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sabato 19 settembre 2015

L’orientamento sistemico – relazionale spiega, il comportamento dell’individuo focalizzando l’attenzione sull’ambiente in cui esso è vissuto, sul sistema, sulla rete di relazioni significative di cui egli è parte e in tal senso considera la famiglia come sistema transazionale soggetto a cambiamenti. L’approccio sistemico ha totalmente modificato il modo di considerare le categorie cliniche quali il sintomo, la diagnosi e il trattamento operando una ridefinizione in termini relazionali. Pertanto, in quest’ottica, gli eventi problematici di un singolo individuo influenzano l’intera famiglia come unità funzionale, con effetti che si estendono a tutti i membri e alle loro relazioni. Il sintomo non viene più considerato come l’espressione di problematiche individuali ma indica una disfunzione dell’intero sistema familiare; la diagnosi fa riferimento alla clinica ed al funzionamento del singolo e del suo gruppo di appartenenza all'interno dello specifico contesto.


La terapia sistemico-relazionale
La terapia Sistemico-Relazionale si diffuse negli Stati Uniti durante gli anni '50, in particolare grazie alle teorie della prima e seconda cibernetica e la teoria dei sistemi elaborata da L Von Bertanlaffy. La "Scuola di Palo Alto" e il Mental Research Institute.

La psicoterapia ad indirizzo sistemico-relazionale si è molto diffusa in Italia e in Europa durante gli anni ottanta, in modo particolare nei servizi di salute pubblica, nel campo della patologia psichiatrica degli adulti, nella neuropsichiatria infantile, nel campo delle tossicodipendenze e negli ultimi anni anche nelle problematiche che riguardano la separazione-divorzi e le problematiche scolastiche; inoltre nell'ambito della psicologia del lavoro ha trovato importanti e significative applicazioni.

L’orientamento sistemico – relazionale spiega, il comportamento dell’individuo focalizzando l’attenzione sull’ambiente in cui esso è vissuto, sul sistema, sulla rete di relazioni significative di cui egli è parte e in tal senso considera la famiglia come sistema transazionale soggetto a cambiamenti.

L’approccio sistemico ha totalmente modificato il modo di considerare le categorie cliniche quali il sintomo, la diagnosi e il trattamento operando una ridefinizione in termini relazionali. Pertanto, in quest’ottica, gli eventi problematici di un singolo individuo influenzano l’intera famiglia come unità funzionale, con effetti che si estendono a tutti i membri e alle loro relazioni. Il sintomo non viene più considerato come l’espressione di problematiche individuali ma indica una disfunzione dell’intero sistema familiare; la diagnosi fa riferimento alla clinica ed al funzionamento del singolo e del suo gruppo di appartenenza all'interno dello specifico contesto.

L'intervento terapeutico si basa sull’osservazione delle modalità di relazione tra il paziente e la sua famiglia e mira a modificare, attraverso un processo di co–costruzione tra terapeuta ed individuo/famiglia, i modelli disfunzionali presenti nel contesto entro il quale il disagio del paziente è emerso, stimolando le risorse familiari e rafforzando sia il funzionamento individuale sia quello familiare.

Nella terapia individuale sistemica gli incontri prevedono una convocazione individuale
Tuttavia l'individuo, pur essendo solo nella stanza di terapia, porta comunque con sé tutte le relazioni significative che animano la propria vita nel presente, nel passato e nell'ipotetico futuro. L'attenzione del terapeuta sarà pertanto in ogni modo rivolta alla dimensione relazionale ed interattiva del cliente, non tralasciando comunque pensieri, emozioni, storie e vissuti legati alla dimensione individuale. In alcuni casi tale tipo d’approccio si configura come naturale prosecuzione di un percorso familiare o di coppia, volta ad affrontare "nodi privati" che il paziente preferisce affrontare individualmente.

Perché Sistemica?
Il malessere presentato dalla persona viene letto non tanto come problema dell’individuo, ma come espressione di disagio di uno dei sistemi di appartenenza.

Viene solitamente privilegiata l’ottica familiare, ma le dinamiche disfunzionali possono collocarsi anche nel sistema coppia, nell’ambiente lavorativo, nel gruppo amicale, etc.

Perché Relazionale?
L’identità individuale viene considerata come frutto delle relazioni significative che la persona ha intrattenuto nel corso della sua vita; pertanto, un eventuale problematica non viene letta e trattata come caratteristica insita nell’individuo, ma come esito di esperienze relazionali.

Il fine della terapia è quello di trovare modalità relazionali diverse con i sistemi di appartenenza.
L’approccio sistemico-relazionale può rivelarsi utile per le persone che ritengono avere delle difficoltà in specifici rapporti (di coppia, genitoriale, lavorativo, etc).

In particolare può rivelarsi utile al presentarsi di problematiche evolutive da parte dei bambini e/o degli adolescenti.
Questo tipo di terapia è inoltre finalizzato a leggere alcuni eventi e situazioni in modo maggiormente tollerabile da un punto di vista emotivo e trovare un significato possibile a difficoltà personali e/o familiari.

Il lavoro psicoterapeutico non è dunque prettamente rivolto al trattamento del sintomo presentato ma alle situazioni relazionali che lo hanno generato.



Per approfondimenti:

Dizionario di psicologia in Internet, edizioni Magi
centromoses.it


http://www.psicologi-italiani.it/psicologi/area-pubblica/il-lavoro-dello-psicologo-e-dello-psicoterapeuta/la-terapia-sistemico-relazionale.html

sabato 29 agosto 2015

Jacob Levi Moreno. Psicodramma. Non è del tutto giusto dire che la psicoanalisi sia un dialogo tra due. Si potrebbe dire con maggiori giustificazioni che si tratta di un monologo tenuto alla presenza di un interprete.


