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martedì 12 gennaio 2016

Paul Nizan. Il mediterraneo finisce per riapparire, popolato da tutti i suoi annegati.



L’Europa è anche costruttore di macchine; l’invenzione, l’uso e la conoscenza dei macchinari occupano le ore che non sono connesse, per finalità, a un suolo capace di produrre. Ciascuna di queste operazioni gli dimostra egualmente il suo potere: egli non formula alcuna idea naturale di fatalità. Questi fatti potranno ancora salvare la gente d’Europa. Ma nelle zone desertiche gli uomini mantengono rapporti troppo misteriosi o troppo semplici con una terra che non partecipa alle produzioni utili alla vita: quella terra è uno spazio per vie uniformi, un oggetto per contemplazioni monotone. Tra la penisola del Sinai e l’isola di Socotra bisogna accettare una natura cui gli uomini sono veramente estranei: non possono nulla: i loro voti, i loro desideri non scuotono l’immobilità del deserto. Gli accidenti del clima, le tempeste di sabbia, i temporali assumono una violenza tale da escludere ogni tentativo umano di resistenza o di sfruttamento. Per mancanza di grano, per eccesso di vento, per assenza di fiumi, non si trovano mulini. Su questa impossibilità si basa la credenza della fatalità: un uomo che nello stesso tempo può amare una cascata di acqua e allestirci sopra una turbina, non crederà che tutto è scritto. 
Allora queste città perdute comunicano all’Europa una specie di malattia della pigrizia. Rinnegate, dimenticate, esse si consumano, la vita si traveste da morte. Non parlate agli Europei del Kief, del nirvana; vi diranno di lasciare in pace i morti.
Il mediterraneo finisce per riapparire, popolato da tutti i suoi annegati.
Aden Arabie, Paul Nizan

martedì 20 maggio 2014

David Foster Wallace. Quasi nessuna delle cose importanti ti accade perché l’hai progettata così. Il destino non ti avverte; il destino sbuca sempre da un vicolo e, avvolto nell’impermeabile, ti chiama con un “psss” che di solito non riesci neppure a sentire perché stai correndo da o verso qualcosa di importante che hai cercato di pianificare

Cenni sull'autore: David Foster Wallace (1962-2008), scrittore e saggista statunitense. 
Laureato in filosofia e letteratura inglese con specializzazione in logica modale e matematica. Tre i suoi romanzi: "La scopa del sistema", pubblicato a soli 24 anni, "Infinite Jest" e l'incompleto "Il re pallido" pubblicati in Italia da Einaudi. Numerosi inoltre i suoi racconti reperibili in varie raccolte, cito "La ragazza dai capelli strani" e "Verso l'occidente l'impero dirige il suo corso" pubbicati in Italia da Minimum fax.  Tra i saggi cito "Una cosa divertente che non farò mai più", "Tennis, tv, trigonometria, tornado", "Considera l'aragosta" e "Come diventare se stessi".

http://www.youbookers.it/articolo/2013-03-27/la-scopa-del-sistema-di-david-foster-wallace


Tieni a mente che un linguaggio è sia una mappa del mondo che un mondo in se stesso con le proprie zone d'ombra e i crepacci -luoghi dove le espressioni che sembrano obbedire a tutte le regole del linguaggio- sono nonostante tutto impossibili da gestire.
David Foster Wallace



La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi .
David Foster Wallace


Come è che David Foster Wallace iniziava il suo racconto più struggente,
“Caro vecchio neon”, in Oblio?
Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. 
Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri, più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così. Ma se andiamo a stringere il succo è quello: piacere, essere amati. Ammirati, approvati, applauditi, fai un po' tu.
Ci siamo capiti.
David Foster Wallace, "Oblio", “Caro vecchio neon”


«Nel mondo reale tutti soffriamo da soli; la vera empatia è impossibile.
Ma se un'opera letteraria ci permette, grazie all'immaginazione, di identificarci con il dolore dei personaggi, allora forse ci verrà più facile pensare che altri possano identificarsi con il nostro.
Questo è un pensiero che nutre, che redime: ci fa sentire meno soli dentro».
David Foster Wallace , “Un antidoto contro la solitudine. Interviste e conversazioni”



Quasi nessuna delle cose importanti ti accade perché l’hai progettata così
Il destino non ti avverte; il destino sbuca sempre da un vicolo e, avvolto nell’impermeabile, ti chiama con un “psss” che di solito non riesci neppure a sentire perché stai correndo da o verso qualcosa di importante che hai cercato di pianificare.
David Foster Wallace


