta ed ivi lo allevò. Esortò Horus, una volta adulto, a vendicare suo padre e raccogliere l’eredità reale.
Osiride
Osiride

Osiride è rappresentato avvolto di una coltre bianca dalla quale solo le mani e la testa emergono; il colore della sua pelle è sia verde per ricordare la sua azione sulla vegetazione sia nera come il colore delle mummie. Tiene in mano il flagello e lo scettro.

La rappresentazione animale di Osiride è poco frequente.

Il culto di Osiride, originario di Abydos, dove si diceva che stava la sua tomba leggendaria, si sparge in tutto l’Egitto nel corso. La figura del dio si arricchisce secondo la sua estensione geografica. Osiride assimila gli attributi degli dei che man mano sostituisce e le sue concezioni funerarie eclissano gradualmente tutti gli altri.

Da sempre nella storia egiziana, preghiere e suppliche sono state indirizzate ad Osiride nella speranza di garantire la sua benedizione ed entrare così nella vita ove regnava il dio. La sua popolarità aumentò considerevolmente nel corso del tempo. A partire dalla XVIII dinastia era, probabilmente, il dio maggiormente adorato in Egitto. La sua popolarità rimase fino alle ultime ore della storia egiziana; ed anche degli imperatori romani, conquistatori dell’Egitto, affascinati dai costumi tradizionali dei faraoni, gli fecero ancora offerte nei suoi templi.
Le feste religiose in di Osiride erano molto popolari. Si tenevano in Abydos, ogni anno, nel corso del quarto mese della stagione dell’inondazione nel momento in cui ci si prepara a seminare i campi.

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Antonio Crasto ha scritto:
Nell’antico Egitto non era consentito parlare di Osiride. Erano i così detti misteri del grande dio.
Io ritengo che il mito di Osiride abbia avuto varie valenze: una cosmogonica, una seconda allegorica e una terza mitologica.
La prima è molto complessa e non viene quasi mai discussa. La seconda è, a mio parere, legata al “diluvio” del 5500 a.C. mentre la terza riguarda un mito costruito per far prevalere il bene sul male e creare una divinità dinastiaca che unisse tutto l’Egitto. Tutti i faraoni, tranne uno, furono infatti incoronati come nuovo Horus.
Il mito di Osiride prevede l’eccezionale morte di un dio, la sua mummificazione e la sua rinascita come dio del Duat e dio dei morti.
Il mito considerava che la mummia del dio fu suddivisa in quattordici pezzi dal fratello Seth e che questi pezzi furono sepolti in altrettante località.
Ognuna di queste località divenne un luogo sacro a Osirde. Fra le località principali bisogna ricordare Abydos, dove si riteneva fossa stata sepolta la testa del dio, e Denderah, sul cui tempio furono realizzate sul terrazzo sei cappelle celebrative dei misteri del dio. In una di queste cappelle fu scolpito il famoso zodiaco circolare.
http://tanogabo.com/osiride-il-sovrano-delloltretomba/


DIALOGO DI UN DISPERATO CON LA SUA ANIMA 
un testo dell’antico Egitto datato all’incirca al 2100 a.C. 

A chi parlerò oggi? 
I fratelli sono cattivi, 
gli amici di oggi non possono essere amati. 
A chi parlerò oggi? 
I cuori sono rapaci, 
ognuno prende i beni del compagno. 
A chi parlerò oggi? 
La gentilezza è perita, 
la violenza si abbatte su ognuno. 
A chi parlerò oggi? 
Si è soddisfatti del male, 
il bene è buttato a terra dovunque. 
A chi parlerò oggi? 
Non ci sono più giusti, 
la terra è abbandonata agli iniqui. 
(da Scalfari-Mancuso, "Conversazioni con Carlo Maria Martini")




Io sono te e tu sei me, e dovunque tu sia,
là io sono, e sono disseminato in tutte le cose,
e da qualsiasi parte tu voglia tu puoi raccogliermi,
ma raccogliendo me raccoglierai te stesso.
Osiride, Testo dei Sarcofagi

