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martedì 17 febbraio 2015

Salgari. Le scrivo in uno dei più tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al manicomio.


Con Una Lettera

Emilio Salgari a Enrico Bemporad 
Torino, 20 aprile 1911

Le scrivo in uno dei più tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al manicomio. Mi occorre di fare subito un deposito di lire 300 che io non posseggo perché con le infermiere durante questo lungo periodo sono stato pelato. Io la prego di mandarmi la terza rata di 600 lire ed io le prometto di rimetterle fra giorni altre cento cartelle. Mi lasci un momento di respiro per rimettermi da questa terribile scossa. 
Emilio Salgari

L'editore Enrico Bemporad spedì la somma tre giorni dopo l'invio della lettera, ma quel denaro non arrivò mai nelle mani dell'autore del Corsaro Nero e Sandokan. La mattina del 25 aprile sulle colline che sovrastano Torino, Salgari si tolse la vita squarciandosi il ventre e la gola.



sabato 31 maggio 2014

Daniel Paul Schreber. Memorie. Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910." "La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber»

Daniel Paul Schreber, presidente della Corte d’Appello di Dresda, figlio di un illustre educatore dalle idee ferocemente rigide, ebbe nel 1893, a cinquantun anni, una grave crisi nervosa ed entrò nella clinica psichiatrica di Lipsia, affidandosi all’autorità del suo direttore, l’anatomista P.E. Flechsig. La crisi aveva avuto inizio quando un giorno, nel dormiveglia, il presidente Schreber si era trovato a pensare che «dovesse essere davvero molto bello essere una donna che soggiace alla copula». A partire da questo punto si sviluppò in lui un prodigioso delirio, che lo fece passare per tutti gli estremi della tortura e della voluttà, coinvolgendo dèi, astri, demiurghi, complotti, «assassinii dell’anima», catastrofi cosmiche, rivolgimenti politici. Al centro di tutto erano la convinzione, in Schreber, di trovarsi vicino a essere trasformato in donna, e la sua lotta stremante contro un Dio doppio e persecutore. È comunque difficile dare un’idea in poche parole della sconvolgente architettura di immagini, nessi, illuminazioni tragiche e comiche che il lettore incontrerà in questo libro, scritto da Schreber dopo sei anni di malattia, con lo scrupolo di uno specchiato magistrato prussiano, con fermo rigore logico, con sprazzi di paurosa intelligenza, con la cupa determinazione di un trattatista gnostico, allineando pacatamente la sequenza di enormità che aveva vissuto e ragionandoci sopra. Con queste Memorie egli voleva, fra l’altro, dimostrare di non essere pazzo – e incredibilmente ci riuscì, sicché il suo ricorso in appello contro la sentenza di interdizione venne accolto, permettendogli di tornare a vivere per qualche tempo nella società.
Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910. Anche Freud ne fu subito molto impressionato, e scrisse a Jung che Schreber «avrebbe dovuto essere fatto professore di psichiatria». La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber», che sarà una delle occasioni su cui scoppierà il dissenso con Jung. Ben meno conosciute – fra l’altro perché la famiglia di Schreber sequestrò gran parte dell’edizione originale – sono le Memorie, che invece meritano di essere considerate uno dei libri-chiave della nostra epoca. E infatti nel corso degli anni, e soprattutto in questi ultimissimi tempi, un nugolo di interpretazioni si è addensato intorno a esse, sicché questo testo è diventato una sorta di prova del fuoco della teoria psicoanalitica, come ha visto Lacan nel lungo saggio che gli ha dedicato. Ma, anche al di fuori del contesto psicoanalitico, le Memorie di Schreber agiscono come una provocazione potente: basterà ricordare le memorabili pagine su Schreber in Massa e potere di Elias Canetti, che illuminano il rapporto fra paranoia e potere politico. Alla fine del volume, nella Nota sui lettori di Schreber di Roberto Calasso, il lettore troverà una analisi dei più importanti studi che su questo libro sono stati scritti negli ultimi ottant’anni.
Le Memorie sono apparse per la prima volta nel 1903.


lunedì 28 aprile 2014

Robert Walser. “Ma perché era stato rinchiuso? Era pazzo, Robert Walser? Giro la domanda a Fleur Jaeggy, anche lei svizzera e scrittrice, che ne I beati anni del castigo ha dato conto della rigida educazione impartitale in un collegio di Teufen, sempre nell' Appenzell, non lontano da Herisau. Su Walser con le seguenti parole «Ma no, non ho mai pensato che fosse un folle», dice Jaeggy. «Era un poeta, e semplicemente non sapeva dove andare. «Nell'accettazione di quel ricovero, per così tanti anni, c'è tutta la sua pazienza. E non dimentichiamo il problema economico: oggi gli scrittori sono abbastanza aiutati, ma lui non ebbe aiuti. Da questo punto di vista, per quanto dura, la vita a Herisau fu una buona soluzione. Se invece consideriamo la cosa sotto il profilo medico, la diagnosi che precede il suo internamento ha dell' incredibile, parla di "tipica, stuporosa catatonia"


Anche quella era forse una sua cattiva abitudine, di essere contento e persino felice quando poteva eseguire lavori manuali. Ma tendeva davvero mal volentieri la mente che è la parte migliore dell'uomo? Era forse nato per fare lo spaccalegna o il vetturino? Doveva vivere nelle foreste vergini o fare il marinaio sulle navi? Peccato che nei pressi di Barenswil non ci fossero case di tronchi da costruire!
No, non era privo d'intelligenza, è difficile che un uomo sano lo sia. Ma aveva una certa predilezione per il fisico. A scuola (se ne ricordava spesso) era stato un buon ginnasta. Gli piaceva fare lunghe marce, scalare montagne, lavare stoviglie. Le aveva lavate spesso da ragazzo mentre raccontava storie a sua madre. Il movimento delle braccia e delle gambe gli procurava sensazioni deliziose. Preferiva fare il bagno nell'acqua fredda anziché star a riflettere su cose sublimi. Sudava volentieri, la qual cosa poteva avere un significato profondo. Era forse nato per trasportare mattoni? Bisognava attaccarlo a qualche carro? Un Ercole non era di certo.
Purché volesse, lo spirito non gli mancava, ma fin troppo volentieri smetteva di pensare.
Robert Walser, L’assistente




