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sabato 25 marzo 2017

Sulla grammatica del latino H. Heine aveva delle idee assolutamente definitive. Quanto al latino scriveva "lei non ha la minima idea, signora, di quanto sia complicato. Ai Romani non sarebbe certo rimasto il tempo di conquistare il mondo se avessero dovuto imparare il latino. Beati loro, sapevano già nella culla quali nomi abbiano l'accusativo in -im. Io invece li ho dovuti imparare a memoria col sudore della fronte...



Un aneddoto citato in un articolo di altri tempi: 
"Sulla grammatica del latino H. Heine aveva delle idee assolutamente definitive. 
Quanto al latino scriveva "lei non ha la minima idea, signora, di quanto sia complicato. Ai Romani non sarebbe certo rimasto il tempo di conquistare il mondo se avessero dovuto imparare il latino. Beati loro, sapevano già nella culla quali nomi abbiano l'accusativo in -im. Io invece li ho dovuti imparare a memoria col sudore della fronte...." "

IL LATINO: UNA LINGUA O UN RIMORSO?
In Italia, il latino non è semplicemente una lingua antica che qualcuno legge o studia: è anche una lingua antica di cui si parla. E se ne parla volentieri. Magari per dire che sarebbe ora di sbarazzarsene e dedicarsi a cose, nondico più serie, ma certo più utili; oppure per dire che no, ma siamo pazzi, e come si farebbe senza il latino in un paese che su questa lingua ha costruito la sua secolare, millenaria cultura? Questa oscillazione ha la regolarità del pendolo. E quando sembra che i nemici del latino abbiano avuto la meglio, ecco per esempio saltar fuori l'on. Natta che terrorizza gli uffici stampa citando un verso di Virgilio dalle oscure implicazioni simboliche. Si ribatte: ma lui è stato normalista. 

D'accordo, però c' è il latino di Giulio Andreotti. 
Bella forza; si dice, lui è il presidente dell' Istituto di Studi Ciceroniani. 
Poi ci sono quelli che sbagliano, e sulle colonne di qualche quotidiano nazionale accordano il nominativo maschile col neutro: e giù reprimende dai colleghi. Anche se, da quando abbiamo scoperto un errore di concordanza addirittura in un'enciclica del Papa (in un'enciclica!), tanto esigenti sulla grammatica non si può più essere. I responsabili dell'apposito ufficio Vaticano si difesero, mi pare, dicendo che erano a corto di personale. 

Incredibile, come all'ufficio impianti della Sip, quando uno protesta perché a istallare il telefono ci impiegano un anno. Beniamo Placido ha scritto che il latino è un rimorso. E ha ragione. Ma com'è difficile parlare di un rimorso! Voglio dire, com'è difficile costruirci intorno un discorso semplice, che parli delle cose e non dei sentimenti che vi sono coinvolti. Per questo, io credo, del latino spesso si discute, alternando anatemi a luoghi comuni: da noi il latino non è una lingua, è un viscere

Eppure bisognerebbe provarci a riflettere con calma, possibilmente afferrando la bestia subito per le corna. E questa bestia, naturalmente, non può che essere la grammatica del latino. Sulla grammatica del latino H. Heine aveva delle idee assolutamente definitive. Quanto al latino scriveva lei non ha la minima idea, signora, di quanto sia complicato. Ai Romani non sarebbe certo rimasto il tempo di conquistare il mondo se avessero dovuto imparare il latino. Beati loro, sapevano già nella culla quali nomi abbiano l' accusativo in -im. Io invece li ho dovuti imparare a memoria col sudore della fronte.... E non bastava essere torturati da vis, buris, sitis, tussis, etc. 

C'erano, infatti, anche i verbi irregolari. 
E lo scolaretto Heine, passando ogni giorno sotto la grande immagine di un onirico crocifisso dagli occhi grigi e sanguinanti, se ne usciva in questa preghiera: Oh tu, povero Dio ugualmente torturato, vedi, se ti è possibile, che io tenga a mente i verbi irregolari!. E' difficile dare torto ad Heine, almeno per quel che riguarda i verbi irregolari: e il suo paradosso iniziale è molto divertente. Ma questo può davvero autorizzarci a credere che, per secoli, la formazione culturale dei fanciulli e degli adolescenti sia stata affidata a dei carnefici senza cervello che si concedevano il sadico piacere di crocifiggere le giovani menti, trapassandole con quisquilie aguzze come chiodi? La cosa è improbabile. Il fatto è che per molti secoli si è detto che si studiava la grammatica del latino, ovvero il latino: invece si studiava semplicemente linguistica. Il latino è stato la linguistica dei nostri nonni e antenati. 

