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mercoledì 19 ottobre 2016

Compra una Bibbia, non leggerla e sarai un cattolico. Compra una Bibbia, leggi solo quello che ti interessa e sarai un cattolico evangelico. Compra una Bibbia, leggila, analizzala e sarai un Ateo.

Compra una Bibbia, non leggerla e sarai un cattolico.
Compra una Bibbia, leggi solo quello che ti interessa e sarai un cattolico evangelico.
Compra una Bibbia, leggila, analizzala e sarai un Ateo.






Non tutti per fortuna vengono obbligati ad un credo religioso. Io sì, sono stata obbligata e me ne sono affrancata molto presto: a 9 anni ero già non credente, a 13 ho potuto smettere di andare a messa la domenica e alle feste comandate (che incubo!!!). Mia figlia è serenamente atea e non ha mai fatto religione... Io sono agnostica. Ho dovuto liberarmi con fatica da un'educazione cattolica, praticante e osservante. Leggendo e confutando... A 13 anni ho potuto smettere di andare a messa, da allora, solo per funerali. Per rispetto. Mia figlia è serenamente atea. Ovviamente lei non ha mai frequentato religione, neanche a scuola.



Sapete una cosa? 
Io ho constatato che la maggior parte dei credenti si attacca alla fede per paura della morte. 
Il terrore che dopo ci sia il nulla. 
Come diceva Fabrizio De André? 
"Se dio non esistesse bisognerebbe inventarlo, 
ed ė proprio quello che l'uomo ha fatto, da duemila anni".




Io mi sono letta tutto l'antico e nuovo testamento. 
Poi, non contenta, ho letto il corano. 
Veda e talmud non ancora. 
Comunque, ho deciso di leggerli da ragazzina, perché volevo conoscere bene, per potere confutare. 
Non credo di essere mai stata credente: da bambina credevo che Gesù Bambino mi portasse i regali. Scoperto l'inganno, a 9 anni (ebbene sì, un po' tardona), ricordo di avere pensato che non potesse esserci un dio buono, giusto, onnipresente e onnipotente e ho fatto la prima comunione con questa convinzione, contenta della festa e dei regali. Da allora sono agnostica (non sono atea).  
Il nuovo testamento, alla prima comunione l'avevo già letto. 
Per la bibbia ci ho messo molto di più, 
ma intorno ai 17-18 anni l'avevo già letta...




Dio è autore della Bibbia in quanto ha ispirato e ha assistito l'Autore umano a scrivere... 
Nessuno pensa che Dio ha dettato la Bibbia. 
Inoltre nella Bibbia ci sono varie concezioni del cosmo... 
ma come disse Galileo la Sacra Scrittura 
"ci dice come si va in cielo e non come va il cielo". [...]
La Bibbia è effettivamente Sacra Scrittura divinamente ispirata ma il cristianesimo non è una religione del libro. Solo indirettamente la Bibbia è Parola di Dio. La Parola breve e definitiva di Dio è invece una persona: Gesù Cristo. Lui è il Verbo fatto carne. Da Lui parte tutto e tutto a Lui riconduce. "ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza" Cf. 1 G1-3, Non dimenticare poi che la scienza sperimentale è figlia della fede cristiana e tanti uomini di scienza sono credenti. Non credo siano tutti stupidi:


Lorenzo Gentile:
Fabio Bertamini, ma scusa, un dio onnipotente che ha creato l'intero universo in 7 giorni non riesce a scrivere un messaggio da solo? E soprattutto, non lo poteva scrivere un po meglio. I credenti alle domande spesso appongono ipotesi ad hoc e si finisce sempre a ricondursi a credere in qualche mistero. Ma se affermate qualcosa l'onere della prova ce l'avete voi non lo scettico. Essere quantomeno scettico è più che legittimo. Poi si legge anche, e viene meno anche lo scetticismo.


Finn Saturn Io sono sia ateo che agnostico. Si può essere tutti e due o no ?

Io sono sia ateo che agnostico. Si può essere tutti e due o no ?


tecnicamente no, il primo esclude il secondo. 
Se credi nel Demiurgo, agnostico va molto più che bene.



Ebrei.
Gli ebrei si autodefiniscono "il popolo eletto da Dio".
Poiché io ho un concetto del tutto spersonalizzato del soggetto "Dio",
è evidente che nella mia filosofìa non c'è posto per popoli eletti, ogni popolo dovendo essere giudicato per il suo peso, le sue fortune e sventure, la traccia culturale che lascia di sé nella storia.
Il popolo ebraico, formatosi dal coacervo di numerose e non omogenee tribù nomadi, a partire dal XVIII secolo a.C, in quei territori del Medio Oriente che oggi costituiscono il Libano, Israele, la Palestina, e via via fino all'Arabia Saudita, all'Irak, agli Emirati, al Kuwait, venne nel tempo consolidandosi intorno all'elemento unificante di una religione monoteista che si è riconosciuta nel libro sacro della Bibbia (Vecchio Testamento), dalla quale si originò, attraverso il magistero di Cristo, la religione cristiana, che al Vecchio Testamento affiancò il Nuovo, costituito dai Vangeli.
Qualcuno ritiene che la storia degli ebrei sia contenuta nella Bibbia; ma non è cosi.
Come insegna Jean Bottero, docente di religioni semitiche nell'École Pratique des Hautes Études di Parigi, nel suo libro La nascita di Dio, la Bibbia è sì la storia della religione ebraica, non certo quella degli ebrei, la cui origine va ricercata in altre fonti, soprattutto assire e babilonesi, di civiltà cioè già affermate quando ancora gli ebrei erano nient'altro che un gruppo di tribù errabonde, senza scrittura e con una cultura tramandala oralmente.
Naturalmente la Bibbia, formata in molti secoli con l'assemblaggio di numerosi testi di diversa provenienza e importanza e relativi a materie diversissime fra di loro, parte in lingua aramaica, parte in lingua ebraica e parte in lingua greca, costituisce un testo di enorme interesse etnologico, soprattutto con riguardo alle leggende, ai costumi, agli eventi - veri o inventati -, necessari per fondare i miti dai quali la religione ebraica trae le proprie radici.
Manlio Cecovini, Dizionarietto di filosofia quotidiana.



