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lunedì 17 ottobre 2016

Jean Amery, "Intellettuale ad Auschwitz". Con la prima percossa il detenuto si rende conto di essere abbandonato a se stesso: essa contiene quindi in nuce tutto ciò che accadrà in seguito. Dopo il primo colpo, la tortura e la morte in cella - eventi dei quali magari sapeva senza tuttavia che questo sapere possedesse vita autentica - sono presentite come possibilità reali, anzi come certezze. Sono autorizzati a darmi un pugno in faccia, avverte la vittima con confusa sorpresa, e con certezza altrettanto indistinta ne deduce: faranno di me ciò che vogliono. Fuori nessuno è informato e nessuno fa nulla per me. Chi volesse correre in mio soccorso, una moglie, una madre, un fratello o un amico, non potrebbe giungere sin qui.

Con la prima percossa il detenuto si rende conto di essere abbandonato a se stesso:                       essa contiene quindi in nuce tutto ciò che accadrà in seguito. 
Dopo il primo colpo, la tortura e la morte in cella - eventi dei quali magari sapeva senza tuttavia che questo sapere possedesse vita autentica - sono presentite come possibilità reali, anzi come certezze. Sono autorizzati a darmi un pugno in faccia, avverte la vittima con confusa sorpresa, e con certezza altrettanto indistinta ne deduce: faranno di me ciò che vogliono. Fuori nessuno è informato e nessuno fa nulla per me. Chi volesse correre in mio soccorso, una moglie, una madre, un fratello o un amico, non potrebbe giungere sin qui.
Jean Amery, "Intellettuale ad Auschwitz"

giovedì 15 settembre 2016

Rivoluzione Francese. H. Taine, uno storico dell’800, usa la metafora dell’uomo che guada un fiume con l’acqua che gli arriva costantemente alla bocca; se incontra una buca o un lieve abbassamento del fondo, comincia a bere, perde la testa e affoga: questa era la condizione del 90% dei francesi nelle annate di carestia, nei periodi di disoccupazione e del rincaro dei prezzi dei prodotti di prima necessità.

LA VIOLENZA NELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
 Questa lezione è stata tenuta alle classi quarte del liceo scientifico e linguistico dello “Stefanini” di Venezia-Mestre nel maggio del 1987.


La violenza dei gruppi dirigenti, la violenza delle masse popolari nella rivoluzione francese:
un problema di interpretazione

Introduzione
È necessario richiamare preliminarmente tre brevi riflessioni:
·      sul concetto di rivoluzione
·      sul concetto di violenza
·      sul dibattito storiografico sulla rivoluzione francese

1.    Nel concetto di “rivoluzione” io penso che vivano insieme due elementi importanti: 
l’idea di una violenza popolare che fuoriesce dalla legalità preesistente e l’idea di ri-creare, di re-istituire, di ri-fondare la legittimità del sociale, di una vita collettiva secondo regole nuove. In questo la rivoluzione di Francia si distingue profondamente dagli esempi precedenti inglesi ed americano: è o pretende di essere universale; è il primo tentativo di voler re-istituire il sociale a partire da se stesso, cioè senza alcun ricorso ad una legittimità trascendente, divina. La rivoluzione francese è l’atto attraverso il quale il popolo decide di non avere altre istituzioni che a partire dalla propria sovranità.

2.    In questa breve lezione noi insisteremo solo sul primo punto, quello della violenza, e cercheremo di chiarirlo da un punto di vista rigorosamente storico e non politico. Non ci interesserà perciò parlare della violenza in senso diacronico, dalle rivoluzioni d’ancien régime alle rivoluzioni superideologizzate del ‘900, e pensare a quanto la storia sia debitrice agli avvenimenti traumatici, sanguinari, brutalmente sovversivi come mezzi per trasformare il mondo. È questo un tema importante e delicato ma non è il punto che noi approfondiremo. Magari ci ritorneremo con gli studi del prossimo anno, alla luce dei mutamenti culturali e strutturali che l’800 e il ‘900 apporteranno a queste vicende. Ci interessa, invece, parlare degli avvenimenti intercorsi tra il 1789 e il 1796 e capirne alcuni aspetti particolari, cronologicamente e geograficamente delimitati.

3. Il contesto è quello delle rivoluzioni di Francia. 
Conoscete le linee essenziali del dibattito storiografico che si è sviluppato al riguardo: essere quella di Francia una rivoluzione borghese che proclamando e realizzando le libertà (di parola, di stampa, di partecipazione politica, di impresa, di commercio) apre la strada al capitalismo e alla democrazia moderna, o invece – poiché la borghesia francese era in larghissima parte precapitalista (fatta di avvocati, legisti, funzionari), più matura intellettualmente che economicamente – sostenere che in Francia ci furono tre rivoluzioni autonome e simultanee: quella dei deputati del Terzo agli Stati Generali, quella delle municipalità cittadine, quella dei contadini. E sapete anche quanto è ricco e controverso questo dibattito, e come è ancora aperto in sede di ricerca. In un saggio del 1968, Ordinamento politico e mutamento sociale, il politologo Samuel Huntington osservava che le rivoluzioni non vengono mai fatte dai poveri ma da militanti dei ceti medi urbani in ascesa sociale, le cui speranze e aspettative sono frustrate dal sistema istituzionale e politico esistente. Questo tipo di esponenti della classe media non riesce mai a portare a termine la rivoluzione se non stabilisce un collegamento con le masse proletarie cittadine (in questo caso i sanculotti) e con i contadini.

4.    Il nostro contributo è molto più piccolo. 
Parleremo della violenza, la violenza dei gruppi dirigenti – colti ed intellettuali – che nasce da matrice illuministica, che s’affida all’uso privilegiato della ragione e all’abilità oratoria del discorso, che razionalmente critica e distrugge la vecchia società, che intellettualmente progetta un nuovo mondo, che ideologicamente usa lo Stato e il suo potere per eliminare i nemici, far trionfare il bene e difendere la rivoluzione.

E parleremo della violenza delle masse popolari – analfabete e con istruzione primitiva – che nasce da matrici religiose antiche e da tradizioni ancestrali, che s’affida alla spontaneità e alle spinte immediate, che emotivamente vuol fare tabula rasa della vecchia società, che sogna un nuovo mondo fatto di speranze, di illusioni, di sfruttamenti finalmente finiti, di fami antiche ora saziate, che usa il potere sia per vendicarsi delle ingiustizie subite per secoli, sia per illudersi che è possibile cambiare.

Nelle rivoluzioni di Francia questi due movimenti profondi della società si incontrano e si alleano per un breve tempo e producono un’accelerazione trascinante della storia.

Ecco, la violenza si presenta con questo duplice aspetto:
·      intellettuale, si lega alla filosofia dei Lumi e della Ragione
·      popolare, si lega a matrici di millenarismo cristiano, a simbologie religiose e a tradizioni popolari.

Partiamo da un dato documentato che ci evita ipocrite sorprese.
Era il ‘700 un secolo profondamente contraddittorio: si leggeva Diderot, Voltaire, l’Enciclopedia, Rousseau (in pochissimi) ma nelle città gli impiccati restavano esposti per mesi a titolo d’esempio, e a Parigi nel 1757 un regicida mancato (una pugnalata a Luigi XV) era stato squartato in quattro parti in piazza. La vita quotidiana era tutta violenta: nei romanzi è descritto il sangue per le strade, gli omicidi, le risse, i passanti schiacciati dalle carrozze, le torture e le pubbliche esecuzioni. La violenza aveva perciò, inconfondibilmente, un doppio aspetto: era repressione dello Stato e della società dominante e privilegiata nei confronti delle minacce dei criminali e dei ceti poveri; era sovversione dei ceti esclusi contro una società ricca, arrogante e chiusa nei suoi privilegi. E non dimentichiamo, infine, il contesto di un’economia precaria e povera per le grandi masse affamate. H. Taine, uno storico dell’800, usa la metafora dell’uomo che guada un fiume con l’acqua che gli arriva costantemente alla bocca; se incontra una buca o un lieve abbassamento del fondo, comincia a bere, perde la testa e affoga: questa era la condizione del 90% dei francesi nelle annate di carestia, nei periodi di disoccupazione e del rincaro dei prezzi dei prodotti di prima necessità.

Franca Zanoni ci parlerà della violenza dei gruppi dirigenti (F. Furet). 
Michela Carraro analizzerà il fenomeno nell’immaginario e nella pratica delle masse popolari (M. Vovelle)

Conclusione

1.     Il ruolo centrale degli intellettuali nel processo di modernizzazione.
Essi hanno un doppio orizzonte di riferimento: il contesto mondiale dello sviluppo (la rivoluzione atlantica), il cosmopolitismo, le tipologie del giornalista-filosofo-capo politico, la società nazionale, il popolo, che solo attraverso la loro mediazione riesce ad esprimere tutto il peso delle tradizioni localistiche, il folk.
La violenza ha matrice colta, la ragione critica, il tribunale della ragione.

