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sabato 8 settembre 2012

Sharon Tate. Ero solita prendere tutto alla lettera, poiché quando io dico qualcosa, così la intendo... Così ero solita ritenere che il significato delle parole della gente fosse solo uno. Ma naturalmente questo non è vero. La vita non è così dolce e semplice




Ero solita prendere tutto alla lettera, poiché quando io dico qualcosa, così la intendo... 
Così ero solita ritenere che il significato delle parole della gente fosse solo uno. 
Ma naturalmente questo non è vero. La vita non è così dolce e semplice.
Sharon Tate

Painting Max Loy

sabato 10 marzo 2012

Novalis. Chi vede un gigante esamini prima la posizione del sole e faccia attenzione che non sia l'ombra di un pigmeo

“Quando si vede un gigante si ponga mente anzitutto alla posizione del sole e si badi se non sia l'ombra di un pigmeo.”
Novalis

"Ci sono tre principali gruppi di uomini: selvaggi, barbari inciviliti, europei.
Novalis



«Tutto sembra restringerci perché non ci espandiamo.»
Novalis – Enrico d’Ofterdingen




 



martedì 7 febbraio 2012

Jack Kornfield. La mente produce un'illusione dominante, che è quella di esistere per mezzo di questo corpo che consideriamo nostro

ॐ Open Your Mind ॐ
La mente produce un'illusione dominante, che è quella di esistere per mezzo di questo corpo che consideriamo nostro
Jack Kornfield
Cinzia Cortese: ma in realtà ci è stato semplicemente dato in prestito...tutto è in relazione alla mente, all'anima al cuore.. il corpo è un contenitore che manifesta la condizione di ciò che abbiamo al nostro interno...

sabato 28 gennaio 2012

Émile Auguste Chartier. Svegliarsi è proprio decidere di far questo: svegliarsi significa rifiutarsi di credere senza capire, senza esaminare, ma cercare qualcosa d’altro oltre a ciò che si mostra; svegliarsi vuol dire mettere in dubbio quello che ci si presenta, stendere le mani per provare a toccare ciò che si vede, aprire gli occhi per cercare di vedere ciò che si tocca; significa confrontare le testimonianze e accettare solo le immagini che resistono al confronto; significa confrontare il reale con il possibile per cercare di raggiungere il vero; significa dire alla prima apparenza, tu non esisti. Svegliarsi significa mettersi alla ricerca del mondo

L'AVVENTURA DELLA CONOSCENZA:la stanza di Virginia Woolf e altri luoghi
Svegliarsi è proprio decidere di far questo: svegliarsi significa rifiutarsi di credere senza capire, senza esaminare, ma cercare qualcosa d’altro oltre a ciò che si mostra; svegliarsi vuol dire mettere in dubbio quello che ci si presenta, stendere le mani per provare a toccare ciò che si vede, aprire gli occhi per cercare di vedere ciò che si tocca; significa confrontare le testimonianze e accettare solo le immagini che resistono al confronto; significa confrontare il reale con il possibile per cercare di raggiungere il vero; significa dire alla prima apparenza, tu non esisti. Svegliarsi significa mettersi alla ricerca del mondo.
Émile Auguste Chartier
Vittoria Scolari: Mi sono messa alla ricerca del mondo fin da giovanissima . . . . ho trovato solo due o tre cose belle e purtroppo una vastissima miseria umana . . . . . . e ho capito che è l'egoismo che rovina tutto ! Allora è necessario cercare in primis dentro di sè . 

sabato 21 gennaio 2012

Guy de Maupassant La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l'anima messa a nudo.

«Non ho mai avuto un dolore che un'ora di lettura non abbia dissipato.»
Nasceva oggi, 5 agosto, nel 1850 il grande scrittore francese Guy de Maupassant


«La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso,
perché la si vede uscire dalle labbra,
e le labbra piacciono e gli occhi seducono.
Ma le parole nere sulla carta bianca sono l’anima messa a nudo».
Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”



...tornava a casa, la sera, quasi sempre era più grosso di quando ne era uscito. Il fatto è che ciascuna della sue tasche, e ne aveva diciotto, era piena zeppa di vecchi libri di filosofia comprati nella stradina dei Vecchi Piccioni; lo spiritoso rettore diceva che se in quel momento un chimico avesse analizzato il dottore, avrebbe trovato che la carta vecchia entrava per due terzi nella sua composizione...
Guy de Maupassant, Il dottor Héraclius Gloss.

GUY DE MAUPASSANT
IL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS

**************************


I
RITRATTO MORALE DEL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS.
Il dottor Héraclius Gloss era un uomo sapientissimo. Benché neppure il più piccolo opuscolo recante la sua firma si fosse mai visto nelle librerie, tutti gli abitanti della dotta città di Balançon consideravano il dottor Héraclius un uomo sapientissimo.
Come e in che cosa era dottore? Nessuno avrebbe potuto dirlo. Si sapeva soltanto che suo padre e suo nonno erano stati chiamati dottori dai loro concittadini. Egli ne aveva ereditato il titolo, insieme col nome e coi beni: nella famiglia si era dottori di padre in figlio, così come, di padre in figlio, tutti si chiamavano Héraclius Gloss.
Del resto, anche se non aveva un diploma firmato e controfirmato da tutti i membri d'una qualche illustre facoltà, il dottor Héraclius era una degnissima e sapientissima persona. Sarebbe bastato vedere i quaranta palchetti carichi di libri che coprivano le quattro pareti del suo ampio studio per essere ben convinti che mai dottore più erudito aveva onorato la città di Balançon. Inoltre, ogni volta che si parlava di lui davanti al signor decano o al signor rettore, costoro sorridevano misteriosamente. Pare anche che un giorno il rettore avesse fatto davanti a monsignor arcivescovo un elogio di lui in latino; il testimone che raccontava questo fatto citava come prova decisiva le parole che aveva udito:

Parturiunt montes, nascitur ridiculus mus.