Non è del tutto giusto dire che la psicoanalisi sia un dialogo tra due.
Si potrebbe dire con maggiori giustificazioni che si tratta di un monologo tenuto alla presenza di un interprete.
Jacob Levi Moreno, Psicodramma, 1946/69


Maria Pia Pierotto
Quindi per 1 monologo paghiamo circa 70-75 €!!!:)...la prossima volta parlo da sola in casa per 1 ora, tanto mi ascolto solo io...e magari mi do pure le risposte e trovo le soluzioni!


Lara Sangaletti
Ummmm piuttosto è un dialogo a 4 o anche meglio a 8: tu, il tuo analista, tuo padre, tua madre, i genitori di tuo padre e i genitori di tua madre....ecco cosa sta dietro ai "monologhi" dallo psicanalista! chi fa davvero psicanalisi capirà!


Manuela Bellofiore
Infatti la psicoterapia è più avanti..un vero scambio tra terapeuta e paziente! una coterapia!


Irene Massa
Mah,io con la mia psicologa ho un rapporto di scambio di dialogo...Sì,beh,certo,potrei andare lì e snocciolare tutti i miei pensieri,ma sarebbe poco rispettoso nei suoi confronti,aggiungendo,che non le permetterebbe di capire un acca...Che sia una sorta d'interprete,questo sì.


''Qui giace J.L.Moreno, l'uomo che ha portato la risata nella psichiatria."
(Scritta sulla tomba di J.L. Moreno, l'inventore dello psicodramma)




martedì 18 agosto 2015

Depressione. La consapevolezza è il migliore antidepressivo

La consapevolezza è il migliore antidepressivo


La depressione è una delle forme di disturbo mentale più diffusa e gli antidepressivi sono un grande business. Tuttavia, spendendo la stessa somma di denaro e senza gli effetti collaterali, una terapia basata sulla consapevolezza può dare gli stessi risultati di un farmaco.



Solo chi non sa cos'è la depressione la pensa così, chi ce l'ha o chi la passata, lo sa che la semplice consapevolezza non risolve l'enorme problema. Anzi, leggendo queste cose possono risultare anche quasi offensive verso chi ha provato quel tremendo dolore, perché la persona depressa non è stupida, è consapevole di cos'ha, anzi, conosce bene quel dolore più di chiunque altro, ma non basta. Un depresso preferisce prendere farmaci per anni e anni, pur di rendere meno crudo il dolore, anche se sa che i farmaci non fanno bene, perché chi sta veramente male, preferisce vivere meno ma essere felice, che vivere una vita lunga e infelice sentendosi morire dentro tutti i giorni.



La consapevolezza può lenire e un percorso di autodisciplina su tutti i piani fisico emotivo e mentale può essere utile, anche una relazione affettivamente significativa può incoraggiare, così come un cambio di stile di vita può favorire nuovi equilibri, ma la malattia depressiva (di questa si parla, non di smarrimento esistenziale) essendo ormai anche una alterazione organica cerebrale, necessita una terapia farmacologica. Inutile coltivare false speranze e fare il giro delle 7 chiese alla ricerca della soluzione che non c'è. [...] Nelle alterazioni di umore è ormai certa una alterazione nel meccanismi della ricaptazione della serotonina che soltanto un farmaco può riequilibrare È anche vero che, una ristrutturazione cognitiva ha un ottimo effetto sinergico



La consapevolezza aiuta a guardare la situazione e ad agire, ma ci vogliono anche le condizioni per poterlo fare. Per quel che ho capito dalla mia esperienza il gioco sta nell'uscire dalla rigidità, dalla zona di comfort, insomma da una gabbia illusoria, che anche se vedi, è difficile oltrepassare per stress/ansia. Se non crei le condizioni per poter agire, sicuramente ottieni risultati, ma non completi.




[...] c'è una rivolta contro i farmaci e la medicina ufficiale, perché è proprio il DSM ad abbracciare la medicalizzazione integrale cui assistiamo ora, il minimo è rivoltarsi contro questa diagnostificazione trasversale di tutto e di tutti, e sua conseguente farmacotizzazione dell'umano. Fermo restando che sulla depressione in senso forte sono d'accordo nell'uso di farmaci, anche se parziale, la consapevolezza del perché e del percome, quando c'è una penetrazione così profonda, in cui viene inficiata anche la veicolazione dei neurotrasmettitori, per me serve a poco



Una volta, un amico che aveva attraversato la depressione per anni mi disse che la psicoterapia senza farmaco sarebbe stata come provare a coltivare fiori nella notte polare.



L'ideale sarebbe associare terapia farmacologica e sostegno psicologico



E' già stato detto quasi tutto, salvo forse un punto...Fatte salve le forme di psicosi che necessitano assolutamente di farmaci, molte depressioni, ormai diffusissime, nevrotiche o borderline vengono affrontate con famaci non solo perchè in certi casi la terapia risulterebbe troppo costosa ( ma c'è anche chi lo fa "pro bono") ma anche per il terrore sempre più diffuso di guardarsi dentro, di affrontare l'oscurità. E' indiscutibile che ci siano in giro molti personaggi discutibili e dannosi, come peraltro ci sono peraltro medici che prescrivono antidepressivi con leggerezza....La "terapia della parola" NON è e non deve essere una scienza...