2-L’autonomia delle masse popolari. La tipologia della folla. Giornate di miseria, a dominante socio-economica: 1789, incendio dei caselli del dazio e della fabbrica di carta da parati. 1792-1793, saccheggio di forni e drogherie; alta percentuale di salariati e garzoni di bottega, molte donne, 30 anni, 2/3 di alfabeti, scarsi i disoccupati e i pregiudicati.
Giornate in cui si afferma una prima coscienza politica:
1789, la Bastiglia. Artigiani e commercianti, 34 anni, 77% padri di famiglia.
1792, 10 agosto. Artigiani e commercianti (60%), dipendenti (40%); 37 anni, tutti alfabeti.
La frequenza sociale nelle sezioni parigine: 50% di commercianti e artigiani, 30% di borghesi, 20% di salariati; 40 anni, 65%di sposati e padri di famiglia.

3.     La forma-partito dei giacobini.
Partiamo da un giudizio di Gramsci: “Essi si imposero alla borghesia francese. Uomini energici e risoluti, essi spinsero a calci in avanti la borghesia riluttante, moderata, “corporativa”. Essi allargarono la politica di alleanze della borghesia alle classi popolari per creare un rapporto politico-militare favorevole alla rivoluzione, per salvarla dalla reazione. Essi fecero della borghesia la classe dominante, dirigente, egemone. Essi crearono lo Stato borghese, la compatta nazione moderna, l’unione fra Stato e popolo.
Essi fecero la rivoluzione “attiva”.

Alcuni dicono: lo spirito giacobino è stato un seme che ha fruttificato nell’800 e ‘900, tutte le volte che un partito politico si è organizzato sulla base dell’ideologia e, ritenendo di possedere la verità e di avere il dovere di farla prevalere, ha operato una tecnica di manipolazione politica capace di influenzare le masse e di conquistare il potere. v. le affinità, anche sbandierate, tra giacobinismo e bolscevismo…
È un tema d’analisi interessante. Ma la storia a noi è sembrata più complessa.
La società francese prima della rivoluzione era una polveriera. In Francia non c’erano state le riforme dell’assolutismo illuminato. La borghesia era cresciuta molto culturalmente e in ricchezza ma era compressa politicamente e socialmente.
L’azione di governo dei giacobini fu più moderata e realistica dei loro discorsi, e spesso fu obbligata dalle circostanze. È comunque un problema aperto e solcato da molte contraddizioni. La rivoluzione non è tanto la crisi in sé quanto piuttosto l’uscita dalla crisi, la risoluzione del conflitto tra la vecchia società e la nuova, una vecchia che non vuole morire, la nuova che stenta a nascere.
Nei giacobini quello che affascina, al di là di tutto, è il credere che fosse sufficiente la razionalità per ordinare e regolare la realtà di Francia. Una triade Ragione / Rivoluzione / Progetto di cambiamento. Ma poi il dover constatare che la società è più varia, contraddittoria, complessa, disgregata e vitale di quanto la ragione e l’ideologia possano concepire (v. le ultime parole di Robespierre alla Convenzione il 26 luglio 1794, il giorno prima del colpo di stato di Termidoro) (art. di L. Villari).


                                                                       Prof. Gennaro Cucciniello

Mestre, aprile 1987

http://www.gennarocucciniello.it/gc/la-violenza-nella-rivoluzione-francese/

Rivoluzione Francese


"Sola fra tutte le rivoluzioni contemporanee, quella francese fu una rivoluzione ecumenica. I suoi eserciti si levarono per rivoluzionare il mondo; le sue idee lo rivoluzionarono veramente. [...] La sua influenza indiretta è universale, perché fornì il modello a tutti i movimenti rivoluzionari successivi, e i suoi insegnamenti - interpretati da un punto di vista particolare - sono contenuti nel socialismo e nel comunismo moderno." 
E. J. Hobsbawm

Questa citazione riassume in poche righe, 10 anni di storia francese. Dal punto di vista cronologico è posteriore alle battaglie americane, ma è importante notare l'enorme influenza che ha esercitato sull'Europa intera. Nonostante il suo fallimento, è diventata il modello di riferimento per giudicare le rivoluzioni.


Cause
Prima del 1789, la Francia era una monarchia assoluta legata alla tradizione medioevale. 
Il Re, fiancheggiato dal clero e dalla ricca nobiltà, deteneva i tre poteri. Lo stato era incapace di adeguarsi ai mutamenti in atto e opprimeva le masse, ormai vessate da sgravi fiscali. L'invio di truppe e rifornimenti per sostenere gli Americani in lotta contro gli Inglesi aggravò la pesante situazione economica francese già in crisi perché vincolata all'agricoltura. La tassazione nei confronti dei contadini aveva raggiunto il limite di sopportazione, già minato dagli esosi oneri signorili ricollegati ad un antico sistema feudale. Il peggioramento inesorabile della condizione contadina fu anche dovuto alla crisi che sconvolse la produzione cerealicola del 1787 a causa di disastri meteorologici. I tenui tentativi del sovrano Luigi XVI di riformare il sistema fiscale, altamente squilibrato, vennero contrastati dal clero e dai nobili in quanto avrebbero dovuto rinunciare a buona parte delle loro ricchezze e dei loro privilegi. Le proposte del ministro delle finanze Necker puntavano infatti a limitare la classe dirigente e ciò gli costò la carica. Egli aveva tentato di attuare un prelievo fiscale più equo coinvolgendo le classi ricche e una riduzione degli sprechi attraverso tagli delle spese. Inoltre, le idee illuministiche si erano ormai diffuse in tutta Europa proponendo un atteggiamento fortemente antitradizionalista, nutrito dalla convinzione che il passato, in particolare il Medioevo, coincidesse con l'età dell'ingiustizia, del sopruso, della superstizione e dell'ignoranza. [...]

Obiettivi
La rivoluzione francese è stata guidata dalla media borghesia che sfruttò la forza delle masse contadine, prive di grandi obiettivi rivoluzionari, per raggiungere i propri scopi. Il principale obiettivo della borghesia era l'ammodernamento attraverso il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Un passaggio verso uno stato formato da classi determinate in base al patrimonio e non in base alla nascita.  [...] 
Fin dall'Assemblea Nazionale, poi costituente con l'aggiunta di membri aristocratici, venne stilata la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" che fissò gli ideali rivoluzionari nel motto: "Libertè, Egalitè, Fraternitè". [...]
Per raggiungere ciò, l'Assemblea abolì il regime feudale eliminando le corvèes e le decime, in un processo atto a colpire l'aristocrazia ed il clero.
Gli "assegnati" sono stati una soluzione al problema economico perché, oltre a limitare direttamente la ricchezza della Chiesa, hanno portato altro denaro nelle bisognose casse dello stato. Perciò, come scopo troviamo una lotta, spinta anche da uno spirito illuminista basato sulla razionalità, contro lo strapotere della Chiesa francese. [...] La genesi di una monarchia costituzionale sembrò porre termine alla rivoluzione, ma non fu così perché sia il sovrano insoddisfatto dei poteri limitati, sia i radicali giacobini desiderosi di partecipare attivamente alla politica minarono la precaria stabilità ottenuta dalla borghesia. [...]
La rivoluzione ha anche come obiettivo la rivoluzione stessa. Nella costituzione del 1793, verrà fissato uno dei principi che la legittimerà pienamente. L'Articolo 35 recita: "Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è, per il popolo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere". Questo articolo rappresenta la volontà dei francesi di ribellarsi a ogni forma di oppressione e quindi giustificare gli sconvolgimenti rivoluzionari. [...]
o. Il terrore risulta allora come la conseguenza di un potere che in nome di obbiettivi elevati non riconosce limite legittimo al proprio operato. Perché si possano giustificare atti di grande violenza sono necessarie condizioni gravissime. Torniamo allora al paradosso che da buoni propositi si possa giungere ad azioni delittuose. 

http://historica.altervista.org/pagine/rivfra.html


lunedì 29 settembre 2014

Schurè. I grandi iniziati. Come nacque Roma? Nacque da una congiura di un’avida oligarchia in nome della forza bruta; con l’oppressione dell’intelletto umano, della religione, della scienza e dell’arte, esercitò un potere politico deificato: in altri termini, dal contrario della verità, nel cui nome un governo trae il proprio diritto unicamente dai superiori concetti di Scienza di Giustizia, di Economia. Tutta la storia romana non è che la conseguenza di quel patto iniquo per cui i padri coscritti dichiararono guerra prima all’Italia e poi a tutto il genere umano. E certo fu molto appropriato il simbolo che essi scelsero! La lupa di bronzo, dal fulvo pelame irto, che protende il suo muso di jena verso il Campidoglio; fedele immagine di quel governo, quel demone che fino all’ultimo sarà padrone dell’anima romana.


