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lunedì 14 luglio 2014
Generale Thomas Blamey. Siete infinitamente superiori a questi nemici inumani ( ... ). I vostri nemici sono una curiosa razza, un incrocio tra l'essere umano e la scimmia ( ... ). Dobbiamo andare fino in fondo, se vogliamo che la civiltà sopravviva. Dobbiamo sterminare i giapponesi
"Siete infinitamente superiori a questi nemici inumani ( ... ).
I vostri nemici sono una curiosa razza, un incrocio tra l'essere umano e la scimmia ( ... ). Dobbiamo andare fino in fondo, se vogliamo che la civiltà sopravviva.
Dobbiamo sterminare i giapponesi."
Generale Thomas Blamey, 1943.
In esergo al cap.11 di: Luigi Zoia, Paranoia - La follia che fa la storia, 2011 Bollati Boringhieri pag.318.
giovedì 12 giugno 2014
Di Chiara. Uno scenario drammatico e insieme potente troviamo nella Repubblica di Weimar, la sua storia febbrile e inquieta, che tra il 1918 e il 1933 porta la Germania al nazismo e alla distruzione (( ... )). Di fronte alle difficoltà gravi e reali della crisi in cui il paese è precipitato dopo la guerra si assiste a un progressivo attacco dirompente diretto dal gruppo contro se stesso e contro i propri uomini, idee e cultura: i tedeschi si sentono mortificati, incapaci e inetti, da una parte, ma insieme destinati alla gloria, potenti ed efficienti. Ritengono che tra di loro vi siano traditori e nemici, da una parte, e uomini integri e potenti dall'altra. Affidano al meccanismo della scissione-e-idealizzazione la soluzione dei propri problemi.
"Uno scenario drammatico e insieme potente troviamo nella Repubblica di Weimar, la sua storia febbrile e inquieta, che tra il 1918 e il 1933 porta la Germania al nazismo e alla distruzione (( ... )). Di fronte alle difficoltà gravi e reali della crisi in cui il paese è precipitato dopo la guerra si assiste a un progressivo attacco dirompente diretto dal gruppo contro se stesso e contro i propri uomini, idee e cultura: i tedeschi si sentono mortificati, incapaci e inetti, da una parte, ma insieme destinati alla gloria, potenti ed efficienti. Ritengono che tra di loro vi siano traditori e nemici, da una parte, e uomini integri e potenti dall'altra. Affidano al meccanismo della scissione-e-idealizzazione la soluzione dei propri problemi."
Giuseppe Di Chiara, Sindromi psicosociali - La psicoanalisi e le patologie sociali. 1999 Cortina pag.80.
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sabato 31 maggio 2014
Daniel Paul Schreber. Memorie. Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910." "La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber»
Daniel Paul Schreber, presidente della Corte d’Appello di Dresda, figlio di un illustre educatore dalle idee ferocemente rigide, ebbe nel 1893, a cinquantun anni, una grave crisi nervosa ed entrò nella clinica psichiatrica di Lipsia, affidandosi all’autorità del suo direttore, l’anatomista P.E. Flechsig. La crisi aveva avuto inizio quando un giorno, nel dormiveglia, il presidente Schreber si era trovato a pensare che «dovesse essere davvero molto bello essere una donna che soggiace alla copula». A partire da questo punto si sviluppò in lui un prodigioso delirio, che lo fece passare per tutti gli estremi della tortura e della voluttà, coinvolgendo dèi, astri, demiurghi, complotti, «assassinii dell’anima», catastrofi cosmiche, rivolgimenti politici. Al centro di tutto erano la convinzione, in Schreber, di trovarsi vicino a essere trasformato in donna, e la sua lotta stremante contro un Dio doppio e persecutore. È comunque difficile dare un’idea in poche parole della sconvolgente architettura di immagini, nessi, illuminazioni tragiche e comiche che il lettore incontrerà in questo libro, scritto da Schreber dopo sei anni di malattia, con lo scrupolo di uno specchiato magistrato prussiano, con fermo rigore logico, con sprazzi di paurosa intelligenza, con la cupa determinazione di un trattatista gnostico, allineando pacatamente la sequenza di enormità che aveva vissuto e ragionandoci sopra. Con queste Memorie egli voleva, fra l’altro, dimostrare di non essere pazzo – e incredibilmente ci riuscì, sicché il suo ricorso in appello contro la sentenza di interdizione venne accolto, permettendogli di tornare a vivere per qualche tempo nella società.