[...] la mia prof. di psicologia generale 2 in un momento ufficioso diadico mi disse "se dopo aver destrutturizzato la psiche non la si sa ristrutturare si fanno danni terribili..." [...]. esistono vari indirizzi o approcci e che quindi indirizzo sbagliato può causare danni come uno psicofarmaco sbagliato o non necessario.


Rispondo volentieri a Nico Rossi. È vero. Sono del settore. Ma non sono uno studente ne un operatore Hai presente Woody Allen? Certo che si ! Sono una paziente ma sono diventata " impaziente" nei confronti di tanti " analisti" , psicoterapeuti , psicologi..ne ho conosciuti parecchi. Dopo un po' la situazione si rovescia e mi scopro a psicanalizzare lo psicanalista. La prima analisi. Freudiana pura. Sei anni a parlare dal lettino alle tende della finestra; ne ricordo ancora la delicata fantasia floreale. L analista ogni tanto scriveva. Sentivo la penna stilografica che grattava sul foglio e mi chiedevo cosa mai avessi detto di così pregnante di significato. Tre sedute alla settimana per sei anni e all'improvviso l'analista prese la parola per comunicarmi che l'analisi era terminata perché non c'era stato transfert. Tutto ciò mi lasciò vagolante e tremebonda a raccogliere le sparse vestigia della mia personalità in frantumi ma evidentemente non ero abbastanza malata da naufragare del tutto. E poi junghiani. Adleriani folli o semplicemente folli ! Un mondo allucinante dove l approssimazione e il pressappochismo sono la regola. Io dico. Guai al terapeuta che non sa approcciarsi con reverenza e rispetto alla sofferenza di un essere umano. La psicoanalisi non può avere l arroganza di ritenersi una scienza. Ci si accosta alla persona che soffre disposti ad essere suoi compagni di viaggio. Suoi pari disposti ad aiutarlo a leggere nel suo cuore La psicoanalisi non è scienza. È poesia. Arte. Letteratura Ci vogliono anime grandi e belle per praticarla E molto amore e rispetto per la sofferenza dell anima altrui


La consapevolezza e la giusta percezione di stessi è indispensabile per un buon equilibrio psichico , ma appunto a volte non è sufficiente, la razionalità non rende sempre più facile al l'emozione e al sentimento quello che sarebbe giusto fare....la depressione è una malattia, psichica e fisiologica e come tale va curata , con le medicine e la giusta terapia psicologia. Bisognerebbe imparare a non minimizzare queste malattie solo perché non sia chiamano 'carcinoma' o 'displasia' ....è comunque una malattia a tutti gli effetti, con parti cerebrali che si ammalano, con disfunzioni del snc e dei neuro trasmettitori che va ripristinato a livello fisiologico e poi psicologico ....non si può pensare di guarire una gamba rotta accarezzandola e dicendole che guarirà presto....



In un monastero zen la depressione si cura in 3 settimane lasciando il depresso con se stesso, trattandolo come non fosse lì, in questo modo si rende conto da solo del suo problema e con la sua stessa forza interiore e consapevolezza propria che riesce ad acquisire, appunto realizzando da sè il problema, esce dalla depressione che è più di un problema del corpo fisico, come diceva il padre della medicina, Hypocrate, "non curate il corpo fin quando non avete curato prima l'anima". Le medicine si sa che aumentano solo il budget dell'industria farmaceutica e poi anche un trattamento medicinale è efficace o meno sempre in base alle credenze del paziente, nel senso che se ci crede veramente che va bene prendere delle medicine e cosi si cura, la cura può essere efficace come quando se non crede,la cura può non servire a niente.quindi anche l'effetto placebo si fa sentire quindi si arriva sempre alla forza interiore che è più potente di qualsiasi medicina ma di cui non ci si e' consapevoli.




La consapevolezza è il migliore antidepressivo
Margie King , Epoch Times | 17/08/2015

La depressione è una delle forme di disturbo mentale più diffusa e gli antidepressivi sono un grande business. Tuttavia, spendendo la stessa somma di denaro e senza gli effetti collaterali, una terapia basata sulla consapevolezza può dare gli stessi risultati di un farmaco.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la depressione è la causa principale d'invalidità a livello globale e colpisce più di 350 milioni di persone in tutto il mondo.

La depressione è una delle forme più comuni di malattie mentali. (KatarzynaBialasiewicz/iStock)

Questo la rende una nicchia redditizia per le industrie farmaceutiche: in base a un rapporto del Centro Nazionale per le Statistiche sulla Salute, l’uso degli antidepressivi negli Stati Uniti è aumentato vertiginosamente (di circa il 400 per cento) tra il 1988 e il 2008.

Tuttavia un nuovo studio condotto dall’Università di Exeter, nel Regno Unito, suggerisce che la terapia cognitiva con la consapevolezza (Mbct) sia efficace tanto quanto i farmaci — se non addirittura di più.

La terapia con la consapevolezza è un programma per la mente e il corpo che aiuta le persone a combattere gli attacchi di depressione ripetuti, insegnando a riconoscere e a rispondere in modo costruttivo ai pensieri e ai sentimenti associati alla ricaduta. In altre parole, aiuta i pazienti a focalizzare nuovamente i loro pensieri in modo da impedire loro di ricadere nella depressione.

Altro studi hanno mostrato che questa terapia riduce il rischio di ricaduta o ricomparsa della depressione di circa il 34 per cento rispetto alle terapie consuete o al placebo. Tuttavia non è stata confrontata con i farmaci.

Una ricerca pubblicata sul Lancet, è stata in assoluto il primo vasto studio che ha paragonato la terapia con la consapevolezza agli antidepressivi nei rischi di ricaduta.