Il Postmoderno in una metafora.
Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se n’è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi e rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ d’ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse.
L’opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire:
c’è qualcosa che non va in noi?
Cosa siamo, delle mezze seghe?
Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? 
E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più – e che noi dovremo essere i genitori.
David Foster Wallace, in L. McCaffery, An Interview with David Foster Wallace, “Review of Contemporary Fiction”, vol. XIII, n. 2, Summer 1993
http://www.storiadellafilosofia.net/davidfosterwallace/il-postmoderno-in-una-metafora/




Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? - I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua?
Remo Bodei, David Forster Wallace

***


I pensieri e i timori di David Wallace
nei racconti inediti di Questa è l’acqua di Massimo Vecchi
«Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che nuota nella direzione opposta. Fa un cenno di saluto e dice; “Buongiorno ragazzi, com’è oggi l’acqua?”. I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: 
“Ma che cavolo è l’acqua?». 

Con questa storiella aveva inizio il discorso che David Foster Wallace,
il celebre scrittore americano morto suicida un anno fa, rivolse ai giovani del Kenyon College, Ohio, nel giorno del conferimento delle lauree, il 21 maggio 2005.
Intendeva che siamo tutti come quei due giovani pesci, nasciamo, viviamo, moriamo immersi in una realtà di cui non sappiamo.
Sono così i mille personaggi creati da David Wallace nei suoi libri,
tanto esasperatamente egocentrici da non rendersi conto del mondo che li circonda.

Poco più avanti lo scrittore inseriva nel discorso un’altra «storiella didascalica».
 Eccola:
«Ci sono due tizi seduti a un bar nel cuore selvaggio dell’Alaska.
Uno è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo l’esistenza di Dio con quella foga tutta speciale che viene fuori dopo la quarta birra.

L’ateo dice:
“Guarda che ho le mie buone ragioni per non credere in Dio.
Ne so qualcosa anch’io di Dio e della preghiera.
Appena un mese fa mi sono lasciato sorprendere da una spaventosa tormenta di neve lontano dall’accampamento, non vedevo niente, non sapevo più dov’ero, c’erano quarantacinque gradi sotto zero e così ho fatto un tentativo: mi sono inginocchiato nella neve e ho urlato:
Dio, sempre ammesso che Tu esista, mi sono perso nella tormenta e morirò se non mi aiuti!”.

A quel punto il credente guarda l’ateo confuso:
“Allora non hai più scuse per non credere – dice – sei qui vivo e vegeto”.
L’ateo sbuffa come se il credente fosse uno scemo integrale:
“Non è successo un bel niente, a parte il fatto che due eschimesi di passaggio mi hanno indicato la strada per l’accampamento”».

DFW commentava:
«La stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone diverse che abbiano due diverse impostazioni ideologiche e due diversi modi di attribuire un significato all’esperienza».

Le conclusioni della “lectio magistralis” ai laureandi era la seguente:
«Qui la morale, la religione. il dogma o le grandi domande stravaganti sulla vita dopo la morte non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte.
Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vostra cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi:
Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto di più di quel che sembra”».

LA PAROLA NON BASTA
Queste citazioni servono per tentare di illustrare il modo d’essere e il modo di scrivere di David Wallace. Tentativo arduo, considerata la complessità del suo sentire, la sua eterna insoddisfazione [...] 

La sorella Amy descrive gli ultimi giorni del fratello e dà la propria opinione sul suo gesto finale:
 «Il fatto di essere amato così tenacemente dai suoi amici, dalla sua famiglia, da sua moglie, non riusciva a penetrare la paura e la solitudine. Semplicemente, David ha esaurito la forza di sperare che domani forse sarebbe andata un po’ meglio». E ancora: «Sebbene fosse spaventatissimo, non dormisse e perdesse tantissimo peso, credo che a consumarlo, alla fine, sia stata la paura di non essere mai più abbastanza in salute per scrivere». [...]


Riguardando le opere di David Wallace dopo che si è tolto la vita si possono individuare non pochi riferimenti alla morte, al momento del trapasso e anche al suicidio.

Nella raccolta di racconti Oblio, ce n’è uno dal titolo Caro vecchio neon, scritto in prima persona, il cui protagonista è un giovane che si definisce un impostore perché fin da piccolo fa soltanto quello che può fargli fare bella figura.