La ricerca filosofica comincia là dove finisce la religione, proprio come, per similitudine, la chimica e l’astronomia iniziano quando vengono meno l’alchimia e l’astrologia.
 Christopher Hitchen


CONVERSAZIONI DI FILOSOFIA;
“La collisione fra le nostre facoltà razionali e la fede organizzata, per quanto dovesse già essersi verificata nell’intimo di molti, ha la sua probabile scena originaria nel processo di Socrate del 399 a.C. non ha alcuna importanza, a mio parere, che neppure si sappia con certezza se Socrate sia esistito davvero. Le testimonianza circa la sua vita e le sue parole sono di seconda mano, quasi (ma non esattamente) come i libri della Bibbia ebraica e cristiana e i hadith dell’islam. 


La filosofia, in ogni caso, non ha bisogno di tali prove, dato che il suo terreno non è quello della sapienza «rivelata». Tuttavia, qualche plausibile elemento della vita di Socrate lo conosciamo (era un soldato coraggioso che può ricordare nell’aspetto Švejk; aveva una moglie megera; era afflitto da attacchi di catalessi) e tanto basta.
Dalle parole di Platone, il quale se non altro fu un testimone oculare, sappiamo che in un periodo di paranoia e tirannia ad Atene Socrate venne accusato di empietà, con la pena che ne conseguiva. Come emerge dalle nobili parole dell’<Apologia>, egli non cercò di salvarsi la vita dichiarando cose in cui non credeva, come faranno piú tardi altri uomini di fronte all’Inquisizione.
Sebbene non fosse un ateo in senso stretto, lo si reputava piuttosto appropriatamente un folle per la sua vocazione al libero pensiero e perché non accettava limiti alla ricerca rifiutando ogni dogma. Egli affermava che tutto ciò che «sapeva» era l’ampiezza della sua ignoranza (e questo, per me, è tuttora il crisma di una persona istruita).
Secondo Platone, il grande ateniese amava osservare riti e consuetudini della città, affermava che era stato l’oracolo di Delfi a ordinargli di diventare filosofo, e sul letto di morte, condannato a bere la cicuta, parlò di una possibile vita nell’aldilà, nella quale coloro che si erano disfatti del mondo attraverso l’esercizio della mente potevano continuare a condurre una vita puramente intellettuale. Ma anche in quel momento egli non mancò di distinguersi aggiungendo che poteva non essere cosí. La questione, come sempre, merita di essere indagata. La ricerca filosofica comincia là dove finisce la religione, proprio come, per similitudine, la chimica e l’astronomia iniziano quando vengono meno l’alchimia e l’astrologia.”
CHRISTOPHER HITCHENS (1949 – 2011), “Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa”, trad. di Mario Marchetti, Einaudi, Torino 2007, Capitolo diciottesimo ‘Una tradizione piú bella: la resistenza della razionalità’, pp. 244 – 245.


“ The original collision between our reasoning faculties and any form of organized faith, though it must have occurred before in the minds of many, is probably exemplified in the trial of Socrates in 399 BC. It does not matter at all to me that we have no absolute certainty that Socrates even existed. The records of his life and his words are secondhand, almost but not quite as much as are the books of the Jewish and Christian Bible and the hadiths of Islam. Philosophy, however, has no need of such demonstrations, because it does not deal in «revealed» wisdom. As it happens, we have some plausible accounts of the life in question (a stoic soldier somewhat resembling Schweik in appearance; a shrewish wife; a tendency to attacks of catalepsy), and these will do. On the word of Plato, who was perhaps an eyewitness, we may accept that during a time of paranoia and tyranny in Athens, Socrates was indicted for godlessness and knew his life to be forfeit. The noble words of the Apology also make it plain that he did not care to save himself by affirming, like a later man faced with an inquisition, anything that he did not believe. Even though he was not in fact an atheist, he was quite correctly considered unsound for his advocacy of free thought and unrestricted inquiry, and his refusal to give assent to any dogma. All he really «knew,» he said, was the extent of his own ignorance. (This to me is still the definition of an educated person.) According to Plato, this great Athenian was quite content to observe the customary rites of the city, testified that the Delphic oracle had instructed him to become a philosopher, and on his deathbed, condemned to swallow the hemlock, spoke of a possible afterlife in which those who had thrown off the world by mental exercise might yet continue to lead an existence of pure mind. But even then, he remembered as always to qualify himself by adding that this might well not be the case. The question, as always, was worth pursuing. Philosophy begins where religion ends, just as by analogy chemistry begins where alchemy runs out, and astronomy takes the place of astrology.”CHRISTOPHER HITCHENS, “God is not Great. How Religion Poisons Everything”, Twelve, New York 2007, Chapter Eighteen ‘A Finer Tradition: The Resistance of the Rational’, pp. 255 – 256. 

martedì 27 settembre 2016

Se la natura è senza Dio. De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis - I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali

Se la natura è senza Dio.
C’è stato un tempo in cui ragionare sull’universo poteva costare la vita. 


De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis 
I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali
Giulio Cesare Vanini


Il caso di Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 a Campo de’ Fiori, è il più famoso ma non l’unico. 

«Andiamo allegramente a morire da filosofi», pare che abbia detto il 9 febbraio 1619 un altro grande visionario, il salentino Giulio Cesare Vanini, mentre veniva condotto sul luogo del supplizio, in una piazza di Tolosa. Il boia prima gli strappò la lingua e poi accese la pira, ponendo fine alla breve esistenza (34 anni) del pensatore di Taurisano. La condanna a morte per «ateismo, bestemmia, empietà e altri eccessi» non era stata emessa dall’Inquisizione, ma da un tribunale civile, perché negare l’esistenza di Dio era un delitto di lesa maestà, un attentato al fondamento divino dell’autorità del monarca.