Robert Walser, poeta e e scrittore svizzero, (1878/1956,) personaggio malinconico e inquietante, in cui traspare l'anima di un poeta visionario, verosimilmente nemmeno schizofrenico, come era stato diagnosticato e conseguentemente ricoverato per oltre vent'anni ad Herisau in casa di cura, in Svizzera, ma in realtà solo dotato, come tutti gli artisti di una sensibilità particolare come tale recettiva a cogliere la soffernza del mondo.Tra l'altro Walser era stato anche segnato da dolorose esperienze familiari, quali la morte della madre affeta da disturvbi mentali e di quella di un fratello suicida. In un bell'articolo di Repubblica , pubblicato il 21 novembra 2006 il giornalista si chiede “Ma perché era stato rinchiuso? Era pazzo, Robert Walser? Giro la domanda a Fleur Jaeggy, anche lei svizzera e scrittrice, che ne I beati anni del castigo ha dato conto della rigida educazione impartitale in un collegio di Teufen, sempre nell' Appenzell, non lontano da Herisau. Su Walser con le seguenti parole «Ma no, non ho mai pensato che fosse un folle», dice Jaeggy. «Era un poeta, e semplicemente non sapeva dove andare. «Nell'accettazione di quel ricovero, per così tanti anni, c'è tutta la sua pazienza. E non dimentichiamo il problema economico: oggi gli scrittori sono abbastanza aiutati, ma lui non ebbe aiuti. Da questo punto di vista, per quanto dura, la vita a Herisau fu una buona soluzione. Se invece consideriamo la cosa sotto il profilo medico, la diagnosi che precede il suo internamento ha dell' incredibile, parla di "tipica, stuporosa catatonia". E' vero che aveva tentato il suicidio, ma erano stati tentativi inermi. «Nulla di realmente pericoloso, insomma. Walser aveva la gaiezza dei disperati, che li porta a occultare la profondità e a tenere tutto in superficie. Per questo voleva sparire. Se penso che io ero lì vicino, in collegio, proprio nel 1956, e nessuno dei miei professori lo conosceva... In seguito, quando lavoravo al mio libro, ho voluto tornare nell' Appenzell, sui luoghi delle sue camminate. E sono andata anche al manicomio di Herisau, per domandare sue notizie. Ma un' infermiera mi ha allontanato, bruscamente».
Emerge in questa vicenda un vecchio interrogativo sui confini fra sanità e follia. Mi chiedo cosa si intende veramente allorquando si evocano queste due locuzioni in forma manichea, usate e dirette, verosimilmente per proteggersi dalla Sragione, quella parte oscura che cerca di non emergere se non attraverso le difese trans-personali dell’immaginario collettivo cui dà voce poi la Psichiatria e La legislazione?
Ma ritorniamo a Walser, egli adorava fare lunghe passeggiate attraverso le quali forse esorcizzava l'angoscia che lo attanagliava, ma anche quella “volontà di vivere” causa dell'eterno soffrire di schopenhauriana memoria, facendo anche 80 chilometri in dieci ore, una consuetudine che era fondamentale del suo modo di essere. Significativamente, così, nacque “La passeggiata, racconto breve la cui vicenda si svolge nella sua città natale Bienne ,in Svizzera, di cui riporto alcuni bellissimi brani di sapore veramente poetico «La terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Quale meta migliore di ciò che ci accade senza essere cercato. Quale altra possibilità di giungere fino all'interiorità essendo "colui che veramente esiste solo l'uomo interiore" ….e poi “E così la florida vita, tutti i bei colori allegri, ogni gioia di vivere e umano significato, l'amicizia, la famiglia e la donna amata, l'aria dolce e piena di lieti, felici pensieri, le case paterne e materne, le care strade note, la luna e il sole alto e gli occhi e i cuori degli uomini, tutto un giorno dovrà scomparire e morire".....Ho raccolto i fiori solo per deporli sulla mia infelicità?" mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M'ero alzato per ritornare a casa: era già tardi, e tutto si era fatto buio.”




lunedì 3 marzo 2014

Un matto è seduto sull'argine di un ruscello vicino a un manicomio, e con un bastone in mano fa finta di pescare. Passa un tizio, che con ilarità gli fa: "abboccano?". E il matto: "con te son quattro".

Un matto è seduto sull'argine di un ruscello vicino a un manicomio, e con un bastone in mano fa finta di pescare. Passa un tizio, che con ilarità gli fa: "abboccano?". E il matto: "con te son quattro".

martedì 13 agosto 2013

FOLLIA DERIVA DAL LATINO FOLLIS, CHE INDICAVA APPROSSIMATIVAMENTE UN QUALCHE SACCO O CONTENITORE "PIENO D'ARIA".




Etimologia di FOLLIA: Sotto il profilo etimologico, FOLLIA DERIVA DAL LATINO FOLLIS, CHE INDICAVA APPROSSIMATIVAMENTE UN QUALCHE SACCO O CONTENITORE "PIENO D'ARIA". Riferire tale termine ai (cosiddetti) folli, nel senso più moderno e ordinario della parola, risulta già un'operazione metaforica più in grado di aprire ulteriori interrogativi che non di offrire risposte chiarificatrici al problema in questione. CHE COS'È, IN EFFETTI, 'PIENO D'ARIA'? L'UOMO NELLA SUA TOTALITÀ? O FORSE LA SUA TESTA, CONSIDERATA GIÀ NELL'ANTICHITÀ LA SEDE DELLE FACOLTÀ INTELLETTIVE? E perché l'aria dovrebbe evocare in modo immediato una condizione di ANORMALITÀ avvicinabile alla penosa situazione del pazzo? Si è detto pazzo come se fosse un quasi sinonimo di folle, e la cosa appare per più versi legittima. Ma proprio questa dualità terminologica richiama alla mente che LA CULTURA DELL'OCCIDENTE HA ELABORATO UN NUMERO ESTREMAMENTE AMPIO DI PAROLE DENOTANTI UNO STATO DI FOLLIA. La lingua latina possedeva almeno INSANIA: UN TERMINE CHE ESPRIME IN MANIERA ASSAI CHIARA LA NATURA "NON SANA", PATOLOGICA DELLA FOLLIA. Ma oltre a follia, a pazzia e a insania la nostra cultura ha impiegato anche ALIENAZIONE, DEMENZA, DISORDINE (sovente accompagnato dai qualificativi mentale o morale), MANIA, DEVIANZA. E l'elenco potrebbe ancora continuare. Certo sarebbe possibile osservare che ognuna di queste parole ha, almeno per noi oggi, un'accezione abbastanza specifica, non completamente coincidente con quella delle altre. Ma ciò non cancella il problema storico-teorico suggerito da questa sovrabbondanza terminologica.


sabato 17 novembre 2012

Edgar Allan Poe. Sono diventato pazzo, con lunghi intervalli di orribile sanità mentale

Partivano dalla più stravagante idea di questo mondo, cioè che tutti gli uomini nascono liberi e uguali; e questo a dispetto della rigorosa gradazione che così evidentemente contrassegna tutte le cose dell’universo, morale e fisico. Tutti votavano, vale a dire s’impicciavano degli affari pubblici – finchè alla fine si capì che ciò che è affare di tutti è affare di nessuno; e che la «Repubblica» – così si chiamava quella faccenda pazzesca – era del tutto priva di governo... Bastò riflettere un poco su tale scoperta per renderne evidenti le conseguenze, e cioè che era inevitabile che le canaglie dominassero e che, in una parola, un governo repubblicano non poteva che essere un governo di farabutti.
Edgar Allan Poe, Mellonta Tauta


Esiste allora una diabolica provvidenza che prepara l’infelicità nella culla, che getta premeditatamente esseri angelici ricchi d’intelligenza in ambienti ostili, come martiri nel circo? Vi sono dunque delle anime sacre, votate all’altare, condannate a camminare verso la gloria e la morte, calpestando le proprie macerie? L’incubo delle tenebre stringerà in una morsa eterna queste anime elette? Inutilmente si dibattono, inutilmente si addentrano nel mondo, ai suoi fini ultimi, agli stratagemmi; perfezioneranno la loro prudenza, sprangheranno tutte le uscite, barricheranno le loro finestre contro i proiettili del caso; ma il diavolo entrerà nella serratura: una perfetta virtù sarà il loro tallone d’Achille, una qualità superiore il germe della loro dannazione.
Charles Baudelaire, “Introduzione a Edgar Allan Poe” 1856