Infine, tanto il decano che il rettore cenavano a casa sua tutte le domeniche: sicché nessuno avrebbe osato mettere in dubbio che il dottor Héraclius Gloss non fosse un uomo sapientissimo.


II
RITRATTO FISICO DEL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS 

Se è vero, come pretendono certi filosofi, che esista una perfetta armonia fra il morale e il fisico d'un uomo, e che si possano leggere sui lineamenti del volto ...


https://youtu.be/UYDSDx1fvsc




Le parole d'amore, che sono sempre le stesse, prendono il sapore delle labbra da cui escono
Guy de Maupassant

La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l’anima messa a nudo.
Guy de Maupassant. Il nostro cuore

«No, NESSUNO COMPRENDE GLI ALTRI, checché si pensi, checché si dica, checché si tenti. La terra sa forse che cosa avviene nelle stelle gettate lassù? Ebbene, non maggiormente l'uomo sa quello che avviene in un altro uomo. NOI SIAMO LONTANI UNO DALL'ALTRO PIÙ DI QUEGLI ASTRI, SIAMO SOPRATTUTTO ISOLATI, PERCHÉ IL PENSIERO È INSONDABILE. Conosci qualcosa di più spaventoso di questo sfiorare essere che non possiamo penetrare? Ci amiamo l'un l'altro come se, incatenati vicinissimi, tendessimo le braccia senza riuscire a congiungerci. Ci travaglia un torturante bisogno d'unione, ma tutti i nostri sforzi rimangono sterili, i nostri abbandoni inutili, le nostre confidenze infruttuose, i nostri amplessi impotenti, le nostre carezze vane. QUANDO VOGLIAMO COMPENETRARCI, GLI SLANCI DELL'UNO VERSO L'ALTRO NON FANNO CHE URTARCI L'UNO CONTRO L'ALTRO. E IO HO UN BEL VOLERE DONARMI INTERAMENTE, APRIRE TUTTE LE PORTE DELLA MIA ANIMA: MA NON RIESCO AD ABBANDONARMI. Conservo in fondo, proprio nell'intimo, quel luogo segreto di ME dove nessuno penetra. Nessuno può scoprirlo, entrarvi, perché nessuno m'assomiglia, perché nessuno comprende nessun altro».
Guy De Maupassant, nato il 5 agosto 1850, “Solitudine”




Forse all'epoca si dava più valore alle lettere, alle dichiarazioni scritte. Oggi si scrive troppo e si parla poco di persona, molti si lasciano o si dicono per la prima volta ti amo tramite chat, di persona ci si imbarazza a dire di tutto...È certamente poco attuale questa frase.















lunedì 9 gennaio 2012

Dante Alighieri. Lasciate ogni speranza o voi che entrate.. Per me si va nella città dolente, per me si va nell'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente

Si racconta che Dante avesse una memoria eccezionale.
Un giorno fu fermato per strada da uno sconosciuto, il quale gli chiese:
Qual è l'alimento più buono del mondo?
L'ovo, rispose Dante.
L'anno successivo lo stesso uomo incontrò nuovamente Dante nella stessa strada e gli chiese:
Con che cosa?
Col sale, rispose subito Dante.


Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura!
Tant’ è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch'i’ vi trovai, dirò de l'altre cose ch'i’ v'ho scorte.
Io non so ben ridir com’ i’ v'intrai, tant’ era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.
Ma poi ch'i’ fui al piè d'un colle giunto, là dove terminava quella valle che m'avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de’ raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m'era durata la notte ch'i’ passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l'acqua perigliosa e guata,
così l'animo mio, ch'ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva.
Dante Alighieri




Le scritture si possono intendere e debbonsi esponere massimamente per quattro sensi: 
l'uno si chiama litterale [...], l'altro si chiama allegorico [...] sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera manusete le fiere. [...] Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente appostando. [...] In che [...] si può [...] intendere che a le secretissime cose noi dovremo avere poca compagnia. Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso e questo è quando spiritualmente si pone la scrittura [...] significa de le superne cose.
Convivio II,1


Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.
Dante - Vita Nova, sonetto



In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
PARADISO - Canto XXXI


« Lo 'mperador del doloroso regno
da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia. »
Dante, Inferno, canto 34
(Dante vede Lucifero come un imperatore decaduto, con una sua regalità, che sta conficcato nel ghiaccio fino al petto.)