I motivi per cui il latino si è man mano trasformato in un insieme di regole teoriche che corrispondono (più o meno bene) alla sua struttura, sono ovviamente molteplici. Indichiamo quello più elementare. Dato che, a un certo momento, si è smesso di parlare latino ma non si è smesso mai di studiarlo, nel corso dei secoli l' attenzione si è inevitabilmente rivolta alle sue regole di struttura e di composizione: per cui il latino è diventato una sorta di laboratorio di riflessione teorica sul linguaggio. Privo di una parte consistente della sua funzione linguistica, la sua funzione viva, il latino ha potenziato quella meta-linguistica: fino al punto che non si riesce più a separare queste due nature. Si dice spesso che il latino è una lingua logica, ma non è più logica d' altre lingue. Lo è invece la sua terribile grammatica, la quale può sì trasformarsi in un odioso strumento di pedanteria, ma è anche qualcosa che fa del latino un oggetto culturale di tipo unico. Il fatto che da lui, e attorno a lui, si sia sviluppata la riflessione linguistica, è infatti merito non minore dell' aver dato vita all'Eneide o al romanzo di Petronio. Onore, dunque, alla linguistica dei nostri avi. E onore anche alla linguistica contemporanea, naturalmente, la quale fa uso di strumenti e categorie certo molto diversi da quelli di un tempo. Solo che, quanta se ne studia, di linguistica, a scuola? Con che cosa abbiamo sostituito la riflessione sul linguaggio mediata dallo studio del latino? In quelle scuole in cui non si confrontano più due lingue, di cui una viva ed inconscia, l'altra morta ma grammaticalizzata fino alla raffinatezza, gli studenti hanno ben poche occasioni di pensare al linguaggio. Tutto ciò, fra l' altro, può contribuire a spiegare perché il rimorso del latino dura ancora. Perché si intuisce che lo studio di quella lingua, e della sua dannata grammatica, svolgeva un ruolo intellettuale che andava al di là dell' apprendimento dei verbi irregolari. C'è di più. Così come è stato ed è laboratorio di riflessione linguistica, infatti, il latino è stato ed è soprattutto laboratorio di riflessione antropologica. Confrontare due lingue per tradurre l'una e l'altra due lingue di cui una viva e presente, l'altra morta e remota significa immediatamente scoprire quante cose ci sono che non si possono tradurre: significa scoprire la diversità, misurata sull'arco del tempo e delle trasformazioni culturali. 

Vedi che c' è un tipo di denaro diverso da tutti gli altri, il denaro dello schiavo, che si chiama peculium: e questo come si traduce? Ovvero, che mondo è un mondo in cui ho una parola apposta per indicare il denaro dello schiavo? E come è stato, come è cominciato, un mondo in cui le parole per indicare il denaro (pecunia, peculium) sono quasi identiche a quelle che indicano le pecore o il gregge (pecu, pecus)? Questa è già riflessione antropologica, oltre che storica. 

E poi c' è quella cosa incredibile dei due consoli che comandano insieme, per non parlare della plebe e del patriziato, due gruppi che convivono nella stessa città, ma che è tanto difficile definire due classi nel senso moderno. 

Laboratorio di diversità, il latino, ma contemporaneamente laboratorio di identità. 
E questa è la seconda faccia del nostro rapporto con i suoi contenuti culturali. La nostra cultura ha uno spessore, un' altezza, e noi possiamo saggiarla. Il discorso sulle cosiddette radici è ormai così consueto (troppo consueto) che mi sarà concesso di saltarlo, per farne direttamente uno di monumenti e di paesaggio che forse risulterà un po' meno ovvio. Perché in Italia il latino fa addirittura parte del paesaggio. Non solo in senso metaforico. Spendiamo miliardi per conservare i monumenti di Roma e del passato, riusciamo persino ad inceppare la metropolitana della capitale per motivi di giacimenti culturali (o almeno, così si dice), e poi dovremmo abbandonarci all'infantile gioco di distruggere il contesto culturale che, lui solo, può dare un senso a tutto questo? Perché i monumenti, i ritrovamenti archeologici, dovranno pur avere un senso: o no? Ignoro che gusto ci si possa trovare a trasformare la colonna Traiana in un oscuro simbolo fallico, o i suoi rilievi in ammiccanti testimonianze di culture asteroidali, ma è appunto quello che può succedere se il feticismo per il monumento o la testimonianza archeologica prende il posto dell' interesse per una cultura. 