Come nacque Roma? Nacque da una congiura di un’avida oligarchia in nome della forza bruta; con l’oppressione dell’intelletto umano, della religione, della scienza e dell’arte, esercitò un potere politico deificato: in altri termini, dal contrario della verità, nel cui nome un governo trae il proprio diritto unicamente dai superiori concetti di Scienza di Giustizia, di Economia. Tutta la storia romana non è che la conseguenza di quel patto iniquo per cui i padri coscritti dichiararono guerra prima all’Italia e poi a tutto il genere umano. E certo fu molto appropriato il simbolo che essi scelsero! La lupa di bronzo, dal fulvo pelame irto, che protende il suo muso di jena verso il Campidoglio; fedele immagine di quel governo, quel demone che fino all’ultimo sarà padrone dell’anima romana.
E. Schurè, I grandi iniziati.




sabato 20 settembre 2014

Gaetano Filangieri, "La scienza della legislazione", libro I, 1780. Incipit dell'Introduzione. "Quali sono i soli oggetti che hanno fino a questi ultimi tempi occupato i sovrani di Europa? Un arsenale formidabile, un’artiglieria numerosa, una truppa ben agguerrita. Tutti i calcoli, che si sono esaminati alla presenza de' principi, non sono diretti che alla soluzione di un solo problema: trovar la maniera di uccidere più uomini nel minor tempo possibile".


"Quali sono i soli oggetti che hanno fino a questi ultimi tempi occupato i sovrani di Europa? Un arsenale formidabile, un’artiglieria numerosa, una truppa ben agguerrita. Tutti i calcoli, che si sono esaminati alla presenza de' principi, non sono diretti che alla soluzione di un solo problema: trovar la maniera di uccidere più uomini nel minor tempo possibile".
Gaetano Filangieri, "La scienza della legislazione", libro I, 1780. Incipit dell'Introduzione.






domenica 3 agosto 2014

Lukècs. Per Lukàcs, intellettuale organico al marxismo, uno stato non è mai l'affermazione pacifica di volontà condivise dentro e fuori l'oggettiva territorialità sulla quale si fonda. La comparsa di uno Stato è sempre un atto di forza. Trae a sé l'unica legittimità della violenza: principio proclamato dallo stato di diritto. Esso persegue la pacificazione interna e rivolge all'esterno la violenza e chiede sempre il sacrificio dei propri cittadini per la salvaguardia della propria esistenza. Lo Stato è con le parole di Lukàcs "l'immoralità organizzata, all'interno come polizia, punizione, ordini sociali, commercio, famiglia; all'esterno come volontà di potenza, di guerra, di conquista, di vendetta" e, ancora, Lo Stato come tubercolosi organizzata "se i microbi della peste si organizzassero" afferma Lukàcs "fonderebbero il Regno mondiale" o, negli attuali termini americani, il Nuovo Ordine Mondiale.


LO STATO BORGHESE È UNA TUBERCOLOSI ORGANIZZATA (LUKÀCS)

Per Lukàcs, intellettuale organico al marxismo, uno stato non è mai l'affermazione pacifica di volontà condivise dentro e fuori l'oggettiva territorialità sulla quale si fonda. La comparsa di uno Stato è sempre un atto di forza. Trae a sé l'unica legittimità della violenza: principio proclamato dallo stato di diritto. Esso persegue la pacificazione interna e rivolge all'esterno la violenza e chiede sempre il sacrificio dei propri cittadini per la salvaguardia della propria esistenza. Lo Stato è con le parole di Lukàcs "l'immoralità organizzata, all'interno come polizia, punizione, ordini sociali, commercio, famiglia; all'esterno come volontà di potenza, di guerra, di conquista, di vendetta" e, ancora, Lo Stato come tubercolosi organizzata "se i microbi della peste si organizzassero" afferma Lukàcs "fonderebbero il Regno mondiale" o, negli attuali termini americani, il Nuovo Ordine Mondiale.



lunedì 14 luglio 2014

Jean Genet. Se riflettiamo su un qualsiasi fenomeno vitale, però, nel senso della suo significato più stretto, che è quello biologico, comprendiamo subito che violenza e vita sono all’incirca sinonimi. Il chicco di grano che germina e spacca la terra gelata, il becco di un pulcino che rompe il guscio dell’uovo, la fecondazione di una donna, la nascita di un bambino sono suscettibili di un’accusa di violenza. Ma nessuno mette in discussione il bambino, la donna, il pulcino, il germoglio, il chicco di grano


"Se riflettiamo su un qualsiasi fenomeno vitale, però, nel senso della suo significato più stretto, che è quello biologico, comprendiamo subito che violenza e vita sono all’incirca sinonimi. Il chicco di grano che germina e spacca la terra gelata, il becco di un pulcino che rompe il guscio dell’uovo, la fecondazione di una donna, la nascita di un bambino sono suscettibili di un’accusa di violenza. Ma nessuno mette in discussione il bambino, la donna, il pulcino, il germoglio, il chicco di grano" 
Jean Genet

lunedì 7 luglio 2014

Jakob Burckhardt. La violenza rappresenta sempre l’inizio dello Stato. “Vane sono tutte le nostre costruzioni circa l’origine e l’inizio dello Stato, e noi quindi non ci romperemo qui il capo, come i filosofi della storia, intorno a tali primordi. I seguenti interrogativi daranno solo quel tanto di luce perché si scorga quale abisso abbiamo dinnanzi: com’è che un popolo diviene popolo? e come diventa Stato?



Burckhardt. I Greci e il disprezzo del lavoro.
L’antibanausica.
“[Il] disprezzo per il lavoro materiale e il guadagno borghese si ritrova nella mentalità dell’aristocrazia del Medioevo europeo; ma accanto ad essa si sviluppa grado a grado la borghesia operosa, che non solo lavora ma ha del lavoro un’altissima considerazione.
Ben diverso […] è il mondo greco, poiché qui è proprio la borghesia che disprezza il lavoro materiale, benché non possa far a meno della sua opera. E non basta la semplice spiegazione che i Greci all’uopo avevano gli schiave: poiché essi disprezzavano proprio la maggior parte del lavoro libero. Né si può gettar la colpa tutta sul clima: poiché questo non è ancora così caldo che il lavoro agricolo e la libertà debbano escludersi a vicenda.
Il criterio essenziale per la valutazione del lavoro deriva piuttosto dall’epoca e dalle circostanze in cui una nazione elabora i propri ideali di vita. Gli ideali dell’Europa moderna provengono prevalentemente dalla borghesia del Medioevo, la quale grado a grado divenne non solo superiore alla nobiltà per ricchezza, ma anche pari ad essa per sviluppo culturale – certo diverso da quello della nobiltà. Ma i greci avevano nella mente l’immagine fantastica del loro tempo eroico, ossia di un mondo senza lucro, e non riuscirono mai a liberarsene; e a questo mondo eroico che non conosceva se non battaglie, tragedie di case reali e interventi divini, il tutto pervaso da una mirabile aura di poesia, erano infinitamente più vicini che non la borghesia medievale alla saga germanica. Ma mentre il mondo eroico, almeno nel suo tramonto, nelle ‹Opere e i giorni› di Esiodo presenta ancora una visione dell’onorata vita dei contadini – e vi si loda fino a un certo grado persino la mercatura – nel periodo agonale che lo seguì doveva inevitabilmente imporsi la mentalità che disprezza il lavoro materiale. I membri della classe dominante, determinati per diritto di nascita, non sono più, come prima, in numero limitato, ma domina una grande aristocrazia cittadina, che vive essenzialmente di rendite fondiarie, che ha pur sempre come suo e suo ideale la lotta, ma non tanto la guerra quanto piuttosto la ara fra pari; e la nazione tutta è convinta che questa sia la cosa più alta sulla terra. Poiché i bisogni sono limitati, molti hanno la possibilità di parteciparvi, e chi non lo può almeno assiste, pieno di invidia e di ammirazione. Sorge così un gran numero di località destinate alle gare, nonché diversi generi di lotta; la ginnastica, come preparazione alla gara, diviene uno degli aspetti fondamentali dell’educazione. Ma questo sistema di vita non ammette alcuna attività lucrativa; l’agone assorbe tutta l’esistenza.
Certo, contemporaneamente, la schiavitù prendeva un enorme sviluppo. Ma questo sviluppo non fu l’elemento decisivo: poiché vediamo che spesso fu sufficiente una massa di cittadini senza diritti, gravati di tributi, e in effetti servi della gleba; a Sparta la classe privilegiata dominava esclusivamente su soggetti di tal condizione. E inoltre l’attività propria del contadino e dell’artigiano, anche se si comprava degli schiavi, non veniva per questo più rispettata nell’opinione comune. Piuttosto si deve ammettere che l’estendersi della schiavitù rafforzò la concezione già esistente. Ed è proprio questa concezione del periodo aristocratico che influisce fin sugli ultimi tempi della grecità, e soprattutto anche nel periodo del pieno affermarsi della democrazia.
Soprattutto la mentalità spartana è nettamente antibanausica; l’ideale di vita ellenica che Sparta realizza è diametralmente opposto ad ogni attività lucrativa di qualsiasi specie, ossia è proprio il godimento di tutta quella felice «pienezza d’ozio» che secondo Plutarco è il più splendido dono che ci sia. Qui tutta la vita dello Stato è basata sull’esistenza di popoli soggetti, che devono lavorare; e si è fieri che ogni Spartiate non faccia se non ciò che serve alla ‹polis›.”
JACOB BURCKHARDT (1818 – 1897), “Storia della civiltà greca” (1898 – 1902), traduzione di Maria Attardo Magrini, introduzione di Arnaldo Momigliano, Sansoni, Firenze 1988 (III ed., I ed. 1955), 2 voll., II vol., Nona parte ‘L’uomo greco nel suo sviluppo storico’, Capitolo II ‘L’uomo coloniale e agonico’, ‘La valutazione del lavoro’ – ‘L’influenza degli ideali del mondo eroico’ – ‘Lo spirito spartano’, pp. 328 – 329.