Lasciate ogni speranza o voi che entrate..
Per me si va nella città dolente, per me si va
nell'etterno dolore, per me si va tra la perduta
gente
Dante Alighieri

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
Dante Alighieri. Purgatorio VI, 76-78

Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.
Dante Alighieri. XXVI, 118-120

Che dentro a li occhi suoi ardeva un riso Tal, ch'io pensai di toccar cò miei lo fondo De la mia gloria e del mio paradiso.
Dante Alighieri

La stirpe non fa le singulari persone nobili,
ma le singulari persone fanno nobile la stirpe.
Dante Alighieri


Dante nel Convivio dice chiaramente che:
- La Donna Gentile significa la Filosofia (II 15 12).
- Gli occhi della donna significano le dimostrazioni della Sapienza (III 15 12).
- Il riso della donna significa le persuasioni della Sapienza (id.).
- I drudi della donna significano i Filosofi (II 15 4).
- L'amore per la donna significa lo studio (III 12 2).


Non è mai troppo tardi per andare oltre...
Dante Alighieri

Non men che saver, dubbiar m'aggrata.
Dante Alighieri. Inferno XI

Dante Alighieri
Una lingua maldicente è indizio di mente malvagia


Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!
Inferno, Canto XXXIII


Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville che hanno i cuori accesi.
Dante, Inferno, Canto VI


"Come d'autunno si levan le foglie /
 l'una appresso de l'altra finché 'l ramo /
vede a la terra tutte le sue spoglie , /
similmente il mal seme d' Adammo /
gittansi di quel lito ad una ad una ..."
Dante: Inf. III, 113


"O tu che sè per questo ’nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto".
E io a lui: "L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente".
Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa". E più non fé parola.
Inferno VI, 40-57
[Michele Sangiorgi, "Ciacco e i golosi", 1815]



Amor che nella mente mi ragiona cominciò egli a dir si dolcemente che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Dante Alighieri

«L’AMOR CHE MOVE IL SOLE E L’ALTRE STELLE»
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.
Paradiso XXXIII, vv. 133-145
[Moebius reinterpreta Gustave Doré, Paradiso XXXIII]


La bocca mi baciò tutto tremante
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse
quel giorno più non vi leggemmo avante.
Dante Alighieri, Paolo e Francesca, V canto Inferno!

L'amor che move il sole e l'altre stelle
Dante Alighieri

Amor ch'ha nullo amato amar perdona
Dante Alighieri


Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense!
Dante Alighieri. Inferno V, 100-108


Dante A.,Divina Commedia, Inferno V Canto:
...Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand' io intesi quell' anime offense,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com' io morisse.
E caddi come corpo morto cade.


Max Ventura:
perché poi una storia d'amore così bella debba stare nel girone dei lussuriosi Dante me lo deve ancora spiegare...


Rita Romano:
Perchè Francesca era sposata con il fratello di Paolo, ed è un doppio tradimento, seppure nato dall'amore puro e dalla passione, è un "peccato" di incontinenza: la passione, infatti, impedisce all'uomo di ragionare e di frenare gli impulsi, e Dante, nella sua grandezza, ha posto i due amanti in un posto doloroso ma insieme. Come a dire...niente può impedire a due persone di amarsi. Nemmeno la morte o il dolore.
da: Antonio Centi Pizzutilli




Canto V inferno. Francesca da rimini narra del suo amore con paolo e della loro morte per mano del fratello di lui gianciotto malatesta che era suo marito. Quindi direi che gli infamoni erano loro due. Nonostante cio' Dante mette loro tra i lussuriosi e lui tra i traditori della caina.


Anna Sansone
mi prese del costui piacer sì forte che come vedi ancor non m'abbandona









Nadia Giuzio
Si riferiva a Paolo e Francesca, se non ricordo male, ed era coma una giustificazione.. significa che non puoi non amare chi non ti ama, ma io non la condivido




Nicoletta Erica Stagi: ‎
 Il 26° dell'Inferno è forse il canto più autobiografico di tutto il Poema; vi si legge tutto il timore del Poeta per l'impresa di cui si è fatto carico, scrivendo la "Comedìa".
Lo straordinario "folle volo" di Ulisse, l'"alto passo" di Dante che si avventura nell'inferno...
il Poeta giungerà alla visione di Dio perchè sostenuto dalle scienze e dalla grazia divine, mentre l'umanissima "arroganza" di Ulisse, che si affida solo al desiderio di conoscenza ed ignora i limiti imposti da Dio lo porterà alla morte...
"Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo..."