I ricercatori hanno seguito un gruppo di 424 pazienti depressi per due anni. I pazienti avevano tutti in precedenza sofferto di tre o più gravi episodi di depressione e tutti stavano seguendo una terapia di mantenimento con antidepressivi.

Solitamente le depressioni sono ricorrenti. Senza una terapia, i ricercatori hanno stimato che dal 50 all’80 per cento delle persone abbiano una ricaduta, e la terapia più comune per evitarla è una cura di almeno due anni di antidepressivi.

Durante lo studio, i pazienti sono stati curati in modo casuale, continuando la terapia con i loro farmaci oppure imparando la terapia con la consapevolezza mentre interrompevano lentamente le cure.

Il gruppo Mbct ha frequentato otto sessioni di terapia di gruppo, in cui i pazienti hanno imparato le pratiche di consapevolezza e le competenze cognitivo-comportamentali e hanno partecipato alle discussioni del gruppo. Inoltre, si sono esercitati nella terapia con la consapevolezza attraverso dei compiti a casa e gli sono state offerte ogni tre mesi, quattro sessioni opzionali di aggiornamento per un anno.

Dopo due anni, l’indice di ricaduta è stato peggiore nel gruppo dei farmaci, che ha avuto un tasso di ricaduta del 47 per cento, rispetto a solo il 44 per cento del gruppo Mbct.

I ricercatori non hanno reputato la differenza tra le due terapie statisticamente significativa, e quindi non hanno concluso che la terapia con la consapevolezza fosse migliore dei farmaci. Tuttavia hanno notato che molte persone non sono capaci di rimanere sotto antidepressivi e molte non vogliono continuare con i farmaci per periodi indefiniti, oppure non riescono a tollerare gli effetti collaterali. È noto che gli antidepressivi causino aumento di peso, nausea, disfunzioni sessuali, insonnia, vertigini, ansia e altri effetti collaterali.

La terapia cognitiva basata sulla consapevolezza può essere un'alternativa efficace agli antidepressivi nel prevenire una ricaduta, e non ha differenze significative in termini di costi rispetto a una terapia con i farmaci. (Avesun/iStock)

Alla luce di tutto questo, secondo i ricercatori la terapia con la consapevolezza potrebbe essere un’alternativa efficace agli antidepressivi per la prevenzione di una ricaduta, senza grosse differenze nei costi. E potrebbe essere una buona alternativa per le persone che hanno scelto di non usare farmaci.

Sempre i ricercatori, hanno anche suggerito che questa terapia sia più benefica dei farmaci nel prevenire la ricaduta nei pazienti che sono ad alto rischio di riacutizzazione, soprattutto quelli che hanno riportato gravi abusi durante l’infanzia.

Le terapie con la consapevolezza sono inoltre state utilizzate con successo nei seguenti casi:
  • nel trattamento del disturbo d'ansia generalizzato;
  • nella riduzione del bisogno impellente di fumare;
  • nella riduzione della depressione nelle donne affette da fibromialgia.

Gli studi hanno inoltre dimostrato che i rimedi erboristici sono molti più efficaci degli antidepressivi.


Questo articolo è stato originariamente pubblicato su www.greenmedinfo.com. 
Articolo in inglese: 'Mindfulness Therapy Better Than Antidepressants'



http://epochtimes.it/n2/news/la-terapia-con-la-consapevolezza-e-migliore-degli-antidepressivi-2322.html#

sabato 20 giugno 2015

Tony Attwood. Diversità nello spettro autistico. “Non si lancia il cane dalla finestra!”….. Frase apparentemente senza senso che per il ragazzo ha oggi il valore di regola e norma da rispettare assolutamente. Ma da dove arriva questa regola? Quello che serve è forse cambiare prospettiva e tutto diventerà più chiaro. New York, grattacielo, appartamento al 5 piano, peluche di animali e un bambino curioso che li prova a lanciare dalla finestra per vedere che cosa accade, e la madre che arriva in cucina proprio mentre sta lanciando il cane di pezza e allora da qui “Non si lancia il cane dalla finestra”, che da frase legata ad un episodio specifico per quel bambino è diventata una regola assoluta di vita, che il ragazzo asperger ripete ad anni di distanza dal fatto accaduto.


Infinite diversità nello spettro autistico – Report dal Congresso

Il 28 e 29 maggio si è svolto presso il collegio internazionale Seraphicum, Roma, un viaggio di andata e ritorno alla scoperta delle persone con disturbi che rientrano nello Spettro Autistico.

Questo viaggio è stato guidato sapientemente da Tony Attwood, psicologo clinico inglese, di scuola cognitivo-comportamentale, che esercita a Brisbane, in Australia. Attwod negli ultimi 30 anni si è specializzato nel trattamento delle persone Asperger e dello Spettro Autistico. In questi due giorni Attwood ha utilizzato un linguaggio semplice e diretto e si è preso cura del suo pubblico fatto di familiari, educatori, psicologi e logopedisti traghettandolo alla scoperta di strategie e modalità di intervento per poter rendere un bambino con autismo un adulto indipendente. Il lavoro di questi giorni ci ha permesso di apprendere diversi strumenti da mettere nella nostra cassetta degli attrezzi per poter supportare i bambini e i ragazzi autistici nel miglioramento delle loro capacità comunicative e delle loro abilità sociali.

