domenica 22 gennaio 2012

William Shakespeare. Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge. Non t'ama chi amor ti dice ma t'ama chi guarda e tace.



L'opera di Shakespeare ha una straordinaria ricchezza e complessità di temi e di accenti.
I suoi drammi storici, sono centrati su potenti personalità portatrici di violenti passioni: Riccardo III, Enrico IV, Giulio Cesare, ecc. I suoi quesiti fondamentali dell'esistenza e che sottendono un radicale pessimismo, superato però nella serena contemplazione solo delle sue ultime opere: Il racconto d'inverno, La tempesta. Scrisse anche interessanti sonetti di grande valore. Massimo esponente della cultura elisabettiana, ha elevato un linguaggio metaforico, sostanzialmente di un mondo che va dai panorami più ampi della storia alla psiche individuale. Non nascondo che mi sarebbe piaciuto che avesse scritto oltre che sui "grandi e potenti", animati da violenti passioni, anche sulla gente comune ed umile come un contadino, un operaio, una prostituta, costretti a confrontarsi ogni giorno, con le miserie umane e morali.


Insegnami a scordarmi  di pensare.
William Shakespeare


E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli alberi, libri nei ruscelli, prediche nelle pietre, e ovunque il bene.
William Shakespeare


Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l'altro s'allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio; se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato
William Shakespeare


E’ perchè i tuoi sensi sono sul chi vive.
«[…] Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge,
ama quel cuore che per te si strugge.
Non t'ama chi amor ti dice ma t'ama chi guarda e tace
William Shakespeare


Dovrei paragonarti ad un giorno d’estate?
Tu sei ben più raggiante e mite:
venti furiosi scuotono le tenere gemme di maggio
e il corso dell’estate ha vita troppo breve:
talvolta troppo cocente splende l’occhio del cielo
e spesso il suo volto d’oro si rabbuia
e ogni bello talvolta da beltà si stacca,
spoglio dal caso o dal mutevol corso di natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà sfiorire
nè perdere possesso del bello che tu hai;
nè morte vantarsi che vaghi nella sua ombra,
perchè al tempo contrasterai la tua eternità:
finchè ci sarà un respiro od occhi per vedere
questi versi avranno luce e ti daranno vita.
William Shakespeare



"E ricorda:
Prima di discutere, respira.
Prima di parlare, ascolta.
Prima di criticare, esaminati.
Prima di scrivere, pensa.
Prima di far male, senti.
Prima di arrenderti, prova.
Prima di morire, vivi."
William Shakespeare





No, Tempo, tu non ti vanterai che io muti!
Le tue piramidi costruite con rinnovata potenza
non sono per me nulla di nuovo, nulla di strano:
soltanto rivestimenti di uno spettacolo già visto.
I nostri giorni sono brevi, e perciò guardiamo stupiti
quello che ci propini di già vecchio,
e lo crediamo nato per il nostro desiderio
invece di pensare d ’averlo già udito raccontare."
William Shakespeare, Sonetto 123, w. 1-8



"Che cos'hai?" - "Mancanza."
William Shakespeare


Le aspettative sono la radice di tutte le angosce
William Shakespeare


Con la tua immagine e con il tuo amore, benché assente, sei ogni ora presente.
Non puoi allontanarti oltre il confine dei nostri pensieri, perché noi siamo ogni ora con essi, ed essi, con noi. 
William Shakespeare


«Ditemi quanto l'amate?» - «Come un contagio e la sua cura insieme» 
William Shakespeare


Cleopatra: «Se è veramente amore, dimmi quanto.»
Antonio: «E’ ben misero l’amore che si può conteggiare.»
Cleopatra: «Voglio sapere fino a che punto sono amata.»
Antonio: «Dovrai, allora, scoprire, mia amata, un nuovo cielo, una nuova terra.»
 William Shakespeare. Antonio e Cleopatra


Quel che amore tracciò in silenzio, accoglilo,
che udir con gli occhi è finezza d'amore.
William Shakespeare



Tu dici che ami la pioggia, ma quando piove apri l'ombrello.
Tu dici che ami il sole, ma quando splende cerchi l'ombra.
Tu dici che ami il vento, ma quando tira chiudi la porta.
Per questo ho paura quando dici che mi ami
William Shakespeare