SONO OVUNQUE TU SIA
Di Osiride


Osiride "vegetante" e "verdeggiante"...
Osiride vegetante anche conosciuto come "Grano delle mummie" era una pratica funeraria già in uso nella XVIII dinastia simboleggiante il CICLO DI OSIRIDE CHE COME DIO DELLA VEGETAZIONE MORIVA DURANTE LA PIENA DEL NILO, RIMANEVA SEPOLTO SOTTO IL FANGO COME IL GRANO SEMINATO E RINASCEVA ALLA FINE IN PRIMAVERA. L'aggettivo "vegetante" scaturiva dalla natura divina come dio della fertilità dei campi ma ERA ANCHE CHIAMATO "VERDEGGIANTE" così come indicato nell'Aegyptiaca di Manetone, nel Canone di Torino e nei Testi delle Piramidi dove OSIRIDE ERA DETTO "IL GRANDE VERDE" e come raffigurato nelle pitture murali funerarie dove la sua pelle è di questo colore. Il rito consisteva in uno stampo a forma statuetta mummiforme che veniva deposto insieme corredo funerario nelle tombe dell'Antico Egitto durante il Nuovo Regno. Era composto da due sagome (una per la parte anteriore l'altra per quella posteriore) di argilla o legno che poi venivano riempite di fango e cereali, e talvolta avvolte in bende di lino. Dopo un certo tempo dalla deposizione nelle tombe, i cereali iniziavano a germogliare. Questa crescita quasi miracolosa del grano poteva esprimere, per gli iniziati, (il desiderio del) la nuova vita del defunto ed era legata al culto dei misteri di Osiride. Questa pratica funeraria prendeva origine dai "LETTI DI OSIRIDE" CHE ERANO DEI CONTENITORI DI LEGNO RIEMPITI DI TERRA E SEMINATI, generalmente allocati nei giardini in onore di Osiride durante la sua festività che si svolgeva al termine dell'esondazione del Nilo nel mese di khoiak. Un'altra pratica propiziatoria che veniva effettuata prima della semina era quella di MODELLARE CON DEL LIMO IL CORPO MUMMIFORME DEL DIO E DI PIANTARVI DEI SEMI CHE GERMOGLIANDO AVREBBERO RICOPERTO DI VEGETAZIONE LA STATUA CHE VENIVA SUCCESSIVAMENTE PORTATA IN PROCESSIONE SULLA BARCA SACRA DEL DIO CHIAMATA NESHMET. Le statue di grano lasciano comprendere come LA RESURREZIONE DEI DEFUNTI FOSSE UNA DELLE COSTANTI CARATTERISTICHE E PRINCIPIO FONDAMENTALE DELLA RELIGIONE EGIZIA. Una leggenda è nata intorno a questi chicchi di grano che ritrovati nelle tombe, sarebbero germogliati dopo 3000 anni. In realtà, nel 1930 il British Museum fece esaminare questo grano: gli studiosi stabilirono senza alcun dubbio che i semi non erano più fertili e seminati ugualmente, si decomposero rapidamente.

http://it.wikipedia.org/wiki/Osiride_vegetante


"Finalmente ho raggiunto il Mio traguardo
e risolto il segreto della mia anima:
Io sono Quello a cui rivolgevo le preghiere,
Quello a cui chiedevo aiuto.
Sono Quello che ho cercato.
Sono la stessa vetta della Mia montagna.
Guardo la creazione come una pagina del Mio stesso libro.
Sono infatti l’Unico che produce i molti,
della stessa sostanza che prendo da Me.

Poiché Tutto è Me, non vi sono due,
la creazione è Me Stesso, dappertutto.
Quello che concedo a Me stesso,
lo prendo da Me stesso e lo do a Me stesso,
l’Unico, poiché sono il Padre ed il Figlio.
Quanto a quello che voglio,
non vedo altro che i Miei desideri, che sgorgano da Me.
Sono infatti il conoscitore, il conosciuto,
il soggetto, il governante ed il trono.