Intendiamo sostituire Peter Kolosimo ai libri di Salvatore Settis? 
Teniamoci in pace il rimorso del latino. Siamo noi, è la nostra cultura. Anzi, diamogli vita e respiro, a questo rimorso, coltiviamolo, inoculiamone dosi massicce nel Ministero della Pubblica Istruzione, e anche in quello dell' Università e della Ricerca. Magari si rendono conto che togliere il latino dalla facoltà di lettere, come si sta tentando di fare (o si è già fatto) per il corso di laurea in Lingue e per quello in Filosofia, è una enorme sciocchezza. 

Sto cercando di immaginare giovani sfortunati che si laureano su Racine senza sapere chi è Seneca o Tacito, incapaci di leggerne una sola riga. Cosa capiranno di Phaedra o di Britannicus? E comunque, non credo che andrà molto meglio quando toccherà a E. Pound o a T.S. Eliot: membri di quello stravagante club anglo-sassone che, pur possedendo la lingua che apre tutte le porte, decise a suo tempo di ostinarsi a studiare il latino. 

E meno male che gli studenti, generalmente, sono più saggi delle commissioni ministeriali e dei professori. Comunque, per restare ad argomenti nostrani, già abbiamo visto tesi su Pascoli in assenza, non dico di Virgilio, ma di rosa rosae, e tesi in storia dell' arte medioevale in assenza di ogni pur vaga possibilità di capire cosa sta scritto in quelle dannate pergamene che i santi reggono spesso fra le dita: che sono scritte in latino. Ma quando si decideranno a scriverle in inglese, epigrafi romane e pergamene medioevali? Il rimorso dal latino ci abbandonerà solo quel giorno.

di MAURIZIO BETTINI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/07/22/il-latino-una-lingua-un-rimorso.html

giovedì 13 ottobre 2016

Giovannino Guareschi. Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perchè gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro” potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino.



Ci deve essere qualcosa di guasto in un insegnamento che in otto anni non riesce a fare di un allievo un lettore agiato e disteso dei classici di una qualsiasi lingua. In otto anni si impara il cinese, con il sanscrito per buona giunta. In realtà ci hanno insegnato delle sciocchezze, e proprio perché erano tali han dovuto insegnarcele con vessazione. (…) Il problema è se riuscirà mai a imparare il latino uno che l’ha studiato a quel modo. Quando, qualche anno fa, mi sono rimesso al latino, mi son sentito come un viaggiatore che arriva, poniamo, in America e scopre di avere in tasca due chili di dollari falsi, anzi di quelli da gioco che distribuiscono come réclame dei blue jeans, con le natiche al posto di Washington, o chi altro sia.
Giorgio Manganelli, da Mammifero italiano


La base di una sana educazione non sta nel negare ai figli quello che chiedono, ma nel fare in modo che ai figli non passi neppure per l'anticamera del cervello di chiedere cose stupide o disoneste.
Giovannino Guareschi, Corrierino delle famiglie




"Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perchè gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro” potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino." 
Giovannino Guareschi




Aiuto.. io il latino lo dovetti fare all'università per continuare gli studi prima non era necessario poi sì... non mi era piaciuto: tutti i testi sulla guerra .. che barba......non mi ha aiutato personalmente con le lingue.... c'è anche il metodo di immergersi nelle lingue interdisciplinare nel senso non solo grammatica e letteratura ma allargare i sensi verso la lingua fare teatro nella lingua da studiare , corsi di fonetica, perché no canto ecc....il latino studiato solo per la grammatica senza l'aggiunta dei bei testi rimane per  me appunto una lingua morta....



"Andiamo a Comandare"
Al rientro dalle vacanze estive un prof. delle superiori sorprende i suoi studenti assegnando la versione latina di Andiamo a Comandare.
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Tradurre Rovazzi è una cosa seria: errori e riflessioni
Negli ultimi dieci giorni ha avuto grande risalto e grande impatto mediatico la traduzione in latino (o in un presunto tale) che il Prof. Gennaro Amandonico ha fatto della hit estiva di Fabio Rovazzi
Andiamo a comandare”.