 "... sapete perché ho tradotto così pazientemente Poe? Perché mi somigliava. La prima volta che ho aperto un suo libro, ho visto, spaventato e affascinato, non solo dei temi da me sognati, ma delle FRASI da me pensate, e che lui aveva scritto vent'anni prima"
Charles Baudelaire



Sono diventato pazzo, con lunghi intervalli di orribile sanità mentale
Edgar Allan Poe


È la verità! Sono nervoso, sono stato e sono molto, molto, terribilmente nervoso; ma perché volete dire che sono un pazzo? Il male ha affinato i miei sensi, non distrutti, non annientati. Più di chiunque altro avevo avuto acuto il senso dell'udito. Ho ascoltato tutte le voci del cielo e della terra. Molte ne ho intese dall'inferno. Per questo sono pazzo? Uditemi! e osservate con che precisione, con che calma io posso narrarvi tutta la storia.
Edgar Allan Poe

«Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale. »
Edgar Allan Poe, nasceva a Boston il 19 gennaio 1809.


Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e profonde dell'ingegno umano non nascano da una deformazione morbosa del pensiero. È vero! Sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perchè dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, non li ha distrutti, non li ha soffocati. Molto affinato era in me il senso dell'udito, udivo tutte le cose del Cielo e della Terra. E udivo anche molte cose dell’inferno..
Edgar Allan Poe


Io discendo da una stirpe nota per vigore di fantasia e ardore di passione. Gli uomini mi hanno chiamato pazzo, ma ancora non è risolta la questione se la pazzia sia o meno l'intelligenza più elevata, se molto di ciò che v'è di splendido, se tutto ciò che è profondo non scaturisca da una malattia del pensiero, da umori della mente esaltata a spese del comune intelletto. Coloro che sognano ad occhi aperti sono consci di molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte. Nelle loro grigie visioni colgono frammenti d'eternità e destandosi fremono nell'intimo allo scoprire d'essere stati sulla soglia del gran segreto. A tratti, apprendono qualcosa della sapienza che ha per oggetto il bene, e qualcosa di più sulla pura conoscenza del male.
Penetrano, benché senza timone o bussola, nel vasto oceano della “luce ineffabile” e una volta ancora, come gli avventurieri del geografo nubiano,
“agressi sunt Mare Tenebrarum quid in eo esset exploraturi”.
Edgar Allan Poe 1809 1849

Eleonora




Sonetto alla Scienza,
Scienza, vera figlia ti mostri del Tempo annoso,
tu che ogni cosa trasmuti col penetrante occhio!
Ma dimmi, perché al poeta così dilani il cuore,
avvoltoio dalle ali grevi e opache?
Come potrebbe egli amarti? E giudicarti savia,
se mai volesti che libero n'andasse errando
a cercar tesori per i cieli gemmati?
Pure, si librava con intrepide ali.
Non hai tu sbalzato Diana dal suo carro?
E scacciato l'Amadriade dal bosco,
che in più felice stella trovò riparo?
Non hai tu strappato la Naiade ai suoi flutti,
l'Elfo ai verdi prati e me stesso infine
al mio sogno estivo all'ombra del tamarindo?
E.A. Poe


“… Trovavo fosse una cosa meravigliosa morire in quel modo e folle dare tanta importanza alla mia vita personale di fronte a quella manifestazione della potenza di Dio.”
Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelström

 .....l’imbarcazione sembrava sospesa, come per magia, a metà della superficie interna di un enorme imbuto, di spettacolosa profondità, e talmente levigato che si sarebbe potuto scambiare per ebano se non fosse stato per la prodigiosa velocità di rotazione e per il riflesso lucente e fantasmagorico della luna piena che […] riversava un torrente glorioso di luce dorata sulle nere pareti e fino al fondo, nei recessi dell’ultimo abisso. Ibidem

Ora che eravamo in mezzo al gorgo, mi sentivo più calmo… Avendo compreso che oramai non avevamo più alcuna speranza, mi ero liberato di gran parte del terrore… Penso che fosse la disperazione a distendere i miei nervi. Ibidem



Molti anni fa, era di moda mettere in ridicolo l'idea dell'«amore a prima vista»; ma coloro che pensano, non meno di coloro che sentono profondamente, ne hanno sempre sostenuto l'esistenza. A dire il vero le moderne scoperte, in quel che può essere definito magnetismo etico o magneto estetica, fanno apparire probabile che i più naturali e perciò i più veri ed i più intensi affetti umani sono quelli che sorgono nel cuore quasi per opera di simpatia elettrica, in una parola che i legami psichici più vivi e durevoli sono quelli scaturiti da uno sguardo.
Edgard Allan Poe, Gli occhiali




ANNABEL LEE
Molti e molti anni or sono, in un regno in riva al mare, là viveva una fanciulla che col nome puoi chiamare di Annabel Lee; e questa fanciulla viveva e soltanto pensava ad amare e ad essere amata da me.

lo ero un bambino e lei era bambina, in quel regno in riva al mare; ma d’amore ci amavamo che era molto più che amore, io e la mia Annabel Lee; d’un amore che invidiavano gli alati serafini su nel Cielo a lei e a me.

E per questo, tanto e tanto tempo fa, in quel regno in riva al mare, da una nube sibilò con’ forza un vento, a raggelare la mia bella Annabel Lee; e arrivarono i suoi nobili parenti e da me via la portarono, per serrarla in un sepolcro, in quel regno in riva al mare.

E non così felici in Cielo, gli angeli invidiavano lei e me. Sì! E per questo (come tutti in fondo sanno in quel regno in riva al mare) nella notte da una nube sbucò il vento a raggelare uccidendo Annabel Lee.

Ben più forte era il nostro amore dell’amore di chi era più vecchio di noi, di chi era più saggio di noi, e né gli angeli nell’alto del Cielo, né mai i demoni nascosti nel mare, la mia anima dall’anima potranno separare della bella Annabel Lee:

Poiché mai fulge la luna ch’io non sogni della bella Annabel Lee. E mai sorgono le stelle ch’io non veda splender gli occhi della bella Annabel Lee: e così la notte intera giaccio al fianco, del mio amore, vita mia e sposa mia, là nella sua tomba in riva al mare, là nel suo sepolcro tra il fragore del mare.
Edgar Allan Poe



Fin dall'ore dell’infanzia non fui mai
simile agli altri, mai vidi le cose
come gli altri le vedevano, né seppi
la mia passione trarre da una comune fonte,
dalla stessa sorgente non presi il mio dolore,
sulle stesse tonalità non ho potuto
risvegliare alla gioia il mio cuore,
e tutto quel che ho amato, da solo io l'ho amato,
allora, nell'infanzia, agli albori.
D'un'esistenza in tempesta, dal fondo
d'ogni bene e d'ogni male fu attinto
il mistero che ancora mi lega,
dal torrente o dalla fontana,
dal pendio rosso del monte,
dal sole che mi girava e rigirava attorno
nel suo autunno d'oro tinto,
dal lampo del cielo
che in volo mi passava e ripassava accanto,
dal tuono e dalla tempesta,
e dalla nube che (azzurro
era il resto del cielo) in demone
si trasformò ai miei occhi.
 Edgar Allan Poe, "Solo"





sabato 21 aprile 2012

Fairy Violet. Se qualcosa o qualcuno non si vede, non significa che sia inesistente...potrebbe semplicemente celarsi dietro un leggero velo di nebbia, oltre il quale solo animi sensibili riescono a vedere, perchè non si sono piegati alla razionalità