Della eccezionale importanza di questo testo si accorse per primo Jung, che lo citava già nel 1907 e lo fece leggere a Freud nel 1910. Anche Freud ne fu subito molto impressionato, e scrisse a Jung che Schreber «avrebbe dovuto essere fatto professore di psichiatria». La lettura di queste Memorie fece cristallizzare in Freud la teoria della paranoia, e così nacque il suo famoso saggio universalmente noto come «il caso Schreber», che sarà una delle occasioni su cui scoppierà il dissenso con Jung. Ben meno conosciute – fra l’altro perché la famiglia di Schreber sequestrò gran parte dell’edizione originale – sono le Memorie, che invece meritano di essere considerate uno dei libri-chiave della nostra epoca. E infatti nel corso degli anni, e soprattutto in questi ultimissimi tempi, un nugolo di interpretazioni si è addensato intorno a esse, sicché questo testo è diventato una sorta di prova del fuoco della teoria psicoanalitica, come ha visto Lacan nel lungo saggio che gli ha dedicato. Ma, anche al di fuori del contesto psicoanalitico, le Memorie di Schreber agiscono come una provocazione potente: basterà ricordare le memorabili pagine su Schreber in Massa e potere di Elias Canetti, che illuminano il rapporto fra paranoia e potere politico. Alla fine del volume, nella Nota sui lettori di Schreber di Roberto Calasso, il lettore troverà una analisi dei più importanti studi che su questo libro sono stati scritti negli ultimi ottant’anni.
Le Memorie sono apparse per la prima volta nel 1903.

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martedì 6 maggio 2014
Resnik. L'esperienza psicotica. Occorre ammettere che ciò che si ama e ciò che si odia convivono in uno stesso oggetto come due versioni, l'una ombrosa l'altra luminosa, della medesima realtà
In senso etimologico "delirare" (dal latino DE "allontanamento" e LIRA "solco della terra) significa "uscire dal solco", uscire dallo spazio seminato della cultura e del linguaggio vivente, colloquiale, dialogante. Significa dunque uscire dalle vie della ragione, cioè dal logos istituzionale dell'uomo-cultura.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.96.
Se la depressione è una caduta verso il basso, la mania potrebbe considerarsi come un tentativo di risolvere la caduta, in termini di verticalità ascendente, facendo pressione verso l'alto.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.34.
"Per poter pensare si richiedono uno spazio mentale e dell'aria, al fine di lasciar respirare le idee."
Salomon Resnik (a cura di), Dialoghi sulla psicosi, 1989 Bollati Boringhieri, Introduzione, pag.16.
"Accettare la presenza dell'altro significa accettare l'assenza della globalità madre-bambino, il crollo della relazione sincretica. Il neonato rifiuta per lungo tempo di accettare la madre o una parte di essa come esterna a lui."
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag. 9.