Diversi sono gli aneddoti raccontati da Attwood in questi due giorni tra cui il racconto di un ragazzo ormai adolescente che in colloquio dice: “Non si lancia il cane dalla finestra!”….. Frase apparentemente senza senso che per il ragazzo ha oggi il valore di regola e norma da rispettare assolutamente. Ma da dove arriva questa regola? Quello che serve è forse cambiare prospettiva e tutto diventerà più chiaro. New York, grattacielo, appartamento al 5 piano, peluche di animali e un bambino curioso che li prova a lanciare dalla finestra per vedere che cosa accade, e la madre che arriva in cucina proprio mentre sta lanciando il cane di pezza e allora da qui “Non si lancia il cane dalla finestra”, che da frase legata ad un episodio specifico per quel bambino è diventata una regola assoluta di vita, che il ragazzo asperger ripete ad anni di distanza dal fatto accaduto.

Tempi differenti, modalità diverse di espressione delle emozioni, tipo di pensiero che si allontana dagli standard dei normotipici sono tra le peculiarità di chi vive la sindrome di Asperger. Vive perché, come fa notare A. Attwood, non si soffre di sindrome di Asperger, si soffre delle difficoltà che si incontrano nell’essere capiti e accolti dagli altri. Nel quadro che l’americano, ormai di adozione Australiana, dipinge la terapia di maggiore successo risulta essere quella cognitivo comportamentale.

Grazie all’approccio tipico della CBT diventa infatti immaginabile e possibile intervenire sugli apprendimenti che costano maggiore fatica a soggetti Asperger. Durante gli anni ’90 la CBT (Cognitive Behaviour Therapy) è stata adattata da Tony Attwwod allo spettro autistico.

Le terapie cognitive-comportamentali sono disegnate per le persone tipiche e quelli con l’Asperger hanno un cervello collegato in modo diverso, non sbagliato, ma diverso. Queste psicoterapie sono state elaborate per persone tipiche che hanno l’abilità di esplorare, descrivere e analizzare i propri pensieri e sentimenti in modo intuitivo, ma per le persone Asperger non è così facile. Quello di cui c’è bisogno sono psicoterapeuti che realmente comprendano questo diverso modo di pensare e le diverse esperienze di vita e come adattare queste terapie per gli Asperger.

in questo modo Attwood spiega come adattare gli intevernti CBT alle persone con caratteristiche Asperger.

 Muoversi in contesti sociali, capire le emozioni e leggere i segnali non verbali sono infatti abilità che non si sviluppano in modo innato o grazie ad apprendimenti per esperienza. 

I soggetti Aspie hanno bisogno di essere istruiti, hanno bisogno che gli sia spiegato come interagire con gli altri. Il cambiamento dei comportamenti istintivi riesce a consentire, a soggetti ad alto funzionamento, un inserimento reale e concreto nelle realtà sociale. Il costo, in termini di fatica vera e propria, rimane però alto. La tentazione di rispondere alla moglie che chiede se è grassa con un: “non sei grassa, sei obesa, il tuo indice di massa corporea supera…..” richiede uno sforzo cognitivo. È necessario ricordarsi che le norme sociali alle volte si scontrano con l’estrema schiettezza ed onestà e richiedono la capacità di prendere in considerazione l’effetto che le nostre parole hanno sugli altri.

E allora partiamo proprio da qui, dalle dieci cose essenziali che un adulto che si relaziona con un bambino che soffre di questo disturbo dovrebbe tenere a mente:

  • Io sono un bambino
  • I miei sensi non si sincronizzano
  • Distingui fra ciò che non voglio fare e non posso fare
  • Interpreto il linguaggio letteralmente
  • Fai attenzione a tutti i modi in cui cerco di comunicare
  • Fammi vedere! Io ho un pensiero visivo
  • Concentrati su ciò che posso fare, non su ciò che non posso fare
  • Aiutami nelle relazioni sociali
  • Identifica che cos’è che innesca le miei crisi
  • Amami incondizionatamente


Nella prima giornata di lavori Attwood si è soffermato sulle caratteristiche e sulle difficoltà che un soggetto Asperger incontra, in particolare si è soffermato su 8 dimensioni centrali, portando esempi clinici e racconti di vita, che ci hanno permesso davvero di comprenderne il significato e il senso:

  • La Comprensione sociale
  • Le Abilità comunicative
  • La Sensibilità sensoriale
  • L’Ansia (come affrontarla? Impariamo insieme le tecniche cognitive, il rilassamento, la mindfulness e a fare attività fisica)
  • La resistenza al cambiamento
  • Il Livello di sviluppo cognitivo
  • Il Profilo di apprendimento
  • I Disturbi motori


Ecco alcune frasi tratte dall’esperienza clinica di Attwood:
Il taglio dei capelli è sempre stato un evento cruciale. Facevano male! Per cercare di calmarmi i miei genitori dicevano che i capelli sono morti e non avevano sensibilità. Era impossibile per me comunicare che la trazione del cuoio capelluto stava causando il disagio” 
Stephen Shore

“intensamente assorta, con il movimento di una moneta o un coperchio che ruotava non vedevo o sentivo nulla. Le persone intorno a me erano trasparenti e nessun suono si intrometteva nella mia compulsione. Era come se fossi sorda”...


La giornata si è conclusa ragionando sulle difficoltà e sui punti di forza della persona con Asperger nell’intrattenere relazioni sociali, e nel gestire le relazioni amicali. Per fare questo abbiamo visto come e in che modo i soggetti normotipici intrattengono e mantengono le relazioni interpersonali e per ogni blocco di età l’abbiamo confrontato con le modalità delle persone Asperger.

Durante la seconda giornata Tony Atwood ci ha presentato poi il programma e la struttura clinica del suo centro raccontandoci in dettaglio e con strumenti operativi e pratici alcuni dei progetti e dei programmi attualmente attivi, ci ha portato a ragionare sull’area tematica e sui contenuti dei singoli incontri. I temi principali sono: 
  • depressione
  • relazioni amicali 
  • bullismo
  • affettività 
  • sessualità 
  • gestione dell’ansia.