Gli aforismi dei filosofi

Se qualcosa o qualcuno non si vede, non significa che sia inesistente...potrebbe semplicemente celarsi dietro un leggero velo di nebbia, oltre il quale solo animi sensibili riescono a vedere, perchè non si sono piegati alla razionalità, ma hanno mantenuto quel piccolo lampo di follia che gli da la possibilità di viaggiare anche per mondi astratti...Non considerate pazze queste persone, ma imparate da esse a vedere oltre il visibile

Fairy Violet


martedì 17 aprile 2012

Istituto Erich Fromm. L’origine della paranoia potrebbe risalire a una prima infanzia fatta di freddezza affettiva

Istituto Erich Fromm
L’origine della paranoia potrebbe risalire a una prima infanzia fatta di freddezza affettiva. Le persone che ne soffrono tendono a sviluppare processi mentali di logica formale rigidi, spesso lontani dalla realtà. La particolarità del pensiero paranoico, che non a caso veniva chiamato «folie raisonnante», è di essere insieme logico e impossibile, coerente e contraddittorio, umano e disumano. I nessi causali costruiti dal paranoico gradualmente perdono la misura, si fanno dogmi, verità elargite da quel Dio che sostituiscono.

domenica 15 aprile 2012

Pirandello. Enrico IV. Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni

«Ho paura talvolta anche del mio sangue che pulsa nelle arterie, come, nel silenzio della notte, un tonfo cupo di passi in stanze lontane».
Pirandello, Enrico IV


Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo.
Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla né vederla, la vostra pazzia.
Pirandello, Enrico IV


Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica di tutte le vostre costruzioni. 
Pirandello, Enrico IV 


Conviene a tutti, capisci? CONVIENE A TUTTI FAR CREDERE PAZZI CERTUNI, PER AVERE LA SCUSA DI TENERLI CHIUSI. SAI PERCHÉ? PERCHÉ NON SI RESISTE A SENTIRLI PARLARE. […] Non si può mica credere a quello che dicono i pazzi! Eppure, si stanno ad ascoltare così, con gli occhi sbarrati dallo spavento. Perché? […] Perché TROVARSI DAVANTI A UN PAZZO SAPETE CHE SIGNIFICA? TROVARSI DAVANTI A UNO CHE VI SCROLLA DALLE FONDAMENTA TUTTO QUANTO AVETE COSTRUITO IN VOI, ATTORNO A VOI, LA LOGICA, LA LOGICA DI TUTTE LE VOSTRE COSTRUZIONI! Eh! Che volete? COSTRUISCONO SENZA LOGICA, BEATI LORO, I PAZZI! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come! Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Voi dite "questo non può essere" e per loro può essere tutto. Ma voi dite che non è vero. E perché? Perché NON PAR VERO A TE, A TE, A TE, E CENTOMILA ALTRI. Eh cari miei! BISOGNEREBBE VEDERE POI CHE COSA INVECE PAR VERO A QUESTI CENTOMILA ALTRI CHE NON SONO DETTI PAZZI […]. PERCHÉ GUAI, GUAI SE NON VI TENETE FORTE A CIÒ CHE VI PAR VERO OGGI, A CIÒ CHE VI PARRÀ VERO DOMANI, ANCHE SE SIA L'OPPOSTO DI CIÒ CHE VI PAREVA VERO IERI!
Pirandello, "Enrico IV"

"Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo. E quante cose mi parevano vere! Ed ero beato! Perché guai, guai se non vi tenete più forte a ciò che vi par vero oggi, a ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l’opposto di ciò che vi pareva vero ieri! Guai se vi affondaste come me a considerare questa cosa orribile, che fa veramente impazzire: che se siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi – come io guardavo un giorno certi occhi – potete figurarvi come un mendicante davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma UNO IGNOTO A VOI, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca…"
(Enrico IV, L. Pirandello)

"I know that when I was a child, I thought the moon in the pond was real. How many things I thought real! I believed everything I was told – and I was happy! Because it's a terrible thing if you don't hold on to that which seems true to you today – to that which will seem true to you tomorrow, even if it is the opposite of that which seemed true to you yesterday. I would never wish you to think, as I have done, on this horrible thing which really drives one mad: that if you were beside another and looking into his eyes – as I one day looked into somebody's eyes – you might as well be a beggar before a door never to be opened to you; for he who does enter there will never be you, but someone unknown to you with his own different and impenetrable world …"
Luigi Pirandello (HENRY IV)



 

domenica 11 marzo 2012

Erasmo da Rotterdam. Elogio alla follia. La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia

Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v’è pace tra le bestie velenose. Ma per l’uomo non c’è bestia più pericolosa dell’uomo.
Erasmo da Rotterdam


"Poniamo che un tizio volesse strappare la maschera a degli attori che sostengono la loro parte su di un palcoscenico e rivelare agli spettatori le loro facce vere e reali. Non guasterà costui tutta la finzione scenica e non meriterà d'esser preso per matto furioso e cacciato dal teatro a sassate? D'improvviso lo spettacolo assumerà un nuovo volto: prima c'era una donna, ora c'è un uomo, prima un vecchio, ora un giovane; chi era re, d'un colpo è divenuto una canaglia e chi era un dio, lì per li ci appare un omiciattolo. Ma togliere l'illusione significa mandare a monte tutto quanto il dramma, poiché proprio l'inganno della finzione scenica incanta l'occhio dello spettatore. Orbene! Che cos'è la vita dell'uomo, se non una commedia, in cui ognuno va coperto d'una maschera sua particolare e ognuno recita la sua parte, sinché il regista lo allontana dalla scena? Sempre il regista affida al medesimo attore il compito ora di mettersi addosso la porpora regale e ora gli stracci d'un miserabile schiavo. Dunque sul palcoscenico tutto è posticcio, ma la commedia della vita non si svolge in un modo diverso".
Erasmo da Rotterdam


Erasmo da Rotterdam, La leggerezza all’origine della stirpe umana.
“Innanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine? Non l’asta di Pallade dal padre possente, né l’egida di Giove adunator di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre degli dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l’Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli, deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così vicini agli dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro volte, o, se volete, stoico mille colte! Anche lui dovrà deporre, se non la barba che è l’insegna della sapienza (comune, a dir vero, con i caproni), certamente il suo sussiego; dovrà spianare la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero divenire padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.”
ERASMO da ROTTERDAM (1446 – 1536), “Elogio della Follia”, a cura, trad., introd. e nota bibliografica di Eugenio Garin, Mondadori, Milano 2011 (ristampa, I ed. 1992), XI, p. 18.
“ Principio quid esse potest uita ipsa vel dulcius, vel pretiosius? At hujus exordium cui tandem acceptum ferri convenit, nisi mihi? Neque enim aut ὀβριμοπάτρης hasta Palladis, aut νεφεληγερέτου Jovis ægis hominum genus vel progignit, vel propagat. Verum ipse Deum pater atque hominum Rex, qui totum nutu tremefactat Olympum, fulmen illud trisulcum ponat oportet, et vultum illum Titanicum, quo, cum lubet, Deos omneis territat, planeque histrionum more, aliena sumenda misero persona, si quando velit id facere, quod numquam non facit, hoc est παιδοποιεῖν. Jam vero Stoici se Diis proximos autumant. At date mihi terque quaterque, aut si libet, sexcenties Stoicum, tamen huic quoque, si non barba insigne sapientiæ, etiam si cum hircis commune, certe supercilium erit ponendum, explicanda frons, abjicienda dogmata illa adamantina, ineptiendum ac delirandum aliquantisper. In summa, me, me inquam, sapiens accersat oportet, si modo pater esse velit.”
DESIDERII ERASMI ROTERDAMI “Μωρίας Εγκώμιον sive Stultitiæ Laus Declamatio”, cum Commentariis Gerardi Listrii, ineditis Oswaldi Molitoris, et Figuris Johannis Holbenii, Guil. Gottl. Beckerus Basileæ M.DCC. LXXX (I ed. Gilles de Gourmont, Parisiis 1511, incompleta e all’insaputa dell’A.), pp. 27 – 39.