Tre in Uno è quello che sono e
l’inferno è solo un argine che ho messo al Mio stesso fiume,
allorché sognavo durante un incubo.
Sognai che non ero il Solo unico e
così Io stesso iniziai il dubbio, che fece il suo corso,
finché non mi svegliai. Trovai così che
Io avevo scherzato con Me stesso.
Ora che sono sveglio, riprendo di sicuro il Mio trono
e governo il Mio regno che è Me stesso,
il Signore per l’eternità."

(Traduzione di un antico testo egizio)


IL VELO DI ISIDE. 
Quid fuit, quid est, quid erit Su quella che dovrebbe essere la tomba di Iside, vicino a Menfi, era stata eretta una statua ricoperta di un velo nero. Sulla base della statua era stata incisa questa iscrizione: "Io sono tutto ciò che fu (QUID FUIT), ciò che è (QUID EST), ciò che sarà (QUID ERIT) e nessun mortale ha ancora osato sollevare il mio velo." Sotto questo velo si nascondono tutti i misteri e il sapere del passato. La rimozione del velo di Iside rappresenta la rivelazione della luce. ISIDE E SERAPIDE. 




 Perché io sono colei che è prima e ultima
Io sono colei che è venerata e disprezzata,
Io sono colei che è prostituta e santa,
Io sono sposa e vergine,
Io sono madre e figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono donna sposata e nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono colei che consola dei dolori del parto.
Io sono sposa e sposo,
E il mio uomo nutrì la mia fertilità,
Io sono Madre di mio padre,
Io sono sorella di mio marito,
Ed egli è il figlio che ho respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono colei che da Scandalo
e colei che Santifica Inno a Iside

rinvenuto a Nag Hammadi,
Egitto; risalente al III-IV secolo a.C.


Il modo in cui guardiamo le forme della Terra
è il modo in cui le trattiamo.
Se una montagna è una DIVINITA',
non un mucchio di minerali;
se un fiume è una delle VENE della Terra,
non acqua che può essere usata per l'irrigazione;
se le altre specie sono NOSTRI PARENTI BIOLOGICI,
non una risorsa,
o se il Pianeta è la nostra MADRE,
non un'opportunità...
Allora noi tratteremmo ogni cosa con grande rispetto.
Questa è la sfida,
guardare al mondo
da una differente prospettiva.
David Suzuki



Proclo, Inno Comune agli Dei
"Ascoltate, o dèi, che avete il timone della sapienza sacra,
voi che, dopo aver destato il fuoco che in alto solleva,
agli immortali riconducete le anime dei mortali,
che hanno lasciato il tenebroso recesso,
purificatesi con le iniziazioni ineffabili degli inni.
Ascoltate, o salvatori possenti, e per effetto dello studio dei libri divini,
mostratemi la luce pura, dopo aver dispersa la caligine,
acciocché io possa riconoscere bene il dio immortale e l'uomo;
e sotto i gorghi letei il demone malefico
non ritenga per sempre me lontano dai beati;
e nei flutti dell'orrida generazione caduta,
l'anima mia, che pur non vuole a lungo errare,
un'espiazione terribile non costringa nei ceppi della vita.
Ma, o dèi, guide di sapienza, fulgidissima,
ascoltatemi, e a chi si affretta verso un cammino che porta in alto,
rivelate i santi deliri e le iniziazioni delle parole sacre".












venerdì 9 agosto 2013

Ermete Trismegisto. Tutto è legato con peso ordine e misura



Tutto è legato con peso ordine e misura
Ermete Trismegisto

Quella che noi chiamiamo heimarmene, o Asclepio, è la necessità di tutti gli eventi, i quali sono sempre legati l'uno all'altro per mezzo di vincoli che formano una catena ininterrotta."
Ermete Trismegisto

martedì 30 luglio 2013

Carl Sagan. NOI SIAMO L'INCARNAZIONE LOCALE DI UN COSMO CRESCIUTO FINO ALL'AUTOCOSCIENZA. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine...SIAMO POLVERE DI STELLE