Dante Alighieri, nel Paradiso, terza cantica della Divina Commedia, descrive la visione del proprio viaggio nell'oltretomba; qui il Paradiso è diviso in cieli, che sono nove e ricalcano il sistema cosmologico aristotelico-tomistico: i primi sette infatti corrispondono ciascuno a un pianeta del Sistema solare. L'ottavo è il Cielo delle Stelle fisse: non si tratta più di un cielo dove si ripartiscono i vari beati, ma qui si trovano le anime trionfanti. l nono e ultimo cielo è il Cielo cristallino, chiamato anche Primo mobile in quanto è appunto il primo a muoversi, ricevendo tale movimento da Dio e trasmettendolo ai cieli concentrici sottostanti. Sopra al Primo mobile c'è solo l'Empireo, che è immobile in quanto perfetto (nella teologia medievale il movimento non era conciliabile con la perfezione, in quanto implica un cambiamento): la potenza divina che ha sede nell'Empireo, centro dell'universo, imprime ai cieli sottostanti un movimento rotatorio, rapidissimo nel Primo mobile e poi via via sempre più lento fino alla Terra. Qui risiedono le gerarchie angeliche, che appaiono distribuite in nove cerchi di fuoco giranti attorno a un punto piccolissimo ma luminosissimo, cioè Dio.
Gli Ignavi sono i primi peccatori che si incontrano nella Divina Commedia.
Questi sono descritti in maniera particolarmente spregevole, poiché in vita non agirono mai, né nel bene né nel male. Non osarono mai avere un’idea propria, e si adeguarono sempre alla legge del più forte. Per questi motivi Dante li disprezza enormemente. Essi sono talmente inutili che nemmeno l’Inferno li ha voluti. Gli ignavi sono condannati per l’eternità a seguire un’insegna che vortica velocissima per tutto l’Antinferno. Nel frattempo, sono punti da vespe e da mosconi, e il loro sangue, misto alle lacrime viene raccolto da fastidiosi vermi. Il contrappasso è chiaro: così come in vita non seguirono nessuna bandiera, essi sono adesso costretti a seguire un’inutile insegna. Inoltre, così come in vita non furono mai stimolati a prendere posizione, sono adesso continuamente stimolati da fastidiosi insetti. Dante definisce gli ignavi come coloro “che mai non fur vivi”.
Il grande disprezzo che Dante nutre nei confronti di questi peccatori si giustifica con l’impegno politico che egli profuse in vita, e che lo portò ad essere esiliato dalla sua amata e odiata Firenze. D’altra parte, Dante ricevette una forte influenza dal pensiero filosofico di Aristotele, il quale definiva l’essere umano come un “animale sociale”.
Dunque, coloro che in vita scelsero di non prendere partito soffrono adesso la pena peggiore di tutte, e sono disprezzati persino dall’Inferno.
Tra gli ignavi Dante vede tantissime anime, e tra queste gli sembra di scorgere l’anima di colui che “fece per viltade il gran rifiuto”. I commentatori hanno molto dibattuto sull’identità di questo personaggio misterioso. Probabilmente si tratta di Papa Celestino V, il quale rinunciò al Soglio Pontificio, che aveva raggiunto nel 1294, lasciando poi spazio all’ascesa al potere di Bonifacio VIII, il pontefice nei confronti del quale Dante provò odio profondo e disprezzo infinito. Questo papa infatti, oltre ad aver causato la cacciata dei Guelfi Bianchi (di cui Dante faceva parte) da Firenze, incarnava esattamente quell’ideale negativo dell'alto prelato che si intromette con forza nelle vicende politiche del suo tempo, esercitando, nei fatti, un potere temporale, piuttosto che un potere spirituale.
L’umanità, tuttavia, deve forse ringraziare Bonifacio VIII, poiché, se Dante avesse avuto un percorso di vita diverso, probabilmente oggi non avremmo la Divina Commedia così come la conosciamo.




"Ed elli avea del cul fatto trombetta"
Dante Alighieri

"i tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia"
Inferno, canto XXVIII




DANTE E L'AUTORITA'.
DANTE EBBE UN RAPPORTO PESSIMO CON LE AUTORITÀ DEI SUOI TEMPI, OSSIA I PAPI, GLI IMPERATORI E I SIGNORI, QUELLI CHE OGGI CHIAMIAMO COMUNEMENTE I POTERI FORTI. Non dobbiamo sorprenderci quindi se NESSUN UOMO PIÙ DI DANTE EBBE CONSAPEVOLEZZA DELLA PROPRIA GRANDEZZA, NESSUNO PIÙ DI LUI SPERÒ NEL RICONOSCIMENTO DEI PROPRI ALTI MERITI ARTISTICI: E NESSUNO NE OTTENNE MENO.

Per sincerarsene basti questa breve carrellata.
[Conv. I, VI, 2; 1303–’04 ca.] «[OGGIGIORNO VI] SONO SIGNORI DI COSÌ ASININA NATURA CHE COMANDANO IL CONTRARIO DI QUELLO CHE VOGLIONO, e ALTRI CHE SENZA DIRE VOGLIONO ESSERE INTESI, e altri che non vogliono che ’l servo si muova a fare quello che è necessario se non lo comandano. […] COSTORO SONO COME BESTIE, COI QUALI RAGIONARE SERVE A POCO».

[Inf. XIX, 90–114; 1314 ca.]
«[A Niccolò III Orsini]
Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
Nostro Signore in prima da SAN PIETRO
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
NÉ PIETRO NÉ LI ALTRI TOLSERO A MATTIA
ORO OD ARGENTO […]. 
Però ti sta, ché tu se’ ben punito […].
E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
 la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,
io userei parole ancor più gravi;
CHÉ LA VOSTRA AVARIZIA IL MONDO ATTRISTA,
CALCANDO I BUONI E SOLLEVANDO I PRAVI.
DI VOI PASTOR S’ACCORSE IL VANGELISTA,
QUANDO COLEI CHE SIEDE SOPRA L’ACQUE
PUTTANEGGIAR COI REGI A LUI FU VISTA […].
FATTO V’AVETE DIO D’ORO E D’ARGENTO;
E CHE ALTRO È DA VOI A L’IDOLATRE […]?»;

[Purg. VI, 97–102; 1315 ca.]
«O ALBERTO TEDESCO [IMPERATORE] ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,
giusto giudizio da le stelle cada
sopra il tuo sangue […]
tal che ’l tuo successor timore ne abbia!».

