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mercoledì 13 giugno 2018

In Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) la follia presenta se stessa come una divinità.

Erasmo oltre la follia (e le folle)
Pietro Barbetta

In Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) la follia presenta se stessa come una divinità. 
Erasmo scrisse L'elogio della follia nel 1509 e lo pubblicò nel 1511.

Dopo avere elogiato in lungo e in largo la follia, che viene presentata come un principio vitale, Erasmo prende posizione verso la metà del trattato. Non tutta la follia è buona, solo parte di essa. Di follia ce n'è di due generi: il primo viene dall'inferno, inviato dalle Furie vendicatrici, suscita nei mortali la vendetta, la guerra e “l'insaziabile sete dell'oro, l'amore obbrobrioso ed empio, il parricidio, l'incesto, il sacrilegio o qualche altra peste del genere”.

La seconda follia, elogiata durante tutto il testo, è quella dei bambini, degli anziani, i quali, grazie alla follia, presentano condotte strane, inusuali, eccentriche. Questa follia, che dice sempre la verità, rasserena gli dei e gli uomini, senza alcuna simulazione né adulazione. 
Si tratta della follia che ha sulla fronte ciò che chiude in petto ed è diffusa nelle isole fortunate.

Entrate nell'immaginario europeo grazie alle navigazioni oceaniche, le isole fortunate sono il luogo dove tutto cresce senza il bisogno della semina e dell'aratura, dove la natura è una madre abbondante. Questa follia è incompatibile con una scienza che si occupa della distribuzione di beni scarsi per soddisfare bisogni illimitati. Natura matrigna.

Qualche secolo dopo James Mattew Barrie (1860-1937) introdusse, nella pièce teatrale Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere del 1904 e poi, nel 1911 in Peter Pan e Wendy, l'Isola che non c'è. Nell'opera di Barrie si tratta di un luogo dove non trascorre il tempo e non c'è memoria, tanto che Dan Kiley (1942-1996), psicologo che lavorava con adolescenti carcerati, scrisse La sindrome di Peter Pan nel 1983. Opera in cui si parla di uomini che rimangono sempre bambini. Sindrome univocamente attribuita agli adolescenti e agli adulti borderline, che non sono capaci di prendere responsabilità.

Invero la storia di Peter Pan è ben più complessa, emerge da un'esperienza letteraria e di vita di chi l'ha inventata. Di Barrie non possiamo dimenticare la sua opera a mio avviso più rilevante, benché meno conosciuta, Peter Pan nei giardini di Kensington e la scaturigine di Peter Pan dall'esperienza della morte improvvisa di un fratello, oltre che dalla sua vita eccentrica e colorita, interessata al mondo dei bambini.

Forse tra Erasmo e Barrie, nonostante i secoli che li dividono, c'è un sentire comune: la follia, questo tipo di follia, lontano da essere irresponsabile è portatrice di nuove responsabilità che riguardano la creazione di mondi possibili.

Erasmo prosegue sostenendo che le isole fortunate fanno fiorire l'erba moly – donata a Ulisse per non venire sottoposto ai sortilegi di Circe – panacea, nepente e altre sostanze farmacologiche di proprietà mediche, ipnotiche, stimolanti, estetiche. Erbe farmaceutiche – il termine farmaco deriva dal greco pharmacon significa anche droga – che hanno il potere di farti osservare il mondo da un altro punto di vista, quello della buona follia. La natura è dunque abbondante, dona più del necessario per la vita, il lavoro è una maledizione.

L'astenico è dunque il prototipo della buona follia: 
oziosi, scansafatiche, lazzaroni d'ogni sorta sono coloro che portano la follia buona. 

Forse, a ben guardare, anche oggi come ai tempi di Erasmo. 
Come non collegare queste tesi, e i racconti di Barrie, con il movimento Hyppie? 
Come non pensare a Woodstock, ai figli dei fiori, all'amore libero, al Rock, da Joni Mitchell a Jimi Hendrix, dai Beatles ai Rolling Stones, da David Bowie a Tom Waits?

La distinzione di Erasmo tra i due tipi di follia vale anche oggi, discerne la gravità del matto in base al danno sociale, più che alla bizzarria del singolo individuo. Non ci rendiamo ancora abbastanza conto che i narcisisti – capaci di successo e scalata sociale, sia vendendosi al primo offerente per il proprio vantaggio, sia nella versione del capo – sono davvero i casi più gravi. Corrispondenti per Erasmo alla follia da contrastare, da sempre si presentano attraverso qualcosa di assolutamente nuovo. La loro caratteristica paradossale è l'assoluta novità nel presentarsi. Si tratta di una dinamica costitutiva.