Tre anni prima, nel settembre del 1616, era comparsa una delle opere principali di Vanini, il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis (I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali), stampata a Parigi da Adrien Périer e accolta con favore e interesse negli ambienti di corte e nei circoli dell’intellettualità transalpina. L’autore, in quel momento, si trovava in Francia dopo un lungo girovagare per l’Europa, molto simile a quello di Bruno. Frate dell’ordine dei carmelitani, formatosi negli studi giuridici e teologici a Napoli e a Padova, nel 1612 Vanini era entrato improvvisamente in rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche e si era rifugiato in Inghilterra, dove aveva abbracciato la fede anglicana. Il soggiorno londinese e la conversione durarono meno di due anni: nel 1614 Vanini chiese di essere riammesso nella Chiesa cattolica e fuggì rocambolescamente in Francia. A Lione, nel 1615, pubblicò la sua prima grande opera, l’Amphitheatrum aeternae providentiae, seguita l’anno successivo dal De admirandis. Con la fama giunsero però anche le indagini delle autorità, insospettite dal successo che le opere dell’ex frate riscuotevano nei cenacoli libertini. La situazione precipitò nell’agosto 1618, quando Vanini venne improvvisamente arrestato e sottoposto a un estenuante processo, durato sei mesi. Una prova falsa, prodotta da un gesuita, condusse infine alla pena capitale.

Il De admirandis è concepito come una lunga discussione filosofica, in sessanta dialoghi, che si svolge nell’arco di una giornata estiva tra Giulio Cesare e un giovane interlocutore, Alessandro, il quale pone di volta in volta le questioni. Ciò che colpisce nell’opera non è tanto la presenza di idee scientifiche di sapore moderno (anche se, per esempio, il trasformismo biologico che vi viene affermato rappresenta una notevole intuizione), quanto piuttosto lo sguardo integralmente razionale e naturalistico che Vanini getta sul mondo.

Dio viene continuamente evocato, ma solo per essere poi, di fatto, messo ai margini, con un abile gioco di simulazione e dissimulazione che poggia, oltre che sulla forma-dialogo, su una vasta gamma di espedienti retorici, come le frequenti citazioni di autori ortodossi, estrapolate dai contesti originari e usate come materiale grezzo per costruire nuovi discorsi filosofici, o i riferimenti alle tesi dei materialisti pagani, apparentemente confutate ma in effetti esposte con attenzione e simpatia.

È un gioco che sembra funzionare, tant’è vero che i due religiosi della Sorbona incaricati di leggere il manoscritto concedono senza indugio l’approvazione alla stampa, salvo rendersi conto, subito dopo la pubblicazione, dell’imprudenza commessa.

Come nota uno dei maggiori esperti del filosofo salentino, Francesco Paolo Raimondi (curatore, assieme a Mario Carparelli, dell’edizione in italiano dell’opera omnia), «per Vanini l’ordine naturale trova in se stesso la propria giustificazione con l’esclusione di ogni dimensione metafisica [...] In nessun luogo egli accenna a una presenza di Dio nel mondo e in tutte le sua analisi della realtà l’intervento divino viene escluso».

È significativo in proposito un passo del Dialogo IV: 
«La mole del cielo è posta in orbita dalla propria forma come accade per gli elementi», afferma Giulio Cesare. E all’obiezione di Alessandro – «Ma come possono muoversi i cieli secondo leggi certe e stabili, se non li assistono le divine menti motrici, partecipi della prima sapienza?» – risponde: «Che c’è di strano? Forse che nei vilissimi macchinari degli orologi, diligentemente predisposti da un Tedesco ubriaco, non vige una legge certa e stabile del movimento? [...] Anche il mare ad intervalli certi e definiti è mosso, secondo un ritmo di flussi e riflussi, dalla propria forma, cioè da quella che voi Peripatetici chiamate gravità. Anzi, poiché il cielo si muove sempre secondo il medesimo movimento, direi che è mosso dalla sua pura forma e non dal volere di un’Intelligenza».

Certis statisque legibus («Secondo leggi certe e stabili»): è uno dei concetti fondamentali dell’opera, la formula che esprime il lato più innovativo del pensiero di Vanini. L’universo vaniniano, meccanico e materiale, si spiega in virtù dei propri princìpi interni, senza necessità alcuna di introdurre entità sovrannaturali o cause finali. Le leggi della natura non sono l’indizio dell’esistenza di un Essere intelligente, ma semmai il contrario, perché un mondo governato da un’Intelligenza sarebbe soggetto piuttosto all’arbitrio e alla contingenza che alla regolarità. Sebbene l’attrezzatura intellettuale di Vanini rimanga sostanzialmente quella aristotelica, la sua concezione del mondo rompe decisamente col passato – con i vecchi animismi, con la separazione tra cielo e terra, con l’antropocentrismo. «L’universo – scrive ancora Raimondi – si slarga in una dimensione infinita, perde ogni connotazione teleologica, si spopola dell’ingombrante schiera di essenze demoniache e angeliche d’ogni sorta e si riafferma nella totale autonomia da ogni principio esterno e trascendente».

Come un’improvvisa esposizione alla luce, la secretior philosophia di Vanini «provoca un dolore in chi è rimasto a lungo al buio» (sono sue parole). «Che danno subiscono quelli che non ti ascoltano!», osserva Alessandro. «Al contrario – replica Giulio Cesare – lo subiscono quelli che mi ascoltano!». 

L’Inquisizione se ne accorgerà in ritardo: il decreto con cui il De admirandis viene dichiarato “sospetto” e se ne vieta la circolazione donec corrigatur – finché non corretto dall’autore – arriva solo nel luglio del 1620, quando il filosofo di Taurisano (all’insaputa del cardinale Bellarmino e dei suoi colleghi) è già in cenere. 

«Fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo», 
scriverà lapidariamente Arthur Schopenhauer.

di Vincenzo Barone  23 settembre 2016

vincenzo.barone@uniupo.it

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-09-23/se-natura-e-senza-dio-160919.shtml?uuid=ADFDHyMB&fromSearch

venerdì 8 gennaio 2016

Ascanio Celestini. Non credo nel Dio unico dei cristiani, cattolici o protestanti o ortodossi o scissionisti di varie fedi. Sono Ateo. Leggo la Bibbia più o meno codificata e tradotta e tantisssimi Vangeli come straordinari testi letterari





Non credo nel Dio unico dei cristiani, cattolici o protestanti o ortodossi o scissionisti di varie fedi.
Sono Ateo.
Leggo la Bibbia più o meno codificata e tradotta e tantisssimi Vangeli come straordinari testi letterari che raccontano “il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi di un destino” così come scriveva Calvino per quella letteratura meravigliosa che compone le fiabe.
Sono Ateo.
E non accetto che gli Dei (tutti) siano imprigionati nella loro gabbia sacra dai loro grigi o pimpanti, tranquilli o terroristici seguaci. Sono un po’ stanco dei sacerdoti. Voglio sentire i fornai e gli operai, i postini e gli amministratori di condominio, ma anche i presidenti di consigli di amministrazione e i disoccupati: preferisco che siano loro a leggermi i tanti testi sacri liberandoli dalla religione che li traduce a propria immagine.
Sono Ateo.
E credo che ci sia una speranza straordinaria nell’ateismo di tutti. L’ateismo dei cattolici (che già lo sono abbondantemente e fortunatamente), ma anche nell’ateismo degli ebrei e dei credenti islamici e di tutti gli altri.
Gli atei sanno che il rispetto si deve alle persone vive con la carne e le ossa.
Sanno che quelle ossa e quella carne non possono essere bruciate su altari reali o metaforici.
Gli atei amano la gente viva e la amano tanto di più perché non si illudono che possa vivere oltre la morte.
Gli atei non hanno paura di bestemmiare il loro Dio perché sanno che non esiste.
Ascanio Celestini


venerdì 25 settembre 2015

Onfray. Il cristiano che mangia pesce di venerdi sorride del musulmano che non mangia carne di maiale, il quale a sua volta si burla dell'ebreo che non mangia crostacei. L'ebreo fondamentalista che dondola davanti al Muro del Pianto guarda con stupore il cristiano genuflesso su un inginocchiatoio, mentre il musulmano stende il tappeto in direzione della Mecca. Tuttavia nessuno conclude che la pagliuzza nell'occhio del vicino è identica alla trave nel proprio. E che sarebbe meglio espandere lo spirito critico, così pertinente e sempre benvenuto quando si tratta degli altri, anche alla propria condotta.

Il cristiano che mangia pesce di venerdi sorride del musulmano che non mangia carne di maiale, il quale a sua volta si burla dell'ebreo che non mangia crostacei. L'ebreo fondamentalista che dondola davanti al Muro del Pianto guarda con stupore il cristiano genuflesso su un inginocchiatoio, mentre il musulmano stende il tappeto in direzione della Mecca. Tuttavia nessuno conclude che la pagliuzza nell'occhio del vicino è identica alla trave nel proprio. E che sarebbe meglio espandere lo spirito critico, così pertinente e sempre benvenuto quando si tratta degli altri, anche alla propria condotta.
M. Onfray

giovedì 24 settembre 2015

Manlio Sgalambro. Teologo. Ti ripeto, l'essere è compromesso... È ingiurioso sentire parlare della mancanza di Dio quando invece Dio è di troppo. È di quest'essere in più che si occupa il teologo. . .

Teologo. Ti ripeto, l'essere è compromesso... È ingiurioso sentire parlare della mancanza di Dio quando invece Dio è di troppo. È di quest'essere in più che si occupa il teologo. . .
Manlio Sgalambro




Un grande filosofo



Alberto Conserva

Non riuscirò mai a comprendere cosa sia la mancanza di Dio o Dio che è di troppo.
Nel "Silenzio del Buddha" Raimon Panikkar dice con chiarezza, che l'unico attributo possibile nella relazione con Dio, è il silenzio. Dio è un nome, che attribuiamo ad un ente inconoscibile, che senso ha discutere se è troppo o troppo poco. Quanto all'essere o lo accetti o lo neghi, è l'assioma del nostro vivere. Se lo accetti sei, se non lo accetti il tuo percorso è già terminato nel nichilismo.




lunedì 21 settembre 2015

Storiella rabbinica. Signore, domani è Yom Kippur, il giorno del pentimento. Ascoltami bene: io sono un umile sarto ma sono un devoto servitore delle tue Leggi...Nel nostro paese, Mendel, il macellaio, è un uomo buono e pio, sempre pronto ad aiutare tutti...Ti sembra giusto che debba essere così povero da non riuscire a sfamare la sua famiglia, eh? Ti sembra giusto? E Shlomo, il nostro calzolaio? Un esempio vivente di rettitudine e devozione! Lo sai cosa deve sopportare? Deve sopportare di veder morire la propria madre in mezzo a sofferenze orribili! Ti sembra giusto? Eh, dimmelo! Ti sembra giusto questo? E Avrumele, il nostro caro maestro di scuola? Ha dedicato tutta la sua vita a istruire i nostri bambini e ora, vecchio e povero, sta diventando cieco nella solitudine più totale. Allora? Mi sentii??? Ti sembra giusto? Voglio saperlo da te, ti sembra giusto? Io sono un povero sarto, ma ascolta bene quello che ti dico: domani è il santo giorno del Kippur... Vedi di perdonare i nostri peccati perché forse, ma forse...noi perdoneremo i tuoi!


“Signore, domani è Yom Kippur, il giorno del pentimento. Ascoltami bene: io sono un umile sarto ma sono un devoto servitore delle tue Leggi...Nel nostro paese, Mendel, il macellaio, è un uomo buono e pio, sempre pronto ad aiutare tutti...Ti sembra giusto che debba essere così povero da non riuscire a sfamare la sua famiglia, eh? Ti sembra giusto? E Shlomo, il nostro calzolaio? Un esempio vivente di rettitudine e devozione! Lo sai cosa deve sopportare? Deve sopportare di veder morire la propria madre in mezzo a sofferenze orribili! Ti sembra giusto? Eh, dimmelo! Ti sembra giusto questo? E Avrumele, il nostro caro maestro di scuola? Ha dedicato tutta la sua vita a istruire i nostri bambini e ora, vecchio e povero, sta diventando cieco nella solitudine più totale. Allora? Mi sentii??? Ti sembra giusto? Voglio saperlo da te, ti sembra giusto? Io sono un povero sarto, ma ascolta bene quello che ti dico: domani è il santo giorno del Kippur... Vedi di perdonare i nostri peccati perché forse, ma forse...noi perdoneremo i tuoi!”
Storiella rabbinica