Erasmo da Rotterdam, “L’educazione precoce e liberale dei fanciulli” (1529)
Con i loro figli gli uomini possono sbagliare in tre modi:
perché trascurano del tutto la loro educazione,
perché si accorgono troppo tardi dell’importanza di questa
o perché i maestri ai quali li affidano insegnano
cose che non servono.
Vi sono persone il cui animo gretto
impedisce loro di assumere un insegnante qualificato;
e sempre avviene che si paga più uno scudiero
che l’educatore del proprio figlio.
Volesse il cielo che fossero meno numerosi coloro
che spendono di più per i loro capricci
che per l’educazione di un figlio.


I Potenti sono sfortunati perché attorno a loro ci sono solo elogiatori,
pronti a velare ogni verità che risulti sgradita al padrone.
Erasmo da Rotterdam

La mente umana è fatta in modo tale che è molto più suscettibile alla menzogna che alla verità
Erasmo da Rotterdam


Ciò che l'occhio è per il corpo, la ragione lo è per l'anima.
Erasmo da Rotterdam

A forza di sterminare animali, si capì che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.
Erasmo Da Rotterdam



Per qual motivo io sia venuta innanzi a voi in questa insolita acconciatura, lo sentirete fra breve, se non vi è grave prestar orecchio alle mie parole. Non certo come lo porgevate ai predicatori sacri, ma piuttosto come facevate con i ciarlatani di piazza, con gli scrocconi e con i buffoni [...]. Mi piacerebbe con voi fare un pò il sofista, non però di quella razza che oggi inculca nei ragazzetti quisquilie da togliere il fiato comunicando loro una ostinazione a disputare peggio delle femmine; ma imiterò quegli antichi che, pur di evitare il nome malfamato di sapienti, preferiscono dieci sofisti. L’occupazione di costoro consisteva nel celebrare con i loro elogi gli dèi e gli eroi. Sentirete dunque l’elogio, non già di Ercole o di Solone, ma di me in persona, la Pazzia.
Erasmo, Elogio della Pazzia


Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia. Infuse nell'uomo più passione che ragione perchè fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso. Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui, allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza. La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia


La via della saggezza passa per la follia. Le passioni non soltanto fanno da piloti nel porto della saggezza, ma si trovano in tutte le azioni secondo virtù, come degli sproni stimolanti a fare del bene
Erasmo da Rotterdam


La differenza tra un pazzo e un saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia. Secondo i Peripatetici invece le passioni sono le navi che ci conducono al porto della saggezza, ci stimolano e ci spronano sul cammino della virtù, esortandoci ad agire correttamente.
Elogio alla follia, Erasmo da Rotterdam



Follia è libertà degli affanni. Qualunque cosa dicano di me i mortali (so bene, signori miei, troppo bene, che la pazzia gode di pessima reputazione anche tra i folli più folli) ebbene, sono io la sola, proprio io in carne ed ossa, grazie ai miei poteri sovrannaturali, a infondere serenità nel cuore degli uomini e degli dei.
Erasmo Da Rotterdam, Elogio della Follia


Ma per non seguitar all'infinito e per offrirvi il succo della cosa, a parer mio tutta la religione cristiana ha una specie di parentela con la pazzia e non va punto d'accordo con la sapienza. Ne volete le prove? Osservate anzitutto che quelli che piú trovano piacere nelle funzioni sacre e in tutte le cose di religione, che si strofinano sempre agli altari sono ragazzi, vecchi, donne, ignoranti. È madre natura che ve li spinge, si sa; nient'altro. In secondo luogo vedete tutti quei primi fondatori di religione: costoro abbracciavano una vita di straordinaria semplicità ed erano della cultura nemici irriconciliabili. Infine non si trovano pazzi piú dissennati di coloro che si son lasciati prendere una volta da ardore di pietà cristiana: eccoli profondere i loro averi, non curarsi di offese, lasciarsi ingannare, non far differenza fra amici e nemici, aver in orrore il piacere, ingrassare a forza di digiuni, veglie, lagrime, lavori e ingiurie, aver in uggia la vita, non bramar che la morte; in una parola son diventati pare assolutamente ottusi ad ogni senso comune, come se il loro animo vivesse altrove non dentro il corpo. E questa che cos'altro è se non pazzia? Non c'è da meravigliarsi se gli Apostoli sembravano briachi di vin dolce o se san Paolo parve addirittura al giudice Festo un pazzo. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


E poi ci sono i filosofi, venerandi per barba e mantello: affermano di essere i soli sapienti; tutti gli altri sono soltanto ombre inquiete. Ma com'è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli; quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna, le stelle, le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti, delle eclissi e degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima esitazione, come se fossero a parte dei segreti della natura artefice delle cose, come se venissero a noi dal consiglio degli Dèi! La natura, intanto, si fa le grandi risate su di loro e sulle loro ipotesi. A dimostrare che nulla sanno con certezza, basterebbe quel loro polemizzare sulla spiegazione di ogni singolo fenomeno. Loro, pur non sapendo nulla, affermano di sapere tutto; non conoscendo se stessi e non accorgendosi, a volte, della buca o del sasso che hanno sotto il naso, o perchè in molti casi ci vedono poco, o perchè sono altrove con la testa, sostengono di vedere idee, universali, forme separate, materie prime, quiddità, ecceità, e cose tanto sottili da sfuggire, credo, persino agli occhi di Linceo. Disprezzano in particolare il profano volgo, quando confondono le idee agli ignoranti con triangoli, quadrati, circoli, e figure geometriche siffatte, disposte le une sulle altre a formare una specie di labirinto, e poi con lettere collocate quasi in ordine di battaglia e variamente manovrate. Nè mancano, fra loro, quelli che, consultando gli astri, predicono l'avvenire promettendo miracoli che vanno al di là della magia; e, beati loro, trovano anche chi ci crede. 
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