A differenza della follia buona, infatti, questa follia non è un fenomeno strettamente eccentrico e idiosincrasia, al contrario è un fenomeno sociale diffuso. Come nell'ipnosi dei medici della Salpêtrière, la prima volta è contatto fisico e oculare, poi bacchetta di comando, un'altra volta ancora fulmicotone. Sempre qualcosa di sbalorditivo, mai visto prima. Così si crea quella confusione che produce il sentimento di attaccamento al capo, quel fenomeno subliminale che crea dipendenza.

Si approfitta dell'uomo nidicolo, mancante, abitato dal nulla, che vive lunghi periodi nella dipendenza. Si trae vantaggio dalla tendenza alla dipendenza, che è sempre lì, pronta a farci regredire in ogni momento di difficoltà e disperazione. Così la follia delle masse è l'insieme di un capo, spesso supportato da un gruppo che lo esalta, e delle folle, spaesate e disorientate, che gli si affidano.

Ma perché le folle si affidino al leader è indispensabile un gesto inusitato, unico, che varia ogni volta, che, in linea di principio, non deve essere confuso con il gesto precedente. Unica costante è che al centro della relazione c'è un corpo: il mio corpo è il corpo del popolo, io sono la voce del popolo, sono con lui in unione mistica.

L'unicità del gesto è un taglio paradossale, introduce una differenza che abolisce, in quel gesto, ogni altra differenza, un rientro nel caos, una creazione distruttiva. Dobbiamo pensare alla comunicazione non come una ripetizione ridondante, come accade nella normale comunicazione quotidiana, data per scontata, ma a una comunicazione assolutamente differente, qualcosa che sta tra mente e corpo, che confonde i due piani. Non un terzo attributo ma una confusione tra gli altri due. Non c'è chiarezza d'idee, né spazio tra un corpo e l'altro, incorporazione reciproca, pura fagocitazione di sé. Il paradosso consiste proprio nell'incontrare qualcosa di nuovo, d'inquietante, che solo il mio stato di disperazione può dispormi a considerare positivo. Quando si sta male, tanto peggio, tanto meglio.

Il gesto inusitato, secondo le teorie di Mara Selvini Palazzoli (1916-1999), è l'anticamera della psicosi. Quando accade la famiglia del paziente ha ancora due possibilità: rendersi conto di ciò che sta per accadere e cambiare, oppure mantenere le proprie radicate abitudini ed entrare nella transazione schizofrenica. Così accade anche alla famiglia degli italiani di fronte al gesto inusitato del leader. In che consiste dunque il gesto inusitato? È assolutamente imprevedibile, una novità sconcertante: un socialista rivoluzionario fonda un movimento militarizzato di estrema destra, un imprenditore televisivo si fa leader politico, un perdigiorno di provincia s'improvvisa razzista dentro una canottiera da operaio comunista, un comico manda tutti affanculo. Tutte novità peculiari, nella ripetizione, davanti a un pubblico disperato che non vede vie d'uscita.

Ma Erasmo ha una soluzione, sul finire dell'Elogio ricorda che alcune passioni dell'anima sono in stretto rapporto con il corpo materiale. Tra queste la brama amorosa, che è una specie di follia buona. Se Platone scrisse che l'amore è un uscir fuori di sé, l'amore erotico, passionale, ma anche come apertura all'altro e solidarietà sociale contrasterà il narcisismo del capo, organizzato intorno alla cinica indifferenza.

Erasmo, questo nostro grande contemporaneo, diagnostica la via d'uscita da quest'epoca: riprendere fiducia nella relazione, farla finita con ogni tipo di confraternita oppressiva e mortifera. Imbarcare piuttosto costoro, nelle nostre coscienze, sulla Stultifera Navis e osservare, a distanza dovuta, il loro naufragio.

http://www.doppiozero.com/rubriche/336/201308/erasmo-oltre-la-follia-e-le-folle

domenica 9 luglio 2017

Erasmo da Rotterdham, Elogio della follia. …è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei giardini di Tantalo

"Platone e …..l'”idea” del manicomio.
“Il giudice rinchiuderà nel sophronisterion coloro che sono diventati atei per stoltezza, non per malvagità di sentimenti e di costumi, e ve li terrà secondo la legge per non meno di cinque anni. Durante questo periodo nessun altro dei cittadini potrà frequentarli, ad eccezione dei magistrati che fanno parte del consiglio notturno che si incontreranno con loro per educarli e salvare le loro anime. Quando sarà passato per loro il periodo di incarcerazione, se qualcuno di loro sembrerà rinsavito vada ad abitare con gli altri saggi, ma se verrà giudicato in modo contrario e sarà trovato ancora colpevole, allora sia condannato a morte” 
Platone, Leggi, 909 a, citato in Giulio Guidorizzi, 
“Ai confini dell’anima – I Greci e la follia” Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, pag. 46.