Desideriamo specificare fin da subito che non siamo per nulla contrari a questo genere di operazioni, ed anzi crediamo che possano essere di grande utilità didattica, ma è necessario, come vedremo, che esse siano pensate e messe in atto in maniera assai seria e ponderata. Il nostro non è dunque un attacco che mira alla difesa di una sorta di sacralità sepolcrale del latino (e chi ci segue conosce bene le nostre convinzioni a riguardo), ma mirerà a spiegare perché quello che è stato fatto è inammissibile, ma ancor più grave è il fatto che un numero spropositato di docenti di latino abbia condiviso entusiasticamente quest’opera. Ci aspettiamo che un numero molto alto di studenti si rivolti contro di noi, ma rispondiamo loro che il compito di un docente di latino è di insegnare il latino, non una sorta di latinorum che nulla ha a che vedere con gli auctores.

TRADUZIONE COME RESA DI IDEE, NON SOLO DI REGOLE GRAMMATICALI.
Occorre prima di tutto chiarire cosa sia una traduzione e cosa significhi tradurre.
Una lingua non è fatta solo ed esclusivamente di parole, ma soprattutto di interazioni di parole che richiamano nel parlante madrelingua forme mentali ed idee. È il caso lampante delle espressioni idiomatiche, di cui ogni lingua è ricca. Esse hanno senso non nella loro costruzione sintattica e per le singole parole che in esse si trovano, ma nell’immagine che tali concatenazioni di parole creano nella mente del parlante nativo. Per fare un esempio, nell’espressione italiana “conosco i miei polli” il significato di tale espressione è chiara a chiunque parli italiano correntemente, ma sarebbe incomprensibile per uno straniero che abbia solo una conoscenza grammaticale della lingua. Ogni lingua ha un modo diverso, con parole diverse, per esprimere tale idea: sarebbe totalmente scorretto renderla in inglese con un improbabile “I know my chickens”. Ogni espressione idiomatica ricalca infatti un personalissimo ed intimissimo percorso culturale che la lingua compie nei secoli. In italiano infatti rispecchia una certa realtà contadina, ed in inglese invece tale frase può essere resa con un “I know you inside out”, mentre in portoghese con “te conheço de outros carnavais” (ti conosco da altri carnevali). Chiaramente l’idea di fondo è simile ma il substrato culturale rimane indissolubilmente legato alla singola lingua. Nell’espressione italiana, si richiama l’idea di allevamento, in quella portoghese l’idea di tempo e festa, ma il concetto e l’immagine mentale sono molto vicine.
Spesso, semplicemente, qualcosa si perde: anche questo ha un suo certo fascino.
In latino, la medesima frase si potrebbe rendere con un sensum tuum pulchre calleo (Terenzio, Adelphoe), anch’esso richiamante una realtà contadina e che pressappoco significa “ti conosco a tal punto che mi sono venuti i calli”. Niente a che vedere con un letteralissimo pullos meos novi, che per un parlante latino non avrebbe avuto nessun significato, come per un italiano dire “ti conosco da altri carnevali”.

Il testo latino di Rovazzi non solo è pieno di rese letterali di forme idiomatiche italiane, come vedremo in seguito, che dimostrano una scarsa conoscenza di ciò che significhi tradurre da parte di chi traduzioni deve correggere, ma (e soprattutto) una serie di errori grammaticali che ci fanno dubitare delle competenze del docente stesso. Partiamo dal titolo: imperatum adeamus, che in italiano significa pressappoco “andiamo a comandare da”. Da chi? Il verbo adire significa andare da qualcuno e vuole l’accusativo come complemento di moto. Bastava dire imperatum eamus, però Rovazzi non intendeva certo comandare nel senso di “dare ordini” ma di “primeggiare”, dunque forse in latino sarebbe stato meglio eamus dominatum. Oltre a ciò, ci si potrebbe meravigliare anche di:

mihi dicendum est tibi. Meglio: a me dicendum est tibi;
vobis come forma di cortesia è inesistente, in latino si dà sempre a tutti del tu. Anche a Cesare.
fungitur dimidiatum: fungi, uti, frui, potiri, niti reggono sempre un ablativo. Sottintenderlo è un errore: comunque uno spreco di opportunità per spiegare la reggenza di quei verbi.
corporis habitus iactatos facio: se qualcuno ha capito come questa frase possa significare “faccio i selfie mossi”, per favore ce lo comunichi perché sono le due del mattino e noi non ci siamo ancora arrivati.
cannas haurio: cannae nei poeti significa per metonimia flauti, appunto perché fatti di canna. Speriamo che gli studenti non pensino che Titiro e Meliboe si spaccassero di canne.
cum meo cani: errore da matita blu, canis all’ablativo fa cane.
corticem medicatam aquam demoveo: non si spiegano questi due accusativi, forse intendeva dire corticem de aqua demoveo?
Poi, dulcis in fundo, quel quam mentulam facis? finale, traduzione letterale e assurda di una imprecazione idiomatica che, come abbiamo già dimostrato, non può essere resa letteralmente. Sarebbe come scrivere in inglese “what cock do you do?”. Sarebbe assurdo.
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Tradurre Rovazzi è una cosa seria: errori e riflessioni
Negli ultimi dieci giorni ha avuto grande risalto e grande…
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RISVOLTI PEDAGOGICI DI UN’OPERAZIONE DISCUTIBILE
I problemi che nascono da una siffatta traduzione non sono esclusivamente di ordine morfo-sintattico, ma soprattutto sono pedagogicamente dannosi. Per quanto possa sembrare divertente per gli studenti leggere un testo del genere, il compito del docente in classe non è quello di far giocoleria, ma di utilizzare gli strumenti didattici in modo ragionato, consapevole e indirizzato verso il fine di portare gli studenti all’apprendimento di lingua e cultura. A chiunque voglia controbattere che comunque gli studenti sono stati avvicinati alla lingua (in questo caso qualunque essa sia, ma non certo latino), rispondiamo che il compito primario del docente è insegnare la lingua (e abbiamo dimostrato ampiamente che quella di adeamus imperatum non è lingua latina), attraendo sì gli studenti, ma questi due punti (insegnare e attrarre) non devono mai essere disgiunti.

Inoltre una resa di questo genere porta gli studenti a credere che per tradurre sia sufficiente rendere parola per parola il testo, concetto la cui diffusione è pari solo alla sua fallacia, risultando spesso in traduzioni mostruose. Un’abitudine che questo lavoro decide di rinforzare.

Ricordiamo che non siamo contrari a questo genere di operazioni, ma la scelta del testo da tradurre deve essere particolarmente oculata. Il testo in questione non presenta nemmeno in italiano una coesione sintattica. Non possiamo scegliere come testo da tradurre in latino, avendo come obiettivo l’insegnamento della grammatica, un testo già di partenza talmente sconnesso in italiano da risultare incomprensibile senza il video. La scelta didattica risulta davvero improponibile e ingiustificabile a livello pedagogico: se poi l’idea era quella di far divertire semplicemente i ragazzi (scelta discubitibile), l’intento comunque didattico è perso. Ad ogni livello (semantico, morfologico, sintattico, lessicale) questa scelta non regge, come abbiamo dimostrato sopra. La traduzione in latino di Rovazzi somiglia molto ad un brano che Elio e Le Storie Tese hanno composto alcuni anni fa in un inglese maccheronico, ma che aveva solo intenti parodistici e non didattici. Se un docente di inglese presentasse un testo del genere in classe per insegnare sarebbe probabilmente chiamato in presidenza. Consigliamo comunque a tutti di ascoltare il pezzo degli Elii.

https://youtu.be/oJHM8k1_koo

COME POSSIAMO DUNQUE AGIRE?
Sulla base di quanto scritto finora vediamo quale possa essere un esempio di canzone italiana traducibile in latino con profitto didattico. Occorre innanzitutto evitare testi di musica rap, perché troppo frammentari sintatticamente, e tendere forse al cantautorato italiano, che si presta maggiormente a questo tipo di esercizio, o alle sigle di cartoni animati. Abbiamo deciso di tradurre in latino la prima strofa del brano degli Stadio dal titolo Un giorno mi dirai. Fin dalle primissime righe si potrà notare quanti appigli non solo semantici o grammaticali, ma anche letterari si possano trovare in un testo del genere.