D'altra parte quale città ha mai voluto applicare le leggi di Platone o Aristotele e le massime di Socrate? E così qual impulso persuase i Deci a offrirsi spontaneamente in olocausto agli dèi Mani? Qual istinto ha trascinato Curzio nell'abisso se non la gloria, ch'è vana? Ella è una sirena dolcissima davvero, ma con quanto accanimento la condannano questi sapienti! Dicono essi: non v'è pazzo più grande del candidato alle elezioni, il quale umilmente si presta ad adulare il popolo, ne compra il favore con donativi, va in caccia degli applausi d'una massa di pazzi, è tutto contento quando lo acclamano, si lascia portare intorno in trionfo perchè il popolo lo ammiri, come si fa per le immagini dei santi, e infine ammette di star ritto nella pubblica piazza effigiato nel bronzo.
Con tali buaggini fanno il palo le adozioni di nomi e soprannomi, gli onori divini offerti ad uomini da nulla, e le pubbliche cerimonie con cui tiranni scelleratissimi vengono elevati al rango di divinità. Queste son davvero mattie belle e buone e non basterebbe un sol Democrito a farsene le dovute beffe. C'è qualcuno che dice di no? Eppure proprio a questa sorgente gli eroi attingono l'ispirazione per le audaci imprese che tanti uomini eloquenti levano sino al cielo nei loro scritti. Una tal forma di pazzia fa nascere le città e su di essa si fondano gli imperi, le repubbliche , la religione, le assemblee e i tribunali. E in definitiva la vita degli uomini nient'altro è che un gioco della pazzia.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




“…è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge anche l’uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d’intelligenza e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o nei giardini di Tantalo”.
Erasmo da Rotterdham, Elogio della follia, cap. 30


...Colui che afferra il timone dello stato si fa amministratore del pubblico non dei suoi privati, non deve allontanarsi neppur di un mignolo dalle leggi, delle quali lui è autore ed esecutore, deve rispondere lui della correttezza dei suoi amministratori . Lui solo infatti è continuamente esposto agli occhi di tutti e, come un astro benigno, con la sua integrità, può influire molto favorevolmente sulle cose umane, e può anche, come funesta cometa, recar la più grande rovina; chè dei vizi di privati non ci si risente allo stesso modo, ne si diffondono con ugual virulenza, laddove Lui si trova in tal posizione che, per poco che si allontani dal retto, immediatamente il suo malo esempio serpeggia, contagiando un numero infinito di uomini....
Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia


“Perciò, visto che fra i molti meriti di Bacco è considerato a ragione il più importante quello di ripulire l’animo dalle preoccupazioni (e questo soltanto per un tempo molto breve: infatti, appena smaltito il caro vino, subito su bianche quadrighe, come si dice, ritornano le ansie), quanto è più completo e più efficace il beneficio che procuro io riempiendo la mente, per mezzo di una specie di perpetua ebbrezza, di gioie, di piaceri, di esplosioni di allegria, e per di più senza alcuna fatica? E non permetto a nessun mortale di non prendere parte al mio dono…”
Erasmo da Rotterdam, “L’elogio della follia”



Bisogna essere grezzi e ignoranti per piacere prima di tutto a sé stessi e poi per riscuotere l'ammirazione altrui. Solo uno sciocco può ambire alla cosiddetta vera cultura, perché in primo luogo acquisirla è assai gravoso e in secondo luogo non offre alcun vantaggio. L'uomo dotto si ritrova solo, respinto e isolato dal mondo.
Erasmo, Elogio della Follia


“Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno?
Chi è interiormente combattuto, potrà forse andare d’accordo con altri?
Potrà, chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole a un altro?
Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo più pazzo della Follia stessa.”
Erasmo da Rotterdam, "Elogio della follia"




Ho conosciuto una volta un tale, dotto in svariati campi: 
sapeva di greco, di latino, di matematica, di filosofia, di medicina, e questo a livello superiore. Ormai sessantenne, messo da parte tutto il resto, da oltre vent'anni si tormenta sulla grammatica, ritenendo di poter essere felice se vivrà abbastanza da stabilire con certezza come vadano distinte le otto parti del discorso; finora nessuno, né dei Greci né dei Latini, ci è riuscito pienamente. Di qui quasi un caso di guerra se uno considera congiunzione una locuzione avverbiale. A questo modo, pur essendovi tante grammatiche quanti grammatici, anzi di più se solo il mio amico Aldo Manuzio ne ha pubblicate più di cinque, questo tale non tralascia di leggerne ed esaminarne minuziosamente nessuna, per barbara o goffa che sia nello stile. Guarda infatti con sospetto chiunque faccia in materia un tentativo, sia pure insignificante, attanagliato com'è dalla paura che qualcuno lo privi della gloria, rendendo vane così annose fatiche. Preferite chiamarla follia o stoltezza? A me poco importa, purché siate disposti a riconoscere che, per mio beneficio, l'animale più infelice di tutti può attingere una tale felicità da non volere scambiare la propria sorte neppure con quella dei re persiani.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia




ERASMO DA ROTTERDAM. IL DENARO.
C’è chi si prodiga con ogni cura per gli affari degli altri mentre trascura i propri, e chi, preso nel giuoco dei debiti, prossimo a fallire, si crede ricco del denaro altrui; un altro pone all’apice della sua felicità morire povero pur di arricchire l’erede.

Questi per un guadagno modesto, e per giunta incerto, corre tutti i mari, affidando la vita, che il denaro non ricompra, alle onde e ai venti; quello preferisce cercare di arricchirsi in guerra piuttosto che starsene al sicuro in casa sua. Ci sono di quelli che credono si possa arrivare alla ricchezza senza la minima fatica andando a caccia di vecchi senza eredi; nè manca chi, in vista dello stesso risultato, opta per un legame con vecchiette danarose. Gli uni e gli altri offrono agli Dei che stanno a guardare uno spettacolo oltremodo divertente, quando si fanno abbindolare proprio da coloro che vogliono intrappolare.

La razza più stolta e abietta è quella dei mercanti che, pur trattando la più sordida delle faccende e nei modi più sordidi, pur mentendo, spergiurando, rubando, frodando a tutto spiano, si credono da più degli altri perché hanno le dita inanellate d’oro.

Nè mancano di adularli certi fraticelli che li ammirano e li chiamano apertamente venerabili, senza dubbio perché una piccola parte degli illeciti profitti vada a loro.

Altrove puoi vedere dei Pitagorici, a tal segno convinti della comunanza dei beni, che, se trovano qualcosa d’incustodito, tranquillamente se ne appropriano come l’avessero ricevuto in eredità.

C’è chi, ricco solo di speranze, sogna la felicità, e già questo sogno, per lui, è la felicità.

Taluni si compiacciono di essere creduti ricchi, mentre a casa loro muoiono di fame.

Uno si affretta a dilapidare tutto quello che possiede; un altro accumula con mezzi leciti e illeciti. Questo si fa portare candidato perché ambisce a pubbliche cariche, quello è contento di starsene accanto al fuoco. E sono tanti quelli che intentano interminabili cause e che, portatori di opposti interessi, fanno a gara per arricchire il giudice che accorda rinvii, e l’avvocato che è in combutta con la parte avversa.

Uno ha la mania di rinnovare il mondo, un altro propende per il grandioso. C’è chi, senza nessuna ragione d’affari, lascia a casa moglie e figli e se ne va a Gerusalemme, a Roma, a San Giacomo di Compostella.”

Erasmo da Rotterdam, L’elogio della pazzia


http://youtu.be/L6Ktzj2xpXo














domenica 11 dicembre 2011

Sofocle. Tu dirai che da folle io mi comporto, ma forse di follia m'accusa un folle.