Alcune persone pensano che Dio sia un gigantesco patriarca dalla pelle chiara, con una lunga barba bianca, che siede su di un trono da qualche parte lassù nel cielo, occupato a registrare la caduta di ogni passero. Altri, per esempio Baruch, Spinoza, Einstein, considerano Dio essere essenzialmente la somma totale delle leggi fisiche che descrivono l'universo. Non conosco nessuna prova convincente per un patriarca antropomorfo che da qualche punto d'osservazione celeste controlla i destini umani, ma sarebbe follia negare l'esistenza di leggi fisiche.
Carl Sagan

Per tutte le nostre presunzioni sull'essere al centro dell'universo, noi viviamo in un comune pianeta di una monotona stella ficcata in un oscuro angolo... in una galassia ordinaria che è una di circa 100 miliardi di galassie... Questo è il fatto fondamentale dell'universo che abitiamo. Ed è un bene per noi arrivare a capirlo.
Carl Sagan


NOI SIAMO L'INCARNAZIONE LOCALE DI UN COSMO CRESCIUTO FINO ALL'AUTOCOSCIENZA.  Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine...
SIAMO POLVERE DI STELLE
Carl Sagan


Che cosa stupefacente è, un libro. E' un oggetto ricavato da un albero, con parti flessibili su cui sono impressi molti caratteri scuri. Ma basta guardarlo per un momento, per entrare nella mente di un'altra persona, magari vissuta migliaia di anni fa. Attraverso i secoli, un autore parla in maniera chiara e silenziosa dentro la tua mente, rivolgendosi a te. La scrittura è probabilmente la più grande invenzione dell'uomo, capace di connettere persone che non si sono mai conosciute, cittadini di epoche distanti. I libri rompono le catene del tempo. Un libro è la prova che gli esseri umani siano capaci di magia!"
Carl Sagan




domenica 30 dicembre 2012

Gary Zukav. Siamo abituati a credere che qualcosa o è in un posto, o non lo è. La nostra esperienza ci dice che il mondo fisico è solido, reale, e indipendente da noi. La meccanica quantistica dice semplicemente che non è affatto così.




ll vero problema è che noi siamo abituati a guardare il mondo in maniera semplicistica. 
Siamo abituati a credere che qualcosa o è in un posto, o non lo è. La nostra esperienza ci dice che il mondo fisico è solido, reale, e indipendente da noi. La meccanica quantistica dice semplicemente che non è affatto cosìChi sta osservando l'universo? O in altre parole, in che modo l'universo diventa realtà?
Con la risposta torniamo al punto di partenza. Noi rendiamo l'universo reale. Dato che ne facciamo parte, ciò rende l'universo (e noi) auto-realizzante. Ciò che è "là fuori" apparentemente dipende, da un punto di vista rigorosamente matematico e filosofico, da quello che noi decidiamo "qui dentro".
Gary Zukav

martedì 7 febbraio 2012

Charles Dickens. Abbi un cuore che mai indurisce, un carattere che mai si stanca, ed un tocco che mai ferisce

"- Sono queste le case della febbre, Darby? - domanda freddamente Bucket mentre gira la lanterna su una schiera di orribili topaie. Darby risponde che «lo sono tutte» e che inoltre per mesi e mesi la gente «è stata falciata a dozzine» e che morti e moribondi sono stati trasportati via «come pecore con l’afta»."
Tratto da "Casa Desolata" Charles Dickens - 1852

Il giorno si trasforma volgendo alla fine e si fa scuro e piovigginoso. Jo lavora a tutto spiano, nel suo incrocio tra il fango e le ruote, i cavalli, le fruste, gli ombrelli, e guadagna appena il necessario per pagare il triste riparo che ha in Tom-all-Alone’s. Scende il crepuscolo; la luce a gas comincia a splendere nelle botteghe; il lampionaio con la sua scala corre lungo il bordo del marciapiede. Comincia una triste sera."
Tratto da "Casa Desolata" Charles Dickens - 1852