Un giorno ti dirò
Che ho rinunciato alla mia felicità per te
E tu riderai, riderai, e tu riderai di me
Un giorno ti dirò
Che ti volevo bene più di me
E tu riderai, riderai, tu riderai di me

Aliquando tibi dicam
me deposuisse¹ meam beatitudinem² tua causa
At tu ridebis, ridebis, at tu me ridebis³
Aliquando tibi dicam
te a me (4) dilectam esse plus oculis meis (5)
at tu ridebis, ridebis, at tu me ridebis

Come si può constatare dicam introduce una proposizione infinitiva dell’anteriorità, mentre nel punto (²) il docente deve evidenziare che felicità non è felicitas (che significa sorte) ma beatitudo. In (³) vediamo i due usi del verbo ridere, intransitivo e transitivo nel senso di “ridere di qualcuno”.
Il punto (4) è di grande interesse poiché mostra come nell’infinitiva si debba evitare l’ambiguità di due accusativi (dicam me te diligere) facendo uso della voce passiva. In (5) invece si ha addirittura modo di riprendere una frase idiomatica latina dal Lugete di Catullo per rendere l’italiano “amare qualcuno più di sé stesso”: plus oculis suis amare.

Per chi volesse avere opere moderne già tradotte in latino, rimandiamo ad un altro articolo in preparazione che verrà pubblicato nei prossimi giorni.
L’opera di traduzione di un testo è infatti un compito stimolante, didatticamente efficace ma assai complicato, che necessita di competenze più che vaste.
La leggerezza con cui la diffusione entusiasta della traduzione in latino di Rovazzi è stata messa in atto da molti docenti di latino e greco denota, noi crediamo, la caduta verticale delle competenze cui assistiamo in questi tempi.

Yuri Borges Loyola
Giampiero Marchi
Centro di Studi Classici “GrecoLatinoVivo”
Firenze https://grecolatinovivo.wordpress.com/.../tradurre.../


mercoledì 11 febbraio 2015

Gramsci. Il principio educativo nella scuola elementare e media. PERCHÈ STUDIARE IL LATINO E IL GRECO (GRAMSCI). Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue [...] Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare



PERCHÈ STUDIARE IL LATINO E IL GRECO (GRAMSCI)
"Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un pò meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno. [...]
Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. [...] Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete.
Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola "formativa" immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come "democratica", mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. [...] Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale. Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovane fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come uomo capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. Il moltiplicarsi di tipi di scuole professionali tende dunque a eternare le differenze tradizionali, ma siccome, in esse, tende anche a creare nuove stratificazioni interne, ecco che nasce l'impressione della tendenza democratica. [...] Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un manovale diventi operaio qualificato, ma che ogni "cittadino" può diventare "governante" e che la società lo pone sia pure astrattamente nelle condizioni generali di poterlo diventare [...].
Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perchè sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una questione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un'ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi. [...]
Ecco perchè molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore [...] compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste questioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite."
Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno 4 [XIII] voce 55, 
"Il principio educativo nella scuola elementare e media"




..ho studiato latino per 8 anni e greco per 5 .....li ho poi insegnati ai miei ragazzi per altri 12 anni......non si impara il latino e il greco per imparare a sopportare la fatica, quel che è reale è che le lingue classiche costituiscono un 'inesauribile esercizio di logica: analisi e sintesi in simultanea....costrutti di sintassi che vanno a posto come tasselli di un mosaico, ma che non sono aridi tasselli....dietro ad ogni desinenza, ad ogni diatesi c'è una filosofa di vita, una visione del mondo che è "disciplina"....ecco cosa insegnano gli studi umanistici.




giovedì 25 luglio 2013

Thomas Arnold. Escludete il latino ed il greco dalla vostra scuola e confinerete i vostri alunni entro angusti interessi limitati alla loro generazione ed a quella immediatamente precedente, tagliando fuori tanti secoli d'esperienza quasi che la razza umana fosse venuta al mondo nel 1500


Escludete il latino ed il greco dalla vostra scuola e confinerete i vostri alunni entro angusti interessi limitati alla loro generazione ed a quella immediatamente precedente, tagliando fuori tanti secoli d'esperienza quasi che la razza umana fosse venuta al mondo nel 1500.


Togliermi il greco e il latino per me significa privarmi del suolo sul quale cammino e dell'aria che respiro


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