Ti prego, impara a leggere il silenzio del mio cuore:
è sottile intelletto d'amore intendere con gli occhi.
William Shakespeare da “sonetto 23”


Non sia mai ch'io metta impedimenti al matrimonio
di due anime fedeli; amore non è amore
se muta quando nell'altro scorge mutamenti,
o se tende a recedere quando l'altro si allontana.
Oh, no! Esso è termine fisso
che domina le tempeste e non vacilla mai;
esso è la stella di ogni sperduta barca,
il cui potere è ignoto, pur se ne misuriamo l'elevatezza.
Amore non soggiace al Tempo, anche se labbra
e rosee guance cadranno sotto la sua arcuata falce.
Amore non muta in brevi ore e settimane,
ma impavido resiste sino al giorno del Giudizio.
Se questo è errore, e sarà contro me provato,
allora io non ho mai scritto, e mai nessuno amato.
William Shakespeare, Sonetto 116



Sian dunque i versi miei, unica eloquenza
e muti messaggeri della voce del mio cuore,
a supplicare amore e attender ricompensa
ben più di quella lingua che più e più parlò.
Ti prego: è sottile intelletto d’amore intendere con gli occhi.
William Shakespeare



Tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano.
William Shakespeare


Chi non è mai stato ferito ride delle cicatrici altrui
William Shakespeare


Quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono,
l'animo può superare molte sofferenze
William Shakespeare


La sventura costringe l'uomo a far la conoscenza di ben strani compagni di letto.
William Shakespeare, La tempesta, 1611


Domani, e poi domani, e poi domani,
il tempo striscia, un giorno dopo l’altro,
a passetti, fino all’estrema sillaba
del discorso assegnato e i nostri ieri
saran tutti serviti
a rischiarar la via verso la morte
a dei pazzi. Breve candela, spegniti!
La vita è solo un’ombra che cammina,
un povero attorello sussiegoso
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla:
è un racconto narrato da un idiota,
pieno di grida, strepiti, furori,
del tutto privi di significato!
William Shakespeare, Macbeth


«La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore /
che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena /
e del quale poi non si ode più nulla: è una storia /
raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, /
che non significa nulla».
William Shakespeare, Macbeth (atto V, scena 5, vv24-28)


Le paure causate da eventi reali sono meno terrificanti di quelle causate dalla nostra immaginazione ed attinenti a fatti immaginari. I miei pensieri su un assassinio solo fantasticato, scuotono la mia condizione umana; finzione e immaginazione si mescolano, e nulla esiste più, se non ciò che non esiste. 
William Shakespeare, Macbeth


«Date parole al vostro dolore altrimenti il vostro cuore si spezza».
William Shakespeare, “Macbeth"


Concedete al dolore di parlare...
.ma attenzione che il dolore che non ci riuscirà... 
sussurrerà al cuore di spezzarsi...
William Shakespeare



"Quanto è piena di scorpioni la mia mente".
William Shakespeare, “Macbeth"Oh, impara a leggere quel che il silenzioso amore ha scritto:
udir con gli occhi s'addice al fine ingegno dell'amore
William Shakespeare - "Sonetti", Sonetto 23


Talvolta le parole ne nascondono altre
WIlliam Shakespeare


Il mio amore è più forte sebbene più sommesso appaia, io non amo di meno anche se meno lo dimostro; sarebbe da mercanti quell'amore, il cui risultato fosse decantato ovunque dal possessore!
William Shakespeare


Amami o odiami, entrambi sono a mio favore.
Se mi ami, sarò sempre nel tuo cuore.
Se mi odi, sarò sempre nella tua mente.
WIlliam Shakespeare





Vieni o amabile notte dalla nera fronte,
e dammi il mio Romeo;
e quando egli morrà, prendilo e taglialo in piccole stelle,
ed egli renderà così bello il volto del cielo,
che tutto il mondo si innamorerà della bellezza della notte,
e non presterà più nessun culto all’abbagliante sole.
William Shakespeare, Giulietta e Romeo