"La nostra aspirazione è di entrare a far parte degli affetti domestici e dei pensieri quotidiani dei nostri lettori. Speriamo di divenire compagni di viaggio e amici di migliaia di persone, uomini e donne, di ogni età e condizione sociale, che probabilmente non conosceremo mai di persona. [...] Abbiamo riflettuto molto su questa nostra ambizione di ottenere affetto e fiducia da parte di tanti sconosciuti; conosciamo l'enorme responsabilità di un simile privilegio".
È con questa dichiarazione che nel 1850 Charles Dickens inaugurava, in veste di direttore, un settimanale di informazione e letteratura che fu tra i più popolari e apprezzati dell'Inghilterra vittoriana.
Fonte: Rossana Bonadei su Charles Dickens nell'Introduzione a Mtigby Junction




Quando bevi dell'acqua, non dimenticare la sorgente dalla quale scaturisce
Charles Dickens


Abbi un cuore che mai indurisce,
un carattere che mai si stanca,
ed un tocco che mai ferisce
Charles Dickens



Tutti gli volevano un gran bene.
La sua ingegnosità poi nelle piccole cose era addirittura trascendentale.
Sapeva tagliar le arance in certe forme, che noi non avremmo neppure sospettato.
Charles Dickens, David Copperfield


- Che cosa faranno di me, Peggotty cara? Lo sai? 
- Collegio. Vicino a Londra, - fu la risposta di Peggotty. 
Fui costretto a farglielo ripetere, 
giacché la prima volta me lo disse dentro la gola, 
avendo io dimenticato di levare la bocca dal buco e metterci l’orecchio; 
e quantunque le sue parole mi solleticassero le labbra, però non le udii. 
- Quando, Peggotty? - Domani.
Charles Dickens, David Copperfield,  1850


Nel piccolo mondo in cui i bambini vivono la loro esistenza, chiunque li allevi, non c'è nulla che venga percepito più acutamente dell'ingiustizia, anche se si tratta di una ingiustizia di poco conto; ma il bambino è piccolo e piccolo è il suo mondo, e il suo cavallo a dondolo è per lui molto più alto di lui, e lui lo vede e lo considera come un cavallo da caccia irlandese dalle ossa grosse. Io, dentro di me, avevo sostenuto un perpetuo conflitto contro l'ingiustizia fin dalla prima infanzia.
Charles Dickens,  "Grandi Speranze", 1860,  pag. 81



"In quella zona del Tamigi dominata dalla chiesa di Rotherhithe, dove le case sono più luride e i battelli neri per la polvere di carbone e il fumo, si apre il più strano, misterioso quartiere di Londra, con i suoi vicoli nascosti sconosciuti anche di nome alla maggior parte degli abitanti della città. Per raggiungere questa località bisogna percorrere un labirinto di vicoli fangosi, popolati da gente sudicia e volgare, che vive di pesca o di traffici meschini. Nelle botteghe si vendono generi ordinari, a basso prezzo; capi di vestiario grossolani pendono nelle vetrine dei magazzini. Urtando contro operai disoccupati, scaricatori, facchini, carbonai, donne scarmigliate, bambini sudici, inciampando in mucchi di rifiuti, assordati dal rotolio di carri pesanti che trasportano mercanzie ai numerosi magazzini del quartiere, nauseati dai fetori che giungono dai vicoli che si aprono da ogni parte, si arriva finalmente in strade più remote e meno affollate, fra case vacillanti che sembrano volersi inchinare verso il marciapiede, muri  smantellati, camini sul punto di crollare. fìnestre difese da inferriate corrose, tutti gli indizi della più grande desolazione, del più completo abbandono."
"In quei paraggi c'è l'isola di Jacob, circondata da un fossato profondo sette o otto piedi e largo quindici o venti al momento dell'alta marea. Una insenatura del Tamigi, che può sempre esser riempita del tutto aprendo le chiuse del Lead Mills. Guardando da uno dei ponti di legno gettati attraverso il Mill Lane, si potevano vedere gli abitanti delle case sorgenti sulle due rive calare dalle finestre secchi e recipienti per attinger acqua, e ballatoi di legno malfermi e tarlati correre lungo la facciata degli edifici; e fondamenta in rovina, e ogni aspetto più ripugnante della miseria, del vizio, dell'ozio. Sull'isola di Jacob i magazzini erano vuoti e privi di tetto; i muri crollanti e le macerie accumulate sul selciato tutto buche; porte e finestre non avevano che la intelaiatura; dai camini, anneriti e pericolanti, non usciva fumo. Molto tempo prima, quella era stata una lingua di terra che prosperava, ma all'epoca della nostra storia solo chi fosse spinto dalla necessità impellente di trovare un rifugio sicuro poteva avere il coraggio di cercarlo in quel luogo."
Charles Dickens , Oliver Twist, 1837