Si tratta del primo testo dell’antichità (le Leggi, un’opera della tarda maturità di Platone, risalgono alla metà del 4° secolo avanti Cristo) che prevede per i folli un istituto manicomiale, seppure con finalità rieducative (il sophronisterion è una casa di “temperanza”, dove si è rieducati a riacquistare la “temperanza”); contiene, tuttavia, già i tratti di un’istituzione che avrà molta “fortuna” nell’Occidente. 

Commenta Guidorizzi: “Il sophronisterion platonico anticipa un’idea che ricompare sinistramente lungo la storia della psichiatria moderna: la follia s’identifica con la mancanza d’integrazione con il sistema dominante, perché solo un pazzo può rifiutarsi di riconoscere che il sistema di valori e le leggi della società sono incontestabili, giuste, equilibrate; le migliori nel miglior mondo possibile. Il sophronisterion platonico si configura pertanto come il primo caso (solo teorico) d’intervento sulla follia da parte di un potere costituito, e quindi di gestione ideologica della follia”. 
Giulio Guidorizzi, op. cit., pag. 46.
3 febbraio 2011

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Michel de Montaigne
la follia……
Chi squilibra l’anima, “chi più spesso la spinge alla follia se non la sua prontezza, il suo acume, la sua agilità e infine la sua stessa forza? Da che cosa nasce la più sottile follia se non dalla più sottile saggezza? Come dalle grandi amicizie nascono grandi inimicizie; dalle saluti vigorose, le malattie mortali; così dalle rare e vive emozioni delle nostre anime, le pazzie più straordinarie e più bizzarre;….. Nelle azioni degli uomini insensati vediamo come propriamente la pazzia si accordi con le più vigorose operazioni dell’anima nostra. Chi non sa quanto sia impercettibile la distanza tra la follia e le ardite elevazioni di uno spirito libero e gli effetti di una virtù suprema e straordinaria?”
Michel de Montaigne, Saggi, Oscar Mondadori, Milano, 1970, vol. I, pag. 641


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“Tale è la peggiore delle follie: non riconoscere la miseria nella quale si è imprigionati, la debolezza che ci impedisce di accedere al vero e al bene; non sapere quale parte di follia ci spetta. Rifiutare questa sragione che è il segno stesso della nostra condizione significa rinunciare a usare per sempre in modo ragionevole la propria ragione. Perché se la ragione esiste, essa consiste proprio nell’accettare questo cerchio continuo della saggezza e della follia, nell’essere chiaramente coscienti della loro reciprocità e della loro impossibile separazione. La vera ragione non è esente da ogni compromesso con la follia; al contrario, essa è obbligata a percorrere le vie che questa le traccia”
Michel Foucault, “Storia della follia nell’età classica”, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1981, pagg. 52-53

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“…è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei giardini di Tantalo”. 
Erasmo da Rotterdham, Elogio della follia, cap. 30


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“Follia e società”
[...] Basaglia dice: “Occorre fondare una nuova medicina, consapevole del fatto che l’uomo è un corpo sociale oltre che un corpo organico. Ed è su questo corpo sociale che la nuova medicina deve lavorare, non più solo sul corpo organico. Noi vogliamo trasformare il malato mentale morto nel manicomio in persona viva, responsabile della propria salute. Non lasciamo la persona che sta male nelle mani del solo medico, ma cerchiamo di costruire un nuovo schema di vita insieme con altre persone, che non sono solo malati. Quando cerchiamo di coinvolgere la comunità nella cura del paziente, stiamo tentando di eliminare il corpo morto, il manicomio, e di sostituirlo con la parte attiva della società. Questo è il modello che proponiamo e che è disfunzionale alla logica della società in cui viviamo.” 
(cit. da U. Galimberti)


L’utopia di Basaglia “era di fare della clinica un laboratorio per rendere “umane” e non “oggettivanti” le relazioni tra gli uomini, attraverso la creazione di servizi di salute mentale diffusi sul territorio, residenze comunitarie, gruppi di convivenza, con la partecipazione di maestri, educatori, accompagnatori, attori motivati”.
(cit. da U. Galimberti)



Per approfondire:
→ D la Repubblica delle Donne (pag. 146)
→ Franco Basaglia: L’uomo e la cosa
22 giugno 2009

https://www.facebook.com/groups/carljungitalia/permalink/10156278249137646/

sabato 12 dicembre 2015

Gioconda. Viene ritrovata la Gioconda dopo due anni dal suo furto. Durante il processo, il pubblico favorevole a Peruggia per amor di patria, invocò l'infermità mentale. Questa venne confermata dall'indovinello postogli dal medico psichiatra del tribunale professor Paolo Amaldi: -Su un albero ci sono due uccelli. Se un cacciatore spara ad uno di essi, quanti ne rimangono sull'albero?- -Uno!- rispose Peruggia. -Deficiente!- tuonò il medico. Infatti la risposta alla domanda era zero, (perché l'altro sarebbe scappato)