Durante la mattina c’è stato anche il tempo di ragionare sulla sessualità dei ragazzi Asperger, sui rischi, sul mancato confronto coi pari come strumento protettivo e orientativo rispetto alle scelte, sull’uso della pornografia come “ tutor” e come attività che risponde alla caratteristica di isolamento sociale e di rifugiarsi nell’immaginazione tipica di questi soggetti.

Il pomeriggio di venerdì è stato dedicato al trattamento della depressione secondo il protocollo CBT adattato per soggetti Asperger. Come nella giornata precedente molto utili sono stati gli strumenti operativi e gli esempi di casi clinici. 
Si parte da questa definizione:
la depressione è la sorella gemella dell’ansia, giocano insieme nella mente, raccogliendo energia mentale rubandola alle cose che vogliamo fare e pensare
per passare alla descrizione dei programmi CBT per i bambini e gli adulti con Sindrome di Asperger, che si dividono in più fasi.
  • La prima fase riguarda l’educazione cognitiva e affettiva, durante la quale i partecipanti imparano a conoscere le emozioni, ed è strutturata in discussioni ed esercizi sulla connessione tra cognizione, sentimento, comportamento, sensazioni fisiche ed il modo in cui ogni individuo concettualizza le emozioni e percepisce le varie situazioni. 
  • La fase successiva riguarda la ristrutturazione cognitiva ed include un programma di attività per mettere in pratica le nuove abilità acquisite. La ristrutturazione cognitiva modifica concetti e credenze disfunzionali. I partecipanti vengono incoraggiati a stabilire ed esaminare le prove sia contro che a favore delle proprie emozioni e dei propri pensieri per poi creare una nuova percezione di un evento specifico. Viene fornito un programma di attività con difficoltà crescente che permette ai partecipanti di esercitare le nuove abilità acquisite.


Ma quali sono le ragioni per una persona Asperger di sentirsi triste? 
Solitudine, essere rifiutati, essere vittima di bullismo, sentirsi sempre in ansia, essere annoiato, troppi cambiamenti nella propria vita, non avere abbastanza strategie per essere di nuovo felice sono solo alcuni dei motivi rintracciati da Attwood. Inoltre fattori come l’isolamento sociale, la mancanza di relazioni amicali significative, la bassa autostima, la difficoltà ad esprimere emozioni e pensieri, la disconnessione tra mente e corpo e la difficoltà a rispondere alla felicità altrui, prolungano lo stato depressivo e ne aumentano l’intensità. Anche in questo caso Attwood ci descrive il programma di esplorazione alla depressione attivo nel suo centro e ce ne spiega le fasi operative.

1. Qualità e abilità: quali sono le caratteristiche positive della persona, quali i punti di forza e di vulnerabilità?

2. Che cos’è la depressione? Dove introduce il concetto di contabilità energetica, facendo ragionare i partecipanti su quali sono le attività che a loro costano in termini di energia e quali attività li ricaricano.

3. Strumenti per combattere la depressione. Quali strumenti è possibile mettere dentro la nostra cassetta degli attrezzi personale? Strumenti di autoconsapevolezza, fisici, di pensiero, di rilassamento e di mindfulness che vengono insegnati ai partecipanti.

4. L’arte come forma espressiva

5. Avere un piano di emergenza: in questa fase i partecipanti ragionano e costruiscono la loro rete di sicurezza, si creano un piano operativo rispetto a cosa fare in caso di estrema difficoltà, quali sono le persone da contattare, cosa posso fare per stare subito meglio?

6. Il tuo futuro: nell’ultima fase si ragiona sugli obiettivi raggiunti, si consolidano gli strumenti della cassetta degli attrezzi e soprattutto si incentivano i contatti tra i partecipanti come rete di auto-supporto reciproco.

Entrambe le giornate si sono concluse con la testimonianza di alcune persone con sindrome di Asperger, che hanno condiviso con il pubblico la loro storia di vita e le loro esperienze, apportando alla conferenza un grande valore aggiunto, sentire la loro storia raccontata, vedere quali passi hanno fatto nell’acquisizione di una teoria della mente complessa, permette di collegare con un filo rosso le due giornate di lavori, quando la teoria si sposa bene con l’applicazione.

👤di Irene Giardini

http://www.stateofmind.it/2015/06/spettro-autistico-congresso/




ARTICOLO CONSIGLIATO:

Ispectrum, un serious game per l’autismo
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/06/spettro-autistico-congresso/





sabato 28 marzo 2015

Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia. Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.