Un giorno il neonato s'arrabbierà e vi dirà che le cose sono andate esattamente come dovevano andare e che lui non ce l'ha con sua madre, che non era vero che era in simbiosi con lei e che è stato doloroso staccarsene, anzi, è stato un atto liberatorio.Chi potrà smentirlo?
di Resnik amo soprattutto il concetto di spazio mentale, ho letto diversi suoi libri e l'ho ascoltato molto volentieri in qualche convegno, mi ricordo a Lucca anni fa a uno dei convegni annuali di Psicoanalisi e metodo organizzati da Giuseppe Maffei. Mi piace la sua apertura al mondo dell'arte, l'interesse per i gruppi, insomma allo spazio mentale ci crede davvero. E poi odia il fumo, l'ha scritto non ricordo in quale suo saggio, e per questo mi piace anche di più. [...]
ho amato Resnik da sempre (per il calore, l'umiltà, la passione, la belllezza della sua anima che lo rende capace di stare a contatto..) anche riflettendo sull'esperienza in Ospedale psichiatrico, da giovane psi alle prime armi (la mia preistoria...); lui interpreta, nel mondo della psicosi, "certe guarigioni spontanee come conseguenza di un'apertura inattesa alla parte sana (vergine da ogni contatto) che in quel momento si risveglia" ("Glaciazioni. Viaggio nel mondo della follia". Bollati Boringhieri, 2001, p 65). Parlando di Egon Schiele ne scrive: " il suo dramma, il suo sentimento di disintegrazione e di 'smembramento' sono nutriti dalla parti sane, creative della sua personalità (p. 258) (Tali citazioni sono inserite in un mio lavoro del 2002: "Creatività e libertà postanalitiche: un confronto con la realtà", Atti del convegno "Arte e follia" (2010, in"Creatività e clinica", a cura di Luigi Baldari, Alpes, 2013, pp. 85-87).
La vita non è una "supervisione", né una "super-visione" di oggetti. Purtuttavia, la comprensione di un linguaggio sconosciuto, il linguaggio dell'inconscio, può farci sentire potenti e questo è un pericolo.
Il narcisismo eccessivo è opposto al socialismo, disse Bion, ma come è possibile mettere insieme modestia, narcisismo e la gratificazione derivante dal capire e ricevere allo stesso tempo?
Salomon Resnik, Lo spazio della follia, in: Bion e la psicoterapia di gruppo, a cura di Malcom Pines, 1985, ed. it. 1988 Borla, a cura di Antonello Correale, pag.290.
è possibile perchè la coerenza è solo una classificazione imposta..secondo me.
Ogni analisi è fino a un certo punto una "ferita narcisistica" per il paziente, in quanto implica che egli ha bisogno di aiuto, che non può essere la bocca e il seno nello stesso tempo.
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag.235.
Nel discorso delle neuroscienze non c'è traccia di una riflessione e, tanto meno, di una spiegazione del miracolo attraverso cui l'"oggettivo" diventa "soggettivo", attraverso cui l'insieme dei "fatti", accertabili neuroscientificamente, si "trasformi" nei "significati" che esse dovrebbero spiegare, chiarire, indicare nel loro fondamento.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.96.
Se la depressione è una caduta verso il basso, la mania potrebbe considerarsi come un tentativo di risolvere la caduta, in termini di verticalità ascendente, facendo pressione verso l'alto.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.34.
"Per poter pensare si richiedono uno spazio mentale e dell'aria, al fine di lasciar respirare le idee."
Salomon Resnik (a cura di), Dialoghi sulla psicosi, 1989 Bollati Boringhieri, Introduzione, pag.16.
"Accettare la presenza dell'altro significa accettare l'assenza della globalità madre-bambino, il crollo della relazione sincretica. Il neonato rifiuta per lungo tempo di accettare la madre o una parte di essa come esterna a lui."
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag. 9.
Un giorno il neonato s'arrabbierà e vi dirà che le cose sono andate esattamente come dovevano andare e che lui non ce l'ha con sua madre, che non era vero che era in simbiosi con lei e che è stato doloroso staccarsene, anzi, è stato un atto liberatorio.Chi potrà smentirlo?
di Resnik amo soprattutto il concetto di spazio mentale, ho letto diversi suoi libri e l'ho ascoltato molto volentieri in qualche convegno, mi ricordo a Lucca anni fa a uno dei convegni annuali di Psicoanalisi e metodo organizzati da Giuseppe Maffei. Mi piace la sua apertura al mondo dell'arte, l'interesse per i gruppi, insomma allo spazio mentale ci crede davvero. E poi odia il fumo, l'ha scritto non ricordo in quale suo saggio, e per questo mi piace anche di più. [...]