«Occhi, guardatela un'ultima volta, braccia, stringetela nell'ultimo abbraccio, o labbra, voi, porta del respiro, con un bacio puro suggellate un patto senza tempo con la morte che porta via ogni cosa».
William Shakespeare, Romeo e Giulietta (1594 - 1596)


."...Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?.."
Giulietta: atto II, scena II

"Tu..che invadi il mondo segreto del mio Essere ogni notte..
prendi la mia mano fredda e la porti stretta al tuo cuore...
ma tu chi sei...che avanzando nel buio dei miei pensieri...
entri a far parte di un mondo chiuso da tempo
entri a far parte nel giardino segreto della mia Anima..
ogni notte sfiori la mia pelle con dolci parole...come il canto libero di un usignolo..
ma tu chi sei..che con passo silenzioso entri nei miei sogni..
e sfiori le mie labbra...sento il tuo sapore..un sapore dolcissimo...
ogni notte il tuo sguardo...ruba il mio
ogni notte...diventi mio
ogni notte le tue mani toccano le mie
ogni notte...inciampi nei miei pensieri..e vedi te...
ogni notte...entri a far parte dei miei sogni...
diventati ormai tuoi..ogni notte...diventiamo l'uno il sogno dell'altro.
Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?
William Shakespeare


“– Non sei tu Romeo e un Montecchi?
– Nè l’uno né l’altro, bella fanciulla,
se l’uno e l’altro a te dispiace […]
– Il tuo nome soltanto è mio nemico:
tu sei sempre tu stesso,
anche senza essere un Montecchi […]
Oh, mettiti un altro nome!
Che cosa c’è in un nome?
Quella che noi chiamiamo rosa,
anche chiamata con un’altra parola,
avrebbe lo stesso odore soave”
William Shakespeare, Romeo e Giulietta



«Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si consumano al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente: l’amore che dura fa così. Chi è troppo veloce, arriva tardi, come chi va troppo lentamente.» 
William Shakespeare, Romeo e Giulietta, [Frate Lorenzo: atto II, scena VI]


"Gioie violente hanno fini violente. Muoiono nel loro trionfo, come la polvere da sparo e il fuoco che si consumano al primo bacio. Il miele più dolce diventa insopportabile per la sua eccessiva dolcezza: assaggiato una volta, ne passa per sempre la voglia. Amatevi dunque moderatamente, così dura l'amore..."
William Shakespeare, Romeo e Giulietta



"Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si distruggono al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente: l’amore che dura fa così".
William Shaskespeare, Romeo e Giulietta


Splendi bell'astro e spegni l'invidiosa Luna che già langue,
pallida di dolore perché tu, sua ancella, sei molto più vaga dilei,
Già che essa ha invidia di te,
non essere più un'ancella a lei devota!
William Shakespeare, Romeo e Giulietta


Romeo: "io giuro il mio amore sulla luna."
Giulietta: "Non giurare sulla luna, questa incostante che muta di faccia ogni mese, nel suo rotondo andare!"
William Shakespeare


Giulietta: "Oh, non chiamare a testimonio la Luna, l’incostante Luna, che cambia ogni mese nel suo girare in cerchio, per paura che il tuo amore dimostri la stessa variabilità".
William Shakespeare, Romeo e Giulietta


Quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle, allora il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte.
William Shakespeare, Romeo e Giulietta


Insegnami a scordarmi di pensare
William Shakespeare, Romeo e Giulietta


"Tutto il mondo è un palcoscenico,
e uomini e donne, tutti, sono attori;
hanno proprie uscite e proprie entrate; nella vita
un uomo interpreta più parti, ché gli atti
sono le sette età. Primo, il bambino sbava
e piange in braccio alla nutrice, poi lo scolaro,
piagnucoloso, con la sua cartella
e il volto infreddolito dal mattino,
che si trascina svogliato, come una lumaca,
verso la scuola; e poi l'amante: sospira
come una fornace la ballata triste
composta per il sopracciglio dell'amata; e poi
il soldato, pieno di strampalate imprecazioni,
baffuto come un gattopardo, geloso dell'onore,
impulsivo e pronto al litigio, sempre alla ricerca,
anche nella bocca del cannone, d'una reputazione
da quattro soldi; e poi il giudice, pancia rotonda,
piena di bei capponi, occhio severo, e rasatura
a dovere, saggio acume, pedanteria aggiornata,
recita la sua parte; la sesta età ti trasforma
in un debole pantalone in ciabatte,
le lenti al naso ed una borsa al fianco,
calzoni d'un tempo ancora conservati,
un mondo, un mondo troppo largo per le sue gambe rinsecchite,
e la voce, da maschio, di nuovo ridotta
al falsetto infantile: striduli fischi
dal suono incrinato; l'ultima scena, infine,
a conclusione di questa varia strana storia,
è una seconda infanzia, puro oblio,
senza denti, occhi, gusto, senza niente."
(Come vi piace) William Shakespeare.