ACCADDE OGGI: 12 dicembre 1913. 
Viene ritrovata la Gioconda dopo due anni dal suo furto.
Il 21 agosto 1911, giorno di chiusura del Louvre, Vincenzo Peruggia entrò liberamente nel museo e senza essere notato, staccò la Gioconda dal muro, l'avvolse nella sua giacca e uscì indisturbato. Peruggia tornò a casa in autubus sempre nell'indifferenza generale. Scoperto il furto e avviate le indagini, fu erroneamente arrestato, come possibile complice, anche Pablo Picasso.
Anche Peruggia venne interrogato e la sua modesta stanza fu sottoposta ad un'ispezione che ebbe esito negativo poiché la Gioconda era nascosta in un apposito spazio ricavato sotto l'unico tavolo.
Nel 1913 il collezionista d'arte Alfredo Geri decise di organizzare una mostra nella sua galleria chiedendo ai privati, tramite un annuncio sui giornali, di prestargli alcune opere. Egli ricevette da Parigi una lettera nella quale veniva proposta la vendita della Gioconda a patto che il capolavoro tornasse in Italia e fosse lì custodito. Fissato un incontro per l'11 dicembre 1913 in un albergo di Firenze, Geri si presentò con il direttore della galleria che dopo aver visto il quadro lo prese in custodia per esaminarlo. Vincenzo Peruggia fu arrestato il giorno seguente dai carabinieri che lo prelevarono dalla stanza di un albergo. 
Peruggia affermò sempre di aver compiuto il furto per patriottismo in quanto la visione su un opuscolo del Louvre di quadri italiani portati in Francia da Napoleone I provocò in lui un senso di vendetta: voleva restituire all'Italia almeno uno di quei dipinti, non importava quale. Quando uscì di prigione, dopo una pena estremamente mite di 7 mesi e 8 giorni, Peruggia trovò un gruppo di studenti toscani che gli offrirono il risultato di una colletta, a nome di tutti gli italiani: 4.500 lire.
Durante il processo, il pubblico favorevole a Peruggia per amor di patria, invocò l'infermità mentale. Questa venne confermata dall'indovinello postogli dal medico psichiatra del tribunale professor Paolo Amaldi: -Su un albero ci sono due uccelli. Se un cacciatore spara ad uno di essi, quanti ne rimangono sull'albero?- -Uno!- rispose Peruggia. -Deficiente!- tuonò il medico. Infatti la risposta alla domanda era zero, (perché l'altro sarebbe scappato)

mercoledì 23 settembre 2015

Cicerone. La divinazione. È un'opinione antica, risalente ai tempi leggendari e corroborata dal consenso del popolo romano e di tutte le genti, che vi siano uomini dotati di una sorta di divinazione - chiamata dai greci mantiké -, cioè capaci di presentire il futuro e di acquisirne la conoscenza. Capacità magnifica e salutare, se davvero esiste, grazie alla quale la natura di noi mortali si avvicinerebbe il più possibile alla potenza degli dèi! E come in altri casi noi romani ci esprimiamo molto meglio dei greci, così anche a questa straordinaria dote i nostri antenati dettero un nome tratto dalle divinità, mentre i greci, come spiega Platone, derivarono il nome corrispondente dalla follìa

Dionysii, Syracusanorum tyranni, maxime intererat quid de se et de suis carminibus ...
da Cicerone

A Dioniso, tiranno dei siracusani, interessava specilmente cose i parenti e gli uomini dotti pensassero su di lui e i suoi carmi. Infatti era assai studioso dell'arte poetica e spesso recitava le sue poesie, durante i banchetti, ai convitati, assai esperti di adulazione. Tra questi vi era Filoxene, uomo di grande ingegno, che da solo, ignaro della finzione, disse apertamente cosa pensava avendo ascoltato recitati da Dioniso le poesie di nessun pregio. Offeso dalla libertà di parola, il tiranno ordinò che il disprezzatore delle sue poesie fosse preso dalle sue guardie e fosse condotto in (cerca lautiumas) che erano le carceri pubbliche. Il giorno dopo tuttavia, pentito della sua ira, e esortato dagli amici, mandò a chiamare di nuovo Filoxeno al pranzo dove, recitando le sue poesia, sugli stessi versi, che lui credeva grandi, chiese il parere di Filoxene. Quello, insueto di adulazione e non temendo il pericolo, si alzò da tavola e, senza dire parola, andò via. Interrogato a quale luogo tendesse rispose "nelle Latomie".