La sorte migliore è non nascere.
Sofocle


Tutti gli inizi hanno una fine 
“Nulla dura: né la notte stellata, 
né le disgrazie, né la ricchezza; 
tutto ciò, all’improvviso, 
un giorno è fuggito”.
Sofocle


Errare è possibile a tutti gli uomini. Ma il saggio, quando ha commesso un errore, non rimane irremovibile e ripara il male che ha fatto. Perseverare nell'errore, infatti, genera ogni sorta di mali.
Sofocle


Il dolore più acuto è quello di riconoscere noi stessi come l’unica causa di tutti i nostri mali.
Sofocle

L'uomo non conosce altra felicità se non quella che egli si va immaginando, e poi, finita l'illusione, ricade nel dolore di sempre.
Sofocle.


Non si può conoscere veramente la natura e il carattere di un uomo fino a che non lo si vede amministrare il potere.
Sofocle

Per chi ha paura, tutto scricchiola.
Sofocle



Chi ha paura non fa che sentir rumori.
Sofocle

Tu dirai che da folle io mi comporto,
ma forse di follia m'accusa un folle.
Sofocle

Una parola ci libera di tutto il peso e il dolore della vita:
quella parola è amore. ..
Sofocle


Non venire mai alla luce,
può essere il più grande dei doni.
Sofocle


‎Nessuno confidi nella buona fortuna finché,
nel giorno della sua morte, la vita non gli sia apparsa come un ricordo senza dolore.
Sofocle


I buoni ragionamenti sono più forti di due mani robuste.
Sofocle



O mortali,come la vostra vita considero uguale al nulla!
Quale, quale uomo, è in sé felice?
Felicità è un'ombra che subito precipita....
Sofocle, Edipo re
Quarto stasimo, Coro.


Generazioni di uomini, vi conto una dopo l'altra, tutte uguali, tutte viventi nel nulla.
Quale uomo ottiene più che l'illusione della felicità? E dopo l'illusione viene il declino.
Edipo re (vv 1186-92) - Sofocle


Non voglio soffrire due volte:
a penare e a raccontare le mie pene.
Sofocle, Edipo a Colono


La cosa migliore è non esser mai nati
e, una volta nati,
tornarsene al più presto là,
da dove si è venuti.
Dopo che uno sia nato,
recando con sé vacue stoltezze,
quale lacrimevole afflizione gli manca?
Quale dolore è assente?
Uccisioni, conflitti, discordie, guerre,
invidie; e alla fine gli tocca anche
una spregievole inferma intrattabile
ostile vecchiaia, in cui tutti
i mali convivono insieme.
Sofocle, Edipo a Colono



Non essere nati è la condizione superiore a tutte; la seconda è, quando si è nati, tornare al più presto là da dove si è venuti.
Sofocle, Edipo a Colono


Non nascere, ecco la cosa migliore, e se si nasce tornare presto là dove si è giunti. 
E quando passa la giovinezza con le sue lievi follie,quale mai pena manca? 
Invidie, lotte, battaglie, contese, sangue, e infine, spregiata e odiosa a tutti, la vecchiezza.
Sofocle, Edipo a Colono


E poi che tu vituperi la mia
cecità, parlerò. Tu aperti hai gli occhi,
eppur non vedi in che sciagure sei,
né dove abiti, né chi sono quelli
che vivono con te.
Sofocle, Edipo re



Anche se é mio nemico, provo pietà per questo infelice, schiacciato sotto il giogo della rovina funesta: rispecchio nel suo il mio destino, e mi accorgo che noi tutti, i viventi, non siamo altro che fantasmi, ombra vana.
Sofocle, Aiace


Molte sono le cose incredibili
ma nessuna è più incredibile dell'uomo
Sofocle, Antigone

Molte sono le cose inquietanti
Ma nessuna più dell'uomo
Sofocle, Antigone, vv. 332-333


Ma un'indole troppo dura è quella che si spezza più facilmente, ricordalo:
è come il ferro temprato al fuoco, se indurisce troppo si rompe in mille pezzi.
Sofocle, Antigone


Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro greco e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso ma è più rischioso non farlo mai.
Sofocle,  Antigone


Chi crede di essere il solo a capire, il solo a poter parlare, il solo a possedere un’anima retta, appena lo apri scopri che è vuoto.
Sofocle,  Antigone


La voglia di baciarti in qualsiasi situazione,
in qualsiasi posto,
in mezzo a qualsiasi folla,
a metà di qualsiasi discorso
davanti a qualsiasi persona,
a qualsiasi ora.
È estenuante. Sfiancante.
Mi divora.
Ti prego, fa che non mi passi mai.
Sofocle, Antigone



Non c’è mai stato tra gli umani niente di peggio del denaro,
Che devasta le città, sradica gli uomini dalle loro case,
Plagia e corrompe gli animi degli onesti e li avvia alle azioni più infami,
Addita la via del delitto, li inizia al sacrilegio.
Sofocle, Antigone


Per l’uomo nulla ha poteri così tristi e larghi come il denaro, che città devasta, uomini strappa dalle case, istruisce le menti pure a concepire il male, le perverte e le muta, del delitto indica il passo e l’esperienza schiude ad ogni empietà.
Sofocle, Antigone


Al mondo non c'è mai stato nulla peggiore del denaro, che rovina le città, allontana gli uomini dalle loro case, insegna il male anche agli onesti e li spinge ad azioni vergognose. Il denaro è per gli uomini maestro di ogni empietà, di ogni delitto.
Ma quelli che compiono tali azioni per denaro, ne pagano col tempo il giusto prezzo. […] imparerete per il futuro a non trarre guadagni se non da dove è lecito, imparerete che non si deve approfittare di qualsiasi occasione. E capirete che i cattivi guadagni non portano salvezza, ma rovina.
Sofocle, Antigone, trad. di M.G. Ciani, Marsilio 2013, p. 29


“ CREONTE […]   Ma se lascerò crescere nel disordine chi mi è consanguineo per nascita, certo renderò tali anche gli estranei: chiunque agisce rettamente in privato, apparirà giusto anche nella cosa pubblica. Chi invece prevaricando fa violenza alle leggi, oppure intende dare ordini a chi regna, costui non può trovare approvazione da parte mia. Ma a chi la città ha scelto per capo bisogna obbedire pure nelle piccole cose, siano giuste o no. E un tale uomo sono sicuro che comanderebbe bene e sarebbe disposto a obbedire, e nel turbine della battaglia rimarrebbe fermo al suo posto, fedele e valente compagno. Non esiste male maggiore dell’anarchia: essa distrugge la città, sovverte le famiglie, rompe e volge in fuga l’esercito in battaglia; ma fra i vittoriosi la disciplina salva la maggior parte delle vite. Così bisogna difendere l’ordine.”
SOFOCLE (497-496 – 406 a.C.), Antigone (prima rappresentazione 442 a.C., Teatro di Dioniso, Atene), introduzione di Dario Del Corno, traduzione di Raffaele Cantarella, note e commento di Marina Cavalli (Mondadori 1982), in Id., Le tragedie, Mondadori, Milano 2007 (I ed.), Terzo episodio, pp. 137 e 139.