"Il mondo intero è un palcoscenico,
E tutti gli uomini e le donne semplicemente attori:
Hanno le loro uscite di scena e le loro entrate in scena;
Ed un uomo durante la sua esistenza recita molte parti,
La sua vita è composta da 7 atti. All’inizio è un poppante,
che geme e rigurgita tra le braccia della nutrice.
Quindi lo scolaretto piagnucoloso, con la sua cartella
Ed il viso illuminato a giorno, avanzando come una chiocciola
malvolentieri verso la scuola. Poi l’amante,
Che sospira come una fornace, con una sciocca poesia
Dedicata al sopracciglio della sua bella. Dopo il soldato,
Fedele a strani giuramenti e con la barba di una fiera,
Custode dell’onore, svelto e pronto alla rissa,
Che cerca un’effimera reputazione
Anche nella bocca del cannone. Quindi la giustizia,
In una pancia bella paffuta rimpinzata di buon cappone,
Con occhi severi e taglio formale di barba,
Piena di saggi proverbi ed istanze moderne;
E così recita la sua parte. La sesta età scivola
Tra i pantaloni penduli e sgualciti,
Con occhiali sul naso e la borsa a tracolla,
I suoi indumenti giovanili, un mondo troppo grande
Per il suo polpaccio dimagrito; e la sua gran voce virile,
che torna ad essere l’ugola infantile, suona come
Flauti e fischi. L’ultima scena di tutte,
Che termina questa strana storia a tappe,
E’ la seconda infanzia ed il semplice oblio,
Senza denti, senza occhi, senza gusto, senza niente."
William Shakespeare, Sonetti , XXIII



Eravamo, mia bella regina, due ragazzi i quali credevano che dietro il presente non ci fosse altro giorno che un domani simile all'oggi e di restar per sempre fanciulli.
William Shakespeare, Il racconto d'inverno (I, 2)




Che mani sono queste qui? Ah! esse mi strappano gli occhi! Tutto l'oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d'incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!
esclama Macbeth dopo aver ucciso Duncan, nonostante le ammonizioni della moglie che lo rassicura: “Un po' d'acqua ci farà mondi di quest'atto” (Atto II, scena II).


Poi, però, ella finisce col provare la stessa sensazione di essersi macchiata:
Via, maledetta macchia! Via, dico… Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” si chiede camminando per le sale del castello verso la fine dell’opera (Atto V, scena I).

Il sangue simboleggia la colpa simile a una macchia indelebile impressa sulla coscienza sia di Macbeth che di Lady Macbeth, una macchia che li perseguiterà fino alla morte.
Chi è quell'uomo insanguinato?" (Atto I, scena II).
In queste parole che aprono la seconda scena del primo atto, Re Duncan si informa da un sergente e questi racconta poi la storia dell’eroica vittoria di Macbeth su Macdonald e il Re di Norvegia. Il racconto della storia fatto dal sergente è in se stesso eroico, poiché le sue gravissime ferite lo hanno indebolito e costretto ai margini della battaglia. Così il suo sangue e il suo eroismo sembrano enfatizzare il ritratto eroico di Macbeth.