È un’altra citazione che si giustifica perché vi si trovano alcuni dei temi fondamentali della narrativa e dell’esistenza di DFW: l’accusa alla parola di inadeguatezza, le ipotesi su quello che avviene nell’istante in cui si passa dalla vita alla morte, il suicidio. Dopo molti anni da impostore attraverso numerose vicende di vario genere e quasi altrettanti anni trascorsi in analisi per cercare di cambiare, il protagonista decide che l’unica via d’uscita che gli resta è togliersi di mezzo. [...]

È L’ORA DI FARLA FINITA
A un certo punto del racconto, la svolta:
«Dopo colazione chiamai l’ufficio per darmi malato e rimasi a casa da solo tutto il giorno.
Sapevo che se avessi incontrato qualcuno sarei caduto automaticamente nell’impostura.
Avevo deciso di prendere un flacone intero di Benadryl e poi quando mi fossi sentito davvero rilassato e sonnolento sarei andato a tutto gas con la macchina su una strada di campagna all’estrema periferia occidentale puntando dritto contro la spalla di cemento di un ponte.
Il Benadryl mi rende estremamente confuso e sonnolento, lo ha sempre fatto.
Ho passato quasi tutta la mattinata a scrivere lettere all’avvocato e al ragioniere collegiato, e brevi notarelle al capo creativo e socio amministrativo che a suo tempo mi aveva fatto entrare nella Samieti e Cheyne. Il nostro gruppo creativo era nel mezzo dei preparativi per una campagna alquanto rognosa e volevo comunque scusarmi per il fatto di piantarli in asso».
E più avanti: «Prima di prendere il primo Benadryl passai quasi due ore a scrivere a mano un biglietto per mia sorella Fern. Nel biglietto mi scusavo per l’eventuale dolore che il mio suicidio e la mia disonestà e/o incapacità di amare che lo avevano affrettato avrebbero potuto causare a lei e al mio patrigno». Qui ricorda episodi del passato, incomprensioni, cattiverie concludendo che così facendo «si scopre che un biglietto di suicidio ti dà modo di discutere cose che in altri frangenti sembrerebbero troppo stonate».

Poi un elenco delle cose che tutti quelli sul punto di affrontare la morte finiscono per pensare:
«“Questa è l’ultima volta che mi allaccio le scarpe”,
“Questa è l’ultima volta che guardo il ficus sopra lo stereo”,
“Come sembra deliziosa questa boccata d’aria”,
“Questo è l’ultimo bicchiere di latte che berrò”»
e ancora «“Non sentirò mai più il rumore lamentoso del frigorifero in cucina”,
“Domattina non vedrò sorgere il sole né osserverò la stanza che esce dal vago e si viene precisando”».

Qualche pagina dopo il narratore dialoga con il protagonista:
«Bene, e siamo arrivati a quanto ti avevo promesso facendoti un riassunto noiosissimo di quello che c’è voluto per arrivarci senza perdere la fiducia.
Cioè com’è morire, che cosa succede. Giusto?
È quello che vogliono sapere tutti.
Anche tu, dammi retta...

Dal quadro d’insieme, come si suol dire, risulta che tutto questo apparentemente interminabile andirivieni fra noi due ha fatto avanti e indietro nello stesso istante in cui Fern mescola una pentola che bolle sul fuoco per il pranzo... e David Wallace sbatte le palpebre mentre sfoglia oziosamente le foto dei corsi sull’annuario scolastico della scuola superiore Aurora West» e trova nel 1981 la piccola foto di quel tizio «che era un anno avanti a lui, sempre circondato da un’aureola, che sembrava quasi al neon, di superiorità scolastica e atletica e di popolarità e successo con le donne, e (ricordi) legati anche a ogni osservazione tagliente o anche minimo gesto o espressione disgustata da parte di quel tipo ogni volta che David Wallace si faceva eliminare al terzo strike nelle partite di baseball dell’American Legion o aveva un’uscita infelice a una festa». Nelle ultime righe «essendo ormai passato parecchio tempo dal 1981, naturalmente, e David Wallace è uscito da anni di conflitti letteralmente indescrivibili con se stesso con una potenza di fuoco alquanto superiore rispetto ai tempi della scuola ad Aurora West» lo scrittore narratore si chiede come «la parte più reale, più tollerante e sentimentale di lui» possa riuscire «a imporre all’altra parte di tacere come se la guardasse negli occhi dicendo, quasi a voce alta: “Non una parola di più”».