Marco Tullio Cicerone: La natura degli dèi- Libro III
52. Inoltre (Balbo) se il nome Cerere deriva dal verbo gerere, anche la terra è una dea. 
E se lo è la terra lo è anche il mare, che tu identificavi con Nettuno, e lo stesso dicasi per i fiumi e le fonti. Per questo Massa, reduce dalla Corsica, consacro un tempio alla Fonte e nella preghiera degli auguri vediamo comparire i nomi Tiberino, Spinone, Anemone, Nodino e quelli dei fiumi più vicini.


Giunti a questo punto o si procede all'infinito su questa strada o non si accetta nessuna delle argomentazioni proposte.


Marci Tulli Ciceronis. De Divinatione.
1"È un'opinione antica, risalente ai tempi leggendari e corroborata dal consenso del popolo romano e di tutte le genti, che vi siano uomini dotati di una sorta di divinazione - chiamata dai greci mantiké -, cioè capaci di presentire il futuro e di acquisirne la conoscenza. Capacità magnifica e salutare, se davvero esiste, grazie alla quale la natura di noi mortali si avvicinerebbe il più possibile alla potenza degli dèi! E come in altri casi noi romani ci esprimiamo molto meglio dei greci, così anche a questa straordinaria dote i nostri antenati dettero un nome tratto dalle divinità, mentre i greci, come spiega Platone, derivarono il nome corrispondente dalla follìa".

1 Vetus opinio est iam usque ab heroicis ducta temporibus, eaque et populi Romani et omnium gentium firmata consensu, versari quandam inter homines divinationem, quam Graeci μαντική appellant, id est praesensionem et scientiam rerum futurarum. Magnifica quaedam res et salutaris, si modo est ulla, quaque proxime ad deorum vim natura mortalis possit accedere. Itaque ut alia nos melius multa quam Graeci, sic huic praestantissimae rei nomen nostri a divis, Graeci, ut Plato interpretatur, a furore duxerunt.
Fonte:MARCI TVLLI CICERONIS DE DIVINATIONE LIBER I,1.


Immagine: augùre, ossia il sacerdote dell'antica Roma che aveva il compito di interpretare la volontà degli dèi osservando il volo degli uccelli, analizzando la tipologia, direzione del volo, se volavano da soli o in gruppo e dai versi che emettevano.
Communitas Populi Romani

martedì 17 febbraio 2015

Salgari. Le scrivo in uno dei più tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al manicomio.


Con Una Lettera

Emilio Salgari a Enrico Bemporad 
Torino, 20 aprile 1911

Le scrivo in uno dei più tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al manicomio. Mi occorre di fare subito un deposito di lire 300 che io non posseggo perché con le infermiere durante questo lungo periodo sono stato pelato. Io la prego di mandarmi la terza rata di 600 lire ed io le prometto di rimetterle fra giorni altre cento cartelle. Mi lasci un momento di respiro per rimettermi da questa terribile scossa. 
Emilio Salgari

L'editore Enrico Bemporad spedì la somma tre giorni dopo l'invio della lettera, ma quel denaro non arrivò mai nelle mani dell'autore del Corsaro Nero e Sandokan. La mattina del 25 aprile sulle colline che sovrastano Torino, Salgari si tolse la vita squarciandosi il ventre e la gola.



giovedì 24 luglio 2014

Carl Whitaker, Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia. «E' molto importante che il terapeuta riconosca che là dove c'è vita c'è follia. La vita non è l'adattamento sociale. La vita non è l'ora di terapia. La vita non è in nessun contesto interpersonale. La vita è l'espressione della totalità del sè, l'individuazione interiorizzata di una fierezza creativa e personale. E' la negazione della schiavitù nei confronti della razionalità del conformismo, dei vincoli della cultura, del tempo, dello spazio e dell'angoscia»

Essere è divenire vuol dire che si deve imparare a essere totalmente ciò che si è.....
Il primo passo consiste nell'imparare ad ascoltarsi: avere il coraggio di aspettare quando non succede nulla, aspettare che qualcosa accada dentro di noi, non fuori di noi, non grazie a qualcun altro diverso da noi. La creatività richiede tempo e solitudine.
Carl Whitaker




Ogni matrimonio è una battaglia tra due famiglie che lottano per riprodursi.
Carl Whitaker