Jakob Burckhardt. La violenza rappresenta sempre l’inizio dello Stato.
“Vane sono tutte le nostre costruzioni circa l’origine e l’inizio dello Stato, e noi quindi non ci romperemo qui il capo, come i filosofi della storia, intorno a tali primordi. I seguenti interrogativi daranno solo quel tanto di luce perché si scorga quale abisso abbiamo dinnanzi: com’è che un popolo diviene popolo? e come diventa Stato? quali sono le crisi di nascita? dove sta ‹quel› limite d’evoluzione politica partendo dal quale possiamo parlare di Stato?
Assurda è, per lo Stato ‹in fieri›, l’ipotesi contrattuale, di cui del resto in Rousseau si parla soltanto come d’un ipotetico ripiego ideale in quanto egli non volle additare come avvenne, bensì come, secondo lui, sarebbe dovuta avvenire. Ancora nessuno Stato è sorto attraverso un contratto vero e proprio, vale a dire volontariamente accettato da ognuna delle parti (‹inter volentes›); giacché cessioni e accordi, come quelle fra Romani tremebondi e Germani vittoriosi, non sono contratti autentici. Per questa ragione, anche in avvenire non ne sorgeranno in tal modo. E se uno Stato avesse origine così, si tratterebbe di una creatura debole, poiché si potrebbe costantemente discuterne le basi.
La tradizione, che non distingue tra popolo e Stato, indugia volentieri sull’idea dell’origine delle stirpi; il popolo conosce quali mitici rappresentanti della propria unità nomi di eroi e d’archegeti in parte eponimi, ovvero possiede oscure nozioni ora di una protopluralità (i nomi egizi), ora di una protounità più tardi suddivisasi (la torre di Babele). Ma tutte queste nozioni sono brevi e mitiche.
Quale nozione, riguardo alle origini dello Stato, può rivelarsi dal carattere nazionale? In ogni caso, una nozione assai limitata, giacché quest’ultimo consta solo per una quota indeterminabile d’una base primordiale, mentre per il resto è sorto da un accumularsi di ‹passato›, come conseguenza di esperienze vissute, e quindi solo in parte attraverso le successive sorti di Stato e popolo.
Avviene spesso che la fisionomia e la sorte politica di un popolo cadano in piena contraddizione, a causa di tardi disordini e oppressioni.
Inoltre, lo Stato può essere tanto più potente quanto maggiore è l’omogeneità con cui corrisponde a un intero nucleo nazionale; non è facile, però, che corrisponda ad esso, ma solo a una sua parte preponderante, a una particolare regione, a una particolare stirpe, a un particolare strato sociale.
O l’esigenza giuridica avrebbe già da se sola provveduto a creare lo Stato. Eh, l’attesa sarebbe stata lunga! Press’a poco finché la violenza avesse purificato se stessa a tal punto da riconoscere l’utilità di trarre anche altri da una condizione di disperazione a una condizione pacifica, per proprio vantaggio e per poter godere della propria con sicurezza. Non possiamo, dunque, accedere nemmeno a questo punto di vista invitante e ottimistico secondo cui sarebbero sorte le società, i maggiorenti e lo Stato a loro difesa, come una loro parte negativa difensiva e protettiva, sì che lo Stato e il diritto penale avrebbero identica origine. L’umanità è ben diversa.
[…]
Ecco che vi sono dunque due sole probabilità: 
‹a›) la violenza rappresenta certo sempre l’inizio; intorno alle origini di essa non abbiamo mai perplessità perché nasce da sé, dall’ineguaglianza delle capacità umane: spesso lo Stato non avrà rappresentato altro che la loro sistemazione. 
Oppure ‹b› intravvediamo altrimenti un processo estremamente violento, in massima parte di composizione: un raggio di saetta fonde parecchi elementi in nuovo metallo, due più forti ed uno più debole o viceversa. Così si sarebbero unite a scopo di conquista, o in occasione di essa, le tre ‹file› doriche e le tre stirpi gotiche. Una terribile manifestazione di violenza, cui si aggiunsero gli elementi già esistenti e che allora poi si trasformò in forza, rappresentano anche i Normanni nell’Italia meridionale.
Una qualche risonanza delle tremende crisi nel sorgere dello Stato, di ciò che esso è ‹costato› alle origini, permane ancora negli enormi e assoluti privilegi accordatigli fin dai tempi più remoti. Essi ci appaiono d’una naturalezza aprioristica, mentre in parte si tratta certamente di velata tradizione, come ancora avviene per taluni casi: giacché gran parte della tradizione procede tacitamente, seguendo il semplice procrearsi, di generazione in generazione; non è più possibile per noi far distinzioni di tal genere.
Se la crisi è stata una conquista, allora il primissimo contenuto dello Stato, il suo carattere, il suo compito, il suo ‹pathos› infine, consistono essenzialmente nell’asservimento dei sudditi.”
JAKOB BURCKHARDT (1818 – 1897), “Riflessioni sulla storia universaleˮ (1905), trad., prefazione e note di Mariateresa Mandalari, Rizzoli, Milano 1966 (I ed.), Capitolo secondo ‘Le tre potenze’, 1- ‘Lo Stato’, pp. 47 – 50.



Ähnlich geht dann auch auf völlige Verachtung der Arbeit und des bürgerlichen Erwerbes die Denkweise, die der Adel im europäischen Mitelalter ausgebildet hat; aber neben ihm kommt allmählich der Bürgerstand empor, der nicht nur arbeitet, sondern die Arbeit in hohen Ehren hält.
Anders steht […] die griechische Welt da, indem hier gerade das ‹Bürgertum› als solches die Arbeit in ziemlich weitem Umfange verachtet, obwohl es deren Wirkung nicht entbehren kann. Die einfache Erklärung: die Griechen hätten hierfür eben Sklaven gehabt, genügt nicht; denn sie verachteten auch das meiste der freien Arbeit. Auch wird man die Schuld nicht auf das Klima schieben können; denn dieses ist noch nicht so heiß, daß Feldarbeit und Freiheit sich ausschlössen.
Das Wesentliche für die Wertschätzung der Arbeit sind vielmehr die Zeit und die Umstände, unter denen sich bei einer Nation die Ideale des Daseins ausbilden. Dasjenige des jetzigen Europas stammt vorherrschend vom Bürgertum des Mittelalters her, welches allgemach dem Adel nicht nur an Reichtum überlegen, sondern auch an Bildung – freilich einer anderen als der des Adels – gleichwertig wurde. Die Griechen aber hatten das Phantasiebild ihrer heroischen Zeit, d.h. einer Welt ohne Nutzen, und wurden dasselbe nie los; sie standen dem heroischen Dasein, welches nichts enthielt als Kämpfe, Tragödien der Königshäuser und dazwischen die Götter, und zwar dies alles verbunden durch eine wunderbare Poesie, unendlich näher, als der Bürgerstand des Mittelalters der germanischen Sagenwelt stand. Während aber das heroische Zeitalter, wenigstens in seinem Scheiden, in Hesiods Werken und Tagen, noch eine Anschauung des ehrbaren Bauernlebens feststellt – es ist daselbst sogar noch ein gewisser Grad von Gewerbe gepriesen – mußte das agonale, welches darauf folgte, die Denkart, welche die körperliche Arbeit verachtet, noch unvermeidlicher hervorbringen. Die durch die Geburt gegebenen Individuen der herrschenden Klasse sind nicht mehr, wie vorher, in beschränkter Anzahl vorhanden, sondern es herrscht eine große, wesentlich von Grundrenten lebende städtische Aristokratie, deren Lebenszweck und Ideal wiederum der Kampf, aber weniger der Krieg als der Wettkampf unter Gleichen ist. Die ganze Nation ist überzeugt, daß dies das Höchste auf Erden sei. Die Mäßigkeit der Bedürfnisse erlaubt vielen, mitzumachen, und wer dies nicht kann, beneidet und bewundert es doch. So entsteht eine Menge von Kampfstätten und Kampfgattungen, und die Gymnastik als Vorbildung dafür wird ein Hauptteil der Erziehung; mit irgendeiner Art von erwerbender Tätigkeit aber ist diese Lebensweise unverträglich; die Agone verlangen das ganze Dasein.
Zugleich nahm jedenfalls auch das Sklaventum zu. Aber das Entscheidende war diese Zunahme nicht; denn öfter genügten rechtlose, tributpflichtige, tatsächlich leibeigene Bauern, und in Sparta waltete die herrschende Kaste über lauter solchen. Und ferner war das eigene Tun des Bauern und Handwerkers, wenn er auch Sklaven kaufte, deshalb in der allgemeinen Anschauung nicht geachteter. Nur das wird zuzugeben sein, daß die Ausdehnung des Sklaventums die ohnehin herrschende Ansicht bestärkte. Die Anschauung dieses aristokratischen Zeitalters aber ist es, welche bis auf das späteste Griechentum wirkt und besonders auch noch in der Zeit des vollen demokratischen Staatslebens.
Vor allem ist das Spartiatentum absolut antibanausisch; dasjenige Ideal hellenischen Lebens, das von ihm verwirklicht wird, ist der diametrale Gegensatz alles Erwerbes jeglicher Gattung, nämlich die Ausstattung mit aller wünschbaren «Fülle der Muße», nach Plutarch einer der herrlichsten und glückseligsten Bescherungen, die es gibt. Hier ist das ganze Staatswesen auf das Dasein unterworfener Völker gegründet, welche arbeiten müssen, und man ist stolz darauf, daß kein Spartiate etwas anderes tut, als was für die Polis dienlich ist.ˮ
JACOB BURCKHARDT, “Griechische Kulturgeschichte” (herausgegeben von Jakob Oeri, Spemann, Berlin- Stuttgart 1898 – 1902) in Id., “Gesammelte Werke”, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1957, Band 8, Vierter Band, Neunter Abschnitt ʽDer hellenische Mensch in seiner zeitlichen Entwicklungʼ, III. ʽDer koloniale und agonale Menschʼ, S. 116 – 117.