[Epistola VII, 4; 17 aprile 1311]
 «Si vergogni [scil. l’Imperatore Arrigo VII]».



IL RUOLO DELL'INTELLETTUALE
Questo sembra il compito precipuo degli uomini predisposti dalla natura superiore ad amare la verità: come hanno tratto vantaggio dalla fatica degli antichi, così debbono dedicare le loro energie ai posteri, affinché questi ultimi abbiano a loro volta di che arricchirsi. Pertanto non dubiti di essere molto lontano dal proprio dovere chi, istruito nelle dottrine di pubblico interesse, non si cura di dare il suo apporto alla comunità; egli non è infatti “l'albero che, piantato lungo il corso dell'acqua fruttifica nella stagione opportuna”, ma, piuttosto, una perniciosa voragine che inghiotte sempre e non restituisce mai quello che inghiotte.
[Omnium hominum quos ad amorem veritatis natura superior impressit hoc maxime interesse videtur: ut, quemadmodum de labore antiquorum ditati sunt, ita et ipsi posteris prolaborent, quatenus ab eis posteritas habeat quo ditetur. Longe nanque ab offitio se esse non dubitet qui, publicis documentis imbutus, ad rem publicam aliquid afferre non curat; non enim est lignum, quod secus decursus aquarum fructificat in tempore suo, sed potius perniciosa vorago semper ingurgitans et nunquam ingurgitata refundens.]
Dante Alighieri, “Monarchia”, I, 1-2, tr. it. Rizzoli, p. 163



Espressioni inventate da Dante che usi senza saperlo
La Divina Commedia ha lasciato una grande impronta nella lingua italiana. Anche nei proverbi
Come dicono gli inglesi (quando sono in buona), “gli italiani quando parlano dicono poesie”. Esagerano, ma non troppo: il linguaggio comune che si usa tutti i giorni è pieno di modi di dire, frasi fatte che sono, in realtà, citazioni e versicoli rubati alla Divina Commedia. Poesia pura. Mentre si parla, non sempre ci si accorge di usare parole ed espressioni inventate o diffuse da Dante. Un po’ per abitudine, un po’ per ignoranza. E un po’ perché sono insospettabili. Eccone alcune:

Stai fresco
Più o meno viene usata per dire: “Allora finisce male”. E con questo significato non poteva che provenire dalla parte più profonda dell’Inferno, il lago di Cocito, la peggiore. Lì “i peccatori stanno freschi” (Inferno, XXXIII, 117), perché immersi del tutto o quasi (a seconda della gravità del peccato) nel ghiaccio. Da lì in poi si è usato per indicare, per fortuna, situazioni un po’ meno tragiche.

Inurbarsi
Ormai è quasi vocabolo tecnico per urbanisti, storici e architetti, tanto da passare del tutto inosservato. E invece fa parte di quella schiera infinita di neologismi danteschi fatti con prefisso in- e poi -tutto quello che gli passava per la testa. Come “indiarsi”, cioè “diventare dio”; o “inmillarsi”, che significa “moltiplicarsi per migliaia”; e ancora: “ingemmarsi” = “adornarsi luminosamente”; “imparadisare”= “innalzare al Paradiso”. Non vale per “internarsi”, che non c’entra nulla con l’ingresso nei manicomi ma con il “diventare una terna”, cioè una forma di trinità.

Galeotto fu.. [inserire elemento a piacere]
Si è del tutto persa la percezione che “galeotto” in origine fosse un nome proprio, per cui si dovrebbe scrivere Galeotto, con la maiuscola. Era la trascrizione dell’originale Galehault (o Galehaut), personaggio che favorì l’amore tra Lancillotto e Ginevra. “Galeotto fu il libro”, (Inferno, V 136), vuol dire che il libro ebbe la stessa funzione di Galeotto: cioè spinse i due amanti, Paolo e Francesca, l’uno nelle braccia dell’altro. Sarebbe anche uno slogan efficace per qualche campagna a favore della lettura, non fosse che, da quel giorno, i due smisero di leggere.

Il gran rifiuto
Se ne è riparlato quando Ratzinger ha deciso di dimettersi da Papa: un nuovo “gran rifiuto”. L’aveva coniata Dante per riferirsi al rifiuto di Celestino V di continuare a fare il Papa dopo solo qualche mese (Inferno, III, 60). Lo fece “per viltà”. Dante era abbastanza arrabbiato con lui: la rinuncia di Celestino V aprì la strada al suo successore, il cardinale Benedetto Caetani, ossia il famigerato Bonifacio VIII. Questo Papa fu il responsabile dell’esilio di Dante da Firenze. Per vendicarsi Dante lo colloca all’inferno addirittura in anticipo rispetto alla morte. L’espressione “gran rifiuto” è entrata nell’uso comune.