Il matrimonio è una cosa assurda, è un’esperienza che minaccia l’integrità di un individuo, il suo proprio essere, e che sconvolge fin nel profondo. E’ uno stato di coscienza alterato: più si va in profondità, più è facile che accada qualcosa. Una nota di avvertimento: se non sopportate la solitudine, non sposatevi!
Carl A. Whitaker, Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia


Di solito è chiamata la sindrome del settimo anno:
il momento in cui diventa chiaro a queste due persone che non possono ricostruire l’altro.
Lui si è accorto che lei non sarà mai quella che lui avrebbe voluto far diventare e lei sa che non riuscirà a farlo cambiare nell’uomo che vorrebbe che lui fosse.
Carl Whitaker




Leggo da wikipedia:
"Whitaker si riferiva al suo lavoro come “terapia dell’assurdo”, sottolineando in tal modo il sapere non convenzionale di cui faceva uso nell'aiutare le famiglie al cambiamento. Contando quasi interamente sulla logica emozionale piuttosto che su quella cognitiva, Whitaker si focalizzava sui processi emozionali e sulla struttura delle famiglie. Egli interveniva direttamente sul livello emozionale del sistema, riponendo profonda fiducia sul “simbolismo” e sulle reali esperienze di vita, così come sull'umorismo, sul gioco e sullo scontro affettivo".



...E' una cosa veramente bizzarra, ma più due persone sono vicine, più sono separate.
Se non riescono a separarsi, non possono nemmeno aumentare l'intimità.
Se non possono aumentare la loro individualità non possono nemmeno aumentare il loro stare insieme. Più sei libero di stare con gli altri, specialmente con tua moglie, più ti senti libero con te stesso.
Più sei con te stesso e più puoi essere con lei.
Carl Whitaker


"Ho spesso pensato che il vizio peggiore per i terapeuti è dare consigli. E’ un modo per carezzare il nostro io agendo come se effettivamente sapessimo qual è la via migliore e rinforzando così la posizione di inferiorità del cliente. Può anche essere una proposta seducente, ma ha poco a che vedere con l’obbiettivo della crescita; di fatto, la ostacola con molta efficacia! (…) Ma si tratta di qualcosa di più che essere semplicemente ridicolo o cinico o indifferente. Il processo stesso del mio rifiuto di assumere il comando è in sè un atto di attenzione… Però di genere diverso. Con questa manovra, le dico che non cercherò neanche di dirle che cosa fare, perchè credo che essa possieda tutte quelle risorse necessarie per portare a termine il viaggio."
Carl Whitaker, Danzando con la famiglia


«E' molto importante che il terapeuta riconosca che là dove c'è vita c'è follia. 
La vita non è l'adattamento sociale. La vita non è l'ora di terapia. La vita non è in nessun contesto interpersonale. La vita è l'espressione della totalità del sè, l'individuazione interiorizzata di una fierezza creativa e personale. E' la negazione della schiavitù nei confronti della razionalità del conformismo, dei vincoli della cultura, del tempo, dello spazio e dell'angoscia» 
Carl Whitaker, Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia


Un libro splendido, paradossale come la vita.....sul significato della psicoterapia.





Forse il livello dell'identificazione in psicoterapia è (il) più profondo.
Io siedo dall'altra parte del tavolo e GUARDO LA PERSONA DI FRONTE A ME E VEDO ME STESSO. Questa non è soltanto un'unione interpersonale ma una specie di processo di UNIONE INTRAPSICHICA che ha luogo fra l'altro e il Sé. Posso guardare il paziente e vedere me stesso in un lontano passato. Può essere simile a me quando stavo al liceo. Oppure posso guardarlo e vedere me stesso nel futuro o nel presente. Posso identificarmi con lui perché siamo simili nei nostri stili di vita, oppure posso osservarlo e sentirmi in risonanza con la struttura del suo carattere perché ha molte somiglianze con il mio. Questo genere di identificazione fa sì che io sia più coinvolto. Questo genere di amore è il più primitivo..
Carl Whitaker, Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia


”Il potere dell'uomo sulla propria vita e sulla propria morte é un dato di fatto. Ciascuno di noi é libero di uccidersi: all'improvviso con un fucile, oppure lentamente, tramite l'obesità, l'anoressia, l'alcolismo, oppure, in alcuni casi somatizzando la decisone di smettere di vivere. La realtà della morte psicosomatica implica la possibilità che potenzialmente esistano molti altri paramentri in ciascuno di noi, in relazione alla nostra vita e alla nostra morte. Entro certi limiti ciascuno di noi é in grado di controllare la qualità della propria vita. La quantità di controllo che esercitiamo varia ampiamente. Se mia madre desidera che io sia sano e viva per sempre, ciò servirà a far sì che io viva vent'anni più a lungo di quanto vivrei se, per motivi che hanno a che vedere con la sua vita, lei mi volesse morto? Sappiamo che se lei vuole che io sia femmina questo ha un'influenza sul mio stile di vita e molti sono convinti che questo possa influire anche sulla mia struttura fisica. Conosco una madre, che odiava apertamente gli uomini e il suo ex marito. Questa donna aveva una figlia con le spalle larghe , i fianchi stretti e senza seno, mentre suo figlio aveva fianchi larghi, spalle strette e delle abitudini decisamente femminili. Quelli che conoscevano la famiglia e la portata dei suoi sentimenti nei confronti degli uomini, sospettavano chiaramente che lei avesse spinto il proprio figlio a diventare femminile, e la figlia a sviluppare una fisiologia di tipo maschile."
Carl Whitaker, Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia




E' proprio vero che ciò che accade non accade mai all'interno delle persone, ma tra le persone..



Questo perchè le due persone sono io e quell'altro che vorrei essere.










lunedì 14 luglio 2014

Generale Thomas Blamey. Siete infinitamente superiori a questi nemici inumani ( ... ). I vostri nemici sono una curiosa razza, un incrocio tra l'essere umano e la scimmia ( ... ). Dobbiamo andare fino in fondo, se vogliamo che la civiltà sopravviva. Dobbiamo sterminare i giapponesi


"Siete infinitamente superiori a questi nemici inumani ( ... ).
I vostri nemici sono una curiosa razza, un incrocio tra l'essere umano e la scimmia ( ... ). Dobbiamo andare fino in fondo, se vogliamo che la civiltà sopravviva.
Dobbiamo sterminare i giapponesi."
Generale Thomas Blamey, 1943.
In esergo al cap.11 di: Luigi Zoia, Paranoia - La follia che fa la storia, 2011 Bollati Boringhieri pag.318.



sabato 31 maggio 2014

Daniel Paul Schreber. Memorie. Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910." "La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber»

Daniel Paul Schreber, presidente della Corte d’Appello di Dresda, figlio di un illustre educatore dalle idee ferocemente rigide, ebbe nel 1893, a cinquantun anni, una grave crisi nervosa ed entrò nella clinica psichiatrica di Lipsia, affidandosi all’autorità del suo direttore, l’anatomista P.E. Flechsig. La crisi aveva avuto inizio quando un giorno, nel dormiveglia, il presidente Schreber si era trovato a pensare che «dovesse essere davvero molto bello essere una donna che soggiace alla copula». A partire da questo punto si sviluppò in lui un prodigioso delirio, che lo fece passare per tutti gli estremi della tortura e della voluttà, coinvolgendo dèi, astri, demiurghi, complotti, «assassinii dell’anima», catastrofi cosmiche, rivolgimenti politici. Al centro di tutto erano la convinzione, in Schreber, di trovarsi vicino a essere trasformato in donna, e la sua lotta stremante contro un Dio doppio e persecutore. È comunque difficile dare un’idea in poche parole della sconvolgente architettura di immagini, nessi, illuminazioni tragiche e comiche che il lettore incontrerà in questo libro, scritto da Schreber dopo sei anni di malattia, con lo scrupolo di uno specchiato magistrato prussiano, con fermo rigore logico, con sprazzi di paurosa intelligenza, con la cupa determinazione di un trattatista gnostico, allineando pacatamente la sequenza di enormità che aveva vissuto e ragionandoci sopra. Con queste Memorie egli voleva, fra l’altro, dimostrare di non essere pazzo – e incredibilmente ci riuscì, sicché il suo ricorso in appello contro la sentenza di interdizione venne accolto, permettendogli di tornare a vivere per qualche tempo nella società.
Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910. Anche Freud ne fu subito molto impressionato, e scrisse a Jung che Schreber «avrebbe dovuto essere fatto professore di psichiatria». La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber», che sarà una delle occasioni su cui scoppierà il dissenso con Jung. Ben meno conosciute – fra l’altro perché la famiglia di Schreber sequestrò gran parte dell’edizione originale – sono le Memorie, che invece meritano di essere considerate uno dei libri-chiave della nostra epoca. E infatti nel corso degli anni, e soprattutto in questi ultimissimi tempi, un nugolo di interpretazioni si è addensato intorno a esse, sicché questo testo è diventato una sorta di prova del fuoco della teoria psicoanalitica, come ha visto Lacan nel lungo saggio che gli ha dedicato. Ma, anche al di fuori del contesto psicoanalitico, le Memorie di Schreber agiscono come una provocazione potente: basterà ricordare le memorabili pagine su Schreber in Massa e potere di Elias Canetti, che illuminano il rapporto fra paranoia e potere politico. Alla fine del volume, nella Nota sui lettori di Schreber di Roberto Calasso, il lettore troverà una analisi dei più importanti studi che su questo libro sono stati scritti negli ultimi ottant’anni.
Le Memorie sono apparse per la prima volta nel 1903.