"Con la sua prodigiosa sensibilità istintiva, Charles Dickens avvertì che nella realtà esistono due universi, morali, psicologici, simbolici: quello del caldo e del colore (specialmente il rosso) e quello del gelo e del nero. Questa opposizione tra caldo e freddo, tra rosso e nero è molto più ricca, comprensiva e drammatica di quella che, da secoli, oppone il bene al male nelle chiese e nei libri.

Se vogliamo conoscere l’universo «rosso» nella sua purezza, dobbiamo aprire il David Copperfield (Einaudi, traduzione di Cesare Pavese), alle incantevoli pagine dedicate ai Peggotty e alla loro barca-casa sulla spiaggia di Yarmouth. Clara Peggotty, la domestica-balia di David, ha guance e braccia così sode e rosse che David si chiedeva «come mai gli uccelli non le beccassero a preferenza delle mele».

La barca-casa è tutta colorata. Persino le vignette della Bibbia , così tetra sulla bocca dei predicatori, mostrano Abramo vestito di rosso, Isacco d’azzurro, Daniele giallo, i leoni verdi: la coperta multicolore di David «fa male agli occhi tant’è fiammante». Il bianco delle pareti squilla come il latte: le aragoste, i granchi e i gamberi, ammucchiati vivi in una rimessa, si preparano a diventare rossi nella cottura; e quando il signor Peggotty si lava nell’acqua bollente, esce talmente rubicondo che David pensa «che la sua faccia abbia questo in comune con le aragoste, i granchi e i gamberi — che entra nera nell’acqua bollente e ne esce tutta rossa». La famiglia di Peggotty è la vera famiglia dickensiana, senza il padre e la madre naturali e le costrizioni del sangue: raccoglie degli orfani, degli errabondi e dei sopravvissuti sotto la protezione di una mano amorosa. Essa è l’Arca dove gli animali vengono accolti nella barca-casa di Noè: il tiepido nido familiare, il piccolo mondo chiuso e protetto, dove creature sperdute si scaldano al calore del reciproco affetto, senza temere il vento che ulula al largo del mare.
Di fronte all’Arca di Peggotty, Dickens dispone, come il loro rovescio speculare, i tetri e sadici personaggi che fecero scoppiare in lacrime Henry James bambino. Ecco il signore e la signora Murdstone, con i neri occhi loschi, i capelli e i favoriti neri, le sopracciglia folte e nerissime: il solido borsello d’acciaio rinchiuso nel carcere di una sacca appesa al braccio con una pesante catenella; due inflessibili e solide casse nere, con solide borchie d’ottone, un enorme cane nero, e l’anima tenebrosa, fosca e metallica.
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Il carattere di David Copperfield non dipende in nulla dal rosso o dal nero, e nemmeno dal carattere drammatico, concentrato ed esibizionista del suo autore. Come altri giovani protagonisti dei romanzi di Dickens, David è ingenuo, candido, femminile, anche quando scrive e racconta di sé stesso. Egli ha qualcosa di straordinario: da bambino vede e ricorda la propria infanzia, possiede una ricchissima capacità di osservazione, che scorge, uno per uno, uno accanto all’altro, tutti i piccoli frammenti della realtà e li ricompone in un quadro. Spia: è il dono dei grandi scrittori. E questo dono di osservazione si trasforma a poco a poco: diventa fantasia, visione, dono di prolungare all’infinito le sensazioni e le osservazioni infantili.
Le grandi doti di David sono quelle di essere flessibile e ondivago: ciò gli permette di avvicinarsi alla realtà, di avere simpatia per essa e di rappresentarla, diventando il tramite tra Dickens e il mondo. In compenso, come lo accusano Agnes e zia Betsey, egli manca di fermezza, di energia, di risolutezza, di decisione, di carattere: soprattutto di quel carattere che siamo abituati a definire virile. La storia del libro è di come David, a poco a poco, acquisti la forza di cui è privo, trasformando la sua natura flessibile in un carattere fermo. Imparando la stenografia, per esempio, egli educa in sé stesso quella paziente e diuturna energia che prima gli mancava. Quando comincia a scrivere, la perseveranza è la sorgente del suo successo. «Non avrei potuto fare quanto feci — egli dice — senza le abitudini di puntualità, ordine e diligenza», senza la risoluzione di concentrarsi su un solo dato alla volta. «Non posseggo un solo dono naturale che non abbia sforzato», insiste: mentre Dickens possedeva un immenso dono naturale, che non aveva nessun bisogno di sforzare e di costringere.