http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/ottobre/LIBROSFERA/mix.pdf

venerdì 24 febbraio 2012

Hannah Arendt. Il rimedio all’imprevedibilità della sorte, alla caotica incertezza del futuro è la facoltà di fare e mantenere promesse

La società di massa non vuole cultura, ma intrattenimento.
Hannah Arendt


L'alto concetto del progresso umano è stato privato del suo senso storico e degradato a mero fatto naturale, sicché il figlio è sempre migliore e più saggio del padre e il nipote più libero di pregiudizi del nonno. Alla luce di simili sviluppi, dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l'ignoranza una garanzia di successo.
Hannah Arendt, La morale della storia


“Tra due persone accade che talvolta, molto raramente, nasca un mondo.
Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla.”
Martin Heidegger a Hannah Arendt


«Nessuna filosofia, nessuna analisi, nessun aforisma, per quanto profondo, può avere un'intensità e una pienezza di senso paragonabile a quella di una storia ben raccontata. [...] Noi umanizziamo ciò che avviene nel mondo e in noi stessi parlandone, e in questo parlare impariamo a diventare umani.»
Hannah Arendt


Oggi è raro incontrare persone che credano di possedere la verità;
ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione
Hannah Arendt


"L'educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l'arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell'educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d'intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d'imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti."
Hannah Arendt


La triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive.
Hannah Arendt

«Il soggetto ideale della regola totalitaria non è il nazista convinto o il fervente comunista, ma colui che non riconosce più la distinzione tra fatto e finzione, vero e falso»
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo.


Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.
Hannah Arendt, La banalità del male

"Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui c'è n'erano tanti e che questi tanti non erano nè perversi nè sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali".
Il 4 dicembre 1975 moriva a New York Hannah Arendt, grande filosofa nata e cresciuta in Germania ma costretta a fuggire in Francia e poi negli Usa perché ebrea. Divenne celebre per "La banalità del male", cronaca del processo al gerarca nazista Eichmann realizzata per il New Yorker.


LA BANALITA' DEL MALE
Sono queste le radici del male.
Si tratta di un male molto quotidiano.
Abituale quanto i nostri luoghi comuni.
Le frasi fatte sono infatti modi di sottrarsi alla realtà.
Cioè al dire no agli avvenimenti.
Il male è l'assenza, il rifiuto del pensiero.
Pensare è infatti dialogare con se stessi,
cioè porsi di fronte alla scelta fra il giusto e l'ingiusto, il bello e il brutto.
Chi pensa, si dissocia, si allontana : anche senza far nulla, dissente e apre lo spazio al giudizio.
Il pensiero è l'unico antidoto contro la massificazione e il conformismo
che sono le forme moderne della barbarie.
Hanna Arendt


"Le ideologie sono opinioni innocue, acritiche e arbitrarie solo finché nessuno vi crede sul serio.
Una volta presa alla lettera la loro pretesa di validità totale, esse diventano il nucleo di sistemi logici in cui, come nei sistemi dei paranoici, ogni cosa deriva comprensibilmente e necessariamente, perché una prima premessa viene accettata in modo assiomatico. La follia di tali sistemi non consiste tanto nella prima premessa, quanto nella logicità con cui sono costruiti. La curiosa logicità di tutti gli ismi, la loro fede ingenua nell'efficacia redentrice della devozione caparbia senza alcun riguardo per i vari fattori specifici, racchiude in sé i primi germi del sistema totalitario per la realtà e la fattualità."
Hannah Arendt, La banalità del male


Non si nasce eguali; si diventa eguali come membri di un gruppo in virtù della decisione di garantirsi reciprocamente eguali diritti.
Hannah Arendt


La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza;
è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto.
Hannah Arendt

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto,
ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.
Hannah Arendt

La mancanza di pensiero − l'incurante superficialità o la confusione senza speranza o la ripetizione compiacente di «verità» diventate vuote e trite − mi sembra tra le principali caratteristiche del nostro tempo.
Hannah Arendt


"È... mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s'interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale". Anna Arendt, brano di una lettera scritta nel 1951 a Gershom Scholem, che anticipa e sintetizza quanto dirà poi nel suo celebre testo"la Banalità del male"


La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza;
è l'attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto.
Hannah Arendt


Il fatto che l'uomo sia capace d'azione significa che da lui ci si può attendere l'inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità.
Hannah Arendt. La banalità del male