Il bel Paese
È l’Italia il “bel Paese là dove il sì suona”, cioè dove si dice “sì” (Inferno, XXXIII, 80). È un passaggio importante: Dante sta maledicendo Pisa, il “vituperio de le genti”, per l’abominevole sorte riservata al conte Ugolino. Invoca allora le isole di Capraia e Gorgona chiedendo di spostarsi verso la costa, chiudere la foce dell’Arno e annegare tutta la città. Bel Paese, sì, ma un filo violento.

Senza infamia e senza lode
Bravo, ma non bravissimo. Bene, ma non benissimo. Non male, ma nemmeno bene. Senza infamia, insomma, ma anche senza lode. L’originale, per la precisione, vuole “senza infamia e senza lodo”, che rima con “odo” e “modo” (Inferno, III, 36). L’espressione, oggi, ha un valore neutro. Per Dante, invece, era una cosa gravissima. Descriveva in questo modo gli ignavi, ossia coloro che avevano vissuto la propria vita senza commettere gravi peccati, ma anche senza schierarsi dalla parte della fede. Li disprezza, tanto che non vuole nemmeno prenderli in considerazione, e a Virgilio fa dire...

...Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
Altra espressione idiomatica: gli ignavi proprio non gli piacevano. Guarda, e passa. Una riga e li lasciamo da parte anche noi.

Fa tremar le vene e i polsi
Si usa per indicare qualcosa di molto spaventoso, spesso riferito a compiti molto gravosi e difficili. Siamo all’inizio del poema (Inferno, I, 90) e Dante, dopo aver ritrovato la strada fuori dalla “selva oscura”, incontra nuovi ostacoli. Tre bestie feroci gli si parano davanti impedendogli il cammino. In particolare una lupa, molto pericolosa, che lo spaventa a morte. Per fortuna a salvarlo arriva Virgilio (in sintesi, Dante scappa da una lupa per seguire un fantasma: vabbe'). A lui spiega le ragioni del suo spavento, “la bestia per cu’ io mi volsi”, che gli “fa tremar le vene e i polsi”. Ma non c’è soluzione. La lupa sarebbe rimasta lì fino a quando – dice la profezia – non sarebbe arrivato un veltro, cioè un cane da caccia, ad allontanarla. Anche Berlusconi, nel 2008, la ripeté. Non c’entrava nessuna lupa, ma solo un Veltroni.

Non mi tange
Non mi importa, non mi interessa. Si usa in frasi scherzose. Come al solito, in origine, di scherzoso non c’era niente: “Io son fatta da Dio, sua mercé, tale / che la vostra miseria non mi tange” (Inferno, II, 92): è Beatrice che parla. È appena scesa dal Paradiso (dove si trova vicina a Dio) nel Limbo, per ordinare a Virgilio di andare a salvare Dante. Il poeta latino è incuriosito dalla visita insolita e ne approfitta per farle qualche domanda. Come fa, una come lei, a venire fin quasi all’Inferno e non soffrirne? Semplice: è “resa in modo tale da Dio da non sentire la miseria (cioè la condizione del peccatore)”. Il male non la tocca, o meglio, non la “tange”.

Cosa fatta capo ha
In Dante si trova l’inverso: “Capo ha cosa fatta” (Inferno, XXVIII, 107). Lo pronuncia un povero dannato, Mosca dei Lamberti, che gira per l’inferno con le mani tagliate e il sangue che gli zampilla sulla faccia. Che c’entra l’espressione proverbiale con questa scena alla Tarantino? Secondo la leggenda dell’epoca di Dante, la frase venne pronunciata da Mosca dei Lamberti per indurre la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonte per un affronto di tipo matrimoniale. Basta titubanze, disse. Lo scontro fu molto grave perché portò, secondo la leggenda, alla sanguinosissima divisione, nella città, tra Guelfi e Ghibellini. E Mosca, causa della divisione, porterà per l’eterntà sulle mani i segni della violenza.


http://www.linkiesta.it/it/article/2014/12/07/espressioni-inventate-da-dante-che-usi-senza-saperlo/23769/










15° FRAMMENTO: LA COMMEDIA COME «INSTANT-BOOK»

La Commedia è un poema bifronte: parla dei destini dell’umanità in una prospettiva escatologica e, nello stesso tempo, compie una lettura puntuale e insistita della più stretta attualità. È un’opera di finzione, ma in età medievale non esistono altre opere di finzione che registrino in modo così sistematico, tempestivo e quasi puntiglioso fatti della storia, della cronaca politica, della vita intellettuale e sociale contemporanei. E, per di più, senza temere di addentrarsi in retroscena noti solo per sentito dire o in quello che oggi chiameremmo gossip politico e di costume.  Per molti aspetti, assomiglia agli odierni instant-book. 