È una storiella veramente emblematica, sembra ricalcare le orme degli ebrei che mormorano dopo essere stati salvati dalla tirannia dell'Egitto...è facile concentrare l'attenzione sui mali che ci circondano perché sono infinitamente più rumorosi del bene che viaggia con noi stringendo le nostre mani in maniera silenziosa...



venerdì 17 aprile 2015

Daniel Everett.Tribù atea converte missionario. Il contatto con gli indigeni, che non credono nel paradiso e nellinferno, e che non hanno alcuna parola per definire dio, gli fece gradualmente perdere fiducia nel cristianesimo, fino a diventare completamente ateo nel 1985

Tribù atea converte missionario.
Daniel Everett è nato in California nel 1951.
Si laureò al Moody Bible Institute e, a ragione della sua spiccata capacità di padroneggiare le lingue, fu inviato presso il popolo amazzonico dei Pirahã. E lui ad aver fatto loro visita per primo nel 1977 come missionario con lintenzione di imparare il loro linguaggio a sufficienza per tradurre il Nuovo Testamento ed evangelizzare il popolo indigeno.
Trentanni dopo egli non è più un cristiano, tantomeno un missionario, ma in compenso è chair di lingua e letteratura alla Illinois State University, nonché una specie di celebrità nel circuito internazionale letterario. Il contatto con gli indigeni, che non credono nel paradiso e nellinferno, e che non hanno alcuna parola per definire dio, gli fece gradualmente perdere fiducia nel cristianesimo, fino a diventare completamente ateo nel 1985.
Everett ha tuttavia atteso ben 19 anni per renderlo noto:
quando si è deciso, la moglie ha chiesto il divorzio (non tralasciando di accusarlo di non aver saputo convertire i Pirahã) e due dei tre figli hanno reciso ogni contatto con lui.
Gli indios Pirahã dell'Amazzonia sono un popolo molto peculiare.
Sono in meno di 400 e non possiedono miti, rituali né storia. Il loro linguaggio non è correlato a nessunaltra lingua attualmente utilizzata. Può essere fischiato, cantato, mormorato oppure parlato. La loro lingua comprende solo dieci fonemi, conoscono solo i numeri uno e due, nessuna frase con subordinate, ed hanno solo due parole per i colori.
I Pirahã fanno piccoli sonnellini che vanno dai 15 minuti alle due ore durante tutto il corso della giornata e raramente dormono per tutta la notte. Vivono come cacciatori-raccoglitori in villaggi a 50 miglia dal fiume Maici, nelle profondità della foresta amazonica. Hanno numerosi contatti con i commercianti del fiume e altri estranei ma non mostrano inclinazione a modificare il proprio modo di vivere.
Tutti i tentativi finora condotti per convertirli al cristianesimo sono miseramente falliti. 

https://youtu.be/kPbOh82VUN0

mercoledì 25 marzo 2015

Joumana Haddad. «Ma tutti quei bravi devoti, sono cosi poco fiduciosi nella solidità della loro fede, al punto di temere un confronto con una persona che vede le cose diversamente?». La risposta è, purtroppo, un «sì» irrevocabile. Perché in società dove la regola numero uno di sopravvivenza, per la maggioranza (non generalizziamo), è il mantenimento dell’ignoranza, l’ipocrisia e l’auto-inganno, è normale essere terrorizzati dalle voci diverse, dissenzienti, fuori dal gregge, e provare a silenziarle o pretendere assurdamente che non esistano.

Ultima notizia dalla mia parte del mondo. 
Esistono arabi che, apparentemente, sarebbero più pericolosi dei criminali dello Stato Islamico. 
Più pervertiti. Più temuti. Più «mortali». Indovinate chi sono? Beh, gli atei! Mi faccio pure altre domande, tipo: «Ma tutti quei bravi devoti, sono cosi poco fiduciosi nella solidità della loro fede, al punto di temere un confronto con una persona che vede le cose diversamente?». La risposta è, purtroppo, un «sì» irrevocabile. Perché in società dove la regola numero uno di sopravvivenza, per la maggioranza (non generalizziamo), è il mantenimento dell’ignoranza, l’ipocrisia e l’auto-inganno, è normale essere terrorizzati dalle voci diverse, dissenzienti, fuori dal gregge, e provare a silenziarle o pretendere assurdamente che non esistano. Ovviamente, oltre ad essere pubblicamente atea e laica, sono anche «accusata» di tante altre cose: sono donna («Come osa, quella femminuccia, contraddirci?»); lotto per l’uguaglianza tra uomini e donne («Allerta al diavolo!»); difendo la libertà sessuale nel mondo arabo («Scandalo! Noi le nostre donne le vogliamo vergini e “pure”. Il sesso è solo per il nostro piacere, e i loro corpi ci appartengono»); infine, combatto malattie che sono ormai modi di vita qui, come la discriminazione, l’oppressione, l’omofobia… Insomma, si capisce perché sono una persona non grata per gli estremisti. In conclusione, caro Islam, il tuo vero nemico non è l’ateo, ma tutti quelli che stanno uccidendo e commettendo orrori nel tuo nome. Il tuo vero nemico non è l’uguaglianza tra uomini e donne, ma ogni musulmano che sposa una bambina, o gli impone il niqab, o l’infibulazione. Il tuo vero nemico non è la libertà, ma l’oppressione dei diritti umani. Il tuo vero nemico non sta fuori di te: corre nel tuo stesso sangue. Caro Islam, il tuo assassino ha tanti nomi: si chiama Stato Islamico. Al Qaeda. Boko Haram. Talebani… Occorre che ti salvi prima di loro. Poi, se vuoi, parleremo di ateismo.
Joumana Haddad