ho amato Resnik da sempre (per il calore, l'umiltà, la passione, la belllezza della sua anima che lo rende capace di stare a contatto..) anche riflettendo sull'esperienza in Ospedale psichiatrico, da giovane psi alle prime armi (la mia preistoria...); lui interpreta, nel mondo della psicosi, "certe guarigioni spontanee come conseguenza di un'apertura inattesa alla parte sana (vergine da ogni contatto) che in quel momento si risveglia" ("Glaciazioni. Viaggio nel mondo della follia". Bollati Boringhieri, 2001, p 65). Parlando di Egon Schiele ne scrive: " il suo dramma, il suo sentimento di disintegrazione e di 'smembramento' sono nutriti dalla parti sane, creative della sua personalità (p. 258) (Tali citazioni sono inserite in un mio lavoro del 2002: "Creatività e libertà postanalitiche: un confronto con la realtà", Atti del convegno "Arte e follia" (2010, in"Creatività e clinica", a cura di Luigi Baldari, Alpes, 2013, pp. 85-87).
La vita non è una "supervisione", né una "super-visione" di oggetti. Purtuttavia, la comprensione di un linguaggio sconosciuto, il linguaggio dell'inconscio, può farci sentire potenti e questo è un pericolo.
Il narcisismo eccessivo è opposto al socialismo, disse Bion, ma come è possibile mettere insieme modestia, narcisismo e la gratificazione derivante dal capire e ricevere allo stesso tempo?
Salomon Resnik, Lo spazio della follia, in: Bion e la psicoterapia di gruppo, a cura di Malcom Pines, 1985, ed. it. 1988 Borla, a cura di Antonello Correale, pag.290.
è possibile perchè la coerenza è solo una classificazione imposta..secondo me.
Ogni analisi è fino a un certo punto una "ferita narcisistica" per il paziente, in quanto implica che egli ha bisogno di aiuto, che non può essere la bocca e il seno nello stesso tempo.
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag.235.
Nel discorso delle neuroscienze non c'è traccia di una riflessione e, tanto meno, di una spiegazione del miracolo attraverso cui l'"oggettivo" diventa "soggettivo", attraverso cui l'insieme dei "fatti", accertabili neuroscientificamente, si "trasformi" nei "significati" che esse dovrebbero spiegare, chiarire, indicare nel loro fondamento.
Eugenio Borgna, Le intermittenze del cuore, 2003 Feltrinelli, pag.22.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.81.
Nell'allucinazione vi è infatti la proiezione all'esterno di un'esperienza sensopercettiva interiore, di un oggetto interno o di una relazione oggettuale, attraverso l'apparato sensoriale (lo sguardo, l'apparato uditivo, il naso ecc.).
Salomon Resnik, Spazio mentale - sette lezioni alla Sorbona (1987/88), 1990 Bollati Boringhieri, Lezione quarta, pag.57.
Per oggetto interno si intende l'interiorizzazione di una figura in genere significativa esistente o esistita nella realtà esterna, per esempio una madre amorevole oppure ostile o tutt'e due, che può interiormente parlarmi o tacere, calmarmi o disturbarmi e così via. Per relazione oggettuale s'intende la relazione interiorizzata di relazioni effettivamente esistenti o esistite nel mondo esterno o (non so se sia proprio la stessa cosa) la relazione tra due o più oggetti interni. Più o meno così. [...] Gli oggetti interni non sono pari pari la copia degli oggetti esterni. Una persona sconosciuta può anche stare al posto per esempio di mia madre, è tutto più complicato, e una figura può essere composta da diversi pezzi combinati insieme, penso anche inanimati o figure di animali. L'essenziale dell'allucinazione secondo me è questo: gli organi di senso funzionano al contrario, cioè dall'interno verso l'esterno.[...] Comunque che sia necessario non negare l'esistenza del delirio non mi pare consegua dal discorso sui neuroni specchio, e non c'era bisogno delle neuroscienze per saperlo, la psicoanalisi l'ha sempre saputo.