Chi dice che Dante è scultoreo resta schiavo delle definizioni appioppate al grande europeo. Sono proprie della poesia di Dante tutte le forme di energia note alla scienza moderna: L'unità di luce suono e materia costituisce la sua intrinseca natura. Leggere Dante è prima di tutto un lavoro interminabile, che a misura dei nostri successi ci allontana dalla meta.... (OSIP MANDEL'STAM)


lunedì 26 dicembre 2011

Eraclito. Gli svegli e i dormienti. Ricorre nel pensiero filosofico di Eraclito la contrapposizione fra i desti e i dormienti: è «unico e comune il mondo per coloro che sono svegli», ossia quelle persone, che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso intrinseco delle cose, mentre «agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo di quando non sono coscienti di quel che fanno dormendo», riferendosi alla mentalità degli uomini comuni, i dormienti appunto. Eraclito intende per filosofi tutti quelli che sanno indagare a fondo la loro anima, che, essendo illimitata, offre all’interrogando la possibilità di una ricerca altrettanto infinita. Il pensiero eracliteo è quindi aristocratico, in quanto egli definisce la maggioranza degli uomini superficiali, poiché tendono a dormire in un sonno mentale profondo che non permette loro di comprendere le leggi autentiche del mondo circostante. Secondo Eraclito infatti «rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come animali

Essere e non essere si danno nascita tra loro
facile e difficile si danno compimento tra loro
lungo e corto si danno misura tra loro
alto e basso si danno dislivello tra loro
tono e nota si danno armonia tra loro
prima e dopo si fanno seguito tra loro”.
Eraclito, Frammento 19


"Belle, per il Dio, sono tutte le cose, e giuste; ma gli umani ne hanno ritenute giuste alcune, ingiuste altre"

"Si distanziano da ciò che più assiduamente frequentano, e le cose nelle quali ogni giorno si imbattono a loro sembrano straniere"
Eraclito, "Frammenti"


"Cattivi testimoni, occhi e orecchi, per chi abbia animo barbaro" [...]
"I molti non colgono la vera natura delle cose in cui si imbattono, né le conoscono dopo averle apprese, ma se ne costruiscono un'opinione"
Eraclito, "Dell'origine"


"Aiòn è un bambino che gioca con le tessere di una scacchiera:
di un bambino è il regno del mondo"
(DK B 52). Eraclito


Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti. 
Eraclito


Al filosofo Eraclito fu chiesto perché tacesse.
Rispose: "Perché voi possiate chiacchierare".


L'erudizione non insegna ad avere intelligenza...
Perché in una sola cosa consiste la sapienza,
nell'intendere la ragione, che governa tutto il mondo, dappertutto.
L'erudizione non educa la mente.
Eraclito


Così Eraclito introduce la sua formula "L'Uno procede dal tutto e tutto procede dall'Uno", con la quale rende ragione del dispiegarsi del cosmo, come la formula "tutte le cose sono uno" spiega l'eterna verità del cosmo. Nel procedere del cosmo, afferma, l'Uno diviene tutte le cose istante per istante, da cui il flusso eterno delle cose, ma tutte le cose ritornano eternamente al loro principio di unità, da cui l'unità del cosmo, l'uniformità dietro il flusso del divenire, la stabilità, la conservazione dell'energia attraverso tutti i cambiamenti.
Eraclito


Questo mondo è stato fatto né dagli dei né dagli uomini, ma è sempre esistito, esiste, e sempre esisterà.
Eraclito


"Questo ordine, che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli dei né degli uomini, ma era sempre, è e sarà fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne.”
Eràclito


La stesso cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio:
questi infatti mutando sono quelli e quelli di nuovo mutando sono questi.
Eraclito, Frammenti. Fr.88


Panta Rei. Tutto scorre, nulla rimane fermo. 
Eraclito


E’ impossibile che un uomo si bagni due volte nello stesso fiume, perché l’acqua del fiume non è più la stessa acqua, e l’uomo non è più lo stesso uomo. Tutto scorre, cambia senza sosta
Eraclito


Io stesso muto nell'istante in cui dico che le cose mutano
Eraclito

Il sole è nuovo ogni giorno.
Eraclito



È nel mutamento che le cose trovano quiete.
Eraclito


Bisogna seguire ciò che è comune: ma PUR ESSENDO COMUNE IL LOGOS, LA MAGGIORANZA DEGLI UOMINI VIVE COME SE ESSI AVESSERO UNA LORO PROPRIA MENTE.
Eraclito

Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è ciò che diventi.
Eraclito

Bisogna spegnere la prepotenza più che un incendio
Eraclito


Difficile è la lotta contro il desiderio, poiché ciò che esso vuole lo acquista a prezzo dell’anima.
Eraclito

Come il ragno stando al centro della tela non appena una mosca ne rompa un qualche filo se ne accorge e svelto vi accorre come se sentisse male per la rottura del filo, così l'anima dell'uomo, quando una parte del corpo è ferita, rapida vi si reca come se non sopportasse la lesione del corpo a cui è congiunta stabilmente e secondo un determinato rapporto. Allo stesso modo dunque che i carboni accostandosi al fuoco diventano incandescenti per mutazione e una volta lontani dal fuoco si spengono, così quella parte del mondo circostante raccolta nei nostri corpi, distaccandosi dal resto, diviene quasi incapace di intendere, mentre ricongiungendosi naturalmente attraverso il maggior numero di pori diventa omogenea al tutto.
Eraclito



"Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos". 
(Eraclito, fr. 45 Diels-Kranz)

Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos. 
Eraclito frammento 45 (Diels-Kranz)

Non potrai mai trovare i confini dell'anima, tanto è profonda la sua espressione.
Eraclito





La citazione completa è : IO indagato me stesso, i confini dell'anima ect...