Qual è oggi, possiamo domandarci, la funzione della religione, nel momento in cui vediamo che il suo ruolo non è più di configurare la vita sociale dandole una legge fondata su un principio trascendente? Se prendiamo quel che dice Lacan nella conferenza stampa tenuta a Roma nel 1974 e pubblicata con il titolo Il trionfo della religione, dobbiamo dire che la religione è una terapia
Per Freud era il contrario, era una nevrosi: Freud considerava che la religione avesse la struttura della nevrosi ideale, della nevrosi ossessiva. Per Lacan la religione è una terapia giacché, con la sua capacità di secernere senso, di dare senso a tutto, e in particolare alla vita umana, essa è in grado di "acquietare i cuori", particolarmente quando questi vengono turbati dal reale messo in circolazione dalla scienza.
Naturalmente quando Lacan parla di terapia in questo senso si riferisce a un rimedio per l'insanabile, si riferisce all'incurabile della vita. Quest'idea della religione come terapia ha sedotto gli ideologi dello scientismo, che l'hanno ripresa a modo loro, un modo piuttosto monocorde, bisogna dire, ma che riesce sempre a stupirci e a volte anche a divertirci. L'Herald Tribune del 1 aprile scorso riferisce di uno studio, condotto in una clinica del Minnesota, intorno al potere di guarigione esercitato dalla preghiera su pazienti che avevano subito un intervento cardiochirurgico di una certa importanza. L'esperimento su cui si basa lo studio, questo è l'aspetto interessante, non ha preso ad oggetto la preghiera meditativa, e quindi quello stato di benessere fisico e spirituale che può derivare dalla concentrazione e dal raccoglimento in se stessi, ma la preghiera intercessoria, cioè una domanda, rivolta a Dio, perché eserciti il proprio intervento sul corso delle cose terrene. Dopo che Kant ha reso impercorribile l'argomento ontologico di S. Anselmo, lo scientismo contemporaneo aggira l'ostacolo passando a un sondaggio diretto dell'esistenza di Dio con il metodo del doppio cieco
I pazienti studiati sono stati divisi in tre gruppi
per un gruppo non si pregava, per gli altri due sì; uno dei due gruppi per cui si pregava ne veniva informato, l'altro veniva lasciato in situazione dubitativa: ai partecipanti veniva detto che per loro si poteva pregare oppure no. Le preghiere erano affidate a tre diverse congregazioni dove gli oranti erano istruiti a utilizzare il nome e l'iniziale del cognome della persona per cui pregavano - per proteggere la privacy suppongo, tanto Dio dall'iniziale può già capire di chi si tratta - e di includere la frase: "Per il successo dell'intervento chirurgico e per una rapida guarigione senza complicanze". 
La ricerca su cui si basa lo studio è costata $ 2.400.000.