Come si usa dire, David è vittima di un potentissimo complesso edipico: egli adora la madre pallida, esile e inesistente, che immaginava di essere una madre-bambina e finì per diventare una madre-bambina. Quel topos femminile si stabilisce e si fissa nella sua anima; e, dopo di allora, egli non può amare che una donna bambina, una moglie bambina, che ripete tutti i caratteri della madre. Dora Spenlow era «affascinante, infantile, occhilucente, adorabile»: non voleva che si parlasse mai, intorno a lei, di «cose pratiche», e persino le sue zie erano degli uccellini saltellanti, che camminavano frusciando, come se i loro vestiti fossero fatti di foglie autunnali. «Ero immerso in Dora. Non soltanto ero innamorato di lei dalla testa ai piedi, ma ne ero imbevuto tutto quanto». David non voleva che Dora crescesse, egli stesso non voleva che il suo amore diventasse adulto, come di solito accade tra un uomo e una donna.
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In collegio David Copperfield conosce James Steerforth, che ha sei anni più di lui, e diventa il fondamento e l’ala della sua vita. Le pagine che Dickens gli dedica sono un meraviglioso saggio sul fascino: il più bello che sia mai stato scritto. C’era nel modo di fare di Steerforth una disinvoltura — un modo gaio e leggero, non ostentato — che portava con sé una specie di incanto. «Credo che in virtù di questi portamenti, dei suoi spiriti vitali, della sua voce deliziosa, del viso e dell’aspetto bellissimo, e per quanto ne so io, in virtù di un’innata potenza di attrazione (come credo che ben pochi posseggano) egli portasse con sé un fascino al quale era naturale debolezza abbandonarsi e a cui ben pochi sapevano resistere».
Molti accenni fanno supporre che, nel rappresentare Steerforth, Dickens pensasse a Byron: come lui, era un dilettante di sensazioni, che provava e sperimentava tutte le cose. La coscienza di riuscire a sedurre sempre nuove persone gli ispirava una nuova delicatezza di percezione. Ma ogni sensazione era anche un gioco brillante, giocato con l’eccitazione del momento, nello spensierato gusto della superiorità. Afferrava e possedeva tutte le persone e le cose: poi si annoiava di loro e le buttava via, come spugne, come stracci. Liberandosi per un momento da Steerforth, Copperfield gli disse: «Ciò che mi stupisce in voi, Steerforth, è che vi contentiate di fare un uso tanto volubile delle vostre facoltà». Steerforth era volubile: ma non si accontentava affatto della propria volubilità, sebbene non facesse che cercare sempre nuove sensazioni ed emozioni. Come quella di Stavrogin, l’eroe dei Demòni di Dostoevskij, la sua anima era vuota e gelida: non poteva piegarsi a passioni, persone e mete; dominata dal tedio, inseguiva sensazioni sempre più frenetiche, la distruzione e la morte.
Il giovane Copperfield — l’orfano, il nonamato, il derelitto, che non possedeva nessuna delle qualità di Steerforth — lo amava con una travolgente passione femminile: qualcuno direbbe con un vero raptus omoerotico. Il fascino di quell’angelo colpevole, dalle grandi ali nere bagnate di luce, travolgeva senza limiti David, felice di essere un oggetto infantile nelle mani di lui. La sera Steerforth, disteso nel lettuccio del collegio Salem, non riusciva a prendere sonno; e mentre avanzavano le ore della notte, David gli raccontava, confondendoli e mescolandoli l’uno con l’altro, tutti i libri che aveva letto — il Don Chisciotte, Gil Blas, Robinson Crusoe, Tom Jones, Il Vicario di Wakefield, Roderick Random, Le Mille e una notte —, come la sultana Schahrāzād inganna la morte raccontando al suo signore le complicate storie di Oriente. L’istinto fabulatorio di David Copperfield nasce così: nella notte e nell’ombra, dal cui alone romanzesco resta fasciato; dal desiderio dell’orfano femmineo di vincere l’esclusione e la separazione, dall’ansia di salvarsi, di servire e adorare, propiziando l’angelo protettore.