Essere arabo oggi implica in primo luogo – senza generalizzare – padroneggiare l’“arte della schizofrenia”.
Perché? Perché essere arabo oggi significa dover essere un ipocrita. Significa non poter vivere e pensare quello che realmente vivi e pensi con onestà, spontaneità e innocenza. Significa sdoppiarti, perché ti è proibito dire la nuda verità (e la verità è nuda, questo è il suo ruolo e questo è il suo potere), perché la maggior parte degli arabi si affida a una rete di confortanti bugie e illusioni. Essere arabo comporta che la tua vita e le tue storie devono essere represse, frenate e codificate. Devono essere riscritte per soddisfare i guardiani della “castità araba”, in modo che questi ultimi possano essere sicuri che il delicato “imene arabo” sia protetto dal peccato, dalla vergogna, dal disonore o dal difetto. Gli oscurantisti si moltiplicano come funghi nella cultura araba; ovunque ci imbattiamo nelle loro ombre, su ogni questione. Le loro anime sono parassiti, così come i loro cuori, le loro menti e i loro corpi. Possono sopravvivere solo come zecche. La loro attività è distorcere e opprimere qualsiasi cosa libera, bella o creativa che sia sfuggita alla loro ipocrisia e superficialità. Ovunque riescono a risplendere la libertà, la creatività e la bellezza, essi lanciano ondate di ostilità e risentimento, promuovono campagne di distorsione e menzogna, in modo da distruggere ciò che è sfuggito alla loro mediocrità.
Joumana Haddad, Ho ucciso Shahrazad





martedì 4 novembre 2014

Brian Weiss, Messaggi dai Maestri. "Me lo ha fatto fare il diavolo." Che potente proiezione! L'idea di non essere noi responsabili delle nostre azioni è attraente: è estremamente conveniente avere qualche forza superiore da incolpare. Alcune persone incolpano la sorte. Sebbene le nostre vite viaggino lungo percorsi predeterminati, il fato non è responsabile delle nostre azioni; noi abbiamo il dovere di assumerci la piena responsabilità per la nostra condotta negativa e dannosa, così come per il nostro comportamento positivo e amorevole. Nessun altro ci può sostituire in questo. Nessun demonio può nuocervi e, fondamentalmente, nessun guru vi può salvare. I guru, o la guida interiore per chi si sia messo in contatto con essa, possono insegnarci le abilità e le tecniche, possono accrescere la nostra comprensione della vita, della morte, e dei livelli spirituali e aiutarci a rimuovere paure e ostacoli; possono anche indicare l'entrata, ma siamo noi che dobbiamo varcare la porta.


"Me lo ha fatto fare il diavolo." Che potente proiezione! 
L'idea di non essere noi responsabili delle nostre azioni è attraente: è estremamente conveniente avere qualche forza superiore da incolpare. 
Alcune persone incolpano la sorte. Sebbene le nostre vite viaggino lungo percorsi predeterminati, il fato non è responsabile delle nostre azioni; noi abbiamo il dovere di assumerci la piena responsabilità per la nostra condotta negativa e dannosa, così come per il nostro comportamento positivo e amorevole. Nessun altro ci può sostituire in questo. 
Nessun demonio può nuocervi e, fondamentalmente, nessun guru vi può salvare. I guru, o la guida interiore per chi si sia messo in contatto con essa, possono insegnarci le abilità e le tecniche, possono accrescere la nostra comprensione della vita, della morte, e dei livelli spirituali e aiutarci a rimuovere paure e ostacoli; possono anche indicare l'entrata, ma siamo noi che dobbiamo varcare la porta. 
Brian Weiss, Messaggi dai Maestri

martedì 7 gennaio 2014

Edgar Lee Masters. Dio! Non chiedermi di elencare le tue meraviglie. Ti riconosco le stelle e i soli e i mondi innumerevoli. Ma ho misurato le loro distanze e li ho pesati e ho scoperto la loro materia. Ho inventato ali per l'aria, e chiglie per l'acqua, e cavalli di ferro per la terra. Ho accresciuto milioni di volte la vista che tu mi desti, e l'udito che mi desti, milioni di volte; ho valicato lo spazio con la parola, e preso dall'aria il fuoco per farne luce. Ho costruito grandi città e perforato colline, e gettato ponti su acque maestose. Ho scritto l'Iliade e l'Amleto; ho esplorato i tuoi misteri, e ti ho cercato senza posa, e ti ho ritrovato dopo averti perduto in ore di stanchezza, e ti chiedo: ti piacerebbe creare un sole e l'indomani avere i vermi che ti brulicano in mezzo alle dita?

Nell’Antologia di Spoon River Edgar Lee Master
immaginava che sulla lapide di Trainor
(che poi sarebbe diventato “Il Chimico” di De Andrè)
ci fosse scritto:

“E chi può dire
come uomini e donne reagiranno
fra loro, o quali figli ne risulteranno? […]

C’erano Benjamin Pantier e sua moglie,
buoni in sé stessi, ma cattivi l’uno con l’altro:
lui ossigeno, lei idrogeno,

il loro figlio, un fuoco devastatore.”



Dio! Non chiedermi
di elencare le tue meraviglie.
Ti riconosco le stelle e i soli
e i mondi innumerevoli.
Ma ho misurato le loro distanze
e li ho pesati e ho scoperto la loro materia.
Ho inventato ali per l'aria,
e chiglie per l'acqua,
e cavalli di ferro per la terra.
Ho accresciuto milioni di volte
la vista che tu mi desti,
e l'udito che mi desti,
milioni di volte;
ho valicato lo spazio con la parola,
e preso dall'aria il fuoco per farne luce.
Ho costruito grandi città e perforato colline,
e gettato ponti su acque maestose.
Ho scritto l'Iliade e l'Amleto;
ho esplorato i tuoi misteri,
e ti ho cercato senza posa,
e ti ho ritrovato dopo averti perduto
in ore di stanchezza,
e ti chiedo:
ti piacerebbe creare un sole
e l'indomani avere i vermi
che ti brulicano in mezzo alle dita?
Edgar Lee Masters



Broken mirrors
La mia mente era uno specchio:
vedeva ciò che vedeva, sapeva ciò che sapeva.
In gioventù la mia mente era solo uno specchio
in un vagone che correva veloce,
afferrando e perdendo frammenti di paesaggio.
Poi con il tempo
grandi graffi solcarono lo specchio,
lasciando che il mondo esterno penetrasse,
e il mio io più segreto vi affiorasse,
poiché questa è la nascita dell’anima nel dolore,
una nascita con vincite e perdite.
La mente vede il mondo come cosa a sé,
e l’anima unisce il mondo al proprio io.
Uno specchio graffiato non riflette immagine,
e questo è il silenzio della saggezza.