“ Eitel sind alle unsere Konstruktionen von Anfang und Ursprung des Staates, und deshalb werden wir uns hier über diese Primordien nicht wie die Geschichtsphilosophen den Kopf zerbrechen. Nur so viel Licht, daß man sehe, was für ein Abgrund vor uns liegt, sollen die Fragen geben: Wie wird ein Volk zum Volk? und wie zum Staat? Welches sind die Geburtskrisen? Wo liegt die Grenze der politischen Entwicklung, von welcher an wir von einem Staat sprechen können?
Absurd ist die Kontrakthypothese für den zu errichtenden Staat, die bei Rousseau auch nur als ideale hypothetische Aushilfe gemeint ist, indem er nicht zeigen will, wie es gewesen sei, sondern, wie es nach ihm sein sollte. Noch kein Staat ist durch einen wahren, d. h. von allen Seiten freiwilligen Kontrakt (inter volentes) entstanden; denn Abtretungen und Ausgleichungen wie die zwischen zitternden Romanen und siegreichen Germanen sind keine echten Kontrakte. Darum wird auch künftig keiner so entstehen. Und wenn einer so entstände, so wäre es eine schwache Schöpfung, weil man beständig um die Grundlagen rechten könnte. Die Überlieferung, welche Volk und Staat nicht unterscheidet, bleibt gerne bei der Idee von der Abstammung stehen; das Volk kennt Namensheroen und zum Teil eponyme Archegeten als mystische Repräsentanten seiner Einheit, oder es hat eine dunkle Kunde bald von einer Urvielheit (die ägyptischen Nomen), bald von einer Ureinheit, die sich später getrennt habe (der Turm von Babel). Aber alle diese Kunde ist kurz und mythisch.
Was für Kunde geht etwa aus dem Nationalcharakter in betreff der Anfänge des Staates hervor? Jedenfalls nur eine sehr bedingte, da er nur in einer unbestimmbaren Quote aus ursprünglicher Anlage besteht, sonst aber aus aufsummierter Vergangenheit, als Konsequenz von Erlebnissen, also zum Teil erst durch die nachherigen Schicksale des Staates und Volkes entstanden ist.
Oft widerspricht sich die Physiognomie und das politische Schicksal eines Volkes total durch späte Verschiebung und Vergewaltigung.
Ferner kann der Staat zwar um so viel mächtiger sein, je homogener er einem ganzen Volkstum entspricht; aber er entspricht einem solchen nicht leicht, sondern einem tonangebenden Bestandteil, einer besonderen Gegend, einem besonderen Stamm, einer besonderen sozialen Schicht.
Oder hätte das Rechtsbedürfnis allein schon den Staat geschaffen? Ach, das hätte noch lange warten müssen! Etwa bis die Gewalt sich selber solange gereinigt hätte, daß sie zu ihrem eigenen Vorteil und um das Ihrige sicher zu genießen, auch andere aus der Verzweiflung zur Ruhe zu bringen für gut fände. Auch dieser einladenden optimistischen Ansicht, wonach die Gesellschaft das Prius und der Staat zu ihrem Schutze entstanden wäre, als ihre negative, abwehrende, verteidigende Seite, so daß er und das Strafrecht identischen Ursprung hätten, können wir also nicht beitreten. Die Menschen sind ganz anders.
Welches waren die frühesten Notformen des Staates? Wir möchten dies z. B. gerne für die Pfahlbauleute wissen.
[…] 
So ist denn nur zweierlei wahrscheinlich: a) Die Gewalt ist wohl immer das Prius. Um ihren Ursprung sind wir nie verlegen, weil sie durch die Ungleichheit der menschlichen Anlagen von selbst entsteht. Oft mag der Staat nichts weiter gewesen sein als ihre Systematisierung. Oder b) wir ahnen sonst einen höchst gewaltsamen Prozeß, zumal der Mischung. Ein Blitzstrahl schmilzt mehreres zu einem neuen Metall zusammen, etwa zwei Stärkere und ein Schwächeres oder umgekehrt. So dürfen sich zum Zweck einer Eroberung oder bei Anlaß einer solchen die drei Dorierphylen und die drei Gotenstämme zusammengetan haben. [Fußnote] Eine schreckliche Gewalt, an die sich das Vorhandene ansetzte, und die dann zur Kraft wurde, sind auch die Normannen in Unteritalien.
Von den furchtbaren Krisen bei der Entstehung des Staates, von dem, was er ursprünglich «gekostet hat», klingt noch etwas nach in dem enormen, absoluten Vorrecht, das man ihm von jeher gewährt hat.
Dies erscheint uns wie eine aprioristische Selbstverständlichkeit, während es wohl zum Teil verhüllte Überlieferung ist, wie dies noch von manchem gilt; denn viele Überlieferung geht unausgesprochen, durch die bloße Zeugung, von Geschlecht zu Geschlecht; wir können dergleichen nicht mehr ausscheiden.
Ist die Krisis eine Eroberung gewesen, so ist der frühste Inhalt des Staates, seine Haltung, seine Aufgabe, ja, sein Pathos, wesentlich die Knechtung der Unterworfenen.ˮ
JAKOB BURCKHARDT, “Weltgeschichtliche Betrachtungenˮ, herausgegeben von Jakob Oeri, Spermann, Berlin-Stuttgart 1905, II. ʻVon den drei Potenzenʼ, 1. ʻDer Staatʼ, S. 27 – 30.

domenica 18 agosto 2013

Mito di Erisittone. ERA UN UOMO EMPIO E VIOLENTO; DISPREZZAVA GLI DEI, E NON BRUCIAVA PROFUMI SUI LORO ALTARI. Di lui si racconta che avesse perfino PROFANATO CON LA SCURE UN BOSCO SACRO A CERERE (Cerere era la dea romana della Terra e della Fertilità, corrispondente alla Demetra della mitologia greca), contaminando con il fuoco i vetusti alberi. Tra questi SI ERGEVA UNA QUERCIA SMISURATA, DAL FUSTO SECOLARE, UN BOSCO INTERO DA SOLA: la cingevano festoni, tavolette commemorative e corone, testimonianza di voti esauditi. Sotto la suo chioma spesso le Driadi (nell'antica Grecia, LE DRIADI ERANO LE NINFE DELLE QUERCE, CHE VIVEVANO NEI BOSCHI, E NE RAPPRESENTAVANO LA "MAGIA VERDE") intrecciavano danze festose, spesso, tenendosi per mano, avevano fatto girotondo intorno a quell'albero gigante, la cui misura arrivava ad essere quindici braccia; tutto il resto della selva rimaneva inferiore ad esso per altezza, tanto quanto lo era l'erba sotto il bosco. Tutto ciò non bastò comunque a Erisittone per tenere il ferro lontano dalla sacra Quercia: ordinò infatti ai suoi servi di tagliarla. Quando però si avvide che coloro cui era stato dato l'ordine indugiavano timorosi, strappò di mano ad uno di loro la scure, pronunziando queste scellerate parole: "Anche se non fosse solo un albero caro alla dea, ma la dea stessa, toccherà subito il suolo con la sua cima frondosa!". Così disse e, mentre assestava con la scure tremendi colpi, LA QUERCIA DI CERERE TREMÒ ED EMISE UN GEMITO: fronde e ghiande tutte insieme cominciarono a perdere colore ed i lunghi rami si tinsero del medesimo pallore. Appena la mano sacrilega provocò la prima ferita al tronco, DALLA CORTECCIA LACERATA USCÌ FUORI IL SANGUE, non diversamente da come sgorga dalla cervice troncata di un grosso toro, allorchè cade vittima davanti all'altare. Tutti i presenti rimasero stupiti, ed uno di loro osò impedire il sacrilegio e fermare la crudele ascia. Erisittone lo guarda e gli dice: " Sarai premiato per la tua pia intenzione!". RIVOLSE QUINDI LA SUA ASCIA CONTRO DI LUI, E GLI MOZZÒ IL CAPO, PER POI TORNARE A COLPIRE LA QUERCIA. Ma dall'interno dell'albero, provenne una voce: "Sotto questo legno vivo io, una ninfa carissima a Cerere, ed in punto di morte, ti predico che è imminente il castigo dei tuoi delitti, cosa che mi consola alquanto". Il re continuò nella sua opera scellerata, e finalmente la Quercia, scossa dagli innumerevoli colpi e tirata dalle funi, crollò ed abbattè con il suo peso molta parte della selva.