[...] che ci fosse uno stretto legame tra gruppi e psicosi l'avevo intuito da me, grazie alla mia esperienza psicomotoria, voglio dire che stati psicotici li avevo vissuti anche proprio io [...] .
Recentemente ho letto intorno ad alcuni studi eseguiti da neuroscienziati, in merito ai neuroni specchio. In pratica: il delirio, le allucinazioni, non lo sono. sono <<percezioni reali>>. se ho un delirio sensoriale... le voci, le immagini, o sensazioni olfattive, ad esempio, con le risonanze a un positrone si è dimostrato che le aree del cervello normalmente deputate - che quindi si accenderebbero - durante una specifica reale percezione, si comportano esattamente allo stesso modo di quando la percezione è per così dire immaginata. Quindi salta un pò tutto il discorso dei sensi che funzionano al contrario. si potrebbe dire piuttosto che la persona sente-vede-etc <<realmente>> ciò che non c'è. Questo impone a mio avviso almeno una importante riflessione: che sia assolutamente necessario non negare a chi <<sente>> il suo delirio che esso esista. non è la cantilena dell'<<asseconda il matto>>, assolutamente no... quanto piuttosto la conclusione di un altro studio a questi correlati: all'inizio dei fenomeni di distacco della realtà... pare che la maggior parte delle persone che delirano, sentendosi negare le loro percezioni, iniziano un circuito vizioso in cui non si fidano più delle proprie percezioni e si creerebbe una nebbia d'ansia generalizzata ancor più grave. perchè per loro è impossibile distinguere tra ciò che realmente toccano e la loro sensazione, ad esempio, di stare toccando ciò che in realtà, noi ancorati al principio di realtà, sappiamo non esistere. e cominciano a non fidarsi più di sè stessi e di ciò che percepiscono. da qui possono scegliere una paranoia, a questo punto secondaria: tutti ce l'hanno con loro o hanno un piano per fargli tanto male. o altre forme secondarie che fin troppo spesso si accompagnano a episodi psicotici. [...] Rimane certamente costante l'elemento fonte del delirio: la propria esperienza. ciò che si è esperito, per processi complessi, [...] è come se <<sentisse il bisogno, l'urgenza>> di esprimersi alla persona (quasi fosse uno spettacolo solo per sè), in manifestazioni concrete di percezioni che però non sono <<officinate>> dalla realtà, quanto dal bisogno estremo di esperire della persona che allucina. è tutto incredibilmente affascinante.
Secondo Resnik, che da oltre cinquant’anni lavora quotidianamente a contatto con pazienti psichiatrici gravi, lo psicotico vive un’esistenza sospesa, paragonabile a uno stato di ibernazione. È particolarmente sensibile e fragile, e non riesce a tollerare né il piacere né il dolore psichico. Si sente ferito da ogni tentativo di avvicinarsi affettivamente a lui; di qui il suo bisogno di proteggersi, spesso rinchiudendosi nell’autismo come in una corazza. A partire dall’impressione di persone «bloccate», «ibernate», che questi pazienti suscitano in coloro che se ne prendono cura, Resnik parla qui di glaciazioni, utilizzando la metafora delle ere geologiche con riferimento alla regressione dello psicotico alla propria preistoria affettiva, quella dei primi rapporti con la madre. Il disgelo, allora, fa parte del processo di guarigione, che dev’essere accompagnato da una presa in carico istituzionale ma soprattutto umana. In questo libro, che si ricollega alle lezioni di "Spazio mentale", Resnik è più che mai maestr onel trasmettere l’arte di comunicare con il paziente grave, e sono particolarmente efficaci le pagine dedicate alla formazione di quanti si accostano al mondo della sofferenza psichica.