Tra i culmini del David Copperfield si estende la sterminata pianura delle lacrime e del riso. Più si legge profondamente il romanzo, più ci si rende conto che il riso più sgangherato e le lacrime più commoventi sono esattamente la stessa cosa. Il riso nasce da tutto: dall’orrore e dalla tragedia: dall’eccesso di emozioni e di sentimenti, come i bottoni di Clara Peggotty, che saltano e schizzano via, ogni volta che piange o è commossa. Tutto fa ridere: persino Uriah Heep, che è certamente la persona più malvagia del libro, è un concentrato ineguagliabile di comicità e di virtuosismo grottesco — con i suoi repellenti occhi rossi e insonni, con le sue mani fredde e umidicce, con le righe sulle guance che fingono il sorriso, le narici dilatate e contratte, le contorsioni serpentine del corpo, e l’espressione ripetuta: «sono soltanto una persona umile».
Dall’altra parte del romanzo c’era Agnes. «Il suo viso era calmo e felice, aveva intorno una calma — uno spirito di pace, di bontà, di pacatezza — che non ho più dimenticato e non dimenticherò mai». Il suo fare modesto, ordinato e placido esercitava un influsso benefico sul cuore altrui: «Agnes, la mia dolce sorella, il mio consigliere e il mio amico, il buon angelo della vita di tutti coloro che entravano sotto il suo tranquillo, benefico, disinteressato influsso». Agnes era una massaia: aveva tutte le virtù che la madre di David e Dora Spenlow non possedevano; conosceva la realtà, la placava, la vinceva, la dominava e la trasformava in una pianura celestiale. David commette un immenso errore: non la ama e non la sposa appena la conosce: si innamora di Dora, il doppio di sua madre; e solo dopo aver errato a lungo nella «pianura della dissimilitudine», arriva nella distesa celeste di Agnes. Là tutto è come una volta: là apprende che lei «l’ha amato per tutta la vita». «Stretta tra le mie braccia tenevo la fonte di ogni nobile ispirazione avuta fino a allora; il centro di me stesso, il cerchio della mia vita, mia moglie; che amavo di un amore fondato sulla roccia».
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Tutta la narrazione del David Copperfield, sebbene affondi in un passato che diventa sempre più ricco, è portata al presente, che coincide con lo sguardo affabulatorio di David: il presente del tempo; non quello assoluto di Dio, che Dickens ignora. Segno del presente è la rappresentazione dei personaggi, la quale non esclude l’analisi psicologica ma la traduce in violenti, robustissimi, ripetuti tratti fisici, come nel caso della signorina Dartle. «Guardando lei fissa, vidi il suo viso affilarsi e impallidire e la traccia dell’antica ferita allungarsi finché non passò il labbro sformato e affondò in quello inferiore, traversando la bocca di sghembo». Queste rappresentazioni fisiche del viso torneranno, con straordinarie somiglianze, in Guerra e pace e in Anna Karenin . Come sempre, Dickens, così molteplice e polimorfo, non si accontenta dei precisi lineamenti fisici: corteggia l’inesprimibile; l’espressione fisica del sentimento si capovolge nell’indefinito, nell’«orrore di non so che», perdendosi nel puro enigma in cui egli bagna così volentieri."("Corriere della Sera", 16 febbraio 2015 ,Pietro Citati,Il rosso e il nero di Dickens)
Pregevole articolo di Pietro Citati!

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