ERISITTONE, figlio di Triope e re della Tessaglia, ERA UN UOMO EMPIO E VIOLENTO; DISPREZZAVA GLI DEI, E NON BRUCIAVA PROFUMI SUI LORO ALTARI. Di lui si racconta che avesse perfino PROFANATO CON LA SCURE UN BOSCO SACRO A CERERE (Cerere era la dea romana della Terra e della Fertilità, corrispondente alla Demetra della mitologia greca), contaminando con il fuoco i vetusti alberi. Tra questi SI ERGEVA UNA QUERCIA SMISURATA, DAL FUSTO SECOLARE, UN BOSCO INTERO DA SOLA: la cingevano festoni, tavolette commemorative e corone, testimonianza di voti esauditi. Sotto la suo chioma spesso le Driadi (nell'antica Grecia, LE DRIADI ERANO LE NINFE DELLE QUERCE, CHE VIVEVANO NEI BOSCHI, E NE RAPPRESENTAVANO LA "MAGIA VERDE") intrecciavano danze festose, spesso, tenendosi per mano, avevano fatto girotondo intorno a quell'albero gigante, la cui misura arrivava ad essere quindici braccia; tutto il resto della selva rimaneva inferiore ad esso per altezza, tanto quanto lo era l'erba sotto il bosco. Tutto ciò non bastò comunque a Erisittone per tenere il ferro lontano dalla sacra Quercia: ordinò infatti ai suoi servi di tagliarla. Quando però si avvide che coloro cui era stato dato l'ordine indugiavano timorosi, strappò di mano ad uno di loro la scure, pronunziando queste scellerate parole: "Anche se non fosse solo un albero caro alla dea, ma la dea stessa, toccherà subito il suolo con la sua cima frondosa!". Così disse e, mentre assestava con la scure tremendi colpi, LA QUERCIA DI CERERE TREMÒ ED EMISE UN GEMITO: fronde e ghiande tutte insieme cominciarono a perdere colore ed i lunghi rami si tinsero del medesimo pallore. Appena la mano sacrilega provocò la prima ferita al tronco, DALLA CORTECCIA LACERATA USCÌ FUORI IL SANGUE, non diversamente da come sgorga dalla cervice troncata di un grosso toro, allorchè cade vittima davanti all'altare. Tutti i presenti rimasero stupiti, ed uno di loro osò impedire il sacrilegio e fermare la crudele ascia. Erisittone lo guarda e gli dice: "Sarai premiato per la tua pia intenzione!". RIVOLSE QUINDI LA SUA ASCIA CONTRO DI LUI, E GLI MOZZÒ IL CAPO, PER POI TORNARE A COLPIRE LA QUERCIA. Ma dall'interno dell'albero, provenne una voce: "Sotto questo legno vivo io, una ninfa carissima a Cerere, ed in punto di morte, ti predico che è imminente il castigo dei tuoi delitti, cosa che mi consola alquanto". Il re continuò nella sua opera scellerata, e finalmente la Quercia, scossa dagli innumerevoli colpi e tirata dalle funi, crollò ed abbattè con il suo peso molta parte della selva.

Quercia delle Streghe. 
Le sorelle Driadi, sbigottite per il danno subito dal bosco e da loro stesse, corsero tutte insieme da Cerere, in pianto e vestite di nero, ed invocarono una punizione per Erisittone. La bellissima dea ascoltò le loro preghiere, e pensò ad una pena che avrebbe destato pietà per chiunque, ma non per lui: DECISE DI FARLO STRAZIARE DALLA TERRIBILE FAME. E poichè questa non può essere avvicinata dalla dea in persona (chè I FATI NON PERMETTONO CHE CERERE E LA FAME SI INCONTRINO), quest'ultima inviò una ninfa a cercarla nella gelida Scizia. LA TROVÒ IN UN CAMPO PIETROSO, INTENTA A STRAPPARE CON LE UNGHIE E CON I DENTI LE POCHE ERBE. Ispidi erano i capelli, gli occhi infossati, un pallore su tutto il viso, le labbra illividite come per la muffa, la bocca irruvidita dal tartaro, la pelle indurita attraverso la quale si potevano vedere le viscere; da sotto gli incurvati lombi spuntavano le ossa scarnificate. AL POSTO DEL VENTRE C'ERA LO SPAZIO PER ESSO; avresti creduto che il torace fosse sospeso e che fosse trattenuto soltanto dalla colonna vertebrale. La magrezza faceva sembrare ampliate le articolazioni, erano gonfie le rotule dei ginocchi ed i talloni sporgevano con una protuberanza sproporzionata. LA NINFA RIFERÌ IL VOLERE DELLA DEA, RIMANENDO A PRUDENTE DISTANZA; NONOSTANTE CIÒ EBBE L'IMPRESSIONE DI SENTIRE FAME, ED INTRAPRESE RAPIDAMENTE LA VIA DEL RITORNO.
Quercia Rossa (Quercus rubra)
LA FAME, SEBBENE SEMPRE CONTRARIA ALL'OPERATO DI CERERE, ESEGUÌ L'ORDINE: SI FA TRASPORTARE DAL VENTO ALLA CASA DI ERISITTONE, PENETRA NEL SUO LETTO, LO STRINGE TRA LE BRACCIA E GLI TRASFONDE IL DIGIUNO NELLE SUE VENE SVUOTATE. QUANDO ERISITTONE SI SVEGLIÒ, FU SUBITO ASSALITO DAL DESIDERIO DI MANGIARE, E CHIESE TUTTO QUANTO PRODUCE IL MARE, LA TERRA ED IL CIELO. NONOSTANTE LE MENSE IMBANDITE, E LE ENORMI QUANTITÀ DI CIBO INGURGITATO, SI LAMENTA DI SENTIRSI DIGIUNO, E CHIEDE ANCORA CIBO; MANGIA QUANTO POTREBBE SFAMARE UNA INTERA CITTÀ, MA QUEL VUOTO NELLO STOMACO DIVIENE SEMPRE PIÙ GRANDE.
NELL'INUTILE INTENTO DI SODDISFARE LA SUA FAME INFINITA, ERISITTONE DEPOSITÒ TUTTI IL SUO PATRIMONIO NELLE VISCERE E DIEDE FONDO A TUTTI I SUOI AVERI. RIDOTTO IN POVERTÀ, CERCÒ DI VENDERE ANCHE LA FIGLIA. Nettuno aveva però concesso al suo corpo la capacità di trasformarsi, ed ella riuscì così a sfuggire al suo primo padrone, ed a tutti gli altri cui il padre tentò di venderla, tramutandosi ora in pescatore, ora in uccello, oppure in cavalla od in cervo. DISPERATO E SENZA PIÙ MODO PER PROCURARSI NUTRIMENTO, ERISITTONE COMINCIÒ A LACERARE A MORSI LE SUE PROPRIE MEMBRA, E NUTRIVA IL SUO CORPO DISTRUGGENDOLO.

Farnia (Quercus robur):
IL MITO DI ERISITTONE, DI ORIGINE ELLENICA, È NARRATO DA PUBLIO OVIDIO NASONE NELLE METAMORFOSI, NEL LIBRO VIII, AI RIGHI DA 737 FINO A 878. (Un altro mito tratto dalle Metamorfosi, è quello contenuto nel post Storie di Alberi: il mito di Cyparissus). HO RIPORTATO INTEGRALMENTE LA PARTE DELLA NARRAZIONE CHE RIGUARDA LA DISTRUZIONE DELLA QUERCIA SACRA A CERERE, MENTRE HO RIDOTTO E RIASSUNTO LA PARTE RELATIVA ALLA PUNIZIONE DI ERISITTONE.