Quando Lady Macbeth progetta di uccidere Re Duncan, invoca gli spiriti dell’assassinio:
“Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà…” (Atto I, scena V).
Il sangue liquido era ritenuto sano, e si pensava che il veleno rendesse il sangue grumoso.
Lady Macbeth vuole avvelenare il suo animo per poter uccidere senza provare rimorsi.
Proprio prima di uccidere Re Duncan, Macbeth vede un pugnale sospeso a mezz’aria e, mentre resta sbigottito a fissarlo, dense gocce di sangue appaiono sulla lama e sull’elsa. Egli dice al pugnale:
Io ti vedo ancora; e sulla tua lama e sull'impugnatura vedo stille di sangue, che prima non v'erano”. Tuttavia, si allontana e dà una spiegazione a ciò che gli sta accadendo: “No, non c'è nulla di simile. E' l'atto sanguinoso che sto per compiere, il quale prende corpo, così, davanti agli occhi miei” (Atto II, scena I). Ovviamente l’atto sanguinoso è l’assassinio che sta per compiere.

E' una vista dolorosa questa!” (Atto II, scena II) dice Macbeth, guardandosi le mani insanguinate dopo aver ucciso re Duncan. La moglie considera folle quest’affermazione e ritiene il marito ancora più folle quando si accorge che ha portato con sè dalla camera da letto del re i pugnali insanguinati. Gli ordina di riportare indietro i pugnali, metterli nelle mani dei servitori di corte e cospargerli di sangue. Macbeth, però, è così scosso che non riesce a fare altro che stare in piedi a fissarsi le mani insanguinate, perciò è Lady Macbeth colei che prende e riporta i pugnali al loro posto. Mentre si appresta a fare il lavoro che ritiene giusto fare, Macbeth rimane ancora immobile e con lo sguardo fisso. Si chiede se tutta l’acqua del mondo potrà lavare via il sangue che lo macchia:
Tutto l'oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d'incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” (Atto II, scena II).
Per contro, la moglie è convinta che la sua ossessione del sangue dimostri la sua codardia.
Lady Macbeth intinge le dita nel sangue del cadavere del re e macchia i servitor di corte, poi si rivolge al marito dicendo: “Le mie mani sono del colore delle vostre: ma io mi vergognerei di avere il cuore bianco come voi”. Lady Macbeth vuole dire che anche le sue mani, così come quelle del marito, sono insanguinate, ma che avrebbe vergogna di avere un cuore “bianco”, cioè debole e vile, come quello del marito. Lo accompagna a lavarsi le mani e sembra del tutto sicura che “un po' d'acqua ci farà mondi di quest'atto” (Atto II, scena II). Per ironia della sorte, quando in seguito impazzirà vedrà sulle sue mani del sangue indelebile nonostante l’uso dell’acqua.

Raccontando a Malcolm e Donalbain dell’assassinio del padre, Macbeth esclama: “La vostra, e voi non lo sapete: la scaturigine, la sorgente, la fonte del vostro sangue si è arrestata; la stessa vena onde scorreva si è fermata” (Atto II, scena III). In questo passo, il significato principale di “vostro sangue” è “la tua famiglia” sebbene le metafore di Macbeth intendano con “sangue” anche l’essenza che dona la vita. Subito dopo il sangue viene inteso come prova della colpa. Lennox dice che il Re sembra essere stato assassinato dai servitori di corte, perché “Sono stati, a quanto pare, gli addetti alla sua camera: avevano le mani e la faccia segnate col sangue; e così erano anche i loro pugnali, che abbiamo rinvenuti, non ancora asciugati, sui loro guanciali” (ibidem).

Dopodiché, quando Macbeth, indica il cadavere del sovrano, il sangue assume quasi la forma di un sontuoso abito addosso ad un corpo prezioso: “Qui giaceva Duncan, con la pelle d'argento gallonata dal suo sangue d'oro”. E aggiunge, riferendosi ai presunti assassini: “Là c'erano gli assassini, intrisi nel colore del loro mestiere, coi pugnali rivestiti sconciamente di sangue aggrumato” (ibidem).
In questa scena, l’ultimo riferimento al sangue è fatto da Donalbain, il quale, rivolgendosi al fratello con la frase: “Qui dove siamo, vi sono pugnali fin nel sorriso degli uomini; il più vicino per sangue è il più vicino a sanguinare”, intende dire che, come figli legittimi del re assassinato, i nobili più a rischio sono loro e quindi è meglio andarsene dal castello il prima possibile.