... perché questo editto non Zeus proclamò per me, né Dike, che abita con gli dei sotterranei. 
No, essi non hanno sancito per gli uomini queste leggi; né avrei attribuito ai tuoi proclami, Creonte, tanta forza che un mortale potesse violare le leggi non scritte, incrollabili, degli dei, che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce. Io non potevo, per paura di un uomo arrogante, attirarmi il castigo degli dei. Sapevo bene – cosa credi? – che la morte mi attende, anche senza i tuoi editti. Ma se devo morire prima del tempo, io lo dichiaro un guadagno: chi, come me, vive immerso in tanti dolori, non ricava forse un guadagno a morire? Affrontare questa fine è quindi per me un dolore da nulla; dolore avrei sofferto invece, se avessi lasciato insepolto il corpo di un figlio di mia madre; ma da questa mia sorte dolore non ho. E se ti sembra che mi comporto come una pazza, forse è pazzo chi di pazzia mi accusa.
Sofocle," Antigone"



«L'Antigone di Sofocle non è “un testo qualunque”. È una delle azioni durature e canoniche nella storia della nostra coscienza filosofica, letteraria e politica. Al centro di questo libro si trova l'abbozzo di un tentativo di rispondere a una domanda: Perché una manciata di miti greci antichi continua a dare la sua forma vitale alla nostra percezione di noi stessi e del mondo? 
Perché le “Antigoni” sono davvero éternelles e direttamente rilevanti al momento presente?»
(Brano tratto da George Steiner, Le Antigoni)
Su questo bellissimo saggio di Steiner , c'é un articolo pubblicato su Repubblica del 1991, che pone il grande interrogativo di senso che attiene l'eredità della Grecia classica che ha creato un imprinting, un modellamento, un modo di essere che dopo circa venti secoli continua a sopravvivere e ad abitare il mondo occidentale, il nostro mondo. Il giornalista si chiede infatti rifacendosi al saggio in questione.."PERCHE' l' autorità ininterrotta di poche decine di miti importanti nell'universo greco, che esercitano su di noi un' attrazione unica e ineguagliata, mentre il canone dei miti provenienti da altre zone del globo (l'Amazzonia, l'Australia) è molto più variato? 
. ...........Anche prima di Joyce le nostre peregrinazioni e i nostri ritorni sono stati quelli di Odisseo. Il dolore esasperato delle donne offese continua a parlare per bocca di Medea. La cultura della droga e dei figli dei fiori faceva riferimento alle Baccanti. Le nostre ribellioni si rifanno a quella di Prometeo. Edipo, Narciso sono assunti per dare dignità, per definire i nostri complessi. Partendo da questa incredibile fertilità, così duratura, dei miti greci, Steiner solleva una serie di domande più generali sulla civiltà occidentale: perché la tirannia della Grecia sulla nostra mente, mentre altre culture non dimostrano una forza di ripetizione paragonabile (quella che Steiner chiama the energy of reiteration, l' energia della reiterazione)? E' così difficile inventare storie nuove? E' come se il nerbo dell' invenzione simbolica, della metafora vincolante, fosse morto con Atene; e a noi non restasse che aggiungere ogni mezzo millennio un nuovo mito (quello di Don Giovanni, per esempio, è forse la sola genuina novità tra i personaggi della mitologia occidentale: estraneo ai canoni della psicologia greca, anche se Giove Olimpico aveva una simile disposizione fisiologica). Nei più di venti secoli dalla fine della Grecia classica ad oggi la cultura europea non ha aggiunto una sola forma grammaticale nuova: La gamma dei passati e di futuri, degli ottativi e dei congiuntivi, che autorizza il ricordo e l' attesa, che permette alla speranza e all'ipotesi irreale di creare uno spazio per lo spirito in mezzo alla ressa degli imperativi del biologico, si organizza in una struttura greca. 
Amore fraterno 
La capacità di articolare l' esperienza in modo grammaticale, la sintassi della deduzione e dell' induzione, della prova e della negazione, che costituisce l'alfabeto del pensiero razionale, è alla base del nostro modo di pensare. E noi abbiamo ereditato, scrive Steiner, lo stupore radicale del sapere". Questa definizione mi ricorda un altro stupore di cui parla Clifford, il marito paralizzato di Lady Chatterley, nella prima versione del romanzo di D. H. Lawrence: Mi pare curioso, ora che essi potessero trarre tanto piacere dal discutere e ragionare e pensare. Assomigliano incredibilmente a bambini che abbiano appena scoperto di saper pensare e non stiano più nei panni dalla gioia. (...) Colombo che scopre l' America è nulla a paragone di questi Greci dell' origine i quali scoprono di avere un' anima logica e ragionante. Nell' economia del romanzo la parola chiave è quell' ora' in corsivo, che riflette la condizione di Clifford il quale ha appena perso l' uso del corpo; ma per Lawrence, e per noi lettori dei testi greci e di Lawrence e di Steiner, è l' idea della conoscenza, della logica, del pensiero, come fonte di giubilo e di eccitamento quasi sensuale, che ci affascina. Per questa vasta esplorazione dei rapporti fra i miti greci e il nostro modo di pensare, Steiner parte da un punto focale, l' Antigone di Sofocle che, tra la fine del Settecento e i primi anni del Novecento, venne considerato da tutta la cultura europea, da Hegel a Holderlin a Kierkegaard, come l' opera d' arte più miracolosa, più vicina alla perfezione tra tutte quelle prodotte dallo spirito umano.
Brano tratto da Repubblica, 19 febbraio 1991, ANTIGONE L' IMMENSA, Guido Almansi


Morta trovammo allor la bella sposa;
Per laccio al bianco collo intorno avvolto
Quel ricco cinto avea, che ’l primo giorno
Le diè ’l suo caro sposo e vostro figlio.
Il miserello Emon con pianti e strida
Se stesso sollevando alto da terra
Abbracciava e baciava intorno intorno
Della gonna e de’ piei la parte estrema:
L’inferno maladisse ch’il suo bene
Furato avea, la morte, l’impio padre,
La Fortuna, gli Dei, se stesso ancora;
Ma Creonte che poco a noi lontano
Dietro seguia, quando conobbe il figlio
Poste subito giù l’ire e gli sdegni,
Chiamandolo e piangendo in ver lui corse:
O misero, che fai? qual van dolore
T’ha la mente ingombrata?a che ti struggi?
Lasso, ov’or hai la conoscenza e ’l senno?
Vienne a me, figlio, e non voglia esser duro
Al vecchio padre ch’umil prega e chiama.
Emone alquanto allor con gli occhi torti
Risguardò ’l padre; e poi senz’altro dirgli
Con furia indi si tolse, e tratto fuore
Un acuto coltel che cinto avea,
Si ferì ben due volte il lato manco,
Tanto ch’ei cadde al fin col volto a terra;
E così stato alquanto, il destro braccio
Fermando in terra, appena alzò la fronte
E i languid’occhi nella giovin morta
Fermò, quasi dicesse: io vengo dietro.
Poscia un greve sospir dal cor sospinse,
Che tinto venne fuor di spuma e sangue,
E morto cadde, e così morto giace
Presso alla morta sposa il giovin figlio,
E l’infelice nozze nell’inferno
Al destinato fin son giunte omai.
Il vecchio signor nostro tardi vede
Quant’è d’ogni altro più dannoso errore
Il non dar fede ai buon consigli altrui.
Sofocle, Antigone 





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