L'anima è tinta dei colori dei tuoi pensieri.
Pensa solo cose che sono in linea con i tuoi principi e potrai sopportare la luce del giorno. Il contenuto del tuo carattere è la tua scelta. Giorno dopo giorno, quello che tu scegli, quello che tu pensi e quello che tu fai è quello che diventi. La tua integrità è la luce che guida la tua via
Eraclito








L'anima è tinta del colore dei suoi pensieri...
Pensa solamente a quelle cose che sono in linea con i tuoi principi e che possono sopportare la luce piena del giorno. Tu puoi scegliere il contenuto della tua personalità. Giorno dopo giorno divieni ciò che scegli, ciò che pensi e ciò che fai. La tua integrità è il tuo destino. Essa è la luce che illumina il tuo sentiero.
Eraclito

Spesso gli uomini odono ma non intendono, come i sordi. 
Per loro vale il famoso detto: sono qui ma sono via.
Eraclito

Assomigliano a sordi coloro che, anche dopo aver ascoltato, non comprendono, di loro il proverbio testimonia: “Presenti, essi sono assenti”.
Eraclito

Il risveglio apre un mondo comune, il sonno invece riporta ognuno a un mondo suo proprio.
Eraclito


«Nella notte l’uomo accende una luce a se stesso, spento negli sguardi, e vivendo si afferra al morto; sveglio si afferra al dormiente.»
ERACLITO, L’UOMO NELLA NOTTE
(frammento 26), trad. di Giorgio Colli



Eraclito. Gli svegli e i dormienti
Ricorre nel pensiero filosofico di Eraclito la contrapposizione fra i desti e i dormienti: è «unico e comune il mondo per coloro che sono svegli», ossia quelle persone, che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso intrinseco delle cose, mentre «agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo di quando non sono coscienti di quel che fanno dormendo», riferendosi alla mentalità degli uomini comuni, i dormienti appunto. Eraclito intende per filosofi tutti quelli che sanno indagare a fondo la loro anima, che, essendo illimitata, offre all’interrogando la possibilità di una ricerca altrettanto infinita. Il pensiero eracliteo è quindi aristocratico, in quanto egli definisce la maggioranza degli uomini superficiali, poiché tendono a dormire in un sonno mentale profondo che non permette loro di comprendere le leggi autentiche del mondo circostante. Secondo Eraclito infatti «rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come animali».
http://it.wikipedia.org/wiki/Eraclito




Eraclito parla dell'Illuminazione e del sonno come stato dell'uomo non risvegliato.
Allo stesso modo del contemporaneo Gautama Buddha.



« Ciò che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l'armonia più bella, e tutte le cose nascono secondo gara e contesa. »
Eraclito, Frammenti

« Questo fenomeno caratteristico [l'enantiodromia] si verifica quasi universalmente là dove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente, così che col tempo si forma una contrapposizione inconscia altrettanto forte, che dapprima si manifesta con un'inibizione delle prestazioni della coscienza e in seguito con un'interruzione dell'indirizzo cosciente. »
Carl Gustav Jung, Dizionario di Psicologia Analitica


Il vecchio Eraclito, che era veramente un grande saggio, ha scoperto la più portentosa di tutte le leggi psicologiche, cioè la funzione regolatrice dei contrari.  L'ha definita enantiodromia, il convergere l'uno verso l'altro, con la qual cosa intendeva che tutto sfocia nel suo contrario.
Carl Gustav Jung


 Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι Polemos pantōn men patēr esti
"La guerra è padre di tutte le cose." - Secondo Eraclito il principio del mondo sta nel continuo rivolgimento, nel continuo passaggio da un polo a un altro.
"Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι, πάντων δὲ βασιλεύς, καὶ τοὺς μὲν θεοὺς ἔδειξε τοὺς δὲ ἀνθρώπους, τοὺς μὲν δούλους ἐποίησε τοὺς δὲ ἐλευθέρους."
"Il conflitto è padre di tutte le cose, signore di tutte le cose, mostra gli uni come dei, gli altri come uomini, rende gli uni schiavi, gli altri uomini liberi.
Eraclito

È necessario che il popolo combatta per la legge come per le mura della città.
Eraclito frammento 44

Il popolo deve battersi per la legge come si batterebbe per la difesa delle mura della sua città.
Eraclito


Dalla discordia nasce sempre l'armonia più bella.
E' nel mutamento che le cose trovano quiete
Eraclito

Ciò che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l'armonia più bella, e tutte le cose nascono secondo gara e contesa.
Eraclito, Frammenti

"L'opposto in accordo e dai discordi bellissima armonia e tutto avviene secondo contesa.
Ciò che si oppone converge, e dai discordanti bellissima armonia.
Congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l'uno dall'uno tutte le cose.
L'armonia nascosta vale di più di quella che appare. "
Eraclito




Bisogna volere l'impossibile perché l'impossibile accada
Eraclito

Il signore di cui l'oracolo in Delfi
nè dice nè nasconde,
ma dà un Segno .
Eraclito, fr.120


Rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori:
la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come bestie.
Eraclito





Eraclito (in greco antico Ἡράκλειτος ὁ Ἐφέσιος, Hērákleitos ho Ephésios; Efeso, 535 a.C. – 475 a.C.) è stato un filosofo greco antico, uno dei maggiori filosofi presocratici.
Eraclito - Wikipedia


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