In questo tentativo di negoziare con il divino attraverso i più aggiornati strumenti scientifici potremmo ravvisare un residuo d'incantamento del mondo che resiste alle analisi di Weber, risalenti ormai ai primi decenni del secolo scorso. Nella visione del disincantamento di Weber tuttavia, il razionalismo moderno non coincide con la cancellazione di Dio: semplicemente l'uomo disincantato, grazie alla potenza della tecnica, è portato a costruire attivamente il proprio mondo perché non pensa più di poter condizionare la divinità.
Weber scrive prima della Shoa, prima dell'orrore smisurato che ha piegato la potenza della tecnica alla distruzione dell'uomo. La Shoa, oltre a sollevare mille interrogativi nella riflessione etica, ha rilanciato anche i temi classici della teodicea, con il suo tipico vizio assolutorio di fondo. Una delle voci che ha avuto maggiore risonanza in questo senso è stata quella di Hans Jonas, stimato allievo di Heidegger, che non ha potuto risolvere il dilemma del male assoluto se non pensando a un Dio impotente.
Benedetto XVI, teologo senz'altro più sottile, nella sua visita ad Auschwitz del maggio scorso, interrogandosi sul silenzio di Dio di fronte allo sterminio degli ebrei, non solo non ha avuto bisogno dell'ipotesi depotenziante di Jonas, ma si è anche spinto più in là di Weber, e ha visto nella potenza della tecnica messa al servizio del genocidio la prefigurazione di un mondo dove l'uomo si sostituisce a Dio, ha visto l'incubo di un mondo senza Dio. Qui l'onnipotenza divina è salvata, anche se si paga il prezzo semplificativo di ridurre il nazismo al colpo di mano di una banda di criminali sui quali le colpe ricadono in modo esclusivo.
L'immagine di un mondo senza Dio appare, nelle parole di Joseph Ratzinger, quando ancora non porta al dito l'anello pontificale, in un intervento del 2001 al Sinodo dei Vescovi, dove richiamandosi alle epistole paoline, afferma: "Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza, e una cultura senza Dio porta nel suo nucleo la disperazione, diventa inevitabilmente cultura della morte".
La speranza, virtù teologale, è un tramite che consente alle facoltà dell'uomo di partecipare alla natura divina, e nella fattispecie è la mediazione che porta a desiderare il regno dei cieli, la salvezza. Senza speranza non c'è salvezza. Auschwitz ci dà un'immagine completamente terrena di un luogo senza salvezza, dove tra i sommersi e i salvati anche i salvati sono perduti. Il problema è stato ben inquadrato da Giorgio Agamben, che fa del Lager il paradigma di uno spazio in cui lo stato d'eccezione diventa la regola. Abitualmente lo stato d'eccezione riguarda una situazione d'emergenza, quando viene sospeso l'ordine giuridico e il governo viene rimesso al decreto, alla forza o, al limite, all'arbitrio. Commettere atrocità, in questo caso, non è più correlato al diritto, ma piuttosto al senso di misura, o alla moralità di chi provvisoriamente esercita azione di polizia in modo sovrano. Il campo come luogo in cui lo stato d'eccezione diventa la regola è allora anche il luogo dove tutto è possibile, dove non c'è la protezione del diritto, dove si è in balìa del capriccio di chi governa senza nessun altro controllo sulla situazione.
Se facessimo funzionare in modo automatico le nostre formule diremmo che un luogo dove tutto è possibile è un luogo irreale, come un racconto di Hoffmann che tocca le corde delle nostre inquietudini più segrete. E' facile vedere tuttavia che in questo caso è vero il contrario: l'inferno sulla terra, il mondo senza Dio, è un luogo dove sono saltati i fondamenti della legge, e dove il reale impazza senza argine.
Senza andare agli estremi del Lager, questa dimensione della contemporaneità, dove il reale non sta più nelle briglie, è stata ben dipinta da Alejandra Eidelberg in uno dei Papers preparatori al nostro incontro, dove ha mostrato, come correlato di un declino dell'amore, la gabbia di ferro dei nuovi sintomi e il loro rovescio: i corpi di ferro per i quali impossible is nothing.
Dio nella tradizione era il fondamento della legge: se questo fondamento salta e la legge è sospesa, il mondo diventa un luogo dove lo stato d'eccezione si trasforma in regola e dove, con la miccia accesa dell'emergenza dovuta al terrorismo, i fondamentalismi si scontrano. Nello spazio globalizzato del mercato, Dio ridiventa tribale, si moltiplica per legittimare contrapposte rivendicazioni identitarie. Il lato drammatico, nel cedimento dell'universale, è l'esplosione delle identità. Dio è a brandelli, come suonava il titolo di un articolo nel dossier di una rivista francese - Dieu en lambeaux - e ognuno ne agita un lacerto per farsene insegna.
Il NdP, nei primi seminari di Lacan, era definito come il fondamento della legge. Poi, man mano che il suo insegnamento ha fatto posto alla logica e alla matematica, man mano che ha dato spazio alle tematiche della crisi dei fondamenti e dei suoi paradossi, il NdP non ha più potuto essere il fondamento. Si è logicizzato a sua volta, è diventato funzione, si è moltiplicato, si è pluralizzato. Pluralizzazione però non vuol dire andare a pezzi, non significa essere a brandelli: piuttosto suppone l'effetto implicato dalle conseguenze dello squarcio apertosi nell'universale. Questa falla fa naufragare la possibilità di pensare il NdP come fondamento.
Un mondo in cui Dio non è più il fondamento della legge deve allora per forza essere pensato come la globalizzazione del Lager, come incubo senza risveglio, come deserto senza speranza dove, secondo il detto di Feuerbach, l'uomo è ciò che mangia? C'è in questo detto l'oscillazione tra l'autoerotismo orale e la chiusura tautologica che la formulazione in tedesco permette di far risuonare - der Mensch ist, was er ist - riducendo la biografia di ogni uomo al cerchio insensato: nacque, mangiò, morì.
Credo tuttavia sia possibile vedere un'altra prospettiva, che non si dibatte tra la nostalgia del fondamento e la disperazione riduzionista di un materialismo senza prassi.
Abbiamo bisogno di una terapia che ci colmi di senso solo se abbiamo, come correlato, una civiltà la cui secolarizzazione si basa sulla programmazione totale, sulla prevedibilità, sul controllo come unico mezzo per contrastare l'angoscia. Il mondo moderno, che ha distolto lo sguardo dal passato, dal fondamento della tradizione dove si alimentava una vita immutabile, guarda avanti, verso il nuovo che gli viene incontro, e al tempo stesso, angosciato da quel che non conosce, cerca di sterilizzarne la sorpresa. La scienza ci nutre di novità che servono a placare le nostre apprensioni, e contemporanemente fa crescere la nostra angoscia del futuro, del corpo che invecchia, di una morte che la medicina cancella come esito naturale della vita e che tuttavia ci ghermirà. Abbiamo tutti gli agi, ma il piacere della vita è corroso dal futuro che la inghiotte. Sembra che la sola risposta sia illuminare di senso il buco nero delle nostre inquietudini, suturare la fenditura nativa del godimento. Se si vive la vita come un prodotto fallato, che contiene il vizio redibitorio della morte, non resta che rivolgere lo sguardo al produttore, meglio detto Creatore, al Dio da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna, il Dio del fondamento, per restituirla avendo in cambio la salvezza.
Lacan menziona spesso Dio negli ultimi anni del suo insegnamento e nei modi più svariati. Difficile trarne una dottrina. Una divertente rassegna in chiave di dialogo immaginario è presentata dal testo di Antonio Di Ciaccia nel CD del Congresso. Se non si può fare una sintesi si può però tirare qualche filo. Uno è in RSI, dove Lacan definisce Dio come la rimozione in persona o, meglio, come la persona supposta alla rimozione. Lacan parla qui di rimozione originaria, Ûrverdrangung, che è l'inconscio irriducibile, quello a cui non è possibile dare nessun senso. Prendiamo la via lineare di dire che la rimozione è una difesa, la barriera che ci permette di non essere in preda al reale. La rimozione originaria non dà un senso al reale, lo contiene, diciamo così, nei limiti del ragionevole, quel tanto da potercisi abituare.
A questo punto si tratta solo di porre le questioni giuste: per avere il senso della vita occorre interpellare il Dio del fondamento, perché il senso della vita trascende la vita. Per il godimento della vita invece la faccenda è diversa, perché il godimento è immanente alla vita, e il fatto che sia fessurato non richiede terapia, piuttosto: accortezza.
Destreggiarsi, se debrouiller, è una delle ultime parole di Lacan. Occorre destreggiarsi nell'inestricabile vita. Il sogno dedalico del colpo d'ala che fa uscire dal labirinto è lo stesso che ci imprigiona nell'incubo di un'esistenza senza speranza. La verità è che non c'è uscita dal labirinto perché il mondo stesso è un labirinto in cui cercare un filo, un filo all'altro capo del quale c'è una donna, una donna con la quale non c'è rapporto sessuale, una donna che non è La donna, che non è Dio, e che non si può amare di amore perfetto, ma della quale si può fare il proprio partner-sintomo, e con la quale, nei momenti migliori, si può anche fare l'amore.
Marco Focchi, L'incubo di un mondo senza Dio, Roma, 13 luglio 2006




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