sabato 3 maggio 2014

Durante una visita ad un Manicomio, un visitatore domandò al Direttore come facessero a stabilire se un paziente dovesse essere ricoverato. 'Vede', rispose il Direttore, 'riempiamo una vasca da bagno e quindi forniamo al paziente un cucchiaino da caffé, una tazza da tè ed un secchio e gli chiediamo di svuotarla.....' 'Ahhh capisco...' disse il visitatore. 'Una persona normale userebbe il secchio perchè è più grande...' 'No'. Disse il Direttore. 'Una persona normale toglierebbe il tappo! Preferisce un letto vicino alla finestra?'

Datemi un uomo sano di mente ed io lo curerò per voi...
Carl Gustav Jung



Durante una visita ad un Manicomio, un visitatore domandò al Direttore come facessero a stabilire se un paziente dovesse essere ricoverato.
'Vede', rispose il Direttore, 'riempiamo una vasca da bagno e quindi forniamo al paziente un cucchiaino da caffé, una tazza da tè ed un secchio e gli chiediamo di svuotarla.....'
'Ahhh capisco...' disse il visitatore. 'Una persona normale userebbe il secchio perchè è più grande...'
'No'. Disse il Direttore. 'Una persona normale toglierebbe il tappo! Preferisce un letto vicino alla
finestra?'



Machiavelli non diceva che il fine giustifica i mezzi? Il cucchiaio, la tazza,il secchio o il tappo sarebbero stati tutti mezzi validi, non si è parlato di limiti di tempo per svuotare la vasca. Non potrebbe essere una persona infinitamente paziente chi sceglierebbe il cucchiaio?Nietzsche diceva: è meglio essere folli per proprio conto che sani con le opinioni altrui. E con molta coerenza morì pazzo



Questo vuol dire che l'essere umano sceglie solo le vie indicate e raramente guarda oltre



Allora rintronato di un direttore formula meglio la domanda idiota! Le persone normali se gli dai tre alternative ne scelgono una perciò preparati il letto te accanto alla finestra!!!!!! Le alternative fornite sono tre. Quindi.....fra le tre alternative si sceglierebbe quella più fattibile!



È tendenzioso il quesito! Se gli strumenti indicati sono quelli, il "concorrente" di turno è indotto a ritenere di dover scegliere solo tra quelli! Diverso sarebbe stato se, con il medesimo scenario (quindi vasca piena,secchio, cucchiaino e caffè sul bordo) il direttore avesse detto: "come ritiene di dover svuotare questa vasca?" . Morale della favola: la tendenziosità è finalizzata a riempire il Manicomio e fare più soldi! 



Io invece avrei usato il cucchiaino per riempire la tazza, ogni tazza piena la svuotavo nel secchio, che a sua volta appena riempito lo risvuotavo nella vasca per non buttare l'acqua terra e bagnare il pavimento



E' solo questione di tempo ! Anche con il cucchiaino puoi svuotarla! Non aveva mica chiesto di svuotarla nella maniera più rapida! In merito al termine "persona normale" potremmo parlarne per giorni.....



Io, che sono ciciotella, avrei sfruttato il principio di Archimede ...e nella vasca mi ci sarei infilata dentro...ovviamente sarei diventata il direttore della struttura.



Resta per inteso che fornendo degli strumenti atti allo svuotamento, l'utilizzo del tappo sia automaticamente escluso...



Come quel matto che disegna un cerchio per terra e ci salta dentro... Il dottore gli si avvicina e gli chiede:"Che fai?" e quello: "Faccio un salto in centro, ti serve qualcosa?"



Bell'esempio di come la psichiatria generi sè stessa: a casa propria ognuno avrebbe tolto il tappo.



Ho lavorato in un centro psichiatrico e all'inizio mi chiedevo cosa ci facessero li dentro certe persone...e mi sono fatta tante domande anche sulla mia esistenza.???? Sono d'accordo il confine è sottilissimo...


Concetto chiave delle tecniche di persuasione. ..la costruzione della proposizione è volutamente fuorviante....tipico della pubblicità più ragionata. ..



Sembra una metafora della politica italiana. Forza Italia ha sempre scelto il cucchiaino, il PD la tazza e la sinistra "vera", se avesse potuto, avrebbe usato il secchio. mai che si possa votare per qualcuno sano di mente che abbia il coraggio di levare il tappo una volta per tutte...



E normale che tutti dicano il secchio, perché prima di vedere la foto già state pensando di svuotarla con il secchio, il cervello ci fotte.