Forse pensi, viandante, che il Destino
sia un trabocchetto esterno
che puoi schivare usando
previdenza e saggezza.
Così puoi credere osservando la vita degli altri
come chi, alla maniera di Dio, si piega su un formicaio
e saprebbe evitarne gli ostacoli.
Ma entra nella vita:
e vedrai che il Destino a suo tempo
ti si avvicina in forma della tua immagine allo specchio:
o mentre siedi al focolare, solo,
d'improvviso la sedia accanto a te conterrà un Ospite,
e tu conoscerai quest'ospite,
potrai leggergli il messaggio negli occhi.
Lyman King
Edgar Lee Masters


«Ero una ragazza quando ho letto per la prima volta Spoon River: me l'aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c'è tra la letteratura americana e quella inglese».
«l’aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti».
Fernanda Pivano



Avevo appena ventun anni, e Henry Pipps sovrintendente della Scuola fece un discorso al Teatro Bindle. "L'onore - ci disse - della bandiera va difeso, sia che venga assalita dal barbari Tagalog o dalla potenza più forte d'Europa". E noialtri applaudimmo, applaudimmo il discorso e la bandiera che lui sventolava parlando. Così andai alla guerra nonostante mio padre, e seguii la bandiera finché la vidi levarsi nel nostro campo tra risaie vicino a Manila.
Tutti noi acclamammo, acclamammo, ma là c'erano mosche e bestie velenose; c'era l'acqua mortifera, e il caldo crudele e il cibo nauseante e putrido e il fetore della latrina proprio dietro le tende, dove ci si andava a vuotare; le puttane impestate che ci venivano dietro; e atti bestiali tra noialtri e da noi soli, e tra noi prepotenza, odio, abbrutimento, e giornate di disgusto e notti di terrore fino all'assalto traverso la palude fumante, seguendo la bandiera, quando caddi gridando con gli intestini trapassati. 
Ora c'è una bandiera su di me a Spoon River.
Una bandiera! Una bandiera!
Edgar Lee Masters da Antologia di Spoon River



Il fiore della mia vita sarebbe sbocciato d'ogni lato se un vento crudele non avesse appassito i miei petali dal lato che vedevate voi del villaggio. Dalla polvere levo la mia protesta: il mio lato in fiore voi non lo vedeste! Voi, i vivi, siete davvero degli sciocchi e non sapete le vie del vento e le forze invisibili che governano i processi della vita.
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River


Griffy il bottaio
Il bottaio deve intendersi di tinozze.
Ma io conoscevo anche la vita,
e voi che vi aggirate fra queste tombe
credete di conoscere la vita.
Credete che i vostri occhi spazino su un largo orizzonte, forse,
in realtà state solo guardando le pareti della tinozza.
Non potete sollevarvi ai suoi orli
E vedere il mondo esterno delle cose,
e così vedere voi stessi.
Siete sommersi nella vostra tinozza -
Tabù e regole e apparenze,
sono le doghe della vostra tinozza.
Spazzatele e rompete l'incantesimo
Di credere che la vostra tinozza è la vita,
e che voi conoscete la vita!
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River


Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è tortura dell’inquietudine e del vano desiderio; è una barca che anela al mare eppure lo teme.
Edgar Lee Masters, antologia dello Spoon river



Giacciono insieme in questa tomba Benjamin Pantier, procuratore, e il cane Nig, suo fedele compagno, conforto e amico. Lungo la strada grigia, amici, bimbi, uomini e donne, uscendo a uno a uno dal mondo, mi lasciarono finché fui solo con Nig amico indivisibile, coniuge e compagno nel bere. Nel mattino della vita io conobbi aspirazioni e intravidi la gloria. Poi colei che mi sopravvive, accalappiò la mia anima con una rete che mi dissanguò, finch’io, un tempo indomabile, giacqui spezzato, indifferente, vivendo con Nig nel retro di un sudicio ufficio. Sotto la mia mascella è appoggiato il naso di Nig- la nostra storia storia finisce nel nulla. Va’, folle mondo! 
Antologia di Spoon River, Benjamin Pantier


Io so ch’egli diceva che avevo accalappiato la sua anima con una rete che lo dissanguò. 
E tutti gli uomini lo amavano e molte donne lo compiangevano. Ma immaginate di essere una vera signora, e di avere gusti delicati, e che l’odore del whiskey e delle cipolle vi nausei, e il ritmo dell’Ode di Wordsworth vi rimormori all’orecchio, mentre da mane a sera lui gironzola ripetendo frammenti di quella comune sentenza: “Oh perché inorgoglirsi quando siamo mortali?” E poi immaginate: siete una donna ben dotata, e il solo uomo con cui la legge e la morale vi permettono di aver rapporti coniugali è proprio l’uomo che vi riempie di disgusto ogni volta che ci pensate- e voi ci pensate ogni volta che lo vedete! Per questo lo cacciai di casa a vivere col cane in una sudicia stanza nel retro del suo ufficio. 
Antologia di Spoon River, La signora Pantier



Jonathan Swift Somers
Quando vi sarete arricchiti l'anima 
il più possibile, 
con i libri, la riflessione, il dolore, la conoscenza degli uomini,
la capacità d'interpretare sguardi, silenzi, 
le pause nei grandi mutamenti,
il genio della divinazione e della profezia;
sicché vi parrà a volte di tenere il mondo
nel cavo della mano;
allora, se per l'affollarsi di tanti poteri
entro il cerchio della vostra anima,
l'anima prende fuoco,
e nell'incendio dell'anima
il male del mondo è illuminato e reso intelligibile-
siate grati se in quell'ora di visione suprema
la vita non v'inganna.
Edgar Lee Masters


La corolla della mia vita avrebbe potuto sbocciare da ogni lato
se un vento crudele non avesse tarpato i miei petali
sul lato che voi nel villaggio potevate vedere.
Dalla polvere innalzo una voce di protesta:
il mio lato in fiore non lo vedeste mai!
Voi che vivete, siete davvero degli sciocchi,
voi che non conoscete le vie del vento
e le forze invisibili
che governano il processo della vita.
Edgar Lee Masters



Quante volte Ernest Hyde ed io
abbiamo discusso del libero arbitrio!
La mia metafora preferita era la vacca di Prickett
che pascolava legata, e circolava
quanto glielo concedeva la fune.
Un giorno che così discutevamo, guardando la mucca
che tirava la fune per allargare lo spazio
che era ormai nudo d’erba,
il piolo saltò e, a testa bassa,
quella ci corse addosso.
“E questo? non è libero arbitrio?” disse Ernest fuggendo di corsa.
Io caddi sotto una cornata.
Edgar Lee Masters


Fabio Pucci

...il soggetto è...la Vacca...o...il Piolo ?