Il rimedio all’imprevedibilità della sorte, alla caotica incertezza del futuro è la facoltà di fare e mantenere promesse
Hannah Arendt




difficile arrivare a tale consapevolezza. Hannah Arendt sosteneva, ad un certo punto che l'agire ha più valore del vivere


Per la conferma della mia identità io dipendo interamente dagli altri; ed è la grande grazia della compagnia che rifà del solitario un «tutto intero», salvandolo dal dialogo della riflessione in cui si rimane sempre equivoci, e ridandogli l'identità che gli consente di parlare con l'unica voce di una persona non scambiabile. 
Hannah Arendt


Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l'una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche
Hannah Arendt


L'educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l'arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell'educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d'intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d'imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.
Hannah Arendt. Filosofa, storica e scrittrice tedesca. Linden, 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975


"Così il linguaggio dei romani, forse il popolo più dedito all’attività politica che sia mai apparso, impiegava le parole <vivere> ed <essere tra gli uomini> (‘inter homines esse’), e rispettivamente <morire> e <cessare di essere tra gli uomini> (‘inter homines esse desinere’) come sinonimi.”
Hannah Arendt


La società moderna, nella sua disperata incapacità di formulare giudizi, è destinata a prendere ogni individuo per ciò che egli stesso si considera e si professa e a giudicarlo su questa base.
Una straordinaria fiducia in se stessi e l'esibizione di questa fiducia susciterà perciò fiducia negli altri; la pretesa di essere un genio desterà negli altri la convinzione di trovarsi di fronte a un genio.
Hannah Arendt, A tavola con Hitler, in Antologia, a cura di Paolo Costa, Feltrinelli 2006, pagina 92.




Il male può divenire banale nel momento in cui chi lo compie non ne ha coscienza, quando viene ad essere interiorizzato nella quotidianetà e diviene così normale da non riuscirne a cogliere l'essenza da parte del soggetto; non parliamo di un pazzo ma di una persona normale che non presenta caratteristiche psicologiche e non, propense a commettere determinati atti brutali, non è un mostro: è da qui che scaturisce la banalità. E' un processo su cui influiscono molti fattori, ed è proprio nel periodo della dittatura nazista e non solo che si possono cogliere queste particolari sottigliezze del concetto di male. E' un ragionamento affascinante e particolare quello che la Arendt ci offre nel suo libro Hannah Arendt, ''La banalità del male''.

Fatto caratteristico, i movimenti totalitari europei – quelli fascisti come quelli comunisti – reclutarono i loro sostenitori proprio tra questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che, in maggioranza, essi furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda".
Hannah Arendt
, Le origini del totalitarismo, ed. Comunità, Milano 1967



Scrive Coleridge: “Hai mai innalzato la tua mente fino a considerare l’esistenza, in sé e per se, come pure atto d’esistere? Hai mai detto pensosamente a te stesso “E’!”, incurante in quel momento se innanzi a te ci fosse un uomo, un fiore o un granello di sabbia, senza riferirti, insomma, a questo e a quel modo o forma particolari di esistenza? Se sei realmente giunto a questo, avrai avvertito la presenza di un mistero, che deve aver fermato il tuo spirito in timore reverente e stupore. Le parole stesse “Non c’è nulla!” o “Ci fu un tempo in cui non c’era nulla!” sono una contraddizione in termini. C’è qualcosa in noi che respinge tali parole con l’intensità e l’istantaneità di una luce, come se esse parlassero contro l’evidenza di un fatto che è in ragione della sua stessa eternità. Non essere, allora, è impossibile: essere, incomprensibile. Se hai fatto tua questa intuizione dell’esistenza assoluta, avrai insieme appreso che questo e non altro era ciò che nelle epoche più antiche afferrò gli animi più nobili, gli eletti tra gli uomini, con una sorta di sacro terrore. Questo appunto fece loro sentire per la prima volta dentro di sé il presagio di qualcosa di ineffabilmente più grande della loro natura individuale.” Lo stupore platonico, lo shock iniziale che spinge il filosofo a intraprendere il suo cammino, è rivissuto nel nostro tempo allorché Heidegger, nel 1929, concluse una conferenza dal titolo «Che cos’è la Metafisica?» con le parole, già ricordate, «Perché c’é in generale qualcosa e non piuttosto niente?»; definendo quest’interrogazione «la questione fondamentale della metafisica».
Hannah Arendt, “La vita della mente”




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