COLPISCE IN QUESTO ANTICO MITO LA SEMPLICE EQUAZIONE CHE SOTTINTENDE: DISTRUZIONE DEGLI ALBERI UGUALE A FAME PER L'UOMO. L'ETIMOLOGIA DEL NOME ERISITTONE,  CHE TAGLIA LA TERRA, ALLARGA IL DISCORSO AL DISBOSCAMENTO EFFETTUATO PER DESTINARE TERRA ALL'AGRICOLTURA, ancora visto all'epoca come un' offesa agli dei ed un misfatto che porta l'uomo alla rovina.  



a proposito di alberi: AVETE UN SUGGERIMENTO PER IL MIO EUCALIPTO CHE PER FARMI CONTENTA STA CRESCENDO A DISMISURA.....PURTROPPO NEL SUO OTTIMISMO NON SI RENDE CONTO CHE MI CREA TANTI PROBLEMI.....IL MIO GIARDINO È PICCOLISSIMO.......ED IO ABITO IN UN CENTRO URBANO NON IN UNA FORESTA TROPICALE...... 



Non potrei mai avere suggerimenti per frenare tanta ''viriditas'' 




lo so.....infatti è talmente bello che i miei vicini di casa sopportano la sua invadenza ma......i suoi rami hanno provocato danni ......e quando cambia la "pelle" (io non sapevo che L'EUCALIPTO CAMBIA TUTTA LA CORTECCIA....TIPO SERPENTE) servono tre persone per portare via la corteccia che cade.... è una meraviglia......ed anche una rarità. mi ha detto un esperto che sembra un albero centenario, in realtà è giovane......svetta su tutta la città dove abito........




Speriamo che non sia un Eucalyptus regnans  2° posto: 101 METRI Eucalyptus regnans (Mountain Ash o Swamp Gum, Eucalipto). Latifoglia della famiglia delle Myrtaceae, vive nelle zone montuose dell’Australia sud orientale, ed è una delle oltre 450 specie di Eucalipto native del continente australiano. L’albero DEL RECORD, A CUI È STATO DATO IL NOME DI CENTURION, È STATO RINVENUTO CASUALMENTE SOLO NEL 2008, VICINO ALLA CITTÀ DI HOBART IN TASMANIA, nel corso di una indagine forestale di routine. Ha una ETÀ COMPRESA TRA I 300 ED I 400 ANNI. La “rapidità” con cui E. regnans raggiunge queste altezze è impressionante! E’ possibile che in passato questa specie abbia annoverato gli individui più alti del pianeta, addirittura più alti delle sequoie, anche se le antiche misurazioni sono spesso sovrastimate. IL FAMOSO FERGUSON TREE, OGGI NON PIÙ VIVO, FU MISURATO UFFICIALMENTE AL SUOLO NEL FEBBRAIO DEL 1872, ED ACCUSAVA L’IMPRESSIONANTE ALTEZZA DI 133 METRI, E CIÒ NONOSTANTE AVESSE LA CIMA SPEZZATA! 
PIÙ AFFIDABILE LA MISURA EFFETTUATA NEL 1880 SU DI UN ALBERO A TERRA, IL THORPDALE TREE NEL SUD GIPPSLAND, CHE RISULTÒ ESSERE DI 114,4 METRI.




un "medico naturopata" esperto mi ha detto che LE MIE PIANTE VIVONO IN SIMBIOSI CON ME.....PRATICAMENTE SI NUTRONO DELLE MIE EMOZIONI....E MI HA FATTO UN RITRATTO TERRIFICANTE.....SOSTIENE CHE PER TROPPO AMORE I MIEI ALBERI FINIRANNO PER TOGLIERMI TUTTO L'OSSIGENO......tipo (se ho ben capito) come quell'orso che amava talmente il suo padrone da ucciderlo per proteggerlo da una zanzara.....


http://alberiedintorni.blogspot.it/2013/02/storie-di-alberi-il-mito-di-erisittone.html

venerdì 16 agosto 2013

Matteotti. Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai



Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai
Giacomo Matteotti



La sua foto era ancora nel vecchio logoro portafogli di Nonno ..quando ci lascio' nel 1971.....Gli uomini vanno ma le idee restano

sabato 27 luglio 2013

Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio

perchè ogni pena non sia la violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a delitti, dettata dalle leggi."
Cesare Beccaria


Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.
Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene





martedì 18 giugno 2013

William Golding. Il Signore delle mosche. "diceva che l'uomo produce il male come le api producono il miele

Facciamo la nostra danza! Avanti! La danza!” […] Piggy e Ralph, sotto la minaccia del cielo, provarono anch'essi una gran voglia di far parte di quella società demente ma in qualche modo sicura, e furono lieti di toccare le schiene brune di quella siepe che si stringeva intorno al terrore e lo governava a suo modo. […] “Prendetelo!” Ammazzatelo! Scannatelo!” Il movimento diventò regolare mentre la cantilena perdeva il suo primo orgasmo artificiale e cominciava a essere scandita con un ritmo sempre uguale. […] “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!” Ora dal terrore nasceva un altro desiderio, compatto, impellente, cieco. “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo! 
William Golding. Il signore delle mosche



Se ti ricordi,William Golding, quando ha scritto: "il Signore delle mosche"diceva che l'uomo produce il male come le api producono il miele". Quel libro mi ha aiutato a cancellare i dubbi che avevo sulla natura umana, sul controllo delle masse da parte dei leader, sui meccanismi che regolano le dittature. È un libero che fa pensare molto. La prima volta che l'ho letto ero molto giovane e mi ha spaventato.



William Golding. Il Signore delle mosche.
Il suono della conchiglia.
Nel mezzo di un'evacuazione un aeroplano britannico si schianta in una remota regione dell'Oceano Pacifico. Ritrovatisi naufraghi su un'isola deserta situata nei pressi, il biondo Ralph in compagnia di un ragazzo occhialuto e sovrappeso (che subito ma a malincuore accetta d'assumere il nomignolo di "Piggy", cioè maialino) trovano una conchiglia marina che, suonata da Ralph come fosse un corno, diventa il primo richiamo in direzione degli altri sopravvissuti. Questo suono fa accorrere un gran numero di ragazzini dispersi, tra cui i gemelli Sam ed Eric, e il gruppo dei coristi, a capo del quale vi è Jack.

Dovuto in gran parte al fatto che Ralph appare capace di riunire i più piccoli e prendersene per quanto può la responsabilità, questi viene rapidamente eletto in qualità di "capo", anche se non riceve i voti dei membri del coro guidati dal fulvo Jack; ed ecco che il riflessivo e saggio Ralph indicherà subito come uno degli obiettivi primari quello che occorre mantenere sempre acceso un fuoco sulla montagna e proteggerlo, il cui segnale di fumo possa avvertire eventuali navi di passaggio della loro presenza sull'isola.

I ragazzi decidono inoltre che chi detiene la conchiglia deve avere il diritto di parola, di esprimere quindi la propria opinione alle adunate in assemblea, ottenendone in cambio il silenzio attento di tutti gli altri.