Il mattino seguente il regicidio ha una strana oscurità. Ross si rivolge a un vecchio signore dicendo: “Ah! buon padre, lo vedi, il cielo, come sconvolto dall'atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa: secondo l'orologio è giorno, eppure la negra notte soffoca la pellegrina lucerna del mondo” (Atto II, scena IV). A causa dell’assassinio di Duncan, il palcoscenico è insanguinato e il cielo è in collera.
Poco dopo Macduff fa il suo ingresso e Ross gli chiede: “Si sa chi ha commesso quest'atto più che sanguinario?” (Atto II, scena IV). Più che sanguinario perchè è stato un atto contro natura. Re Duncan era un uomo buono e mite che chiunque avrebbe dovuto amare e rispettare.

Nella prima scena in cui Macbeth appare come Re di Scozia, informa Banquo, fingendo che la cosa sia del tutto spontanea, che Malcolm e Donalbain sono latitanti: “Noi apprendiamo che i nostri sanguinari cugini si sono stabiliti in Inghilterra e in Irlanda” (Atto III, scena I).
Macbeth vuole dare la colpa ai figli del re. Dopo che Banquo se n’è andato, Macbeth pianifica il suo assassinio. Egli dice alla moglie che al calare della notte verrà compiuto un atto che lo solleverà dal timore nei confronti di Banquo. Poi invoca l’arrivo della notte: “Vieni, o notte che tutto acciechi, benda il tenero occhio del giorno pietoso, e con la tua sanguinosa mano invisibile annulla e straccia quella solenne cedola che mi fa esser pallido!” (Atto III, scena II). Un uomo diventa pallido per la paura o l’inquietudine perchè il sangue lascia il suo volto. Così, Macbeth crede che eliminando Banquo, gli riaffiorerà il sangue in volto, ed egli non sarà più pallido.

Dopo essere divenuto re, Macbeth offre un banchetto ai suoi nobiluomini. Il banchetto è appena iniziato e subito Macbeth è costretto ad andare alla porta per parlare con il primo sicario. “Tu hai del sangue sul viso” (Atto III, scena IV) gli dice, e il sicario gli riferisce inorgoglito che si tratta del sangue di Banquo, e che ha lasciato il cadavere in un fosso con la gola squarciata. Un po’ più avanti nella scena, proprio mentre Macbeth parla di quanto vorrebbe che Banquo fosse presente al banchetto, irrompe il fantasma di Banquo. Macbeth dice al fantasma: “Tu non puoi dire che sono stato io: non mi scuotere in faccia le tue chiome insanguinate” (Atto III, scena IV). Le chiome insanguinate del fantasma sono quelle dei suoi capelli, coperti di sangue. Dopo la scomparsa del fantasma, Macbeth si giustifica con se stesso pensando che non è il responsabile dell’apparizione del fantasma e afferma che da lungo tempo gli uomini uccidono altri uomini, prima ancora che vi fossero leggi ad impedirlo: “Prima d'ora, anche nei tempi antichi, è stato versato sangue, avanti che delle leggi umane avessero purgato la società e l'avessero ingentilita”. É una cosa naturale spargere sangue, ma ciò che è contro natura è che “… Ora, i morti risuscitano anche con venti ferite mortali nella testa, e ci cacciano dai nostri scanni”. Poi Macbeth si riprende, ritorna dagli ospiti e propone un brindisi in onore di Banquo. A questo punto, il fantasma di Banquo riappare. Stavolta Macbeth cerca di scacciarlo a parole: “Vattene, fuggi la mia vista! La terra ti nasconda! Le tue ossa sono senza midollo, il tuo sangue è freddo; tu non hai virtù visiva in cotesti occhi che sbarri” (Atto III, scena IV). Macbeth si chiede inoltre perchè la vista del fantasma non abbia fatto impallidire gli altri commensali. Egli chiede loro “come potete contemplare visioni come queste, e conservare il naturale rubino delle vostre guance, mentre il mio si fa bianco dalla paura. Presumibilmente, non si rende conto che è lui solo a vedere il fantasma. Infine, quando tutti gli ospiti sono andati via, Macbeth riflette su una diceria: “Vi sarà sangue, dicono: sangue vuol sangue…”. Il detto significa che il sangue della vittima si unirà a quello del suo carnefice, e che ogni omicidio verrà sempre scoperto. Macbeth sa che le pietre si sono mosse, che gli alberi hanno parlato, che gli uccelli hanno rivelato segreti. Tutte queste cose “hanno fatto scoprire l'assassino il più nascosto”. Lo stesso Macbeth è un uomo sanguinario, e il fantasma insanguinato lo ha fronteggiato. La sua colpa è stata quasi mostrata ai presenti. Niente di tutto ciò gli fa provare rimorso, ed egli è determinato ad andare fino in fondo perchè ormai si sente immerso in un fiume di sangue: “Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l'andare innanzi” (Atto III, scena IV).