mercoledì 21 novembre 2012
Fabio Gherardelli. Zero Paranoie. A parte la gelosia, ci sono poi le paranoie dell’innamorato deluso. Sto parlando di quella persona che quando viene lasciata comincia a farsi questo tipo di par anoie: “Non troverò mai più una persona come lui/lei... Adesso resterò per sempre da solo/sola... Nessuno si innamorerà più di me...” ecc. Insomma la persona comincerà a costruirsi una sua realtà (che possiamo definire in modo simpatico la realtà di Cenerentola!) e poi, in modo inconsapevole, farà di tutto per confermarla
A parte la gelosia, ci sono poi le paranoie dell’innamorato deluso.
Sto parlando di quella persona che quando viene lasciata comincia a farsi questo tipo di paranoie: “Non troverò mai più una persona come lui/lei... Adesso resterò per sempre da solo/sola... Nessuno si innamorerà più di me...” ecc. Insomma la persona comincerà a costruirsi una sua realtà (che possiamo definire in modo simpatico la realtà di Cenerentola!) e poi, in modo inconsapevole, farà di tutto per confermarla.
Tratto da ZERO PARANOIE, di Fabio Gherardelli. Editore Mondadori

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lunedì 7 maggio 2012
Cuore&Maldicuore. Consigli per l'uso.
"[...] un consiglio spassionato che do a tutte è questo: NON FATE TROPPO LE PARANOICHE. Fidatevi amiche, i maschietti scappano..Loro vogliono giocare e divertirsi. Se in una relazione diventiamo delle palle al piede...avremo una brutta sorpresa,purtroppo per noi. [...] Noi donne spesso e volentieri siamo MOLTO più ansiose e paranoiche di voi.Così finiamo per spaccare le scatole agli uomini. E agli uomini piace divertirsi nel senso di essere giocosi...non avere una che gli frantuma le scatole con le seghe mentali. Perciò, una volta stanchi del modo di fare oppressivo della partner la scaricano. E molte volte bastava solo evitare di essere troppo stressanti con loro(maschi)"
Citazione: Camilla. Le più belle frasi della psicologia
Silvia Gallina Io penso che un uomo non va preso penso che lui se vuole viene a me e io se voglio lo conosco e mi sento che posso condividere con lui delle cose allora può nascere o non nascere qualcosa ma sarà stata comunque una presenza della mia vita le paranoie arrivano quando vogliamo che lui ci scelga che lui sia il famoso principe azzurro .....
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martedì 17 aprile 2012
Istituto Erich Fromm. L’origine della paranoia potrebbe risalire a una prima infanzia fatta di freddezza affettiva
Istituto Erich Fromm
L’origine della paranoia potrebbe risalire a una prima infanzia fatta di freddezza affettiva. Le persone che ne soffrono tendono a sviluppare processi mentali di logica formale rigidi, spesso lontani dalla realtà. La particolarità del pensiero paranoico, che non a caso veniva chiamato «folie raisonnante», è di essere insieme logico e impossibile, coerente e contraddittorio, umano e disumano. I nessi causali costruiti dal paranoico gradualmente perdono la misura, si fanno dogmi, verità elargite da quel Dio che sostituiscono.
giovedì 23 febbraio 2012
Ci vorrebbe più delicatezza nei confronti di quello che è importante per gli altri. Invece la gente di solito misura tutto sul proprio metro: quello che non fa male a me non fa male a nessuno. Quello che non è importante per me non è importante per nessuno. Ci vorrebbe più tenerezza, più cura, per ciò che non è nostro
Ci vorrebbe più delicatezza nei confronti di quello che è importante per gli altri.
Invece la gente di solito misura tutto sul proprio metro:
quello che non fa male a me non fa male a nessuno.
Quello che non è importante per me non è importante per nessuno.
Ci vorrebbe più tenerezza, più cura, per ciò che non è nostro
Millimetrica, "Utopie"
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