Fuoco sulla montagna.
Jack organizza il suo gruppo composto dai coristi per una prima battuta di caccia, cosicché diviene il responsabile per l'approvvigionamento di carne fresca; addentratisi all'interno si dirigono verso la montagna e, ad un certo punto, decidono di provare a vedere se riescono ad accendere un rogo.
Ai due 'leader' naturali s'aggiunge però poco dopo anche un tranquillo ragazzo dall'aria un po' sognante di nome Simon: mentre, anche se divenuto subito accompagnatore nonché consigliere di Ralph, Piggy viene di fatto relegato al ruolo di emarginato dai ragazzi più grandi e continua fonte di risa e scherno da parte di un po' tutti. Simon intanto, oltre a sovrintendere al progetto di costruzione di alloggi e rifugi, dimostra un istintivo bisogno di proteggere quelli più piccoli e indifesi, prendendosene cura.
Capanne sulla spiaggia
Comincia anche ad aleggiare poi tra i ragazzi la paura riguardante la presenza di una indefinibile "Bestia".
Alcuni fanno riferimento ad un presunto mostro che vivrebbe all'interno, un demone ignoto ancestrale che terrorizza i giovani; ciò si insinua sempre più nell'animo dei ragazzi fino a quando non renderà a tutti la vita sempre più terribile. La cosa in realtà, scopriranno tempo dopo, è causata invece da un evento del tutto reale, ovvero la caduta di un paracadutista sull'isola.
Ognuno dei ragazzi deve quindi iniziare ad adattarsi come meglio può alla nuova situazione venutasi a creare; si cominciano a costruire i rifugi e a raccogliere le prime provviste di cibo e acqua; questa parvenza di ordine però deteriora rapidamente e dopo un po' la maggior parte di loro inizia a non preoccuparsi più molto di queste fondamentali necessità quotidiane e trascorre invece la giornata tranquillamente a giocare e a mangiare frutti appena colti.
Il tempo passa e i ragazzi si abituano sempre più a quel modo di vivere fatto di giochi e divertimento, dimenticando spesso anche di tenere il fuoco acceso.
Facce dipinte e capelli lunghi
Jack, il quale ha iniziato implicitamente una lotta di potere con Ralph, con Roger e i più avventurosi, già abbastanza insofferenti della pacata, seria e tranquilla disciplina imposta con autorevolezza da Ralph, provano ad inoltrarsi verso l'interno; come segno di riconoscimento e distinzione, ma anche per mimetizzarsi nel mezzo del bosco, si dipingono le facce col nero del legno carbonizzato. Sommato ai capelli che già scendono un po' a tutti lunghi sulle spalle, la pittura li fa sembrare degli autentici selvaggi primitivi.
Ad un certo punto i suoi seguaci, lanciandosi in una caccia al cinghiale, abbandonano i posti che erano stati assegnati loro a guardia del focolare. Proprio in quel frangente ecco passare una nave nelle vicinanze dell'isola ma, senza il segnale di fumo, nessuno dell'equipaggio s'accorge dei naufraghi e l'imbarcazione prosegue ignara per la sua destinazione senza essere stata allertata.
Una bestia dal mare
Ben presto la coesione dei due gruppi (uno addetto al fuoco e alle abitazioni e l'altro addetto all'approvvigionamento di selvaggina) perde la sua ragion d'essere ed il ruolo di comandante in capo svolto fino ad allora da Ralph comincia a venir meno: si tralascia quindi la costruzione delle capanne e il tentativo di organizzazione di Ralph viene distrutto. Messa l'autorità di quest'ultimo in discussione, prende sempre più il suo posto al comando Jack col suo gruppo di cacciatori, abbandonatisi ormai alla vita selvaggia e alla superstizione più arcaica.
Fortemente irritato dalla piega che hanno preso gli eventi Ralph considera e medita sulla possibilità di lasciare la sua posizione di comando, ma viene convinto a non farlo da Piggy con il sostegno di Simon. Si fa infine strada nel cuore dei più che, forse, la terribile bestia possa essere un enorme mostro marino che durante la notte nuota verso la riva in cerca di cibo.
Una bestia dal cielo
Mentre Jack inizia a tramare con i suoi contro la leadership di Ralph, i gemelli "Sammeric", loro ora gli addetti al mantenimento del segnale di fumo, intravedono il cadavere di un pilota al buio ancora attaccato al suo paracadute, appeso ai rami d'un grande albero. Scambiando in un primo momento il corpo dell'uomo con la bestia che spaventa i più piccini, corrono a perdifiato ai rifugi che Ralph, con la collaborazione di Simon ha appena finito di far costruire, con l'intento d'avvertire tutti del pericolo.
Quest'avvenimento inaspettato sembra sollevare nuove tensioni tra Jack e Ralph: il cacciatore promette difatti da parte sua di partire immediatamente assieme ai suoi per andare ad uccidere la fantomatica 'Bestia'; anzi, pensa di portare il gruppo dall'altra parte dell'isola, e lì magari innalzarsi un fortino, da cui poter dominare con lo sguardo e controllare tutta la zona circostante.
Ombre e grandi alberi
I cacciatori sono lanciati sulle tracce di un branco di cinghiali selvatici e ne hanno preso uno, ne riescono oramai a seguire la pista con agilità, la direzione è chiara; preso da smania di protagonismo ad un certo punto Jack impone agli altri una prova di coraggio, addentrarsi cioè sempre più verso l'interno là ove si erge una montagna pietrosa - battezzata "Castle Rock" - la quale potrebbe anche esser il vero luogo di residenza, sostiene, della bestia misteriosa.
Ma solamente il suo già fanatico e un po' sadico alleato e sostenitore Roger sembra disposto a seguirlo ad occhi chiusi; Ralph, che non ha potuto sottrarsi dal dimostrare di non avere paura, va avanti per un po' tra le ombre dei grandi alberi assieme agli altri due, fino a che non li convince a desistere.
Un dono per le tenebre
Quest'ultimo fatto, sommato ai precedenti, rafforza ancor più l'intenzione di Jack di scalzare l'avversario dal posto di comando tramite una specie di 'insurrezione generale'; ma avendo ricevuto ancora una volta ben poco sostegno dalla comunità Jack, Roger ed un altro abbandonano i rifugi per formare una tribù autonoma separata.
Poco alla volta però riescono ad attrarre a sé nuove reclute sottraendole al gruppo principale, anche grazie ad un affascinante rituale in cui i loro membri, addentando carne di maiale, si dipingono il volto realizzando poi strane danze ed offrendo sacrifici in onore della bestia (o per cercare d'attirarla a sé). La testa di un maiale ucciso precedentemente da Jack, infilzata su un palo e attorniata dagli insetti, diventa il loro totem primario.
Una visione di morte[
Simon intanto (probabilmente affetto da epilessia), s'allontana da solo per riflettere fino a quando non incappa nella testa di maiale mozzata lasciata da Jack come offerta alla bestia; il ragazzo, vedendola brulicare di mosche, la immagina immediatamente come "Il Signore delle mosche" (epiteto fenicio del dio Belzebù) ed ha l'allucinazione che stia parlando con lui. Questa 'testa parlante' pare rivelargli allora ch'essi non sarebbero mai riusciti a fermarlo in quanto si trova già all'interno di tutti loro, avendo contagiato gli animi dei ragazzi.
Lungo la via del ritorno anche Simon individua il paracadutista morto scambiato per la bestia, ed è così il primo ed unico membro del gruppo a riconoscere finalmente la 'verità': il presunto mostro non è altro che un semplice cadavere umano il cui corpo privo di vita viene fatto muovere scompostamente dal vento. Il ragazzo spera di trovare il prima possibile Ralph per rivelargli la scoperta appena fatta; mentre febbricitante ritorna barcollando alla spiaggia trova invece la tribù di Jack nel bel mezzo di una festa tribale dei cacciatori.
Intenti a danzar mezzi nudi attorno al focolare circondati dalle tenebre, i ragazzi scambiano lo stesso Simon per la bestia, che viene così assassinato dalle lance scagliate dai compagni che paiono essere stati colti da un delirio frenetico.
La conchiglia e gli occhiali
Jack e la sua banda di selvaggi decidono che devono rubare gli occhiali a Piggy, unico mezzo che possa permettere di avviare un incendio all'interno dell'isola; compiono così un'incursinone al campo di Ralph riuscendo ad entrarne in possesso e tornano poi di corsa alla loro dimora a Castle Rock. Ralph, che ormai è stato abbandonato dalla maggior parte dei suoi iniziali sostenitori, si dirige in direzione del 'castello' per confrontarsi faccia faccia con Jack e cercare di recuperar gli occhiali di Piggy, senza i quali il ragazzino non riesce a vedere ad un palmo dal naso.
Il castello
Portando con sé l'ultimo simbolo d'autorità rimastogli, la conchiglia, accompagnato da Piggy e dai gemelli, Ralph arriva all'accampamento della tribù del rivale e chiede a Jack che gli venga immediatamente restituito quello che per il povero Piggy è un oggetto prezioso in quanto senza di essi non riesce a vedere nulla. Ma una parte della tribù li ha già accerchiati prendendoli alle spalle; i gemelli vengono fatti prigionieri mentre Roger, facendo precipitare un masso dal punto in cima al dirupo ove si trova in osservazione, uccide Piggy e manda in frantumi la conchiglia. Ralph riesce a stento a fuggire, mentre Sam ed Eric vengono torturati fino a quando non accettano anch'essi di unirsi alla tribù di Jack.
Il grido dei cacciatori
La mattina seguente Jack ordina ai suoi sottoposti, il branco, di cercare il nemico costituito ora solo da Ralph ma, non trovandolo, decide di dar fuoco all'intera isola per cercare di bloccarlo ed infine ucciderlo. La caccia all'uomo prosegue frenetica con le fiamme che avanzano sempre più e al ragazzo non resta che tuffarsi a capofitto in fuga nella foresta e correre verso la spiaggia, attendendo la morte. Qui però si imbatte fortunatamente in un ufficiale di marina la cui nave militare, essendo stata attratta dal fumo, si era fermata proprio in quel momento davanti all'isola.
Ralph piange disperato per le morti atroci capitate a Simon e Piggy e per la fine dell'innocenza che l'oscurità insita nella natura umana ha portato a tutti loro. Nel chiedere le prime informazioni sullo stato dei presenti - oramai son sopraggiunti anche gli altri - l'ufficiale chiede: "Non avrete mica ammazzato nessuno, spero". L'uomo però venuto a conoscenza dei due delitti rimarrà dapprima basito, ma poi commosso e imbarazzato dalle lacrime del gruppo, in cui è rimasto indelebile il ricordo della terribile avventura appena vissuta.

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