Dopo aver appreso che Macbeth è un tiranno assassino, Lennox apprende da un altro nobile scozzese che Macduff si è rivolto alla corte inglese per chiedere aiuto. Macduff vuole spodestare Macbeth, affinchè il figlio di Re Duncan, Malcolm, possa diventare Re di Scozia. Fatto ciò, dice il signore scozzese, la Scozia godrà i benefici della pace e “… Dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti; liberare dai pugnali insanguinati le nostre feste ed i nostri banchetti” (Atto III, scena VI).

Mentre attendono Macbeth, le streghe rimestano uno stufato rivoltante in un calderone. Dopo avervi messo tutti gli ingredienti, le streghe lo raffreddano con “sangue d'un babbuino” (Atto IV, scena I). Poi, subito prima di invocare la prima apparizione, le streghe aggiungono altri due ingredienti al calderone – “il grasso che piovve da un assassino appeso alla forca”, e “sangue di porca che ingoiò la covata di nove”. Quando le apparizioni si materializzano, vi è del sangue su due di esse. Prima giunge una testa con delle braccia, quindi un fanciullo insanguinato che esclama: “Sii sanguinario, ardito e risoluto, irridi il potere dell'uomo, poiché nessun nato di donna potrà far del male a Macbeth!”. L’apparizione finale è una marcia di otto re, scortati dallo spirito di Banquo. Macbeth urla: “Ora lo vedo ch'è proprio vero, poiché Banquo, dai capelli aggrumati di sangue, mi sorride ed accenna coloro come suoi discendenti”.

Quando Macduff finisce per pensare che Malcolm non lo sosterrà nella guerra contro Macbeth, si rammarica per il triste destino della Scozia: “Sanguina, sanguina, o mia povera patria!” (Atto IV, scena III). Malcolm allora lo rassicura del fatto che non tutto è perduto e che anch’egli nutre un forte attaccamento verso la Scozia: “penso che la nostra patria soccombe sotto il giogo; e piange, e sanguina, e ogni nuovo giorno una nuova ferita si aggiunge alle sue piaghe”. Subito dopo, Malcolm mette alla prova la fedeltà di Macduff raccontando una grossa frottola. Figurandosi re si paragona a Macbeth: “Il nero Macbeth sembrerà candido come neve, ed il povero Stato lo stimerà un agnello in paragone delle mie sconfinate nequizie”. Elencando tutto ciò che di terribile farebbe se diventasse il nuovo sovrano, Malcolm porta Macduff sull’orlo della disperazione. Macduff esclama “O mia sventurata nazione, dominata da un tiranno usurpatore dallo scettro insanguinato”. Malcolm ha finalmente scoperto le reali intenzioni di Macduff: non gli importa solamente di essere dalla parte del vincitore ma ama veramente la nazione.

Quando la dama di corte e il dottore osservano lady Macbeth, la donna cammina e parla nel sonno. Lady Macbeth si strofina le mani come se cercasse di lavarle. Da quanto emerge, si tratta di un disperato tentativo di lavare il sangue di re Duncan. Lady Macbeth continua a “lavarsi” le mani finchè non viene interrotta dal ricordo della campana da lei stessa suonata per intimare al marito l’omicidio di Re Duncan: “Via, maledetta macchia! Via, dico Una... due: ecco, allora è il momento di farlo. L'inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” (Atto V, scena I). Lady Macbeth credeva che, una volta diventato re il marito, la scoperta dei responsabili del regicidio sarebbe stata ininfluente, poichè nessuno avrebbe avuto la capacità di sfidare il potere regale di Macbeth. Eppure il vecchio aveva così tanto sangue che lei lo vede ancora sulle mani come marchio della sua colpa. Il sangue di Duncan la ossessiona in modi ancora diversi, benchè essa non possa saperlo. Il “sangue” di un uomo è anche dato dalla sua progenie, e Malcolm, che è sangue del sangue di Re Duncan, è ora in marcia con diecimila soldati inglesi per chiamare Macbeth alla resa dei conti. Durante il sonnambulismo, Lady Macbeth si lamenta per due volte di non riuscire a togliere il sangue dalle mani: “Queste mani non verranno mai pulite?”, si domanda, finendo per deprimersi quando si accorge che quel sangue non potrà più essere tolto: “Sempre odore di sangue, qui! Tutti i profumi dell'Arabia non basteranno a rendere odorosa questa piccola mano. Oh.... oh... oh!” (Atto V, scena I).