Pseudo-intervista di Fernanda Pivano a Edgar Lee Masters:
La prima volta che riuscii ad andare in America, nel 1956, Edgard Lee, Masters era morto da sei anni. Con l'aiuto di un senatore radicale amico di James Farrelli riuscii ad arrivare nelle zone dello Illinois che ispirarono l'Antologia di Spoon River: su automobili di giornalisti pre-rivoluzionari o su monoplani dal volo a dir poco imprevedibile mi ritrovai a Petersburg, il villaggio di 3.000 abitanti vicino al fiume Sangamon dove Masters trascorse l'infanzia; e di lì, nel villaggio ancora più piccolo di Lewistown, a pochi chilometri dal fiume Spoon, dove Masters andò a vivere a 11 anni e dove rimase finché andò a tentare la fortuna a Chicago. Invece di parlare con Masters dovetti accontentarmi di parlare coi suoi ormai vecchi amici e nemici, la bibliotecaria che gli prestava i libri greci, il figlio dei direttore del giornale (il direttore che gli rubò la fidanzata) e così via.
A quei tempi non usavano ancora le interviste, né le registrazioni su nastro. Ma nel 1915 quando il volume uscì in America e di anno in anno diventò sempre più popolare fino il restare ininterrottamente un best-seller, e tanto più adesso con le edizioni tascabili (anche in Italia Einaudi dal 1943 ne ha fatto 36 edizioni), Masters scrisse varie autobiografie e molti articoli: da queste autobiografie e da questi articoli ho ricostruito una pseudo-intervista.

Pivano Come ti è venuto in mente di scrivere l'antologia di Spoon River?
Masters Mentre facevo l'avvocato a Chicago e mi aggiravo nei tribunali e frequentavo la cosiddetta società... giunsi alla conclusione che il banchiere, l'avvocato, il predicatore, le antitesi del bene e del male non erano diverse nella città e nel villaggio... Cominciai a sognare di scrivere un libro su una città di campagna che avesse tanti fili e tanti tessuti connettivi da diventare la storia del mondo intero.

P. Qual è il villaggio che hai ritratto, Lewistown o Petersburg?
M. Ho trascorso più o meno lo stesso numero di anni nei due villaggi. Ma a Lewistown ho visto la gente con occhi maturi e in circostanze che avevano acuito la mia osservazione. Petersburg era soltanto una fiera di campagna con molta gente; Lewistown era un microcosmo organizzato... E stato il fiume Sangamon, non lo Spoon a fornirmi lo spunto per l'Antologia. Però 53 poesie sono ispirate a nomi delle regioni di Petersburg, 66 a nomi della regione del fiume Spoon... Le tombe che ho descritto sono di Petersburg, ma la collina è di Lewistown.

P. Quanti personaggi hai descritto nel libro?
M. 244. Ci sono 19 storie sviluppate in ritratti intrecciati. Ho trattato tutte le occupazioni umane consuete, tranne quelle del barbiere, del mugnaio, dello stradino, dei sarto e del garagista (che sarebbe stato un anacronismo).

P. Quando hai cominciato a scriverlo, questo Spoon River?
M. Il 10 maggio 1914 mia madre venne a trovarmi a Chicago... Chiacchierando riandammo al passato di Lewistown e di Petersburg, rievocando personaggi e avvenimenti che mi erano sfuggiti di mente... Una domenica, dopo averla accompagnata al treno, mentre suonava la campana della chiesa e la primavera era nell'aria, scrissi La Collina e i ritratti di Fletcher MeGee e Hod Putt... Mi venne quasi subito l'idea: perché non fare così il libro che avevo immaginato nel 1906, in cui volevo rappresentare il macrocosmo descrivendo il microcosmo?

P. Quando e dove uscirono queste prime poesie?
M. Sulla rivista di William Marion Reedy, il "Mirror" di St. Louis. 
Uscirono il 29 maggio 1914, sotto lo pseudonimo di Webster Ford

P. E le poesie successive?
M. Dal 20 maggio 1914 al 5 gennaio 1915 inondai dì epitafi il "Mirror"... nell'estate erano già citati e parodiati in tutta l'America ed erano già arrivati in Inghilterra... Scrivevo quando potevo, il sabato pomeriggio e la domenica. Gli argomenti, i personaggì, i drammi mi venivano in mente più in fretta di quanto li potessi scrivere. Così presi l'abitudine di annotarmi le idee, o magari scrivere le poesie, sui rovesci delle buste, sui margini dei giornali. quando ero in tram o in tribunale o al ristorante.

P. Fino a quando hai conservato l'incognito?
M. Reedy pubblicò il mio vero nome nel numero del "Mirror" del 20 novembre.

P. E quando è uscito il volume?
M. Nell'aprile 1915.

P. Come l'hanno preso quelli che hanno ispirato le poesie?
M. Come un rozzo attacco di un figlio sleale della comunità e cominciarono subito a identificare nei vari epitaffi persone viventi o che avevano vissuti lì attorno... A mia madre non piacque, a mio padre piacque moltissimo... John Cowper Powys fece una conferenza a Chicago e ciò che disse mi atterrì e mi attribuì una responsabilità che non potevo sopportare.

P. In realtà qual'era la sua intenzione?
M. Di ridestare quella visione americana, quell'amore della libertà che gli uomini migliori della Repubblica si sono sforzati di conquistare per noi e di tramandare nel tempo.

Fernanda Pivano, ottobre 1971

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