Menteith e Caithness fanno parte di quelle truppe scozzesi che in marcia si uniranno all’esercito inglese nel bosco di Birnam. Menteith fa un commento su Malcolm e Macduff: “La vendetta arde nei loro petti; poiché i gravi torti da loro patiti spingerebbero al sanguinoso e orrendo grido di guerra anche un cadavere” (Atto V, scena II). Menteith intende dire che perfino un moribondo si getterebbe nella mischia più sanguinosa, se solo avesse le loro stesse ragioni per combattere. Alla fine della stessa scena, Caithness esclama: “Versiamo, fino all'ultima goccia, il nostro sangue per purgare la patria". Lennox ribatte: “almeno, versiamone quanto è necessario ad innaffiare il regal fiore, e ad annegare le male erbe”. Innaffiare il fiore regale significa farlo crescere, ed è Malcolm questo fiore regale. Macbeth e i suoi sostenitori sono le erbe gramigne che annegheranno nel sangue versato da questi valorosi soldati. Quando un servitore corre da Macbeth spaventato dall’avanzata di diecimila soldati inglesi, Macbeth si inalbera di fronte alla faccia del servitore, pallida di paura. Gli ordina: “Va', pungiti la faccia, e tingi di rosso la tua paura, ragazzo dal fegato bianco come un cucciolo!” (Atto V, scena III). Macbeth deride il servitore; pensa che l’unico modo affinchè il ragazzo appaia coraggioso è quello di pungerlo fino a farlo sanguinare. Inoltre, al tempo di Shakespeare il fegato era ritenuto la sede del coraggio, ma il coraggio richiede spargimento di sangue, e l’opinione di Macbeth è che il ragazzo sia un codardo dal fegato bianco come un cucciolo.

Presso le mura di Dunsinane, dopo che i soldati si disfano dei rami entro cui sono nascosti, Macduff ordina di andare alla carica: “Fate parlare tutte le nostre trombe; si dia dentro con tutto il fiato, a queste sonore precorritrici di sangue e di morte…” (Atto V, scena VI). Le trombe annunciano che scorrerà del sangue e molti moriranno. Nell’ultima scena del dramma, Macbeth sa di non avere alcuna via di scampo, ma è comunque deciso a vendere cara la pelle. Dice: “Finché vedo dei vivi, le ferite stanno meglio a loro” (Atto V, scena VIII). In altre parole, egli vuole vedere scorrere ulteriore sangue prima di morire. Subito dopo, Macduff raggiunge Macbeth e sfidandolo gli grida: “Voltati, cane d'inferno, voltati!”. Macbeth risponde: “Di tutti gli uomini ho schivato te solo: via, vattene, sull'anima mia già troppo pesa il sangue dei tuoi!”. Il sangue cui Macbeth fa riferimento è quello sparso nel massacro della moglie e dei figli del nemico. Più semplicemente, Macbeth confessa che quegli omicidi restano sulla sua coscienza, perciò non vuole versare anche il sangue di Macduff. Il nemico ribatte di non essersi placato, e che la sua spada parlerà per lui: “La mia voce è nella mia spada; infame, sanguinario più di quanto le parole ti possano proclamare!” (Atto V, scena VIII).
Il sangue non viene ulteriormente nominato, ma è possible “intra-vederlo” lo stesso, sia quando Macbeth muore che quando Macduff infilza la sua testa su un palo.
http://www.edurete.org/pd/sele_art.asp?ida=2835





Elenco blog personale